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Pietransieri: il massacro dimenticato Lelio La Porta

Pietransieri: il massacro dimenticato

Lelio La Porta

Nella frazione di Roccaraso, in Abruzzo, 128 fra uomini, donne e bambini trucidati dai nazisti il 21 novembre 1943. Nessun movente se non, forse, il desiderio di eliminare una popolazione che poteva intralciare le operazioni belliche dei tedeschi

Provenendo da Sulmona, la patria di Ovidio (“Sulmo mihi patria est”), del quale proprio quest’anno ricorre il bimillenario della morte, percorrendo tornanti molto addomesticati nella loro impervia percorribilità da un’opera di rifacimento abbastanza recente, si arriva al Piano delle Cinque Miglia. Il paesaggio è ben diverso da quello che il passeggero si è lasciato alle spalle: dal dominio quasi incontrastato di rocce e alberi si passa a un altopiano lussureggiante di splendente grano e appezzamenti di terreno coltivati. Si tratta di quei miracoli che la natura propone quando si impegna fino in fondo a essere se stessa. Questo altopiano è noto – credo ovunque in Italia ma anche fuori dal nostro Paese – in quanto vi si trovano, a poca distanza l’uno dall’altro, tre importanti centri turistici, invernali ma anche estivi, dell’Abruzzo e dell’Appennino centrale: Roccaraso, Rivisondoli, Pescocostanzo. Gente nelle strade, via vai continuo, grande traffico. Ma il passeggero, anzi, i due passeggeri che entrano in Roccaraso non sono alla ricerca di un “ubi consistam” dove riposare le membra stanche del viaggio; non chiedono informazioni su alberghi o ristoranti; chiedono, invece, dove si trovi Pietransieri. Ricevuta una risposta, tornano in macchina e si dirigono verso la piccola frazione di Roccaraso che prende, appunto, il nome di Pietransieri. Di nuovo il paesaggio lascia spazio alle sue rudezze rocciose ma lascia anche intendere la nuova pianura che si stende verso Sud, verso Napoli che sembra quasi intuirsi al di là dei monti.

Si arriva a destinazione: poche case, poca gente nelle strade, diventa quasi difficile chiedere un’informazione. Finalmente i passeggeri trovano il modo di avvicinare un anziano signore intento in un’attività che, in queste zone di grande freddo e grande neve, si esplica proprio in agosto: la raccolta della legna per il fuoco invernale. Chiedono dove è ubicato il posto da loro cercato. L’anziano signore, con aria quasi compiaciuta dal fatto di poter fornire proprio quell’informazione, indica loro la strada e aggiunge: «Lì furono trucidati!». Un sacrario dove sono raccolte le spoglie di 128 fra uomini, donne e bambini trucidati dai nazisti: il massacro dei Limmari di Pietransieri, 21 novembre 1943.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario (15 luglio 1967) del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare a Pietransieri da parte dell’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Questo crimine perpetrato dalle truppe naziste in ritirata, però, non ha mai avuto il giusto spazio nella memoria del biennio 1943-45. Sotto certi aspetti, ha seguito la sorte delle Quattro giornate di Napoli, spesso messe nel dimenticatoio senza ricordare che la città partenopea fu la prima, fra le grandi città europee, a insorgere contro i tedeschi e a cacciarli ancor prima dell’arrivo delle truppe angloamericane. E, ancora sotto certi aspetti, il massacro di Pietransieri può essere collegato alla Liberazione di Napoli; infatti i tedeschi in ritirata si attestarono sulla linea Gustav che attraversava proprio il territorio del piccolo comune abruzzese davanti al quale si stendeva la “terra di nessuno”. Lì arrivano, il 17 ottobre 1943, i genieri tedeschi per iniziare i lavori di fortificazione della zona. Iniziano i rastrellamenti dei civili da impiegare nei lavori mentre, il 7 novembre, viene intimato lo sgombero del paese. Si tratta di andare verso Sulmona; alcuni abitanti obbediscono e molti troveranno la morte per assideramento o sfinimento durante il viaggio; altri, quasi duecento, si rifugiano in località Limmari, nella terra di nessuno, davanti alle linee difensive germaniche. I tedeschi sembra non si oppongano a tale decisione e nel frattempo distruggono il villaggio compresa chiesa e cimitero, bruciando viva nella sua casa una donna settantenne impossibilitata a muoversi.

Intanto continuano le razzie delle persone idonee al lavoro ma, non trovandone a sufficienza, i tedeschi cominciano a sfogare la loro rabbia sulla popolazione civile: il 15 novembre viene uccisa, senza alcun motivo, una donna nella sua casa. Il giorno seguente un reparto d’assalto rastrella 6 uomini che vengono trovati uccisi a colpi d’arma da fuoco. Il 17 novembre una settantenne e un ottantenne accorso in suo aiuto vengono uccisi dai soldati. Il 18 novembre viene uccisa una giovane donna e il giorno dopo un uomo di settant’anni, il figlio e una ragazza che era con loro. Lo stesso giorno un gruppo di paracadutisti aveva fatto nuovamente irruzione in paese devastando tutto quello che ancora era rimasto in piedi e uccidendo alcuni uomini i cui corpi furono rinvenuti nelle vicinanze.

Nell’ultima domenica di Avvento i protestanti tedeschi commemorano i defunti: per loro è la domenica dei morti e nel 1943 cadeva il 21 novembre. Quella domenica un gruppo di paracadutisti penetra in Limmari distruggendo ogni cosa e uccidendo gran parte degli abitanti; i sopravvissuti vengono riuniti nei pressi di una quercia, intorno a loro viene raccolto dell’esplosivo che viene fatto brillare. Chi non muore viene finito sul posto. Sopravvive una bambina di sette anni, Virginia Macerelli, che si nasconde sotto le gonne della madre e viene rinvenuta dalla nonna, Laura Calabrese, sfuggita al massacro.

Il capitano inglese Stayer, incaricato di indagare sul massacro, raccolse le testimonianze delle due donne il 3 novembre del 1947. Laura Calabrese: «Verso le 9,00 del 21 novembre 1943 un gruppo di 5 tedeschi arrivò al casolare e ci ordinarono di raccoglierci insieme nel cortile della trebbiatura. Immediatamente dopo 4 tedeschi aprirono il fuoco su di noi con i fucili automatici mentre il quinto metteva una mina sotto i cadaveri e la faceva esplodere facendoli saltare in aria. Riuscii a scappare gettandomi in un canale, proprio prima che esplodesse la mina. Io e la mia nipotina di sette anni siamo i soli superstiti di questo massacro. Dichiaro con assoluta certezza che i 5 tedeschi che compirono il massacro vivevano nelle case di Pietransieri e che in precedenza li avevo visti in parecchie occasioni. In quest’eccidio hanno trovato la morte mia figlia, 6 nipoti e altri 7 parenti, per lo più donne e bambini». Virginia Macerelli: «Una mattina i tedeschi vennero alla fattoria e ci fecero raggruppare; oltre a me c’era mia madre, 4 fratelli e mia sorella. I tedeschi cominciarono subito a sparare e io mi nascosi sotto la gonna di mia madre. Sentii tantissime grida, io rimasi ferita al braccio sinistro e ad ambedue le gambe. Mia nonna mi venne a prendere il giorno dopo, io ero ancora sotto le gonne di mia madre, che era morta. Oltre a mia madre i tedeschi uccisero i miei 4 fratelli e mia sorella di 16 anni».

Terribile è la testimonianza resa da Italino Oddis, all’epoca guardia municipale, che descrive nel modo seguente il rinvenimento dei corpi della moglie e dei due figli: «… riconobbi mia moglie e mio figlio Evaldo rimasto in ginocchio e con gli occhi aperti e lo sguardo in su. Gli presi la testa tra le mani, pareva volesse dirmi qualcosa ma una pallottola gli aveva forato la tempia; l’abbracciai, lo baciai e ribaciai e lo stesi poco lontano (…), poi presi mia moglie e la misi accanto a lui. L’altro mio piccolo bambino, Orlando, era sotto la madre in una pozza di sangue; presi anche lui e lo stesi vicino alla madre e al fratello».

Nella zona, come attestato dai documenti dello stesso esercito tedesco, non c’era attività partigiana, almeno in quel periodo. È vero che il 13 novembre furono rinvenuti i cadaveri di due soldati tedeschi, ma furono ritenuti vittime degli Alleati. D’altronde, fra il rinvenimento dei due cadaveri e il massacro era passato troppo tempo e i tedeschi, invece, erano sempre molto immediati nelle rappresaglie. Inoltre, solitamente, rendevano pubbliche le loro azioni per dar maggior valore di monito. Si aggiunga che, dalla testimonianza di Laura Calabrese, risulta che i massacratori erano soldati di Pietransieri: è noto che le rappresaglie, in linea di massima, erano affidate dai tedeschi a truppe non di stanza nei luoghi degli eccidi. Quindi, quale il movente? Ne resta uno solo che, nella sua disarmante e inumana insensatezza, suscita quesiti tremendi circa la natura umana applicata alla guerra e al terrore usato nei confronti dei civili: la popolazione di Pietransieri non aveva obbedito ai proclami con cui i tedeschi chiedevano lo sfollamento verso Sulmona e si era andata a sistemare nella terra di nessuno fungendo da intralcio alle operazioni belliche dell’esercito germanico. Non ci fu da parte nazista nessun tentativo di dissuadere i pietransieresi dal recarsi verso la terra di nessuno (anzi, per molti versi, furono proprio i tedeschi a indurre la popolazione a spostarsi lì dove non avrebbe dovuto essere); da ciò il massacro che, oltre tutto, nella sua dinamica e nella sua realizzazione, entrava in rotta di collisione con le stesse leggi di guerra tedesche in quanto non c’era stata attività partigiana.

Ha scritto Roberto Battaglia: «È (…) l’Abruzzo a pagare il prezzo della sua precoce resistenza e della prossimità della linea del fronte con un ingente e tuttora pressoché ignorato contributo di sacrifici e di sangue. Il 21 novembre 1943 nel villaggio di Pietransieri – che aveva tardato ad eseguire l’ordine di evacuazione impartito dalle autorità germaniche – irrompono le truppe tedesche e fanno strage di 130 civili, in gran parte donne e bambini (così efferato e anche inesplicabile il massacro, che nasce una candida leggenda popolare, secondo la quale, il generale tedesco che ordinò la strage sarebbe tornato nell’immediato dopoguerra sul posto, in veste di ignoto pellegrino, per invocare perdono dall’unica superstite, tale Virginia Macerelli)» [1].

