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Livia Borsi Rossi – Le donne nella Resistenza

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Livia Borsi Rossi

 

(…) All’8 settembre ero all’ospedale, perché avevo avuto un aborto, non fatto da me, ma casuale. Sento gridare, gridare, gridare. Mi son presa paura, mi sono messa la vestaglia, sono scesa sotto. C’erano dei camion carichi di militari: chi era senza una gamba, chi ferito alla testa. «Assassini! Fino a mezzanotte ci sono stati amici, hanno giocato con noi alle carte », raccontavano questi militari, «poi ci hanno sparato addosso come a delle bestie! » Erano i tedeschi che li avevano assaliti. (…) Ho domandato il permesso di andarmene, perché avevo tre figli, e sono tornata a casa.

 

(…) Un giorno i tedeschi, ubriachi, vanno nel bar li a Teglia, rompono tutto, poi vengono su in casa mia: hanno aperto i cassetti e buttato all’aria di qua e di là le cose che c’erano dentro: cercavano, ma non han trovato niente. E han preso mio marito, l’hanno portato giù dove avevano il Comando e gli han dato tante di quelle botte, tante di quelle botte! C’era sangue dappertutto; io dicevo a mio figlio: «Guarda, è tutto sporco di sangue; vedrai che l’hanno ammazzato papà! » I bambini gridavano. Quella notte non ho dormito in casa: siamo scappati e siamo andati a dormire alla Croce azzurra di Barabino, che era la Pubblica assistenza. Sono andata là e gli ho detto: «I tedeschi hanno preso mio marito, l’hanno picchiato, io non so dov’è, per non stare in casa sono venuta qua». Ci siamo alloggiati li io, Ernesto, la Delina, mia sorella e mio padre, che aveva settantott’anni. (…) L’indomani mattina sono venuta via dalla Croce azzurra, perché avevo anche paura che facessero del male a quei ragazzi dell’Assistenza: avevo la testa sul collo, pensavo a queste cose. Vado dalla bottegaia vicino a casa mia, che mi dice: «Di suo marito io non so niente». Allora mio figlio si fa coraggio ed entra in casa. Trova un biglietto nascosto, con scritto: «Sono all’ospedale».(…) Era tutto rotto, l’avevano massacrato: una costola fracassata, un braccio a pezzi. Venticinque giorni l’han tenuto all’ospedale! Allora ho domandato ai miei compagni del partito cosa dovevo fare. Perché avevo già cominciato a portare delle munizioni. Su un monte vicino a Genova i nostri militari avevano lasciato delle munizioni, e mio figlio Ernesto, che aveva sedici

anni, e mia figlia Delina, che ne aveva quattordici, me le portavano in casa, alla villa Rosa, dove c’erano i tedeschi. Avevano un coraggio da leone. Io rischiavo: da casa mia, passando sotto il naso ai tedeschi, portavo queste munizioni a Teglia in casa di una che si chiamava i Checca, e poi veniva a prenderle suo cognato, che stava a Cornigliano, e andavano a finire nelle mani dei partigiani di città, i gappisti. Buttavano le bombe sui treni, procuravano le armi, facevano colpi di mano, i gappisti: erano in pericolo più degli altri. La prima volta ho portato quaranta chili di balistite, a sacchetti, due per volta, e a casa della Checca c’erano anche la Colomba e la Parma, che erano due donne che stavano in quella scala, ed è stato quando hanno fatto il primo sciopero, nel dicembre del ’43. Un giorno Ernesto mi ha portato un mucchio di caricatori, e io ho portato anche quelli. Mio marito non ha mai saputo niente: lui non sapeva quel che facevo io, e io non sapevo quel che faceva lui; perché anche lui c’era. Io mi domando delle volte come ho fatto ad avere un coraggio simile. Si vede che poi qualcheduno ha fatto un po’ la spia ed è magari per questo che hanno preso mio marito e l’hanno picchiato. Quando ho domandato ai compagni cosa dovevo fare, m’han detto: «Per il momento stai ferma, perché potrebbero pedinarti…»

 

(…)Una sera, ai primi di luglio, ammazzano un repubblichino, che stava poco distante da me. L ‘hanno ammazzato che erano le 8 e tanti, vicino al palazzo di Nasturzio. Io ero andata in galleria a portare la mia bambina più piccola, perché lei ed Ernesto dormivano là: quella era una galleria grande, e la gente ci dormiva anche. Invece la Delina stava a dormire con me: era come me, non aveva paura di niente. Alla mezzanotte arriva la squadra d’azione, e spara di qua, spara di là. Uno che abitava in un palazzo vicino alla villa Rosa ha sentito quel rumore, è andato alla finestra nel sonno, gli hanno sparato, e gli hanno staccato la testa. Un altro era ferito da una bomba e gridava: «Aiuto! aiuto! » ma nessuno si muoveva, perché avevano paura. Tutti gli uomini scappavano dalla parte dietro del palazzo, dove c’era un seminato, per non esser presi. Picchiano alla porta di casa mia e mi cercano. «Sta qua Borsi Livia?» Ho aspettato un po’ per non far vedere che ero sveglia e ho detto: «Sì». «Apra la porta. Siamo le…» Non mi ricordo più cos’han detto. lo ho aperto la porta. Erano repubblichini. «Chi è Borsi Livia? È lei?» «Io». «Si vesta, venga con noi».

 

 

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Lidia Beccaria Rolfi–Donne nella Resistenza 3

Lidia Beccaria Rolfi

(…) Ora la guerra, anche se è lontana, incomincia a piacermi sempre di meno; capisco che è un grosso pericolo per chi va e una grande «fregatura» per chi resta. Ho appena sedici anni, ho ancora tante idee confuse, ma i fatti mi portano a riflettere. (…) Gli entusiasmi patriottardi di tre anni prima sono caduti da tempo: porto la gonna pantaloni della divisa per andare in bicicletta, non partecipo più agli ultimi cortei. Il 10 maggio,a scuola, strappiamo il cartello «Vincere» che è appeso nell’aula e alcuni compagni portano una cravatta rossa e un garofano rosso all’occhiello. (…) Mi diplomo, il 31 maggio, senza gioia. Il 25 luglio lo ricordo ancora adesso come un giorno straordinario. È il giorno in cui scopro la libertà, intesa per ora solo come libertà di parlare. Mi illudo che la caduta di Mussolini voglia anche dire fine della guerra per l’Italia. Le mie reazioni, anche se sono nella direzione giusta, sono soltanto reazioni istintive alla tragedia della guerra, alle sofferenze che vedo attorno a me, alle morti che hanno colpito i soldati al fronte e i civili in città. Non c’è ancora una presa di coscienza sulla realtà della situazione italiana e sul fascismo. Questa presa di coscienza verrà molto più tardi.

L’8 (…) nel pomeriggio, non appena si sparge la notizia dell’armistizio, le strade di accesso alla città diventano teatro di un fuggi fuggi generale: la gente scappa dalla fiera intasando le vie con ogni mezzo di trasporto: birocci, carri, biciclette. La maggior parte però scappa a piedi. Non si sa bene perché scappi: è impaurita dall’ignoto, dai “si dice”, dalle voci che si diffondono e che annunciano l’arrivo imminente delle truppe tedesche. Si è già individuato nel tedesco il nemico di ora, anzi il tedesco ridiventa «il nemico» naturale, quello che la gente comune non ha mai digerito, nemmeno al tempo dell’Asse.

Alla fine di ottobre ricevo la mia prima nomina come insegnante elementare: sono destinata a Torrette di Casteldelfino in valle Varaita. Raggiungo la sede il 16 novembre e la sera stessa, all’albergo dell’ Angelo di Sampeyre, incontro alcuni ebrei fuggiti da Saluzzo, da Torino, e sento parlare del campo di concentramento per ebrei a Borgo San Dalmazzo. La notizia mi sconvolge. Nei quindici giorni successivi conosco alcune persone che avranno un peso determinante nella scelta che farò. Conosco «Medici» (Morbiducci) e «Rubro» (Terrazzani). Incomincio a collaborare con loro.

Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni, spesso ascolto «Medici» parlare, raccontare a noi che siamo più giovani e che lo ascoltiamo increduli, la vera storia della rivoluzione bolscevica, della guerra d’Abissinia, della guerra di Spagna e delle responsabilità del fascismo. Seguo perplessa i suoi discorsi: a volte stento a capire. Le argomentazioni contro i tedeschi mi convincono di più: le ho già sentite sei mesi prima, quando i reduci sono tornati dalla Russia e hanno raccontato.

Dalla pianura arrivano giorno per giorno notizie di rappresaglie e morti: ho visto Cerreto bruciare un mattino, arrivando da Cuneo. Alla fine di marzo, quando già le formazioni partigiane hanno raggiunto una certa forza e si stanno organizzando, quando in valle ha fatto la sua comparsa «Ezio» e il movimento si sta estendendo con azioni quasi quotidiane in pianura, i tedeschi e i fascisti iniziano il rastrellamento a tappeto della valle. Vedo i primi morti, due soldati meridionali sbandati, uccisi come cani a Venasca, vedo i partigiani fucilati a Melle. «Ezio» mi ordina di andarmene dalla valle che pullula di spie. Torno a casa e rientro, come eravamo intesi, dopo una decina di giorni, quando ormai i tedeschi se ne sono andati e in valle non sono rimasti che pochi presidi della Gnr (Guardia nazionale repubblicana) di Bergamo.

Rientro l’11 sera e trascorro la giornata del 12 passeggiando per la montagna, con la speranza segreta di trovare qualche compagno. Verso le 8, quando è già buio, Gianni Ferrari, un partigiano giovane, lombardo credo, bussa alla mia porta, si ferma una mezz’ora per avere notizie e rifocillarsi, e riprende la marcia per raggiungere la valle Maira; due ore dopo altri quattro partigiani, venuti a conoscenza del mio rientro, mi raggiungono, entrano a mangiare un boccone e ripartono quasi subito anche loro per la valle Maira. Li accompagno per un pezzo, lungo la strada che conosco bene, e rientro nella notte. Il mattino dopo, alle 6, quattro militi della Gnr di stanza a Sampeyre mi svegliano, perquisiscono la mia camera, buttano all’aria tutto, rovistano, urlano, poi mi trasferiscono, a piedi, con le mani legate, all’albergo dell’Angelo dove ha sede il Comando. Mi interrogano per un giorno e una notte, mi torturano, cercano di spaventarmi con minacce di morte, mi fanno sfilare davanti il plotone di esecuzione; il comandante, il tenente Vicentini di Mantova (così mi ha detto di chiamarsi), assume in proprio l’onore e l’onere di picchiare a sangue «un’indegna spia del nemico che collabora con banditi ribelli», poi mi lega a una sedia e il mattino dopo mi fa caricare, legata come un salame, su una camionetta.

Mi portano a Cuneo, prima dal prefetto poi in carcere, e il giorno seguente, per ordine del prefetto, che ne ha dato l’incarico al tenente colonnello Carlo Sciavicco della Gnr, sono consegnata nelle mani della Gestapo che mi trasferisce a Saluzzo nelle carceri giudiziarie. Per gli interrogatori vengo condotta in una villa isolata alla periferia della città: la Gestapo mi interroga per due giorni, poi si disinteressa di me. Rimango in carcere dieci giorni, in una cella enorme con detenute colpevoli di reati comuni, infine mi trasferiscono, il 24 sera, alle carceri Nuove di Torino. Il giorno successivo subisco l’ultimo interrogatorio all’albergo Nazionale di Torino, da parte del capitano Schmidt, firmo un verbale scritto in tedesco e tradotto da un interprete, in cui continuo a negare ogni addebito, mi comunicano che sono condannata a morte, poi mi riportano in cella e non si occupano più di me. Rimango alle Nuove per circa tre mesi. (…)

La notte fra il 25 e il 26 giugno i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute dalle celle e ci accompagnano nella camera adiacente allo studio di suor Giuseppina, la madre superiora. È lei stessa che ci comunica con le lacrime agli occhi che saremo deportate in Germania dove «andremo a lavorare». Ancora nella notte ci caricano su un camion e all’alba ci trasferiscono a Porta Nuova e ci chiudono in un vagone bestiame, agganciato ad altri vagoni strapieni di uomini, giovani quasi tutti, in tuta blu e scarpe bianche da ginnastica, partigiani o rastrellati o segnalati durante lo sciopero del marzo’ 44 e tutti destinati, come lavoratori coatti, all’industria tedesca. Sullo stesso treno, durante una sosta del viaggio, vedo un compagno partigiano della mia valle, Gianni Negro. Cerco stupidamente di attirare la sua attenzione senza rendermi conto del pericolo a cui lo espongo. Mi vede e mi fa un cenno. È l’ultimo saluto di una persona amica.

