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Giuseppe Ungaretti – Vanità

Giuseppe Ungaretti

Vanità

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

L’uomo
s’è curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un’ombra
cullata
e piano franta
in riflessi insenati
tremanti
di cielo

Vallone il 19 agosto 1917

Alena Synkova – Ottavio Profeta–Poesie

Alena Synkova

sogna orizzonti di pace, pur  sapendo di dover morire, lasciandoci questi versi:

“Vorrei andare sola
dove c’è altra gente migliore
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno uccide”

***
Ottavio Profeta.
“Se la mia voce morirà
sulla croce di pietra cittadina
portatela sulla cima del mio monte
che s’alza nel vento
e si corica nella nebbia
Se la mia voce morirà
nella mia pianura
cercatela nel canneto
nella conchiglie del mare
e nell’acqua del fiume
Se la mia voce morirà
ridatemela viva
fra gli alberi del bosco
dove ogni sera
canta un usignolo”

Giuseppe Bartoli LA MÖRT ED CURBERA

Giuseppe Bartoli

LA MÖRT ED CURBERA                LA MORTE DI CORBARA

I s’arbuteva coma spig’d grân            Si rovesciavano come spighe di grano
cun del biastèm che pareva preghir    
con delle bestemmie che sembravano preghiere
e vers e’ zêl                                      
e verso il cielo
pal’d s-cióp spudedi fra i dént           
palle di schioppo sputate tra i denti
l’andeva e’nom’d Maria e chietar sént  
andava il nome di Maria e degli altri santi
E prèm a caschê e fo Curbera           
Il primo a cadere fu Corbari
e par la bòta                                     
e per il tonfo
o tremê la tëra e o fo sobit sera         
tremò la terra e fu subito sera
A lé stuglé, ribèl senza pio’ él            
Lì disteso, ribelle senza più ali
u raspeva da e’ mêl                           
raspava dal male
cun cla manaza grânda e cuntadéna   
con quella manaccia grande e contadina
……. bôna l’era la tëra ………..           
……………… buona era la terra
grasa e féna …………….                     
grassa e fine
Raspa Curbera, raspa stvò truvé       
Raspa Corbari, raspa se vuoi trovare
l’eteran cunzem dla libartê:                
l’eterno concime della libertà:
e’ sangue rumagnöl                           
il sangue romagnolo
cla imbariaghê ogni côr                     
che ha ubriacato ogni cuore
Strèca, strèca la tëra                         
Stringi, stringi la terra
l’è sèmpar cl’udôr                             
è sempre quel profumo
l’è sèmpar l’amôr dla stesa mâma      
è sempre l’amore della stessa mamma
cut fa da lët pövar fiol’d Rumâgna     
che ti fa da letto povero figlio di Romagna
Strèca ed elza la tësta, so canàja!      
Stringi ed alza la testa, su “canaglia”!
L’as drèza la camisa sanguneda         
Si alza la camicia insanguinata
la pê ôn lôm a Mérz, lôm’d premavera   
sembra un lume a marzo, lume di primavera
l’è bèl finì e’ su dé par na bangera      
è bello finire la vita per una bandiera
E cvànd che la prema sfója’d sôl        
E quando la prima sfoglia di sole
la spôrbia d’ôr tota la campagna         
spolvera d’oro tutta la campagna
e’partigiân e mör                               
il partigiano muore
Bsén a lô ôn pòpul’d cuntadén           
Vicino a lui un popolo di contadini
o prega e o biastèma a tësta basa       
prega e bestemmia a testa bassa
Sôra a lô na bânda d’asasén              
Sopra di lui una banda d’assassini
la rid cun la vargôgna in faza              
ride con la vergogna in faccia
E’ sôl c’nas e dà vita a la brèza         
Il sole che nasce da vita alla brezza
nud coma Crèst, inciudê tna trèza      
nudo come Cristo inchiodato in una treggia
e pasa per l’amiga campâgna             
passa per l’amica campagna
l’ultum re dla muntâgna                      
l’ultimo re della montagna
Brigant dla libartê e preputént            
Brigante della libertà e prepotente
ma s-cét com l’è s-cét la su zént        
ma schietto come è schietta la sua gente
s-cét coma i nost dê pasê bsén el stël 
schietto come i nostri giorni passati vicini alle stelle
fra e’ piânt’d mâma e cvèl de parabël 
tra il pianto di mamma e quello del parabello

(1) Silvio Corbari, medaglia d’oro della Resistenza.

