Archivi categoria: La Resistenza in Italia

lsiafran, l’incredibile storia della Resistenza censurata

 

23/4/2018

Tratto da L’Espresso

 

25 APRILE

 

lsiafran, l’incredibile storia della Resistenza censurata

Acronimo di Italiani Slavi Francesi, è l’unica brigata internazionale della guerra di liberazione comandata da uno straniero. Attacca colonne SS e caserme fasciste ma fa ombra ai badogliani monarchici e imbarazza gli stessi comunisti. Così viene cancellata dalla memoria. La riscoprono oggi un libro e un documentario

DI ROBERTO DI CARO 23 aprile 2018

clip_image002

La colonna SS scende in Alta Langa dal passo della Bossola verso Dogliani, alle spalle un rosario di cascine date alle fiamme: in testa è l’auto nera degli ufficiali, al comando il tenente Buker noto massacratore, poi un camion stipato di uomini in piedi, una cinquantina di civili presi come ostaggi e destinati alla fucilazione o alla deportazione, a seguire i soldati armati, parte in bici sequestrate per far posto agli ostaggi, parte nel camion di coda. È il 6 settembre 1944, un mese prima dei "23 giorni della città di Alba" di cui tra le polemiche scriverà Beppe Fenoglio.

Lungo il percorso delle SS, all’altezza del piccolo comune di Bonvicino, in una frazione in collina sono acquartierati i partigiani garibaldini dell’Islafran. Il nome è l’acronimo di italiani slavi francesi. La comanda Eugenio Stipcevié detto "Genio", rastrellato in Dalmazia due anni prima, fuggito dal carcere di Fossano in un’evasione di massa dopo l’8 settembre ’43, rifugiato in Langa dove il parroco di Murazzano don Giovanni Dadone lo ha messo in contatto con Daniel Fauquier, maquis comunista francese del Luberon anche lui evaso: sarà il suo vice quando di lì a tre mesi, dopo aver militato con i partigiani badogliani della brigata Mauri, se ne staccheranno e insieme a jugoslavi, una ventina di italiani, una dozzina di russi e altri da Svizzera, Cecoslovacchia, Olanda, Belgio, Spagna, daranno vita all’Islafran, dapprima distaccamento della 480 brigata Garibaldi, poi Gruppo Arditi, infine 2120 Brigata Maruffi.

Quel 6 settembre, quando senza avvisaglie compare in lontananza sulla strada la colonna SS tedesca, il terreno è perfetto per un’imboscata. Ma bisogna decidere al volo, questione di minuti. Come fermarla? Dispongono di un mortaio, ma l’hanno recuperato da poco, neppure l’hanno ancora provato, e se il colpo finisse un metro più in là del dovuto ucciderebbe gli ostaggi. Tirano. Mira impeccabile o fortuna o entrambe,

il proiettile centra il cofano del primo camion, in un baleno tutti gli ostaggi si dileguano, le SS vengono falciate dai mitra o fuggono, gli ufficiali eliminati, presa una borsa di documenti che forniranno al Comando di Brigata informazioni tattiche di rilievo e prove di crimini commessi da Buker e i suoi. Il mattino seguente, recuperate dai contadini della zona le biciclette e la benzina rimasta nei serbatoi, rovesciati dai partigiani i camion in una scarpata, dell’agguato non c’è più traccia.

IA BRIGATA SCOMPARSA

Bici e camion non saranno le sole cose a sparire. A venire cancellata dalla memoria, per un deplorevole incrocio di opposti opportunismi e calcoli politici di piccolo cabotaggio, è stata fin dall’immediato dopoguerra l’intera avventura dell’Islafran. Solo ora un libro, Islafran. Storia di una formazione partigiana internazionale nelle Langhe di Ezio Zubbini, e un documentario di Maurizio Bongioanni tratto dal libro e con lo stesso titolo, ne ricostruiscono l’intera storia.

«Unica brigata internazionale della Resistenza italiana con un comandante non italiano, sul modello di quelle della guerra civile spagnola», spiega Zubbini, «l’Islafran arriverà a contare 120 combattenti, parteciperà alla difesa di Alba nella fase finale dei "23 giorni", condurrà incursioni con le tattiche della guerriglia e combattimenti lunghi un giorno intero, farà saltare vari ponti con esplosivo al plastico, assalterà il presidio tedesco di Dogliani, resisterà ai rastrellamenti condotti con duemila uomini e mezzi corazzati da tedeschi e truppe di Salò, combatterà fino alla liberazione di Torino il 27 aprile del ’45. Eppure, con l’eccezione di qualche pagina nel volume di trent’anni fa di Mario Giovava Guerriglia e mondo contadino, i garibaldini nelle Langhe 1943-1945, e brevi cenni in Langa partigiana di Diana Carminati Masera, di tutte le storie della Resistenza che ho consultato in nessuna si fa menzione dell’Islafran se non in una frase, un rigo appena».

NON ERA UNA REPUBBLICA

La incredibile e triste storia di questa rimozione della memoria s’intreccia con quella della sua non prevedibile riscoperta dopo settant’anni di ignavia. Ezio Zubbini, l’autore della ricerca, è personaggio scomodo in una città come Alba dall’imperitura anima democristiana che si perpetua sotto qualsivoglia giunta, di centrodestra o di centrosinistra. Professore di storia e filosofia al liceo cittadino fino alla pensione, marxista libertario allegramente inossidabile alle disillusioni della storia e della filosofia politica, invitato a convegni sulla gloriosa "repubblica partigiana di Alba" è andato a ricordare che «in quei 23 giorni il locale Chi non proclama nessuna repubblica, l’unica l’autorità è il badogliano maggiore degli alpini Enrico Martini "Mauri", sul municipio sventola il tricolore con lo stemma sabaudo, resta in carica persino il commissario prefettizio della Repubblica di Salò».