Viaggiamo per quattro giorni e quattro notti nel vagone chiuso. Ci aprono per i bisogni fisiologici solo a rari intervalli e solo dopo che il treno ha varcato la frontiera del Brennero. Nella stazione di Chemnitz, di notte, subiamo un bombardamento aereo chiuse nel vagone. Il nostro treno non è colpito. Staccano i vagoni degli uomini e proseguiamo sole, sempre in vagone piombato, fino a Berlino; e qui, scortate da SS, ci trasferiamo in metropolitana a un’altra stazione della città. Siamo un piccolo gruppo miserabile di quattordici donne, sporche e stanche, con fagottini di effetti personali e con gli ultimi resti dei viveri che ci ha dato alla partenza suor Giuseppina. Ci accompagnano due SS stanchi come noi, ma non suscitiamo nessun interesse nella folla della metropolitana. I tedeschi sono abituati a questo genere di spettacolo e ci ignorano. Ci caricano su un vagone passeggeri e dal finestrino scorgiamo il paesaggio, dopo giorni di viaggio alla cieca.

Il treno sembra andare verso Nord, passa in una pineta fitta, poi attraversa un paesaggio ondulato e penetra ancora in una pineta. La scarpata rivela un terreno sabbioso, i pini si fanno meno fitti, il paesaggio diventa brullo, desolato, non si vedono case. A una stazione, dopo trenta, quaranta chilometri circa, salgono nello scompartimento delle donne in divisa con un numero e un triangolo a punta (…) A una fermata successiva, in una stazioncina piccola di cui riusciamo a leggere il nome Fürstenberg -, ci fanno scendere e ci ordinano di camminare. Le donne vestite a righe ci precedono. Ci avviamo per una strada che costeggia un lago, la strada è lunga e i bagagli, pur scarsi, pesano. Arriviamo stanche davanti a un muro altissimo, nero, che si estende a perdita d’occhio. Nel muro si apre un portone sormontato da torrette, ci sono tante donne in fila che varcano il portone, mentre soldati SS le contano.

Varchiamo il portone anche noi; i due SS che ci hanno accompagnato tornano indietro dopo aver consegnato a un SS sul portone una cartella: i nostri dossier. Siamo a Ravensbrück. Siamo il primo trasporto di donne italiane che arriva a Ravensbrück. È la sera del 30 giugno del ‘44.

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Bianca Paganini Mori – Donne nella Resistenza

 

 

 

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Le Donne nella Resistenza

n2°

Bianca Paganini Mori

 

(…)Noi ragazzi studiavamo ed eravamo diventati quasi tutti studenti universitari. Per forza di cose, eravamo iscritti alle organizzazioni scolastiche del regime, perché altrimenti non saremmo potuti andare a scuola, però non eravamo attivi seguaci delle teorie fasciste, pur non avendo altre idee politiche: eravamo ancora troppo ragazzi e non potevamo avere, evidentemente, idee politiche. Tuttavia la più completa estraneità che regnava in casa verso il partito fascista era diventata anche nostra, e padre e madre ci avevano insegnato e abituato a pensare in una maniera talmente libera che non potevamo intimamente aderirvi. Scoppiò la guerra e mia madre ci portò, per difenderci dai bombardamenti cui La Spezia era continuamente sottoposta, a San Benedetto.

 

Restare in città era pericoloso anche per un altro motivo: la mia mamma era stata colpita da un terribile male al cuore, un grave scompenso cardiaco. Sicché lassù ci colse 1’8 settembre del 1943. Fu un evento drammatico. Mi ricordo che la sera di quel giorno la piazzola del paese, la strada, erano affollate, e l’annunzio colse un po’ tutti di sorpresa. (…) Mia madre si alzò, andò alla finestre a disse: «Qualcosa sta succedendo». Allora ci alzammo e ci vestimmo tutti, e andammo a vedere: stavano passando file, ininterrotte, di carri armati, di automezzi, di soldati, tedeschi, diretti verso La Spezia.

 

La mattina molto presto io e il secondo dei miei fratelli, Alfredo, partimmo per la città: volevamo sapere che cosa era successo. Arrivati giusto a La Foce, che è un valico che precede La Spezia, cominciammo a vedere tedeschi che, occupato il valico, fermavano le persone in divisa, toglievano le mostrine agli ufficiali, li schiaffeggiavano. A un generale sputarono addirittura in faccia. Ci fermammo, e mio fratello cominciò a dirmi: «Torniamo indietro», e: «Bisogna portar via ‘sta gente». Ormai a La Spezia non si poteva più andare: quelli che arrivavano su dalla città, dicevano che i tedeschi l’avevano occupata, avevano bloccato la stazione e le strade. E allora prendemmo con noi quelli che potevamo prendere e li guidammo attraverso la montagna verso Riomaggiore, che è la stazione proprio alle spalle della nostra montagna, perché potessero prendere il treno.

 

Questo già il 9 settembre. Subito, intanto, durante la stessa mattinata, i soldati che erano nella vallata a 50, a 100 metri da noi, avevano cominciato a scappare: avevano saputo quello che stava succedendo: che i tedeschi caricavano e portavano via su camion i militari, prigionieri. E allora, bisogna che dica la verità, tutte le case del paese si aprirono: chi dava una camicia, chi un paio di scarpe, chi una giacca, chi un paio di calzoni a questi poveri ragazzi; e qualche soldo, anche, per il viaggio. Li si accompagnava per un tratto o gli si insegnava la strada dei boschi, affinché evitassero la strada principale. Cercammo tutti, immediatamente, di aiutarli. Mio fratello Alberto, il maggiore, era tenente degli alpini a Brunico. Il 9 settembre si trovò con l’ordine di bloccare il valico: aveva una mitragliatrice in mano e sei alpini. Pensò: «Da solo non ce la faccio». Vista la mala parata, scappò, come tutti quanti gli altri. Dapprima si unì a un gruppo di alpini e di ufficiali degli alpini nel Trentino. Poi però, sapendo che a casa c’erano quattro ragazzi con la mamma sola, cercò disperatamente di ritornare. Ci impiegò un mese, però ci riuscì. E immediatamente si mise in contatto con altre persone e gruppi di La Spezia che già conoscevamo, per esempio con il colonnello Fontana, non solo per non obbedire alla Repubblica di Salò, ma anche per organizzare una resistenza.

 

Ci si cominciò a organizzare. Pochi, da principio. Mamma non posso dire che fosse felice di questo. Vedeva evidentemente il pericolo, perché non era una sciocca, però non interferì mai in quello che volevano fare i suoi ragazzi, soprattutto il maggiore. Anche perché aveva fiducia.

 

Dirò di più: non solo non si oppose, ma ci seguì. Alfredo, come soldato di sanità, era a Genova: continuava l’Università, frequentando il sesto anno di medicina. Dopo che si furono costituiti i primi nuclei di partigiani, ai primi di gennaio venne via da Genova e si uni anche lui a quei gruppi.(…) Passavano praticamente tutti di li quelli che dovevano andare in montagna, e li venivano accolti. Gli si dava da mangiare, quel poco che avevamo. Alfredo li accompagnava, poi ritornava giù. Noi ragazze si faceva quel che si poteva: gli si preparava da mangiare, li si puliva.

 

Eravamo proprio ragazze, allora. C’era un posto di blocco a La Foce, e un posto di blocco proprio a San Benedetto, e il bello si è che in mezzo a questi posti di blocco noi giravamo impunemente. Bice, per esempio, che era

impiegata a un pastificio di La Spezia, molto spesso la sera arrivava su con un camioncino sul quale c’erano farina e pasta, e faceva passare il posto di blocco, senza che nessuno dicesse niente, al camioncino con quella farina e quella pasta, che poi arrivavano in montagna.

 

Ricordo che una volta io salii su con tre o quattro bombe a mano nella borsa, e la borsa me la portò un repubblichino. «Come pesa ‘sta borsa!» «Sa, ho trovato delle castagne, delle patate! » E me la portò lui, fino a casa. Altre volte scendevamo in città a prendere dei chiodi da mettere nelle strade in cui sarebbero passati gli automezzi dei fascisti e dei tedeschi. Attraverso i posti di blocco noi passavamo impunemente, perché ormai ci conoscevano.

 

Verso marzo, aprile, i nuclei si organizzarono meglio. I miei fratelli facevano parte delle formazioni Giustizia e Libertà della IV zona operativa, a capo della quale era il colonnello Fontana, ma c’erano altre formazioni, come la brigata Garibaldi «Muccini», che operava verso Sarzana. C’era bisogno ormai di persone che sapessero curare i feriti. E Alfredo, studente del sesto anno di medicina, cominciò a fermarsi anche lui in montagna per cercar di predisporre un servizio di assistenza. Alla fine di giugno venne giù perché c’era bisogno di medicinali, e il 2 o il 3 di luglio scese in città: gli avevano promesso che gliene avrebbero dati. Una spiata, non lo sappiamo… Fatto sta che parti da San Benedetto e arrivò in piazza Garibaldi; qui, prima che, (meno male!) entrasse nella farmacia dove era già pronto il pacco per lui, lo arrestarono. La notizia del suo arresto giunse subito su. Mia madre, strano a dirsi, mentre era sempre piuttosto malaticcia con il suo scompenso di cuore avrebbe dovuto condurre una vita molto calma, molto serena -, quel giorno sembrava quasi ritornata alla primitiva energia. Non pianse, non si disperò. Ci disse: «Ragazzi, ripuliamo la casa». In casa non c’era quasi niente di compromettente e pericoloso, perché i miei fratelli non vi lasciavano niente di quel genere, è ovvio. C’era però una divisa della X Mas, perché la sera prima era passato da noi un militare, che prima di andare in montagna si era spogliato della divisa e ce l’aveva lasciata. E allora la divisa, fuori di casa! Poi c’erano dei fucili, ma fucili da caccia, nostri. Però mamma disse: «Sarà meglio portarli via. Chi sa cosa potrebbero pensare, a parte il fatto che sono fucili di valore e magari se li prenderebbero». Infine chiamò mio fratello, il minore, che era proprio un ragazzino -aveva quindici anni -e gli disse: «Figliolo, va’ dove vuoi, ma qua in casa, per lo meno per qualche giorno, non ti far vedere». Prima ancora avevamo avvertito in paese che nessuno si avvicinasse alla nostra casa, perché sarebbe stato pericolosissimo. E poi aspettammo.

 

Passò tutto il giorno, e non successe niente. Intanto durante la giornata poco per volta erano arrivate notizie: che Alfredo era stato portato al Comando delle Brigate nere, di li al Comando delle SS e la sera in prigione. Aspettammo. Mamma aveva detto: «È inutile che noi scappiamo. Siamo tre donne: io ho sessantatré anni, voi siete ragazze -io avevo ventun anni, mia sorella diciotto -: non ci faranno nulla». Andammo a letto, con un’ansia terribile. Verso mezzanotte, cominciammo a sentire, sulla strada che conduceva alla casa, dei passi. «Eccoli! -mia madre disse, -eccoli! Calme! Perché se stiamo calme, se siamo serene, riusciremo a esprimere con maggior chiarezza quello che vogliamo dire, a dare forse l’illusione che qua non c’è mai stato nessun altro che noi». Ma lei poteva essere calma; io, giuro, calma non ero. Bussarono alla porta, mia madre andò ad aprire. C’erano tre repubblichini, uno dei quali era il capo dei repubblichini della zona, un certo Gallo, che fu poi preso prigioniero e fucilato, e insieme con loro cinque SS: tre ufficiali, fra cui un tenente, e due soldati. Cominciarono a chiedere degli uomini. «Uomini non ce n’è». Mia madre ci aveva ordinato di rispondere cosi. «Uno è militare, -spiegò lei, -e non ne ho più saputo niente, l’altro è all’Università a Genova, dove fa il sest’anno di medicina, e il piccolo è da amici». Per cinque ore perquisirono la casa, da cima a fondo. Non trovarono che dei libri, come La storia della rivoluzione russa, Disobbedisco di Giuliotti, la Storia di Cristo di Papini, che presero per libri antifascisti: fra l’altro erano anche perfetti ignoranti.

 

Davanti alla Divina commedia con le figure del Doré chi sa perché dissero: «Che roba! Che schifo!» Da ultimo trovarono lettere indirizzate a mio padre da un amico svizzero, ma lettere scritte da cinque, sei anni, nelle quali non c’era altro che dimostrazioni di affetto, di simpatia, e il racconto di quello che lo scrivente faceva, della sua vita. Non so che cosa credettero: forse le presero come la prova di una specie di contatto con stranieri. Insomma, alle 5 del mattino partimmo, con loro. Devo premettere che i partigiani erano stati avvertiti che Alfredo era stato preso e avevano preparato una specie di…, come posso dire?, di agguato. «Se vengono e portano via le donne, salviamo per lo meno loro». Ma ci presero per donne di malaffare che avessero fatto una passeggiata coi tedeschi e non ci fermarono: ci conoscevano, ma si erano dovuti tenere nascosti, perché la strada era sorvegliata, e, poverini, non ci riconobbero. Per lo meno, questo ci dissero in seguito.

 

Fummo portate a La Spezia, nelle carceri.(…) Una volta sola ci fecero vedere mio fratello, ed era in condizioni pietose, tanto che mia madre, quando ritornò in cella, si senti molto male. Non lo rivedemmo più. Giunse il 20 luglio, giorno in cui in Germania fu fatto l’attentato a Rider. Mamma, quando lo seppe, diventò come matta. lo dico che quel giorno ci fu in lei proprio una vena di pazzia, perché subito, appena seppe la notizia, chiese alla suora, ma in una maniera perentoria, che non era nel suo carattere, di essere ricevuta dal comandante tedesco. «Voglio essere ricevuta dal comandante tedesco!» E la suora le diceva: «Ma cosa vuole da lui?» « Voglio essere ricevuta!» La suora chiese allora al comandante tedesco se poteva ricevere mia madre, ed egli acconsentì. Stava facendo un interrogatorio. Mia madre dalla porta gli disse: «I miei figli saranno assassini, saranno briganti, saranno indegni di vivere, ma come chiami tu quelli della tua gente che hanno attentato a Rider? Allora non soltanto in Italia ci sono banditi e assassini; ce ne sono anche da te!» La suora, suor Teresina, racconta che il comandante la guardò, si fece tradurre dall’interprete quello che lei aveva detto -e mia madre pretese che fosse ripetuto parola per parola -, poi si alzò, le fece il saluto militare, le tese la mano e le disse: «Mille donne come te e io qua non ci sarei». Da quel giorno non ci tormentarono più: cessarono per noi gli interrogatori. Perché mia madre gli aveva anche detto: «È inutile che tu continui a interrogarmi: io non so niente e anche se sapessi qualcosa, non te lo direi”. Gli dava del tu: “tu dai del tu a me che ho sessantre anni, perché io non posso dare del tu a te che potresti essere mio figlio?”.

 

Bianca Paganini Mori fu incarcerata presso il carcere di La Spezia e successivamente deportata a Ravensbruck.

 

 

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Helen Zago – Le donne nella Resistenza 1°

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Le donne nella resistenza A cura di Hélène Zago

 

La Resistenza rappresenta la fase in cui nascono e si sviluppano le premesse per la nascita della Costituzione e della Repubblica democratica. E per la prima volta le donne partecipano da protagoniste a un momento decisivo della storia italiana. E’ un fatto inedito, che non ha precedenti: la partecipazione femminile non è più di una elite intellettuale e culturale del paese, com’era avvenuto durante il Risorgimento; si tratta invece di un fatto diffuso, realmente di massa.
Le donne svolgono un fondamentale ruolo di organizzazione e di supporto all’azione delle brigate partigiane. Sono loro che raccolgono gli alimenti, le munizioni, le informazioni, svolgono un’essenziale funzione di collegamento tra le brigate partigiane, organizzate in campagna e in montagna, e la città. Un ruolo che forse non è stato adeguatamente riconosciuto. Esse non ricoprirono, esclusi alcuni casi straordinari, la funzione tradizionale di combattenti. Fu questo il motivo per cui non si colse fino in fondo la grande trasformazione che stava vivendo l’Italia grazie all’ingresso nella vita pubblica delle donne.
Nel ricordare la lotta partigiana raramente si parla del ruolo delle donne e del loro contributo alla Resistenza. Anche per questo motivo si parla di “Resistenza taciuta”. Eppure il contributo delle donne fu un contributo molto rilevante, soprattutto nella gestione organizzativa quotidiana. Le donne si occupavano della stampa dei materiali di propaganda, attaccavano i manifesti e distribuivano i volantini, svolgevano funzione di collegamento, curavano il passaggio delle informazioni, trasportavano e raccoglievano armi, munizioni, esplosivi, viveri, indumenti, medicinali, svolgevano funzioni infermieristiche, preparavano i rifugi e i nascondigli per i partigiani.
La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazi-fascismo è, dunque, ampia ed importante, ma difficilmente misurabile e valutabile per il ruolo nascosto e “dietro le quinte” che svolge. La presenza delle donne è costante nella gestione “ai margini” delle operazioni di lotta clandestina dei partigiani; è raramente in primo piano nelle azioni di combattimento (anche se ci sono alcuni casi molto interessanti) ma è un ruolo chiave nella cornice organizzativa della Resistenza. Anche se, alla fine della lotta armata, la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti.
«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino.“’Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”».

 

Anna Maria Bruzzone racconta in un suo testo:
“La specifica oppressione che le donne patiscono si manifestò infatti al loro rientro in patria, e in seguito, in forma particolarmente crudele: spesso esse si videro opporre un muro di disinteresse, di incomprensione, di diffidenza e talora persino di ostilità. A loro specialmente veniva applicata la morale di Renzo, del non mettersi nei tumulti, del non predicare in piazza, in breve del non far politica. Se fossero state a casa, -pensavano e dicevano o lasciavano intendere molti, -non sarebbero state deportate! I guai sono andate a cercarseli! » O, al contrario, sminuendo o cancellando la loro partecipazione alla Resistenza: «Non erano partigiane! Partigiani erano gli uomini che avevano accanto!» E anche, ambiguamente: «Chi sa che cosa avranno passato lassù!» Né si risparmiavano loro umiliazioni che le riportavano nel Lager: si leggano, a questo proposito, i passi in cui vengono descritte le avvilenti visite che molte di esse subirono negli Ospedali militari italiani”.
E’ importante non dimenticare come la dittatura prima e la guerra poi, avessero contributo a creare un punto di rottura nella tradizione della gestione familiare. In particolare, gli eventi bellici avevano rovesciato alcuni normali equilibri familiari e sociali. Con l’avvento del fascismo ogni aspetto della vita venne subordinato allo Stato: il diritto di famiglia, basato sul codice del 1865, si fondava sulla supremazia maschile e negava l’autonomia della donna, che doveva sempre avere “un’autorizzazione del marito”. Con la soppressione dei partiti politici e dell’associazionismo, vennero represse tutte le forme di attivismo femminile; era il 1926 e le uniche organizzazioni riconosciute erano i movimenti femminili fascista e cattolico. Eppure, paradossalmente, è proprio con la guerra che le donne conoscono una nuova libertà. La “scomparsa” dai paesi e dalle città della popolazione maschile giovane, in forza e in età da lavoro, mandata al fronte a combattere contro gli Alleati, aveva in parte costretto le donne ad assumere un ruolo sociale nuovo e a ricoprire la funzione inedita di “capo famiglia”, spesso costringendole a provvederne il mantenimento. Possiamo dire che a partire dalla lotta di Resistenza e dalla Costituzione del 1948, le donne si trasformano in soggetti storicamente visibili.
Alla fine del conflitto si tentò di quantificare e di valutare l’entità della lotta di Liberazione. Veniva riconosciuto “partigiano” chi aveva fatto parte di formazioni regolarmente riconosciute per almeno tre mesi e aveva condotto almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra. Si capisce, dunque, come l’azione femminile difficilmente potesse rientrare in questi parametri. I dati in merito alla partecipazione femminile sono parziali e poco attendibili, ma comunque significativi.
Riportiamo di seguito i dati offerti dall’Associazioni Nazionale dei Partigiani d’Italia:
partigiane: 35.000
patriote: 20.000
gruppi di difesa: 70.000
iscritte arrestate/torturate: 4.653
deportate: 2.750
commissarie di guerra: 512
medaglie d’Oro: 16
medaglie d’argento: 17
fucilate o cadute in combattimento: 2.900

 

Alcune di loro, provenienti da famiglie di tradizione antifascista, vennero coinvolte ancor prima dell’Armistizio dell’8 settembre 1943. L’ingresso delle donne nel movimento clandestino viene fatto risalire ad un significativo episodio del 1941. A Parma, il 16 ottobre 1941, scoppiò una violenta rivolta in seguito alla diminuzione giornaliera della razione individuale di pane, ulteriormente ridotta a 150 grammi, sebbene Mussolini, che aveva visitato la città pochi giorni prima, avesse promesso di non abbassare le razioni alimentari: le donne assaltarono un furgone della Barilla che trasportava un carico di pane. Appena sparsa la notizia, altre donne uscirono dalle fabbriche e formarono dei cortei spontanei in molte vie della città; furono le più politicizzate ad organizzare le operaie e le massaie. Le donne manifestarono numerosissime e molte di loro furono arrestate. Era soprattutto il peggioramento delle condizioni di vita a spingerle ad agire per porre fine alla guerra e alla fame. La protesta venne chiamata “sciopero del pane” e rappresentò un momento importante nella cronologia di sviluppo del movimento clandestino di Liberazione: per la prima volta le donne rischiarono il posto di lavoro e l’incarcerazione, scendendo in piazza.
A partire da quel momento sempre più donne entreranno tra le file della Resistenza: il coinvolgimento di un amico, di un fratello, di una madre nell’organizzazione partigiana, le spinse ad agire attivamente nella Resistenza civile come nella lotta armata. Anche per questo lo “sciopero del pane” viene comunemente considerato l’atto di ingresso delle donne nel movimento antifascista.
Il problema dell’alimentazione era, come in ogni guerra, una delle piaghe più drammatiche. E’ noto come fossero le donne coloro che avevano il compito di recuperare gli alimenti.
La presenza femminile era particolarmente alta nei Gruppi di Azione Partigiana (GAP) e nelle Squadre d’Azione Partigiana (SAP). Inoltre le donne organizzavano scioperi ed agitazioni di carattere femminile, come le grandi manifestazioni che si svolsero a Torino in seguito alla morte delle sorelle Arduino. Essenziale era, poi, la loro funzione di collegamento: le “messaggere” erano quelle che superavano le linee tedesche per portare i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento. Un’altra iniziativa importante prevalentemente gestita da donne fu il “Soccorso rosso”, una specie di organizzazione di mutua assistenza, con la funzione di reperire viveri o denaro per le famiglie dei militanti in difficoltà. Uno dei gruppi propulsori della partecipazione femminile si sviluppò a Milano, dove si formò dopo l’Armistizio un gruppo molto attivo di donne combattenti. Ben presto, ad un piccolo nucleo si aggiunsero donne di ogni grado della scala sociale e di ogni credo politico, che portarono ben presto alla nascita di Gruppi Operativi che svolsero una lotta senza tregua per la conquista dei diritti politici e civili per le donne.
Anche tra le pareti domestiche spesso le donne organizzarono dei veri propri laboratori, per preparare gli indumenti ai partigiani, per raccogliere le armi e le munizioni, per raccogliere e ridistribuire gli alimenti ai partigiani o alle loro famiglie. Per la prima volta nella storia, e con una netta cesura con il passato, la partecipazione alla guerra si caratterizza come un’assunzione di responsabilità e di un ruolo autonomo.
Il Comitato Nazionale dei Gruppi di Difesa nel giugno del 1944 invia una relazione al Comando di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia sull’opera dei gruppi di difesa. Il comunicato è in merito alla costituzione dei Gruppi di Difesa:
«All’appello hanno risposto le donne italiane delle fabbriche e delle case, delle città e delle campagne riunendosi e lottando. I Gruppi sono sorti e si sono sviluppati nei grandi come nei piccoli centri. A Milano, nelle fabbriche, si contano ventiquattro Gruppi con circa 2000 aderenti; un eguale numero esiste a Torino e a Genova: essi contano 3300 affiliate. Parecchie centinaia di aderenti si contano in Emilia e in Toscana, nelle Marche e nel Veneto. Sono sorti Gruppi di contadine, di intellettuali, di massaie, nelle case e nelle scuole; la loro azione viene coordinata dai Comitati femminili di città e di villaggio, regionali e provinciali, attorno alle direttive indicate dal Comitato Nazionale».