Nel modo seguente il senatore a vita Paolo Emilio Taviani si esprimeva sul massacro nella Prefazione al volume di Paolo Paoletti a esso dedicato: «L’indagine accurata (…) ha accertato che la causa dell’orribile mattanza non fu una rappresaglia, bensì l’intenzione di liberare la “fascia di sicurezza” dalla presenza di estranei, potenziali collaboratori del nemico. (…) Anche per il codice militare di guerra tedesco e per il diritto internazionale (…) la strage di Pietransieri è un crimine di guerra. Il capitano Georg Schulze, supposto mandante della strage, è uno dei tanti criminali di guerra morti nel proprio letto» [2].

Nell’agosto 2016 l’Anpi di Pescara ha lanciato un grido di allarme intorno allo stato di abbandono in cui versano i luoghi del massacro. Resta il fatto che i due passeggeri che si sono recati sul posto hanno avuto qualche difficoltà a trovare lo stesso sacrario perché la segnaletica è assolutamente insufficiente. Nei loro occhi rimane, però, bene impressa l’immagine del volto dell’anziano che ha fornito l’indicazione sull’ubicazione del luogo: il suo sguardo diceva il dolore ma non la rassegnazione all’abbandono e alla dimenticanza; il suo sguardo diceva il sollievo per la rinascita di una memoria che non può e non deve essere cancellata; il suo sguardo era un invito per quante e quanti volessero recarsi lì dove la montagna degrada verso il fiume Sangro e dove la storia parla ancora la lingua della violenza ma anche, e soprattutto, quella di una rinnovata e sempre più necessaria resistenza.

Lelio La Porta, docente nei licei, membro della International Gramsci Society, collaboratore di Critica marxista, saggista

[1] R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964, p. 145.

[2] P. Paoletti, L’eccidio dei Limmari di Pietransieri (Roccaraso): un’operazione di terrorismo. Analisi comparata delle fonti scritte italiane e straniere, Comune di Roccaraso, 1996; nel presente articolo si cita dalla stampa anastatica del 2003, p. 7.

Tratto da

Patria Indipendente

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Salvatore Quasimodo – Giorno dopo giorno

Salvatore Quasimodo

Giorno dopo giorno

Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue
e l’oro. Vi riconosco, miei simili, mostri
della terra. Al vostro morso è caduta la pietà
e la croce gentile ci ha lasciati.
E piu’ non posso tornare nel mio eliso.
Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati,
ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi.
Con noi la morte ha più volte giocato:
s’udiva nell’aria un battere monotono di foglie
come nella brughiera se al vento di scirocco
la folaga palustre sale sulla nube.

Quattro Giornate di Napoli – Luigi Mastrodonato

Napoli 27 Settembre 1943

Storia

Quattro Giornate, la storia dimenticata dei femminielli che fecero la Resistenza

Quando Napoli insorse contro i nazifascisti, il 27 settembre 1943, furono in prima linea e costruirono le barricate per fermare i rastrellamenti. Ora si cerca di ricostruire le storie di coraggio di una comunità che ha precorso le lotte LGBT

di Luigi Mastrodonato

27 settembre 2017

Quattro Giornate, la storia dimenticata dei femminielli che fecero la Resistenza

“Quando scoppiarono le insurrezioni, i femminielli scesero in strada sparando al fianco di noialtri. Si trattava di maschi omosessuali travestiti da donna, presenti a decine nel quartiere dove erano soliti riunirsi in un terreno nella zona di Piazza Carlo III”.

Antonio Amoretti è probabilmente l’ultimo partigiano ancora in vita ad aver combattuto durante le Quattro Giornate di Napoli. Quel lontano 27 settembre del 1943 scoppiò una delle insurrezioni più dure e gloriose della storia recente della città, che andò avanti per quattro lunghi giorni e portò alla liberazione di Napoli dai nazifascisti un giorno prima dell’arrivo degli Alleati. Il campo d’azione di Amoretti era proprio l’area di Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, oggi un susseguirsi di maestosi ed eleganti palazzi dove spiccano bar, alberghi e negozietti. La strada è quella che dall’Aeroporto di Capodichino conduce al centro città, il che rende il quartiere un punto di transito per migliaia di pullmann, taxi e auto. Quello che oggi è un crocevia nevralgico nella viabilità cittadina nel 1943 è stato però un luogo simbolo per la sopravvivenza della Napoli come la conosciamo ora.

La rivolta fu l’ultimo capitolo di settimane di esasperazione per le esecuzioni, i saccheggi e i rastrellamenti portati avanti dagli occupanti nazisti. Una misura straordinaria del Prefetto intimava la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i 18 e i 33 anni. Su 30mila napoletani rispondenti ai criteri stabiliti, si presentarono solo in 150 e le forze tedesche iniziarono i rastrellamenti per scovare gli ammutinati. Madri e mogli scesero in strada fronteggiando gli occupanti così da ostacolare i nazifascisti e proteggere i loro figli, mariti e amanti. Ci furono però altri protagonisti nelle barricate di alcuni rioni, San Giovanniello in particolare. I femminielli, figure tradizionali della cultura urbana napoletana e in qualche modo gli ‘antenati’ del futuro movimento LGBT.

Una definizione esaustiva di femminiello viene data nel 1983 da Pino Simonelli e Giorgio Carrano in Masques, Revue des Homosexualités. “I femminielli sono uomini che vivono e sentono da donna: abbigliati e truccati da donna. Spesso prostitute ma non necessariamente: ogni vicolo ha il suo femminiello accettato dalla comunità”. Definiti gli antenati dei transgender, i femminielli erano una comunità che non rispondeva alle logiche della moderna transessualità, che non faceva uso di ormoni e chirurgia estetica e non rivendicava particolari diritti politici e civili, e che possedeva un’identità di genere che si discostava dalle aspettative sociali dettate dal genere maschile.

“Ricordo molto bene questo gruppo di persone che si distinse al nostro fianco nella lotta per liberare Napoli dal nazifascismo” mi spiega Antonio Amoretti, oggi Presidente dell’Anpi di Napoli. L’associazione è da alcuni anni impegnata nel lavoro di ricostruzione storica del ruolo dei femminielli nei combattimenti di quei giorni.

Accanto a lei, l’Arcigay di Napoli, attraverso il Presidente Antonello Sannino: “Quando ci fu la barricata a San Giovanniello i femminielli erano in prima linea, secondo la logica che non avevano niente da perdere: non avevano figli, la famiglia li aveva ripudiati e la società li rispettava culturalmente ma comunque entro certi limiti” mi spiega. “Abituati a fronteggiare la polizia e il potere, i femminielli non si tirarono indietro davanti all’occupazione nazista”.

Il coraggio dei femminielli è ben rappresentato dalla storia di Vincenzo. Ai tempi quarantenne, vendeva sigarette, cibo e fazzoletti mentre la sera si prostituiva in strada. “Lo chiamavano Vincenzo ‘o femminiello ed era un vero e proprio boss del rione San Giovanniello, nel senso buono del termine” mi racconta Rosa Rubino, transessuale oggi ultrasettantenne molto amica di Vincenzo e cresciuta sotto la sua ala protettiva.

“Ci ha raccontato più volte della sua partecipazione alle Quattro Giornate, del suo contributo nell’ergere le barricate per non far entrare i tedeschi nel quartiere”. Rubino ricollega il protagonismo del suo amico nell’insurrezione al ruolo che Vincenzo aveva nel quartiere. “Era una presenza fissa in strada, un punto di riferimento e questo spiega perché durante un momento così forte come le Quattro Giornate fosse in prima linea nei combattimenti”. Vincenzo fu anche tra i protagonisti, 40 anni dopo, delle proteste rionali contro l’abusivismo edilizio post-terremoto dell’Irpinia.

Questa presenza costante dei femminielli nelle dinamiche storiche urbane napoletane li ha resi tra i protagonisti della realtà antropologica locale. A confermarlo è Paolo Valerio, professore di Psicologia Clinica all’Università Federico II di Napoli, Presidente‎ della Fondazione Genere Identità Cultura e studioso dei femminielli. “Il fatto che nella lingua napoletana sia stato inventato un termine, femminiello, che altrove non esiste è sintomatico dell’importanza di questa figura nella cultura urbana e nell’antropologia locale” mi spiega. “E’ un po’ il corrispettivo dei Ladyboys in Thailandia o dei Muxè del Messico. Napoli si è contraddistinta come una città che ha consentito a queste persone di potersi manifestare più liberamente e di ritagliarsi persino un ruolo sociale – curare anziani e bambini oltre alla più classica prostituzione”.

Durante le Quattro Giornate, la presenza di decine di femminielli nelle strade impegnati a combattere gli occupanti nazisti va ricondotta a diverse cause, tra cui la prostituzione. Molti femminielli intrattenevano relazioni clandestine con gli uomini dei rispettivi rioni, dunque il loro interventismo va letto in parte nella stessa accezione delle donne che scesero in piazza per ostacolare le deportazioni forzate dei loro mariti nei campi di lavoro tedeschi.

Il protagonismo dei femminielli viaggiava poi di pari passo con il mero spirito di sopravvivenza. “Rifiutati dalla famiglia, difendevano sè stessi e il loro terraneo” continua Sannino, che sottolinea come l’occupazione nazista della città, con i coprifuochi che ne derivavano, si scontrava con la quotidianità rionale dei femminielli, soffocandone abitudini e costumi e dunque l’esistenza stessa.

Il contributo in termini numerici che i femminielli diedero in quelle quattro giornate di insurrezione urbana fu modesto, ma non irrisorio. “Erano qualche decina quelli che hanno combattuto con noi nel quartiere” ricorda ancora Amoretti. “Certo, a riunirsi nel loro terraneo di fronte all’ex cinema Gloria erano molti di più, ma comunque c’era una buona rappresentanza della loro comunità a combattere al nostro fianco”.

