Archivi categoria: La Resistenza in Italia

L’Ospedale di Careggi

Unisco un mio personale ricordo dei momenti che non ho mai scordato nella vita

Clinica Cardiologica

““Il 4 o 5 agosto 1944 i tedeschi fecero sfollare e racchiudere dentro l’ospedale di Careggi tutti gli abitanti della zona. Con barroccini portammo materasse o altro e ci adattammo nelle corsie nei padiglioni di Careggi, laddove le cliniche erano vuote.””

““In quell’area avevano trovato rifugio anche dei partigiani che stavano chiusi nella clinica che noi si chiamava “Il Lazzeretto”. Grande fu l’aiuto che il personale, dottori ed infermieri dettero a tutti ricoverando perfino nel reparto tubercolotici dei partigiani, della Brigata Fanciullacci, per coprirli usavano uno stratagemma.””

““I partigiani e gli altri uomini validi mettevano in bocca della polvere d’uovo e tossendo sputavano delle patacche gialle, in questo modo i tedeschi scansavano quel reparto da come ne erano terrorizzati.””

““Per venticinque giorni abbiamo vissuto sotto l’arbitrio e la dominazione tedesca e sotto l’incubo dei cannoneggiamenti di chi non si sa.””

““In questi bombardamenti a casaccio morirono sfollati e malati, morì anche la compagna Primetta Bartolini, staffetta partigiana. Per sostenerci fummo costretti a mangiare granturco in chicchi, tralci di vite, erba dei giardini. Ma quando li trovammo facemmo grande festa agli animali da laboratorio: fra i quali i polli, i conigli e le cavie del reparto sperimentazione dell’ospedale.””

““In particolare ricordo il maiale: a detta di mio padre macellaio era di una grossezza spaventosa, fu ucciso e lo mangiammo in tanti. E in tanti il giorno dopo si affollava locali di decenza e prati vari.””

““Dopo l’insurrezione di Firenze, l’11 di agosto, e l’avvicinamento del fronte le persone che avevano trovato rifugio nell’ospedale cominciarono a scappare per la fogna. La via di fuga era un po’ scomoda: 1500 metri nelle fogne dall’interno dell’Ospedale fino a Piazza Dalmazia.””

““Fu tirata una corda e si cominciò l’esodo. Qualcuno vide e fece la spia, i tedeschi minarono le fogne per impedire la fuga dall’ospedale, ferirono e catturarono due sfollati, li curarono e poi li fucilarono alla presenza dei familiari.””

 ““Il 27 agosto i tedeschi mi presero ma mi fu possibile fuggire: grazie ad una scarica di mortaio che ferì i rastrellatori e il mio amico Mario. Lui, che era di costituzione più robusta della mia, venne ripreso da un tedesco ferito che gli montò a cavalcioni e si fece portare al comando situato in una delle ville signorili sopra Careggi. Mario tornò a casa nel luglio 1945.””

““Poi la mattina del 31 agosto arrivarono i partigiani della 3° Rosselli. Liberarono e rastrellarono il complesso ospedaliero tra lacrime di gioia, saluti, urla: come erano belli!””

““Oddio, il primo che vidi non era certo un bel “Ribelle della Montagna”, piccolo e secco, scuro al di fuori dei canoni dell’immaginazione popolare. Seppi dopo che era un calabrese che aveva fatto tutta la trafila in montagna dall’8 settembre in poi e che aveva posato l’occhio su una bella “Luger” che avevo alla cintola dei pantaloni.””

““Arrivarono anche dei compagni conosciuti e mi senti meglio, il calabrese mi guardò con l’occhio meno cupido e tutto fu risolto.””

““La vita riprese e si ritornò nelle case, si facevano grandi progetti.””

““Intanto i tedeschi avevano fatto saltare delle abitazioni, in particolare il casamento in angolo tra Via delle Panche e Via Michelazzi, e nascosto sotto le macerie delle mine. Erano dappertutto: nei campi, dietro le porte, sotto i letti, sugli alberi. Le “mine” divennero il terrore delle genti.””

““Tante furono individuate e segnalate secondo le istruzioni ricevute dal Gen. Alexander, segnalate con un cartello “MINEN” e ci prendemmo le prime critiche per la strana dizione italiana.””

““Il 1° settembre di sera ci fu uno scontro con una pattuglia di guastatori tedeschi, uno fu preso prigioniero. Ma non fu possibile consegnarlo agli alleati perché fece un tentativo di fuga.(dissero quelli che furono lasciati a guardia””)

““Fu stabilito di organizzare per il 3 settembre una festa per i partigiani e ci demmo da fare. Con Nino andammo a caccia di bevande. In una casa vinicola trovammo una vasca di marsala, ma trovammo anche una diecina di soldati inglesi che bevevano usando il tipico elmetto a scodella, dopo un poco erano sufficientemente ubriachi per farsi portar via un revolver a tamburo che avrebbe fatto invidia ad un cowboy, e una piccola damigiana di marsala.””

““Ritornammo verso la casa del popolo, si doveva passare sulle macerie, all’andata un anziano era scivolato, la mina non era scoppiata e gli “esperti” che ci sono sempre in ogni momento dissero che erano finte. Ma Nino mi disse “dammi la damigiana la porto io, tu vai avanti”. io ubbidii. Avevo appena passato le macerie quando fui investito da uno spostamento d’aria e sassi che mi scaraventò a 5 metri più in là.””

““Mi alzai stordito e dolorante, mi girai e Nino non c’era più; era stato squartato e buttato a venti-venticinque metri sulle macerie, il busto senza gambe, la testa mezza staccata: come un automa cominciai a raccogliere i pezzi, piangevo e tremavo, la gente guardava come sbigottita.””

““Poi vennero i Fratelli della Misericordia di Rifredi e mi portarono via, mi dissero dopo che avevo raccolto quasi tutto quanto era possibile.””

““La madre di Nino non resse al dolore del secondo figlio morto in guerra e morì poco dopo.””

““A Primetta Bartolini venne dedicata una cellula femminile della Sezione delle Panche del PCI, a Vinicio Bagalini (Nino) una cellula maschile

 

 

L’autore è testimone diretto di quell’esperienza e della vita della zona di Firenze vicina all’Ospedale di Careggi di quegli anni.

Tratto da   http://resistenzatoscana.it/

 

 

 

 

Pietro Calamandrei 25 Aprile 1045

(25 Aprile 1945 – Pietro Calamandrei)

 

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

 

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità

 

non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA.