 

In tutta quella parte dell’Italia che era rimasta sotto il dominio tedesco, furono costituite formazioni militari femminili di Volontarie della Libertà, «formate da donne energiche e audaci, decise a partecipare attivamente alle operazioni di guerra».
Le donne che facevano parte di questi nuclei organizzavano atti di sabotaggio nelle fabbriche, con l’obiettivo di bloccare la produzione (in larga parte destinata alla Germania). Inoltre, supportando le brigate partigiane, organizzando le interruzioni delle vie di comunicazione e l’occupazione dei depositi alimentari e approntavano squadre di infermiere e posti di pronto soccorso. Le donne erano una figura essenziale nel recupero degli “sbandati”.
Una figura simbolo della resistenza al femminile e in particolare della Resistenza veneta, è Tina Anselmi. Nata a Castelfranco Veneto nel 1927, decise giovanissima di schierarsi contro il regime, quando, a Bassano, vide un gruppo di giovani partigiani impiccati:
“Dopo l’8 settembre, in seguito alla firma dell’armistizio, i tedeschi conclusero che noi avevamo tradito l’alleanza ed allora si sviluppò con più ferocia e determinazione la loro rappresaglia. Noi vedevamo passare per i nostri paesi i carri bestiame pieni di giovani dei nostri paesi rastrellati, portati in prigione e poi impiccati o fucilati nei viali. Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi, c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo. La dottrina fascista diceva, nel primo articolo, che lo Stato è fonte di eticità, niente è sopra lo Stato, niente è contro lo Stato, niente è al di là dello Stato; dunque questo articolo giustificava quello che avveniva e le rappresaglie che erano consumate”.
“Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. “Ricordo sempre un treno, uno dei tanti treni che passava sempre per la stazione del mio paese con tutti i carri piombati, dentro c’erano ragazzi che gridavano, avevano bisogno di acqua, avevano bisogno di cibo, facevano passare per le fessure dei carri bestiame biglietti con gli indirizzi delle loro famiglie perché le avvisassimo”.
Tina Anselmi divenne staffetta della Brigata Autonoma “C.Battisti” e del Comando regionale del Corpo Volontari della Libertà.
Madri Italiane!

 

I tedeschi e i fascisti vogliono arruolare i vostri figli per mandarli al fronte, per mandarli in Russia a combattere con i tedeschi, a compiere opera criminale a tradimento. NON LASCIATE RAPIRE I VOSTRI FIGLI! Molto facilmente non li rivedreste più, perché i nazifascisti e quanti servono sotto le loro insegne saranno certamente schiacciati dagli eserciti vittoriosi delle Nazioni Alleate. NON DATE AI TEDESCHI I VOSTRI FIGLI! Incitateli invece a raggiungere i Patrioti, le gloriose Brigate d’assalto Garibaldi: compiranno così, opera onorata e patriottica, concorrendo a ridare al nostro popolo a alla nostra Patria, libertà e indipendenza.

 

I gruppi di difesa della donna E per l’assistenza ai combattenti della libertà

 

Manifestino rivolto alle madri

 

Tratto da

 

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza

Le stragi Nascoste – Udine

Le stragi nascoste

Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati

(3) Udine

Quel medesimo 25 agosto 1944 — data delle due stragi di Lagac­ciolo e di Podemuovo — la rappresaglia si abbatteva su Torlano, borgata montana in provincia di Udine. Due giorni prima i partigiani avevano scacciato dal paese i cosacchi, rifugiatisi sotto protezione germanica nel presidio di Nimis. Solo poche famiglie rimasero nelle loro abitazioni: gran parte della popolazione si allontanò per timore della vendetta. Dopo una breve sparatoria, una colonna di tedeschi e di fascisti entrò a Torlano e vi uccise 34 civili, i cui cadaveri furono carbonizzati nel rogo delle due abitazioni rurali nelle quali si era consumato l’eccidio. Un giovane salvatosi per caso ha narrato lo svolgimento del primo dei due massacri:

Verso le ore 6 della mattina sono arrivati1,Torlano repubblicani insieme alla SS tedesca. Hanno disposto che per le ore 7 tutte le persone vicine alla mia casa si riunissero dentro la cantina della mia abitazione e io, avendo compreso, essendo giovane, che correvo pericolo di esser prelevato, mi sono nascosto nella mia camera.

Ho guardato da una finestra e dalla porta che dava sul cortile il movi­mento, e ho visto che venivano uno alla volta condotte fuori dalla casa le persone adunate e venivano uccise.

I miei genitori e una mia sorella di anni 22, che erano rimasti in cantina, vennero uccisi dentro la cantina stessa. Ho visto che dopo l’eccidio di tutte le persone i tedeschi hanno preso le fascine di legna, le hanno buttate sopra i cadaveri e hanno dato fuoco.

Ho udito che fra i tedeschi vi erano anche repubblicani, perché parlavano perfettamente in italiano e mi venne poi confermata la notizia dai superstiti. [ … ] Mentre la casa era in fiamme, essendosi i tedeschi e i repubblicani allon­tanati, io sono sceso in cantina e ho visto i miei genitori e mia sorella uccisi e sono riuscito ad allontanarmi mentre la casa ardeva.

Poco dopo i militari compivano una seconda strage di civili, nella stalla di Ruggero Dri, con modalità analoghe. Anche in questa circo­stanza una persona scampò la morte e poté poi descrivere l’esatta

dinamica dell’azione omicida, portata a termine da Fritz Wunderle con una bestialità incredibile. Il ricordo del sopravvissuto — il cinquantenne Giovanni Dri — ha la precisione meticolosa del racconto di chi, scampato a un incubo, non riesce a scordarne neppure un particolare e si trova sempre dinanzi agli occhi le fasi sconvolgenti del macabro spettacolo di cui è stato suo malgrado spettatore:

Sono scampato insieme a un bambino di 6 anni che sono riuscito a salva­re, come ora dirò. [ … ] Un tedesco in motocicletta entrava nella corte della ca­sa di mio fratello, scendeva e iniziava la ricerca dei partigiani. Mi avvicinai a lui per chiedere che cosa cercasse e mi rispose altezzoso: «Partisan, parti-san…». Gli dissi che nelle nostre case non vi erano partigiani, ma egli pene­trava in tutti i posti, forzando anche le porte e facendo una perquisizione sommaria. Tutte le persone abitanti nei caseggiati vicini si adunavano nella stalla di mio fratello. Erano donne, bambini, uomini, giovani e vecchi, e si sono messi a recitare preghiere, perché si percepivano colpi di arma da fuo­co, in quanto i partigiani, messi in allarme, si erano trasferiti in una vicina collina per attaccare. Il tedesco andato nella stalla chiese il motivo perché tutte quelle persone stavano riunite in quel luogo. Non sapendo io parlare tedesco, invitai mio cugino Comelli Giovanni a spiegare che quelle persone erano impaurite per quanto accadeva. Il tedesco volle contare quante erano le persone riunite nella stalla (erano infatti 28) e disse a mio cugino di stare tranquilli perché in quel posto erano sicuri; poi se ne andò dirigendosi al crocevia della strada dove era la casa dirimpetto a quella nostra, e dove era­no state adunate altre persone prelevate nella borgata di Torlano.

Stando a guardare sulla soglia del cortile ho visto che lo stesso tedesco che era il noto boia di Colonia (Fritz), perché così era conosciuto, chiamava dalla casa di Comelli Giobatta una alla volta le persone che erano riunite, e dopo averle fatte uscire nel cortile della stessa casa, le uccideva con due col­pi per ciascuno sparati sotto il mento.

Mi sono subito ritirato nella stalla insieme agli altri. Erano tutti impauri­ti, feci loro coraggio, mentre continuavano a pregare. Attorno alla casa dove mi trovavo erano state messe postazioni di mitragliatrici. Nel cortile erano due tedeschi armati di mitra per impedire la fuga. Tutte le persone andate nella stalla avevano udito le grida della famiglia Comelli Giobatta, nel mo­mento in cui veniva tutta assassinata e compresero quanto accadeva.

Compiuto il massacro nella corte di Comelli Giobatta, il boia tedesco venne dove eravamo noi, aprì con l’arma puntata uno spiraglio nella porta della stalla, chiamò per primo mio cugino Comelli Giovanni, quello che sapeva parlare tedesco, e avutolo fuori gli sparava due colpi alla nuca e poi chiamava il figlio del Comelli e lo uccideva nello stesso modo del padre; poi chiamava mio fratello Ruggero e gli sparava due colpi alla nuca, così suc­cessivamente per tutti gli altri uomini che cadevano uno sull’altro davanti il muro a circa 5 metri vicino la tettoia, nel sottoportico accanto la stalla.

Da un finestrino della stalla guardavo come il tedesco uccideva le perso­ne. Ho pensato subito di nascondermi dentro la tromba che era nella stalla. Presi con me il bambino Bortoli Giampaolo e ci siamo nascosti in modo da non essere visti. Una bambina che era sorella del Bortoli e che si chiamava Gina venne avvertita da me, essendo vestita di nero, di nascondersi in un angolo della stalla in modo da non farsi vedere. Non vi era alcuna possibi­lità per gli altri di trovare nascondigli. Erano rimasti soltanto le donne e i bambini.

Il boia tedesco dopo aver ucciso tutti gli uomini è entrato nella stalla spa­lancando le porte e con una ripetuta raffica uccideva tutte le donne e i bam­bini. Quindi si dirigeva all’interno della stalla e tentava di far uscire tre mucche, che non è riuscito a tirar fuori. Mentre stava per fare questa opera­zione sono state condotte, non so se da repubblicani o tedeschi, altre due persone davanti alla porta della stalla. Il boia tedesco le uccideva con due colpi alla nuca. Da una fessura della tromba ho riconosciuto tra gli uccisi il Petrossi Valentino, che era un venditore di gelati di Torlano.

Profittando dell’attimo in cui il boia tedesco si occupava di uccidere quelle due persone, essendomi accordo — guardando dalla fessura della tromba — che un bambino, fratello di quello che tenevo in braccio dentro if tromba, era rimasto sotto il cadavere della mamma che era stata uccisa con un altro bambino che teneva nelle braccia, avendo udito che il poverino ge­meva per il peso della mamma morta, ho tentato di sottrarlo dal pericolo e tirarlo presso di me, ma non sono riuscito in tempo perché il boia tedesco è ritornato, ed essendosi accorto che il bambino era ancora vivo e ritenendo che vi fossero altri vivi, ha ripassato con raffiche di mitra tutti i caduti, e co­sì anche il bambino è morto.

Quindi il tedesco penetrato nella stalla tirò fuori le tre mucche, con molta difficoltà perché le bestie non volevano passare sopra i cadaveri e, dopo avere fatto uscire le bestie, coprì tutti i cadaveri di paglia, buttò sopra la pa­glia un liquido infiammabile e diede fuoco, allontanandosi.

Rimasto solo col bambino che tenevo nella tromba tra il fienile e la stalla, sentendomi soffocare dal fumo, fui costretto ad uscire. Da un finestrino feci allontanare il bambino, che è riuscito a prendere la fuga nascondendosi tra le pannocchie del granoturco. Visto che nel cortile non vi erano più persone, mi sono premurato di strappare di dosso alla bambina rimasta nascosta nel­l’angolo della stalla le vesti che ardevano, e la lasciai fuggire tutta nuda e tutta ustionata.

Per mettermi in salvo ho attraversato rapidamente il campo retrostante alla stalla e sono andato a buttarmi in un fosso d’acqua marcia che traspor­tava i rifiuti della borgata.

Nella stalla di Ruggero Dri vennero trucidate 22 persone. I coniu­gi Giovanni e Anna Comelli furono uccisi insieme ai loro 7 figli. Il capofamiglia era rimasto in paese in quanto mai aveva aiutato i partigiani e quindi riteneva di non aver nulla da temere, mentre l’even­tuale fuga avrebbe procurato seri problemi alla numerosa prole.

Giovanni Comelli «era un uomo esperto e parlava il tedesco, ed era convinto che la cosa migliore fosse di tenersi vicino i propri figlioli senza alcun timore e di essere in grado di ragionare con i tedeschi, ma il suo modo di pensare purtroppo gli è stato fatale».

Della famiglia De Bortoli rimasero in vita soltanto la nonna Elisa­betta e la nipotina Gianna. L’anziana donna fu risparmiata da un soldato tedesco che, trovatala in camera, le fece segno di nasconder­si sotto il letto. La tredicenne Gianna De Bortoli perse, con i genitori, le sorelline Vilma (11 anni), Onelia (9), Bruna (6), Emma (4) e il fratellino Luciano (2).

L’eccidio di Torlano fu principalmente opera di Fritz Wunderle,

segnalato nell’immediato dopoguerra dal testimone Giovanni Dri: «è quello stesso che ha partecipato alla impiccagione nella villa Fior di Nimis dei partigiani Buttolo Carlo e Blasutto Evaristo». Ulteriori e più precise notizie provennero da un interprete tedesco. Alla fine del 1946 la Sezione speciale di Corte d’assise di Udine processò un paio di collaborazionisti coinvolti nell’eccidio, mentre non procedet­te contro Wunderle in quanto militare straniero. Il pubblico ministe­ro lo segnalò al procuratore generale del Tribunale militare di Roma, aggiornato sugli elementi utili all’individuazione e alla cattura del criminale di guerra:

Autore dell’eccidio il maresciallo tedesco Fritz Wunderle nativo di Wutenberg-Sakkingen.

Il criminale di guerra tedesco è notissimo tra le popolazioni del Friuli e specialmente a Torlano, Nimis, Tarcento e Udine, per i gravi delitti commes­si durante la invasione tedesca.

Nelle sue azioni delittuose era di una particolare e inaudita ferocia, per­ché uccideva e sterminava non soltanto gli appartenenti alle forze italiane della Resistenza, ma donne, vecchi e bambini, come risulta dagli atti istruttori raccolti.

Le complete generalità del Fritz, indicato nei verbali istruttori con il solo nome, sono state fornite dall’interprete tedesco che prestava servizio presso la SIPO germanica di Udine, Kitzmiller Joann, attualmente residente a Assemini (Cagliari).

Il Fritz Wunderle, oltre all’eccidio di Torlano, ha proceduto anche a im­piccagioni e fucilazioni di partigiani in varie località del Friuli. È noto a Vil­la Fior di Nimis per avere impiccato i comandanti partigiani Gianni (Buttolo) e Blasutto Evaristo (ten. Carlo) e altri.

Le indagini istruttorie, trattandosi di militare tedesco, non appartengono a questo ufficio del Pubblico ministero, ma alle Corti militari britanniche in Italia.

Il fascicolo n. 1954 del ruolo generale contiene testimonianze im­pressionanti sui delitti commessi dal sottufficiale germanico; ciò no­nostante, il procuratore generale militare Enrico Santacroce lo archi­viò «provvisoriamente» il 14 gennaio 1960 per non avere ricavato dal materiale istruttorio «notizie utili per l’accertamento delle re­sponsabilità». Nel 1995 quel fascicolo sarebbe giunto sulla scrivania del sostituto procuratore militare di Padova, Sergio Dini, che cercò di rintracciare il «boia di Torlano». Le indagini si chiusero nel marzo 1998 con una comunicazione del direttore del Servizio Interpol ita­liano: «Wunderle Fritz nato il 12 luglio 1912 in Soeckingen (D) risul­ta morto in Augsburg 1’8 febbraio 1991 ed il decesso è stato trascritto presso l’anagrafe di quel comune al numero 463».16 Il prolungato oc­cultamento del materiale giudiziario da parte di vari procuratori mi­litari generali evitò al criminale di guerra Wunderle un processo dal quale sarebbe uscito sicuramente con la condanna all’ergastolo. Nel­la strage di Torlano due fascisti — Francesco Patriarca e Francesco Bignolini — coadiuvarono i tedeschi, fornendo loro informazioni lo­gistiche e accompagnandoli nelle varie fasi dell’eccidio. Mentre Pa­triarca rimase latitante, Bignolini fu arrestato e condannato il 29 lu­glio 1946 dalla Corte d’assise straordinaria di Udine a 12 anni di Mr reclusione (5 condonati). Il suo ricorso in cassazione fu accolto, in quanto la sentenza si sarebbe limitata «ad affermare che egli prese parte ad azioni nel corso delle quali si procedette ad esecuzioni som­marie di partigiani e a saccheggi di private abitazioni, senonché l’af­fermazione della Corte di merito non precisa quale parte il detto ri­corrente abbia avuto nelle indicate azioni, né stabilisce con il dovuto controllo delle prove se egli abbia personalmente compiuto o con­corso a compiere saccheggi o uccisioni di patrioti».17 In realtà la sen­tenza annullata riferiva precise testimonianze contro Bignolini, rac­colte dai carabinieri di Nimis, ed è piuttosto la motivazione della cassazione a risultare imprecisa, indicando «uccisioni di patrioti» mentre a Torlano le vittime furono unicamente civili. La Corte d’as­sise di Treviso, cui il processo fu assegnato amnistio il collaborazionista

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Le stragi nascoste – " 2° Firenze”

Le stragi nascoste

QUATTRO CASI DI ORDINARIA VIOLENZA INSABBIATI

(2) Firenze

Il secondo caso qui preso in esame riguarda l’eccidio, in località Lagacciolo e Podernuovo (Firenze), il 25 agosto 1944, di 19 civili, per mano dei soldati del tenente colonnello Karl Ortlieb, comandante del Grenadier-Regiment 754° della 334a Infanterie-Division) senza che apparissero chiari i motivi di un comportamento così feroce. A Villa Podernuovo vennero massacrate otto persone inermi (quattro donne) di età variante dai 14 ai 48 anni; a Villa Lagacciolo furono uc­cisi nove civili (inclusi — insieme alla madre — quattro fratellini dai 5 ai 12 anni e un loro cuginetto di 7 anni) e due vecchi coniugi residen­ti in una fattoria vicina. Tra le 15 persone rimaste seriamente ferite vi erano sei donne, un bimbo di 3 anni, uno di 4, uno di 5 e due di 9.

Questa la ricostruzione dei fatti contenuta nel fascicolo n. 657 del Ruolo generale dei procedimenti contro criminali di guerra tedeschi, nel paragrafo intitolato «Particolari del reato»:

Verso le ore 19 del 25 agosto 1944 una pattuglia di 4 uomini, dipendente dal 7406.0 reparto tedesco, di transito in quella località, dopo aver rastrella­to 18 persone, le rinchiuse nella stanza da bagno della villa di Lagacciolo e ivi, a colpi di bombe a mano, ne uccise 8 e ne ferì 7.

La stessa pattuglia, recatasi poco dopo nella villa e fattoria del signor Taddei Raffaello, in Podernuovo, distante circa 350 metri, a colpi di bombe a mano e con raffiche di mitra uccise altre 10 persone e ne ferì 7.

Il mattino successivo ritornarono a Lagacciolo, ove uccisero un’altra per­sona e ne ferirono 2, tra cui una donna. Le testimonianze dei civili sfiorati dalla morte comprovano la premeditazione della strage e descrivono le ruberie seguite al mas­sacro. Questo il ricordo di una giovane di 34 anni, abitante in una lo­calità montana nei pressi di Lagacciolo:

Il giorno 25 agosto 1944, verso le ore 13, passò e si fermò in casa mia un soldato tedesco ferito ad un braccio. Egli era in compagnia di altri due o tre Soldati, ma camminava bene. Gli domandai come si era ferito, ed egli mi ri­spose che era stato ferito dai partigiani nel bosco e, facendomi cenno con la mano, mi indicò le vette delle montagne comprese fra la Consuma e Sec­chietta (Reggello).

Poco dopo il soldato andò via, dirigendosi per la strada che conduce alla località Fossi e Alpi Recise (Rufiria).

Alle ore 16 dello stesso giorno 25, passarono 14 soldati tedeschi armati di fucile mitragliatore che andavano verso la località Albergo Nuovo, che dista circa 30 metri dalla strada statale Pontassieve-Consuma.

Appena passati i 14 soldati, un maresciallo tedesco che stava da diversi giorni in casa mia, mi disse che quei militari andavano ad una casa grande, situata oltre la strada grande (strada statale Consuma-Pontassieve) per am­mazzare 80 civili, compresi bambini e donne, per rappresaglia del soldato che era stato ferito la mattina.

Il giorno 26 successivo, ripassarono, provenienti dalla parte dell’Albergo Nuovo e diretti verso i Fossi, una quindicina di soldati tedeschi, portavano: borse da spesa, cartelle da scuola e sacchetti pieni di biancheria. Sapendo che in località Lagacciolo-Podernuovo i tedeschi avevano ucciso diverse persone, pensai che quella roba l’avessero presa in quelle case.

L’interrogatorio di una donna sessantenne, scampata fortunosa­mente all’eccidio, dimostra con quale facilità la violenza potesse di­rottarsi dall’una all’altra località, da questo a quel gruppo di civili, senza giustificazioni oggettive bensì sulla base di impressioni estemporanee o più semplicemente del caso:

Il 25 luglio 1944, verso le ore 16.30, vidi nei pressi della località Albergo Nuovo, circa 15 soldati tedeschi che venivano verso casa mia e difatti poco dopo giunsero e piazzarono tre mitragliatrici intorno alla mia casa. Avvicinai uno di essi domandandogli cosa dovevano fare. Mi risposero che dovevano ammazzare tutti i civili e che l’indomani sarebbero tornati a vedere i morti. Presero subito mio marito e Giulio Consumi, per portarli via. Poi mio marito fu lasciato libero e Consumi lo trattennero. Io prima mi raccomandai di la­sciarci vivere e poscia offrii loro pane e formaggio che accettarono. Subito do­po venne un certo Rinaldi Rinaldo da Firenze, sfollato a Podernuovo, che sa­peva parlare il tedesco, e parlando con alcuni dei soldati riuscì a dissuaderli ed accompagnarli oltre l’abitato, verso la località Laga&ciolo. Poco dopo il Ri­naldi tornò dicendo che erano andati via e che non c’era più paura.

