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Aldo Benvenuto – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino

verso la libertà e la giustizia sociale sia

segnato dal sangue dei suoi martiri,

forse perché questo cammino non sia smarrito,

ma chi muore per una causa giusta, vive sempre

nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Aldo Benvenuto

Di anni 25 – carpentiere in ferro – nato a La Spezia il 19 settembre 1919 -•

Partigiano nelle formazioni gl, prende parte a numerose azioni di guerra ed in particolare ai combattimenti dell’agosto 1944 e del gennaio 1945 nella zona di Zeri (Apuania) e dell’ottobre 1944 nella zona di Calice al Cornoviglio (La Spezia) -. Catturato il 12 febbraio 1945 durante un rastrellamento operato da reparti della Divisione «Monterosa», a Pignone (La Spezia) -. Processato il 10 aprile 1945 nella caserma del 21° Reggimento Fanteria a La Spezia, dal Tribunale Speciale delle Brigate Nere –.

Fucilato il 1 aprile 1945 a Ponte Graveglia di San Benedetto, con Roberto De Martin, Roberto Fusco, Dante Gnetti e Paolo Perozzo.

Carissimi Genitori e fratelli,

purtroppo la sorte questa volta mi è stata contraria, ci vuo-

le pazienza. In questo momento ho fatto la S. Comunione. Per-

donatemi di tutti i dispiaceri che vi ho dato, come io perdono

di cuore a tutti quelli che mi hanno fatto del male.

Più che vi raccomando a voi di farvi coraggio e di far conto

che io sia sempre in mezzo a voi, ché io muoio tranquillo, sere-

no e innocente.

Quest’ultima mia tenetela come se fossi io presente, fatevi

coraggio che io me ne faccio abbastanza.

Ricordatemi sempre nelle vostre preghiere. Saluti e bacioni

a tutti voi e parenti.

Mi raccomando di nuovo di farvi coraggio.

Andate a pigliare il cappotto, la cintura, il borsellino e i miei

documenti alle carceri.

Vi prego di consegnare a Maria il mio anello e di tenerlo ca-

ro come mio ricordo.

Ora vi scrivo un biglietto per lei e ditele che lo tenga stret-

tamente.

Di nuovo coraggio e bacioni cari.

Vostro aff.mo Aldo

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

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Adorno Bongianni – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

 

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ornÈ destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”
Adorno Borgianni
Di anni 19 – contadino – nato a Chiusdino (Siena) il 1° aprile 1924 – Chiamato alle armi il 25 febbraio 1944, si dà alla macchia – si unisce a un distaccamento della Divisione d’assalto Garibaldi « Spartaco Lavagnini » operante nella zona di Siena — Catturato all’alba dell’11 marzo 1944, con altri 15 che saranno tutti fucilati, nel corso di un rastrellamento condotto in Comune di Monticiano da militi della G.N.R. di Siena -percosso – tradotto a Monticiano, poi nella casermetta di Siena -. Processato il 13 marzo 1944, nella Caserma di Santa Chiara, dal Tribunale Militare Straordinario di Siena
Fucilato alle ore 17,30del 13 marzo 1944 nella Caserma Lamarmora di Siena, con Primo Simi.

Carissima famiglia,

io mi trovo condannato con la mia pena di morte ormai il mio de­stino è questo fatevi tanto e tanto coraggio ormai è cosí e vi saluto tutti i miei genitori e mio o fratello e sorella e parenti di farvi tanto e tanto coraggio.

Vostro figlio

Adorno

Aggiungo il mio termine che ho fatto una Santa Comunione. Vostro figlio

Adorno

E vorrei la grazia di essere seppellito al mio paese con un bellissimo trasporto.

Vostro figlio

Adorno Borgianni

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

 

Einaudi Editore 1952

Achille Barillatti (Gilberto della Valle)Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”
Achille Barilatti (Gilberto della Valle)
DI anni 22 – studente in Scienze Economiche e Commerciali – nato a Macerata il 16 settembre 1921 -. Tenente di Complemento di Artiglieria, dopo 1’8 settembre ’43 raggiunge Ventignano sulle alture maceratesi, dove nei successivi mesi si vanno organizzando formazioni partigiane – dal « Gruppo Patrioti Nicolò » è designato comandante del distaccamento di Montalto -. Catturato all’alba del 22 marzo 1944, nel corso di un rastrellamento effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto – mentre 26 dei suoi sono fucilati immediatamente sul posto e 5 vengono salvati grazie al suo intervento, egli viene trasportato a Muccia (Macerata) ed interrogato da un ufficiale tedesco ed uno fascista -. Fucilato senza processo alle ore 18,25 del 23 marzo 1944, contro la cinta del cimitero di Muccia -. Medaglia d’10ro al V.M.
Mamma adorata,
quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio,-ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l’ITALIA LIBERA! Achille
Dita adorata,
la fine che prevedevo è arrivata. Muoio ammazzato per la mia Pa­tria. Addio Dita non dimenticarmi mai e ricorda che tanto ti ho amata.
Vai da mia Madre a Passo di Treia appena potrai, tale il mio ultimo desiderio.
Muoio da forte onestamente come ho vissuto. Addio Dita, addio gnau mio
AchilleI
Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza ItalianaEinaudi Editore 1952

Raffaele Andreoni (Tarzan) Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

 

Raffaele Andreoni (Tarzan)

Di anni 20 – meccanico – nato a Fiesole (Firenze) il 5 aprile 1924 Partigiano della Brigata Garibaldi 22 bis Vittorio Sinigallia ” operante nella zona di Vallombrosa, Pelago e Consuma (Firenze)- Catturato il 15 aprile 1944 a Secchieta (Firenze). nel corso di un rastrellamento operato da reparti della Legione Autonoma “ Ettore Muti ” – tradotto nella caserma della Fortezza da Basso di Firenze — Processato il 2 maggio 1944 nella Casa del Fascio “ D. Rossi , dal Tribunale Militare Straordinario di Firenze -. Fucilato il 3 maggio 1944 al Poligono di Tiro delle Cascine in Firenze, con Adriano Gozzoli e altri due partigiani.

 

Cari miei,

 

sono le ultime ore della mia vita e le ho dedicate tutte a voi e a Dio. Non piangete so che vi faccio male, tanto male.

Sono ora per mezzo di Padre nella via del Signore che certamente avrà pietà di me non avendola avuta dagli uomini della terra.

Lascio ora la mia vita cosi giovane solo per una mancanza che io non posso tradurla né in bene né in male.

Per la mia famiglia, per la mia Patria, dico però con serenità che ho amata l’una e l’altra con amore più di quegli uomini che oggi mi tolgono la vita….

Saranno anche loro un giorno nelle mie condizioni.

 

Nara, Luisa, Lilia, Dino, Renato, Luciano, Ugo, mamma, babbo,

 

tutti vi ricordo anche nel cielo.

 

Ho assistito alla S. Messa ed ho fatto la S. Comunione…

 

Non ho più parole, non so più scrivere.

 

Salutatemi tanto la S. Annina e non si preoccupi della mia fine, tutti

i conoscenti in special modo Sig. Polidori, Salimbeni, Cellai, ecc…

Dite loro che muoio contento – Un saluto a Franco del Polidori.

 

In fine vi avviso tutti. Se un giorno Ugo tornerà ditegli pure la

verità… potrà anche lui condannarmi, ma forse vendicarmi.

Sono le ultime parole del vostro R… che tanto vi vuol bene.

 

“Fatevi coraggio”

 

Vi ho tutti qui nella mente. Lilia, tu prega per me ed io per voi.

Tanti baci ai piccoli: Ugo, Licia.

 

Tanti baci a voi tutti, addio per sempre

R

 

 

 

 

 

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

 

Einaudi Editore 1952

Franca Lanzone Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana


 

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

 

Franca Lanzone

Di anni 25 -casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919.

Il 10 ottobre I943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci», svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna.

Arrestata la sera del 21 ottobre I944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere, tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona.
Venne fucilata il 10 novembre I944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

 

Caro Mario,
sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado
alla morte senza rancore delle ore vissute.
Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre
Franca

Cara mamma,
perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita mia non sarà in grado di adempiere.
Ti bacio.
La tua Franca

Beppe Chierici e Daysi Lumini – Il condannato a morte

Beppe Chierici e Daysi Lumini

Il condannato a morte

Il consiglio di guerra
su due piedi sentenziò
E ad essere fucilato
ahimè mi condannò
*
Legato e a spintoni
sulla piazza fui portà
Dai miei commilitoni
Il plotone era formà
*
Voi che foste i miei fratelli
Vi hanno fatto diventar
I miei boia ma vi perdono
Non mi fate più aspettar
*
Il mio corpo crivellato
Nella polvere cadrà
Questa lettera al mio amore
Fate avere per pietà
*
Con gran cura e diligenza
Queste righe scrivo a te
Per le strade di Provenza
Ora andrai senza di me
*
L’anello che ti diedi
No non sfoggiarlo più
A un altro amore chiedi
La mia gioventù

http://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=117&lang=it

Dylan Thomas – E morte non avrà dominio

Dylan Thomas
E morte non avrà dominio
E morte non avrà dominio.

E i morti nudi saranno uno
Con l’uomo nel vento e la luna occidentale;
Quando le loro ossa saranno scarnificate e dissolte,
Avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
Per quanto impazziti saranno savi,
Per quanto affondino nel mare torneranno a risorgere;
Per quanto gli amanti si perdano amore resterà;
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Sotto i gorghi del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Torcendosi ai tormenti al cedere dei tèndini,
Legati a una ruota, pur non si romperanno;
Si spaccherà la fede in quelle mani,
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Strappati da ogni lato non si spaccheranno
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Mai più possano i gabbiani gridargli agli orecchi
Né onde frangersi furiose sulle rive;
Dove fiore sbocciò possa fiore mai più
Sollevare il capo agli scrosci della pioggia;
Per quanto impazzite e morte come chiodi,
Le teste di quei tali martellano fra le margherite;
Irromperanno nel sole fin che il sole cadrà,
E morte non avrà dominio.

Giovan Battista Garattini – Compagnie di morte

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Giovan Battista Garattini

Compagnie di morte

Giovan Battista Garattini racconta prigionia, nemici, morti, fame, cibo, odio, torture a Marchtrenk, Austria il dicembre 1917

Giovan Battista Garattini è prigioniero nel campo di concentramento austriaco di Marchtrenk da più di un mese, le torture e i decessi sono all’ordine del giorno.

Terminato così il lavoro di registrazione e d’immatricolazione dei prigionieri, incominciò la preparazione dei “Transport” e delle “Arbeiter Kompany” (Compagnie di lavoratori). Si procedeva a questo lavoro, preparando in primo luogo, gli elenchi dei partenti, in base ai ruolini delle Baracche (della forza organica, queste, di 250 uomini ciascuna, su quattro plotoni comandata da un sott’ufficiale). Poi bisognava adunare i prigionieri della baracca o delle baracche, destinate a partire, per fare loro l’appello col nuovo ruolino così compilato.  Il servente austriaco, per tale operazione, adunava gli uomini di scorta, che armati come lui dell’indivisibile nervo, si precipitavano nella baracca, ed urlando come pazzi, costringevano quei disgraziati, sempre in preda alla paura, ad uscire nel modo più celere a loro consentito dalle condizioni fisiche in cui si trovavano. E finché non erano adunati, fioccavano certe nervate da abbattere delle bestie! Poi , incominciava l’appello , e guai a quei disgraziati che non si trovavano presenti. Il giorno poi della partenza, dopo l’adunata, eseguita nel modo suddetto, dovevano subire una visita ovvero una rivista, per cura sempre del sergente Wille. Questa consisteva nel togliere, a quegli infelici, quel poco servibile che fosse loro rimasto; per esempio: a chi aveva due camicie e due paia di mutande, o, caso raro, due paia di scarpe, anche in condizioni cattive, veniva ritirato un capo, che poi doveva servire, specialmente se di qualche valore, alle speculazioni infami di quel soggetto da forca. A coloro pio, che avevano un capo solo (di indumenti, s’intende), ma di qualità discreta, come farsetti, o mutande, o camicie di lana, ecc. venivano loro ritirati tali oggetti e ricevevano in cambio indumenti spesse volte di carta, o comunque di nessun valore, come ad esempio: scarpe colle suole di legno. Venivano così sfruttati sino all’ultimo, senza che quelle vittime dell’egoismo e della malvagità tentassero di reagire o pronunziassero una parole di protesta, d’altronde era prudenza, perché evitavano, almeno, le percosse! A rivista ultimata, si incamminavano verso lo scalo ferroviario, esistente nel concentramento; venivano caricati sui vagoni bestiame …e partivano…lasciando in noi una profonda tristezza ed impressione, come se si fosse assistito ad una partenza di forzati, ingiustamente condannati, per bagno penale! Qualche giorno dopo giungeva l’elenco di quelli, per i quali i disagi di simile odissea erano stai superiori alla loro resistenza fisica, ed erano morti pel viaggio od appena giunti; seguito poi, ad intervalli, da altri elenchi…., e non erano pochi…!
Ed ogni volta, bisognava inviare altri disgraziati, a riempire i vuoti, in tal modo prodotti, nelle compagnie di lavoro. Qualcuno, fortunato, veniva concesso pei lavori dei campi, presso qualche colono, ed aveva così la possibilità di avere vitto a sufficienza, e di passarsela, anche per rimanente, alla meno peggio. Allettati da tale prospettiva, anche fra noi scritturali vi fu qualcuno che volle tentare la fortuna, come si diceva noi, e che consisteva sempre, nel cercare un’occupazione fuori del concentramento, ove si potesse avere un vitto migliore. Era la fame, sempre, il problema più difficile a risolvere, e che naturalmente occupava costantemente le nostre menti. E qualcuno, con nostro piacere, vi riuscì. Ma ben diversa era la fortuna che volevo tentare io, che ormai non potevo più resistere al campo, dove ero costretto ad assistere a tutte le crudeltà, che venivano commesse, nell’Ufficio stesso, dal Wille.
Quel tristo soggetto, unitamente a qualche suo degno amico, quale il sergente addetto al bagno, si permetteva ogni sorta di vigliaccheria, ed ogni qualvolta un sorvegliante accompagnava in Ufficio un prigioniero, che si pretendeva avesse commesso una mancanza, (spesse volte consisteva nell’aver scavato delle radici d’erbe, per ingannare la fame; ma tanto, tutti i pretesti erano buoni), il Wille dava di piglio al nervo e con gioia selvaggia, in atteggiamento che faceva prevedere una bufera, si precipitava sul malcapitato, che, o non aveva neppure il coraggio di pronunciare una parola a sua difesa e fingeva di rassegnarsi alla punizione, docilmente, colla speranza di ridurre alla mitezza l’aguzzino, oppure si metteva a supplicare perché gli venisse perdonato. Ma era perfettamente inutile; era come chiedere pietà alla tigre! Dopo poche domande pronunciate dal Wille in tedesco, appositamente per non farsi comprendere ed evitare la possibilità di una risposta giustificativa (mentre quando gli faceva comodo, sapeva farsi intendere in italiano), il malcapitato doveva subire la tortura di un certo numero di nervate, date con una violenza tale dallo stesso Wille, da far trasalire dallo sdegno Ed a me, in particolare, che divenivo pallido per la bile, quell’infame, compiuta la sua bell’opera, rivolgeva lo sguardo sorridente, pieno di sarcasmo.
E tralascio di narrare altre sevizie commesse da quell’uomo, che, infine, a danno dei prigionieri italiani, si appropriò in pochi mesi di una somma che secondo i nostri calcoli, s’aggirava intorno alle diecimila corone!
Tutto denaro tenuto indebitamente sulla cinquina degli italiani, ovvero ricavato dalla vendita degli oggetti tolti ai prigionieri. A che si meravigliasse o giudicasse esagerata tale somma, faccio osservare che dalla vendita di un solo pezzetto di sapone italiano, si potevano ricavare anche più di trenta corone. Qualcuno dirà: E perché non reclamare?- Valga, quale risposta esauriente a questi tali, la narrazione del seguente episodio:-un giorno, mentre si stava preparando una compagnia di partenti e si stavano cambiando loro gli zoccoli, intervenne il Colonnello austriaco, Comandante del Concentramento, urlando come un indemoniato. Noi, naturalmente, non comprendemmo nulla di quanto disse, ma ci venne dato l’ordine di portare in magazzino gli zoccoli. Poi si seppe dal caporale trentino Guarnieri, che le parole pronunciate dal Colonnello e dirette ai soldati austriaci, erano di questo genere:- Che cosa fate, bestie: perché cambiate le scarpe a questi cani? Mandateli via come sono e bastonateli!….Tali erano i superiori ai quali avremmo dovuto rivolgere i nostri  reclami

Francesco Isola – Ferito a morte per un pezzo di pane

Francesco Isola

Ferito a morte per un pezzo di pane

Francesco Isola racconta prigionia, cibo, fame, nemici, morti, torture a Darmstadt, Germania il 1917

I prigionieri italiani vengono condotti in Germania.

La sera del 29 ottobre si arrivò al concentramento dei prigionieri di Darmstad.
L’argomento che per primo veniva portato in campo era il cibo, si domandava pane, si domandava da mangiare.
Ed anche qui nulla di più che broda di rape, forse di questa in abbondanza; come lupi affamati, senza ritegno a trascendere ad azioni selvagge, ingoiavamo quella misera zuppa.
Ne vidi tanti ficcare il muso entro qualche grande recipiente e, come porcellini, inghiottire voraci.
La fame aveva annebbiato la ragione, l’etichetta.
Breve fu il soggiorno in questo concentramento per un certo numero di noi, poiché, dopo un terzo e più lungo viaggio, ci fecero raggiungere e ci concentrarono nel lontano campo di Friedrichfeld e precisamente nella Westfalia, in Germania.
Già in questo campo erano stati concentrati un numero stragrande di prigionieri dell’esercito interalleato e cioè francesi, inglesi, belgi, portoghesi, serbi, molti russi, neri delle Afriche, ecc. e proprio solo noi mancavamo: dunque eravamo noi i primi italiani a raggiungere quella cinta di esilio, di prigione.
Per prima cosa i tedeschi ebbero cura di dividerci dagli altri prigionieri racchiudendoci in un angolo del grande campo bene separati da una forte cinta di rete metallica; e così per 40 giorni ci sottoposero a molte visite mediche, punture, bagni e disinfezione panni. 
Giorni questi di grandi torture, riducendoci ben presto ad  un nuovo esaurimento per l’insufficiente alimento.
Quale era il nostro alimento quotidiano? Una broda nerastra insapora composta di pezzettini di carote ed acqua, acqua di fonte e null’altro assieme.
Qualche volta ci davano invece una bevanda con un miscuglio d’una farina color caffè, la qual farina, al par della sabbia, calava rapidamente sul fondo dei recipienti.
Un unico mestolo di questa denominata “sboba” era per due volte il nostro miglior cibo giornaliero.
Ci davan si alla mattina il caffè, un liquido color di tintura di jodio nauseante né più né meno dell’infuso di Vienna, tanto ripugnante che nessuno di noi nemmeno l’assaggiava.
Ed il pane! Mio Dio quale oltraggio alla miglior provvidenza della natura!
Il nostro pane non era altro che un conglomerato chissà di quali selvagge sostanze, una pasta cruda anch’essa color tabacco, attaccaticcia, tenuta insieme da una crosta nera in carbone, crosta bruciata superficialmente da una repentina cottura.
Capitava spesso di discernere tra questo ripugnante pane della pagliuccia, delle fibre di legno, oppure buccie di qualche frutto selvatico.
Ci davano delle grosse pagnotte da due chili e mezzo da dividere in dodici parti ed in queste divisioni scaturivano spesso delle lotte tremende a motivo di qualche ripartizione minimamente imparziale: la fame c’aveva reso selvaggi, impazienti, ogni senso di cameratismo era svanito di fronte alla cruda esistenza.
Basti dire che tra noi, in gruppo di dodici, ci numeravamo a sorte per fissare chi per primo e poi di seguito poteva prelevare la rispettiva razione: solo così si aveva pace.
Ecco il maggior alimento che il nemico poteva darci!
Ma questo cibo non era e non fu sufficiente a sostenere le nostre vite e solo con qualche altro espediente riuscivamo a sopravvivere in tanti, mentre tant’altri dopo lunghi mesi d’agonia, colpiti dall’orribile sventura dell’esaurimento, lentamente morirono invocando: “ pane!”.
Dopo qualche settimana dal nostro serraglio dei compagni più audaci, approfittando d’un momento di distrazione delle rassegnate sentinelle, tentarono, e parecchie volte riuscirono, a scavalcare la cinta metallica che ci separava dagli altri prigionieri alleati, portandosi così alla ricerca di cibo.
Ma una notte, una sentinella forse questa dal cuore più crudele, colse un compagno al varco: la baionetta dell’inumano si bagnò di sangue!
Cadde esamine a terra quell’infelice compagno; cercammo di raccoglierlo, ma fummo brutalmente ricacciati nella nostra baracca: solo attraverso la finestra potemmo vedere un gruppo di quegli armati raccogliere quel corpo e portarselo via;  una larga chiazza di sangue diceva che doveva esser stato ferito gravemente.
Morì esso? Nulla si potè sapere di quella povera vita così brutalmente straziata per una colpa il cui fine non era altro che l’elemosina di un po’ di pane.

Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

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Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

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Soldati appartenenti a un’unità non identificata della Squadra della Morte C frugano tra i beni degli Ebrei massacrati a Babi Yar, una gola nei pressi di Kiev. Unione Sovietica, 29 settembre-1 ottobre 1941.

— US Holocaust Memorial Museum

Le Einsatzgruppen (in questo contesto da leggere come “unità mobili di sterminio”) erano vere e proprie Squadre della Morte composte principalmente da SS e da agenti di polizia. Comandate da ufficiali della Polizia di Sicurezza tedesca (Sicherheitspolizei, Sipo) e del Servizio di Sicurezza (Sicherheitsdienst, SD) le Einsatzgruppen avevano tra i loro compiti l’eliminazione di coloro che venivano considerati nemici, sia per motivi politici che razziali, e che si trovavano al di là delle linee di combattimento, nell’Unione Sovietica occupata dai tedeschi.

Tra le vittime vi furono Ebrei, Rom (Zingari), funzionari di Stato e funzionari del Partito Comunista Sovietico. Le Einsatzgruppen assassinarono anche migliaia di pazienti ospitati nelle strutture per disabili fisici e mentali. Molti studiosi sono convinti che lo sterminio sistematico degli Ebrei attuato dalle Einsatzgruppen e dai battaglioni della Polizia d’Ordine (Ordnungspolizei) nell’Unione Sovietica occupata, rappresentò il primo passo verso l’attuazione della “Soluzione Finale”, il programma ideato dai Nazisti per eliminare tutti gli Ebrei europei.

Durante l’invasione dell’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, le Einsatzgruppen si posero al seguito dell’esercito tedesco mentre questi avanzava profondamente nel territorio nemico. Le Einsatzgruppen, spesso usufruendo dell’appoggio della polizia e delle popolazioni locali, portarono a termine numerose operazioni di sterminio di massa. Contrariamente ai metodi adottati successivamente, che prevedevano la deportazione degli Ebrei dalle città o dai ghetti verso i campi di sterminio, le Einsatzgruppen si recavano direttamente nelle comunità ebraiche e attuavano veri e propri massacri.

L’esercito tedesco fornì appoggio logistico alle Einsatzgruppen, inclusi rifornimenti, trasporto, alloggio e, occasionalmente, forza lavoro sotto forma di unità per il trasferimento e la sorveglianza dei prigionieri. In una prima fase, le Einsatzgruppen fucilarono principalmente gli uomini Ebrei. Alla fine dell’estate del 1941, tuttavia, ovunque le Einsatzgruppen si recassero uccidevano uomini, donne e bambini, senza curarsi dell’età o del sesso di appartenenza, seppellendoli poi in fosse comuni. Spesso grazie all’aiuto di informatori e interpreti della popolazione locale, gli Ebrei di una certa zona venivano identificati e portati nei punti di raccolta;da qui, i camion li trasportavano poi ai luoghi dell’esecuzione, dove le fosse comuni erano già state preparate. In alcuni casi, i prigionieri erano costretti a scavare loro stessi le loro future tombe. Dopo aver consegnato ogni oggetto di valore ed essersi spogliati, uomini, donne e bambini venivano fucilati, o in stile militare – in piedi, di fronte alla fossa – oppure già stesi sul fondo, uno accanto all’altro, secondo un sistema che venne ribattezzato in modo irriverente “a scatola di sardine”.

La fucilazione fu il sistema più usato dalle Einsatzgruppen; tuttavia, alla fine dell’estate del 1941, Heinrich Himmler, avendo constatato il peso psicologico che tale sistema di sterminio aveva sui suoi uomini, richiese l’adozione di un modo più “comodo” di perpetrare le uccisioni. Il risultato di tale richiesta fu la creazione delle camere a gas mobili: montate su furgoni per il trasporto merci, e con il sistema di scappamento modificato, esse venivano usate per asfissiare i prigionieri con il monossido di carbonio. Le camere a gas mobili fecero la propria apparizione per la prima volta sul fronte orientale, alla fine dell’autunno del 1941, e furono poi utilizzate, insieme alle fucilazioni, per assassinare Ebrei e altre vittime nella maggior parte delle zone in cui le “Squadre della Morte” operavano.

Le Einsatzgruppen al seguito dell’esercito tedesco in Unione Sovietica erano composte da quattro gruppi operativi, ognuno delle dimensioni di un battaglione. L’ Einsatzgruppe A partì dalla Prussia Orientale e si spinse attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia verso Leningrado (oggi San Pietroburgo). Questa unità massacrò gli Ebrei a Kovno, Riga e Vilna. L’Einsatzgruppe B partì invece da Varsavia, nella Polonia occupata, e attraverso la Bielorussia si spinse verso Smolensk e Minsk, massacrando gli Ebrei a Grodno, Minsk, Brest-Litovsk, Slonim, Gomel e Mogilev, solo per citare alcuni luoghi. L’Einsatzgruppe C cominciò le proprie operazioni da Cracovia, attraversando poi l’Ucraina occidentale e proseguendo verso Kharkov e Rostov sul Don. I suoi uomini operarono massacri a Lvov, Tarnopol, Zolochev, Kremenets, Kharkov, Zhitomir e Kiev. Qui, il sottogruppo 4A delle Einsatzgruppen, nel corso di due intere giornate, portò a termine quello che divenne poi tristemente famoso come “massacro della gola di Babi Yar”, in cui vennero assassinati 33.771 Ebrei di Kiev. Delle quattro unità, la Einsatzgruppe D operò invece nella parte più a sud: questa squadra portò a termine numerosi massacri nella parte meridionale dell’Ucraina e della Crimea, in particolare a Nikolayev, Kherson, Simferopol, Sebastopoli, Feodosiya e nella regione di Krasnodar.

Le Einsatzgruppen ricevettero vasto appoggio dai soldati tedeschi e dagli altri eserciti dell’Asse, così come da collaboratori locali e da altre unità delle SS. I membri delle Einsatzgruppen venivano reclutati tra le SS, le Waffen SS (reparti militari delle SS), nel Sipo e nel SD, tra le forze della Polizia d’Ordine e in altre forze di polizia.

Alla fine della primavera del 1943, le Einsatzgruppen e i battaglioni della Polizia d’Ordine avevano già assassinato più di un milione di Ebrei sovietici e decine di migliaia di commissari politici, partigiani, Rom e persone disabili. Il cosiddetto “sterminio mobile”, in particolare la fucilazione, si dimostrò un metodo inefficiente e psicologicamente pesante per gli uomini coinvolti. Già nel periodo in cui le Einsatzgruppen portavano a termine le loro operazioni, le autorità tedesche cominciarono a pianificare e poi costruire strutture fisse all’interno dei campi di sterminio, per uccidere – tramite gas venefico – del più vasto numero possibile di Ebrei.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC