Archivio mensile:marzo 2016

BALLATA DI MAUTHAUSEN (Jacobus Kambanellis – Mikis Theodorakis)

BALLATA DI MAUTHAUSEN
(Jacobus Kambanellis – Mikis Theodorakis)

Jacobus Kambanellis, drammaturgo e regista greco, fu deportato a Mauthausen e compose al ritorno questi quattro poemetti. Col primo, egli inseriva la composizione biblica (Il Cantico dei cantici, appunto) nell’orrore dei lager, col secondo e il terzo raccontava due esperienze da lui vissute, col quarto narrava il suo sogno di deportato quando – la domenica – donne e uomini prigionieri si guardavano attraverso il filo spinato.

3-L’evaso
(O thrape’tis)
(traduz. L. Settimelli)

A Jannis prigioniero al Nord
il filo spinato non va giù
mette le ali e se ne va
e vola via in mezzo ai boschi
e vola via in mezzo ai boschi

*

Signora su dammi da mangiar
ed un vestito da indossar
tanta è la strada che ho da far
il mio paese è ben lontano
il mio paese è ben lontano

*

Ma dove arriva il prigionier
paura semina e terror
mangiare no vestiti no
pericoloso è quell’evaso
pericoloso è quell’evaso

*

Cristiano perché guardi così
non sono né belva né assassin
non voglio che la libertà
e a casa mia ritornare
e a casa mia ritornare

*

Ma nella terra che era un dì
di Schiller e di Bertolt Brecht
chiamato han gia le esse ess
che Jannis vanno a fucilare
che Jannis vanno a fucilare

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Don Pasquino Borghi

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Don Pasquino Borghi

Nato a Bibbiano (Reggio Emilia) nel 1903, fucilato a Reggio Emilia il 30 gennaio 1944, sacerdote,

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Don Pasquino, quel 21 gennaio del 1944, mentre scendeva da Tapignola a Villa Minozzo, dove era stato richiesto per una predica, non immaginava che non avrebbe mai più rivisto la sua parrocchia. Non si allarmò nemmeno quando incrociò un gruppo di una ventina di militi fascisti. Non pensava che fossero diretti verso la sua canonica. Credeva nessuno sapesse che, proprio nella parrocchia, don Pasquino nascondeva un buon numero di prigionieri alleati. Invece qualcuno aveva intuito e aveva fatto la spia.
Così, proprio mentre il sacerdote arrivava a Villa Minozzo per la predica, i fascisti giungevano a Tapignola e bussavano alla porta della canonica. Andò ad aprire un cugino del parroco che nulla sapeva. I militi entrarono e cominciarono la perquisizione. Ispezionarono il pianterreno e le stanze del piano superiore senza trovare nulla. Stavano per andarsene, quando un vano in fondo al corridoio li incuriosì. Si avvicinarono e furono accolti da un lancio di bombe a mano, che li indusse alla fuga. Ma ormai avevano avuto la conferma della fondatezza della segnalazione e si ricordarono di quel prete che avevano incrociato lungo la strada.
Don Pasquino Borghi fu rintracciato nella serata a Villa Minozzo e subito arrestato. Non era stato per caso che il sacerdote, dopo l’armistizio, per prima cosa si era dato ad aiutare i prigionieri alleati: conosceva bene l’inglese, che aveva imparato in sette anni da missionario nell’allora Sudan anglo-egiziano.
Era tornato in Italia nel 1940 ed aveva retto prima la parrocchia di Canolo (Correggio), poi quella di Coriano (Villa Minozzo) e infine, per pochi mesi, proprio quella di Tapignola. Sinceramente democratico, subito dopo l’8 settembre, si era messo a disposizione del CLN provinciale di Reggio Emilia, diventando un prezioso collaboratore e un partigiano combattente. Era stato in contatto, proprio per l’assistenza ai prigionieri, anche con i
fratelli Cervi.
Dopo l’arresto, di questi suoi rapporti con la Resistenza non disse nulla, nonostante le torture. I fascisti lo fucilarono, con altri otto patrioti, dieci giorni dopo la cattura

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Don Paolo Liggeri

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Don Paolo Liggeri

Nato ad Augusta (Siracusa) il 12 agosto 1911, deceduto a Milano il 3 settembre 1996, sacerdote.