Un colpo basso alla retorica resistenziale albese scolpita nella pietra del bel monumento di Mastroianni, che riporta l’incipit del libro di Fenoglio: "Alba la presero in duemila il lo ottobre". «Sì, peccato che il seguito della frase fosse: "e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944"», sorride Zubbini, «e che quando il libro uscì, nel ‘52, più veritiero di tante enfatiche riscritture, anche "l’Unità" lo abbia attaccato come "un brutto capitolo della letteratura della Resistenza"». Focolai di democrazia repubblicana in zona ci sono eccome, in quei mesi frenetici di guerra civile, non certo ad Alba ma nelle "zone libere" della bassa Langa, dove a governare sono le formazioni garibaldine: che tra agosto e settembre ’44 danno vita in una decina di comuni a giunte popolari elette a suffragio universale, maschile e, per la prima volta nella storia d’Italia, anche femminile.

Oltre alla vis polemica e alla passione dello storico per la verità documentale ancorché dissacrante, testimoniata da un ricco apparato di note e citazioni dalla precedente storiografia e da fonti mai consultate prima, altra è stata la vera molla e l’occasione della riscoperta dell’Islafran. Ed è una questione privata, una vicenda tutta familiare.

DI PADRE IN FIGLIO

«Ma tu sei il figlio di Antonio?» E’il 2oo9 quando Ezio Zubbini riceve la telefonata. «Sono Piero Fagiolo. "Piero" era il mio nome da partigiano. Ho combattuto con tuo padre, nell’Islafran. Sono io che nel settembre del ’44 l’ho portato a Novello dal suo amico "Genio" Stipcevié: si conoscevano da ragazzi, a Zara dove tutti e due erano nati, quando tuo padre di cognome faceva ancora Zubeich, prima che il regime lo obbligasse a italianizzarlo per poter insegnare ad Alba…» Zubbini figlio il passato partigiano del padre l’aveva appreso da lui solo a spizzichi e bocconi. Antonio, nell’Islafran ufficiale addetto ai collegamenti, nome di battaglia "Barbetta" per l’aria da professore di liceo qual era e poi "Sipe" come la bomba a mano, ne parlava poco e malvolentieri, con un’aria melanconica, come se qualcosa gli rovinasse il ricordo.

Cos’era successo di così traumatico da spingerlo a rimuovere un’esperienza del genere? Vista con sospetto l’Islafran persino tra i garibaldini, tanto che a guerra in corso "Piero" Fagiolo è invitato a lasciarla «perché comandata da stranieri e per unirsi con degli italiani», alla Liberazione la brigata internazionale viene subito sciolta. Stipcevié il suo comandante, dapprima festeggiato come liberatore, viene poi ingiustamente accusato di furto e accompagnato al confine jugoslavo; dopo lo scisma di Tito sarà incarcerato per un anno come stalinista. Il suo vice Daniel Fauquier e gli altri maquis rientrano subito in patria. Fuori gioco i vertici della brigata, nessuno può più certificare l’appartenenza e la militanza partigiana degli altri: Antonio Zubbini viene accusato di aver prestato giuramento alla Repubblica di Salò, poi scagionato, certo, ma quando presenta domanda per essere riconosciuto come partigiano, dal ministero gli rispondono che i termini sono scaduti. Lo status e gli anni di buonuscita come combattente per la libertà gli verranno certificati solo nel 1976: con l’aiuto del figlio Ezio, cui mostrerà finalmente per la prima volta la sua vecchia tessera della brigata.

Senza peraltro raccontargli più di tanto. Dovranno passare altri tre decenni prima che Piero Fagiolo, in tre anni di assidue frequentazioni con Zubbini figlio, riempia le prime lacune. E dia il via alle ricerche che hanno condotto al libro e al film.

PRETI, SUORE E GIOCHI D’AZZARDO

Bene i ricordi, le fonti dirette, le testimonianze degli ultimi superstiti. Ma per scrivere servono le prove. Le carte. Zubbini figlio le scova infine dove dovevano essere, ma dove nessuno le aveva mai cercate, nemmeno Giovava per il suo citato saggio sui garibaldini nelle Langhe: all’Istituto storico della Resistenza di Torino. «Due grossi faldoni», racconta, «che erano stati consegnati da Stipcevié presumibilmente al Cln, e che da allora non erano stati mai neppure aperti».

Dentro ci sono quasi tremila veline, che lui riproduce una a una, studia per anni, incrocia con le testimonianze di Fagiolo e degli altri e con un diario pubblicato da Fauquier. Ogni aspetto della vita dell’Islafran, poi 212° Brigata Maruffi, vi è diligentemente documentato e dettagliato. Le azioni e gli spostamenti, ma anche l’amministrazione quotidiana, i conti della spesa dalla benzina ai cerotti al surrogato di caffè fino a "due quaderni e matite lire 8", le paghe di 600 lire mensili più loo di premio per le feste natalizie, le requisizioni e i certificati rilasciati per ottenerne il rimborso, da ultimo il verbale di un processo a tre dei componenti russi che, ubriachi, avevano provocato una rissa imbracciando le armi e uno di loro sparato un raffica di Sten in quel di Novello mettendo a rischio la popolazione: verranno condannati a morte, pena sospesa e revocata a condizione che non fossero stati mai più colti a bere alcolici.

Non mancano, raccontati nel libro senza compiacimento, un paio di episodi che certo non devono aver favorito la popolarità dell’Islafran tra i contadini della zona, già difficile per il radicato conservatorismo del profondo Piemonte e la diffusa diffidenza verso dei comunisti per giunta in larga parte slavi e russi. Alcuni danarosi professionisti e commercianti del paese di Murazzano erano usi a incontrarsi clandestinamente in una casa per giocare a carte d’azzardo: ai partigiani servivano soldi, quale migliore occasione che espropriare chi i quattrini già era disposto a perderli a un tavolo da gioco? Per so-vTammercato, all’esproprio era seguita la beffa, le vittime rispedite a casa in mutande perché assaggiassero anche la furia delle mogli, scena degna di una pochade. E non era neppure la prima volta.

