Rosario “Sasà” Bentivegna (Paolo)

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ROSARIO «SASA» BENTIVEGNA (PAOLO)

Medaglia d’Oro al Valor Militare

Gappista

Chi è Rosario Bentivegna?

Io sono nato nel 1922, qualche mese prima della marcia su Roma; la mia famiglia era di tradizioni garibaldine, e radicali, e quindi geneticamente antifasciste, abitavamo in Prati, a via Tacito.

Per me il fascismo è nato nei racconti dei miei: mio padre, ex-ufficiale, era stato ferito in trincea dalla scheggia di una granata austriaca durante la prima guerra mondiale; aveva una grossa cicatrice sul braccio sinistro, e mi raccontava di aver subito anche più di un attacco con i gas.

Zio Pietro, ufficiale pilota, che era il suo fratello gemello, nel 1916 era caduto con il suo aereo.

Mio padre mi raccontava gli episodi della sua guerra, e che suo padre, mio nonno Rosario, grosso personaggio dell’Italia post-unitaria, lo andava a trovare- impavido fino in prima linea, in trincea, e mi raccontava anche delle violenze che avevano esercitato i fascisti, quando erano arrivati a Roma.

Mia madre, che allor aveva poco più di venti anni mi diceva che nel ’24 si sdraiava in terra al riparo del davanzale, tenendo abbracciati mia sorella e me, bambini di uno e due anni, perché i fascisti, passando sotto casa nostra, sparavano sulla finestra. Uno dei primi ricordi della mia mia vita è l’apprensione che prendeva i miei, di sera, quando passavano sotto casa «gli uomini ubriachi( (così i miei spiegavano a me gli squadristi): le luci venivano spente e si cercava di non far rumore. Mio padre era allora un dirigente dell’Associazione Combattenti, ed era uno degli organizzatori delle, cooperative degli ex-combattenti, che non si erano orientate verso il fascismo. In via Tacito, c’era la casa di un grosso «capo». comnnista, mi pare fosse Bombacci e quindi quella strada era tratto di manifestazioni fasciste: mia madre assistette alla scena della sua casa invasa e della roba buttata dalla finestra e bruciata.

La prima guerra mondiale aveva causato un grande turbamento nella vita sociale, e duri scontri politici e sociali. Quella spaventosa carneficina aveva tra l’altro creato solchi profondi di incomprensione e inimicizia anche tra i combattenti, che avevano visto cadere i loro compagni oltre che in guerra combattendo, anche per le decimazioni ordinate in seguito alle sconfitte subite per l’incapacità degli alti comandi. Il ricordo di questa pratica delittuosa è rimasto nella letteratura e nella diaristica di quegli anni. Cito a caso Lussu, Weber, Jaier, ma anche il «Diario di guerra» di Mussolini.

Tra il ’19 e il ’20 le istanze rivoluzionarie gestite dal partito socialista, che si concretizzarono con una sequela di scioperi generali e culminarono con l’occupazione delle fabbriche che tuttavia fallirono l’obbiettivo del rinnovamento della società italiana, sia per le manifestazioni di estremismo infantile che per l’opportunismo e il trasformismo di molti quadri politici e sindacali del movimento operaio. Poi nel ’21 i comunisti abbandonarono il partito socialista, di cui condannavano l’opportunismo; io considero oggi la scissione di Livorno un errore, perché accelerò le divisioni e l’indebolimento della sinistra, ma quella scissione fu il sintomo più evidente che la partita era persa. Giolitti nel ’21 aveva di fatto già vinto lo scontro politico-sociale, e le manifestazioni e le occupazioni delle fabbriche si conclusero dopo qualche mese con la sconfitta definitiva del movimento operaio. Sia Giolitti che Bonomi nelle loro memorie ricordano con grande lucidità che ormai ci si stava avviando verso la normalizzazione dei rapporti sociali, e giudicano inutile il ricorso dei fascisti alla violenza e alla manomissione delle regole costituzionali, che tuttavia fu accolto con soddisfazione dalla monarchia e dai ceti cosiddetti «moderati» e conservatori. Il fascismo, la parte più violenta e antidemocratica dello schieramento antioperaio e controrivoluzionario, venne fuori quando l’ondata rivoluzionaria successiva alla guerra si stava esaurendo in Italia, così come in Germania, in Ungheria, in Austria e in altre parti d’Europa.

I democratici non capirono l’entità del pericolo?