I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi

I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi
La storia di Walter Lusuardi:
si fece fucilare al posto del fratello

Il 16 agosto si celebra l’anniversario della strage di sedici persone, per rappresaglia all’uccisione del console della milizia della Repubblica di Salò, Filiberto Nannini. Egli si era trasferito da Parma a Migliarina, frazione di Carpi e si era stabilito nella villa Segrè, abbandonata dai proprietari di religione ebraica. Dalla zona di Parma, dove il console aveva operato, erano arrivati numerosi rapporti sulle spietate azioni repressive di cui egli era stato responsabile, tra cui molte fucilazioni di partigiani e renitenti alla leva. La mattina del 15 agosto il console era partito in bicicletta per Carpi, come faceva di solito, ma a metà strada venne ucciso forse da un commando dei Gap. Già nel pomeriggio e la mattina seguente, gruppi di fascisti della brigata nera di Carpi e dei paesi vicini avevano rastrellato le frazioni di Migliarina, Rio Saliceto, Fossoli e Carpi per catturare partigiani e antifascisti, già noti ai repubblichini, perché segnalati da fascisti locali. Prudentemente molti di questi partigiani di Migliarina e Budrione quella notte dormirono fuori casa, come Walter Lusuardi, Enzo Neri, Aldo Corsari, Aldebrando Manfredini, Malavasi, Ganassi, Savani e altri giovani che avevano disertato. A Migliarina i fascisti tuttavia riuscirono a catturare una trentina di persone e a raggrupparle sotto la tettoia dell’osteria. Tra i fermati vi erano tutti gli uomini della famiglia di Walter Lusuardi: il padre Primo, il fratello Edmondo, che aveva sei figli, e il nipote Dino, di 15 anni. Il padre ed il nipote vennero lasciati liberi, mentre Edmondo fu fatto salire con altri sul camion, con la minaccia che, se non si fosse presentato suo fratello, avrebbero ucciso lui. Walter, che era nascosto in un rifugio partigiano nella valle di Migliarina, venne informato dell’arresto del fratello e sapendo che volevano proprio lui, non esitò: prese una bicicletta e raggiunse quel maledetto camion; fu portato a Carpi e imprigionato assieme al fratello ed agli altri arrestati. In quei pochi chilometri di strada che separano il rifugio partigiano dall’osteria dove erano i fascisti, Walter venne fermato diverse volte dagli amici e invitato a tornare indietro, ma la risposta fu sempre la stessa: «Non posso, mio fratello ha sei figli da crescere. Loro vogliono me». Nel pomeriggio i familiari degli arrestati, saputo che essi erano stati portati in una villa di fronte alla Caserma dei Carabinieri di Carpi, in viale XXVIII Ottobre (ora viale Odoardo Focherini), vi si recarono per avere notizie dei loro cari, ma poterono sentire solo i lamenti e le urla di dolore. Solo dopo si conobbe a quali torture fossero stati sottoposti: avevano loro strappate le unghie dei piedi e delle mani ed a Walter, in più, avevano fratturato un braccio. Verso sera, i sedici ostaggi, allineati in due file e quasi incapaci di reggersi in piedi per le torture subite, furono condotti in piazza dai componenti di una brigata nera non carpigiana. Furono fatti sdraiare a pancia a terra e uccisi a raffiche di mitra e un colpo alla testa. Dentro, carcerato, era rimasto solo Edmondo; nello stesso istante in cui riecheggiarono gli spari, si aprì la porta della cella e gli si avvicinò il capo della brigata nera di Carpi, che gli accese una sigaretta. Mettendogliela in bocca, gli disse: «Loro ti volevano uccidere, ma io ho mantenuto la promessa, anche perché hai sei figli. Puoi andare sei libero». Uscito, Edmondo si incamminò a piedi verso casa: il suo pensiero era tormentato dal mucchio di cadaveri che aveva visto da lontano, al centro della piazza, tra cui sapeva che doveva esserci quello del fratello Walter, che aveva dato la vita per lui. Nella sua mente dominava il pensiero di quando sarebbe giunto a casa. Il suo passo era lento. C’era il coprifuoco, ma voleva ugualmente arrivare; abbandonò la strada e attraversò i campi, avviandosi verso casa, verso quel disperato annuncio che doveva dare, assieme a un doloroso, ma caldo abbraccio, ai vecchi genitori.

***
Walter Lusuardi aveva 30 anni, lavorava come bracciante, a giornata. In quei giorni lavorava alla TODT assieme al fratello Edmondo: scavavano fossati anticarro per i tedeschi. Il loro padre, Primo Lusuardi, oltre ad essere stato presidente della Lega braccianti di Migliarina Budrione nei primi anni del Novecento era stato uno dei pochi che sapeva leggere e scrivere. Scriveva sul giornale socialista “Luce”, dove teneva una rubrica che si intitolava “Dalla vanga alla penna”: in essa invitava gli operai, gli uomini, ma specialmente le donne, a frequentare le scuole serali: gli uomini per avere il diritto di voto, perché a quei tempi votava solo chi “sapeva di lettera” e le donne perché avrebbero avuto almeno la soddisfazione di scrivere personalmente le lettere ai mariti, o ai fidanzati lontani, in guerra. Leggeva anche all’osteria ad alta voce, per i suoi amici, i giornali l’Avanti e Luce. Walter, cresciuto in questa famiglia socialista, e quindi antifascista, rientrato dal servizio militare in aeronautica, prima da Palermo, poi da Ferrara, trovò una situazione economica che non era affatto cambiata, anzi era peggiorata: la miseria era tanta, le giornate di lavoro poche e quindi anche i soldi erano pochi; per questo accettò l’ingaggio per andare in Germania a lavorare, per due anni, nei lavori stagionali, di raccolta delle patate. A quei tempi, per i giovani, l’unico divertimento era il ballo e a Migliarina, vi era una grande sala, chiamata “Salone Moderno” in cui, oltre alle serate danzanti, si poteva assistere a serate teatrali. Un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, tra cui Walter, avevano formato una compagnia teatrale ed avevano allestito diverse commedie, come “Il Fornaretto di Venezia”; si esibivano anche cantando romanze delle opere più famose. Walter aveva una bella voce: molte volte, specialmente nelle serate all’osteria, dopo un bicchier di vino, veniva sollecitato a cantare. Le canzoni erano quelle che cantava Beniamino Gigli: “Non ti scordar di me”, “Mamma”, ma non mancavano l’inno socialista “L’Internazionale” o “Bandiera rossa”, ma queste ultime le cantava a bassa voce, mentre intorno si creava un vuoto. Molti dei presenti se ne andavano per paura di essere giudicati socialisti sovversivi; infatti in quel clima, a metà degli Anni Trenta, anche queste cantate erano un affronto per quei fascisti locali che, purtroppo, se ne ricordarono. Solo per questo l’hanno torturato senza pietà, strappandogli le unghie di mani e piedi, rompendogli un braccio davanti al fratello e l’hanno portato in piazza uccidendolo assieme a quindici innocenti. Pochi giorni dopo la liberazione, il Parroco dell’Ospedale di Carpi, che aveva dato la benedizione e ascoltato le ultime volontà dei sedici fucilati, invitò i familiari di Walter ad andare in curia di Carpi per ritirare i documenti del loro caro. Nel portafoglio c’era la foto della fidanzata Ebe Gualdi e un biglietto con scritto l’ultimo pensiero: Un abbraccio a mamma e papà e tutti, un forte abbraccio e baci a Ebe. “Vando”.

Le stragi nascoste – Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati

Le stragi nascoste
Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati
(4) Vicenza

La particolare tipologia delle stragi che tra la fine dell’aprile e l’i­nizio del maggio 1945 si accompagnarono all’estrema ritirata dei te­deschi e dei fascisti dalle vallate dell’Italia settentrionale è esemplifi­cata da quanto avvenne a Lonigo (Vicenza) il 26 aprile. Una colonna di carristi tedeschi (Btg. Fallschirmjàger Rgt. 10) catturò cinque per­sone di età compresa tra i 16 e i 25 anni, armate di fucile modello 1891; si trattava di giovani improvvisatisi guerriglieri sull’onda dell’entusiasmo per l’imminente liberazione dell’Italia. Diffusasi la no­tizia della cattura, l’arciprete del luogo e un comandante partigiano si recarono dal maggiore Alfred Grundmann, cui richiesero di ri­sparmiare le vite dei prigionieri, ottenendone ampie rassicurazioni: li si considerava quali ostaggi, trattenuti a garanzia della tranquillità della ritirata. Le cose andarono in modo diverso: «Nonostante il maggiore Grundmann avesse data a mons. Caldana la sua parola di ufficiale che, in ogni caso, non avrebbe fatto fucilare i cinque, questi venivano il giorno successivo trovati uccisi in un fossato di via Ma­rona». Nel dicembre 1945 i carabinieri di Lonigo denunziarono al comando militare alleato e alla questura di Vicenza il maggiore Grundmann, del quale si forni Fidentikit: «statura m 1,78 circa, cor­poratura robusta, colorito roseo pallido, capelli biondi ondulati, età anni 36-38». Nei mesi successivi il maresciallo dei carabinieri rac­colse le dichiarazioni di alcuni testimoni. Ecco la deposizione del partigiano che aveva parlamentato con Grundmann:
Mi disse che i giovani non li lasciava liberi ma li avrebbe trattenuti in ostaggio e nel contempo mi incaricò di far conoscere alla popolazione ch’e­gli avrebbe ordinato rappresaglia contro la cittadinanza qualora questa avesse arrecato dei danni ai soldati tedeschi. Continuò con l’affermare che avrebbe provveduto ad inviare i giovani a Montebello Vicentino, ove aveva sede altro comando germanico, ma assicurò nuovamente che gli stessi non avrebbero subito alcun danno fisico.
Verso le ore 20 dello stesso giorno [26 aprile 1945] i cinque fermati, scor­tati da due soldati tedeschi, partirono a piedi per Montebello Vicentino. Provvidi ad informare il comando della divisione partigiana ed il giorno successivo mi fu fatto sapere che i giovani non risultavano essere giunti a Montebello.
L’indomani fui avvertito che in Via Marona, in un fossato laterale alla strada, si trovava il corpo di cinque giovani fucilati. Erano i cinque partiti da Lonigo, sul conto dei quali era stata data la assicurazione sulla loro incolu­mità. Essi sono: Burattini Pietro, Fasolin Dino, Zigiotto Alberto, Zigiotto An­gelo e certo Mussopapa, siciliano. Presentavano scariche di mitra alla testa ed al petto.
La stessa mattina del rinvenimento dei giovani, il maggiore Grundmann si era allontanato da Lonigo.
La parte conclusiva della verbalizzazione della donna austriaca utilizzata dai tedeschi quale interprete nelle trattative con le autorità locali evidenzia quali fossero le reali intenzioni dell’ufficiale germa­nico, dietro la parvenza rassicurante e le dichiarazioni bonarie:
Prima di allontanarmi ebbi ancora modo di parlare col maggiore Grund­mann, al quale rinnovai preghiera di lasciar liberi i giovani, poiché ritenevo che essi si trovavano chiusi in qualche luogo quali prigionieri. Ottenni sempre dal maggiore le stesse affermazioni ed assicurazioni.
Il Grundmann in compagnia del tenente si allontanò dall’albergo uno o due giorni dopo, di buon mattino. Prima di partire il tenente si rivolse ai 1, suoi due soldati e disse: «Meglio sarà fucilare anche la donna austriaca». Io intesi la proposta, feci una svolta fra i corridoi e mi nascosi in un’abitazione vicina, sino a che i militari non si allontanarono definitivamente.
Non conosco il nome del tenente, né quello dei soldati. Il maggiore Grundmann, a quanto appresi da un soldato, è nativo di un paese della Prussia occidentale o nei pressi di Berlino. Egli parlava bene, con accento berlinese che io conosco bene.
Nel maggio 1946 il maresciallo dei carabinieri di Lonigo concluse le sue indagini, rammaricato che non gli fossero «pervenute richieste di alcun genere, relative all’episodio in questione, da parte di au­torità alleate». Era questa una delle situazioni ricorrenti di impulso iniziale all’individuazione dei responsabili che, forte a livello locale, non trovava riscontri ai livelli superiori. L’Ufficio procedimenti con­tro i criminali di guerra tedeschi stabilì peraltro che «la responsabilità dell’imputato appariva evidente, dato che nella sua qualità di
comandante di battaglione poteva egli soltanto decidere sulla sorte dei 5 partigiani fatti prigionieri, della cui incolumità personale si era, anzi, in un primo tempo fatto garante, come da assicurazione data alle varie personalità che si erano recate da lui per ottenere addirittura il rilascio dei catturati». Si valutò dunque che «dalle prove acquisite agli atti risultano sufficienti elementi di responsabilità a carico dell’imputato, motivi per cui l’istruttoria può ritenersi ultima­ta». Il fascicolo contro il maggiore Grundmann rimase celato per
mezzo secolo nell’inaccessibile sede della Procura generale militare. Riaperte le indagini, nel 1997 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Padova, ritenuto «che la fucilazione di 5 uomini catturati con armi e in atteggiamento ostile alle FFAA germaniche non appare essere atto contrario ai principi di diritto bellico» archiviò il procedimento.
Tratto da
Le stragi nascoste
Di Mimmo Franzinelli
Editore Le Scie Mondadori 2002

Chiara Ferrari . Lassù sulle colline del Piemonte

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

Lassù sulle colline del Piemonte è la trasformazione della canzonetta Laggiù nel paradiso delle Haway da parte di alcuni studenti partigiani milanesi che ne riprendono la melodia. Esiste anche una versione dei partigiani dell’Appennino Emiliano: Lassù sulle colline di Bologna

Per ascoltare

La canzone

https://youtu.be/A20Di2dBG4Q

Lassù sulle colline del Piemonte

ci stanno i partigiani a guerreggiar

guardando la pianura all’orizzonte

aspettano il momento di calar,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella abbraccerai,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella bacerai.

Lassù in un lontano casolare

la mamma con le mani giunte sta

pregando per il figlio che combatte

per dare all’Italia libertà

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella bacerai,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella abbraccerai.

Chiara Ferrari – La su quei monti

Patria Indipendente
Cantavano i partigiani
Chiara Ferrari
Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,
dei loro testi e dei luoghi dove sono nate
Là su quei monti, scritto sull’aria di Là su quei monti c’è un’osteria o Vinassa vinassa, è il canto delle Brigate Giustizia e Libertà attive nella pianura cuneese
Per ascoltare
La Canzone
https://youtu.be/Fa3JFbnx0nU
Là su quei monti fuma la grangia,
dove s’arrangia, dove s’arrangia…
là su quei monti fuma la grangia
dove s’arrangia il partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano
guarda lontano, guarda lontano,
con la certezza che porterà
giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti stanno sparando,
là c’è il comando, là c’è il comando…
là su quei monti stanno sparando,
là c’è il comando dei partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine, crescon vicine…
là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine ai partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti, sotto quei fiori,
stanno i migliori, stanno i migliori…
là su quei monti, sotto quei fiori
/stanno i migliori dei partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Antonio Ceseri – Salvo tra 130 fucilati

"Salvo tra 130 fucilati
ora vivo per raccontare"
Antonio Ceseri sfuggì alla strage di Treuenbrietzen sepolto dai cadaveri. Ci hanno coperto di terra e credevo che sarei morto soffocato Ho contribuito a identificare tutti, ogni tomba ha un nome
di SIMONA POLI
da Repubblica

"Salvo tra 130 fucilati ora vivo per raccontare"
Era un giovanissimo soldato fiorentino Antonio Ceseri. L´8 settembre del 1943 la notizia dell´armistizio lo sorprese mentre prestava servizio nella Marina all´Arsenale di Venezia. I tedeschi lo arrestarono e lo spedirono in un campo di lavoro in Germania, vicino ad Hannover. Il 23 aprile del ‘45 le Ss ormai incalzate dai soldati sovietici decisero di uccidere i prigionieri, dopo averli trascinati in una cava di sabbia a Treuenbrietzen. Centotrenta uomini. Per ammazzarli tutti, anche coi mitra, ci vollero tre quarti d´ora. Ceseri è uno dei tre sopravvissuti. Per lui questo è il primo viaggio ad Auschwitz sul Treno della memoria. «Lo faccio per i ragazzi», spiega, «perché non dimentichino».

Ha mai visto il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau?
«Solo una volta, quarant´anni fa. Ma quando mi ha telefonato la direttrice del Museo della deportazione di Prato per propormi di accompagnare le scuole toscane ho accettato subito. Anch´io posso portare la mia testimonianza, sono un sopravvissuto».

Come ha fatto a salvarsi dal massacro di Treuenbrietzen?
«I tedeschi ci avevano messo in fila per tre e ci hanno incanalati in una sorta di fossato, noi in basso e loro in alto. Poi hanno iniziato a sparare, io sono cascato a terra al centro della fila e i corpi dei miei compagni uccisi mi hanno coperto. Sentivo tutte le pallottole che rimbalzavano sugli altri, non finiva mai, per mesi ogni notte ho continuato a saltare nel letto come se avessi le convulsioni. Dopo, credendoci tutti morti, ci hanno coperto di terra e io ho pensato che sarei morto soffocato. Invece si mise a piovere, solo per questo sono ancora vivo».

Quanti anni aveva quando fu catturato?
«Nemmeno 19. Dopo l´arresto i tedeschi ci chiesero se volevamo aderire alla Repubblica di Salò, in quel caso ci avrebbero rimandato in Italia. Ma io non ci pensavo nemmeno a tornare a combattere per Mussolini, la mia era una famiglia di antifascisti».

E così finì nel campo di lavoro.
«Passai una selezione, come tutti gli altri dissi che facevo il contadino ma non ci credette nessuno perché non avevo calli sulle mani. Così mi portarono a Treuenbrietzen a lavorare in una fabbrica di munizioni per armi leggere. Si mangiava solo una volta al giorno una scodella di sbobba fatta di erba, cavolo e acqua, la domenica ci davano tre patate, ho visto un compagno morire di fame».

Nella fabbrica lavoravano anche civili?
«Donne tedesche, sì, con cui era proibito parlare. Ma qualcosa da mangiare ce la passavano sotto banco, una mela, un pezzo di pane, un po´ di cioccolata».

Avevate anche voi la divisa?
«Avevamo gli zoccoli, le scarpe ce le portavano via subito. A me fregarono anche i vestiti della Marina, la camicia non l´ho cambiata per un anno, le pulci ci mangiavano vivi, di notte era un tormento».

Sapevate delle camere a gas?
«Non sapevamo nulla di nulla, neppure di come stesse andando la guerra. Una donna ci disse in gran segreto dello sbarco in Normandia ma non sapevamo se fosse vero. Dei campi di sterminio sono venuto a conoscenza solo una volta tornato in Italia».

Vi picchiavano?
«Tantissimo e senza motivo, quando ci alzavamo la mattina ci battevano col calcio del mitra. Ogni quindici giorni i tedeschi facevano un´ispezione della baracca e ci costringevano a stare in mutande. Il 6 gennaio del ‘44 c´era la neve e ci mettevano fuori in mutande dalle 6 fino a mezzogiorno. Scappare era impossibile, filo spinato dappertutto, 20 Ss a guardia giorno e notte, cattivissime».

Cosa c´è oggi nella cava di sale di Treuenbrietzen?
«Un cippo, ci vado ogni anno a commemorare la strage. Ho contribuito a riesumare e identificare tutti i miei amici, ogni soldato ha una tomba col suo nome nel cimitero dei soldati italiani a Berlino». Piange.

Pietro Gori – primo,maggio

Inno del primo maggio

Pietro Gori

Vieni o Maggio t’aspettan le genti

ti salutano i liberi cuori

dolce Pasqua dei lavoratori

vieni e splendi alla gloria del sol

Squilli un inno di alate speranze

al gran verde che il frutto matura

a la vasta ideal fioritura

in cui freme il lucente avvenir

Disertate o falangi di schiavi

dai cantieri da l’arse officine

via dai campi su da le marine

tregua tregua all’eterno sudor!

Innalziamo le mani incallite

e sian fascio di forze fecondo

noi vogliamo redimere il mondo

dai tiranni de l’ozio e de l’or

Giovinezze dolori ideali

primavere dal fascino arcano

verde maggio del genere umano

date ai petti il coraggio e la fè

Date fiori ai ribelli caduti

collo sguardo rivolto all’aurora

al gagliardo che lotta e lavora

al veggente poeta che muor!

Ricordi personali di Toscano

Ospedale di Careggi 4 Agosto 1944

Mi si permetta di ricordare

Un pezzo importante della mia vita

All’inizio di agosto la linea del fronte passa attraverso Firenze, i partigiani scendono dalle montagne e convergono sulla città, alleati e tedeschi si fronteggiano in riva all’Arno. La popolazione si prepara alla battaglia di Firenze.

L’autore è testimone diretto di quell’esperienza e della vita della zona di Firenze vicina all’Ospedale di Careggi di quegli anni.

"“Il 4 o 5 agosto 1944 i tedeschi fecero sfollare e racchiudere dentro l’ospedale di Careggi tutti gli abitanti della zona. Con barroccini portammo materasse o altro e ci adattammo nelle corsie nei padiglioni di Careggi, laddove le cliniche erano vuote.”"

"“In quell’area avevano trovato rifugio anche dei partigiani che stavano chiusi nella clinica che noi si chiamava "Il Lazzeretto". Grande fu l’aiuto che il personale, dottori ed infermieri dettero a tutti ricoverando perfino nel reparto tubercolotici dei partigiani, credo della Brigata Fanciullacci, per coprirli usavano uno stratagemma.”"

"“I partigiani e gli altri uomini validi mettevano in bocca della polvere d’uovo e tossendo sputavano delle patacche gialle, in questo modo i tedeschi scansavano quel reparto da come ne erano terrorizzati.”"

"“Per venticinque giorni abbiamo vissuto sotto l’arbitrio e la dominazione tedesca e sotto l’incubo dei cannoneggiamenti di chi non si sa.”"

"“In questi bombardamenti a casaccio morirono sfollati e malati, morì anche la compagna Primetta Bartolini, staffetta partigiana. Per sostenerci fummo costretti a mangiare granturco in chicchi, tralci di vite, erba dei giardini. Ma quando li trovammo facemmo grande festa agli animali da laboratorio: fra i quali i polli, i conigli e le cavie del reparto sperimentazione dell’ospedale.”"

"“In particolare ricordo il maiale: a detta di mio padre macellaio era di una grossezza spaventosa, fu ucciso e lo mangiammo in tanti. E in tanti il giorno dopo si affollavano nei locali di decenza e prati vari.”"

"“Dopo l’insurrezione di Firenze, l’11 di agosto, e l’avvicinamento del fronte le persone che avevano trovato rifugio nell’ospedale cominciarono a scappare per la fogna. La via di fuga era un po’ scomoda: 1500 metri nelle fogne dall’interno dell’Ospedale fino a Piazza Dalmazia.”"

"“Fu tirata una corda e si cominciò l’esodo. Qualcuno vide e fece la spia, i tedeschi minarono le fogne per impedire la fuga dall’ospedale, ferirono e catturarono due sfollati, li curarono e poi li fucilarono alla presenza dei familiari.”"

"“Il 27 agosto i tedeschi mi presero ma mi fu possibile fuggire: grazie ad una carica di mortaio che ferì i rastrellatori e il mio amico Mario. Lui, che era di costituzione più robusta della mia, venne ripreso da un tedesco ferito che gli montò a cavalcioni e si fece portare al comando situato in una delle ville signorili sopra Careggi. Mario tornò a casa nel luglio 1945.”"

"“Poi la mattina del 31 agosto arrivarono i partigiani della 3° Rosselli. Liberarono e rastrellarono il complesso ospedaliero tra lacrime di gioia, saluti, urla: come erano belli!”"

"“Oddio, il primo che vidi non era certo un bel "Ribelle della Montagna", piccolo e secco, scuro al di fuori dei canoni dell’immaginazione popolare. Seppi dopo che era un calabrese che aveva fatto tutta la trafila in montagna dall’8 settembre in poi e che aveva posato l’occhio su una bella "Luger" che avevo alla cintola dei pantaloni.”"

"“Arrivarono anche dei compagni conosciuti e mi senti meglio, il calabrese mi guardò con l’occhio meno cupido e tutto fu risolto.”"

"“La vita riprese e si ritornò nelle case, si facevano grandi progetti.”"

"“Intanto i tedeschi avevano fatto saltare delle abitazioni, in particolare il casamento in angolo tra Via delle Panche e Via Michelazzi, e nascosto sotto le macerie delle mine. Erano dappertutto: nei campi, dietro le porte, sotto i letti, sugli alberi. Le "mine" divennero il terrore delle genti.”"

"“Tante furono individuate e segnalate secondo le istruzioni ricevute dal Gen. Alexander, segnalate con un cartello "MINEN" e ci prendemmo le prime critiche per la strana dizione italiana.”"

"“Il 1° settembre di sera ci fu uno scontro con una pattuglia di guastatori tedeschi, uno fu preso prigioniero. Ma non fu possibile consegnarlo agli alleati perché fece un tentativo di fuga.”"

"“Fu stabilito di organizzare per il 3 settembre una festa per i partigiani e ci demmo da fare. Con Nino andammo a caccia di bevande. In una casa vinicola trovammo una vasca di marsala, ma trovammo anche una diecina di soldati inglesi che bevevano usando il tipico elmetto a scodella, dopo un poco erano sufficientemente ubriachi per farsi portar via un revolver a tamburo che avrebbe fatto invidia ad un cowboy, e una piccola damigiana di marsala.”"

"“Ritornammo verso la casa del popolo, si doveva passare sulle macerie, all’andata un anziano era scivolato, la mina non era scoppiata e gli "esperti" che ci sono sempre in ogni momento dissero che erano finte. Ma Nino mi disse "dammi la damigiana la porto io, tu vai avanti". io ubbidii. Avevo appena passato le macerie quando fui investito da uno spostamento d’aria e sassi che mi scaraventò a 5 metri più in là.”"

"“Mi alzai stordito e dolorante, mi girai e Nino non c’era più; era stato squartato e buttato a venti-venticinque metri sulle macerie, il busto senza gambe, la testa mezza staccata: come un automa cominciai a raccogliere i pezzi, piangevo e tremavo, la gente guardava come sbigottita.”"

"“Poi vennero i Fratelli della Misericordia di Rifredi e mi portarono via, mi dissero dopo che avevo raccolto quasi tutto quanto era possibile.”"

"“La madre di Nino non resse al dolore del secondo figlio morto in guerra e morì poco dopo.”"

"“A Primetta Bartolini venne dedicata una cellula femminile della Sezione delle Panche del PCI, a Vinicio Bagaglini (Nino) una cellula maschile.”"

Nota

L’autore desidera dedicare queste sue memorie ai tre caduti partigiani della zona di Firenze detta "Le Panche": Primetta Bartolini, Vinicio Bagaglini e Carlo Carmonini, quest’ultimo caduto a Montorsoli e segnalato sulla lapide come Carlo Cremonini.

Pancino

 

Inizieremo con questo racconto “Pancino”, una serie di vita vissuta , libro scritto da Orazio Barbieri, edito da Feltrinelli e controllato dai diretti interessati che sono Donne e Uomini che hanno visto la morte in faccia sia che fossero partigiani, cittadini normali, religiose, o semplici passanti che si sono trovati sulla strada dei criminali nazifascisti.

Spero sia una buona lettura che susciti dei ricordi accettabili in coloro che come me quell’epoca l’hanno vissuta e soprattutto ai giovani perchè sappiano guardare al nostro tempo con l’occhio più benevolo

Toscano

 

 

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I sopravvissuti

 

(aprile 1944)

Rigoletto Buccioni, detto Pancino, fece il falegname, il mar­mista e l’operaio in una fabbrica di birra prima di essere chia­mato alle armi, nel 1942, e di essere inviato sul fronte di Cas­sino, dove gli alleati avanzavano lentamente ma inesorabilmen­te. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 raggiunse Firenze e qui prese contatto con le forze della Resistenza. A Firenze si era costituito il C.T.L.N. e i partiti che vi aderivano operavano per dirigere alla macchia i soldati sbandati, gli operai e i contadini piú coscienti della necessità di opporsi al nazifascismo. Anche Pancino subí l’influenza decisiva di Gíulio Bruschi, un vecchio militante comunista infaticabile organizzatore di bande armate. Prima con la Carducci e poi con la Lanciotto Pancino affrontò i primi scontri, compreso l’attacco che portò all’occupa­zione di Vicchio del Mugello e di Lattaia, nel marzo del 1944. Successivamente la formazione cui egli apparteneva, dislocata sul Falterona, affrontò lunghe marce per sfuggire ai tedeschi e, at­traverso le montagne, toccò Villore, Ortacci e, infine, Castagno Campigna, dove i partigiani intendevano riorganizzarsi e rifor­nirsi di cibi prima di trasferirsi sul versante adriatico.

Fu a questo punto, ai primi di aprile, che la formazione venne accerchiata da reparti tedeschi. In quella zona transitava la di­visione corazzata Hermann Goering e da cinque giorni i soldati tedeschi avanzavano stringendo il cerchio verso la cima, a Capo d’Arno. Il fronte di Cassino era fermo e la Goering, era desti­nata a un breve periodo di riposo a Bologna, ma il comando tedesco aveva deciso di impiegare alcuni reparti per rastrellare il Falterona.

 

Il 10 aprile il cerchio si strinse. Il comando partigia­no composto da Brunetto, Fibbi e Ceccuti, decise un’ audace sortita per rompere il cerchio, fra l’alta Sieve e il Mugello.

I tedeschi avevano battuto la zona anche con l’artiglieria ed ora si facevano sotto con molti uomini dotati di armi automatiche. La zona era propizia alla guerriglia il terreno molto mosso, la vegetazione varia, con castagni, abetine e arbusti; la popolazione era amica, ma non si poteva attendere passivamente. I coman­danti partigiani avevano dato precise disposizioni agli uomini. Il piano per la sortita era stato deciso rapida­mente, ma minuziosamente. Erano uomini pratici, co­raggiosi, ma non temerari. Una pacata saggezza guida­va sempre le loro azioni.

La guerra è la guerra, ma gli uomini sono uomini. Bisognava colpire i tedeschi, infliggere loro grosse per­dite per accelerare la loro sconfitta, ma nessuno dimenticava mai che non si potevano mandare uomini delle formazioni partigiane allo sbaraglio, o rischiare un ac­cerchiamento per resistere fino alla fine. Né si potevano ignorare le conseguenze che ogni loro azione avrebbe comportato per la popolazione.

Sei squadre di 12 uomini ciascuna partirono all’attacco per rompere l’accerchiamento. Tre di queste squa­dre dovevano costituire la punta avanzata sul falsopiano, Avanzarono per alcune centinaia di metri con fucili c mitragliatori, il punto stabilito, un punto chiave per il passaggio delle forze e per dominare le posizioni avversarie. Immediatamente i tedeschi sfer­rarono una violenta offensiva. Una rapida e violenta battaglia si scatenò. Tutti i punti erano battuti dalle armi automatiche tedesche. Le piante erano falciate e tutto il terreno sconvolto. Le 3 squadre di punta fu­rono rapidamente disperse. Malgrado il coraggio dei ra­gazzi la posizione fu perduta.

Altre 3 squadre di rincalzo intervennero, ma le for­ze tedesche erano di gran lunga superiori per arma­mento e addestramento. Il Ceccuti comprese subito che 1a situazione era insostenibile a causa del volume di fuo­co dei tedeschi. Ordinò alle varie squadre di rompere l’accerchiamento in ordine sparso affinché gli uomini potessero salvarsi, con l’intesa di ritrovarsi sul monte Giovi. La capacità d’improvvisazione, lo spirito di adat­tamento, l’assenza di schemi fissi e di ordini di resisistere ad ogni costo erano tipiche caratteristiche delle formazioni partigiane.

Pancino cra alla testa di una squadra composta soltanto di 12 uomini, benché tre fossero morti al Pian delli Alari. Li avevano sostituiti tre contadini scampati all’attacco compiuto dai tedeschi al paesino di Castagno al quale avevano appiccato il fuoco. Per questo si erano aggregati ai partigiani. tre contadini, forse an­siosi di vedere cosa era accaduto al loro paese, sostennero l’opportunità di passare, nella fuga, da Castagno. 1 tre uomini, seguiti da altri due partigiani presero la strada per Castagno staccandosi rapidamente dal gruppo. Gli altri uomini appartenenti alla squadra proseguirono attraverso l’abetina costantemente falciata dalla artiglieria e dalle mitragliatrici tedesche in modo tale da raderla per snidare i partigiani eventualmente appostati.

In un momento di pausa del fuoco i sette uomini an­nidati nell’abetina tentarono la sortita saltando su una radura, verso una gola riparata da un folto faggeto. I partigiani, armati di due mitra, due sten e un breda sálirono svelti come caprioli, ma i tedeschi, circa settanta in quel punto, non si lasciarono sorprendere e iniziarono una sparatoria rabbiosa per finire i partigiani.

Ciò malgrado, nessuno dei sette fu colpito. I partigia­ni si raccolsero subito e risposero prontamente al fuoco per quindici minuti circa tennero testa all’attacco, ma le forze tedesche erano preponderanti e decise a sterminare il piccolo nucleo partigiano. Un tedesco si trovava su una piccola altura e di lassú gettava bombe a mano sulla posizione partigiana, la quale ormai non aveva più spazio per muoversi: i partigiani furono costretti ad arrendersi. Nello spazio di pochi minuti essi vissero tutta la drammaticità di quell’atto. L’odio profondo contro í nazisti, la decisione di continuare la lotta, la fierezza partigiana, la fedeltà ai compagni caduti, l’orgoglio della Lanciotto sembravano ora estinguersi nell’umiliazione della resa e nell’abbandono delle armi. In un attimo due tedeschi si staccarono dal grosso gruppo per catturare le armi e i partigiani stessi. Era un mo­mento bruciante e i partigiani non sapevano nascondere il loro dispetto.

Non erano soldati di un esercito che si arrendevano a soldati di un altro esercito. La causa dell’esercito parti­giano era una causa che riguardava anche personalmen­te ogni uomo, ogni contadino e operaio, pensava Pan­cino. Era dunque come se si arrendessero ad un nemico personale. Era il 13 aprile; i partigiani non sapevano l’ora, ma il sole cominciava a calare e sembrava signi­ficare il tramonto di un’impresa, di un bel sogno du­rante il quale gli uomini erano stati protagonisti di una grande e nobile avventura. C’era tutt’intorno una visi­bilità chiara, un cielo terso, e sulle falde dei monti e sugli abeti si scorgevano ancora strati bianchi di neve.

I partigiani, mani in alto, furono disposti in fila in­diana, fiancheggiati da due tedeschi armati di maschinen­pistole. Il grosso seguiva in fondo. I tedeschi erano gla­ciali, impenetrabili, attenti, come ad un lavoro preciso e consueto. Ai partigiani fu imposto di camminare. In ognuno di essi una folla di pensieri e di previsioni si addensava nell’animo. Pancino era il piú tranquillo, for­se il meno cosciente. Il suo impeto, il suo ottimismo non lc, avevano abbandonato neanche in quelle circostanze.

Dopo duecento metri di cammino arrivarono in una radura pianeggiante. Malgrado la giornata solatia l’aria era fresca, l’erba tenera e gli alberi di un verde tenue. Intimato l’alt, sopraggiunse il nucleo di circa 70 tedeschi. Ai partigiani fù imposto di sfilare lentamente davanti ad essi. Tale operazione serviva a controllare chi possedeva orologi ed altri oggetti di valore che ve­nivano regolarmente sottratti. Le mani dei tedeschi si protraevano scarne ed avide a carpire quelle poche co­se. In alcuni partigiani già era balenato il pensiero di andare incontro all’esecuzione. Ognuno aveva però tetenuto per se il triste pensiero con dignità e riserbo. Solo in quel momento si scambiarono alcune idee.

 

Pancino ricorda: “Uno dei fratelli Papini, il piú giovane esclamò `La mamma non si rivede.’ ‘Ma che sei bischero? Gli risposi io. Non avevo mai pensato a questa attualità e neanche in quel frangente ci pensavo. era quello il primo contatto fisico che avevo coi tedeschi, e neanche sapevo quali erano le loro gesta in Italia e nel mondo.

“Credevo di trovarmi davanti a soldati e sapevo che i prigionieri non si sopprimono. Non avevamo compiuto attentati. Le nostre erano state piccole azioni di guerra Non c’era dunque neanche il pretesto della rappresaglia, pensai. Ero convinto che semmai ci avreb­bero portati in Germania, a lavorare per la Todt,* un’ organizzazione per la quale si faceva tanta propaganda anche a Firenze.

“Ma la previsione enunciata tanto spontaneamente e pateticamente dal Papini non impressionò i partigiani. Forse essi stessi ci avevano già pensato e vi si erano preparati, o forse prevalse il desiderio di mostrare, di fronte ai tedeschi, un atteggiamento fiero e dignitoso; nelle poche parole che ci scambiammo nessun segno di paura e di debolezza. Anch’io cominciai, in quei ra­pidi momenti, a pensare a quell’eventualità, ma probabilmente mi trovavo in uno stato di prostrazione, per cui non ebbi né paura, né esplosioni di odio.

“Ormai tutto mi sembrò fatale. Eravamo soltanto noi,7 uomini,quasi ragazzi, disarmati, davanti a 70 tedeschi armati. Testimoni di questa vicenda erano gli abeti che per tanti mesi ci avevano aiutati, ora immo­bili testimoni di un’altra vicenda. Testimoni erano anche i monti, che ora ci separano dai compagni. I tedeschi ci sospinsero avanti. Volevano mettere alcuni metri fra noi e loro. Tutto era chiaro, ormai. Non fu pronunciata la sentenza, ma era implicita nei gesti e nel mutismo fin troppo eloquente. Ed era da noi scon­tata. Quando fummo alla distanza di circa 10 metri un tedesco, un tipo asciutto che sembrava di legno, im­bracciò la maschinen-pistole e cominciò a sparare sven­tagliando, cercando di colpirci tutti.

“Mi trovavo in testa alla piccola fila, dalla parte op­posta a quella del primo colpito dalla raffica. Feci in tempo a vedere uscire il fuoco dalla canna dell’arma prima di essere colpito a mia volta. Il primo partigia­no colpito era stato mirato al petto. L’arma del tede­sco, che da solo voleva finirci tutti, compi una traiet­toria, si spostò da sinistra a destra. Ma nel compiere questo spostamento l’arma si era leggermente abbassata. Cosí mentre aveva mirato al petto del primo della fila, gli uomini che successivamente colpiva erano centrati in parti sempre piú basse del corpo; alcuni furono colpiti al basso torace, altri all’intestino, alcuni nelle parti basse e nei genitali. lo lui colpito alle cosce e alle gambe.

“L’urto che mi dettero i proietilli fu violento. Mi sen­tii abbattere, falciare. Per questo caddi subito, prima di altri compagni colpiti mortalmente. Fu un attimo, ma intenso. Prima di cadere alcuni compagni si portarono le mani al petto o al ventre, barcollarono, alcuni grida­rono. Incredibile la sensazione che provai. Come un gran caldo, una grande concentrazione di pensiero, sen­za contorni netti, ma precisi nei fatti salienti. Se il pensiero potesse scattare tante foto quante sono le immagini che si susseguono si tratterebbe di centinaia in pochi secondi, tanto la mente rimane veloce e lu­cida. Dopo i colpi subiti invece subentrarono il trauma e violenti sussulti del sangue. Non era dolore, ma bru­ciore..Sembrava che aumentasse la temperatura. Forse sicuramente aumentò. Mi parve ad un tratto che si arrestasse la circolazione. Poi mi sembrò che si invertisse. Poi un gran bollore dentro. Ero caduto supino. Non so come e perchè, ma mi sentii cadere addosso i corpi di alcuni compagni. Forse perché si contorcevano. Alcuni ufficiali tedeschi si avvicinarono alla nostra catasta di corpi inanimati e sanguinanti. Scaricarono i caricatori delle pistole. Ognuno voleva degnarsi di un colpo. Ride­vano, sghignazzavano, ci schernivano, emettevano parole con duri suoni gutturali.

“Ebbi presto la sensazione di non essere colpito mortalmente. Perciò pensai di sopravvivere. Restai im­mobile. Questo atteggiamento lo tenni senza sforzo. Mi sembrava naturale essere immobile, morto. Avevo il capo appoggiato al mio braccio sinistro, ma di sotto po­tevo intravedere i tedeschi. Vedevo i piedi, che erano piú in basso del mio volto, vedevo parte degli stivali che mi sembravano immensi. Mi parevano gambe di gi­ganti o di mostri. Il mio pensiero era ai confini del de­lirio. Ciò nonostante udivo i colpi secchi delle pistole che colpivano i corpi dei miei compagni, a varia distanza di tempo. Due colpi furono sparati anche su di me. Sulla parte sinistra del torace. Sentii un forte bruciore attra­verso il corpo, poi ancora un gran bollore nel sangue. Non mi parve di aver fatto uno sforzo. Era una passività e un’immobilità naturale.

I tedeschi ebbero la convinzione di averci fatti fuori i tutti, di essersi sbarazzati dei prigionieri. Provavo strane sensazioni. Capivo e poi perdevo coscienza. Non sentivo ddolore, non soffrivo moralmente; intuivo e poi vagavo nell’irreale. Il mio pensiero, la mia coscienza non vole­vano né la morte né sopravvivere. Non volevo nulla.

Tutto intorno silenzio. I tedeschi si erano allontanati Soltanto qualche gemito mi stimolava a pensare compresi i un momento di lucidità – ora presente ora assente, come la luce — che dovevo muovermi, fare qualcosa. Ancora supino pensai, chissà perché, che i miei compagni sarebbero stati allineati cosí come erano in piedi. Invece poi vidi che erano accatastati, ma anche quando qualche momento di lucidità o di intuizione so­pravveniva non trovavo la forza di fare qualcosa. La prostrazione, la debolezza fisica dovute anche alle fatiche e ai digiuni rendevano piú difficile la ripresa. Lo sta­to di passività prevaleva. Non avevo speranze, non sen­tivo affetti. Neanche la causa partigiana mi stimolava. Un senso di fatale passività mi inchiodava lí, accanto aí corpi dei miei compagni, come se quello dovesse essere per sempre il mio posto. Ma forse l’immobilità facilitò il recupero delle forze. Ad un certo momento, istintivamente, mi mossi per uscire da quel groviglio di carne calda, da quell’intriso di sangue. Nessuna rifles­sione, nessun calcolo di mosse. Tutto fu istintivo, spon­taneo, meccanico.

“Incominciai a muovere la testa ed intorno vidi il cumulo disordinato di corpi, quasi in cerchio; alcuni su­pini, altri riversi. Uno era seduto appoggiato ad un ceppo d’albero, con gli occhi aperti. Mi alzai, lo scossi e lo invitai ad alzarsi, ma il corpo cadde traverso. Ero intriso di sangue dei miei compagni. Anche dalle mie ferite sgorgava sangue. Colava giú dal corpo alle gambe fino nelle scarpe. I piedi vi guazzavano dentro. Quan­do incominciai a camminare sentivo i piedi sciaguattare nelle scarpe alte. Forse la posizione eretta facilitava la fuoriuscita del sangue. Mi resi conto allora che tutti i mici compagni erano morti. Fui sgomento. La psicosi della morte di tutti i compagni mi prese e non mi sem­brava possibile che la sorte mia potesse essere diversa dalla loro. Sgomento e rassegnato ricaddi accanto agli altri corpi.

” Mi sentivo staccato dal mondo. Non pensavo a nessuno. Ero in attesa della morte. Incominciava ad imbrunire. Le ombre avanzavano. Distinguevo soltanto le macc­hie di neve che spiccavano fra l’oscurità. Sopravvenne il freddo a causa del calar del sole e anche per la perdita di sangue. Fui percorso da un brivido. Ma forse fu questo nuovo stato fisico del corpo a richiamarmi alla coscienza e alla riflessione. Incominciai di nuovo a pensare alla vita, a riattaccarmi alla vita e ai miei cari. Cominciai a capire che la morte non era fa­tale, inevitabile, ma poteva sopravvenire per assideramento. Mi rialzai. Le ombre incominciavano ad offu­scare il mucchio dei morti dei quali non distinguevo piú le fisionomie.

“Le forze sembravano ritornare, forse stimolate da un piú cosciente spirito di conservazione. Un forte desiderio di fuggire da quel luogo mi sospinse. Mi bar­camenai, vagai sostenendomi ora agli alberi e ora ai cespugli. Mi incamminai giú per la vallata verso il po­dere Sassoli che tre giorni prima avevamo conosciuto risalendo il monte incalzati dai tedeschi. Per quattro ore vagai percorrendo qualche chilometro, nel buio.

“Arrivato dal contadino bussai alla porta di casa. 1 contadini in quella zona erano impauriti per ciò che era avvenuto nei giorni precedenti. Difatti anche quelli che abitavano in quella casa esitarono ad aprire. Fui io stesso ad aprire spingendo la porta. Vedendomi in quel­lo stato i contadini ebbero una terribile paura. Le donne ed i bambini si ritrassero. Soltanto gli uomini mi dis­sero di entrare in casa. Era una casa modesta. L’ingres­so era in cucina. A fianco c’era il grande focolare come in tutte le case dei contadini toscani. Vinta la prima esi­tazione dovuta al brutto effetto che io dovevo fare e alla paura di essere sorpresi dai tedeschi, mi offrirono del pane e una tazza di caffè e latte. Un uomo con le mani grosse ed i polsi villosi mi affettò il pane. Io gli offrii una sigaretta che era rimasta nella tasca della giacca militare che indossavo, intrisa di sangue.

Dopo questo primo aiuto i contadini mi rifugiarono nel fienile. Non era prudente restare in casa. La gente sapeva delle rappresaglie feroci che facevano i tedeschi. trascorsi la notte in un sonno profondo, fra il fieno.

Al mattino il contadino per ritrovarmi dovette rimuovere il fieno col forcone e quando mi scorse esclamò: ‘Sei ancora vivo?’ Sembrava quasi deluso.

“Di buon’ora vollero allontanarmi anche di li. Con una treggia, poiché non mi tenevo in piedi, fui traspor­tato in una grotta della montagna, distante circa un chilometro da casa. Lí rimasi solo, con pochi alimenti, abbandonato, senza aiuto. Di lí passavano gruppi di te­deschi che tornavano da altre azioni: avevano un aspet­to truce e minaccioso. Anche senza vederli si sarebbe potuto distinguerli dal rumore dei passi degli scarponi e dai suoni gutturali, quasi metallici delle parole. Provai un senso di odio e di rivolta, una profonda mortifica­zione a restare nascosto, inerme, pensando che quegli uomini erano gli autori della strage dei miei compagni. Ma nulla potevo fare, se non cercare di salvarmi e tor­nare ancora alla lotta.

“Soltanto dopo tre giorni, data la presenza dei tede­schi, i contadini poterono inviarmi qualche aiuto. Ero all’estremo quando una contadina mi portò due fiaschi di latte. Le ferite miglioravano, cicatrizzavano e le forze mi tornarono. Dopo un giorno di splendido sole cadde una intensa pioggia, finché penetrò anche nella grotta costringendomi a lasciare quel rifugio.”

 

Pancino riprese cosí la sua peregrinazione. Purtroppo era difficile trovare altri rifugi amici. I contadini aveva­no paura delle rappresaglie. Da una catasta di legna prese due rami e ne fece due grucce per trascinarsi, giú verso il piano. Trovò un gregge di pecore e si imbrancò con esse, lasciandosi guidare dal loro cammino. Provò, un senso di pace, un piacere inebriante. Da altri contadini ebbe altri aiuti. Trascorse diversi giorni, finchè trovò i compagni della brigata Lanciotto. Tornò in formazione e riprese la lotta per la liberazione di Firenze

 

 

 

 

Note

*L’Organizzatione Todt, sorta nel 1933 con lo scopo di combattere la disoccupazione durante la guerra venne affidata la costruzione di fortificazioni militari Potè così disporre di milioni di operai in gran patte reclutati nei paesi occupati dai nazisti e fra i prigionieri di guerra. [N.d.R.]

 

 

 

 

Tratto da “I sopravvissuti”

di Orazio Barbieri

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ed Feltrinelli 1972