Tutti questi elementi sono rimasti nascosti per lungo tempo. Il protagonismo dei femminielli nelle Quattro Giornate sta però emergendo oggi tanto attraverso i racconti orali delle persone più anziane, comprese quelle appartenenti alla comunità LGBT napoletana del dopoguerra, quanto attraverso le fonti scritte provenienti dai diversi archivi nazionali e locali – l’archivio dell’associazione nazionale partigiani e quello dell’istituto campano della resistenza in particolare. Gli esponenti della comunità femminiella napoletana di quei tempi sono peraltro tutti deceduti oggi, il che complica il lavoro di ricerca. “E’ rimasta solo una persona” mi spiega Sannino, “nel 1943 aveva una decina di anni, ma fino a ora è stato impossibile parlare con lui”. Andrea – nome di fantasia – crebbe nel rione San Giovanniello e fin da piccolo frequentò la comunità omosessuale divenendo poi lui stesso un femminiello. Oggi, ormai ultraottantenne, percepisce ancora quello stato di assedio frutto di decenni di discriminazioni e non vuole condividere i suoi ricordi sul ruolo che la sua comunità ebbe in quei quattro giorni di insurrezione popolare.

Il contributo dei femminielli alla liberazione della città non venne minimamente celebrato, nemmeno a guerra finita. Solo l’anno scorso l’ex assessora per le pari opportunità di Napoli, Simona Marino, ha citato tra i protagonisti della rivolta “donne, omosessuali e femminielli” – in una lettera inviata al Presidente della Repubblica per l’anniversario dell’insurrezione.

L’attivismo bellico dei femminielli contribuì comunque ad affermarli ancor di più come protagonisti antropologici di certi quartieri napoletani. “Dopo l’insurrezione i femminielli continuarono a essere presenti nel rione San Giovanniello, come e più di prima, con le loro cerimonie nel terraneo” mi racconta Amoretti. Con le loro usanze, i loro costumi e i loro punti d’incontro, il ruolo dei femminielli nella quotidianità rionale napoletana è rimasta forte fino agli anni ’70-’80. Poi le trasformazioni urbanistiche e sociali, le conseguenze micro-locali della globalizzazione e lo sviluppo di nuove forme espressive e culturali legate al mondo LGBT hanno messo in ombra un gruppo protagonista della realtà sociale napoletana. Questo non ha però intaccato l’eredità che i femminielli hanno lasciato alla città.

Oggi sono circa 3mila i transessuali che abitano a Napoli, e sebbene si ripetano episodi di transfobia e discriminazione, la predisposizione di servizi sociali ad hoc come consultori, punti di ascolto e case di accoglienza, così come l’attivismo politico di alcuni di loro, raccontano bene quella che è una città che ha imparato nel corso dei secoli a essere più open-minded. La rivolta contro i nazisti del 1943, con eterosessuali e femminielli che combatterono fianco a fianco, fu in effetti una delle principali lezioni di integrazione nella storia contemporanea italiana. Questo, peraltro, in un momento storico caratterizzato da confino, violenze e eccidi contro omosessuali e transessuali.

“Il fatto che oggi Napoli abbia una delle più ampie comunità transessuali d’Europa e sia una delle città più gay friendly d’Italia è soprattutto il frutto della storia dei femminielli” spiega orgoglioso Sannino. L’eredità femminella lasciata alla storia della città non si ferma però qui e il Presidente dell’Arcigay Napoli ci tiene a sottolinearlo: “Senza il contributo delle donne e dei femminielli, alcune zone di Napoli come le conosciamo oggi non ci sarebbero più” conclude. “Sarebbero state rase al suolo nel 1943”.

Tratto da

L’Espresso

27/9/2017

Ricordando Camillo De Piaz il coraggioso frate combattente

Ricordando Camillo De Piaz il coraggioso frate combattente
Camillo De Piaz, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, braccio destro di padre David Maria Turoldo, partigiani durante la guerra, coraggiosi punti di riferimento per l’opposizione cattolica al nazifascismo, è morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Sondrio, dove era stato ricoverato d’urgenza per un improvviso malore. Avrebbe compiuto 92 anni il 24 febbraio. I funerali si sono svolti il 2 febbraio, nella basilica della Beata Vergine di Tirano (Sondrio), dove padre Camillo viveva dal 1957, quando, su pressione del Sant’Uffizio, fu costretto a ritirarsi perché considerato “scomodo” a causa delle sue simpatie marxiste e il suo dialogo con i comunisti. Nell’immediato dopoguerra, con un gruppo di amici intellettuali, padre Camillo e padre David Maria fondarono presso il convento di San Carlo a Milano la “Corsia dei Servi” della quale animarono per anni l’attività culturale (conferenze, editoria, cineforum, mostre) attorno alla omonima libreria che divenne un punto di riferimento del mondo culturale cattolico e non, soprattutto durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per anni padre Camillo seguì le attività della “Corsia dei Servi” dividendosi fra Madonna di Tirano e Milano. In ambito editoriale collaborò come consulente con le case editrici Mondadori, Vallecchi, Il Saggiatore e Bompiani ed è stato autore di numerose traduzioni dal francese fra cui Agonia della Chiesa?, lettera pastorale del 1947 dell’arcivescovo di Parigi cardinale Emanuele Suhard (1948), Il Cristo dilacerato di Jean Guitton (1964) e – a richiesta di Paolo VI, quando ormai i sospetti su di lui erano caduti – l’enciclica Popolorum Progressio (1967). Padre Camillo è stato membro della giuria del Premio “Gallarate”, del Premio di poesia “Clemente Rebora” e, fino alla morte, del Concorso Letterario Renzo Sertoli Salis. Nato a Madonna di Tirano nel 1918, Camillo De Piaz divenne frate dei Servi di Maria nel 1934 e fu ordinato sacerdote nel 1941.Durante gli studi ginnasiali incontrò David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria come lui, a cui lo legò una straordinaria fraternità di esperienze e di ideali per tutta la vita. Nella condizione di frati e di studenti dell’Università Cattolica di Milano, entrambi parteciparono attivamente alla Resistenza, esperienza che segnò profondamente la loro vita e motivò il loro costante impegno democratico. Insieme si dedicarono all’assistenza ai perseguitati e alle loro famiglie ,parteciparono ai gruppi animatori del giornale clandestino L’Uomo e del Fronte della gioventù, movimento unitario antifascista in cui confluirono giovani cattolici e comunisti e di altre formazioni politiche. Nel 1957 a causa dei suoi contatti con il Fronte della gioventù e con i Comunisti Cattolici viene allontanato da Milano per disposizione del Sant’Uffizio e assegnato al convento di Madonna di Tirano. Contro di lui anche l’accusa di aver accettato l’incarico di consigliere della Casa della Cultura di Milano diretta dalla comunista Rossana Rossanda.
Cambiati i tempi nella Chiesa, e vista ormai l’attività di padre De Piaz non più come sospetta, ma fortemente anticipatrice dello spirito conciliare, padre Camillo visse una nuova stagione di impegno dopo il 1968. Ma nuovi motivi di contrasto con la gerarchia cattolica si registrarono anche negli anni successivi. Nel 1973 padre Camillo ricevette dalle mani del segretario del Pci Enrico Berlinguer al Palalido di Milano il «Premio Eugenio Curiel» che gli viene assegnato con la seguente motivazione: «Sacerdote, militante antifascista, compagno di lotta di Curiel, ha saputo unire nel fuoco della Resistenza e nell’impegno civile dalla Liberazione ad oggi le aspirazioni convergenti di libertà e di progresso del popolo italiano espresse da componenti ideali diverse». Nel 1975 la «Corsia dei Servi» venne allontanata dalla chiesa di San Carlo di Milano, continuando come istituzione privata e nel 1977 i Servi di Maria,e in particolare padre De Piaz, vennero allontanati dal Santuario di Tirano: solo nel 1988 il frate fu reintegrato in tutte le sue funzioni sacerdotali. Nel 1995 gran parte dei suoi scritti d’occasione venne raccolta nel volume «Il crocevia,la memoria». Autore di vari libri a commento della Bibbia e dei Vangeli. Nel 2006 è uscita la sua biografia a cura dello storico Giuseppe Gozzini dal titolo Sulla frontiera. Camillo de Piaz, Resistenza , il Concilio e oltre

Tratto da
Patria Indipendente

Cronaca della strage di Carpi

Cronaca della strage di Carpi
Dalla Cronaca Carpigiana di don Ettore Tirelli
– Trascrizione Anna Maria Ori

16 Agosto 1944.
Dalla casa del fascio repubblicano la salma del colonnello Filiberto Nannini è trasportata solennemente in Duomo per le esequie. Si riforma il corteo e all’altezza del Municipio si scioglie. Movimento insolito di truppe. Due compagnie di Camicie Nere si allineano in doppia fila nel mezzo della piazza, entrata in castello verso il Torrione. Cantano inni guerreschi, nel mentre un plotone di Guardie repubblicane si unisce alle Camicie Nere. È il plotone di esecuzione. Sono le ore 20, mentre la salma del Nannini ha sepoltura nel nostro cimitero, 16 individui di tutte le età, sono portati in piazza e per rappresaglia uccisi.

17 Agosto 1944.
Giornata di costernazione espressa sul volto di tutti. Quasi squallida la piazza sebbene giorno di mercato. Le salme sono ancora supine a terra, e le scene di profondo dolore si susseguono appena un congiunto ravvisa un suo caro. Alle ore 9 sono incassate e allineate sul verde al fianco destro di chi entra in Castello. Alle ore 11 comincia il trasporto di questi disgraziati innocenti, e due per due sopra un camioncino senza onori funebri sono trasportati al cimitero.
Ecco i nomi delle vittime

Arturo Aguzzoli, anni 30, di Carpi;
Augusto Artioli, anni 60, di Carpi;
Aldo Biagini, anni 39, di Rio Saliceto;
Agostino Braghiroli, anni 41, di Carpi;
Remo Brunati, anni 36, di Mirandola;
Enzo Bulgarelli, anni 27, di San Felice sul Panaro;
Dino Corradi, anni 41, di Carpi;
Martino Del Bue, anni 48, di Rio Saliceto;
Umberto De Pietri, anni 26, di Carpi;
Fernando Grisanti, anni 24, di Milano;
Costantino Iotti, anni 18, di Rio Saliceto;
Walter Lusuardi, anni 30, di Migliarina Carpi;
Pierino Rabitti, anni 19, di Rio Saliceto;
Fermo Rossi, anni 24 di Rio Saliceto;
Avio Storchi, anni 26, di Rio Saliceto;
Giuseppe Zanotti, anni 30, di Carpi.

29 Agosto 1944.
La rappresaglia non è finita: i fascisti, non sazi di vendetta, hanno voluto superare anche nel crimine i loro alleati nazisti. Dopo due settimane dalla strage della piazza, in via Guastalla a Migliarina, proprio nel punto dove era stato giustiziato il fascista console Nannini, venivano uccisi quattro partigiani di Soliera, prelevati nelle loro case, portando il numero delle vittime a venti. I fascisti avevano voluto così dimostrare di essere i più spietati, assassinando venti persone innocenti per l’uccisione di un solo fascista, superando, anzi, raddoppiando i dieci contro uno delle Fosse Ardeatine.
I nomi dei quattro partigiani uccisi

Erio Fieni, anni 38;
Romano Bianchini, anni 38;
Fernando Loschi, anni 19;
Dante Loschi, anni 43.

N.B. – Il colonnello Antonio Petti, comandante provinciale della “Guardia Nazionale Fascista” responsabile dell’uccisione dei 16 innocenti in Piazza a Carpi, venne condannato a morte. L’esecuzione avvenne il 5 ottobre 1945 al Tiro a segno a Cibeno.

Tratto da
Patria e Libertà

Luigi Vanzan – Il perdono

Il perdono di Luigi Vanzan

Fuggito da Roma nel settembre del ’43, raggiunsi il mio paese, Galzignano, dove trovai conforto e pace. Ma la mia vita fu interrotta un brutto mattino quando le SS tedesche occuparono la disabitata Villa Barbariga. Mi rifugiai a Padova, pensando che una città fosse phi sicura. Illuso! Padova mi fu fatale e venni arrestato e portato a Palazzo Giusti. Qui per diverse notti dovetti subire duri interrogatori. Durante i primi fui forte e riuscii a rispondere a tono dichiarandomi sempre innocente. Poi i pugni, le bastonate alla testa, le scosse elettriche mi ridussero all’impotenza. Una notte fui ricondotto nella mia cella fuori conoscenza. Non so quanto tempo rimasi in queste condizioni. Mi svegliai sentendomi toccare, aprii gli occhi e vidi uno sconosciuto che mi osservava. lo non potevo parlare, capii solo che era un medico. Dopo qualche ora fui portato in un’altra stanza dove trovai il professar Giovanni Apolloni, il professar Giovanni Ponti, il professor Adolfo Zamboni, il professor Francesco De Vivo e altri ancora che mi rincuorarono. Pili di tutto mi sollevò il trovare il mio anziano professore don Apolloni. Il 25 aprile uscimmo da quella triste dimora tutti assieme, liberi. Seppur fisicamente menomato per il trattamento subito, sono felice di poter ora testimoniare, scegliendo il perdono per tutti anziché la vendetta.

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8 settembre 1943 (primo giorno dell’occupazione) il ponte della Magliana

Roma: i tre giorni della rivolta

Cesare De Simone

Dall’8 al 10 settembre 1943: la cronaca viva e palpitante della reazione all’occupazione tedesca, dai Martiti della Magliana alla battaglia di Porta San Paolo. Dal libro di Cesare De Simone “Roma città prigioniera – I 271 giorni dell’occupazione nazista (8 settembre 1943-4 giugno 1944)” editore Mursia, 1994

8 settembre 1943 (primo giorno dell’occupazione) il ponte della Magliana

II primo colpo di fucile – una raffica di Smeisser – i tedeschi lo sparano a tradimento, alle 21,30, sul ponte della Magliana, attaccando il posto di controllo tenuto dal I Reggimento Granatieri di Sardegna. «Kamerad! Kamerad! Non sparate! Vogliamo parlamentare!» urla un tenente paracadutista del battaglione «Diavoli verdi» agitando la torcia elettrica. Accanto a lui due soldati in tuta mimetica, uno con un’altra torcia illumina il camerata che agita una bandiera bianca. II terzetto è spuntato sulla strada che porta al posto di blocco della decima compagnia del I Granatieri, all’imbocco del ponte della Magliana. II capitano Vincenzo Pandolfo, palermitano, esce allo scoperto con alcuni uomini: «Venite avanti!» risponde. I tre tedeschi arrivano a una ventina di metri. «Che diavolo vorranno?» bisbiglia il tenente Gino Niccoli, romano, che è al fianco di Pandolfo. «Beh, vorranno arrendersi. Ormai qui a Roma sono messi male» dice il capitano, che tiene in mano la Beretta d’ordinanza.

Improvvisamente l’ufficiale tedesco e i due parà si gettano a terra e nello stesso istante salgono in aria due bengala che illuminano a giorno la postazione italiana mentre dai cespugli e dai rialzi attorno si sgranano raffiche di fucile mitragliatore. Appostati nell’ombra, i tedeschi fanno il tiro al bersaglio sui granatieri. Cadono falciati Pandolfo, Niccoli e i sei uomini che sono con loro, il posto di blocco viene investito da colpi di mortaio. Lo scontro è durissimo, ma nonostante l’agguato i granatieri resisteranno fino al mattino, quando, costretti ad abbandonare il ponte, raggiungeranno attraverso i campi le postazioni della Cecchignola e della Montagnola. Sul terreno lasciano 38 morti, i tedeschi 22.

È la sera di mercoledì 8 settembre, dunque, e quegli otto granatieri uccisi al ponte della Magliana sono i primi morti italiani nella difesa di Roma, i primi caduti della guerra di Liberazione. La storia d’Italia segnerà questo giorno come uno dei suoi tornanti memorabili ma su quel ponte all’estrema periferia est della citta, quando avviene l’assalto dei parà tedeschi del generale Student nessuno dei soldati italiani lo può immaginare. Né possono immaginarlo i romani, nelle loro case che continuano ad avere le finestre oscurate dai fogli di carta incollati – sono le disposizioni dell’Unpa per non far trapelare luce, contro i bombardamenti – convinti come sono di star vivendo il primo giorno di pace. Armistizio è infatti una parola magica e rassicurante, nonostante qualche dubbio già corra in questa serata umida e afosa nelle case di Testaccio e di Monteverde, dei Parioli e di Prati, di Monti e del Flaminio, di Trastevere. Nonostante non siano pochi, specialmente nella zona del ghetto, al Portico d’Ottavia, coloro che si preoccupano di come avrebbero reagito i tedeschi.

Prima che scocchi la mezzanotte i combattimenti si sono propagati sull’Ostiense, alla Casetta Rossa delle Tre Fontane e lungo l’intero asse della Laurentina. Quella notte resistono nella zona del ponte della Magliana anche i Lancieri di Montebello, e i granatieri del caposaldo numero 5 sbarrano l’Ostiense all’altezza della chiesa dell’E. 42. Poi, al mattino del 9, gli scontri dilagheranno sempre più violenti in altre zone della citta, per altri due giorni e mezzo.

Nello stesso momento in cui i tedeschi sparano sul capitano Pandolfo e sui suoi uomini Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena stanno infilandosi a letto nell’appartamento messo a loro disposizione al ministero della Guerra di via Venti Settembre. I Savoia hanno abbandonato da circa un’ora il Quirinale proprio per timore della rappresaglia tedesca, dopo l’annuncio per radio di Badoglio, alle 19,20, dell’armistizio. Ospitati per la notte al ministero dal capo di stato maggiore generale Ambrosio, si preparano a partire all’alba verso Pescara, per imbarcarsi su una nave da guerra della Marina e raggiungere la sicurezza, cioè la Puglia occupata dagli Alleati.

Con l’agguato tedesco alla Magliana inizia l’occupazione nazista della città. Avrà fine 271 giorni dopo, la mattina del 4 giugno ’44 (ma il 5 ancora si combatteva nella periferia nord) quando un’infangata jeep della Quinta Armata americana del generale Mark Clark sbucherà dalla via Casilina su piazza di Porta Maggiore.

Saranno i 271 giorni peggiori nella storia di Roma, una citta che, nell’ultimo millennio, di periodi terribili ne aveva pur vissuti parecchi: eserciti stranieri e saccheggi, pestilenze e carestie, inondazioni, incendi, faide fra famiglie nobiliari, dittature e guerre. L’occupazione nazista sommerà però insieme, per i romani, tutte le piaghe, tutte le angosce e le sofferenze che la memoria della città aveva registrato attraverso i secoli. Saranno i mesi terribili del freddo e della fame, delle bombe e delle fucilazioni di massa, dell’orrore e della morte. Saranno insieme, per i romani, i mesi del coraggio e dell’eroismo; gente sconosciuta, popolani rimasti senza nome e senza volto, vivranno la loro epopea anonima nella lotta e nella resistenza, nelle celle della Gestapo, davanti ai muri delle fucilazioni e nella cave Ardeatine dello sterminio.

Proprio la mattina dell’8 gli americani hanno duramente bombardato Santa Marinella e Frascati. La prima, una nota località balneare a nord di Roma, quaranta chilometri sull’Aurelia; l’altra, la cittadina dei Castelli Romani dove il feldmaresciallo Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia, ha sistemato il suo quartier generale. È il modo terribile con cui Eisenhower, da Algeri, sollecita Badoglio, il suo governo e il suo re, a proclamare ufficialmente quell’armistizio che hanno firmato cinque giorni prima (1).

In particolare, i B-17 della Dodicesima Air Force, decollati dalle basi africane, spianano Frascati alle 12 in punto, provocando mille morti su 5.000 abitanti. È una giornata di sole, limpida, e da Roma si odono distintamente le esplosioni delle bombe sulla cittadina dei Castelli e si scorgono ad occhio nudo le colonne di fumo e polvere sollevatesi alte, nel blu carico del cielo. I romani rabbrividiscono. Ventisei giorni prima avevano avuto sulla loro testa il secondo, devastante bombardamento aereo: quello del 13 agosto, che aveva martellato stazioni ferroviarie e depositi militari al Casilino, al Prenestino, al Tuscolano, al Tiburtino (2).

Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto: gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa e stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. II più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.

SEGUE

9 settembre (2° giorno dell’occupazione) Insorge la borgata Laurentina

9 settembre (2° giorno dell’occupazione) Insorge la borgata Laurentina

II re e Badoglio scappano all’alba. Alle 5 una lunga teoria di macchine porta in salvo la casa reale, gli stati maggiori, i ministri; lungo la Tiburtina i tedeschi danno via libera all’autocolonna, una sorta di tacito baratto per aver mano libera a Roma (3). È un’ignominia storica, la macchia che cancellerà i Savoia dal futuro degli italiani. A difendere la capitale e l’onore d’una intera nazione restano i soldati senza ordini dall’alto, i sessantamila uomini dei reparti delle divisioni «Granatieri di Sardegna», «Ariete», «Sassari» e «Piave» che si trovano attorno alla capitale o in citta: granatieri, fanti, carristi, lancieri, artiglieri, carabinieri e quelle migliaia di romani, uomini e donne, che s’affiancano loro raccogliendo le armi dei caduti, rubando fucili e bombe a mano dai depositi abbandonati, ricevendo fucili e pistole dai militanti comunisti. Testimonia Antonello Trombadori:

«La notte dell’8 settembre sei persone scaricarono armi e munizioni in giro per Roma da due grossi autocarri del Servizio informazioni militari, il Sim. Erano: Luigi Longo, ex Commissario delle Brigate Internazionali in Spagna e attuale vicesegretario del Pci; il capitano Guido Carboni, figlio del generale Giacomo, caduto poi volontario nella guerra di liberazione sul fronte di Ravenna; il dottor Felice Dessì, milanese, ex confinato politico, monarchico, uomo di fiducia del generale Carboni; l’ebanista Lindoro Boccanera, romano, vecchio militante e cospiratore comunista; il pittore edile Roberto Forti, romano, comunista, da poco uscito di prigione; e Antonello Trombadori, fresco reduce dal confino di polizia. Le armi (moschetti, pistole e bombe a mano) e le munizioni furono depositate parte al Museo del Bersagliere a Porta Pia, con l’aiuto del guardiano, maresciallo Fioroni; parte in un magazzinetto di via Silla attiguo a un salone di barbiere; parte presso l’officina del meccanico ciclista Collalti in via del Pellegrino (Collalti e il figlio maggiore verranno poi deportati a Mauthausen, ne fecero ritorno dopo la liberazione in condizioni tali da trovar subito la morte); parte, infine, presso lo “sfasciacarrozze” dei fratelli Scattoni in via Galvani a Testaccio (Umberto Scattoni, uno dei due fratelli, gappista, nell’inverno del ’44 venne fucilato dai tedeschi a Forte Bravetta).

Sarà bene avvertire che quelle armi (le prime e le sole che nella storia del nostro Paese siano passate in forma non casuale né violenta dalle mani del Regio Esercito a quelle di un gruppo di rappresentanti del popolo) trovarono alloggio nei depositi ricordati non in seguito alla dichiarazione di armistizio ma in seguito a una decisione maturata e concordata diversi giorni prima tra il generale Carboni e alcuni rappresentanti del fronte d’azione antifascista: Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo, Antonello Trombadori». (4)

Roma, 8 settembre 1943. Nella zona Eur-Montagnola una autoblindo italiana della “Piave” viene colpita da un anticarro tedesco

Mentre le sessanta auto nere su cui fuggono la famiglia reale, Badoglio e i generali scivolavano furtive dal portone del ministero della Guerra il ventunenne granatiere Daniele Grappassoni, scampato alla strage tedesca al ponte della Magliana, arriva lacero e sanguinante al comando del I Granatieri, alla Montagnola dell’Eur. È rimasto nascosto quattro ore in una spaccatura del terreno, mentre i paracadutisti tedeschi perlustravano la zona, e ora porta la notizia dell’agguato e della conquista del ponte da parte degli uomini del generale Student. Dalla Montagnola si avvia subito una compagnia di carabinieri, guidata dal capitano Orlando De Tommaso, e con un furioso attacco riesce a riprendere il ponte. De Tommaso cade tra i primi; l’assalto finale contro una mitragliatrice dei parà nazisti è guidato da un carabiniere di 22 anni, Antonio Colagrossi, che trascina i compagni urlando «vendichiamo il capitano!». Lo uccide una delle ultime raffiche.

I nazisti ripiegano, dopo un paio d’ore tornano però in forze. La postazione è importante, il ponte è l’unico punto del settore dove possono transitare gli automezzi per Roma. Ma a difenderlo confluiscono altri reparti del I Granatieri e il combattimento si fraziona fra attacchi e contrattacchi in tutta la zona circostante.

Racconta Armando De Paoli, che aveva 21 anni ed era arruolato, per il servizio di leva, nella Polizia dell’Africa Italiana:

«II 9 settembre a noi della Pai ci portarono a San Paolo. Ricevemmo l’ordine di muoverci la notte fra l’8 e il 9. Abbiamo sparato contro i tedeschi, avevamo piazzato i cannoni sulla via Ostiense proprio dove adesso c’é l’Alfa Romeo, c’era il selciato per terra che teneva ben fermi i pezzi quando rinculavano. Noi eravamo impreparati, per la verità, con quei cannoncini ci avevamo fatto i tiri al poligono una volta sola. II nostro pezzo, al primo colpo che sparammo quella notte contro un camion tedesco, fece uno scarto all’indietro, ci buttò tutti per terra, momenti ci passava sopra. I tedeschi, ’sti disgraziati, s’erano messi sulla chiesa, sulla cupola della chiesa dell’Eur, San Pietro e Paolo, quella che sta a viale Europa, e sparavano con le 20 millimetri, un inferno.

Poi si è fatto giorno e abbiamo iniziato la strada per arretrare verso San Paolo, stavamo sulla corsia laterale, che allora era riservata ai ciclisti. Lì abbiamo visto uno spettacolo orribile: nelle cunette c’erano tutti granatieri che erano stati uccisi con colpi alla nuca dai tedeschi. Presi e uccisi. Ma tanti, tanti! E buttati in quelle cunette a lato della strada. Non ti dico che cuore ci si era fatto, eravamo tutti ragazzetti! Noi ci siamo attestati coi cannoni puntati, i tedeschi ci sparavano, venne anche di rinforzo la nostra Divisione Ariete, coi semoventi. Era il 9 settembre mattina.

I tedeschi sparavano con gli 88, arrivavano certe botte tremende. Per stare tranquillo mi misi in una di quelle cunette, cercavo di ripararmi mettendomi sopra le gambe, le braccia di quei poveracci morti, i proiettili dell’88 quando arrivavano erano una cosa impressionante. Credo che mi abbia salvato la vita un granatiere morto, gli è entrata nella coscia una scheggia che avrebbe preso me.

Siamo tornati indietro, a Roma. Mi misero di guardia davanti alla basilica di San Paolo, dovevamo bloccare i civili che chiedevano armi e volevano andare a combattere anche loro contro i tedeschi. Ma le armi non c’erano, da dargli, e se andavano oltre era pericoloso, i tedeschi sparavano. Quei civili strepitavano «damme er fucile! damme er fucile, je lo famo vedé noi a quei fiji de mignotta» diceva uno che voleva proprio il mio mitra che era un Beretta, funzionava benissimo.

Poi ci hanno spostato al Foro Mussolini, agli alloggi degli accademisti. Avevamo preso possesso lì, eravamo circa 150 soldati, avevamo avuto solo qualche ferito fino allora. Stavamo riposando nei letti a castello, una mattina, quando sento due o tre cannonate forti: erano arrivati i tedeschi coi carri armati, i Tigre, quelli grossi, che ancora oggi ci sano i segni sul lastricato del Foro Italico. Nel cortile stavano dando il rancio. I tedeschi ci hanno tolto i caricatori da 40, ci lasciarono quelli da 10 e dopo un po’ si seppe che eravamo stati dichiarati polizia della citta aperta» (5).

A ripercorrerli oggi, i luoghi che furono allora epicentro della battaglia fra la Magliana e la Montagnola dell’Eur, non è facile rendersi conto che lì, dove Roma comincia a degradare verso il mare con l’ondata di palazzoni in cemento, venne scritta dai granatieri e dai popolani della borgata Laurentina una pagina di gloria nella storia della città. Allora lì, in mezzo a un bosco di eucalipti, c’era il Forte Ostiense, una massiccia costruzione fatta fare da Pio IX come collegio per 400 orfani di guerra; poco più in là sorgeva un antico magazzino che il parroco del Buon Pastore, don Pierluigi Occelli, aveva trasformato in chiesetta (oggi ci passa il viale Cristoforo Colombo); c’era infine una grande casa con i muri dipinti di rosso, sede del gruppo rionale fascista, che i granatieri avevano requisito per piazzarci il comando. Tutta la zona viene investita dai paracadutisti della «Student» rafforzati da unità di panzergranadieren inviate dal comando tattico di Frascati. Quando la mattina del 9 i tedeschi riescono a forzare la disperata difesa di granatieri e carabinieri sul ponte della Magliana, la battaglia della Montagnola si sviluppa prima attorno al Forte, poi per il possesso della casa rossa.

Agli scontri partecipa, coi granatieri del I, la gente della borgata: uomini, donne, ragazzini, un’epopea poco conosciuta. Al piano terra della casa rossa il fornaio Quirino Rosci ha negozio e abitazione; è lui che tutte le mattine fornisce il pane al comando granatieri e nei tascapane di molti soldati caduti nella giornata, quando mani pietose ne recuperano i corpi, si trovano gli sfilatini freschi sfornati all’alba da Rosci. Ne aveva due, nel suo tascapane, anche il sottotenente Luigi Perna, morto eroicamente alla Montagnola, poi decorato di medaglia d’oro. II fornaio rimane fino all’ultimo accanto ai soldati, mentre i tedeschi assaltano la casa. Alla fine i paracadutisti lo prendono prigioniero insieme a una cognata, Pasqua D’Angelo, e un ufficiale gli chiede “Vecchio, adesso dove volete andare?». «In chiesa» risponde calmo Quirino. «Va bene, andate». L’anziano fornaio prende per mano la cognata e si avvia verso la chiesetta di don Occelli ma i due riescono a fare solo pochi passi, da una finestra della casa rossa una sventagliata di mitra, alla schiena, li abbatte.

Romolo Dorinzi è un ragazzino di 14 anni. La madre prende per mano lui e la sorella e scappa di casa per cercare scampo dal combattimento che si avvicina, vuole rifugiarsi in parrocchia. Ma giù in strada Romolo vede un gruppo di paracadutisti tedeschi che sta piazzando due cannoni per prendere alle spalle i difensori del Forte. Non ci pensa un istante, si libera con uno strattone dalla presa della mamma e comincia a correre verso il Forte, va ad avvisare i granatieri. I tedeschi se ne accorgono e subito gli sparano addosso, prima uno, poi un secondo, poi altri due o tre. II ragazzino fila come una lepre, zigzagando tra i proiettili, uno lo prende di striscio al braccio ma lui non si ferma. Arriva tra i granatieri con il braccio penzolone, dà l’allarme ed evita una strage. Oggi (ndr: il volume da cui è tratto questo testo è del 1994) Romolo Dorinzi ha 64 anni, è un signore alto e robusto coi capelli bianchi. È in piedi davanti alla chiesa del Buon Pastore, alla Montagnola, e racconta:

«Fui colpito da un proiettile, mentre correvo per avvisare i nostri. Vedi, la parrocchia era sempre qui. Io abitavo qui dietro, in via delle Statue 10, adesso è tutto prato. Quella è la Cristoforo Colombo, c’era già allora ma era chiamata la via Imperiale. E là c’era ancora tutta la terra di qua e di là, ma una diecina di metri di terra, la strada era in alto. Qui c’è stata proprio la battaglia, al Forte Gaetano Giardina, che era lì sopra. Io la mattina del 9 vidi i tedeschi che piazzavano dei cannoni e li puntavano verso il forte. Sapevo che lì c’erano i granatieri, molti li conoscevo pure, e i tedeschi li stavano a prendere alle spalle; ma non solo a loro, prendevano alle spalle anche i soldati nostri che stavano al di là della scarpata della Colombo. Allora io, sai, a quell’età non avevo paura di niente, era un po’ anche incoscienza … Ma ecco, è andata così. Era verso le 11, mamma mia mi diceva “andiamo via! Andiamo via!” perché su casa nostra erano arrivati i tedeschi e stavano piazzando delle mitraglie agli angoli del terrazzo. Questa palazzina di casa mia era di mio cognato, allora i tedeschi a ogni angolo piazzavano queste grosse mitragliere. Qui si mette male, ho pensato, e mia madre Augusta disse “andiamo via!”. Allora con mia madre che mi teneva per mano siamo scesi e ho visto i tedeschi che stavano piazzando dei cannoncini verso il Forte, ho visto anche altri tedeschi che stavano scavalcando la rampa di terra, era una rampa di una diecina di metri (dalla Laurentina fino a giù la Colombo era tutta quanta sulla terra, una specie di rialzo, con le scarpate a destra e sinistra) e io per avvisare i soldati nostri che stavano al di là della scarpata zompavo e correvo in mezzo alla terra! Poi ho sentito un freddo al braccio sinistro, mi vado a guardà, era il sangue che colava. Però devo dire la verità che il colpo non l’ho sentito, sà, a sangue caldo! Ma seguitavo a correre, per avvisare i soldati. Urlavo “i tedeschi stanno qui dietro! Vi prendono alle spalle!”. Sò arrivato al Forte: “Riparatevi, che stanno a mette i cannoni verso di qua” urlavo. Tanto e vero che sono riuscito, tutti quei granatieri, a farli scappà subito, si sono spostati verso l’Eur e si sono difesi con le mitragliatrici e i fucili quando i tedeschi dopo pochi minuti hanno aperto il fuoco.

C’era lì un ufficiale, mi diceva “ragazzo, ma dove vai? Ma che vuoi perde il braccio, non lo vedi il sangue?”. Non sapevano che la ferita non era grave, vedevano tutto il braccio rosso di sangue, m’era rimasto il braccio così, un po’ piegato. Io incurante seguitavo a girare fra i soldati e avvisarli e anche loro mi dicevano “a ragazzì! Devi esse curato!”. Allora io ho ricamminato, ma non sono tornato a casa. Sono andato su ai Tranvieri, che era una zona qua sopra così chiamata perché c’erano quattro palazzi abitati solo dai tranvieri. Quanno sò arivato lì ci ho trovato i tedeschi. Devo dì la verità, quando i tedeschi m’hanno visto co sto braccio tutto sangue, mi ghignavano dietro e mi facevano “Pum, pum! Italiani traditori!”. Erano paracadutisti, avevano quella tuta a macchie verdi e marroni e tutte frasche infilate sull’elmetto. Ma mi hanno medicato loro. S’erano piazzati tutti su ai Tranvieri, ‘sti tedeschi; avevano quei pacchetti già preparati: zà zà zà mi hanno medicato, mi hanno fatto un’iniezione. Ma mi dicevano sempre “traditori, italiani pum pum!”, come a dire che agli italiani bisognava sparare, e uno mi disse “peccato italiano tu”.

Mi hanno medicato e poi mi hanno rilasciato, un ufficiale mi ha dato pure un foglio – me lo ricordo come fosse adesso – un lasciapassare, con tanto di timbro tedesco, che io potevo passare le linee per andare all’ospedale. Tanto è vero che sono andato a casa, mia madre era tutta contenta di vedermi. La mattina dopo a piedi abbiamo fatto la via Ostiense. Passando davanti ai mercati generali vediamo un sacco di gente che stava saccheggiando, uscivano portando via formaggi, verdure, tutto. Ogni tanto incontravamo pattuglie tedesche ma quando gli facevo vedere stò foglio, mi facevano anche il saluto.

A casa abitavo con mia madre e mia sorella Luciana, avevo altri tre fratelli ma stavano tutti in guerra, uno è rimasto ferito grave. Mio padre era morto che avevo sei anni. Faceva il carpentiere, era alto e grosso come me, faceva anche sport, il lottatore. Venti anni dopo, nel 1963, ci fu una cerimonia, qua alla Montagnola, in ricordo della battaglia per Roma. Vennero anche molti granatieri, e diversi mi riconobbero, mi abbracciarono “questo è il ragazzino che ci ha salvato la vita” dicevano, ma io ormai ero un giovanottone» (6).

Domenica Cecchinelli di anni ne ha 64. In una pausa dei combattimenti, la sera del 9, esce di casa e va al Forte per seppellire i granatieri caduti. Un tedesco la sorprende mentre sta faticosamente tirando fuori dalla torretta di un cingolato il corpo semibruciato di un carrista dell’Ariete, Edgardo Zambon, un ragazzo di Rovigo. Lei lo distende a terra, gli pulisce il viso con un pezzo della sottana. II tedesco le urla di smettere, di andarsene via ma lei volta un attimo la testa, gli dà solo un’occhiata e continua. Un colpo di fucile l’abbatte sui corpo del carrista. Poco oltre le suore che gestivano l’orfanotrofio del Forte stanno componendo nella cappella i corpi dei caduti italiani. Un paracadutista entra, da un’occhiata in giro. Scorge la catenina d’oro al collo di un granatiere, s’avvicina, allunga la mano per strapparla. Contro di lui si avventa una giovane suora, suor Teresina di Sant’Anna (il suo nome secolare è Cesarina D’Angelo, 29 anni) e lo colpisce al volto col crocefisso di ferro che sta deponendo sul petto del soldato morto. II tedesco con la faccia sanguinante si sfila dal collo il mitra, lo afferra a due mani e lo alza per colpire col calcio d’acciaio, in testa, la piccola suora che lo fronteggia senza paura e muove le labbra pregando, ma si blocca d’improvviso: urla un’ingiuria; volta le spalle e se ne va.

Due anziani contadini, Carminuccio e Maria Dieli-Barile, escono dalla loro casetta tra i campi con un fiasco d’acqua e delle bende, per soccorrere alcuni granatieri feriti che gemono e chiedono aiuto. Non ci arriveranno, una sventagliata di mitragliatrice li falcia a pochi passi dal piccolo fossato in cui sono riversi i giovani soldati che andavano ad aiutare.

Alle tre del pomeriggio la radio continua a ripetere il comunicato di Badoglio. In via Volturno passano alcuni carabinieri con la giubba sotto al braccio, hanno giacche civili sui pantaloni con la banda rossa, uno di loro risponde a una donna che gli chiede «dove andate?» che i tedeschi hanno ammazzato tre di loro mentre cercavano di scappare dalla caserma.

Nel rifugio del cinema Volturno, pieno di gente, arriva di corsa un giovane, viene dalla piazza della stazione. Ansimante dice: «Ci sono i tedeschi. Sparano dalle finestre degli alberghi». Appostati dietro le finestre del Continentale, del Roma, della Casa del Passeggero i tedeschi hanno infatti cominciato a sparare con mitragliatrici e cannoncini sul grande piazzale di Termini contro tutto ciò che si muove.

All’angolo della piazza, dalla parte di via Cernaia, arrivano due autoblindo scoperte della divisione Granatieri, su ciascuna otto uomini con le facce riarse dal sole, impolverate. Uno è vestito da marinaio. Le blindo si fermano davanti al caffè Giuliani, gli uomini scendono e armi in pugno si avviano in direzione del Continentale. «Ma chi ve lo fa fare! Andatevene via, pensate alla pelle» gesticola un signore. «Veniamo anche noi a far fuori quei crucchi!» grida invece un tranviere, e insieme a un uomo con la tuta blu dei facchini di Termini e altri quattro giovanotti, tutti armati e comparsi come dal nulla, si unisce al gruppo dei soldati.

Una mitragliatrice tedesca spara lunghe raffiche sul piazzale della stazione da una finestra del Continentale. In un breve intervallo del fuoco il marinaio acquattato a terra si alza, appoggia il fucile alla spalla e rapidissimo scarica due, tre, quattro colpi sulle ombre giallicce che manovravano attorno all’arma, alla finestra del secondo piano. Dalle altre finestre partono scariche secche e rabbiose, altre dalla terrazza dell’albergo. Allora il tranviere, il facchino e altri due ragazzi scattano dal riparo e sparano contro le finestre del terzo e del quarto piano del Continentale. Altri colpi partono dall’angolo destro della stazione demolita e dalla parte nuova. Quindi, gettato a terra il fucile, il tranviere di corsa si slancia in mezzo al piazzale, addenta due volte i pugni stretti e lancia le bombe, una dopo l’altra, contro la finestra che vomita fuoco. Due boati riempiono l’aria, una bomba colpisce la finestra accanto, l’altra slabbra quella sottostante. Ma una raffica tedesca inchioda il tranviere, che cade sulle rotaie. «È vivo, bisogna prenderlo!» urla qualcuno scorgendo il corpo muoversi. II facchino esce dal riparo, raggiunge il tranviere steso a terra, se lo mette sulle spalle e torna veloce tra le macerie mentre gli altri sparano per coprirgli le spalle. Un ragazzo aiuta il facchino a deporre il tranviere; gli altri continuano a sparare. «Mi chiamo Giuseppe Lenti… abito al Trionfale … mio padre si chiama Libero» mormora il ferito. Passa qualche minuto. «È morto, poveraccio» dice il facchino, poi raccoglie il moschetto e comincia a sparare anche lui contro le finestre dell’albergo.

Arrivano quattro donne, camminano curve per evitare i proiettili. «Ci pensiamo noi» dice una al facchino e al marinaio. Afferrano il corpo del tranviere e lo trascinano via, lo portano in un’osteria all’inizio di via Castelfidardo, lo sistemano su un tavolo e lo coprono con una coperta. Due vecchie, accanto al tavolo, si mettono a pregare.

Dall’altro lato del piazzale un giovane, che spara da dietro un albero contro la facciata dell’albergo Roma, viene colpito al petto, il sangue gli arrossa la camicia. «Carlo! Carlo!» grida uno che gli è accanto, l’amico con il quale quella mattina è uscito di casa e che gli combatte vicino. «Sti stronzi m’hanno beccato!» mormora Carlo, poi rivolto agli altri «ma ‘sta storia la dobbiamo finire noi!» dice. Stai tranquillo, gli fa l’amico: si gira, ricomincia a sparare colpi su colpi contro la facciata dell’albergo dalle cui finestre escono fiammate d’armi automatiche.

10 settembre 1943: militari italiani si apprestano allo scontro contro i tedeschi presso porta San Paolo

10 settembre (3° giorno dell’occupazione) – Il professore a Porta San Paolo

10 settembre (3° giorno dell’occupazione) – Il professore a Porta San Paolo

Dai capisaldi della Laurentina la battaglia, sin dalle prime ore del mattino, si sposta verso la citta. I superstiti delle divisioni Granatieri e Ariete, sganciatisi dalla Magliana e dalla Montagnola, si ritirano sull’Ostiense convergendo a Porta San Paolo. L’aiuto della popolazione, ai granatieri che combattono fino all’ultima cartuccia, è continuo e coraggioso; se ne rendono conto anche i tedeschi, che una volta occupata Roma, il 25 settembre, torneranno in forze nella borgata e dopo un rastrellamento deporteranno tutti i nuclei familiari in un campo di prigionia a Valleranello. Fra trucidati a sangue freddo e uccisi in combattimento accanto ai soldati muoiono, in due giorni, 24 civili del Laurentino, uomini e donne.

Davanti alla piramide Cestia inizia, intorno alle 8 del mattino, l’ultimo combattimento per la difesa di Roma che si propagherà per le strade e le piazze della stessa città, alla stazione Termini e a piazza Vittorio, a San Giovanni e al piazzale Appio, lungo via Santa Croce in Gerusalemme e su via Labicana.

Da una finestra di via Zabaglia, a Testaccio, l’operaio Michele Rebecca, 44 anni, armato di un vecchio fucile, continua a sparare per ore. I tedeschi mandano su tre uomini a snidarlo lui ne fulmina due prima di cadere sotto i colpi del terzo. Nello stesso rione l’operaio diciottenne Murizio Ceccati, ferito, cade svenuto tra i compagni e i soldati che gli stanno accanto. Riavutosi si accorge di aver perduto il fucile e si trascina allora con le ultime forze accanto al corpo di un caduto, poco distante, strappa dalle mani rigide l’arma e nuovamente riprende a sparare contro i nazisti: «Li ammazzo tutti!» lo sente gridare un sergente carrista, poi una lunga raffica di mitragliatrice lo uccide. Un fruttivendolo, Gaetano Ricciotti, che ha un banco ai mercati generali, capita nella zona della battaglia rientrando a casa, abita all’inizio dell’Ostiense. Un soldato gli mette in mano un fucile, lui si trasforma in un tiratore scelto, abbatte venti tedeschi poi finisce le munizioni e deve scappare.

A San Paolo un ragazzo di 14 anni aiuta a lungo i serventi di una batteria a caricare il pezzo. Ferito al braccio destro, lo devono trascinare a forza via dalla linea del fuoco, i soldati non sanno neppure come si chiama. II diciottenne Salvatore Lo Rizzo, sul piazzale San Giovanni, sale su un’autoblinda e spara contro i tedeschi che salgono dalla via Appia fino a quando la cannonata di un Tigre non spazza via lui e il veicolo.

Colpito al cranio da una scheggia, all’angolo di viale Giotto con porta San Paolo, muore Raffaele Persichetti, professore di storia dell’arte al liceo «Visconti», sottotenente di complemento dei granatieri di Sardegna. Era arrivato di corsa al primo tuonar di cannone, con l’abito buono e una pistola, prendendo il suo posto fra i ragazzi del I battaglione. II professore «garibaldino» lo chiamavano i suoi alunni. Sarà una delle prime medaglie d’oro della Resistenza (7).

In piazza dei Cinquecento si combatte ancora per tutta la mattina, coi tedeschi asserragliati al Continentale. Intanto gli scontri si sono frazionati anche all’interno della città. In piazza dell’Esedra viene improvvisato una specie di ospedaletto da campo. A via delle Terme di Diocleziano è fermo un autocarro dell’esercito con una mitragliatrice piazzata sul tetto e manovrata da un civile, fa fuoco contro via del Viminale dove sono arrivate pattuglie di panzergranadieren; ma l’arma si inceppa, l’uomo si guarda disperatamente intorno. Ed ecco che sale sul tetto un giovane sergente dei granatieri, ripara la mitragliatrice e si mette lui a sparare. A metà di via Nazionale arriva un’autoblinda, col mitragliere morto chino sull’arma. L’autista si fa aiutare da alcuni civili a deporlo sul marciapiede, poi chiede «c’è qualcuno che viene al suo posto?». «Vengo io» dice un signore sulla quarantina. Sale su e comincia a sparare, cento metri avanti, verso la stazione, una raffica di colpi lo uccide.

Anche Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, ex parlamentare, ricorda bene il suo 10 settembre:

9 settembre 1943: a piazzale Ostiense alcuni civili aiutano gli artiglieri della “Piave” a mettere in linea i pezzi

«Io ancora non avevo contatti con nessuno. La mattina del 10 settembre siccome vedevo gruppi che traversavano piazza Venezia e andavano verso la via del Mare perché da quella parte sparavano, mi accodai a un gruppo di persone e arrivai a Porta San Paolo. Lì mi sono presa, dopo la rotta, un carrista ferito, me lo sono portato a casa sulle spalle, lo colpirono proprio mentre ripiegavano, si chiamava Carta, era un sardo piccolissimo. Era stato colpito il suo cingolato e il pilota era morto dentro, cominciava a bruciare e lui cercava di uscir fuori ma era come svenuto, si era fracassato il ginocchio. Io sono corsa, l’ho tirato fuori, volevo vedere l’altro ma c’era già tutto fuoco dentro, non si poteva… e poi sparavano…

Era la mattina del 10 settembre, a Porta San Paolo, un inferno. Era una giornata che stavo lì, dal 9, ero tutta sporca, mi ricordo chiaramente alcune suore che stavano sul viale che porta dalla basilica di San Paolo, sull’Ostiense, al di qua del ponte, al di là e sotto il ponte avevano sistemato dei feriti. Poi invece dovettero trascinarli via subito perché arrivavano i carri armati tedeschi e quelli ammazzavano tutti. Allora queste poverette, mi ricordo, si presero le gonne, se le legarono così, sopra la vita, e con quelle zampette con le calze nere, che si vedevano, correvano tirandosi dietro i feriti, mi fecero una grande tenerezza anche se io non avevo nessuna simpatia per le monache…

Sono morte 43 donne nella battaglia di Porta San Paolo, lo sai? Io ho fatto mettere una lapide. I morti sono stati tanti, oltre 400 civili, si combatteva anche a via Cavour, a via Nazionale se tu passi e vedi a villa Aldobrandini, l’angolo dove c’é il giornalaio ci sono ancora i colpi che hanno sparato perché lì c’era il carro armato di un giovane capitano che è stato ammazzato proprio in quel punto …» (8).

Alle 14 arrivano nelle edicole – quelle aperte, nei quartieri dove non si combatte, soprattutto in Prati, ai Parioli, al quartiere Italia – il Messaggero e il Giornale d’Italia. Hanno ambedue in prima pagina un riquadrato in neretto che dice: «Circolano da ieri le più fantastiche voci sulla situazione militare in specie di Roma. Il momento critico e lo stato di tensione della cittadinanza agevolano la diffusione delle notizie allarmistiche e tendenziose la cui origine e i cui scopi sono facilmente identificabili. II pubblico ha già potuto constatare come gran parte di queste voci siano state via via smentite dai fatti. S’invita pertanto la popolazione a non prestare facile orecchio alle insinuazioni di elementi irresponsabili o sobillatori. Ricordiamo che in qualsiasi caso di effettivo pericolo il Comando di Corpo d’Armata ne darebbe tempestivo avviso».

Nell’interno della stazione Termini si svolge l’ultimo combattimento della battaglia di Roma, intorno a un treno di 22 vetture dello stato maggiore dell’esercito, che era stato trasferito lì dopo che Roatta e i suoi collaboratori avevano lasciato il comando di Monterotondo per insediarsi nel palazzo di via XX Settembre. Dei 214 militari addetti al convoglio ne sono rimasti tredici, compreso il comandante, maggiore Carlo Benedetti; ma ad essi si uniscono ferrovieri e cittadini riparatisi nella stazione dalle strade vicine. È un combattimento lungo e feroce, i tedeschi sparano contro il treno con un cannoncino da 20 mm e intorno alle 21 gli italiani devono cessare la resistenza. I corpi degli italiani restano allineati: sotto la pensilina del terzo binario sei militari e quarantuno civili. Di questi ultimi, otto rimarranno senza nome (9).

Nella tarda serata i tedeschi schiacciano le ultime resistenze e hanno il controllo totale della città. Il generale Calvi di Bergolo, genero del re, viene nominato governatore militare, il CLN entra in clandestinità. II saccheggio di Roma comincia alle 22,30 quando pattuglie tedesche armate e guidate da ufficiali si presentano alla porta di numerosi villini sull’Aventino e li perquisiscono entrandovi a forza. Portano via oro, denaro, gioielli. Sfugge qualche villa, ma all’alba – fra i tedeschi si è sparsa la voce – tornano altri gruppi di soldati e completano la razzia. Vengono depredate anche le case di due notissimi giornalisti fascisti, Buoninsegni e Di Tullio, che la mattina dopo vanno a protestare a un comando germanico: li cacciano via in malo modo (10).

NOTE

1. II generale Castellano aveva firmato il cosiddetto «armistizio corto» a Cassibile il 3 settembre. L’impegno, con il comandante supremo alleato, era di renderlo pubblico entro 48 ore.

2. II primo bombardamento su Roma era avvenuto il 19 luglio precedente. L’unica ricostruzione storica di quell’incursione americana su Roma è nel libro di CESARE DE SIMONE, Venti angeli sopra Roma. I bombardamenti aerei sulla Città Eterna (19 luglio e 13 agosto 1943), Mursia, Milano, 1993.

3. È la tesi venuta fuori ormai con forza negli ultimi studi storici sull’armistizio dell’8 settembre. Si veda in particolare, nella bibliografia, il recente libro di Roberto Ciuni sull’8 settembre.

4. Si veda: GIANNI CAGIANELLI, Venti anni or sono Roma insorgeva,in “Capitolium”, ottobre 1963, p. 418. E anche Il sole è sorto a Roma, a cura di Lorenzo D’Agostini e Roberto Forti, ANPI, Roma, 1965, p. 29.

5. Testimonianza resa all’autore.

6. Testimonianza resa all’autore. L’episodio di Romolo Dorinzi, con molti particolari sulla battaglia nella borgata, è riportato nell’opuscolo di don PIERLUIGI OCCELLl, Una borgata nella battaglia, Roma, Eur, 1978; e anche nel «Giornale d’Italia» del 10.9.63, p. 5.

7. Sulla figura e sulla morte di Raffaele. Persichetti esiste una vasta letteratura per la quale si rimanda alla bibliografia. Indichiamo per tutti il libro di MELTON S. DAVIS, Chi difende Roma?, Rizzoli, Milano, 1973.

8. Testimonianza resa all’autore

9. Vedi anche MELTON S. DAVIS, Chi difende Roma?, Rizzoli, MIlano, 1973, p. 468.

10. Scriverà l’Unità clandestina del 19 settembre: «Perché ora Buoninsegni e Di Tullio non vanno a reclamare da Ferruccio Cappi, il nuovo segretario dei fascisti repubblicani romani, che fa la parte di proconsole hitleriano a palazzo Braschi?». Ferruccio Cappi, famigerato squadrista, era stato alla testa della squadraccia che aveva assaltato il liceo Visconti nel 1941 e picchiato alunni e professori tra cui Raffaele Persichetti, che ne era uscito con la testa fracassata.

Wladimiro Settimelli – Quel socialista e irredentista di Cesare Battisti

Quel socialista irredentista di Cesare Battisti

Wladimiro Settimelli

Una fotostoria a cento anni dalla sua scomparsa. Trentino, parlamentare, rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. Durante la guerra viene catturato assieme a Fabio Filzi. Entrambi condannati per tradimento, sono giustiziati per impiccagione

Forse mentre sentiva il laccio del boia Josef Lang che, lentamente, gli stava togliendo la vita, Cesare Battisti avrà intravisto quella macchina fotografica che, senza alcuna pietà, stava riprendendo la sua agonia. L’aveva sicuramente vista prima, quando l’avevano portato giù in mezzo ai picchetti militari. Era in mano – dicono – all’aiutante di Lang e tutti, ufficiali e soldati austriaci, si erano affollati intorno a lui, immobile sulla forca, per farsi riprendere con la faccia sorridente, in quell’ultimo clic. Ne verrà fuori una sequenza terribile, rarissima per l’epoca, che sarà stampata in migliaia di copie poi diffuse in tutto l’impero per far vedere come la giustizia militare austriaca aveva punito un “traditore”, uno che era passato dall’altra parte. Erano le 17 del 12 luglio 1916, cento anni fa e la grande e terribile guerra mondiale era in corso su tutti i fronti con i massacri che tutti conoscono.

Il luogo dell’uccisione di Battisti e di Fabio Filzi era il fossato del Castello del Bonconsiglio a Trento, la città dove l’ex deputato socialista, irredentista e interventista democratico, era nato e aveva svolto la sua attività politica e culturale in difesa degli italiani e per l’unità del Trentino al Regno d’Italia.

Dopo la condanna per “alto tradimento” (era un suddito di Francesco Giuseppe) Battisti, in cella, aveva chiesto di essere fucilato e non impiccato e di essere consegnato nelle braccia del boia nella sua divisa da ufficiale degli alpini. Insomma, voleva essere trattato come un soldato fatto prigioniero e non come una qualunque spia o un traditore sorpreso casualmente in mezzo alle linee militari. Ma non fu accontentato: lo portarono alla forca con un vestitaccio borghese comprato in un grande magazzino, troppo largo e stazzonato. Non solo: appena preso prigioniero lo avevano fatto sfilare nel centro della città, come un trofeo da esibire, in divisa, e sopra ad una carretta, mentre la gente, al lato delle strade, lo insultava e lo copriva di sputi. Una infamia che ancora oggi mette i brividi perché Battisti era un soldato, un vero combattente, catturato nel corso di una azione militare.

Era nato proprio a Trento il 5 febbraio del 1875. Ultimo di otto figli e con un padre commerciante agiato, Cesare, già al liceo, si era sempre espresso a favore dell’Italia e vedeva nella guerra – come dirà più tardi – il completamento del Risorgimento. Era una posizione comune di tanti socialisti e cattolici dell’epoca.

Nel 1893 Cesare si trasferisce a Firenze dove frequenta l’Istituto di studi superiori e conosce Gaetano Salvemini ed Ernesta Bittanti che sposerà nel 1899. Poi, per un breve periodo, è a Torino, ma torna di nuovo nel capoluogo toscano dove entra in contatto con gli ambienti socialisti e si laurea in lettere e scienze sociali con una tesi sul “suo” Trentino. È ormai un geografo esperto e partecipa a molti convegni e scrive sulle pubblicazioni specializzate. Pubblica anche una serie di libri che vengono accolti con notevole successo. Racconta delle valli e dei monti della sua regione, si occupa attivamente di cartografia e di tutta una serie di indagini economiche e sociologiche. Pare avviato alla carriera accademica, con la stima di tanti geografi illustri. Invece, torna a casa e comincia una intensa attività politica. Diventa direttore, sin dal primo numero, del quotidiano socialista trentino “Il popolo” del quale diverrà anche proprietario. Partecipa attivamente alle battaglie degli studenti che chiedono una libera università italiana a Innsbruck. Nel 1911 è candidato socialista a Trento e viene eletto nel parlamento di Vienna e poi deputato del Trentino nella dieta del Tirolo. L’8 agosto del 1914, Battisti rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. In quel periodo vive a Milano con la moglie e tre figli ed è un periodo di mille ripensamenti e angosce. I socialisti sono contro la guerra “capitalista” ma lui, appunto, è dalla parte dei tanti interventisti democratici. Un giorno, per proteggere un suo comizio, la forza pubblica spara e ammazza due giovani socialisti. Per Battisti è una nuova crisi: “Quei ragazzi – racconta alla moglie – erano due miei compagni e, per colpa mia, sono morti. Che devo fare?”.

Quando l’Italia entra in guerra contro l’Austria, Cesare si presenta al distretto militare di Milano e si arruola come soldato semplice negli alpini. Poco dopo viene promosso sottotenente. Poi diventa tenente e comandante del battaglione “Vicenza”. Sui monti, da esperto geografo, è di grande utilità per lo stato maggiore italiano, ma non piace ai generali: è troppo indipendente e sempre dalla parte della truppa. È anche un ex deputato socialista e questo non lo aiuta. Così Battisti, preferisce la prima linea ed è proprio in prima linea, nel corso della battaglia degli altipiani, che viene catturato dagli austriaci mentre prepara i piani per la riconquista del Monte Corno, un cucuzzolo che, da 1761 metri, domina la Vallarsa e i contrafforti occidentali del Pasubio. Con lui viene preso anche Fabio Filzi, altro irredentista ben conosciuto dalle autorità austriache.

Il processo è istruito immediatamente contro i due “traditori” ed è un processo farsa perché, fin dal giorno prima della sentenza, il boia Josep Lang era già stato fatto arrivare in città. Si farà fotografare, con una assurda bombetta in testa e con un lieve sorriso sulla faccia ripugnante, tenendo sotto di sé, sulla tavola dell’impiccagione, il corpo di Battisti appena ucciso.

La moglie di Battisti (che riceverà una medaglia d’oro alla memoria) nel periodo del primo fascismo, si scontrerà spesso con Mussolini perché il duce voleva fare, del martire socialista, un antesignano della “nuova Patria” e del regime. Ma lei si opporrà comunque.

Wladimiro Settimelli, giornalista, già direttore di Patria Indipendente

 

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Impiccagione di Cesare Battisti

Trento