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Anonimo – Il canto dei partigiani caduti

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Poesia di Anonimo
Il canto dei partigiani caduti

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, trascinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
baldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

All’assalto – Canti Partigiani

All’assalto
Canto di riferimento: Na juriš!

All’assalto, all’assalto, all’assalto,
echeggia nei boschi l’urlo dei combattenti,
le file nemiche sono folte!
Colpisci, irrompi,
picchia, spara!
*
All’assalto, oh -bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
vendichiamo le case bruciate,
vendichiamo tutte le nostre tombe!
Scaccia gli indemoniati,
e salva i sofferenti!
*
All’assalto, oh bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
al rogo gli alberi marci,
diventi un paradiso la terra;
splenda per tutti il sole,
vi prosperi soltanto la gioia!
*
All’assalto, oh bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
fratelli oppressi venite con noi,
conquistiamoci da soli la libertà!
Attraverso la fame e il dolore,
per una vita migliore!
*
All’assalto, oh bel partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.

Il partigiano Cif: "Io prigioniero della Rsi, fui graziato da un repubblichino"

Il partigiano Cif: “Io prigioniero della Rsi, fui graziato da un repubblichino
Giunto a Milano l’8 settembre 1943, col ritorno dei fascisti che pretendevano di reclutare i giovani, a Villani sembrò del tutto normale rispondere di no e schierarsi contro. Si collegò subito ad Arturo Capettini, gappista milanese, che gli diede fiducia e lo incaricò di organizzare un gruppo di giovani autonomi e che battezzò “Giovani studenti per la libertà”. Villani si mise in contatto con alcuni giovani e Azione e libertà, divenne amico e collaboratore del giovane Bruno Trentin, oltre che di Leo Valiani. Riesce ad agganciare  alcuni lavoratori dell’Atm in preparazione sciopero del marzo 1944. Il raggruppamento diviene numeroso e fa capo a Sergio Kasman, capo di Giustizia e libertà a Milano, braccio destro di Ferruccio Parri, ucciso il 9 dicembre 1943.Il raggruppamento del quale faceva parte Villani si era spinto ad affiggere manifesti in piazza del Duomo a Milano,  tra febbraio e marzo 1945, ma l’azione andò male. Giuseppe Canevari, un giovane antifascista  di 17 anni venne catturato, condotto nella sede della Muti di via Rovello e ucciso.
Ferruccio Parri e il partigiano Walter de Hoog, di origine olandese, nome di battaglia Tulipano, stretto collaboratore di Parri, vengono arrestati il 2 gennaio 1945 in via Vincenzo Monti 92 dai tedeschi. Per liberarlo, Cif con Edgardo Sogno e Bruno Trentin, si reca al Comando generale della banda repubblichina Carità a Porta Venezia, vestiti tutti e tre da brigatisti neri. Salgono al terzo piano dell’edificio e, mitra spianati, ordinano a tutti di alzare le mani. “Mentre Sogno parlava, uno dei brigatisti seguitava a muoversi. MI avvicinai allungandogli la bocca del mitra tra collo e orecchio. Questo atto di clemenza mi salvò la vita, qualche mse più tardi”. 
Quel viso Villani infatti lo avrebbe rivisto durante la sua carcerazione a Como e fu proprio quel repubblichino graziato, che gli risparmiò la vita. l tentativo fallisce perché Tulipano era già stato fatto salire su un convoglio diretto a Mauthausen.
Villanilucidissimo ricorda anche quando con Trentin viene di nuovo affidato il compito di liberare Parri, che secondo le informazioni sarebbe stato trasportato dall’Albergo Regina all’ospedale militare. Villani e Trentin predispongono l’assedio all’ospedale militare, ma ricevono poi l’ordine dal comando di tornare alle proprie basi. Anche questa operazione sfuma. Una lunga storia di battaglie e di azioni militari, fino al giorno della LiberazioneTratto dal Quotidiano
Repubblica
http://www.repubblica.it

A Silvia

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4 Agosto 1944 La Brigata Sinigaglia entra a Firenze

A “Silva”

Il Partigiano Francesco Zaltron "Silva"

vive ancora oggi nel ricordo.