Cinque mesi prima, quando ancora non esisteva la brigata internazionale, il primo nucleo franco-slavo di Stipcevié e Fauquier aveva compiuto la stessa azione di esproprio partigiano ai danni di ricchi contadini che avevano trasformato in bisca un granaio isolato, sempre nei pressi di Murazzano. Non tutti, in quei tempi strani e convulsi, avevano le stesse priorità, chi si giocava la pelle in guerra, chi le terre e i denari alla bisca. Roba da far irritare anche i preti. E difatti era stato proprio il parroco del paese a segnalare l’obbiettivo a quei partigiani alle prime armi. E le suore dell’ospedale a nascondere fino alla notte seguente quei comunisti espropriatori di contadini ricchi. I soldi? Spartiti tra il curato, le suore, i comunisti e il tesoriere dei badogliani della brigata Mauri.

http:Ilespresso. repubblica. itiattualita12011 8104/23/newslislafran-l-increcl ibile-storia-della-resistenza-censurata- 1.320840?ref–H EFRULLO 3/3

Annunci

Ricordate quel 25 Aprile

Ricordate quel 25 Aprile

clip_image002

Giovanna Boursier

Marco Scavino

I giorni dell’insurrezione

Due cose segnano la vigilia della liberazione: il 6 aprile la riunione dei segretari dei par­titi del Cln che ritornano sulle proposte di un convegno nazionale dei Cln e di u­na consulta, l’8 il discorso di Togliatti al Consiglio nazionale del Pci, nel quale ri­propone una collaborazione con la Dc e completa, ribadendola, la linea politica elaborata a Salerno.

clip_image004

10 aprile. Longo dirama le «direttive n. 16» del Pci dell’Italia occupata, dispo­sizioni per la realizzazione dell’insur­rezione generale ormai vicinissima. Tre giorni dopo il generale americano Clark, comandante delle forze alleati in Italia, rimandare ancora. Togliatti, invece, scrive a Longo e, sottolinean­do la necessità che «l’armata naziona­le e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati…», lo invita ad attuare tutte le misure ne­cessarie per l’insurrezione nelle regio­ni settentrionali.

16 aprile. A Gargnano sul Lago di Garda, si tiene l’ultima riunione del consiglio dei ministri della Rs. Mussolini comu­nica di voler trasferire a Milano il suo governo.

18 aprile. Sciopero generale preinsurre­zionale. Seconda battaglia di Alba. Mussolini arriva a Milano e, scortato dalle SS e da parte dei suoi ministri, si stabilisce nel palazzo della prefettura.

21 aprile. Viene liberata Bologna, dove i partigiani combattono già da un paio di giorni. Il 23 insorge Genova. Le for­ze della resistenza attaccano quelle nazifasciste catturando 6 mila tede­schi.

Gli anglo-americani attraversano il Po.

24 aprile. Insorge Cuneo.

A Dongo le brigate nere compiono an­cora un feroce rastrellamento e ucci­dono 4 partigiani. Un quinto viene cat­turato e barbaramente trucidato.

La registrazione cronologica degli av­venimenti si fa difficile. I piani nazisti prevedevano un ripiegamento ordina­to dei reparti verso il Brennero, dopo una sistematica distruzione di ponti, strade, viadotti, centrali elettriche e impianti industriali. L’insurrezione po­polare, chiudendo ai tedeschi ogni possibile via di fuga, accelera invece i tempi della resa totale.

Crollano, uno dopo l’altro, tutti i centri ancora occupati, e i nazifascisti sfoga­no il rancore e l’odio per la sconfitta in estremi atti di brutale violenza: nel corso degli ultimi avvenimenti i morti si contano a centinaia e spesso le iner­mi popolazioni sono ancora vittime di disperate e inutili rappresaglie come a Grugliasco, a Collegno e in diverse lo­calità del Friuli.

Si conclude così quell’insurrezione na­zionale divampata sull’Appennino To­sco-emiliano il 20 aprile e che, con­temporaneamente all’avanzare degli alleati dalla linea gotica lungo la pia­nura del Po, pensava il paese non solo liberato ma avviato verso un nuovo governo.

25 aprile. Il Clnai impartisce l’ordine di insurrezione generale. Vengono isti­tuiti comandi regionali e provinciali dei Cln, tribunali di guerra e viene sta­bilita la pena di morte per i gerarchi fascisti. Si creano consigli di gestione delle aziende.

I tedeschi abbandonano Milano dove è proclamato lo sciopero generale. Nella sede arcivescovile della città, per iniziativa del cardinale Schuster, alcuni capi del Clnai [Cadorna, Lombardi, Marazza, Arpesani e Pertini] incontrano Mussolini per chiedergli la resa incon­dizionata di tutti i fascisti e i militi del­la Rsi, concedendogli due ore per la ri­sposta. In serata il duce fugge verso Como, si ferma a Menaggio da dove la mattina successiva ripartirà con la co­lonna di nazisti in fuga.

26 aprile. Genova è libera. A Torino la popolazione insorge insieme alla stra­grande maggioranza degli operai, che già presidiano in armi le fabbriche. Viene liberata anche Alba. Il 27 i parti­giani ottengono la resa del presidio di Cumiana e occupano i sobborghi del­la città della Fiat: si combatte dura­mente, ma il giorno dopo la città è completamente libera [gli alleati arri­veranno il 3 maggio].

Lo stesso giorno, prevenendo i piani di occupazione francese, le formazioni partigiane liberano Aosta.

A Musso, vicino a Dongo [Co], i partigiani individuano la colonna su cui si trova Mussolini che cerca di scappare in Svizzera travestito da tedesco. Cat­turato e processato insieme ad altri gerarchi fascisti, il 28 è giustiziato in­sieme all’amante Claretta Petacci, che non voleva abbandonarlo. Il giorno successivo i loro corpi, insieme a quelli di altri fascisti fucilati nella piazza di Dongo, vengono appesi a piazzale Lo­reto, a Milano, la stessa piazza dove i fascisti, qualche tempo prima, aveva­no esposto i corpi di 15 prigionieri po­litici fucilati.

27 aprile. A sera i fascisti firmano la resa a Padova, ma i tedeschi non cedono fino alla mattina del 28.

28 aprile. All’alba insorge anche Venezia:

i partigiani occupano la stagione e molti edifici pubblici, mentre i tede­schi tengono la zona portuale e Me­stre, dove si combatte ancora fino alla mattina successiva, quando la città è completamente libera.

