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“25 Aprile 1945”

“25 Aprile 1945”

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“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Dal discorso alla radio in cui Sandro Pertini proclama l’insurrezione generale a Milano. Era il 25 aprile 1945.

Gilberto Malvestuto – Brigata Maiella

“Come noi della Brigata Maiella liberammo Bologna

Gilberto Malvestuto

“La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile”

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Gilberto Malvestuto

Il 25 aprile 1945 mi colse a Castel San Pietro Terme, a circa 20 chilometri ad est di Bologna, dove dal 22 aprile la prima e la quarta Compagnia della Brigata Maiella – che avevano preso parte alla liberazione di Bologna – si erano ricongiunte al resto del gruppo. In attesa di ordini, la “Maiella” rimase concentrata nella località termale per i successivi mesi di maggio e giugno, venendo impiegata nella bonifica dei campi minati e mantenendo sempre costante la propria preparazione militare con esercitazioni a fuoco e anche ginniche. È alla liberazione di Bologna, però, che è legato maggiormente e indissolubilmente il mio ricordo di quei giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il nostro ingresso nel capoluogo emiliano ebbe inizio all’alba del 21 aprile, quando la prima Compagnia fucilieri e il mio plotone mitraglieri ad essa aggregato iniziarono l’attacco per l’occupazione della città. Con noi operava anche un plotone polacco della terza Divisione Carpazi.

Quel 21 aprile la quarta Compagnia avanzò dalle prime ore del mattino senza ostacoli e senza incontrare resistenza, procedendo parallelamente alla prima Compagnia e proteggendo il fianco di due Compagnie polacche, entrando anch’essa nel capoluogo emiliano tra le primissime truppe liberatrici. La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile. Dalle finestre e dai balconi migliaia di bandiere e drappi tricolori sventolavano al vento di primavera, mentre migliaia e migliaia di volantini che inneggiavano alla Resistenza e alla libertà coprivano il cielo nella loro corsa, volteggiando a lungo sulla moltitudine osannante ed impazzita per la gioia, travolta dall’entusiasmante momento che Bologna stava vivendo per la libertà riconquistata. Facevamo fatica a camminare, all’ombra delle maestose Torri – la Torre degli Asinelli e la Garisenda – cariche di storia antica e gloriosa, a fare da mute testimoni di quella meravigliosa accoglienza riservata a noi della “Maiella” che dal lontano nostro Abruzzo eravamo giunti per portare il dono della fratellanza, della giustizia, della pace universale fra i popoli.

La liberazione di Bologna (da http://www.avezzanoinforma.it/)

Gli uomini della Brigata Maiella transitarono davanti alla popolazione civile accorsa, che durante i lunghi mesi dell’occupazione nazifascista aveva appreso dalla stessa radio della Repubblica di Salò e dalle radio clandestine l’esistenza della nostra formazione partigiana. La gente piangeva, mentre una ragazza, fendendo la folla, mi raggiunse di corsa e mi strinse forte a sé e poi mi disse anche: «Grazie, Tenente». Mi baciò a lungo e poi scomparve, mentre suonava per la prima volta, dopo tanto tempo, il campanone della Torre del Capitano del Popolo, tra lo sferragliare dei mezzi cingolati che stavano sopraggiungendo su via Mazzini e su altre vie che immettono verso il centro storico. Purtroppo la cronica insufficienza di mezzi della “Maiella” impedì che l’unità fosse ulteriormente impiegata nell’inseguimento del nemico, che poteva essere effettuato soltanto da reparti celeri. Nella tarda mattinata del 21 aprile, prima di tornare ai reparti che avevano partecipato alla liberazione di Bologna, e in fase di riordino per concentrarci tutti a Castel San Pietro, fui invitato con premura da una famiglia abitante in un appartamento vicino alle due Torri per consumare un pasto leggero “compatibile” con la scarsità dei prodotti alimentari del tempo. Accettai perché avevo fame! Ero andato avanti smorzando i morsi della fame solo con barrette di cioccolata! Riassaporai il calore della famiglia, con la presenza dei due genitori e delle due loro figliole, mentre il terzo figlio – ufficiale pilota dell’Aeronautica militare del quale non si avevano notizie da tempo – doveva trovarsi nelle Puglie, con il Regio Esercito italiano. Mi accompagnarono, al termine della frugale colazione, fin verso la Garisenda. La mamma, il papà e le loro due ragazze mi abbracciarono affettuosamente e mi sussurrarono, commossi: «Buona fortuna ed auguri!». Questa è la gente emiliana, sempre gentile, ospitale e generosa. È la Bologna che ho sempre tenuto nel mio cuore, è la Bologna che mi aveva ospitato appena due anni prima quando, dal gennaio all’agosto del 1943, vi frequentai il corso Allievi Ufficiali presso il terzo Reggimento Carristi nella Caserma di San Ruffillo.

Spesso, forse perché ripercorro l’ultimo tratto della mia sofferta giovinezza e la nostalgia mi assale, torno all’album dei miei ricordi passati, con le tante foto ormai ingiallite dal tempo che scorre inesorabile, per riandare con la mente e con il cuore ai miei vent’anni, a quando, cioè, la mia seconda Compagnia Allievi Ufficiali di cui facevo parte si trasferiva per le esercitazioni a Rastignano, sul Savena, sul Reno, a Casal de’ Britti e in altre località del bolognese ancora vive nella mia memoria. Non avrei mai immaginato che dopo appena due soli anni quelle due strade le avrei ripercorse, in divisa di Tenente della Brigata Maiella, al comando di un plotone della Compagnia Pesante Mista, tra due ali di folla festante, nel giorno della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista.

Gilberto Malvestuto, partigiano della Brigata “Maiella”

Pubblicato venerdì 22 aprile 2016

Patria Indipendente

Mimmo Franzinelli – Le stragi nazifasciste

Mimmo Franzinelli
Le stragi nazifasciste
La penetrazione tedesca in Italia, dall’estate del 1943, trasforma il territorio nazionale in uno dei fronti principali della guerra tra esercito del Reich ed eserciti anglo-americani. Le popolazioni dei territori invasi si trovano esattamente “tra due fuochi” (T. Baris, Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav, Roma-Bari, Laterza, 2003), finendo coinvolte, quali vittime “collaterali”, in questa nuova modalità ed espressione della guerra totale. A ciò si aggiunge, fin dal luglio del 1943 – quando l’alleanza tra Italia e Germania è ancora pienamente in vigore – l’esplicitazione della violenza, nelle sue forme più brutali, da parte dei tedeschi, che si rendono responsabili di stragi ed eccidi di “inermi”. Nei 20 mesi in cui si sviluppa la lotta resistenziale, gli occupanti tedeschi, spesso assistiti attivamente dai collaborazionisti fascisti – i quali non esitano, in numerose occasioni, a rendersi protagonisti in modo autonomo dell’esercizio della brutalità –, infieriscono nei confronti della popolazione, dei partigiani, dei soldati disarmati, delle minoranze religiose, degli ex prigionieri di guerra in mani italiane.
Le ragioni della violenza sono le più varie; le vittime, secondo l’analisi dettagliata che ha prodotto l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia – al quale si rimanda – sono più di 23.000 in circa 5.550 episodi, compresi nell’arco cronologico che va dal luglio 1943 al maggio 1945. L’Atlante è il prodotto di una ricerca voluta dall’ANPI e dall’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) e finanziata dal governo della Repubblica Federale Tedesca. È stato reso disponibile online il 7 aprile 2016.
Al di là degli episodi noti – Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto-Monte Sole etc. – quello delle stragi naziste e fasciste risulta un fenomeno diffuso e capillare sul territorio nazionale. I reparti responsabili appartengono sia alle forze armate regolari del Reich (la Wehrmacht), sia alle SS, sia alle formazioni della RSI.
Oltre agli eccidi in Italia, rientrano nel fenomeno delle stragi, le violenze ai danni dei militari italiani all’estero, avvenute soprattutto nella fase immediatamente post-armistiziale, e quelle che hanno come vittime gli internati in Germania e nell’Europa orientale.
Tutti gli episodi di violenza, che avrebbero dovuto, nell’immediato dopoguerra, essere indagati dall’autorità giudiziaria al fine di giungere all’individuazione di presunti responsabili da sottoporre a processo, sono stati illecitamente tenuti nascosti, con i fascicoli d’indagine occultati nei locali della procura generale militare, a Roma. Tali fascicoli, rinvenuti nel 1994, rappresentano uno dei più imponenti e gravi occultamenti avvenuti nella storia dell’Italia repubblicana. Le cause del loro nascondimento sono state oggetto di indagini da parte di una commissione interna alla magistratura militare e di una commissione parlamentare d’inchiesta, nonché di approfondite analisi da parte della storiografia. Secondo le teorie più accreditate1, condivise peraltro dal Consiglio della magistratura militare (1999), dalla II Commissione Giustizia della Camera dei deputati (2001) e da parte della Commissione Parlamentare d’Inchiesta (quest’ultima ha concluso i suoi lavori, nel 2006, in modo non univoco, con una relazione di maggioranza e una di minoranza), tali cause fanno riferimento a sostanziali ragioni politiche: nel mondo diviso della guerra fredda, inchieste e processi a criminali nazisti avrebbero “disturbato” una Repubblica Federale Tedesca in fase di ricostruzione materiale e politica, nonché baluardo del mondo occidentale. Inoltre, richieste italiane relative a criminali tedeschi avrebbero rinnovato le istanze di paesi terzi – Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia, Urss, Etiopia, Libia – relative a criminali italiani, mai sottoposti a giudizio, né all’estero né in Italia, per gli eccidi e le violenze commessi nei territori d’occupazione dal 1935-36 al 1943 (e oltre, per ciò che riguarda i militi della RSI).
Dopo il 1994, e soprattutto dall’inizio degli anni 2000 presso la Procura Militare di La Spezia, sono state finalmente portate avanti le indagini e celebrati i processi – con gli imputati regolarmente contumaci – relativi ad alcuni degli eccidi più gravi avvenuti nell’Italia centro-settentrionale (le sentenze sono disponibili qui: http://www.straginazifasciste.it/?page_id=137). Nel 2013, presso il Tribunale Militare di Roma, è giunto a sentenza anche il procedimento relativo alla strage di Cefalonia. Molti altri casi, però, non sono mai stati indagati, finendo frettolosamente archiviati, di nuovo, tra la metà e la fine degli anni Novanta del secolo scorso (I. Insolvibile, Archiviazione “definitiva”. La sorte dei fascicoli esteri dopo il rinvenimento dell’armadio della vergogna, “Giornale di storia contemporanea”, XVIII (2 n.s.), 1, 2015).
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1 Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001. Mondadori, Milano, 2003; Michele Battini, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Laterza, Roma-Bari 2003; Filippo Focardi, Criminali di guerra in libertà. Un accordo segreto tra Italia e Germania, Carocci, Roma 2008; Alessandro Borri. Visioni contrapposte. L’istituzione e i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, I.S.R.Pt, Pistoia, 2010; Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (a cura di), Le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione, Carocci, Roma 2013

Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

Oradour sur Glane, luogo di un atroce massacro, è una delle più tremende testimonianze degli orrori della seconda guerra mondiale.

Oradour sur Glane si trova a venti chilometri a nord-ovest di Limoges, nella regione Limousin, dipartimento Haute-Vienne. Seicentoquarantadue furono le vittime del massacro operato da SS tedesche, uomini, donne e bambini: tra di loro anche una famiglia di contadini italiani, composta di sette persone

La strage fu operata da un distaccamento del 1° battaglione del 4° reggimento dei Panzergrenadier Der Führer, appartenente alla Panzedivision Das Reich delle Waffen-SS. È il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco, il 10 giugno 1944, assai simile a quello di Marzabotto in Italia o di Distomo in Grecia.

Con lo sbarco degli Alleati in Normandia, il 6 giugno 1944, i partigiani del Limousin intensificano le operazioni di sabotaggio e di disturbo per ostacolare i movimenti delle truppe tedesche.

Il 10 giugno, la 2a SS Panzerdivision Das Reich (15.000 uomini a bordo di 1.400 mezzi di trasporto, tra cui 209 carri armati, al comando del generale SS Lammerding, arriva a Limoges.

A una ventina di chilometri da Limoges, Oradour, in questa prima metà del XX secolo, é un villaggio di mercato. Il sabato, molti abitanti di Limoges vengono a fare le loro provviste, utilizzando il tram che collega Oradour alla città in circa mezz’ora.

Nel 1936, nel territorio del comune di Oradour si contavano 1574 abitanti, di cui 330 risiedevano nel borgo. Politicamente il comune era schierato chiaramente a sinistra, con una predominanza del partito socialista, soprattutto dopo le elezioni del 1935 in cui i partiti di destra avevano perso la loro rappresentanza in Consiglio comunale. I parlamentari eletti nell’Haute-Vienne, tutti socialisti, avevano votato all’unanimità i pieni poteri al maresciallo Pétain, il 10 luglio 1940, ad eccezione di Léon Roche, eletto nella circoscrizione che comprende Oradour.

Dal 1939 al 1944, la popolazione di Oradour era aumentata per l’arrivo di rifugiati, arrivati prima in tre ondate successive, poi in modo costante. All’inizio del 1939 erano arrivati dei repubblicani spagnoli, sconfitti dal franchismo, anarchici, comunisti e socialisti, di cui 22 erano ancora presenti alla fine del 1943. Nel settembre 1939 era stata la volta delle popolazioni evacuate dall’Alsazia, che fuggivano dalla guerra, ma non tanto bene accolte, la maggior parte avevano preso la via del ritorno nell’estate del 1940. La terza ondata era costituita da un‘ottantina di persone espulse dalla Lorena, che non nutrivano alcuna speranza di tornare ai loro paesi. Infine, a partire dalla sconfitta della Francia, arrivano, poco a poco, dei rifugiati provenienti dal Nord, dal Pas-de-Calais, da Montpellier e da Avignone, degli ebrei provenienti dalla regione parigina, dalla Meurthe-et-Mosella o da Bayonne. Nel giugno 1944, Oradour conta un migliaio di abitanti, essenzialmente in seguito a questo afflusso di rifugiati.

La presenza tedesca nella regione ha avuto inizio nel 1942, quando i tedeschi hanno invaso la zona libera della Francia, e, nella primavera del 1944, l’occupazione non sembra essere opprimente.

Non c’erano partigiani a Oradour-sur-Glane o negli immediati dintorni, come risulta dalle testimonianze unanimi degli abitanti, suffragate dai rapporti dell’amministrazione di Vichy e dai principali capi della Resistenza della regione. Oradour-sur-Glane non figura sui documenti dei partigiani ritrovati dalla Gestapo a Limoges. I partigiani più vicini alla località erano quelli dei monti di Bloud. Costituita da sei compagnie di FTP, questa era la più potente formazione di resistenza dell’ Haute-Vienne, dopo quella del comunista George Guingomin, ad est di Limoges. Due di queste compagnie, a circa otto chilometri da Oradour, erano dislocate nei boschi dei comuni vicini. Ad ovest, alla stessa distanza, vi erano altre formazioni di partigiani FTP. Al ritorno da Saint Junien, un paese a tredici chilometri a sud ovest di Oradour, Albert Morablou, fotografo clandestino dei movimenti uniti della Resistenza (MUR) di Limoges, venne arrestato e ucciso a Oradour.

L’esistenza di questi gruppi era nota agli abitanti di Oradour, alcuni dei quali era dei fiancheggiatori dei partigiani, che potevano essere mobilizzati in caso di necessità.

Alla fine di maggio 1944, l’Oberkommando della Wehrmacht (OKW) nota una «forte crescita dell’attività dei movimenti di resistenza nel sud della Francia, particolarmente nelle regioni di Clermont Ferrand e di Limoges e l’annuncio di numerosi reclutamenti nell’esercito segreto». Ciò è confermato dalla relazione del prefetto regionale di Limoges, che nota la moltiplicazione delle azioni della Resistenza: 593 in marzo, 682 in aprile e 1098 in maggio

L’8 e il 9 giugno, in scontri tra partigiani e soldati tedeschi, il comandante Helmut Kämpfe, responsabile di numerosi soprusi, viene catturato e ucciso insieme ad un altro ufficiale, il tenente Karl Gerlach.

La divisione SS Das Reich

All’inizio del 1944, dopo aver subito pesanti perdite sul fronte orientale, la 2a divisione blindata SS Das Reich viene trasferita nella regione di Montauban per essere riformata in previsione di uno sbarco alleato in qualche zona del fronte occidentale. É formata da 18.000 uomini, con l’appoggio di blindati leggeri e carri armati. I suoi membri sono impregnati di ideologia nazional-socialista: hanno combattuto sul fronte orientale, si considera un’unità militare d’elite e a già partecipato ad azioni antipartigiane.

All’indomani dello sbarco in Normandia, la divisione riceve l’ordine di posizionarsi nella regione tra Tulle e Limoges per contrastare i partigiani che, dopo l’annuncio dello sbarco alleato, hanno intensificato le azioni di sabotaggio e di disturbo delle guarnigioni tedesche.

La lotta antipartigiana è regolata da ordini emessi, dopo l’intervento personale di Hitler; sono conosciuti come “ordinanza di Speerle”, dal nome del maresciallo aggiunto all’alto comando dell’Ovest. Stabiliscono che la truppa é tenuta a ribattere immediatamente agli atti terroristici, rispondendo al fuoco e, se dei civili innocenti sono coinvolti, la responsabilità ricade esclusivamente sui terroristi. Le zone devono essere circondate, tutti gli abitanti, qualunque essi siano, devono essere arrestati; le abitazioni che hanno dato rifugio ai partigiani devono essere incendiate. L’ordinanza prosegue precisando che «verrà punito il comandante che mancando di fermezza e di risolutezza mette in pericolo la sicurezza delle truppe che sono ai suoi ordini e l’autorità dell’esercito tedesco». Questa volontà di inasprire la repressione contro la Resistenza è condivisa dal maresciallo Wilhelm Keitel, che dà l’ordine, nel marzo del 1944, di fucilare i partigiani catturati con armi alla mano e di non consegnarli ai tribunali.

Tra l’inizio di maggio e il 9 giugno 1944, la divisione, e in modo particolare il reggimento Der Führer, effettua, in base alle direttive del controspionaggio, numerose missioni alla ricerca di basi e di depositi dei partigiani, ed operazioni di risposta ad azioni della Resistenza. Nel corso di queste operazioni, circa sessanta partigiani sono uccisi e venti inviati nei campi di concentramento; un centinaio di civili vengono uccisi in varie circostanze e un migliaio deportati in Germania. Più di cento abitazioni sono incendiate.

L’8 giugno 1944, due reggimenti dei Panzergrenadier accerchiano la regione di Limoges per preparare il posizionamento della divisione nel settore, per far cessare le azioni partigiane. Il 1o battaglione del 4o reggimento Der Führer, agli ordini del comandante Adolf Diekmann, è impegnato nei pressi di Saint Junien, a 12 chilometri da Oradour. Per far venir meno il sostegno della popolazione ai partigiani e far diminuire la loro attività per timore di rappresaglie, le SS preparano un’azione mirante a produrre terrore. I motivi della scelta della località di Oradour per questa azione sono oscuri e controversi, per la scomparsa dei testimoni e la mancanza di documenti.

Verso le ore 13,30 del 10 giugno 1944, due colonne lasciano Saint Junien; la più importante delle due è composta da 8 camion, due blindati cingolati e un motociclista di collegamento. Prendono la direzione di Oradour sur Glane. É comandata dal Sturmbaunführer Adolf Diekmann, che si mette alla testa del convoglio a bordo di un blindato. Tre squadre della 3a compagnia, alle quali si aggiungono le squadre comando della compagnia e del battaglione, per un totale di cento uomini muniti di armi leggere – fucili, granate, mitragliatrici, fucili lanciafiamme e lanciagranate – oltre ad una squadra di mitragliatrici pesanti, si dirigono verso Oradour. Al momento della partenza, il comandante della 1a squadra, Heinz Barth, dichiara: «i mette male; vedremo quello che sono capaci di fare gli Alsaziani».

Un chilometro prima del villaggio, la colonna si ferma per la suddivisione dei compiti tra ufficiali e sottoufficiali. Un primo gruppo, composto tra i cinque e gli otto veicoli, entra nel borgo da est, passando sul ponte del Glane, verso le ore 13,45, secondo la testimonianza di Clément Boussodier, che assiste al passaggio dei camion. Questo spiegamento di forze non suscita alcun panico, ne apprensione particolare: benché il farmacista ed altri commercianti abbassino le saracinesche, il parrucchiere si reca ad acquistare del tabacco, mentre un suo aiutante si occupa di un cliente. Diversi abitanti del borgo, che praticamente non avevano mai visto di tedeschi, osservano l’arrivo delle SS con curiosità. Altri invece si danno alla fuga o cercano di nascondersi.

Il comandante Adolf Diekmann, insediato in municipio, convoca il dottor Desourteaux, presidente della speciale delegazione designata dal regime di Vichy, che fa le veci del sindaco: gli ordina di far riunire la popolazione nella piazza del mercato. Un banditore, attraversa le vie del borgo, avvertendo gli abitanti e le persone di passaggio, numerose in ragione di una distribuzione di carne e di tabacco. Le SS costringono gli abitanti della periferia a recarsi in centro. Il rastrellamento è sistematico ed interessa anche le quattro scuole comunali, 191 bambini, due maestri e tre maestre. Benché sia sabato pomeriggio, i bambini sono invitati a recarsi a scuola con la motivazione di una visita medica. Nel giro di un’ora, tutti gli scolari e gli insegnanti sono riuniti nelle scuole. Coloro che tentano di fuggire o che non possono muoversi sono immediatamente ammazzati.

Verso le 14,45 un Waffen-SS alsaziano traduce agli uomini riuniti nel piazzale l’ordine del comandante Diekmann: le SS hanno sentito parlare di un nascondiglio di armi e munizioni a Oradour; chiedono a coloro che posseggono un’arma di fare un passo in avanti. Minaccia di incendiare tutte le case per far saltare il deposito clandestino. Di fronte a nessuna reazione, l’ufficiale chiede al sindaco di scegliere trenta ostaggi, ma questi risponde di non poter soddisfare la richiesta: assicura che gli abitanti non sono a conoscenza di un tale deposito di armi e garantisce per loro. Secondo un sopravvissuto, Robert Hébras, di anni diciotto, dopo un va e vieni in municipio del comandante e del sindaco, quest’ultimo conferma il suo rifiuto e si offre come ostaggio, e all’occorrenza, lo stesso faranno i suoi più stretti familiari. A questa proposta, l’ufficiale ride e lancia accuse. Verso le ore 15, le donne e i bambini vengono condotti in chiesa tra scene strazianti. L’interprete ripete la richiesta di denuncia: «Mentre noi facciamo delle perquisizioni, vi raduniamo nei fienili. Se conoscete qualcuno di questi depositi, siete pregati di indicarceli». Dopo un’ora di attesa, gli uomini vennero condotti in diversi locali occupati dalle SS.

Verso le ore 15,40 arriva un tram da Limoges con tre impiegati a bordo: viene fermato poco prima del ponte sul Glane e gli viene impedito ogni movimento con una zeppa sotto le ruote. Uno degli impiegati scende dal tram mentre stanno transitando un gruppo di uomini rastrellati nei casolari circostanti il borgo, controllati da alcuni soldati. Viene immediatamente ucciso e il suo corpo viene gettato nel fiume. Gli altri due, portati davanti ad un ufficiale; gli vengono controllati i documenti e viene ordinato loro di risalire sul tram e tornare a Limoges.

Il massacro

180 tra uomini e giovani al di sopra dei quattordici anni, a gruppi di 30, vengono condotti in sei luoghi di esecuzione. Le mitragliatrici si scatenano verso le ore 16. I corpi vengono poi ricoperti di fieno, di paglia e di fascine a cui viene appiccato il fuoco. Nel gruppo di cui faceva parte il sindaco, sei riescono a fuggire, uno viene subito freddato da una sentinella. I cinque fuggitivi sono gli unici sopravvissuti alla strage.

Le SS che non che non partecipano al macello, quattro o cinque di ogni plotone, attraversano il villaggio dedicandosi a ruberie: gioielli, soldi, vestiti, biciclette, animali. Dopo i furti, le case vengono sistematicamente incendiate. Alcuni abitanti che si erano nascosti sfuggendo al rastrellamento, scoperti durante le ruberie o nel tentativo di scappare dai loro rifugi a causa degli incendi, vengono massacrati. Sentendo i colpi di arma da fuoco, alcuni genitori residenti in periferia, preoccupati per i bambini che non erano ancora ritornati da scuola, si recano nel centro di Oradour, dove vengono uccisi.

Tra le 350 donne rinchiuse nella chiesa, solo Marguerite Rouffanche, di 47 anni, riesce a scappare. La sua testimonianza è unica, ma è suffragata anche dalle deposizioni di alcune SS durante il processo svoltosi a Bordeaux nel dopoguerra. Feritasi durante la fuga, viene ricoverata in ospedale, dove racconta tutto ciò che ha visto e vissuto a un membro della Resistenza, Pierre Poitevin. Il 13 giugno, anche il prefetto di Limoges raccoglie la sua testimonianza e redige un documento: il testo viene ripreso in una nota del 13 luglio del segretario di Stato alla difesa, inviata alla Commissione d’Armistizio franco tedesco di Wiesbaden.

Dopo 18 ore dal massacro, un ingegnere, Jean Pallier, arrivò in camion in vista di Oradour. Viene fermato con i suoi compagni di viaggio a 300 metri dall’ingresso del villaggio. Viene poi raggiunto dai passeggeri del tram arrivato da Limoges con alcuni abitanti di Oradour. Tentando di raggiungere il borgo attraverso i campi, Jean Pallier constata che la località é completamente circondata da un cordone di truppe armate. Un gruppo di una quindicina di persone viene arrestata verso le ore 20 e, dopo diversi controlli d’identità, rilasciati con l’ordine di allontanarsi dal villaggio. Un sottoufficiale, che parla correttamente il francese, dichiara ai componenti del piccolo gruppo: «Potete ritenervi fortunati».

Il massacro é terminato.

Ad eccezione di una squadra di guardia, le SS lasciano Oradour tra le 21 e le 22,30. Le SS passarono la notte nella casa Dupic, nella quale saranno trovate più di centinaia di bottiglie di vino invecchiato e di champagne, svuotate di recente.

L’11, poi il 12 giugno, gruppi di SS ritornano a Oradour per seppellire i cadaveri e per rendere impossibile l’identificazione, pratica usuale sul fronte orientale. Jean Pallier è stato una delle prime persone ad entrare a Oradour: «Tutti gli edifici, compresa la chiesa, le scuole, il municipio, la posta, la casa dove abitava la mia famiglia, non erano che delle rovine fumanti».

Nella serata dell’11 giugno o nella giornata del 12, il sottoprefetto di Rochechonart, arrivò ad Oradour: «Non ho trovato che dei resti fumanti e mi son reso conto che non erano necessari soccorsi immediati». Il 13 il prefetto regionale di Limoges ottiene l’autorizzazione delle autorità tedesche di recarsi ad Oradour, insieme al vescovo. Nel rapporto che invia il 15 giugno a Vichy, benché il prefetto riprenda la versione delle SS secondo a quale l’operazione era seguita alla cattura di un ufficiale, tiene a «sottolineare che il villaggio di Oradour sur Glane era uno dei comuni più tranquilli del dipartimento e che i suoi abitanti, laboriosi e tranquilli, erano conosciuti per la loro moderazione».

Il numero delle vittime fu 642, ma solo 52 corpi furono identificati. Tra i morti, si contarono 393 persone domiciliate, o rifugiate a Oradour, 167 abitanti di villaggi e frazioni del comune, 93 residenti a Limoges, 25 persone residenti nell’Haute-Vienne e 18 di altri dipartimenti. Le vittime comprendevano quaranta cittadini della Lorena, sette o otto dell’Alsazia, tre polacchi e una famiglia italiana di contadini, composta da sette persone.

Le 635 vittime, suddivise per ètà, erano: 25 di ètà inferiore ai cinque anni, 145 tra 5 e 14 anni, 193 giovani maschi e uomini, tra cui il curato del paese di 70 anni e i suoi due vicari, 240 giovani femmine o donne maggiori sei 14 anni.

Una trentina di abitanti sopravvissero alla strage. Circa quarantacinque persone, tra cui 12 passeggeri del tram di Limoges, arrivati dopo la fine del massacro, sono sfuggite in diversi modi alle SS.

In seguito a questo massacro, lo Stato francese decise di costruire un nuovo borgo, con una pianta simile al vecchio, mantenendo le rovine del vecchio villaggio a testimonianza dell’orrore.

Dal 1946, le rovine del Villaggio Martire sono classificate Monumento storico. Nel 1999 è stato inaugurato il Centro della Memoria.

Il trauma causato da questo dramma, la scomparsa di una generazione, la vicinanza delle rovine, hanno reso difficile la «rinascita» che è iniziata solamente agli inizi degli anni ’60 con la nascita di piccole aziende e botteghe artigianali. Oggi Oradour sur Glane è un centro attivo che conta 2200 abitanti con i suoi commerci, le sue attività industriali e le sue numerose associazioni.

Tratto dal

Sito ANPI di Lissone

Teresa Vergalli – La Resistenza di Annuska

La Resistenza di Annuska: "Insegnai alle altre staffette i diritti delle donne"


Annuska – questo il suo nome di battaglia, questo il nome dello spettacolo tratto dal suo libro, ‘Storie di una staffetta partigiana’ – ha uno sguardo lucido sull’Italia di oggi. Ma la memoria è fatta anche di ricordi e di storie, perché la Resistenza non è calata dall’alto, è salita dal basso. E’ un mosaico composto di esperienze, impossibile da sintetizzare, ma che si può solo preservare e rilanciare.
Teresa Vergalli viene da una famiglia di antifascisti, il padre passò sette mesi in carcere nel 1933, amnistiato nel decennale del regime. Il dopo l’8 settembre 1943, studentessa di 16 anni, si trovò al centro dell’attività antifascista del padre. Che però era netto: "Non mi voleva nella Resistenza, voleva che continuassi a studiare". Poi un bombardamento alleato distrusse la sua scuola, a inizio 1944, e lì lei si impose: "Gli dissi, non posso più andare a scuola, ora vi dò una mano".
Annuska quell’inverno organizzò le staffette di Bibbiano, la sua città, e della zona intorno, come Montecchio e Cavriago. Con il passaparola, sceglieva le staffette e accompagnava i partigiani che dovevano raggiungere l’Appennino. "Quelle strade le conoscevo benissimo, e mio padre mi portava e mi indicava le case accanto a cui si poteva passare e le altre".
Poi anche lei salì
in montagna: "Le ultime settimane era diventato pericoloso rimanere in città, sono dovuta andare anche io". Tornerà giù alla vigilia del 25 aprile, quando i tedeschi se ne erano andati ma gli alleati ancora non si vedevano. "Eravamo a Reggio Emilia, e non arrivavano". Poi fu festa. E i ricordi di quella festa e del come si arrivò a quella festa sono parte della memoria da conservare. Anche se, come ripete Annuska, "non basta".

Tratto da quotidiano

Repubblica

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Stragi naziste, da Marzabotto a Cefalonia: 8 ex militari sono ergastolani, ma la Germania non esegue le condanne

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Sono 57 gli ergastoli decisi dai tribunali militari italiani tra il 2003 al 2013 per gli eccidi più sanguinosi dell’occupazione delle SS e della Wehrmacht. Ma col passare degli anni i condannati sono rimasti solo 8. Tuttavia Berlino non concede l’estradizione né ritiene ammissibile l’esecuzione della pena

Hanno partecipato alle più sanguinose stragi in nome del nazismo. Si sono nascosti e confusi per decenni nella nuova Europa del tempo di pace. Le loro colpe sono rimaste chiuse per anni in quell’armadio della vergogna scoperto negli uffici del tribunale militare di Roma. Ma, dopo lunghe inchieste e processi faticosi, le loro condanne all’ergastolo non sono mai state eseguite: non hanno mai fatto un giorno di galera né in Italia né in Germania né in Austria. Da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema, da Padule di Fucecchio a Cefalonia: sono 57 gli ergastoli decisi dai tribunali militari italiani tra il 2003 e il 2013 nei confronti di ex criminali di guerra identificati in gran parte durante le indagini del procuratore Marco De Paolis. Ora, per ragioni anagrafiche, quella lista di condannati che non hanno mai espiato la pena, si assottiglia sempre di più: sono rimasti in 8, tutti ultranovantenni e tutti a piede libero. De Paolis denuncia la mancata esecuzione delle sentenze da anni. Lo fece anche in un’intervista al fatto.it. A seconda dei casi, l’estradizione non è stata concessa, né è stata ritenuta ammissibile l’esecuzione della pena in Germania. E in certi casi l’intervento del ministero degli Esteri è stato tutto tranne che energico.

L’elenco dei condannati è stato letto ieri nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario militare dal procuratore generale della Corte d’appello, Antonio Sabino. Wilhelm Karl Stark, 96 anni, Alfred Luhmann, 92, e Helmut Odenwald, 97, tutti ex militari della Wehrmacht, inquadrati nella famigerata Divisione Corazzata ‘Hermann Goering’, sono stati condannati per alcune delle stragi compiute nella primavera del ’44 sull’Appennino tosco-emiliano. In particolare, l’eccidio compiuto a Monchio e in altre località del modenese, dove furono trucidate circa 150 persone, e la strage di Vallucciole (Arezzo): oltre 100 gli uomini, donne e bambini uccisi per rappresaglia. Odenwald è stato ritenuto responsabile anche della strage di Monte Morello in cui persero la vita sette cittadini di Sesto Fiorentino, rastrellati dai nazisti in una chiesa vicina, durante una messa, e poi fucilati. Per i tre ergastolani è stata inoltrata la richiesta di esecuzione della pena in Germania, ma non risulta pervenuta risposta.

L’ex sergente delle Ss Wilhelm Kusterer, oggi 95enne, è stato condannato definitivamente all’ergastolo per le stragi di San Terenzo e Vinca (350 vittime civili, nel territorio di Massa Carrara) e per l’eccidio di Marzabotto: furono 770 le vittime del massacro sull’appennino bolognese compiuto tra il settembre e l’ottobre del ’44, durante la “ritirata del terrore“, dalle SS della 16esima Divisione SS Reichsfuhrer. Nei confronti di Kusterer – l’anno scorso al centro di uno scandalo perché insignito di un’onorificenza in Germania per il suo “impegno sociale”, poi ritirata dopo alcuni mesi – era stato emesso il mandato di cattura europeo, ma la procura generale di Karlsruhe aveva rifiutato l’estradizione. E’ stata quindi inoltrata richiesta di esecuzione della pena in Germania, che l’autorità giudiziaria tedesca ha respinto.

Gerhard Sommer, 96 anni, è l’unico responsabile ancora in vita della strage di Sant’Anna di Stazzema (sulle montagne di Lucca), dove il 12 agosto del 1944 furono ammazzate 564 persone. Anche in questo caso c’è una richiesta di esecuzione della pena in Germania. Non risulta ancora una risposta ufficiale, ma l’esito appare scontato, tanto più che nel 2015 la procura di Amburgo ha archiviato il procedimento aperto nei suoi confronti ritenendolo non in grado di affrontare il processo.

Negata l’esecuzione della pena in Germania anche per l’ex sergente Robert Johann Riss, 96 anni, condannato all’ergastolo per la strage del Padule di Fucecchio (Pistoia), dove nell’agosto 1944 vennero trucidati 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini. Stesso esito per Hermann Langer, 98 anni, responsabile delle circa 60 vittime civili trucidate nel settembre 1944 alla Certosa di Farneta (Lucca).

Infine, la strage di Cefalonia. L’ex militare tedesco Alfred Stork, oggi 97enne, è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato sull’isola greca alla fucilazione di “almeno 117 ufficiali italiani“, nel settembre 1943. L’imputato, che si è sempre disinteressato del processo, ha rinunciato all’appello e la sentenza è diventata definitiva nell’ottobre 2014. E’ stato quindi emesso il mandato di arresto europeo ed è ancora in corso una corrispondenza con la Germania per la sua esecuzione, ma niente fa pensare che l’esito possa essere diverso dagli altri casi.

Monica Emmanuelli – Sergio,Battisti e Paola : La meglio gioventù –

Sergio, Battisti e Paola: la meglio gioventù

Monica Emmanuelli

Uccisi dai nazifascisti nella Zona di Operazioni del Litorale Adriatico in combattimento Sergio (Eugenio Candon), il comandante Battisti (Giannino Bosi), Paola (Jole De Cillia) nel dicembre 1944. Fucilati gli altri partigiani catturati. A ricordo, un’escursione promossa dall’ANPI

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Dicembre 1944, Palcoda (località di Tramonti di Sotto nella valle del torrente Chiarzò, all’epoca sotto la provincia di Udine nella Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, oggi nella provincia di Pordenone): cade la neve.

Durante le grandi operazioni nazifasciste, organizzate in funzione antipartigiana per debellare definitivamente le Zone Libere e il Movimento di Liberazione, il battaglione Valanga della Decima Mas, stanziato su un’altura che domina dall’alto la valle, controlla il piccolo borgo diventato rifugio dei ribelli. I ruderi, sopravvissuti prima all’abbandono dell’ultima famiglia residente, i Masutti, che nel 1923 aveva chiuso definitivamente la porta di casa per trasferirsi altrove, poi all’incendio provocato da una rappresaglia nazifascista nel 1944, offrono ancora riparo a quei partigiani della Brigata Tagliamento che assieme al loro comandante Battisti (Giannino Bosi, Medaglia d’Oro al Valor Militare), infortunato al ginocchio per una caduta accidentale, non si erano trasferiti in zone più sicure ed erano braccati dai nazifascisti. Quelle case diroccate in un’atmosfera suggestiva e fiabesca, resa ancora più onirica dalla neve, diventano una trappola letale. Gli avvenimenti nefasti si susseguono in maniera travolgente per il gruppo di partigiani fiaccati dal freddo e dalla spossatezza, che da giorni lottano per la sopravvivenza, combattendo contro forze numericamente superiori e militarmente più attrezzate.