“Viola” con il Bren dietro ad un masso
Giove lì vicino con la sua pistola
Rino “il folletto”, Carli e il siciliano
tutti e tre imbottiti
con le bombe a mano
Silva non può morire
Silva non può cadere
di tutti noi è il migliore
soli sarà la fine
ahi Maria!
corri lungo la contrada
in casa c’è chi prega
fuori c’è chi spara
Dietro a quella curva
arriva come una saetta
furgone bestia nera
carico di fretta
si alza la polvere
la polvere contro il vento
parte il primo sparo
urla di lamento
Il convoglio arresta
Silva prova a scappare
ma incappucciato cade
alzati o sarà la fine
al buio del suo sguardo
l’ultima primavera
un colpo di pistola
e già si è fatta sera
Silva non può morire
Silva non può cadere
di tutti noi è il migliore
soli sarà la fine
ahi Maria!
piange tutta la contrada
in casa c’è chi prega
fuori c’è chi spara
Aria di primavera
in questa terra di frontiera
dove la resistenza
alza la sua bandiera
Silva non può cadere
Silva non può morire
per lui non c’è una fine

Monica Emmanuelli – Non è stato come andare a una festa da ballo

Non è stato come andare a una festa da ballo

Monica Emmanuelli

Una raccolta di videointerviste a partigiani e staffette che raccontano la lotta di Liberazione nella Destra Tagliamento

25Aprile Antifascismo Fascismo Partigiani Resistenza

Il documentario “Ribelli per la libertà. Memorie partigiane nel Friuli occidentale” nasce dalla necessità e dall’urgenza di lasciare una traccia, una memoria orale sulla Resistenza della Destra Tagliamento, prima che le testimonianze, rimanendo circoscritte al privato, vadano lentamente dimenticate (https://www.facebook.com/1497273350538182/videos/1631989407066575/).

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Il lavoro di Alessandra Montico e di David Da Ros, a cui ha collaborato Giuseppe Mariuz, è stato promosso dal Comitato provinciale Anpi di Pordenone e dalla sezione “Elio Gregoris – Learco” di San Vito al Tagliamento.

I racconti di Luigi Baldassar “Mameli”, Ruggero Benvenuto “Biella”, Dino Candusso “Athos”, Angelo Carnelutto “Clark”, Antonio Piasentin “Gallo”, Manlio Simonato “Fortezza, Ascaro” e delle staffette Eginia Manfé e Vilma Pizzin si susseguono, si incastrano e si completano grazie all’abilità della regista Montico che riesce magistralmente a creare una metastoria che supera le singole biografie per approdare ad una narrazione uniforme e complessa.

A casa di “Gallo”

La trama si snoda attraversando le tematiche dell’8 settembre, della scelta, delle azioni partigiane, dei rastrellamenti, della vita in montagna e della liberazione. Si tratta di un viaggio nel passato dove il limite delle parole viene affinato da delicate inquadrature di sguardi eloquenti e di movimenti quasi impercettibili.

L’intervista a “Biella”

I protagonisti vengono ritratti nelle loro case e nei loro giardini in quella odierna quotidianità che rende più facile svelare ad una telecamera parte della propria vita. Il ricordo del fuoco delle armi lascia spazio alle emozioni, ai sussulti ancora vivi della paura e delle sofferenze. La descrizione delle notti, dei bagliori, dei rumori, degli sferragliamenti dei fucili trasforma fatti di cronaca in narrazione letteraria. Il sapore della polenta, del latte freddo, dell’acqua di fonte, delle sigarette e il fastidio dei pidocchi ci immerge nel clima della guerra che, come ci rammenta Eginia, non è stato come “andare a una festa da ballo”, in quei paesi dove c’erano “più fascisti che gente umana”.

L’intervista a “Fortezza”

I racconti meticolosi si contrappongono alla fugacità del nostro presente caotico, interpretato all’inizio del documentario da un susseguirsi di immagini concitate, quasi deliranti, che riassumono i tempi più recenti attraverso forme vorticose di scale mobili, persone frenetiche, esplosioni nucleari, migrazioni di massa e violenze. I resistenti, invece, si presentano con la naturale fermezza di chi conserva delle certezze, con un tono di voce pacato e serio nell’intento di sottolineare il valore della storia che raccontano, della propedeutica alla democrazia che hanno vissuto. Il linguaggio chiaro, essenziale, definito da un rigore spartano senza sbavature, comunica quell’esigenza di essere compresi, affinché non solo le parole, ma anche i valori su cui si sono fondate le loro lotte e i loro patimenti non vengano dimenticati. Nella nostra immaginazione di spettatori la figura di un anziano che racconta la propria storia di guerra si sovrappone a quella di un partigiano giovane che combatte per portare la pace e la libertà nel proprio Paese.

L’incontro con “Athos”

C’è da augurarsi che queste narrazioni oramai ibridate dal vissuto del dopoguerra, dalle letture e dagli studi storici possano rimanere patrimonio delle generazioni più giovani, un patrimonio da recuperare quotidianamente e da attuare attraverso pratiche di cittadinanza consapevoli e coscienziose.

In conclusione, due riflessioni cariche di saggezza:

“Clark“: secondo me la Resistenza non è stata solo una guerra per – diciamo – liberarci dai nazifascisti, ma è stata anche una rivoluzione culturale e anche per cambiare la società. Purtroppo tutti quei principi che sono nati durante la Resistenza e che poi sono stati trascritti nella Costituzione sono continuamente disattesi e oggi noi vediamo che le disuguaglianze fra i cittadini aumentano sempre di più, quindi si va verso una vanificazione della lotta di liberazione, a parer mio… se avessi la forza lo rifarei ancora!

“Athos”: è costante al mio DNA… ho vissuto sempre in positivo e sono ancora qua a dire agli amici e agli avversari che occorre battersi perché quegli ideali della Resistenza abbiano davvero il valore che noi a quegli anni abbiamo inteso dare; purtroppo non sempre viene recepito questo sentimento che è mio proprio, ma io continuo imperterrito – scusate il termine pomposo – a dir la mia in questo senso, occorre ragionare in positivo… non è che sia mia la frase, ma l’ho fatta mia e l’ho pronunciata in varie occasioni anche nei piccoli discorsi che si fanno e in riunioni: senza memoria non c’è futuro.

Andrea Liparoto – Partigiani vene di pace

Andrea Liparoto

Partigiani vene di pace

Sono stato

armi

per

togliervi

la follia

di farlo

E quel

sangue

ancora

urla,

ancora

mi scrive

addosso

la forza di

raccontarvi

quei cuori

di montagna,

di imbracciare

quel

sogno

di vivere

e spararlo

dappertutto

***

Ci hanno sparato la loro fine

Nessuna paura

può sperarci

fermi

nessun ordine

legarci

a un’altra

storia

Siamo

vene

nate

come

nasce

stringersi

fino al

ventre

del coraggio

davanti

alla falsità

della vita,

a un fucile

puntato

che si sbriga

di ferocia,

di sporca

idiozia

Ci hanno

sparato

la loro

fine

***

Al Comandante partigiano Nello Quartieri

La morte

è solo

un volo

di pelle

comandante,

sei un mondo

d’occhi

fioriti

del canto

d’un coraggio,

dell’unica

liberazione

***

La morte viva di una staffetta

Avete strappato

la pelle

non il cuore

di questi occhi

Avete goduto

un momento,

io sono

l’eternità

della vostra

fine

Epitaffi partigiani

Epitaffi partigiani

Il Principino
Varzi Michele detto Il Principino.
Aveva un anello d’oro,
lo sapeva far brillare con gesti da signore.
Lo lasciarono tre giorni
inchiodato a quella porta
col capo penzoloni
lui che piaceva alle ragazze,
che sapeva far brillare
un filo d’oro con gesti da signore.

 

Sicilia
Di Sicilia non sa il nome nessuno.
Taceva sempre
per non far ridere della parlata.
Con la faccia spaccata
non volle dire dov’era il Comando.
– E pazienza – disse quando lo misero al muro.

Anonimo Il canto dei partigiani caduti

 

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, tracinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
bakldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

Franco Terreni – Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Franco Terreni

Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Per quanto ci fosse la guerra e ci fosse l’abitudine ai bombardamenti e alle cannonate, l’esplosio­ne fece pensare alla fine del mondo: dal­la periferia di Firenze, fino a Empoli, dai dintorni di Pistoia alla Val d’Elsa, le case tremarono. Intorno a Signa i vetri delle finestre andarono in pezzi, molti tetti vennero scoperchiati e in più di una abi­tazione i telai delle persiane furono di­velti e finirono sui letti di quelli che dor­mivano. I bassorilievi in ceramica che ri­traevano Santa Barbara (la protettrice di chi lavora con l’esplosivo) e che ogni operaio o operaia teneva affisso in casa, finirono sui pavimenti in mille pezzi. Un camion tedesco, distante alcune centi­naia di metri dal luogo dell’esplosione, venne proiettato verso il Masso della Gonfolina. Molti, intorno alle rive del­l’Arno, nelle Signe, pensarono che lo stabilimento Nobel fosse saltato in aria. E invece era un treno carico di esplosivo, fermo sulle rotaie della stazione di Car­mignano, vicino allo stabilimento, che era stato fatto esplodere dai partigiani.

Era un sabato, sabato Il giugno 1944. Un sabato notte, con la fabbrica ormai deserta e i dipendenti chiusi nelle pro­prie case, tra Comeana, Carmignano, Si­gna e Lastra a Signa, paesi separati dall’Arno. Erano centinaia che lavoravano in quello stabilimento. Vi si produceva­no esplosivi e si confezionavano ordigni e le maestranze sapevano che quel mate­riale aiutava la guerra dei nazisti contro gli alleati, che il 4 giugno avevano già li­berato Roma e stavano risalendo la peni­sola. Ma cosa potevano fare I nazisti controllavano tutto e non permettevano diserzioni ne rallentamenti nella produ­zione. La cosa che alcuni facevano, d’ac­cordo con la Resistenza, era di usare le pietanziere, ossia le gavette, che gli ope­rai si portavano da casa: contenevano qualcosa da mangiare, all’arrivo, poi c’e­ra la pausa per il pranzo ria gli avanzi –pochi, in verità, perché poco era il cibo non venivano buttati. Nessuno dei sor­veglianti sospettava che sotto a qualche crosta di formaggio o di pane, qualcuno nascondesse scaglie di tritolo da portare fuori della Nobel e che sarebbero servite a confezionare bombe da usare contro gli occupanti e, quella sera a distrarre i nazisti dall’attentato al treno. L’esplosione dell’1 1 giugno fu un even­to clamoroso, trasmesso anche da Radio Londra, che il giorno seguente, dopo i consueti colpi di tamburo che richiama­vano l’inizio della Quinta sinfonia di Beethoven, raccontò quello che era acca­duto alla stazione di Carmignano. E cioè che un treno carico di torpedini da mari­na e tritolo era stato fatto saltare dai par­tigiani, distruggendo un notevole poten­ziale devastante destinato alla Werh­macht e alla guerra nazista. Parte di quel tritolo era probabilmente destinato ai ponti di Firenze, che comunque i nazisti fecero saltare nell’agosto successivo. Ma è indubbio che l’azione rappresentò un duro colpo per gli invasori. Soprattutto perché dimostrò, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che i nazisti non erano in­vincibili e che potevano essere attaccati e indeboliti.

Ma chi fu a compiere l’azione? La storia di quell’impresa generosa non e ancora del tutto scritta, ma comincia dal bando Graziavi per l’arruolamento dei giovani nell’esercito repubblichino di Salò. Si racconta che molti ragazzi, su consiglio delle forze della Resistenza, nella quale comunisti e cattolici erano la parte più attiva, si recassero al di­stretto, prendessero i soldi del bi­glietto per raggiungere Salò e poi si rendessero irreperibili e raggiun­gessero le forze partigiane che agi­vano sul Montalbano. Erano forze fresche, ancora poco organizzate, scampate alle retate naziste più per fortuna che per capacità militare. Ma seppero poi organizzarsi e for­se con l’aiuto di alcuni operai del­le vicine cave di pietra serena che usavano gli esplosivi ogni giorno, eccoli preparare e portare a temi­ne l’attentato al treno