Circa due ore dopo sentimmo sparare verso Lagacciolo raffiche di mitra e bombe a mano. E dopo circa mezz’ora quei tedeschi tornarono e incomin­ciarono a sparare, con le bombe a mano e con le mitragliatrici, uccidendo e ferendo diverse persone residenti e sfollate a Podernuovo.

Tra le vaghe ipotesi circa il movente della strage, si ipotizzò «la mi­steriosa morte di un militare tedesco», oppure «la sepoltura data da quella popolazione ad un aviatore inglese, caduto la sera del 25 luglio 1944, e sulla cui tomba era stata scritta un’epigrafe in lingua inglese». Nel dopoguerra le responsabilità furono ricondotte «sul tenente co­lonnello Horlib, che dette l’ordine di eseguire l’eccidio» e sui quattro militari che lo perpetrarono. Quando l’istruttoria poteva «ritenersi ultimata circa l’accertamento dei fatti e le modalità con cui si svolse­ro», la pratica finì negli scaffali della Procura generale militare e, in­sieme a centinaia di altre, seguì la sorte dell’insabbiamento, con la tar­diva e inefficace riapertura delle indagini a metà anni Novanta.

L’archiviazione appariva tanto più immotivata in quanto contro gli uomini del tenente colonnello Ortlieb pesavano, oltre alle risul­tanze dell’indagine italiana, i circostanziati riscontri dell’inchiesta condotta nel settembre 1944 dalla Commissione alleata d’indagine del quartier generale della 5a armata — composta dal maggiore Edwin S. Booth (commissario per i crimini di guerra dell’esercito de­gli Stati Uniti), dal maggiore Milton R. Wexler (avvocato militare), dal capitano Charles N. Bourke (avvocato difensore) e da due tecni­ci (interprete e verbalizzante) — che il 20 settembre aveva raccolto le testimonianze di sei sopravvissuti. La commissione effettuò un so­pralluogo a Villa Podernuovo: «L’esame della stanza ha dimostrato che dal lato opposto dell’entrata entrambe le mura erano segnate da numerosi piccoli buchi che sarebbero potuti essere stati causati dalle bombe a mano; le macchie sul muro e sulla vasca da bagno avevano un carattere tale da essere state probabilmente causate da sangue umano». Categoriche le convinzioni tratte dagli inquirenti: «Non esiste indizio di alcuna provocazione che possa giustificare questo massacro». Lo scatenamento della violenza risultava sconcertante alla luce dell’ospitalità ricevuta dai soldati a Villa Podernuovo fino al 23 agosto. Tornati dopo due giorni, essi avevano manifestato in un primo momento sentimenti amichevoli, tranne mostrare improv­visamente il volto spietato dell’occupante:

Alla Villa Lagacciolo essi chiesero del cibo, che gli venne dato, e tutte le persone all’interno della casa furono raggruppati all’interno di un bagno di dimensioni pari a 9 piedi per 12 piedi [m 2,75 x 3,65] che si trovava al piano terreno. I tedeschi, quindi, consumarono il pasto che queste persone aveva­no preparato e successivamente uno dei tedeschi scese verso il bagno e lan­ciò due bombe a mano nella stanza. Dopo di ciò, lo stesso sparò con il suo fucile all’interno della stanza per essere sicuro che tutti fossero morti.10

Tre settimane dopo l’eccidio uno degli abitanti della villa, Mario Taddei, lasciato per morto dai tedeschi, rilasciò alla Commissione militare statunitense una testimonianza sul livello di brutalità dei militari del 745° reggimento granatieri:

Tutta la famiglia era pronta per andare a mangiare. Sentimmo una mitragliatrice sparare davanti all’ingresso della casa. Io andai vicino alla porta e` vidi il mio cane ferito, e cercai di scoprire perché fosse ferito. Vidi un solda­to tedesco con una bomba nella mano pronto a lanciarla. Alzai le mani e dissi «camerata», ma vidi che il tedesco era pronto per lanciarla. Tornai indie­tro per avvertire tutti quelli presenti nella casa di scappare, e la bomba di mano passò attraverso la porta ed esplose nella prima stanza. Io scappai con undici persone della famiglia verso il seminterrato. Tra le undici persone vi erano quattro bambini che stavano strillando ed erano spaventati. Durante questo arco di tempo altre tre o quattro bombe a mano erano esplose intor­no alla casa e le mitragliatrici continuavano a sparare. Un soldato tedesco, che sarei in grado di riconoscere in qualsiasi momento, scese al piano infe­riore. Una donna chiese pietà perché vi erano quattro bambini fra di loro. Il tedesco non rispose e lanciò due bombe a mano dentro la stanza. Dopo di ciò essi iniziarono a sparare con il fucile perché volevano essere sicuri che tutti fossero morti. Quattro persone furono uccise dalle bombe a mano, tre dai fucili e due furono ferite. Io riuscii a scampare perché feci finta di essere morto. I quattro morti erano sopra di me.

A conclusione dell’inchiesta, il quartier generale della 5′ armata

indicò senza ombra di dubbio la formazione militare responsabile dell’eccidio: «il reparto interessato appare essere, con assoluta evi­denza, il 754° reggimento granatieri».

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Le Stragi nascoste – Cuneo

Le stragi nascoste

QUATTRO CASI DI ORDINARIA VIOLENZA, INSABBIATI

(1) Cuneo

Un esame più dettagliato del materiale processuale «provvisoria­mente archiviato» dalla Procura generale militare può essere con­dotto attraverso lo studio a campione di quattro fascicoli rappresen­tativi della gran massa della documentazione occultata, relativi ad aree geografiche eterogenee e a fasi differenti della campagna mili­tare: gli incartamenti intestati rispettivamente al maggiore Alfred Grundmann (fascicolo numero 1191 del ruolo generale), al capitano Richard Henning (n. 192), al tenente colonnello Karl Ortlieb (n. 657) e al sottufficiale Fritz Wunderle (n. 1954).

L’ultima settimana del luglio 1944 due reparti della divisione Bran­denburg effettuarono una manovra a tenaglia nell’alta valle Tanaro, in provincia di Cuneo, per distruggere le formazioni partigiane autono­me e garibaldine che minacciavano la sicurezza della strada statale n. 28. Secondo i piani concepiti dalla Geheime Feldpolizei 751 di stanza a Savona, la 13a compagnia Panzerjàger al comando del capitano Josef Tochtrop sarebbe scesa su Garessio dal Colle San Bernardo, mentre la 6′ compagnia, guidata dal capitano Richard Henning, avrebbe inve­stito la cittadina dalla parte meridionale della vallata.’ Il 25 luglio 1944 questo secondo reparto, proveniente da Ceva, travolse le linee partigiane nei pressi della frazione Pievetta (comune di Priola), rastrellò casa per casa l’abitato e si macchiò di violenze efferate:

Uccisione di un vecchio di 80 anni da parte di un soldato tedesco.

Uccisione di un uomo di 61 anni e ferimento di un altro di 50 anni da parte di un ufficiale.

Ferimento di un uomo di 65 anni.

Uccisione di 9 uomini tra i 28 e i 65.

Uccisione di altri 2 uomini, uno di 45 e l’altro di 41, mentre si trovavano presso la salma del padre, poco prima ucciso dai tedeschi.

Uccisione e distruzione del cadavere di un uomo di 52 anni, sorpreso dai tedeschi mentre cercava di mettere in salvo le sue bestie.

Uccisione di un uomo di 36 anni, in presenza della moglie, mentre cer­cava di accompagnarla in un luogo sicuro.

Uccisione di un uomo di anni 57.

Uccisione di un uomo di anni 41, per giunta mutilato a un braccio.

Uccisione di un uomo di anni 46, trasportato in Bagnasco e poscia im­piccato al balcone soprastante la porta d’ingresso alla farmacia di quel co­mune.

Inoltre due donne vennero violentate.

Le 19 uccisioni si accompagnarono a distruzioni e a ruberie di ogni genere, il paese fu dato alle fiamme (bruciarono 55 case su 80) e ai civili fu intimato di non spegnere l’incendio, a meno di incorrere nella più dura repressione:

I tedeschi mediante fosforo ed altre sostanze infiammabili incendiarono l’abitato, dopo averlo suddiviso in tre zone e vietarono ogni tentativo di spegnimento del fuoco.

Furono così distrutte moltissime case, tra cui quella parrocchiale, ed altre furono gravemente danneggiate, nonché mobili e masserizie. Infine i tede­schi saccheggiarono le abitazioni, rimaste incustodite, asportandovi tutti gli oggetti di maggior valore ed anche vini e liquori, con i quali si ubriacarono. Considerando tutto il paese preda di guerra, i tedeschi s’impossessarono anche di macchinario, di viveri e di capi di bestiame.3

Ai rastrellamenti seguì una massiccia deportazione di forza-lavo­ro in Germania: circa quattrocento civili dell’alta valle Tanaro furono catturati e inviati nel Reich.

Il 10 maggio 1945 il comune di Priola e l’ANPI di Cuneo denunziarono al ministero della Guerra l’incendio e il massacro di Pievetta, «onde giustizia sia resa a questa popolazione». Le prime testimo­nianze furono raccolte dalla Commissione alleata d’indagine. L’in­cartamento predisposto nel 1945-46 per la Commissione delle Na­zioni Unite per i delitti di guerra rimarcò la responsabilità di Henning, «tanto più che egli, quale comandante della colonna, dette ai suoi dipendenti l’ordine di essere "spietati" nei riguardi della po­polazione civile della borgata Pievetta». Le imputazioni a carico del capitano concernevano la violazione degli articoli 185, 187 e 187 del Codice penale militare di guerra: violenza con omicidio contro pri­vati nemici, saccheggio, incendio, distruzioni e gravi danneggia­menti; il caso ricadeva nella disciplina prevista dall’articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale sui crimini di guerra. Nelle «Note sul procedimento» si prefigurò la probabile strategia di­fensiva dell’ufficiale, del quale si riteneva essenziale l’arresto:

Non è possibile stabilire su quali elementi l’imputato baserà la propria difesa, e cioè se escludendo qualsiasi iniziativa personale egli cercherà di at­tenuare le sue responsabilità, affermando di aver agito in ottemperanza a ordini superiori circa la rappresaglia da porre in atto anche contro inermi cittadini nelle zone occupate dai partigiani.

Soltanto dall’interrogatorio dell’imputato si potrà stabilire se vi siano o meno responsabilità di altre persone e in quale misura, e potranno trarsi inoltre elementi per l’identificazione del tenente e degli altri militari tede­schi che si sono resi colpevoli dei suddetti crimini di guerra.

Contrariamente a queste premesse, la magistratura militare italia­na evitò di processare i reparti della divisione Brandenburg responsabili del massacro. A una quindicina d’anni dai fatti, la Procura cri­minale di Dortmund pose sotto inchiesta Henning e Tochtrop, chiedendo informazioni all’amministrazione comunale di Priola e a esponenti del movimento partigiano di Cuneo. Il processo, apertosi il 23 ottobre 1962, proseguì sino al 24 gennaio 1967. Gli esecutori dell’incendio e delle uccisioni di civili si difesero con le consuete moti­vazioni della propria estraneità alle uccisioni e/o dell’obbedienza agli ordini. La corte assolse tutti, con motivazioni varianti dall’insuf­ficienza di prove alla morte degli imputati. La documentazione reperita lasciava credere che l’ordine dell’operazione provenisse dalla Geheime Feldpolizei 751 di Savona, ma i suoi componenti furono prosciolti, prestando fede alle loro dichiarazioni:

Tutti i membri interrogati del Gruppo GFP 751 hanno assicurato di non essere a conoscenza dell’uccisione in totale di 27 civili italiani a Pievetta e Bagnasco, nel periodo che va dal 25 luglio al 22 agosto 1944 e neppure di aver mai prestato servizio in questi luoghi. Il contrario non può essere pro­vato, tanto più che il sospetto si indirizza verso i membri del Gruppo GFP 751, in generale, solo a causa della connessione di tempo e spazio con i fatti accaduti a Garessio il 28 luglio 1944.5

Il dispositivo finale della sentenza getta una luce sconsolante sul­l’intero processo, suscitando l’impressione che esso sia servito più che altro a chiudere in via definitiva una vicenda «fastidiosa»: Per quanto persone conosciute o sconosciute abbiano collaborato oggetti­vamente all’uccisione di 31 civili italiani nel territorio di Garessio, nel perio­do dal 25 luglio al 22 agosto 1944, un ulteriore procedimento penale non promette alcun successo, perché in queste uccisioni si tratterebbe di omici­dio, ma non di omicidio premeditato.

1) Per quanto riguarda l’uccisione di 4 civili e del tentato omicidio di un’altra persona a Garessio il 28 luglio 1944, non esistono futili moventi, poiché, secondo le dichiarazioni al punto b.111.1 le vittime erano partigiani o persone che li aiutavano. Non sono emersi altri punti per l’applicazione del paragrafo 211 StGB.

2) Nel contesto dell’uccisione di 27 civili italiani a Pievetta e Bagnasco il 25, 26, 28 luglio e il 22 agosto 1944, non si sono potute accertare le precise circostanze. Si è solo venuti a conoscenza che 8 persone sono state «uccise» e che altre 6 persone sono «morte». Solo da queste dichiarazioni non si può dedurre in nessun caso che chiaramente si sia perpetrata un’uccisione sleale e spietata, o condotta con mezzi pericolosi per la pubblica incolumità.

Sui motivi delle uccisioni non si sa nulla. A parte il fatto che per ora non esiste possibilità alcuna di ottenere prove certe, gli imputati ascoltati in istruttoria certamente si appellerebbero al fatto che le vittime erano parti­giani, o persone sospette di attività partigiana, oppure che le uccisioni, in via del tutto straordinaria, sono state misure di ritorsione o di rappresaglia.

Una simile giustificazione ha ottenuto un notevole supporto grazie alle informazioni dei testi S. e dott. E. e non può essere confutata. Dopo tutto, in nessun caso, si può provare con sicurezza la consistenza della fattispecie di assassinio. Il procedimento penale per omicidio non premeditato è caduto in prescrizione.

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Migliacci, Lusini – C’era un ragazzo

Francesco Franco Migliacci, Mauro Lusini

C’era un ragazzo
che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
girava il mondo
veniva da gli Stati Uniti d’America
Non era bello
ma accanto a sé
aveva mille donne se
cantava Help, Ticket to Ride,
o Lady Jane, o Yesterday,
cantava viva la Libertà
ma ricevette una lettera
La sua chitarra mi regalò
fu richiamato in America
Stop! Coi Rolling Stones!
Stop! Coi Beatles stop!
Man detto “va nel Viet-nam
E spara ai Viet-cong

tatatatatatatatata…………

C’era un ragazzo
Che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
Girava il mondo e poi finì
a far la guerra nel Viet-Nam
Capelli lunghi
non porta giù
non suona la chitarra ma
uno strumento
che sempre dà
la stessa nota “ta.ra.ta.ta

Non ha più amici,
non ha più fans,
vede la gente cadere giù,
nel suo paese non tornerà,
adesso è morto nel Viet-Nam.
Stop! Coi Rolling Stones!
Stop! Coi Beatles, stop!
Nel petto un cuore più non ha.
ma due medaglie o tre

tatatatatatatatatatata

Massimo Coltrinari – Prigionieri di guerra italiani

Massimo Coltrinari

Prigionieri di guerra italiani

700.000 militari italiani prigionieri in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Unione Sovietica, 650.000 internati in Germania. Le condizioni di detenzione. Il ritorno nel nostro Paese

La guerra, voluta da Mussolini, doveva finire nell’estate del 1940 con la resa dell’Inghilterra. In breve ci si sarebbe messi al tavolo della pace e l’uomo di Predappio avrebbe svolto il ruolo di mediatore tra le sconfitte democrazie occidentali e il leone tedesco. Secondo certe leggende, stando dalla parte del vincitore, Mussolini avrebbe dovuto svolgere un ruolo di contenimento alle pretese quasi illimitate della Germania.

Ma, contro ogni aspettativa, la Gran Bretagna resistette e tutto ciò non avvenne; il nostro Paese dovette così affrontare una guerra a cui non era assolutamente preparato.

Le inevitabili sconfitte cui andò incontro portarono, tra lutti e rovine, anche a lasciare nelle mani del nemico oltre 700.000 militari prigionieri che furono dispersi in tutte le regioni del mondo. Prigionieri italiani furono detenuti per la maggior parte dalla Gran Bretagna (circa 400.000), dagli Stati Uniti (circa 125.000), dalla Francia (circa 50.000) e dall’Unione Sovietica il cui numero, al termine del conflitto, risultò essere di circa 12.000 prigionieri anziché i previsti 60-80.000. A questa massa di uomini – il fior fiore delle classi di leva – si andarono ad aggiungere altri circa 650.000 militari italiani, catturati dai tedeschi dopo l’armistizio ed internati in Germania.

La gestione dell’uscita dalla guerra fu così disastrosa che dovemmo pagare anche questo enorme prezzo in termini di sofferenze e privazioni. In più i militari catturati dai tedeschi non ebbero nemmeno lo status di prigionieri secondo la convenzione di Ginevra del 1929, ma lo status di «internati», essendo considerati «non belligeranti» non essendoci nel settembre 1943 tra Italia e Germania uno stato di guerra dichiarato.

Questa enorme massa di prigionieri, che coinvolgeva tantissime famiglie in Italia, non poteva non avere, al momento del rimpatrio, un suo peso ed una sua valenza sulle scelte che il nostro popolo andò ad affrontare per darsi una vita istituzionale rispondente alle proprie necessità. In altri termini i prigionieri di guerra e gli internati, che nel loro totale, secondo la relazione Facchinetti del 1947, ammontarono a 1.350.000 considerando tutti gli aspetti in cui la prigionia italiana si articolò nella seconda guerra mondiale, al momento del loro ritorno in Patria portarono un loro contributo diretto o indiretto alla rinascita della vita politica del nostro Paese. Dal maggio 1945 al febbraio 1947 quasi tutti i prigionieri italiani furono restituiti all’Italia e ognuno ebbe la possibilità di partecipare alle decisioni di quegli anni difficili e determinanti. Così, a seconda dell’esperienza vissuta, i prigionieri di guerra poterono dare un loro contributo.

Il documento di un militare italiano prigioniero degli inglesi (da http://m.coratolive.it/rubriche/334/ seconda-guerra-mondiale-lettere- dalla-prigionia-di-soldati-coratini)

Iniziamo da quelli più numerosi, quelli in mano alla Gran Bretagna. La prigionia inglese fu severa, non certamente piacevole, ma corretta. Gli italiani ebbero modo di vedere da vicino il modo di essere degli inglesi nel mondo e come stavano gestendo il loro Impero. Una esperienza sicuramente positiva fu quella dei prigionieri in Kenya, in Sud Africa, a Ceylon, in Australia e, in parte, in India; un po’ meno per quelli che inizialmente furono tenuti nel Nord Africa ed in Palestina o inviati in Inghilterra dove anche questi ultimi ebbero modo di vedere lo stile di vita anglosassone. In linea generale ne trassero insegnamenti favorevoli ed un senso di ammirazione – non certo elevato ma sostanzialmente reale – del modo di vivere inglese. Saranno costoro che in Italia – in linea di massima – aderiranno con sincerità ai principi democratici di stampo occidentale.

Lo stesso discorso vale per i soldati italiani prigionieri degli Stati Uniti. Gli statunitensi al momento della cattura avevano assunto – e questo non solo nei confronti degli italiani ma anche dei giapponesi e dei tedeschi – un atteggiamento pedagogico. Erano convinti che questi soldati, educati nel clima della dittatura, potessero essere orientati su principi democratici; sicuramente se messi in contatto con il sistema di vita americano, i prigionieri, una volta rientrati nel loro Paese, sarebbero stati ottimi veicoli di propaganda per gli Stati Uniti.

Con questo atteggiamento la prigionia negli Stati Uniti fu umana, accettabile e, se paragonata a tutte le altre, la migliore.

Sbarco di prigionieri italiani provenienti dai Paesi anglo-americani

II segno cambia completamente con le altre due prigionie, quella sovietica e quella francese. Quella sovietica diede vita nel 1945-’47 a roventi polemiche che incisero molto nella vita politica di quegli anni. Da una parte si sosteneva che le tesi espresse dall’URSS erano accettabili, dall’altra si era convinti, davanti alla mancanza di informazioni, che grandi masse di italiani erano ancora tenute prigioniere nell’Unione Sovietica, senza nessuna possibilità di restituzione.

Nella realtà – ormai è acclarato – oltre il 90% dei prigionieri caduti, dopo la ritirata del gennaio 1943, in mano sovietica, morì nei mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio 1943.

Le cause di ciò sono ben descritte da chi subì la prigionia russa fin dagli anni 50: condizioni ambientali orrende, tifo, mancanza di alimentazione, malattie, interminabili marce nella neve, campi di concentramento in condizioni igieniche pessime; tutto contribuì ad elevare il tasso di morte dei nostri prigionieri. E ciò senza colpe specifiche da attribuire ai sovietici impegnati in una guerra per la sopravvivenza; non c’era spazio per attenzioni o risorse da dedicare ai prigionieri nemici. In Italia rientrarono circa 12.000 soldati dalla Russia dei previsti 60-80.000.

Le polemiche che, come detto, accompagnarono questi rientri, misero un po’ in ombra l’altra grande tragedia: quella dei prigionieri italiani in mano francese.

Giuridicamente i francesi di De Gaulle non avrebbero dovuto tenere prigionieri soldati italiani in quanto l’Italia con la Francia aveva concluso un armistizio. Ma De Gaulle dettò le sue regole e non solo trattenne come prigionieri quei soldati italiani che le sue truppe avevano catturato in Nord Africa, ma pretese – per l’economia dell’Algeria e della Tunisia, disse – altri 15.000 soldati italiani catturati da americani ed inglesi. Questa prigionia francese fu veramente crudele. Rifacendosi alla cosiddetta «pugnalata alla schiena» del 1940 i francesi commisero sui nostri connazionali ogni sorta di sopruso, non accettando nemmeno in linea teorica di avere gli italiani come loro collaboratori, come invece fecero americani ed inglesi, e usando nei campi un trattamento che non è secondo a quello dei campi tedeschi. Sia per i reduci dalla prigionia russa che da quella francese, si manifestò, una volta arrivati in Italia, un’avversione così radicata verso i loro detentori. Saranno questi reduci che – imputando le loro sofferenze a chi nel 1940 dichiarò la guerra – negli anni del dopoguerra, opteranno per una scelta rinnovatrice e democratica.

Si può anche dire che se l’Italia non è scivolata nella guerra civile, nello scontro armato – come era facile accadesse soprattutto nel momento di massima crisi con l’attentato a Togliatti – in parte lo si deve anche al senso di misura e di equilibrio di questa massa di giovani e meno giovani ex combattenti, che attraverso le sofferenze della guerra e della prigionia non era più disposta a risolvere i contrasti interni con l’uso delle armi.

L’epoca delle avventure, che loro avevano pagato duramente, era per fortuna terminata.

Da “Patria indipendente” n. 10/11 del giugno 1996

Pietransieri: il massacro dimenticato Lelio La Porta

Pietransieri: il massacro dimenticato

Lelio La Porta

Nella frazione di Roccaraso, in Abruzzo, 128 fra uomini, donne e bambini trucidati dai nazisti il 21 novembre 1943. Nessun movente se non, forse, il desiderio di eliminare una popolazione che poteva intralciare le operazioni belliche dei tedeschi

Provenendo da Sulmona, la patria di Ovidio (“Sulmo mihi patria est”), del quale proprio quest’anno ricorre il bimillenario della morte, percorrendo tornanti molto addomesticati nella loro impervia percorribilità da un’opera di rifacimento abbastanza recente, si arriva al Piano delle Cinque Miglia. Il paesaggio è ben diverso da quello che il passeggero si è lasciato alle spalle: dal dominio quasi incontrastato di rocce e alberi si passa a un altopiano lussureggiante di splendente grano e appezzamenti di terreno coltivati. Si tratta di quei miracoli che la natura propone quando si impegna fino in fondo a essere se stessa. Questo altopiano è noto – credo ovunque in Italia ma anche fuori dal nostro Paese – in quanto vi si trovano, a poca distanza l’uno dall’altro, tre importanti centri turistici, invernali ma anche estivi, dell’Abruzzo e dell’Appennino centrale: Roccaraso, Rivisondoli, Pescocostanzo. Gente nelle strade, via vai continuo, grande traffico. Ma il passeggero, anzi, i due passeggeri che entrano in Roccaraso non sono alla ricerca di un “ubi consistam” dove riposare le membra stanche del viaggio; non chiedono informazioni su alberghi o ristoranti; chiedono, invece, dove si trovi Pietransieri. Ricevuta una risposta, tornano in macchina e si dirigono verso la piccola frazione di Roccaraso che prende, appunto, il nome di Pietransieri. Di nuovo il paesaggio lascia spazio alle sue rudezze rocciose ma lascia anche intendere la nuova pianura che si stende verso Sud, verso Napoli che sembra quasi intuirsi al di là dei monti.

Si arriva a destinazione: poche case, poca gente nelle strade, diventa quasi difficile chiedere un’informazione. Finalmente i passeggeri trovano il modo di avvicinare un anziano signore intento in un’attività che, in queste zone di grande freddo e grande neve, si esplica proprio in agosto: la raccolta della legna per il fuoco invernale. Chiedono dove è ubicato il posto da loro cercato. L’anziano signore, con aria quasi compiaciuta dal fatto di poter fornire proprio quell’informazione, indica loro la strada e aggiunge: «Lì furono trucidati!». Un sacrario dove sono raccolte le spoglie di 128 fra uomini, donne e bambini trucidati dai nazisti: il massacro dei Limmari di Pietransieri, 21 novembre 1943.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario (15 luglio 1967) del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare a Pietransieri da parte dell’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Questo crimine perpetrato dalle truppe naziste in ritirata, però, non ha mai avuto il giusto spazio nella memoria del biennio 1943-45. Sotto certi aspetti, ha seguito la sorte delle Quattro giornate di Napoli, spesso messe nel dimenticatoio senza ricordare che la città partenopea fu la prima, fra le grandi città europee, a insorgere contro i tedeschi e a cacciarli ancor prima dell’arrivo delle truppe angloamericane. E, ancora sotto certi aspetti, il massacro di Pietransieri può essere collegato alla Liberazione di Napoli; infatti i tedeschi in ritirata si attestarono sulla linea Gustav che attraversava proprio il territorio del piccolo comune abruzzese davanti al quale si stendeva la “terra di nessuno”. Lì arrivano, il 17 ottobre 1943, i genieri tedeschi per iniziare i lavori di fortificazione della zona. Iniziano i rastrellamenti dei civili da impiegare nei lavori mentre, il 7 novembre, viene intimato lo sgombero del paese. Si tratta di andare verso Sulmona; alcuni abitanti obbediscono e molti troveranno la morte per assideramento o sfinimento durante il viaggio; altri, quasi duecento, si rifugiano in località Limmari, nella terra di nessuno, davanti alle linee difensive germaniche. I tedeschi sembra non si oppongano a tale decisione e nel frattempo distruggono il villaggio compresa chiesa e cimitero, bruciando viva nella sua casa una donna settantenne impossibilitata a muoversi.

Intanto continuano le razzie delle persone idonee al lavoro ma, non trovandone a sufficienza, i tedeschi cominciano a sfogare la loro rabbia sulla popolazione civile: il 15 novembre viene uccisa, senza alcun motivo, una donna nella sua casa. Il giorno seguente un reparto d’assalto rastrella 6 uomini che vengono trovati uccisi a colpi d’arma da fuoco. Il 17 novembre una settantenne e un ottantenne accorso in suo aiuto vengono uccisi dai soldati. Il 18 novembre viene uccisa una giovane donna e il giorno dopo un uomo di settant’anni, il figlio e una ragazza che era con loro. Lo stesso giorno un gruppo di paracadutisti aveva fatto nuovamente irruzione in paese devastando tutto quello che ancora era rimasto in piedi e uccidendo alcuni uomini i cui corpi furono rinvenuti nelle vicinanze.

Nell’ultima domenica di Avvento i protestanti tedeschi commemorano i defunti: per loro è la domenica dei morti e nel 1943 cadeva il 21 novembre. Quella domenica un gruppo di paracadutisti penetra in Limmari distruggendo ogni cosa e uccidendo gran parte degli abitanti; i sopravvissuti vengono riuniti nei pressi di una quercia, intorno a loro viene raccolto dell’esplosivo che viene fatto brillare. Chi non muore viene finito sul posto. Sopravvive una bambina di sette anni, Virginia Macerelli, che si nasconde sotto le gonne della madre e viene rinvenuta dalla nonna, Laura Calabrese, sfuggita al massacro.

Il capitano inglese Stayer, incaricato di indagare sul massacro, raccolse le testimonianze delle due donne il 3 novembre del 1947. Laura Calabrese: «Verso le 9,00 del 21 novembre 1943 un gruppo di 5 tedeschi arrivò al casolare e ci ordinarono di raccoglierci insieme nel cortile della trebbiatura. Immediatamente dopo 4 tedeschi aprirono il fuoco su di noi con i fucili automatici mentre il quinto metteva una mina sotto i cadaveri e la faceva esplodere facendoli saltare in aria. Riuscii a scappare gettandomi in un canale, proprio prima che esplodesse la mina. Io e la mia nipotina di sette anni siamo i soli superstiti di questo massacro. Dichiaro con assoluta certezza che i 5 tedeschi che compirono il massacro vivevano nelle case di Pietransieri e che in precedenza li avevo visti in parecchie occasioni. In quest’eccidio hanno trovato la morte mia figlia, 6 nipoti e altri 7 parenti, per lo più donne e bambini». Virginia Macerelli: «Una mattina i tedeschi vennero alla fattoria e ci fecero raggruppare; oltre a me c’era mia madre, 4 fratelli e mia sorella. I tedeschi cominciarono subito a sparare e io mi nascosi sotto la gonna di mia madre. Sentii tantissime grida, io rimasi ferita al braccio sinistro e ad ambedue le gambe. Mia nonna mi venne a prendere il giorno dopo, io ero ancora sotto le gonne di mia madre, che era morta. Oltre a mia madre i tedeschi uccisero i miei 4 fratelli e mia sorella di 16 anni».

Terribile è la testimonianza resa da Italino Oddis, all’epoca guardia municipale, che descrive nel modo seguente il rinvenimento dei corpi della moglie e dei due figli: «… riconobbi mia moglie e mio figlio Evaldo rimasto in ginocchio e con gli occhi aperti e lo sguardo in su. Gli presi la testa tra le mani, pareva volesse dirmi qualcosa ma una pallottola gli aveva forato la tempia; l’abbracciai, lo baciai e ribaciai e lo stesi poco lontano (…), poi presi mia moglie e la misi accanto a lui. L’altro mio piccolo bambino, Orlando, era sotto la madre in una pozza di sangue; presi anche lui e lo stesi vicino alla madre e al fratello».

Nella zona, come attestato dai documenti dello stesso esercito tedesco, non c’era attività partigiana, almeno in quel periodo. È vero che il 13 novembre furono rinvenuti i cadaveri di due soldati tedeschi, ma furono ritenuti vittime degli Alleati. D’altronde, fra il rinvenimento dei due cadaveri e il massacro era passato troppo tempo e i tedeschi, invece, erano sempre molto immediati nelle rappresaglie. Inoltre, solitamente, rendevano pubbliche le loro azioni per dar maggior valore di monito. Si aggiunga che, dalla testimonianza di Laura Calabrese, risulta che i massacratori erano soldati di Pietransieri: è noto che le rappresaglie, in linea di massima, erano affidate dai tedeschi a truppe non di stanza nei luoghi degli eccidi. Quindi, quale il movente? Ne resta uno solo che, nella sua disarmante e inumana insensatezza, suscita quesiti tremendi circa la natura umana applicata alla guerra e al terrore usato nei confronti dei civili: la popolazione di Pietransieri non aveva obbedito ai proclami con cui i tedeschi chiedevano lo sfollamento verso Sulmona e si era andata a sistemare nella terra di nessuno fungendo da intralcio alle operazioni belliche dell’esercito germanico. Non ci fu da parte nazista nessun tentativo di dissuadere i pietransieresi dal recarsi verso la terra di nessuno (anzi, per molti versi, furono proprio i tedeschi a indurre la popolazione a spostarsi lì dove non avrebbe dovuto essere); da ciò il massacro che, oltre tutto, nella sua dinamica e nella sua realizzazione, entrava in rotta di collisione con le stesse leggi di guerra tedesche in quanto non c’era stata attività partigiana.

Ha scritto Roberto Battaglia: «È (…) l’Abruzzo a pagare il prezzo della sua precoce resistenza e della prossimità della linea del fronte con un ingente e tuttora pressoché ignorato contributo di sacrifici e di sangue. Il 21 novembre 1943 nel villaggio di Pietransieri – che aveva tardato ad eseguire l’ordine di evacuazione impartito dalle autorità germaniche – irrompono le truppe tedesche e fanno strage di 130 civili, in gran parte donne e bambini (così efferato e anche inesplicabile il massacro, che nasce una candida leggenda popolare, secondo la quale, il generale tedesco che ordinò la strage sarebbe tornato nell’immediato dopoguerra sul posto, in veste di ignoto pellegrino, per invocare perdono dall’unica superstite, tale Virginia Macerelli)» [1].

Nel modo seguente il senatore a vita Paolo Emilio Taviani si esprimeva sul massacro nella Prefazione al volume di Paolo Paoletti a esso dedicato: «L’indagine accurata (…) ha accertato che la causa dell’orribile mattanza non fu una rappresaglia, bensì l’intenzione di liberare la “fascia di sicurezza” dalla presenza di estranei, potenziali collaboratori del nemico. (…) Anche per il codice militare di guerra tedesco e per il diritto internazionale (…) la strage di Pietransieri è un crimine di guerra. Il capitano Georg Schulze, supposto mandante della strage, è uno dei tanti criminali di guerra morti nel proprio letto» [2].

Nell’agosto 2016 l’Anpi di Pescara ha lanciato un grido di allarme intorno allo stato di abbandono in cui versano i luoghi del massacro. Resta il fatto che i due passeggeri che si sono recati sul posto hanno avuto qualche difficoltà a trovare lo stesso sacrario perché la segnaletica è assolutamente insufficiente. Nei loro occhi rimane, però, bene impressa l’immagine del volto dell’anziano che ha fornito l’indicazione sull’ubicazione del luogo: il suo sguardo diceva il dolore ma non la rassegnazione all’abbandono e alla dimenticanza; il suo sguardo diceva il sollievo per la rinascita di una memoria che non può e non deve essere cancellata; il suo sguardo era un invito per quante e quanti volessero recarsi lì dove la montagna degrada verso il fiume Sangro e dove la storia parla ancora la lingua della violenza ma anche, e soprattutto, quella di una rinnovata e sempre più necessaria resistenza.

Lelio La Porta, docente nei licei, membro della International Gramsci Society, collaboratore di Critica marxista, saggista

[1] R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964, p. 145.

[2] P. Paoletti, L’eccidio dei Limmari di Pietransieri (Roccaraso): un’operazione di terrorismo. Analisi comparata delle fonti scritte italiane e straniere, Comune di Roccaraso, 1996; nel presente articolo si cita dalla stampa anastatica del 2003, p. 7.

Tratto da

Patria Indipendente