Non capirono neanche quelli che, pur non essendo fascisti, una mano al fascismo l’avevano data: i Giolitti, i Salandra, i «popolari» di don Sturzo, etc. Non bisogna dimentícare che Benedetto Croce, grande filosofo, maestro di libertà e di cultura (non parliamo di Giovanni Gentile; che aderì subito) in un primo momento non si differenziò politicamente dal fascismo; lui, senatore del regno, ha votato per il governo fascista anche dopo l’assassinio di Matteottí. A differenza di altri liberali, come Amendola e Gobetti, che furono antifascisti da subito, si rese conto solo dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio del ’25 e l’emanazione delle leggi liberticide che praticamente annullavano lo Statuto Albertino, e solo allora capì che i fascisti stavano eliminando la libertà. Ma i fascisti e il loro duce, a proposito della violenza e de i loro obbiettivi antidemocratici, non hanno ingannato e non volevano ingannare nessuno: dichiararono sempre ed esplicitamente la loro volontà di prevaricazione e la sopraffazione della legalità e della democrazia.

Su cosa ha fatto leva nella coscienza delle persone il fascismo?

La violenza, che poi diventò fascista, in Mussolini non nasce nel ’20 e ’21, era già presente prima, e Mussolini, che era stato anche un capo del movimento operaio, nella confusione e nella approssimazione culturale che lo distinguevano aveva attinto allora alle ideologie anarchico-Sindacaliste di Sorel, al Blanquismo, arrivando addirittura a snaturare, nel suo delirio individualista, anche l’ideologia del superuomo di Nietzsche. In sostanza, anche quando era un capo socialista, era sostanzialmente un individualista anarchico, per di più assetato di potere personale. Del resto Mussolini ha avuto il grandissimo pregio di aver detto tutto e il contrario di tutto; su qualsiasi fronte ti metti te lo ritrovi a fianco e contro: era l’uomo che era, e che serviva a chi aveva paura della democrazia, soprattutto di quella economica. Certamente l’immagine di «uomo della provvidenza», che con l’aiuto del Vaticano e della monarchia era riuscito a costruirsi addosso, malgrado la violenza e le illegalità, oltre al suo straordinario fiuto politico e al suo genio istrionico, contribuirono a sollecitare speranze e consenso in un paese stremato dalla guerra e dalla crisi economica. Poi c’erano la gravissima crisi dell’occupazione, una miseria e una fame spaventosa. Badate che quella miseria ce la siamo portata dietro fino alla seconda guerra mondiale, perché il fascismo faceva finta di aver risolto i problemi, ed era così abile nell’usare la carota e il bastone che coloro che non erano direttamente investiti dalla crisi si erano convinti del contrario, fino a quando i guai non si presentavano, un po’ alla volta, anche a loro.

La soluzione dei problemi veniva rinviata alla fine di ciascuna avventura bellicistica: la riconquista della Libia, con i suoi spaventosi delitti; la guerra contro l’Etiopia, con i bombardamenti, i gas, le criminali rappresaglie; la partecipazione diretta, contro ogni rispetto del diritto internazionale e dei popoli, alla guerra civile in Spagna…

Molti giovani sono andati volontari in Spagna per combattere, come gli aveva insegnato il fascismo, contro la democrazia: ma una gran parte di loro, anche se credevano in quello che facevano, ci sono andati per risolvere il problema della disoccupazione, specialmente i braccianti del sud, che non avevano altre risorse, e ai quali era stata in qualche modo impedita perfino la via dell’emigrazione, ritenuta dal fascismo avvilente per un popolo che aveva «destini imperiali», e quindi scoraggiata in qualsiasi modo.

C’era un fascismo nella vita di tutti i giorni fatto di soprusi, di angherie, di violenze? Parlaci di questo aspetto.

Innanzitutto c’era tangentopoli. C’era una corruzione profonda e diffusa, fatta anche di servilismo da parte di chi in qualche misura voleva ottenere benefici attraverso le raccomandazioni o diventando amico o cliente (nel senso di «famiglio») di un gerarca, che tanto più si sentiva importante quanto più riusciva a circondarsi di «nani e ballerine», come si è detto in epoca craxiana.

Questo era bene avvertito anche da fascisti onesti, soprattutto giovani, che cercavano, con una fronda consistente cui facévano l’occhiolino anche grossi gerarchi per usarla invece contro i «ras» rivali, di purificare il movimento fascista nel quale credevano. Ricordo che nel ’41 usciva un giornale diretto da Felice Chilanti, un giovane fascista onesto che veniva utilizzato da Mezzasoma (- in qualche misura da Bottai nella loro lotta per il potere. Questo giornale, «Domani – il ventuno» (come del resto «Roma fascista», organo ufficiale del Guf, «Il Lavoratore Fascista», organo dei sindacati corporativi, e altri fogli di diversa caratura) faceva fronda pesante dentro il fascismo e era seguito da noi studenti antifascisti con estremo interesse perché ricco di informazioni e di dibattiti anche di alto livello culturale e politico; ma andarono i troppo avanti e il giorno in cui tentarono di uscire con un articolo il cui titolo, a nove colonne, era: «Ciano in galera», il giornale fu chiuso e fu Chilanti a finire in galera, dove diventò comunista, e dopo l’8 settembre si batté come partigiano nelle file di «Bandiera Rossa».

Ma il fascismo, per ottenere consensi tra i ceti mudio-bassi meno acculturati, soprattutto giovani ufficiali che avevano fatto la guerra, puntò senza risparmio alla «retorica dell’eroico», attraverso cui potevano ritenersi «personaggi» anche i poveracci. A questi, comunque, venivano offerti anche valori reali, come l’amor di patria. Ma era un amor di patria travisato, adulterato, immiserito dalla aggressività verso altri, popoli o gruppi, che erano considerati tutti diversi, e quindi inferiori, e quindi nemici da distruggere o soggiogare.

In questa rapida escalation i «capi» di un gruppo di qualsiasi livello e i loro accoliti (da soli non si muovevano mai) acquisivano come il loro duce, modello da imitare, deliri di miserabile grandezza, cosicché di piccoli duci l’Italia fu rapidamente colma. Fu così che presto l’Italia fu costretta a rinnegare la libertà e la democrazia che nel Risorgimento ne avevano fatto una nazione e uno stato unitario. E fu così abolita la libertà di opinione, di stampa, di associazione, perfino di residenza, liquidato il Parlamento, con la Mvsn, l’Ovra e il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato l’Italia conobbe una realtà che non poteva essere paragonata neppure ai peggiori governi dei peggiori tiranni che nell’800 ancora opprimevano gli italiani.

Era vietata qualsiasi manifestazione di dissenso su qualsiasi argomento – anche a livello di sussurro; non potevamo parlare perché il paese era infestato dalle spie e perché dovunque ci si trovasse c’era sempre qualcuno che ti richiamava all’ordine e ti accusava quanto meno di disfattismo, oppure, dagli amici sinceri, venivi richiamato alla prudenza. Sulle pareti degli uffici, delle scuole, dei ritrovi, lungo le strade, si rincorrevano gli slogans del duce, e su tutto ci affliggevano cartelli che intimavano: «Qui non si parla di politica né di strategia: qui si lavora». Questa, credo, sia stata la motivazione iniziale del mio antifascismo.

Ma c’era anche la pratica della coartazione delle coscienze, dei costumi, anche attraverso imposizioni ridicole come l’abolizione della stretta di mano, l’obbligo del «voi» al posto del «lei», il gallismo esasperato, la sollecitazione e l’esaltazione tra i giovani dello scontro fisico come preparazione ai destini di violenza e di guerra cui erano destinati. Usavano insomma tutti i mezzi per schiacciare, piegare l’individuo dentro il modello irrazionale, massificato, del «soldato del

duce», privo di autonomia e di libertà. Io sono stato balilla, avevo la mia divisa, il mio fuciletto; giocavo a pallone e facevo a pugni con i miei compagni di scuola e di giochi; andavo a fare i «ludi juveniles», giochi sportivi e culturali cui partecipavano gli studenti del ginnasio e del liceo. Lo stesso valore dell’amor di patria, che considero uno dei fondamenti irrinunciabili di una società civile, da giovanissimo mi era stato distorto in senso nazionalista, aggressivo, cosicché quando sentii Mussolini annunciare nel 1936 (avevo 14 anni) che «l’Impero era tornato, dopo duemila anni, sui colli fatali di Roma» ne rimasi impressionato. Subito dopo però lessí.Mazzini, che m’insegnò che la patria, qualsiasi patria, è libertà e che bisogna battersi anche contro la propria patria, quando essa opprime altre patrie. E scoprii i ghetti operai; il degrado, la tubercolosi e la miseria nelle città e nelle campagne. E, per ritornare alla violenza del fascismo, ricordiamo quante persone sono state uccise; la storia ricorda solo le persone più importanti: Matteotti, Gobetti, Don Minzoni, Amendola, Gramsci; ma sono stati tanti i lavoratori, i sindacalisti, i giornalisti uccisi, e non soltanto tra il’19 e il ’25, ma anche dopo.

Anche le minoranze etniche furono maltrattate e represse; in Alto Adige il fascismo non permetteva di scriverei nomi in lingua tedesca neppure sulle lapidi delle tombe. E la politica estera fascista? Una vergogna per l’Italia: Corfù, l’Etiopia, la Spagna… Sì, è vero che l’Italia partecipò in modo ridicolo ed eccessivamente in ritardo al processo di conquista coloniale esercitato dalle altre nazioni europee, più o meno democratiche, ma vi partecipò con la stessa violenza. Per il fascismo la politica guerrafondaia era anche un pretesto per distrarre la gente dai problemi interni, per alimentare speranze di soluzione con il «posto al sole». E tuttavia anche nella preparazione della guerra il fascismo fu un fiasco.

Uno degli aspetti della violenza fascista era violenza culturale, come fu esercitata?

In campo culturale la violenza fascista si esercitò con la censura, ma soprattutto con l’imposizione dei temi e degli stílí, con il clientelismo e la corruzione. Tuttavia, per merito delle qualità degli italiani nell’ambito artistico e culturale, abbiamo avuto in quegli anni un certo rigoglio culturale. Pensiamo al futurismo, di cui il fascismo si è appropriato, ma che non ha mai capito. Nel fascismo gli iniziatori del futurismo ci sono entrati coscientemente, eppure non esprimevano una cultura fascista, che invece privilegiava l’accademia e il tradizionalismo e rifiutava l’avanguardia. Il «fascista» Marinetti, il «fascista» Boccíoní, il «fascista» Pirandello, il «fascista» Ungaretti, il «fascista» Rosai, che fu anche un sadico squadrista, sono tuttavia grandi personaggi della cultura italiana, su cui hanno inciso profondamente.

Il fatto è però che nei primi anni trenta il fascismo chiuse le frontiere ai grandi filoni della cultura europea e mondiale, l’Italia si è definitivamente provincializzata, e molti cervelli italiani, anche per le leggi razziali, se ne sono dovuti andare.

Furono proibite le importazioni di libri, dischi e film che non fossero rigidamente allineati con la cultura ufficiale. In particolare, niente jazz, definito musica negra, degenerata e decadente; niente pensatori e scrittori moderni che non fossero dichiaratamente fascisti; niente film americani, troppo liberali.

Ma la spinta definitiva ad attivarmi in senso antifascista a me l’ha data l’ignominia delle leggi razziali. Avevo molti amici e compagni di scuola ebrei. Molti di essi erano tra i primi della classe, erano figli di ex-combattenti che facevano e avevano fatto da sempre il loro dovere di italiani. Non riuscii a capire, a tollerare il perché di quelle disposizioni che in sostanza mi impedivano di continuare a frequentarli a scuola, nelle feste, in villeggiatura.

La Resistenza è stato un fenomeno complesso, con diverse culture, diverse componenti sociali e politiche. Qual’è il quadro che ne tracceresti?

Non si può parlare, a mio avviso, della Resistenza italiana come di un fenomeno organico. La Resistenza fu un fenomeno fortemente unitario nel desiderio di buttare fuori i tedeschi dall’Italia e di ottenere finalmente la pace; infine, nel bisogno reale di costruire una democrazia. Ma queste aspirazioni erano riconducibili a molte e diverse collocazioni culturali e politiche, presenti anche tra gruppi e ceti che si erano profondamente compromessi con il fascismo. Roma, poi, era una città emblematica perché vicina al fronte, perché si sperava fosse liberata prima e perché vi si erano rifugiate centinaia di migliaia di persone diverse: c’era chi voleva la cacciata dei tedeschi, la pace, la libertà, impegnandosi in concrete iniziative politiche o militari, ma c’era anche chi partecipava alla Resistenza in modo apparentemente passivo, pur con la coscienza del rischio di finir fucilato come i politici e i partigiani più impegnati. C’erano gli ufficiali e i soldati sbandati dopo 1’8 settembre; i politici dei partiti antifascisti clandestini; i partigiani; gli ebrei; i carabinieri, perseguitati per il loro giuramento al re; i giovani renitenti alla leva o al sevizio obbligatorio del lavoro; la stragrande maggioranza degli impiegati dello stato che, quando il governo repubblichino trasferìi ministeri al nord, non vollero seguire le loro amministrazioni; c’erano soldati e ufficiali alleati, ex prígioníeri, fuggiti dopo l’8 settembre dai campi di concentramento dislocati in Italia. Tutti costoro trovarono rifugio nelle case dei romani, negli ospedali, nei conventi, nelle parrocchie di Roma. Si nascondevano anche i politici fascisti che non volevano essere coinvolti nella Repubblica sociale. Al Policlinico, dove sono rimasto nascosto per qualche tempo, era insieme a me un vecchio direttore generale di un ministero, era nascosto nel Policlinico perché non voleva andare al nord con i tedeschi. A suo modo faceva la Resistenza anche lui. In questa realtà, terribile e straordinaria, in una situazione spaventosa di paura, di fame e di miseria a tutti i livelli, sorse la prima e fondamentale strutturazione di massa della Resistenza con la creazione spontanea di una rete capillare e diffusissima di solidarietà, che solo in tempi successivi trovò talvolta la capacità di organizzarsi. Si disse che «mezza Roma nascondeva l’altra metà». In un contesto così articolato si manifestavano ovviamente esigenze diverse. C’erano quelli che propugnavano una intensa attività militare di fiancheggiamento delle forze alleate; questo veniva richiesto quotidianamente da «Radio Londra» (il Colonnello Steevens) e dalla «Voce dell’America» (il sindaco di New York, Fiorello La Guardia), che tutte le sere quasi tutti i romani ascoltavano malgrado i divieti nazisti e i rischi che comportava. Anche le sollecitazioni e i proclami ufficiali del Governo Badoglio, che operava nel Sud del paese, erano dello stesso tenore. La lotta armata veniva sollecitata anzitutto dal bisogno di riscattare l’onore militare degli italiani, compromesso dal comportamento di molti reparti del Regio Esercito e della Milizia fascista nelle precedenti iniziative militari nei paesi dell’Europa e dell’Africa, e dall’onta della fuga di Pescara, in cui, dopo l’8 settembre, furono coinvolti in toto la monarchia, il governo Badoglio e lo Stato Maggiore dell’Esercito. Erano quelli che volevano sedersi al tavolo della pace a fronte alta, per aver dimostrato la volontà e la capacità di lotta del nostro popolo attraverso il contributo, per quanto modesto e non determinante avrebbe potuto essere, recato alla vittoria finale della guerra antifascista.

Tu fosti processato subito dopo la liberazione di Roma. Perché?

Quel processo ebbe subito un chiaro significato politico, e fu affidato a quella Corte Generale Militare Alleata che qualche mese dopo condannò a morte il Generale Bellomo, malgrado avesse guidato l’insurrezione di Bari e avesse consegnato agli Alleati stessi quel porto, intatto per merito suo e dei suoi soldati.

Attraverso questi processi, intentati subito contro elementi della Resistenza, mentre si rimandavano quelli contro i fascisti e i nazisti, i Comandi Alleati volevano riaffermare la loro sovranità sui territori occupati e non ancora riconsegnati al legittimo governo italiano, cui era stato assegnato il ruolo di «cobelligerante» e non quello di «alleato». Questo faceva parte di un intento di condizionamento del nuovo stato italiano, che comunque doveva in qualche modo pagare l’eredità del fascismo, sia purè tenendo conto delle attenuanti che gli derivavano dalla partecipazione alla Resistenza europea.

Il mio processo prese le mosse da uno scontro a fuoco nel quale fui coinvolto il giorno della Liberazione di Roma, il 5 giugno, in via Tre Cannelle, mentre ero comandante di un reparto in servizio di ordine pubblico al centro della città, presso la sede del partito comunista e dell’Unità, che usciva alla luce del sole proprio quel giorno, dopo 20 anni di clandestinità.

Mentre svolgevo il mio servizio vidi due uomini vestiti con indumenti militari, come accadeva spesso in quei tempi anche ai civili, per i saccheggi di magazzini dell’Esercito, che strappavano dei manifesti su cui era scritto «viva Roma libera», «viva l’Italia libera», «viva gli alleati». La cosa non mi parve chiara in quel momento, in quella giornata. Intimai l’alt qualificandomi: avevo il bracciale del Cln. Ma quelli mi risposero a revolverate. Uno dei due, quello più lontano da me, sparò per primo ma non mi colpì, mentre l’altro metteva il colpo in canna e mi puntava contro la pistola. Io a mia volta estrassi la pistola che avevo in tasca e sparai. Uno di loro cadde e quello che aveva sparato per primo fuggì. Subito dopo lo scontro si avvicinarono alcune persone tra cui un ufficiale partigiano del Centro Mílítare Clandestino. Ripetei a lui come si erano svolti i fatti, cui del resto aveva assistito. Mi chiese un documento: gli mostrai quello falso che avevo, avvertendolo che ero appena uscito dalla clandestinità, e gli fornii le mie generalità esatte. A sua volta mi mostrò i suoi documenti falsi e mi disse chi era e dove abitava.

Passarono un paio di settimane. Nel frattempo si seppe che la persona con cui mi ero scontrato era un ufficiale della Guardia di Finanza, che era rimasto in servizio durante l’occupazione tedesca, ma che aveva fatto il «doppio gioco», e che la mattina era stato messo a disposizione della Polizia militare alleata, come tutto il corpo di cui faceva parte. Nel pomeriggio del 23 gíugno (avevo compiuto 22 anni il giorno prima) lessi sul giornale degli Alleati, il Corriere di Roma (era stata proibita la pubblicazione di tutti i giornali che avevano collaborato coni fascisti e i tedeschi, come Il Messaggero, Il Giornale d’Italia, La Tribuna, ecc.), che gli Alleati cercavano «l’assassino del tenente Barbarici». Pensai che fossero diventati matti: per me, ma anche per il mio Comando, cui avevo riferito l’accaduto, si era trattato di uno scontro a fuoco come quelli che avevo avuto precedentemente con fascisti e tedeschi e non aveva significato diverso. Infatti il 5 giugno, e ciò nel giorno in cui avvenne lo scontro tra me e Barbarisi, molti scontri a fuoco si stavano verificando in tutta la città tra le pattuglie alleate e partigiane e i tedeschi e i fascisti in ritirata.

Tra l’altro, nel pomeriggio, in via dei Savorgnan, in Torpignattara, il partigiano Pietro Principato era stato ucciso sulla strada dalla fucilata di un cecchino fascista, che riuscì a sfuggire alla cattura e che nessuno si sognava di ricercare, malgrado si sapesse chi era. Inoltre si sapeva che i fascisti avevano lasciato nuclei di sabotatoci nelle retrovie alleate. Andai quindi spontaneamente al Comando Alleato per avere spiegazioni, ed ero anche piuttosto incazzato. Mentre ero in attesa di essere ricevuto dall’ufficiale di servizio del Comando alleato incontrai l’ufficiale partigiano che aveva assistito

al mio scontro con Barbarisi e che, avendo letto come me il giornale, si era presentato per riferire. Egli mi mostrò una relazione scritta, che mi fece leggere, in cui raccontava correttamente come si erano svolti i fatti. Fu ricevuto prima di me e consegnò al comando alleato quella relazione. Entrai anch’io, fui ricevuto cortesemente, fu redatto un verbale del colloquio che fui invitato a sottoscrivere e subito dopo fui arrestato con l’imputazione di omicidio volontario nei confronti di un ufficiale di polizia al servizio delle forze alleate, reato per il quale, mi fu avvertito, ma sempre molto cortesemente, era prevista la pena di morte. Fui condotto a Regina Coeli. Dopo una ventina di giorni si celebrò il processo, il primo in Italia dell’Alta Corte di Giustizia Alleata. I miei avvocati chiesero che fossi giudicato da un Tribunale italiano ma la Corte rifiutò, sostenendo che nella fattispecie l’unica giurisdizione valida era quella del Governo militare alleato. Accettò invece, bontà sua, di applicare la legge italiana e pertanto, essendo stata in Italia abolita la pena di morte da uno dei primi provvedimenti del Governo di Salerno, la pena prevista per il reato di cui ero imputato era l’ergastolo. Fu un processo lungo e durissimo, in cui si cercò in tutti i modi di incastrarmi. Io fui salvato solo per l’intervento di due o tre testimoni spontanei che avevano visto come si erano svolti i fatti; tra questi, fondamentale, un brigadiere dei carabinieri che, avendo assistito alla scena, si era presentato spontaneamente e due ufficiali neozelandesi che la mattina del 5 giugno erano in compagnia del brigadiere, i quali offersero la loro testimonianza ma non furono ascoltati. Il Governo militare alleato voleva ottenere una condanna esemplare, per ribadire il suo potere nei confronti di qualsiasi cittadino italiano, «cobelligerante» e tanto più se si trattava di un attivo partigiano comunista.

A questo punto il Prosecutor, con evidente sorpresa di tutti, compresi i giudici militari alleati, chiese

l’interruzione del dibattimento e presentò un nuovo teste di accusa. Portò quindi in aula l’ufficiale del Centro militare clandestino che aveva assistito allo scontro in via Tre Cannelle, e che già aveva depositato la dichiarazione scritta, da me ben conosciuta, all’Ufficiale di Polizia che mi aveva arrestato. Il «nuovo» teste, in quell’occasione, cambiò la versione dei fatti. Io chiesi il confronto e gli ricordai della deposizione che aveva consegnato al comandante il giorno del mio interrogatorio, e che egli, davanti a me, non ebbe il coraggio di smentire. Il giudice chiese all’ufficiale di polizia, che aveva ricevuto la prima deposizione di quel teste «a sorpresa», e che era presente in aula, notizie di quel documento. L’ufficiale confermò l’esistenza del documento, ma sostenne che era andato smarrito e di non ricordarne il contenuto: era la condanna certa. Il mio avvocato, il Prof. Adelmo Niccolai, principe del Foro romano e vecchio socialista, puntò duramente contro la Polizia militare alleata, accusandola di inefficienza o di malafede, e questo attacco produsse i suoi effetti. Infatti, mentre Niccolai parlava, l’ufficiale di polizia, guarda caso, sfogliando le carte trovò la deposizione, la consegnò alla Corte, l’accusa si sgonfiò così come il maldestro tentativo del Governo militare alleato di dare, attraverso una mia dura condanna, il segnale politico che questa avrebbe dovuto significare per le forze di sinistra impegnate nella Resistenza. Tuttavia, nel tentativo di mantenere in qualche modo l’assunto che si erano posti con quel processo, conclusero in modo ridicolo e mi condannarono a diciotto mesi per «eccesso di legittima difesa».

È stato scritto che mentre il Pci e le altre forze socialiste si preoccupavano della forma istituzionale da dare al nuovo Stato democratico, settori della Confindustria e della Dc, col consenso degli americani, stavano già lavorando per ipotecare i futuri assetti politici del paese. Ti senti di condividere questa tesi?

Non completamente. Io ricordo il primo discorso di De Gasperí al Brancaccio, subito dopo la liberazione di Roma. Fu un discorso di grande apertura democratica, di grande livello: le cose sono cambiate dopo. Le «forze oscure» c’erano, e la mia vicenda giudiziaria prova che c’erano anche tra gli Alleati, ma erano soprattutto nel Vaticano, nella monarchia, in settori dell’esercito. La monarchia non voleva perdere la partita e si stava preparando anche a un ipotetico colpo di Stato; la stessa abdicazione di Vittorio Emanuele III (nel maggio del ’46), e cioè venti giorni prima del referendum monarchia-repubblica, era una indicazione preoccupante.

-Ricordo che soprattutto nel Sud ci furono grosse provocazioni dei monarchici: a Napoli, con scontri a fuoco, morti e feriti; a Roma, dove un sottufficiale monarchico lanciò una bomba contro la sede dell’Unità. Da parte nostra non c’era nessun interesse a fomentare questi episodi e anche la Democrazia Cristiana nel suo complesso non voleva lo scontro; sono convinto che le posizioni avventuriste non erano condivise dalla maggioranza della Dc.

Il peggio è venuto dopo, con la guerra fredda, e questo è stato completamente dimenticato.

Calamandrei ha scritto che per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa. Condividi il contenuto di questa frase?

Non sono completamente d’accordo: le forze di destra non si opposero innanzitutto perché non era facile opporsi. In quel momento le riforme sociali erano nei programmi di tutte le forze politiche, compresi i monarchici, e tutti erano concordi nel volere uno stato democratico e socialmente avanzato. Sono convinto che non sarebbe stato facile fare una Costituzione diversa.

Eppure Pietro Scoppola ha scritto che una delle interpretazioni della Costituzione è quella secondo cui essa prevedeva un processo di progressiva democratizzazione che, pur tuttavia, si è interrotto, almeno per un certo periodo di tempo…

Non c’è dubbio. Innanzitutto per il ritardo con cui sono state applicate alcune disposizioni in essa contenute. Pensiamo ad esempio all’attuazione dell’ordinamento regionale… Ma il blocco della democrazia in Italia è avvenuto soprattutto col sorgere della guerra fredda. Non voglio adesso discutere i torti e le ragioni dei due blocchi che si spartivano il mondo, ma l’arresto del processo democratico indicato dalla Costituzione è avvenuto proprio a causa della guerra fredda. Io, a suo tempo, mi sono schierato dalla parte del campo cosiddetto socialista, e mi rendo conto oggi che da quella parte si sono commessi gravissimi errori e anche delitti contro l’umanità. Sono sempre stato convinto che la base irrinunciabile della convivenza sociale in una società civile sia la democrazia, e che questa non esista, nemmeno nel socialismo, se non nell’affermazione di comportamenti assolutamente compatibili con le quattro libertà stabilite dall’Onu: di pensiero, di parola, dalla paura, dal bisogno. Mi sembra oggi che, malgrado tutto, le quattro libertà siano state applicate in misura maggiore almeno in quella parte del mondo avanzato che si è aggregato intorno agli Stati Uniti; ma non si può escludere che, molto probabilmente, se non ci fosse stata la guerra fredda, anche quella parte di mondo che si era aggregato intorno all’Unione Sovietica, e che si era fermato nello squallido immobilismo stalinista, avrebbe potuto conquistarsi la democrazia politica, oltre quella sociale.

Quando capiste che lo sviluppo del processo democratico appena iniziato con una pagina dolorosa come la guerra contro il nazifascismo, rischiava di interrompersi?

Nel ’47 abbiamo avuto il drammatico blocco dello sviluppo della democrazia. Anzi, già nell’ottobre del 46, col discorso di Fulton di Churchill cala la cortina di ferro e poi, nel ’47, con la liquidazione del Governo di unità nazionale, si arresta il processo di democratizzazione e si manifestano fatti gravissimi anche in Italia. La memoria storica di quegli anni che vanno dal 1947 al 1960 è completamente appassita anche a sinistra.

Le carceri si popolano di partigiani e di sindacalisti, di lavoratori in sciopero, di cittadini «razziati» nel corso di libere manifestazioni, nelle quali la Celere di Scelba, ma non solo, colpisce a morte senza pietà. E poi, ancora, i licenziamenti dei comunisti e dei socialisti, dai ministeri, ma anche dall’industria; i reparti-confino alla Fiat e altrove. Le assunzioni affidate ai parroci e ai marescialli dei Carabinieri, con i comunisti e i socialisti che perdevano il lavoro e i loro figli che non lo trovavano; che non potevano fare gli ufficiali quando erano chiamati alla leva; che per la scomunica inflitta da papa Pacelli nel 1948 non potevano praticare la loro fede, non potevano battezzare i loro figli, non potevano sposare in chiesa, l’organizzazione, nell’Azione Cattolica di Gedda, della struttura paramilitare dei «berretti verdi», benedetta da Papa Pacelli. Queste cose avvenivano in quegli anni, e altre di cui non eravamo a conoscenza, come l’organizzazione «stand-behind», la famigerata «Gladio», e i «chierichetti armati» nel 1948 dai Carabinieri, di cui ci ha parlato nelle sue esternazioni il presidente Cossiga.

Di tutto questo non si parla più, come se non fosse successo niente.

C’è stata una Resistenza tradita?

La Resistenza poteva essere tradita solo da se stessa, e così non è stato. Per certi versi la Resistenza è stata rifiutata, anche se retoricamente celebrata, da parte delle forze di Governo in Italia che si appoggiavano agli americani: nel frattempo in America era in corso la caccia alle streghe, il Maccartismo.

Questo succede fino agli anni sessanta, con De Gasperi, Scelba, Pacciardi, Tambroni e C., e con l’ultimo serio tentativo di colpo di Stato del generale De Lorenzo, che fallì nel ’64. Lo scontro con Tambroni fu durissimo ma anche in quel momento nella Democrazia Cristiana erano presenti forze consistenti che volevano trovare soluzioni democratiche e uno sviluppo democratico del paese. Tambroni è caduto per le manifestazioni popolari, perché la gente si è fatta ammazzare, per non cedere, a Genova, a Modena, a Reggio Emilia, a Catania, ma anche perché Fanfani e una gran parte della Dc si schierò contro quel governo. Dopo la sconfitta del Blocco del Popolo, nel ’48, fu palese il tentativo di instaurare uno stato di polizia che non aveva niente da invidiare al fascismo dell’ Ovra. Io nel ’48, nella mia qualità di specializzando, lavoravo come medico interno al Forlanini. La mattina dopo la promulgazione dei risultati elettorali, che davano la maggioranza assoluta alla Dc, mi fu vietato l’ingresso nell’ospedale. Ma io ero uno che non si lasciava intimidire: mi misi a strillare come una cornacchia, fino a che costrinsi il vicedirettore a intervenire. Questi, il Prof. L’Eltore, ex-partigiano, che mi conosceva, revocò subito quell’ordine: ma quanti, non avendo appoggi simili, avranno dovuto subire?

Abbiamo vissuto dal ’47 al ’60 un periodo che va riletto con grande attenzione, un periodo in cui si respira aria di fascismo, anche se camuffato dalla retorica resistenziale, le cui punte politicamente più avanzate sono state il governo Tambroni e il governo Zoli, che pochi ricordano perché durò pochi mesi, e che ottennero ambedue l’appoggio determinante del Movimento Sociale. Poi tutto si sbloccò anche per merito di settori interni alla Dc (ci furono dei momenti di tensione ma meno preoccupanti) fino al movimento del ’68 che, pur con tutti i suoi limiti, ha spazzato via ogni velleità reazionaria e ha rappresentato una accelerazione verso lo sviluppo della democrazia; ma a questo punto sono intervenuti errori gravi della sinistra, e in particolare del Pci.

Quello che sta accadendo in termini di disaffezione verso la politica, l’intolleranza, la diffidenza nei confronti dello Stato può essere letto come il risultato di un disorientamento accentuato dall’incertezza del futuro? Il neofascismo, o comunque lo spostamento a destra del paese, è figlio di tutto questo?

Si, ma non voglio drammatizzare questo aspetto. Io ho grande fiducia negli italiani e nella democrazia. Prima del ’68 ci stavamo adeguando ad una realtà che somigliava, mutatis mutandis, a quella attuale, poi invece c’è stata quella vampata. Dipende dalla sinistra saper cogliere le ipotesi, le possibilità di bloccare questo che tu chiami il nuovo fascismo e che io invece credo sia solo un substrato su cui potrebbe attecchire un nuovo fascismo; ma io, sinceramente, a un nuovo fascismo non ci credo. Lo stesso interesse intorno a Mussolini mi sembra molto artificiale e risponde al massimo a una curiosità diffusa dalla carenza dell’informazione storica di cui siamo responsabili anche noi.

Cos’ è la democrazia per te oggi?

La democrazia è uno Stato in cui è possibile e protetta la libertà di parola, di pensiero, dalla paura, dal bisogno. In cui governa la maggioranza, liberamente eletta, ma i diritti della minoranza sono identici a quelli della maggioranza che governa e che li garantisce nel quadro di una reciproca legittimazione. Questo lo stato in cui io, fin da quando ero un ragazzino, ma anche quando mi definivo stalinista, volevo vivere, e per il quale mi sono battuto, nella Resistenza e dopo, per tutta la mia vita.

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