29 aprile. Le truppe alleate e i reparti re­golari italiani entrano a Milano.

I partigiani occupano Cuneo.

Una colonna tedesca comandata dal generale Schlemmer, che si ritira dal cuneese, arrivata a Grugliasco, alla pe­riferia di Torino, assale un piccolo pre­sidio delle Sap: dopo ignobili torture, 59 partigiani e 7 civili vengono fucilati. Nonostante i combattimenti continui­no, al quartier generale alleato di Ca­serta viene firmato l’armistizio per la resa totale delle truppe tedesche in I­talia, che entrerà in vigore alle 14.00 del 2 maggio.

30 aprile. Il Clnai comunica l’esecuzione della condanna a morte di Mussolini, «conclusione necessaria di una fase storica… premessa della rinascita e della ricostruzione». I partigiani della VII Alpini, ottenuta la resa della guar­nigione tedesca, entrano a Belluno e a Schio; le formazioni friulane liberano Udine, mentre i partigiani jugoslavi entrano a Trieste e vi istituiscono una loro amministrazione.

Suicidio di Hitler.

1 maggio. Tutta l’Italia settentrionale è libera.

2 maggio. Berlino si arrende all’Armata Rossa.

Mentre la Germania depone le armi, in tutta Europa si intensificano colloqui e contatti non solo per discutere la si­tuazione politica generale, ma anche per risolvere la questione urgente del­la smobilitazione dei partigiani, delle provvidenze predisposte a loro favore e del ruolo dei Cln, che dalla liberazio­ne funzionano come organi di gover­no provvisorio.

Il ministro dei tesoro Soleri promuove il «prestito della liberazione»: con l’e­missione di buoni del tesoro a scaden­za quinquennale e ad un tasso del 5%. Si raccoglieranno 106 miliardi di lire.

5 maggio. I rappresentanti del Clnai arri­vano a Roma di mattina per incontra­re Bonomi. Le richieste del Clnai per la formazione del nuovo governo, deli­neate precedentemente a Milano, si possono riassumere in cinque punti [Piscitelli]:

· 1. epurazione estesa dal campo poli­tico a quello economico;

· 2. chiarificazione, in senso democra­tico, dei rapporti fra i prefetti e i comi­tati di liberazione regionali e provin­ciali;

· 3. impostazione di un’opera di rico­struzione economica sopportata, na­turalmente, dall’insieme della popola­zione del paese ma, in modo particola­re, da coloro che hanno tratto maggio­ri benefici economici da dieci anni di politica autarchica, nonché dalla colla­borazione coi fascisti e coi tedeschi;

· 4. impostazione in linea di principio -salvo la diversità dei vari punti di vista che dovranno essere armonizzati at­traverso la discussione – del problema della riforma agraria;

· 5. politica estera che rifugga da ogni nazionalismo non solo fascista ma an­che prefascista e che significhi collabo­razione democratica con tutti i paesi.

7 maggio. Mentre è annunciata la con­clusione della guerra in Europa, si svolge una riunione congiunta tra C­cln e Clnai. Valiani conclude che è finito il periodo di transizione Bonomi: «è il momento di ricostruire lo stato o si ritornerà al 1921-22».

8 maggio. La ratifica della resa della Germania a Berlino segna la fine della seconda guerra mondiale in Europa.

In Italia, alla fine del conflitto, il reddito me­dio pro-capite è inferiore a quello del 1861: £ 1585. Rispetto all’anteguerra la produzione industriale è ridotta al 25 percento, nel nord gli stabilimenti indu­striali sono distrutti per il 20 percento, nel sud per il 90 percento. La produzio­ne agricola è scesa al 63 percento ri­spetto al 1938, cioè al livello del 1890. Tuttavia l’Italia è ancora un paese pre­minentemente agricolo: iprodotti dei campi costituiscono il 58 percentodel­l’intero prodotto interno lordo, contro il-solo 22 percento dell’industria e il 20 percento del terziario. Anche il settore dei trasporti esce distrutto dal conflitto: sono stati cancellati il 25 percento delle linee ferroviarie e il 90 percento della marina mercantile.

32

Carletto Besana – Scoiattolo

sacrificio - Copia

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Carletto Besana (Scoiattolo)

Di anni 24 – operaio tessile – nato a Barzanò (Como) 31 luglio 1920 -. Dopo 1’8 settembre ’43 svolge intensa attività di collegamento e rifornimenti fra la Brianza e la Valsassina (Lecco) – ferito e ricercato, è costretto a rimanere nascosto -. Il 12 ottobre 1944, accorso a Biandino (Valsassina) alla notizia del ferimento del fratello Guerino, mentre veglia in una grotta la salma del fratello già ucciso da S.S. italiane,, viene catturato anch’egli dalle stesse S.S. di stanza ad Oggiono – tradotto a Casargo (Lecco) – sevi­ziato -. Processato il 13 ottobre 1944 a Casargo, da tribunale militare tedesco e fascista -. Fucilato alle ore 15 del 15 ottobre 1944 al cimitero di Introbio (Lecco), da S.S. italiane, con Benedetto Bocchiola, Antonio Cendali, Franco Guarnieri, Andrea Ronchi e Benito Rubini.

Cara mamma,

fatevi coraggio quando riceverete la notizia della nostra morte, ho ricevuto i Sacramenti e muoio in pace col Signore. Mamma non pensate al fratello Guerino perché l’ho assistito io alla sua morte.

Arrivederci in Paradiso. Figlio Carlo. Ciao.

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Bruno Frittaion

 

sacrificio

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Bruno Frittaion (Attilio)

Di anni19 – studente – nato a San Daniele del Friuli (Udine) il 13 ottobre 1925 -. Sino dal 1939 si dedica alla costituzione delle prime cellule comuniste nella zona di San Daniele – studente del III corso di Avviamento Professionale, dopo 1’8 settembre ’43 abbandona la scuola unendosi alle formazioni partigiane operanti nella zona – prende parte a tutte le azioni del Battaglione « Pisacane », Brigata « Tagliamento », e quindi, con funzioni di Vice-Commissario di Distaccamento, del Battaglione « Silvio Pellico » ,-. Catturato il 15 dicembre 1944 da elementi delle S.S. italiane, in seguito a delazione, mentre con il compagno Adriano Carlon si trova nella casa di uno zio a predisporrei mezzi per una imminente azione – tradotto nelle carceri di Udine – più volte torturato Processato il 22 gennaio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale Tedesco di Udine Fucilato il 1° febbraio 1945 nei pressi del cimitero di Tarcento (Udine), con Adriano Carlon, Angelo Lipponi, Cesare Longa, Elio Marcuz, Giannino Putto, Calogero Zaffato e Pietro Zanier.