Giuseppe Bartoli – I MORTI ASPETTANO

Giuseppe Bartoli

I MORTI ASPETTANO

Udimmo il tonfo delle rane 
negli alti silenzi dei meriggi 
e il respiro lieve dei cavalli 
nelle estese vele delle notti 
gonfie di lucciole e di fremiti 
Sulle nostre tavole di fieno 
abbiamo mangiato 
lacrime e canti 
fra grappoli di rondini 
in giostra nel cielo 
Udimmo la scure abbattersi 
sui letti deserti dei boschi 
mentre carri di ricordi 
si trascinavano lenti 
Poi arrivò l’alba 
d’una rossa primavera 
con brezze di mandorli avvolte 
nell’immemore pianto della terra 
Tornammo dalle nostre madri 
dopo una lunga notte insonne 
intonando canti senza dolore 
Le culle delle foglie 
che ci furono compagne 
raccolsero il vagito 
della rinata libertà 
e sui crateri di sangue 
– scavati - 
dalla nostra lotta 
mani nude di orfani 
sfidarono il cielo 
Dal buio delle fosse 
vergini di croci 
gli occhi spalancati 
dei partigiani caduti 
si chiuderanno solo 
se la loro speranza 
diventerà la nostra.

Giuseppe Bartoli – DISCORSI D’ALLORA

Giuseppe Bartoli

DISCORSI D’ALLORA

Parlavamo di noi 
quando la sera maturava 
la stanchezza del giorno 
e le contadine velate di nero 
raccontavano al cielo 
i guasti della pioggia 
del vento e della guerra 
Parlavamo di noi 
all’acqua vergine di fonte 
mescolando al grattare del mitra 
la ragione di crederci uomini 
e il diritto di lasciare 
alle bestie da soma 
il vanto pesante del basto 
Parlavamo d’idee 
mescolando bestemmie 
ai rosari di pietra 
per lasciare lontano l’inverno 
che marciva nei solchi 
e la fame 
che uccideva le ultime favole 
negli occhi dei bambini 
Parlavamo di noi 
cercando nei boschi la vita 
e nei sentieri di piombo 
le nostre radici di uomo 
Parlavamo di noi 
quando albe di fuoco 
scoprivano i nostri fantasmi 
già stanchi al primo mattino 
già vecchi a soli vent’anni 
Parlavamo del nostro domani 
davanti alla salma nuda 
d’un compagno caduto 
e ad un ventre di terra 
– che ingoiava - 
le noste tenere radici 
lasciandoci in bocca 
la voglia rabbiosa 
d’un tempo migliore 
in cui ancora sperare

Giuseppe Ungaretti – IN MEMORIA

Giuseppe Ungaretti

IN MEMORIA

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perchè non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Locvizza, il 30 settembre 1916

Giuseppe Bartoli – A CRESPINO

Giuseppe Bartoli

A CRESPINO
Vennero i giorni della primavera 

La terra si coprì d’allegria 
cantò tutti i colori del cielo 
andò a piangere sui seminati 
Nell’antica valle del Lamone 
fiorì il natale sacro dei ciliegi 
e le spighe in curva preghiera 
baciarono il rosso dei papaveri 
I campi non furono più tristi 
quando sopra sbocciarono gentili 
le rose selvatiche del maggio 
Nessuno parlava di morte 
fra le spine dei rossi lamponi 
Ma la morte era in ogni pietra 
nel filo dell’erbe e delle foglie 
La morte vagava lungo il fiume 
negli occhi delle bestie inquiete 
nel taglio affilato della scure 
E venne il giorno del martirio 
sull’inerme cuore contadino 
sulle mani rotte dal lavoro 
sulla vanga ancora impastata 
di buona terra e sacro sudore 
Quando i barbari furono pronti 
tacque il mormorio dell’acque 
e una nube scura salì al cielo 
a nascondere la rosa del sole 
Le mani strinsero altre mani 
Le parole e un pianto disperato 
narraron sogni e favole smarrite 
e negli occhi grandi delle madri 
si posò il bacio dei figli 
E l’ultimo pensiero andò lontano 
ai fuochi spenti alla terra arata 
all’oro reciso delle spighe 
e ai giorni senza più domani 
ai canti che si spegnevano 
a loro che salivano il Calvario 
e a noi, a noi, che siamo rimasti 
a cogliere i frutti d’una stagione 
nata da vittime innocenti 
Era l’intera valle delle Scalelle 
e dei castagni sacri a Campana 
che consumava l’ultima ora 
Non li chiamavano per nome 
per non spaccare la cesta dell’odio 
Un cenno, una spinta, un urlo 
e la morte li coglieva sul petto 
unendo il gemito di chi andava 
all’angoscia di chi attendeva 
Il campo diventò bara immensa 
nel tiepido meriggio estivo 
Noch ein! Noch ein! Noch ein! 
Ancora uno! Ancora uno! Ancora uno! 
E un colpo dopo l’altro 
rompeva il grido della carne viva 
e il sangue si fondeva in grumi 
nel rosario dei ceppi delle mani 
nella coppa umida della terra 
Quando il silenzio raccolse dai pendii 
l’ultimo colpo e l’ultimo grido 
– lontano - 
oltre la malinconia dei roveti 
un requiem di coralli accesi 
si scaldava al lume delle case 
e noi,, noi, quelli ancora vivi 
attendevamo un “nuovo” mattino

P.S. Questa poesia intende ricordare l’eccidio di 42 inermi contadini vittime della barbaria nazista a Crespino sul Lamone – Luglio 1944.

Giuseppe Ungaretti – Non gridate più

Giuseppe Ungaretti
Non gridate più
 
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.

Salvatore Quasimodo – Uomo del mio tempo

 

Salvatore Quasimodo

 

Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,

 

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
e’ giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Sergio Boscardin – Per l’uomo nuovo

Sergio Boscardin

Per l’uomo nuovo

Ovunque voi siate,
fratelli, amici,
in cielo o in tetra solitari
tra gJi uomini,
lasciate ch’io soffra con voi,
ch‘io pensi a voi
e pianga
nellanima mia e senta
cos[ piangere la vostra.
*
Lasciate ch’io sorrida
e veda
un’alba luminosa di speranze
sul vostro volto,
come intendo vederla in me.
*
Lasciatemi ascoltare
le vostre voci
così diverse e umane
come io pure sono uomo
e ascolto
la mia parlarvi oltre il linguaggio
che ci rende stranieri
e mortali.
*
Lasciate ch’io vi raggiunga
e ascolti in voi
la parola buona o l’angosciosa,
le speranze tradite
o la fede nell’Uomo
che fu ancora in noi tutti
incoronato
di terribili spine,
trafitto e straziato in ogni luogo
dove vi fu l’odio
e la tenebra.
lo e voi,
noi tutti, infine, oggi
come ieri
e più ancora domani,
guardiamo all’Uomo
ospite ignorato e avvinto
alla terra gemente e insanguinata,
risollevato dagli orrori
vivente in un germe
di speranze e ideali,
rigenerato
per ciò che in lui ha ucciso
lantica legge,
perché sia fatta libera la via
al divenire.
*
Fratelli, amici,
ascoltate la voce che in noi
parla sommessa
nel frastuono d’oggi
come in una tragica, furibonda
guerra di ieri;
ascoltate la voce che ci dona
la gioia bella
di sentire le nostre calde mani
in una ferma stretta,
i nostri occhi aperti
e chiari
guardarsi l’un l’altro e dire:
*
Ciò che tu vuoi
amico
io lo voglio
Per l’uomo nuovo
e non è menzogna d’una voce
anonima,
ma è chiarezza di pensieri
purità di cuori
benignità d’opere umane;
non v‘è più Germania
o Francia
od Inghilterra o Russia:
vi è soltanto l’Uomo
per l’uomo,
ed è in lui uno spirito grande
che risorge
dalle macerie della legge
fino alla gloria
che ci rende amici nell’amore,
non più servi dell’odio.
*
Ovunque voi siate
fratelli, amici,
lasciate ch’io vi parli
e la voce
dell ‘Uomo nuovo vi giunga
nelle sfere sublimi
dove il vostro dolore è sacro
pane di vita al Cosmo,
o sulla terra
dov’esso traccia come aratro al sole
i nuovi solchi
e non si volge al passato.
*
Questo io vi dico
e non sono più io che parlo,
bensì è lUomo in me.