Nel gennaio del 1935, a Milano, era stato ordinato sacerdote. Nel settembre del ’43, dopo i bombardamenti che avevano colpito il capoluogo lombardo, don Liggeri organizza, in via Mercalli, un centro di assistenza sociale chiamato "La casa". Simbolo dell’iniziativa: due colombi che cercano rifugio a ridosso, appunto, di una casa. Ma don Paolo non si limita ad assistere coloro che avevano avuto distrutta la propria abitazione; a poco a poco si aggiunge anche l’ospitalità offerta ai perseguitati politici e razziali e, in collegamento con Radio Vaticana, la registrazione e l’inoltro di messaggi ai familiari di militari prigionieri o dispersi. È stato calcolato che da "La casa" siano stati trasmessi (fungeva da antenna della trasmittente clandestina un filo che pendeva da un parafulmine), oltre 172.000 messaggi. Il 24 marzo don Liggeri finisce nelle mani dei fascisti e per lui, dopo una sosta nel carcere di San Vittore, comincia la trafila campo di Fossoli, campo di Bolzano, lager di Mauthausen, di Gusen, di nuovo di Mauthausen e, infine, lager di Dachau. Liberato dalle truppe americane il 29 aprile 1945, il sacerdote torna in Italia e riprende la sua opera a "La casa". Al tempo stesso pensa alla creazione di quello che, nel 1948, diventerà il primo Consultorio familiare prematrimoniale e matrimoniale costituito in Italia. Il Consultorio, nel 1977, sarà accreditato dalla Regione Lombardia per ottenere, nel 2001, l’autorizzazione ad operare sul territorio dell’ASL Città di Milano. Nel 1970, per incarico del prefetto di Milano, don Liggeri divenne presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, presidenza che il sacerdote avrebbe mantenuto sino alla morte. Appena rientrato dai Lager della Germania, don Liggeri scrisse un libro sulla sua esperienza di deportato: Triangolo rosso. Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944 – maggio 1945, pubblicato dall’Istituto "La casa" in diverse edizioni. Nel 1998, per le Edizioni Paoline, Giuliana Pelucchi ha pubblicato su don Paolo Liggeri il libro Un prete per la famiglia.

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Don Paolino Daglia

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Don Paolino Daglia

Nato a Santa Maria di Curino (Vercelli) nel 1876, morto a Biella il 2 aprile 1945, sacerdote.

Parroco di Flecchia (Vercelli), durante la Guerra di liberazione sostenne la Resistenza, sino al punto di mettere la propria casa a completa disposizione del comando della XII Divisione Garibaldi "Nedo Pajetta". In seguito ad una spiata, il 16 febbraio del 1945 don Paolino fu arrestato dai fascisti, che lo portarono prima a Masserano e poi a Vercelli. Qui il sacerdote fu sottoposto a brutali torture, ma i suoi seviziatori non riuscirono a carpirgli informazioni di sorta. Lo trasportarono quindi nella carceri Nuove di Torino. Rilasciato per l’intervento dell’arcivescovo monsignor Fossati, don Paolino, per le percosse ricevute, morì alcune settimane dopo all’ospedale di Biella.

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Scioperi del marzo ’44

Scioperi del marzo ’44

Milano in sciopero

A Milano e in tutta la zona industriale limitrofa lo sciopero assume subito un carattere generale. Accanto agli operai delle fabbriche, si fermano infatti per tre giorni anche i tranvieri, paralizzando così il trasporto pubblico della città, gli operai del "Corriere della Sera", che per tre giorni di seguito non esce in edicola, e gli impiegati della Edison e della Montecatini.
Il generale delle SS Paul Zimmerman decreta lo stato d’assedio delle fabbriche, intima la consegna delle liste degli operai schedati come sovversivi, fa sospendere ogni pagamento dei salari. Ma lo sciopero non si arresta e prosegue sino all’8 marzo, coinvolgendo sia le grandi fabbriche che le decine e decine di piccole e medie industrie.
Alla Breda di Sesto San Giovanni un ufficiale delle SS intima agli operai: "Chi non lavora esca dalla fabbrica e chi non lavora ed esce dalla fabbrica, è un nemico della Germania". Gli operai gli rispondono uscendo, a uno a uno, dalla fabbrica. Sempre a Sesto San Giovanni, la Magneti Marelli entra in sciopero compatta alle 10 esatte del 1° marzo: è un’operaia di 18 anni, Teresina Ghioni, che si prende l’incarico di abbassare, sotto gli occhi dei tedeschi, le leve a coltello per interrompere l’erogazione di energia elettrica all’intero stabilimento. Molte fabbriche, tra cui la Pirelli, vengono occupati militarmente. Si calcolano circa trecentomila scioperanti sin dal primo giorno, nonostante la reazione dei nazifascisti che mettono in atto ogni mezzo per cercare di fermare i lavoratori: arresti, deportazioni, ritiro delle tessere alimentari.
Particolarmente combattiva è la città di Legnano, dove gli operai della Franco Tosi anticipano di quasi due mesi gli scioperi del marzo

La Franco Tosi

A Legnano gli operai della Franco Tosi, fabbrica interessata alla produzione bellica (mine, tubi di lancio, ecc.), anticipano di quasi due mesi la mobilitazione del 1° marzo e agli inizi di gennaio entrano in sciopero. Il generale delle SS Zimmerman fa visita alla fabbrica nella speranza di poter convincere, con minacce e false promesse, le maestranze a riprendere il lavoro. La lotta invece continua, diretta dai rappresentanti della Commissione interna, che chiedono l’aumento delle razioni di pane, dei salari e degli stipendi.
Per cercare di sbloccare la situazione la mattina del 5 gennaio camion carichi di SS entrano alla Franco Tosi: vengono piazzate le mitragliatrici contro i lavoratori che in quel momento sono radunati nel piazzale centrale dello stabilimento. Tramite un altoparlante viene ordinato ai lavoratori di ritornare in fabbrica, ma nessuno si muove. Allora il comandante delle SS ordina "fuoco", ma fortunatamente le raffiche delle mitragliatrici sono rivolte in aria. I lavoratori si disperdono nei reparti della fabbrica e i tedeschi cominciano la caccia ai rappresentanti della Commissione interna e ai più noti antifascisti.
Ottanta lavoratori vengono portati a San Vittore; vengono tutti rilasciati alcuni giorni dopo, tranne nove, quasi tutti appartenenti alla Commissione interna, che vengono deportati a Mauthausen.
Dopo lo sciopero di gennaio, i lavoratori della Franco Tosi iniziano una resistenza passiva, con lo scopo di rallentare la produzione bellica e produrre clandestinamente baionette, chiodi a tre punte per bloccare gli automezzi tedeschi, barre di deviamento per far deragliare le tradotte tedesche e i convogli carichi di armi.

Lo sciopero dei tranvieri a Milano

Lo sciopero del marzo 1944 vede una compatta partecipazione dei tranvieri milanesi. Per tre giorni su 800 vetture escono solo quelle guidate dai fascisti, che nel giro di poche ore fracassano per imperizia centosessantasei vetture. La lotta dei tranvieri è sostenuta dai gappisti, che fanno saltare la cabina elettrica che fornisce energia elettrica alla rete nord dei mezzi pubblici. Squadristi fascisti irrompono nei depositi dei tranvieri di via Brioschi, via Primaticcio e via Teodosio, per prelevare i conducenti e costringerli con la forza a riprendere il lavoro, sotto la vigilanza di scorte armate. Alcuni tranvieri riprendono il servizio, ma poi abbandonano le vetture per la strada dopo averle rese inutilizzabili. Allo sciopero seguono centinaia di arresti, 35 tranvieri vengono deportati nei campi di concentramento.
Lo sciopero dei tranvieri di Milano ha un notevole risalto nei bollettini delle emittenti radio dei tre grandi Paesi alleati nella guerra contro la Germania nazista.
Radio Londra: "Grande sciopero dei tranvieri milanesi, la parola d’ordine è: via i tedeschi! Abbasso la repubblica di Salò. I lavoratori dei tram hanno dimostrato una perfetta identità di sentimenti con la popolazione milanese. Da Radio Londra inviamo un caloroso e fraterno saluto ai tranvieri per la dimostrazione di fede delle forze democratiche contro il nazi-fascismo."
La Voce dell’America: "Grande entusiasmo ha provocato la notizia che i tranvieri milanesi hanno proclamato uno sciopero generale, in piena occupazione militare nazi-fascista. Tutta la stampa americana esalta il coraggio e il patriottismo di questi lavoratori addetti al servizio pubblico cittadino, sfidando la prepotenza degli eserciti occupanti. Le astensioni dal lavoro sono al 100%. Si vedono per Milano tram condotti da giovinastri volontari delle forze armate nazi-fasciste, provocando gravi incidenti con morti e feriti. Viva i tranvieri milanesi!"
Radio Mosca: "Viva i lavoratori addetti ai tram milanesi! Grande sciopero generale contro i tedeschi e i fascisti di Salò. Le autorità militari sorprese dalla perfetta organizzazione e riuscita dello sciopero. Fascisti e tedeschi si sono assunti la responsabilità di guidare i tram provocando incidenti nella popolazione. Si registrano morti e feriti. Viva i tranvieri milanesi, a morte i tedeschi. Avanti verso l’insurrezione generale per la fine della guerra!”

Torino in sciopero

A Torino lo sciopero scatta il 1° marzo 1944, nonostante il giorno prima Zerbino, il capo fascista della provincia, abbia comunicato la messa in ferie delle fabbriche, giustificando tale provvedimento con la mancanza di acqua e quindi di energia elettrica. Vengono escluse dal provvedimento una serie di fabbriche, tra cui tutto il complesso Fiat, decisivo per le esigenze belliche. Seguendo l’appello del Comitato d’agitazione, diffuso nella fabbriche con un volantino clandestino, il 1° marzo scioperano in 60.000; alla sera Zerbino ordina la ripresa del lavoro per l’indomani, 2 marzo, minacciando la chiusura degli stabilimenti, con perdita delle retribuzioni, arresti e deportazioni in campo di concentramento, licenziamento in tronco e perdita dell’esonero per i lavoratori che hanno l’obbligo del servizio militare.
Nonostante queste minacce il 2 marzo l’esempio degli operai Fiat viene seguito dalla stragrande maggioranza delle fabbriche in attività (Zenith, Viberti, Ceat, Rasetti) e scioperano in 70.000, mentre in città vengono sabotate diverse linee tranviarie.
Il 3 marzo gli operai della Grandi Motori Fiat vengono attaccati dai militi fascisti all’uscita della fabbrica e numerosi sono i feriti. Intorno a Torino intervengono a sostegno dello sciopero le formazioni partigiane insediate ad ovest della città con l’obiettivo di interrompere i collegamenti tra Torino e le valli di Lanzo, la Val di Susa, la Val Sangone e la zona di Pinerolo.
In Valsesia sono i partigiani garibaldini a decretare lo sciopero, mentre in Val d’Aosta vengono compiuti atti di sabotaggio a sostegno dello sciopero: vengono interrotte le linee elettriche e danneggiati gli impianti in modo che alcuni dei più importanti complessi industriali della regione vengono paralizzati.
Il 3 marzo la Fiat dichiara la serrata degli stabilimenti e da quel momento tutte le fabbriche sono bloccate o dalla serrata stessa o dalla presenza di presidi fascisti e tedeschi.
In tutto il Piemonte sono oltre 150 mila gli operai che hanno scioperato.

Testo del volantino clandestino diffuso nelle fabbriche torinesi

SCIOPERO GENERALE
CONTRO LA FAME E
CONTRO IL TERRORE
Ancora una volta le masse operaie, strette attorno al COMITATO PROVINCIALE DI AGITAZIONE, scenderanno in lotta per difendere il diritto alla vita e alla libertà di tutto il popolo italiano. Le masse operaie ancora una volta passeranno all’attacco contro i nemici di ogni civiltà, contro i barbari nazifascisti. Le masse operaie scenderanno in lotta contro il terrore e la fame, scenderanno cioè in lotta per difendere la vita di tutti.
L’ora è giunta per dimostrare ai nostri nemici spietati come i torinesi, come i piemontesi formino un solo blocco.
Non soltanto gli operai, ma tutti i professionisti, tutti gli impiegati, tutti i cittadini debbono scioperare.
Evviva lo sciopero generale di tutto il grande tenace eroico popolo piemontese

IL COMITATO
DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Il Poeta del Pollaio – Senza titolo

pugno

Il Poeta del Pollaio

Senza titolo

Ascoltate un poco me
che mi chiamo cocodè.
Voglia il cielo questi pazzi,
che si chiaman partigiani,
che filavan come razzi
con dei modi molto strani,
han finito la cuccagna;
tutta calma è la campagna.
Non han più motociclette
macchinone e macchinette.
Per le strade calme i polli
se ne van placidi e molli.
Quando or lungo lo stradone
passa qualche vil pedone
del Comando di Brigata
ci si dà qualche beccata.

Tratto da
Poesia clandestina della Resistenza – Antologia dei …

Capitano Mach

pugno
Capitano Mach
Hai tinto del tuo sangue la mia terra
Coi miei fratelli per la stessa idea
T’ha visto vincitore anche la morte.
Con gli occhi chiari aperti all’infinito,
Col fiero volto semplice e sereno,
Sei passato tra noi, come ogni giorno,
L’ultima volta, o biondo Capitano!
"Avanti!" hanno gridato i Partigiani
Con l’arma in pugno pronti per la lotta
In cui primo ti videro ed audace;
"Avanti!" col tuo esempio e nel tuo nome,
Ti son di scorta ancora due compagni
E il popolo commosso ha salutato
Il buon soldato giunto di lontano
Giusto e leale: "Addio, c’eri fratello:
Hai fatto molto onore alla tua terra!
Sempre verrà mia gente alla tua tomba
Recando un fior di campo e una preghiera;
Verrà una madre per portarti il pianto
Della tua mamma, con lo stesso amore!"
Tratto da
Poesia clandestina della Resistenza – Antologia dei …

Testimonianze – Ugo Bencini

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Testimonianze

Ugo Bencini

lo sono Ugo Bencini, nato il 10 Aprile 1924.

Mio padre, Pasquale Bencini, è stato disertore della prima guerra mondiale; diceva che le guerre erano omicidi legalizzati e quando i carabinieri lo presero per arrestarlo fece da pazzo e fu portato al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino in attesa di processo. Siccome poi la guerra fu vinta, anche mio padre venne liberato con l’amnistia generale.

Ho fatto una vita da ragazzaccio, poi ho voluto sapere da mio pa­dre tutto quello che era stata la sua vita. Capii che bisognava essere antifascisti per forza, perché mio padre lo era e aveva avuto anche delle conseguenze per questo. Il fascismo era una dittatura tremenda che uccideva chi era contrario, era un impedimento feroce all’espres­sione delle proprie idee.

Quando andavo a scuola, il sabato era obbligatorio indossare la divisa fascista diversa a seconda dell’età. Delle vicine di casa mi offri­rono la montura da balilla ma io rifiutai di indossarla. Ero un ragazzo ribelle e i fascisti mi controllavano e per questo, qualche anno dopo, fui comandato di controllare, tutti i sabati, i sorvegliati politici di via de’ Serragli: un soldato fascista rimaneva in strada a fumare, io do­vevo accertarmi che i sorvegliati fossero in casa e farli affacciare alla finestra per farsi vedere dal fascista.

Conobbi antifascisti importanti e più grandi di me, anche molti co­munisti e, quando ebbi l’età e il modo, scelsi la via dell’antifascismo e della resistenza e collaborai nel mio piccolo.

Non sono mai stato comunista ma convinto antifascista.

Bisognava essere coraggiosi ma anche prudenti e non esporsi; a Peretola c’era Maccherone, che tutti sapevamo essere fascista e quin­di con lui e i suoi amici non si poteva parlare.

Un giorno mi chiamò don Casabianca, il parroco di Peretola, e mi disse: "Senti Ugo, io ti conosco da tanto tempo e anche se non mi frequenti molto, mi fido di te. Mi ha chiamato un contadino del Mo­trone che mi ha detto che dopo l’8 settembre, quando sembrava che la guerra fosse finita, dal campo di aviazione, molti militari erano passati da casa sua e con l’aiuto delle donne che cucivano, li aveva vestiti in borghese. Ma avevano lasciato delle armi che adesso sono diventate pericolose, perché se i fascisti vengono a saperlo o gli fan­no una visita e le trovano, rischia di essere fucilato senza avere nes­suna colpa."

lo conoscevo Gino Busi che si mostrò favorevole a custodire que­ste armi. Era davvero un uomo coraggioso; una volta, sui lungarni, dopo un diverbio con dei fascisti, offrì il petto e disse: "Se avete il coraggio di uccidere un ardito, provate!"

Tornai da don Casabianca che mi fece vestire come i Fratelli della Misericordia` con una buffa e il cappuccio. Andammo nel Motrone; le armi da portare via erano tre fucili e due pistole. lo dissi: "Le due pistole le posso prendere io e nasconderle nelle tasche, ma i tre fu­cili bisogna che li prenda lei:’ Mi feci dare una corda dal contadino e legai i tre fucili ben stretti addosso al prete sotto la tonaca che a quei tempi i preti ancora indossavano e con sopra il mantello era tut­to ben nascosto. Partimmo e quando arrivammo sulla strada erano quasi le sette, vicino all’ora del coprifuoco. Volevamo fare alla svel­ta ma incontrammo un tedesco. Vedemmo che era un comandante perché aveva i gradi sulla divisa. Ci fermò e Casabianca mi disse di stare zitto e far parlare solo lui. Alla richiesta di chi fossi io e il perché fossi vestito così, il parroco cominciò a fare la storia della Misericordia, che dovevamo essere incappucciati per non essere riconosciuti mentre facevamo le opere di carità, che era una antica istituzione, che erano rimasti solo i vecchi a fare questo servizio, insomma lo ri­empì di discorsi che alla fine il soldato disse: " Sì, sì, va tutto bene, va tutto bene" e ci lasciò andare.

A quei tempi io recitavo in parrocchia e mi venne in mente di na­scondere le armi sotto il palco del teatrino in attesa che il mio amico Busi venisse a portarle via.

Fui arruolato in Aeronautica, poi venne l’8 Settembre e il 10 ero già a casa. Mio fratello era invece sulle Alpi vicino alla Francia e, non veden­dolo tornare, lo davamo già per morto, quando la sera del 27 tornò a casa. Mio padre per la grande gioia si sentì male e il giorno dopo morì.

Mio fratello, che in precedenza era stato avvertito dai fascisti di non farsi rivedere in giro per il paese, venne arrestato mentre lavorava un po’ da muratore. Fu caricato su un camion e portato via ma si salvò but­tandosi giù in via Bolognese. Ma era notte e fu trovato da un gruppo di antifascisti che lo scambiarono per un fascista e volevano fucilarlo. Fu salvato da Del Perugia che lo conosceva bene e garantì per lui.

Nelle corti di Peretola c’erano molte armi nascoste, i fascisti a volte passavano di notte e davano una sventagliata di mitra ma per la pau­ra non entravano.

Mi ricordo che la mattina del 30 Aprile 1944, dei repubblichini, arri­varono in automobile presso l’abitazione di Bruno Cecchi . Bruno era un indomito antifascista, faceva il tabaccaio e non poteva frequentare nessuno perché era diffidato; era sempre solo con il suo cane.

Lo prelevarono sotto gli occhi delle due figlie piccole, Ardelia e Fio­rita, già orfane della mamma; fu portato al Masso della Gonfolina e ucciso barbaramente.

Tempo dopo, suo fratello Guido stava andando a trovare le nipo­tine che erano sole, ma fu preso anche lui dai fascisti: aveva in tasca una rivoltella; fu fucilato a Cercina.

Questo era il fascismo: senza dare spiegazioni torturava, uccideva e terrorizzava la gente.

A Peretola c’erano tanti antifascisti, alcuni li conoscevo come i fra­telli Parenti, e sapevo che c’erano anche delle donne, ma si comuni­cava poco perché ci si poteva danneggiare a vicenda.

Tutti festeggiavamo il 1° Maggio ritrovandoci a Cercina per poi an­dare sul Monte Morello. L’opposizione alla prepotenza del fascismo era così forte che attirava anche la povera gente che provava simpa­tia per chi si ribellava; aveva cominciato a capire…

Per sfuggire alle bombe e ai rastrellamenti, mi nascondevo nel co­siddetto Purgatorio, una corte in via 1° Settembre.

Ricordo che quando arrivarono gli alleati, Firenze era già liberata dai partigiani. lo ero di guardia col fucile in via Baracca vicino al ponte della ferrovia che era crollato per i bombardamenti e a un certo punto vidi arrivare qualcuno e subito mi allarmai.

Era invece un liberatore americano che mi disse: "Amico, amico, fumare, fumare" e mi dette le sigarette. Questo fu il primo contatto.

Ho vissuto anni duri, la ripresa fu lenta e difficile: tornò la libertà ma continuò la miseria.

Ho avuto dei riconoscimenti: un attestato del generale Alexander e il Giglio della Liberazione del Comune di Firenze. Vado nelle scuole a parlare con i ragazzi e spero che i giovani recepiscano il mio mes­saggio perché tutto questo non si ripeta.

Note

Bruno Cecchi (S.Mauro a Signa 1896 – 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime che più volte lo arrestò e lo portò a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. II 30 aprile fu prelevato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato.

Testimonianze – Roberto Misuri

anpi

Testimonianze

Roberto Misuri

Mentre partecipavo allo sminamento dei ponti di Brozzi e in padu­le minati dai tedeschi, al momento di levare il proiettile dalla canna della pistola, partì incidentalmente un colpo che mi troncò di netto il mignolo della mano. Mi recai all’ospedale S. Giovanni di Dio con la fidanzata di allora, adesso mia moglie, raccontando di aver trovato un proiettile mentre falciavo l’erba in un campo. Mi medicarono, mi ingessarono, e mi misero in corsia a letto.

lo mandai a casa la mia fidanzata con i panni e dopo neanche mezz’ora, la sala fu invasa da fascisti in uniforme, gerarchi, capi: era piena. Era successo che avevano fatto un attentato al colonnello In­garamo uccidendolo e facendo altri morti e feriti. Un ferito grave lo misero nel letto accanto al mio.

A questo punto non sapevo più cosa fare perché ero di una clas­se, il ’24, che era fra quelle richiamate alla leva. Decisi di venire via dall’ospedale. Chiamai per telefono uno zio che avvisasse la mia fi­danzata che mi riportasse subito i panni. E così lei fece. Quando arri­vò, andai nel gabinetto, mi rivestii e venni via. Sparii subito perché mi sembrava che se non era alle otto era alle nove, sarei rimasto in una situazione molto critica dati i miei precedenti di antifascista.

A quei tempi l’unico rimedio per le ferite erano i sulfamidici e, non avendone più, decisi di andare in bicicletta a Peretola accompagna­to da una signorina con le fasce della Croce Rossa al braccio, spe­rando di trovarne. Arrivati a Petriolo ci fermò una pattuglia tedesca che stava lavorando al Ponte di Petriolo. Uno cominciò a parlare in tedesco e io, che lo parlavo un po’, gli risposi in tedesco: Io ferito". Ci lasciò passare, ma furono dei momenti…

Dopo la Liberazione, Brozzi era invasa da cumoli di macerie, ve­tri rotti e calcinacci a causa dei bombardamenti. La strada non era transitabile. Fu deciso di spazzare le macerie dal paese e il C.T.L.N. decise che i responsabili del disastro nazionale e di Brozzi, i fascisti, venissero insieme a noi. Loro accettarono. Poi ci furono anche fatti riprovevoli sotto certi punti di vista: a talune repubblichine in segno di protesta fu fatta la rapa. Mi ricordo che tornando da una perlustra­zione col mitra insieme ad una pattuglia, arrivando in Piazza vidi una grande folla vicino alla Casa del Fascio` – ora Casa del Popolo -, e do­mandai quello che era successo. Mi dissero che avevano fatto la rapa ad una donna e che si era rifugiata lì vicino a casa di Cecè. Allora mi recai in questa casa e la invitai a tornarsene a casa perché era molto pericoloso restare lì vista la situazione ancora bollente. Questa donna in lacrime fu riaccompagnata nella sua abitazione. Questi fatti furono lo sfogo delle persone che avevano subito e pagato col proprio san­gue, tutte le atrocità e le malversazioni che avevano fatto i fascisti.

lo ho fatto parte del Corpo Volontari per la Libertà. Fui preso in Ma­rina perché ero soldato di Marina scappato l’8 Settembre. Da lì fui spo­stato a Livorno e poi imbarcato per Napoli, mentre altri amici di Brozzi e di Quaracchi andarono volontari nelle divisioni in montagna sulla Linea Gotica, come il mio carissimo amico Cherubini Luciano che lì vi morì.

Dopo tanti anni, nel raccontare questi fatti, mi sono commosso. Auguro ai nostri figli e a tutti i giovani di non trovarsi più in queste circostanze.

Testimonianze – Renzo Parretti

 anpi

Testimonianze

Renzo Parretti

"Ognuno ha fatto la sua parte. Le scelte sono conseguenze delle condizioni che si vivono!’

Mi chiamo Parretti Renzo e sono nato il 20 ottobre 1923 nel comu­ne di Brozzi, che comprendeva il borgo di Peretola.

La mia mamma era molto cattolica ed io, di conseguenza, da bam­bino andavo a servire messa.

Mio padre era di sinistra, grande invalido della guerra 1915/18, lavorava alla Galileo.

Non ero per principio antifascista e, quando venne Hitler a Firenze , andai in piazza del Duomo a vederlo; un obbligo, ma eravamo troppo piccoli. Poi nel tempo maturai le nuove convinzioni.

Il borgo era un posto di disperati, la maggior parte disoccupati che passavano il tempo a giocare.

Mi ricordo un tale che in inverno andava all’ospedale San Giovanni di Dio, senza avere nessuna malattia, per ricevere da mangiare e sta­re al caldo. Tanti contrabbandavano, anche coi tedeschi.

lo lavoravo alla Galileo e al momento della leva, nonostante che tutti quelli della fabbrica venissero arruolati in marina, mi mandaro­no con l’annata del 24 a Torino e a Busto Arsizio.

Dopo poco tempo arrivò l’8 settembre, ci fu lo sbando ed io scap­pai alla volta di Firenze.

Una serie di avventure caratterizzò da quel momento la mia esistenza … ero pur sempre in periodo di leva…

Insieme al mio amico Silvano Montino, andammo a lavorare per la Todt a Dicomano, grazie ad un certo "Carrucola" che teneva la contabilità della ditta e che falsificò le nostre carte d’identità.

Si lavorava nei pressi del Muraglione a costruire trincee e, nonostante la giovinezza, le condizioni di lavoro e la scarsa qualità di vitto e alloggio ci fecero maturare l’idea di fuggire.

Trovai dopo, il figlio di un amico del mio babbo, un chimico che lavorava alla Galileo, che mi convinse a fuggire a Buonconvento dove rimasi almeno sette mesi a casa di una sua zia.

Dopo questi mesi, il parroco e il maresciallo ci consigliarono di cambiare aria… e tornammo di nuovo a Peretola.

A Peretola c’era "Maccherone’; un fascista che provava un gran gu­sto nel gettare bombe sui biliardi e urlare sul tranvai slogan e coman­di con in mano un fucile automatico.

I tedeschi si erano sistemati in alcuni locali del mio babbo e avevano collocato qui due cannoni che, non essendoci le case che ci sono ora, po­tevano colpire la sponda sinistra dell’Arno dove erano arrivati gli alleati.

Di sera facevano le ronde con il carro armato tigre che tenevano parcheggiato alle "Sciabbie" (Petriolo).

Una notte i tedeschi presero due ragazze in via Carletti e, dopo averle condotte nel convento delle suore, le violentarono alla pre­senza del babbo.

Un’altra volta bombardarono il "bottegaino", posto di rifornimento benzina situato accanto alle suore, e, tra le macerie, trovò morte la proprietaria.

Accanto al cinema Roma gli avanguardisti avevano un posto dove probabilmente purgavano e torturavano gli oppositori.

La casa del popolo` in via di Peretola, diventò casa dei fascio.

I tedeschi erano sempre all’erta e mi ricordo che una sera, all’arrivo del prete di San Donnino nel cortile delle suore, mentre il suo asinello cominciò a scalpitare e a ragliare, arrivarono all’istante con lampade e pistole generando il panico tra le suore e gli abitanti della zona.

Durante una corsa di cavalli all’ippodromo delle Cascine conobbi un aviatore sardo che mi fece avvicinare alla resistenza e mi mandò a Borgo Pinti dove c’era l’Annigoni. Mi spiegò che bisognava essere non più di quattro persone per gruppo d’azione, gruppi snelli. C’era anche Nereo, il Chiarda, il Casili Gianpiero. Uno dei comandanti era Manfredo, delle SAP

Si pattugliava la zona di via Baracca, soprattutto di notte, ma non feci combattimenti e non arrivai mai ai partigiani di montagna per­ché, dopo la battaglia di Pian d’Albero*, io e Gianpiero aspettammo invano la staffetta che doveva portarci nelle zone d’azione.

Nell’agosto del 1944 ero in strada a festeggiare Firenze liberata e anche nella nostra zona, in settembre i tedeschi furono cacciati. Ho vivo il ricordo del mio babbo che finalmente si riprendeva i locali oc­cupati dal comando tedesco.

Era difficile fare delle considerazioni "politiche".

Era coi fascisti e coi tedeschi che bisognava chiudere, chiudere il libro… mandarli via era la speranza.

A Italia liberata, la crisi si continuava a sentire anche alla Galileo, per cui andai a lavorare nell’Iran dello Scià e di Soraja, sul Mar Caspio e nel Libano.

Il Presidente della Repubblica in seguito mi onorò del diploma di "Patriota".

Oggi vivo nei luoghi della mia infanzia, dei miei ricordi e della mia maturazione.

Note

II 20 giugno 1944 in località Pian d’Albero, vicino a Figline Valdarno, si consumò uno degli episodi più drammatici della resistenza nel territorio provinciale fiorentino. In seguito ad un rastrellamento, i tedeschi scoprirono che il casolare della famiglia Cavicchi faceva da centro di raccolta per i giovani che volevano entrare nelle fila partigiane. Varie squadre del­la brigata partigiana "Sinigaglia" tentarono a più riprese di spezzare l’assedio e delle circa cinquanta reclute oltre metà riuscirono a fuggire. Venti partigiani furono uccisi e furono fatti prigionieri ventuno persone, fra le quali anche Aronne Cavicchi di quattordici anni ed il nonno Giuseppe. Portati più a valle, in località Sant’Andrea, furono impiccati, tranne due che riuscirono a fuggire.