31gennaio1945

Miei cari,

nelle mie ultime ore è più vivo che mai il mio affetto per voi e voglio dedicarvi queste ultime righe.

Il nostro comune nemico vuol fare di me solo un triste ricordo per voi, per tutti coloro che mi conoscono e mi vogliono bene.

Mi hanno condannato a morte, mi vogliono uccidere. Anche nelle mie ultime ore non sono venuto a meno nella mia idea, anzi è più forte e voglio che anche voi siate forti nella sventura che il destino ci ha riservato.

Datevi coraggio, sopportate con serenità tutto ciò sperando che un giorno vi siano ricompensate le vostre sofferenze.,,

Muoio, ma vorrei che la mia vita non fosse sprecata inutilmente, vorrei che la grande lotta per la quale muoio avesse un giorno il suo evento.

Termino per sempre salutandovi e chiedendovi perdono di tutto ciò che ha potuto rattristarvi.

Addio papà, mamma, Ines, Anita, salutatemi Elio il giorno che lui potrà ritornare.

Addio per sempre Bruno

 

31 gennaio 1945

Edda,

voglio scriverti queste mie ultime e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime sí, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura.

Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me.

Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacri­ficare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso.

Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente.

Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quel­l’amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre.

Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti.

Addio Edda

Frittaion. Bruno

 

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

 

Einaudi Editore 1952

Armando Amprino

sacrificio

È destino dei popoli che il loro cammino

verso la libertà e la giustizia sociale sia

segnato dal sangue dei suoi martiri,

forse perché questo cammino non sia smarrito,

ma chi muore per una causa giusta, vive sempre

nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Armando Amprino (Armando)

Di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925 -. Partigiano della Brigata " Lullo Mongada ", Divisione Autononia " Sergio De Vitis ", partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino) -. Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (Contro Guerriglia) di Torino Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.

Dal Carcere, 22 dicembre 1944

Carissimi genitori, parenti e amici tutti,

devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.

Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.

Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito. Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. la mia roba, datela ai poveri del paese. Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l’Italia! Viva gli Alpini

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Le stragi nascoste Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati (4) Vicenza

Le stragi nascoste
Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati
(4) Vicenza


La particolare tipologia delle stragi che tra la fine dell’aprile e l’i­nizio del maggio 1945 si accompagnarono all’estrema ritirata dei te­deschi e dei fascisti dalle vallate dell’Italia settentrionale è esemplifi­cata da quanto avvenne a Lonigo (Vicenza) il 26 aprile. Una colonna di carristi tedeschi (Btg. Fallschirmjàger Rgt. 10) catturò cinque per­sone di età compresa tra i 16 e i 25 anni, armate di fucile modello 1891; si trattava di giovani improvvisatisi guerriglieri sull’onda dell’entusiasmo per l’imminente liberazione dell’Italia. Diffusasi la no­tizia della cattura, l’arciprete del luogo e un comandante partigiano si recarono dal maggiore Alfred Grundmann, cui richiesero di ri­sparmiare le vite dei prigionieri, ottenendone ampie rassicurazioni: li si considerava quali ostaggi, trattenuti a garanzia della tranquillità della ritirata. Le cose andarono in modo diverso: «Nonostante il maggiore Grundmann avesse data a mons. Caldana la sua parola di ufficiale che, in ogni caso, non avrebbe fatto fucilare i cinque, questi venivano il giorno successivo trovati uccisi in un fossato di via Ma­rona».  Nel dicembre 1945 i carabinieri di Lonigo denunziarono al comando militare alleato e alla questura di Vicenza il maggiore Grundmann, del quale si forni Fidentikit: «statura m 1,78 circa, cor­poratura robusta, colorito roseo pallido, capelli biondi ondulati, età anni 36-38». Nei mesi successivi il maresciallo dei carabinieri rac­colse le dichiarazioni di alcuni testimoni. Ecco la deposizione del partigiano che aveva parlamentato con Grundmann:
Mi disse che i giovani non li lasciava liberi ma li avrebbe trattenuti in ostaggio e nel contempo mi incaricò di far conoscere alla popolazione ch’e­gli avrebbe ordinato rappresaglia contro la cittadinanza qualora questa avesse arrecato dei danni ai soldati tedeschi. Continuò con l’affermare che avrebbe provveduto ad inviare i giovani a Montebello Vicentino, ove aveva sede altro comando germanico, ma assicurò nuovamente che gli stessi non avrebbero subito alcun danno fisico.
Verso le ore 20 dello stesso giorno [26 aprile 1945] i cinque fermati, scor­tati da due soldati tedeschi, partirono a piedi per Montebello Vicentino. Provvidi ad informare il comando della divisione partigiana ed il giorno successivo mi fu fatto sapere che i giovani non risultavano essere giunti a Montebello.
L’indomani fui avvertito che in Via Marona, in un fossato laterale alla strada, si trovava il corpo di cinque giovani fucilati. Erano i cinque partiti da Lonigo, sul conto dei quali era stata data la assicurazione sulla loro incolu­mità. Essi sono: Burattini Pietro, Fasolin Dino, Zigiotto Alberto, Zigiotto An­gelo e certo Mussopapa, siciliano. Presentavano scariche di mitra alla testa ed al petto.
La stessa mattina del rinvenimento dei giovani, il maggiore Grundmann si era allontanato da Lonigo.
La parte conclusiva della verbalizzazione della donna austriaca utilizzata dai tedeschi quale interprete nelle trattative con le autorità locali evidenzia quali fossero le reali intenzioni dell’ufficiale germa­nico, dietro la parvenza rassicurante e le dichiarazioni bonarie:
Prima di allontanarmi ebbi ancora modo di parlare col maggiore Grund­mann, al quale rinnovai preghiera di lasciar liberi i giovani, poiché ritenevo che essi si trovavano chiusi in qualche luogo quali prigionieri. Ottenni sempre dal maggiore le stesse affermazioni ed assicurazioni.
Il Grundmann in compagnia del tenente si allontanò dall’albergo uno o due giorni dopo, di buon mattino. Prima di partire il tenente si rivolse ai 1, suoi due soldati e disse: «Meglio sarà fucilare anche la donna austriaca». Io intesi la proposta, feci una svolta fra i corridoi e mi nascosi in un’abitazione vicina, sino a che i militari non si allontanarono definitivamente.
Non conosco il nome del tenente, né quello dei soldati. Il maggiore Grundmann, a quanto appresi da un soldato, è nativo di un paese della Prussia occidentale o nei pressi di Berlino. Egli parlava bene, con accento berlinese che io conosco bene.
Nel maggio 1946 il maresciallo dei carabinieri di Lonigo concluse le sue indagini, rammaricato che non gli fossero «pervenute richieste di alcun genere, relative all’episodio in questione, da parte di au­torità alleate». Era questa una delle situazioni ricorrenti di impulso iniziale all’individuazione dei responsabili che, forte a livello locale, non trovava riscontri ai livelli superiori. L’Ufficio procedimenti con­tro i criminali di guerra tedeschi stabilì peraltro che «la responsabilità dell’imputato appariva evidente, dato che nella sua qualità di
comandante di battaglione poteva egli soltanto decidere sulla sorte dei 5 partigiani fatti prigionieri, della cui incolumità personale si era, anzi, in un primo tempo fatto garante, come da assicurazione data alle varie personalità che si erano recate da lui per ottenere addirittura il rilascio dei catturati». Si valutò dunque che «dalle prove acquisite agli atti risultano sufficienti elementi di responsabilità a carico dell’imputato, motivi per cui l’istruttoria può ritenersi ultima­ta». Il fascicolo contro il maggiore Grundmann rimase celato per
mezzo secolo nell’inaccessibile sede della Procura generale militare. Riaperte le indagini, nel 1997 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Padova, ritenuto «che la fucilazione di 5 uomini catturati con armi e in atteggiamento ostile alle FFAA germaniche non appare essere atto contrario ai principi di diritto bellico» archiviò il procedimento.
  Tratto da
Le stragi nascoste
Di Mimmo Franzinelli
Editore Le Scie Mondadori 2002