Pare che il commando fosse com­posto di otto uomini, ma sarebbe più gusto dire otto ragazzi diretti da un poeta-partigiano, Bogar­do Buricchi. Una carica di esplosi­vo venne posta sul pianale di un vagone che fu facilmente aperto. Era una bomba primitiva, quasi una bomba carta, e la lunghezza della miccia doveva assicurare la fuga degli attentatori. Invece l’e­splosione avvenne prima del previ­sto e soprattutto si propagò imme­diatamente al resto del treno, con risultati che forse il commando non aveva calcolato. Fu una esplo­sione terribile, che raggiunse e in­vestì direttamente quattro parti­giani: Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli e Ario­dante Nardi.

Il pittore Enzo Faraoni venne rag­giunto da un rottame che lo ferì gravemente ad una gamba, ma ri­uscì a raggiungere la propria abita­zione. Un altro partigiano, Ruffo Del Guerra, fu più tardi sorpreso dal nazisti coli evidenti ferite fre­sche, ma raccontò in maniera convincente di essersi ferito lavorando con l’aratro e se la cavò. Mario Barni e Lido Sarti riuscirono a na­scondersi grazie all’aiuto dei citta­dini delle Signe. Enzo Faraoni, il pittore, raggiunse Firenze qualche giorno dopo, grazie ad un curioso stratagemma: l’amico Ottone Ro­sai, cioè, gli inviò un carro mor­tuario nel quale prese posto, che i nazisti si guardarono bene dal fer­mare e controllare. Rosai, che era stato un fascista della prima ora, aveva col tempo preso le distanze dal regime, aiutando infine la Resi­stenza, nascondendo in casa pro­pria persino il partigiano gappista Bruno Fanciullacci.

Il treno non era sorvegliato e que­sto probabilmente grazie all’azio­ne diversiva che i partigiani aveva­no compiuto all’Olmo, vicino a Firenze, ai danni di una caserma fascista che fu fatta saltare con un ordigno confezionato probabil­mente con le scaglie di tritolo fat­te uscire proprio dalla Nobel, che impiegava allora 4.000 operai e che dopo l’episodio dell’attentato venne chiusa, togliendo il lavoro a tanti operai che però, a quanto ri­sulta, mai si lamentarono, coscienti che la lotta antifascista era sacro­santa e avrebbe portato alla Libe­razione di lì a due mesi.

C’è ancora un testimone vivente di quell’evento: si chiama Renzo Ri­mediotti, ha 88 anni e all’epoca abitava vicinissimo al luogo dell’e­splosione. Ricorda lucidamente i fatti ma l’emozione spesso lo frena e lo inonda di lacrime.

L’ho intervistato e la cosa che più ricorda sono i cipressi di un viale, con il tronco tanto largo «che in tre non si abbracciavano». Quei cipressi furono spazzati via dall’e­splosione del treno come fuscelli, «con le barbe e tutto… Purtroppo trovammo il Nardi sbriciolato: la sua mamma lo riconobbe dai denti…» .

A Poggio alla Malva, vicino al luogo dell’attentato, un cippo ricorda il sacrificio di quei ragazzi, con la scritta «Una preghiera faccio al viandante/ al visitatore di questi luoghi fate sì che non manchi mai almeno un fiore/ sul loro mo­numento perché dal loro sacrifi­cio è dipesa la nostra libertà». Un fiore… Il fiore del partigiano.

Tratto da

Patria Indipendente

Elena Bono Compagni partigiani

Elena Bono

Compagni partigiani

Difficile sopra ogni bene

la libertà

e chi commette colpa per lei

sempre si tormenta

per averne intravisto

l’ariosa veste lucente,

e insieme si conforta.

Sola vergogna è non aver mai cercato

la libertà

e vivere contenti di sé

non esistendo.

Non sono questi, o cari,

coloro che vi accusano

più duramente?

Ma guardateli in viso

come guardavate un giorno

chi puntava le armi

al vostro petto.

Sono gli stessi ancora

e voi gli stessi.

Voi uomini

ed essi come pecore matte.