Le prime vittime sono Sergio (Eugenio Candon, Medaglia d’Oro al Valor Militare), amico di Battisti e commissario politico della Brigata, e Jena (Edo Del Colle), uccisi in un agguato della Decima Mas mentre perlustrano il territorio nei dintorni di Palcoda per raccogliere informazioni sugli spostamenti dei nazifascisti, sullo stato dei bunker e dei depositi alimentari della zona. La notizia lascia sconcertati i compagni di lotta. Il giorno successivo una sentinella scopre che alcune squadre di fascisti si stanno pericolosamente avvicinando a Palcoda. Il gruppo partigiano deve necessariamente spostarsi in un luogo più sicuro verso Canal Di Cuna. Battisti, invece, non potendo affrontare alcun trasferimento a causa del peggioramento della ferita al ginocchio e della febbre, decide di nascondersi in una grotta poco sopra il borgo. Assieme a lui rimangono la partigiana Paola (Jole De Cillia, Medaglia d’Argento al Valor Militare), sua inseparabile compagna, e una decina di partigiani osovani e garibaldini che si stabiliscono in una casa del borgo rimasta agibile. Una sentinella si posiziona sul campanile per fare da guardia e monitorare la zona, ma si addormenta.

Alle tre di notte – dell’8 o del 9 dicembre, nelle ricostruzioni storiche le date non coincidono – i partigiani vengono accerchiati dagli uomini del Battaglione Valanga che li attacca con armi automatiche e bombe a mano, illuminando la zona con razzi. Battisti, sorretto da Paola per poter camminare, va in soccorso dei compagni di lotta. Solo un piccolo gruppo riesce a scappare, mentre gli altri vengono catturati. «Battisti riprese a sparare, essi risposero e Battisti cadde in ginocchio, sparò qualche colpo e rimase supino. Paola era sola, vicina a lui […] Ma la ragazza, preso il mitra caduto dalle mani inerti di Battisti, si mise a sparare in piedi […] La pattuglia sotto le sue raffiche si buttò a terra e rispose al fuoco e lei è rotolata vicino al compagno […] morta.» Questa versione, che sembra essere la più attendibile, viene narrata nel volume di Cino Boccazzi Tenente Piave, Missione Bergenfield a Coldiluna (1972), e ripresa sia da Narciso Luvisetto nel Diario di un parroco di montagna nella bufera. 1943-1945 (1984) che da Alberto Buvoli in Il partigiano “Battisti”. Giannino Bosi Medaglia d’oro della Resistenza friulana (1995). Nella motivazione della Medaglia d’Oro concessa a Battisti nel 1957 si trova, invece, un resoconto differente: «circondato da soverchianti forze, continuò a combattere strenuamente e, piuttosto che arrendersi e cadere vivo nelle mani dell’avversario, rivolse la propria arma contro se stesso e dopo aver gridato per l’ultima volta “Viva l’Italia”, si uccise». Molto probabilmente il racconto è condizionato da una visione mitologica della figura di Giannino Bosi, uomo «animato da profondo spirito di sacrificio ed assertore convinto dei principi di giustizia e di libertà».

I partigiani catturati dai fascisti vengono, invece, condotti a Tramonti di Sotto al comando del battaglione Valanga e nel tardo pomeriggio, dopo gli interrogatori, Chico (Carlo Sclavi), Moschetti (Adalgerio Ceccone), Carnera (Gino Minin), Cossu (Salvatore Villani), Nerone (Gino De Filippo), Romeo (Ottavio Cominotto), Aldo (Cosimo Moccia), Davide (Osvaldo Rigo), Fracassa (Vittorio Flamini) e Romano (Ulderico Rondini) vengono fucilati al muro di cinta del cimitero.

Il rastrellamento nella zona delle Prealpi Carniche continua fino al 20 dicembre mettendo a dura prova il Movimento di Liberazione senza però riuscire ad eliminarlo: solo una parte delle formazioni è costretta a scendere in pianura oppure a trasferirsi sui monti del Friuli Orientale o in Carnia.

In ricordo di Sergio, Battisti e Paola, l’11 dicembre 2016 l’ANPI del Medio Friuli e delle province di Udine e di Pordenone, in collaborazione con il Comune di Tramonti di Sotto, ha organizzato un’escursione con partenza da piazza Santa Croce di Tramonti di Sotto fino a Palcoda dove, nei pressi della chiesa restaurata nel 2011 e del campanile dove è apposta la lapide commemorativa dedicata ai tre martiri, si è tenuta una breve cerimonia con i saluti del Sindaco, Giampaolo Bidoli, l’orazione ufficiale di Bianca Minigutti, presidente dell’ANPI dello Spilimberghese “Virginia Tonelli” che ha ricordato quei «sessanta giovani [che] resero Palcoda luogo di fratellanza, solidarietà, amicizia e amore. Liberi dagli schemi morali del loro tempo assunsero nuovi valori etici e morali. Accettarono la transitorietà del presente in virtù dell’assoluta fiducia nel futuro». Al termine della celebrazione, il giovane ricercatore Andrea D’Aronco dell’ANPI di Gemona del Friuli ha ricostruito e raccontato il contesto storico.

Pubblicato lunedì 16 gennaio 2017

Patria Indipendente

Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

La morte di Giulio Biglieri e di altri sette antifascisti

La morte di Giulio Biglieri e di altri sette antifascisti

In quell’alba terribile

la fucilazione al Martinetto

Resistenza in Piemonte

Biglieri è un novarese di adozione: nato a L’Aquila il 9 ottobre 1911, a sei anni arriva con la famiglia a Novara, dove compie gli studi e consegue il diploma di ragioniere presso l’Istituto Tecnico Mossotti, facendosi una larga cerchia di amici.

Ancora giovane, Biglieri esprime, con grande coraggio, la propria avversione per il fascismo. Nel 1932, con un gruppo di amici legati dalla comune avversione della dittatura, organizza un movimento che, avendo come base di preparazione il territorio della Repubblica di S. Marino, ha come obiettivo Roma. Il complotto viene scoperto; Giulio Biglieri, nel 1932, viene arrestato, rinchiuso nelle carceri di Novara e, in seguito, trasferito a Regina Coeli, a Roma.

L’OVRA, la polizia segreta fascista, non riesce a raccogliere prove concrete a carico di Giulio Biglieri e dei suoi amici del movimento clandestino; dopo un breve periodo di carcere, in attesa delle prove Biglieri e i suoi amici vengono rilasciati.

Biglieri effettua regolarmente il servizio militare di leva; viene richiamato alle armi nel 1935 e inviato in Africa Orientale dove rimane, ininterrottamente, fino al 1940. Rientrato a Novara, Biglieri partecipa ad un concorso per addetti alle biblioteche, lo vince e viene destinato alla Biblioteca Nazionale di Torino. Nuovamente richiamato, Biglieri viene inviato sul fronte greco-albanese ove si conquista la medaglia di bronzo e croci di guerra al valor militare.

Nel 1943, Giulio Biglieri è in Italia meridionale dove viene sorpreso dagli avvenimenti del luglio e del settembre. A Roma, Biglieri ha diversi amici di sicura fede antifascista, si reca da loro, partecipa alle loro riunioni, viene incaricato di portare al Nord prezioso materiale clandestino, tra cui “L’Italia Libera” nell’edizione romana curata da Leone Ginzburg.

Raggiunta Torino, Biglieri si unisce ai più attivi antifascisti e si getta nella lotta

con grande passione e coraggio. Il Comitato Militare Regionale Piemontese affida al novarese il compito di mantenere il collegamento fra il Comitato stesso e il CLN di Novara e gli attribuisce inoltre il compito di “coordinatore militare”. Come ufficiale di collegamento, Biglieri ha sovente contatti con i membri del CLN Jacometti, Leopardi, Torelli (quest’ultimo sostituito poi da Borgna); come coordinatore militare ha frequenti

contatti con i comandanti delle formazioni partigiane garibaldine, autonome e matteottine che operano in città o in montagna, in Valsesia, nel Cusio, nell’Ossola e nel Verbano, oltre che con i più attivi organizzatori di aiuti alle formazioni armate (Ribaldi, Ferrarsi, Menotti, Somaglino, ecc,).

A Novara, Giulio Biglieri ha ancora i suoi vecchi amici e tra questi Ludovico Bertona (ottico, antifascista trucidato in Piazza V. Emanuele, ora Piazza Martiri, il 24 ottobre 1944), il prof. Piero Fornara (illustre pediatra, capo carismatico della resistenza novarese, Prefetto della Liberazione e deputato costituente), il pittore Sergio Bonfantini, che fa parte di una famiglia di antifascisti (il padre Giuseppe dopo la Liberazione è Presidente

dell’Amministrazione Provinciale, il fratello Felice muore nel campo di eliminazione di Dortmund, il fratello Corrado è il comandante della “Matteotti” nella lotta di Liberazione e deputato dopo la Liberazione, il fratello Mario professore universitario e scrittore, prende parte alla Lotta di Liberazione ed è fra i primi partigiani che entrano in Domodossola

Il Biglieri viene arrestato nuovamente a Novara nel febbraio del ’44, ma, come in precedenza, i fascisti non riescono a raccogliere prove sufficienti e dopo dodici

giorni di carcere lo rilasciano ma con una feroce reprimenda da parte del gerarca Dongo che lo diffida anche a lasciare Novara.

Marzo 1944: Corrado Bonfantini viene ferito dalla Polizia in piazza Carignano; trasportato all’Ospedale, pur essendo in gravi condizioni, riesce a fuggire.

Nel CMRP, il posto di Bonfantini, in rappresentanza del partito socialista, lo assume Piero Garlando, impiegato di banca; il Garlando viene arrestato il 27 marzo dalla

polizia fascista e sul suo taccuino

trovano i dati di nascita dei membri del CMRP e in particolare la data del 31 marzo e il luogo d’incontro (piazza Duomo) dei membri stessi; il prof. Fornara ricorda in un suo scritto che in questura, Piero Garlando “confessa ciò che sa, tra l’altro l’indirizzo di Biglieri”.

Nel pomeriggio dello stesso 27 marzo, Biglieri viene arrestato nell’alloggio di corso Belgio a Torino.

I primi mesi del 1944 sono drammatici per il CMRP: il Col. Ratti cade nelle mani dei fascisti il 9 gennaio; il maggiore Pezzetti è ucciso in febbraio; l’avv. Guglielminetti, democristiano, Ogliaro e Acciarini, socialisti, vengono catturati e deportati a Mauthausen

dove perdono la vita; Giachino Enrico (“Erik”), organizzatore delle SAP torinesi, viene catturato il 14 marzo; l’avv. Verdone, liberale, viene arrestato il 26 marzo e Quinto Bevilacqua, segretario della federazione socialista di Torino, segue la stessa sorte il 27 marzo, così come Girando e Leporati, ispettori del CMRP, e Montano, arrestati il 29 marzo.

L’Agenzia Stefani annuncia che il 31 marzo, nel Duomo di San Giovanni a Torino,

“a seguito di una brillante e rapida azione degli organi della Polizia Repubblicana”,

vengono arrestati il gen. Giuseppe Perotti, Silvio Geuna, Eusebio Giambone, Valdo Fusi, Cornelio Brusio, Paolo Braccini, Franco Balbis, Luigi Chignoli. È lo stesso Mussolini ad ordinare ai giudici del tribunale speciale un “processo esemplare e per direttissima”.

Il processo

Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato dà inizio al processo il 2 aprile. Il dibattito dura soli due giorni, il 2 e 3 aprile, nonostante gli interventi brillanti ed appassionati degli avvocati difensori e le scarse e di dubbio valore prove a carico, il Pubblico Ministero chiee, come da ordine di Mussolini che venga pronunciata “una sentenza implacabile, una sentenza che abbia l’effetto di scoraggiare pesantemente ogni futura attività cospirativa”.

E la sentenza è “implacabile” per otto imputati. Vengono “condannati a morte mediante fucilazione alla schiena”:

Perotti, Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini, Giachino, Giambone, Montano. Vengo-

no condannati all’ergastolo: Garlando, Geuna, Girando, Leporati.

Viene condannato a 2 anni di reclusione: Brusio. Vengono assolti per insufficienza di prove: Fusi e Chignoli.

Alle “Nuove” nella giornata del 4 aprile, Giulio Biglieri scrive alcune lettere (ai genitori, alle sorelle, agli amici); Valdo Fusi, ricordandole al prof. Fornara, osserva:

“Chi legga e rilegga le lettere dal carcere di Giulio Biglieri saprà trovarvi aiuti inestimabili alla propria vita spirituale”.

La sentenza di condanna a morte viene eseguita il 5 aprile 1944 al Poligono di Tiro del Martinetto.

È un’alba squallida, grigia; i condannati a morte debbono sopportare ancora alcune noiose formalità imposte dalla burocrazia. Sono le 7 quando i condannati vengono fatti sedere e legati.

Alle 7,30 il comandante del plotone d’esecuzione ordina: «puntate!».

Il gen. Perotti grida «Viva l’Italia libera»; il suo grido viene ripetuto dai sette compagni di lotta e di martirio.

Un missionario della Consolata che ha assistito, nelle ultime ore, i condannati a morte, testimonia del loro magnifico comportamento. Lo stesso missionario ricorda pure l’incapacità a sparare dimostrata dai militi della GNR tanto da costringerli a “parecchi colpi di grazia”.

Motivazione della Medaglia d’Argento

al V.M. al Capitano Giulio Biglieri

“Valoroso combattente e abile organizzatore della Resistenza. Catturato per tale attività e poi rilasciato con la clausola della vigilanza speciale, riprendeva la sua opera per la libertà. Arrestato con i membri del Comitato Militare del CVL piemontese, cadeva dinanzi al plotone di esecuzione con la fierezza del soldato che sa di morire per un superiore ideale”.

Torino, 8 settembre 1943 – 5 aprile 1944.

(Tratto dal sito dell’ANPI Provinciale

di Novara [www.novara.anpi.it]

Luigi Marino – Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Luigi Marino

La località russa ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi naziste: fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Durante l’occupazione tra il 1941 e il 1943 uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 cittadini

Si è svolta a Brjansk il 17 e 18 novembre scorso la XI Conferenza internazionale sul tema del rapporto tra “Il cittadino e lo Stato nella nuova realtà” sotto l’egida della Duma regionale, della locale Filiale dell’Accademia di Russia di economia nazionale e dell’Associazione “Znanie”. Due giorni di intensissimo dibattito nel quale sono intervenuti ed hanno preso la parola più di cento tra accademici, professori e docenti di varie Università ed Istituti Scientifici non solo della Federazione Russa, nonché studenti e studentesse dell’Accademia di Brjansk.

Vari i temi, di grande attualità, trattati nella discussione generale, nelle tavole rotonde e nei gruppi di lavoro: “Tradizione ed innovazione nell’amministrazione statale e locale”, “I rapporti giuridici tra il cittadino e lo Stato nella Russia attuale”, “I problemi della formazione nelle condizioni di multi-etnicità”, “Lo sviluppo delle risorse umane”, “Il capitale umano come risorsa per contrastare la corruzione”, “Il volontariato nella tutela di monumenti storici e culturali”, “Russia ed Europa: la ricerca di un effettivo dialogo nel nuovo contesto” e tanti altri di approfondimento delle diverse tematiche.

Nella seduta plenaria si è svolto l’intervento sui “Rapporti culturali attuali tra l’Italia e la Russia in occasione del 70° anniversario della fondazione dell’Associazione d’amicizia” tra i due Paesi con particolare riferimento, al di là di quelli ufficiali, ai rapporti nascenti dal “basso” per iniziativa delle Università, dei Centri scientifici e culturali, delle città italiane e russe gemellate.

Nel 1946, settanta anni fa infatti, subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, fu fondata in Italia da tante personalità della cultura di diverso orientamento ideologico, politico e religioso e da esponenti dei diversi partiti democratici l’Associazione per i rapporti culturali tra l’Italia e l’URSS in nome della pace, dell’amicizia e della collaborazione negli interessi comuni dei nostri popoli.

L’Associazione svolse un grande ruolo soprattutto quando ebbe ad infuriare la guerra fredda (e purtroppo se ne avvertono anche ora segnali!). Poeti, scrittori, scienziati, intellettuali collettivi ed individuali si mobilitarono in difesa della pace. Tra i tanti rappresentanti della cultura basti ricordare Renato Guttuso, Cesare Zavattini, Eduardo De Filippo, i registi De Sica e Visconti, gli scrittori Carlo Levi, Moravia e tanti ancora dei diversi campi della cultura scientifica ed umanistica.

Brjansk è una città russa della “gloria partigiana”. A un centinaio di chilometri dalla Bielorussia e dall’Ucraina, si trova non lontana da Kursk, città-eroe, ove ebbe luogo una battaglia decisiva, dal punto di vista strategico, per la vittoria contro l’armata tedesca. Ma a Brjansk, nei fitti boschi che la circondano, e nella provincia operarono per ostacolare rifornimenti e movimenti delle truppe naziste dapprima gruppi partigiani isolati, poi sempre più organizzati e coordinati. I partigiani costruirono nel più fitto della foresta di pioppi e betulle le zemljanke, i loro rifugi per più della metà sottoterra aventi come tetti tronchi di alberi ricoperti dalla tanta neve d’inverno e da foglie e da arbusti nelle altre stagioni. Solo entrando nelle zemljanke è possibile immaginare gli enormi sacrifici e sofferenze di chi scelse di combattere contro l’invasore lasciando case ed affetti.

Brjansk fu occupata dai tedeschi per ben due anni, ma la popolazione con immenso coraggio non esitò ad aiutare nel corso di tutto questo tempo chi aveva scelto la lotta partigiana. E qui l’occupante nazista usò tutta la sua ferocia per fare terra bruciata, radendo al suolo case, fabbriche, scuole, ospedali e tutto quanto vi fosse da distruggere, uccidendo ed impiccando uomini, donne, vecchi e fanciulli per rappresaglia.

Chatsun è la località ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi compiute dall’esercito nazista. Nel 70° anniversario del mostruoso crimine di guerra qui è sorto un Museo in memoria delle decine di migliaia di vittime della selvaggia repressione e dei 1.016 abitati della regione di Brjansk rasi completamente al suolo. A Chatsun si recano ogni anno moltissimi cittadini anche di altre località della Russia a rendere omaggio ai caduti e ai coraggiosi partigiani. Per vendicarsi dell’uccisione di tre tedeschi furono fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Nel periodo dell’occupazione tra il 1941 e il 1943 furono uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 inermi cittadini, deportati e ridotti in schiavitù 154.000 persone, i “sottouomini slavi”, furono distrutti più di mille villaggi e centri abitati esistenti nel territorio di Brjansk, che da sola ebbe 21.021 uccisi e 25.200 deportati. Questa strage immonda di Chatsun è stata per molto tempo pressoché ignorata, stanti le innumerevoli stragi nazifasciste compiute nei territori occupati dagli aggressori ed in particolare dall’esercito tedesco. Qui a Chatsun la mente è subito corsa al ricordo delle stragi nazifasciste avvenute in Italia, a quelle di S. Anna di Stazzema, di Marzabotto e a tutte quante le altre compiute in tante regioni anche del Sud.

Quella di Brjansk è gente forte, semplice ma determinata. Aiutò sino all’impossibile i fratelli partigiani inoltrandosi di notte nell’immensa foresta per recare loro cibo, medicinali, vestiario, coperte. Quanti di loro furono impiccati ed esposti come Cristi in croce dagli occupanti per terrorizzare la restante popolazione. Brjansk è stata anche, ma forse lo è ancora, terra degli starovery, dei vecchi credenti dalle rigorosissime regole di vita. I “vecchi credenti” lavorano molto seriamente, non hanno vizi, non bevono, non si corrompono. E Brjansk con la sua popolazione appare ancora così: pulita, ospitale secondo l’antica maniera russa, ordinata. Anche i rapporti tra docenti e studenti appaiono improntati a estrema semplicità e rispetto reciproco.

Nel programma culturale per i partecipanti alla Conferenza era inserita la visita, nel villaggio di Ovstug, alla casa-museo del famoso poeta e diplomatico Fedor Ivanovic Tjutcev, che visse anche a Torino. Il 28 novembre di quest’anno si sono compiuti 150 anni dalla sua più nota, ma anche la più breve delle poesie da lui scritte, che Tommaso Landolfi ha così voluto tradurre:

“La Russia non si intende con il senno

Né la misuri col comune metro

La Russia è fatta a modo suo

In essa si può credere soltanto”.

C’è sempre qualcosa della Russia che a noi occidentali sfugge alla comprensione e resta inspiegabile. E a Mosca di ritorno da Brjansk, nell’Aleksandrovskij sad, nel rendere omaggio al Milite Ignoto, uno dei 25 milioni di sovietici che persero la vita nella Grande Guerra Patriottica, ci si accorge che l’obelisco in granito grigio finlandese, a pochi metri dalle mura del Cremlino, eretto nel 1914 in onore dei Romanov, ma che dopo la Rivoluzione d’Ottobre fu dedicato ai pensatori socialisti ed ai combattenti per la liberazione delle classi lavoratrici ha subito l’oltraggio della storia con la cancellazione di tutti i nomi dei grandi rivoluzionari del passato. Fu il primo monumento del nuovo Stato socialista e recava in ordine i nomi di K. Marx, F. Engels, Liebknecht, Lassalle, Bebel, T. Campanella, J. Meslier, Winstnley, T. Moro, Saint-Simon, Vaillant, Fourier, J. Jaurès, Proudhon, Bakunin, Cernisevskij, Lavrov, Michajlovskij, Plechanov.

Non si sarebbe avuto il secondo assalto al cielo con l’Ottobre del 1917 senza il loro pensiero rivoluzionario.

Nel 2013, nel 400° anniversario della dinastia Romanov, a differenza della Francia che non ha mai dimenticato il 14 luglio, la Russia ha voluto inspiegabilmente cancellare forse la più bella testimonianza della propria Rivoluzione, che è stata la grande speranza di tanta parte dell’umanità.

Luigi Marino, del Comitato nazionale dell’ANPI