I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi La storia di Walter Lusuardi: si fece fucilare al posto del fratello

I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi
La storia di Walter Lusuardi:
si fece fucilare al posto del fratello
 
Il 16 agosto si celebra l’anniversario della strage di sedici persone, per rappresaglia all’uccisione del console della milizia della Repubblica di Salò, Filiberto Nannini. Egli si era trasferito da Parma a Migliarina, frazione di Carpi e si era stabilito nella villa Segrè, abbandonata dai proprietari di religione ebraica. Dalla zona di Parma, dove il console aveva operato, erano arrivati numerosi rapporti sulle spietate azioni repressive di cui egli era stato responsabile, tra cui molte fucilazioni di partigiani e renitenti alla leva. La mattina del 15 agosto il console era partito in bicicletta per Carpi, come faceva di solito, ma a metà strada venne ucciso forse da un commando dei Gap. Già nel pomeriggio e la mattina seguente, gruppi di fascisti della brigata nera di Carpi e dei paesi vicini avevano rastrellato le frazioni di Migliarina, Rio Saliceto, Fossoli e Carpi per catturare partigiani e antifascisti, già noti ai repubblichini, perché segnalati da fascisti locali. Prudentemente molti di questi partigiani di Migliarina e Budrione quella notte dormirono fuori casa, come Walter Lusuardi, Enzo Neri, Aldo Corsari, Aldebrando Manfredini, Malavasi, Ganassi, Savani e altri giovani che avevano disertato. A Migliarina i fascisti tuttavia riuscirono a catturare una trentina di persone e a raggrupparle sotto la tettoia dell’osteria. Tra i fermati vi erano tutti gli uomini della famiglia di Walter Lusuardi: il padre Primo, il fratello Edmondo, che aveva sei figli, e il nipote Dino, di 15 anni. Il padre ed il nipote vennero lasciati liberi, mentre Edmondo fu fatto salire con altri sul camion, con la minaccia che, se non si fosse presentato suo fratello, avrebbero ucciso lui. Walter, che era nascosto in un rifugio partigiano nella valle di Migliarina, venne informato dell’arresto del fratello e sapendo che volevano proprio lui, non esitò: prese una bicicletta e raggiunse quel maledetto camion; fu portato a Carpi e imprigionato assieme al fratello ed agli altri arrestati. In quei pochi chilometri di strada che separano il rifugio partigiano dall’osteria dove erano i fascisti, Walter venne fermato diverse volte dagli amici e invitato a tornare indietro, ma la risposta fu sempre la stessa: «Non posso, mio fratello ha sei figli da crescere. Loro vogliono me». Nel pomeriggio i familiari degli arrestati, saputo che essi erano stati portati in una villa di fronte alla Caserma dei Carabinieri di Carpi, in viale XXVIII Ottobre (ora viale Odoardo Focherini), vi si recarono per avere notizie dei loro cari, ma poterono sentire solo i lamenti e le urla di dolore. Solo dopo si conobbe a quali torture fossero stati sottoposti: avevano loro strappate le unghie dei piedi e delle mani ed a Walter, in più, avevano fratturato un braccio. Verso sera, i sedici ostaggi, allineati in due file e quasi incapaci di reggersi in piedi per le torture subite, furono condotti in piazza dai componenti di una brigata nera non carpigiana. Furono fatti sdraiare a pancia a terra e uccisi a raffiche di mitra e un colpo alla testa. Dentro, carcerato, era rimasto solo Edmondo; nello stesso istante in cui riecheggiarono gli spari, si aprì la porta della cella e gli si avvicinò il capo della brigata nera di Carpi, che gli accese una sigaretta. Mettendogliela in bocca, gli disse: «Loro ti volevano uccidere, ma io ho mantenuto la promessa, anche perché hai sei figli. Puoi andare sei libero». Uscito, Edmondo si incamminò a piedi verso casa: il suo pensiero era tormentato dal mucchio di cadaveri che aveva visto da lontano, al centro della piazza, tra cui sapeva che doveva esserci quello del fratello Walter, che aveva dato la vita per lui. Nella sua mente dominava il pensiero di quando sarebbe giunto a casa. Il suo passo era lento. C’era il coprifuoco, ma voleva ugualmente arrivare; abbandonò la strada e attraversò i campi, avviandosi verso casa, verso quel disperato annuncio che doveva dare, assieme a un doloroso, ma caldo abbraccio, ai vecchi genitori. 



***
   Walter Lusuardi aveva 30 anni, lavorava come bracciante, a giornata. In quei giorni lavorava alla TODT assieme al fratello Edmondo: scavavano fossati anticarro per i tedeschi. Il loro padre, Primo Lusuardi, oltre ad essere stato presidente della Lega braccianti di Migliarina Budrione nei primi anni del Novecento era stato uno dei pochi che sapeva leggere e scrivere. Scriveva sul giornale socialista “Luce”, dove teneva una rubrica che si intitolava “Dalla vanga alla penna”: in essa invitava gli operai, gli uomini, ma specialmente le donne, a frequentare le scuole serali: gli uomini per avere il diritto di voto, perché a quei tempi votava solo chi “sapeva di lettera” e le donne perché avrebbero avuto almeno la soddisfazione di scrivere personalmente le lettere ai mariti, o ai fidanzati lontani, in guerra. Leggeva anche all’osteria ad alta voce, per i suoi amici, i giornali l’Avanti e Luce. Walter, cresciuto in questa famiglia socialista, e quindi antifascista, rientrato dal servizio militare in aeronautica, prima da Palermo, poi da Ferrara, trovò una situazione economica che non era affatto cambiata, anzi era peggiorata: la miseria era tanta, le giornate di lavoro poche e quindi anche i soldi erano pochi; per questo accettò l’ingaggio per andare in Germania a lavorare, per due anni, nei lavori stagionali, di raccolta delle patate. A quei tempi, per i giovani, l’unico divertimento era il ballo e a Migliarina, vi era una grande sala, chiamata “Salone Moderno” in cui, oltre alle serate danzanti, si poteva assistere a serate teatrali. Un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, tra cui Walter, avevano formato una compagnia teatrale ed avevano allestito diverse commedie, come “Il Fornaretto di Venezia”; si esibivano anche cantando romanze delle opere più famose. Walter aveva una bella voce: molte volte, specialmente nelle serate all’osteria, dopo un bicchier di vino, veniva sollecitato a cantare. Le canzoni erano quelle che cantava Beniamino Gigli: “Non ti scordar di me”, “Mamma”, ma non mancavano l’inno socialista “L’Internazionale” o “Bandiera rossa”, ma queste ultime le cantava a bassa voce, mentre intorno si creava un vuoto. Molti dei presenti se ne andavano per paura di essere giudicati socialisti sovversivi; infatti in quel clima, a metà degli Anni Trenta, anche queste cantate erano un affronto per quei fascisti locali che, purtroppo, se ne ricordarono. Solo per questo l’hanno torturato senza pietà, strappandogli le unghie di mani e piedi, rompendogli un braccio davanti al fratello e l’hanno portato in piazza uccidendolo assieme a quindici innocenti. Pochi giorni dopo la liberazione, il Parroco dell’Ospedale di Carpi, che aveva dato la benedizione e  ascoltato le ultime volontà dei sedici fucilati, invitò i familiari di Walter ad andare in curia di Carpi per ritirare i documenti del loro caro. Nel portafoglio c’era la foto della fidanzata Ebe Gualdi e un biglietto con scritto l’ultimo pensiero: Un abbraccio a mamma e papà e tutti, un forte abbraccio e baci a Ebe. “Vando”.

Le Donne nella Resistenza

clip_image002

Amelia Galvani Garro Padova Brigata «Sabatucci»

…In quei giorni (dopo l’8 settembre) al Campo di Marte si fermò un treno di Padova, Istituto "P. Selvatico" soldati rastrellati in partenza per la Germania. lo e la mia amica Scapin (part.) decidemmo di aiutarli […] in fretta e furia confezionammo diverse fasce bianche con la croce rossa. Sapevamo che i soldati addetti alla sanità avevano maggiore libertà di movimento. Poi con l’aiuto di mia figlia Carmen e altre belle figliole ci recammo lungo i binari dove sostavano i carri bestiame con le porte aperte. Mentre le ragazze intrattenevano i militari tedeschi di scorta, noi consegnammo le fasce da mettere intorno al braccio ai prigionieri, e così moltissimi riuscirono a fuggire…

Agnese Guzzon Gallocchio, Padova, Brigata «Sabatucci»

Il 28 ottobre ‘43, poiché avevamo ospiti inglesi, subimmo una perquisizione… per fortuna i nostri amici alleati erano fuggiti dal retro della casa… Purtroppo non trovarono alcuna persona disposta ad ospitarli e furono ben presto di ritorno; decidemmo perciò di costruire un rifugio sotteraneo quando il 3 febbraio i fascisti vennero di nuovo ebbero un bel frugare, passando più volte sopra il nascondiglio […] I fascisti della Ettore Muti ritornarono a casa nostra il 27 agosto del ’44, picchiarono a sangue mio padre e lo portarono al loro comando […] da dove fuggì e trovò rifugio in un Convento […] Furenti per lo scacco subito vennero a casa e arrestarono me e mia madre […] condotte al comando della Ettore Muti […] il brigo Ventrella ch’era di animo bestiale mi picchiò per sapere dov’era mio padre […] In cella c’erano altri partigiani […] quattro di loro vennero fucilati a Chiesanuova, dove una lapide ricorda il loro sacrificio. Noi dovevamo subire la stessa sorte ed eravamo già pronte sul camion, quando il comandante decise di inviarci al carcere dei Paolotti, dove rimanemmo più di 70 giorni: Là eravamo molte detenute politiche…

Teresa Martini Redetti, Padova, Brigata «Pierobon»

L’8 settembre […] ci vide tutti impegnati, soprattutto noi donne,nell’opera di assistenza ai soldati sbandati […] e ai prigionieri alleati […] Si costituì ora una rete clandestina per farli espatriare in Svizzera con documenti falsi e il Padre Placido Cortese dei Frati di S. Antonio fu tra gli organizzatori il più importante. A quest’opera di solidarietà partecipai entusiasta.. Padre Placido per truccare i documenti toglieva dagli ex voto le foto cercando le rassomiglianze con i partigiani e gli ebrei. La via per la Svizzera da Padova passava per Milano […] Il 14 marzo del ’44 la mia attività e quella di mia sorella vennero stroncate: […] vennero due agenti delle SS tedesche che ci arrestarono […] Giungemmo quasi all’alba a Mathausen e ci rendemmo conto della penosissima realtà; dopo i consueti rigorosi controlli e visite mediche ci raparono a zero e iniziò la nostra vita nelle baracche…

Maria Zonta, Padova, Brigata «5abatucci»

…A quindici anni entrai a lavorare come apprendista nella fabbrica della Snia Viscosa […] nell’aprile del ’44 i salari erano bassi… eravamo costretti ad acquistare al mercato nero a prezzi paurosi […] con tutte le mie compagne di lavoro decidemmo di chiedere l’aumento […] ci dimezzarono il cottimo […] il 10 mattina decidemmo di iniziare lo sciopero, che durò più giorni […] il giorno 20 vennero a casa mia due fascisti in divisa e due tedeschi delle SS, mi arrestarono e mi condussero a Venezia nel carcere di S. Maria Maggiore… i16 ottobre venne deciso il nostro invio in Germania […] Durò cinque giorni e cinque notti. A Berlino subimmo anche un bombardamento e infine giungemmo a Ravensbrück […] A me parve di entrare all’inferno […] le baracche erano incatramate e le strade nere per il fumo dei camini del forno crematorio…

Tratto da

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza

Pace nel Mondo e Auguri a Tutti

clip_image001

Donne nella Resistenza

clip_image002

Anna Bilato Zanella, Cadoneghe, Brigata «Sabatucci»

…Giunse poi 1’8 settembre con tutte le disastrose conseguenze ed insieme alle compagne allora provvedemmo a vestire in borghese i soldati che erano stati abbandonati […] Bisognava poi risolvere il problema dei prigionieri inglesi, neo-zelandesi e russi che, scappati dai campi di concentramento italiano, cercavano rifugio nelle case di campagna […] molte brave persone ebbero il coraggio e la bontà di ospitarli ed assisterli, consapevoli di rischiare la fucilazione, com’era scritto nel bando del comando tedesco e fascista affisso sui muri […]. Il mio lavoro (di staffetta clandestina di stampa, messaggi in codice, medicinali) continuò fino al novembre del ’44

34

[…] venni fermata in un recapito di Padova, ma per fortuna non portavo niente di compromettente. Dovevano però sapere molte cose sul mio conto, perché a Palazzo Giusti, dove mi condussero i fascisti, continuarono a interrogarmi (soprattutto il Corradeschi) con percosse per obbligarmi a parlare. Sono noti ormai i sistemi adoperati dai criminali della banda Carità.

Franca Decima Proto, Padova, Brigata «C. Lubian»

…le trasmissioni di radio Londra e la stampa clandestina erano le uniche fonti [di] informazione […] s’inseriva una voce che diceva; "trasmettiamo ora alcuni messaggi speciali" si trattava in apparenza di frasi senza senso il cui significato era capito solo dai partigiani: "il nido delle aquile", "la dott~ina segreta" […] Quando questo avveniva, partivo subito per avvisare Fraccalanza,che abitava in una frazione vicina, egli poi organizzava il gruppo…

Taina Baricolo Dogo, Padova, Brigata «S. Trentin»

Venne il giorno dell’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Al liceo l’avvenimento ci venne comunicato con poche gravi parole dal professore di storia […] quasi intuitivamente costruimmo il legame tra il contenuto delle lezioni teoriche […] e la realtà minacciosa che sentivamo incombere […] All’università la strada naturale fu quella dell’opposizione alle adunate e alle riunioni del Guf […] Dopo 1’8 settembre, quando mi venne affidata una borsa piena di manifestini da distribuire velocemente in vari edifici di Padova, fui felice di fare qualcosa anch’io… entrai a far parte della brigata Trentin… il 3 gennaio 1945 fui arrestata da «quelli della Banda Carità» e portata a Palazzo Giusti, dove ritrovai professori, compagni di scuola e, con viva sorpresa, anche personaggi inattesi che io pensavo appartenessero all’altra sponda…

Milena Fimiani Valle, Padova, Brigate «Ferretto» e «Mazzini»

…i contatti più frequenti li avevo a Venezia con un compagno che aveva un negozio di cosmetici […] In montagna, con la brigata Mazzini, la cui base era al rifugio Mariek sul monte Cesen […] nel rifugio ho conosciuto Fanny Mora e Angiolina Morona, che a volte fungevano da staffette… alla sera prima di coricarci aggiustavamo i vestiti dei partigiani, da loro ho imparato come si applicano le toppe ai pantaloni […] Verso la fine di agosto i partigiani occuparono Miane, Follina, Pedeguarda, Solighetto; dopo alcuni giorni da parte tedesca e fascista iniziò una vasta offensiva, con incendi di case e fienili. A Miane le donne riuscirono con coraggio e tempestività a domare il fuoco…

Vittoria Foco Zerbetto, Padova, Brigata «Sabatucci»

La nostra casa era punto di incontro e luogo di riunione per i compagni […] dopo il ’42 […} iniziai l’assistenza clandestina ai prigionieri di guerra slavi degenti all’ospedale di S. Antonio a Monte […] affetti per lo più da tubercolosi…

Tratto da

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza