Archivi categoria: Ricordi per non dimenticare

“25 Aprile 1945”

“25 Aprile 1945”

clip_image001

“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Dal discorso alla radio in cui Sandro Pertini proclama l’insurrezione generale a Milano. Era il 25 aprile 1945.

Gilberto Malvestuto – Brigata Maiella

“Come noi della Brigata Maiella liberammo Bologna

Gilberto Malvestuto

“La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile”

clip_image002

Gilberto Malvestuto

Il 25 aprile 1945 mi colse a Castel San Pietro Terme, a circa 20 chilometri ad est di Bologna, dove dal 22 aprile la prima e la quarta Compagnia della Brigata Maiella – che avevano preso parte alla liberazione di Bologna – si erano ricongiunte al resto del gruppo. In attesa di ordini, la “Maiella” rimase concentrata nella località termale per i successivi mesi di maggio e giugno, venendo impiegata nella bonifica dei campi minati e mantenendo sempre costante la propria preparazione militare con esercitazioni a fuoco e anche ginniche. È alla liberazione di Bologna, però, che è legato maggiormente e indissolubilmente il mio ricordo di quei giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il nostro ingresso nel capoluogo emiliano ebbe inizio all’alba del 21 aprile, quando la prima Compagnia fucilieri e il mio plotone mitraglieri ad essa aggregato iniziarono l’attacco per l’occupazione della città. Con noi operava anche un plotone polacco della terza Divisione Carpazi.

Quel 21 aprile la quarta Compagnia avanzò dalle prime ore del mattino senza ostacoli e senza incontrare resistenza, procedendo parallelamente alla prima Compagnia e proteggendo il fianco di due Compagnie polacche, entrando anch’essa nel capoluogo emiliano tra le primissime truppe liberatrici. La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile. Dalle finestre e dai balconi migliaia di bandiere e drappi tricolori sventolavano al vento di primavera, mentre migliaia e migliaia di volantini che inneggiavano alla Resistenza e alla libertà coprivano il cielo nella loro corsa, volteggiando a lungo sulla moltitudine osannante ed impazzita per la gioia, travolta dall’entusiasmante momento che Bologna stava vivendo per la libertà riconquistata. Facevamo fatica a camminare, all’ombra delle maestose Torri – la Torre degli Asinelli e la Garisenda – cariche di storia antica e gloriosa, a fare da mute testimoni di quella meravigliosa accoglienza riservata a noi della “Maiella” che dal lontano nostro Abruzzo eravamo giunti per portare il dono della fratellanza, della giustizia, della pace universale fra i popoli.

La liberazione di Bologna (da http://www.avezzanoinforma.it/)

Gli uomini della Brigata Maiella transitarono davanti alla popolazione civile accorsa, che durante i lunghi mesi dell’occupazione nazifascista aveva appreso dalla stessa radio della Repubblica di Salò e dalle radio clandestine l’esistenza della nostra formazione partigiana. La gente piangeva, mentre una ragazza, fendendo la folla, mi raggiunse di corsa e mi strinse forte a sé e poi mi disse anche: «Grazie, Tenente». Mi baciò a lungo e poi scomparve, mentre suonava per la prima volta, dopo tanto tempo, il campanone della Torre del Capitano del Popolo, tra lo sferragliare dei mezzi cingolati che stavano sopraggiungendo su via Mazzini e su altre vie che immettono verso il centro storico. Purtroppo la cronica insufficienza di mezzi della “Maiella” impedì che l’unità fosse ulteriormente impiegata nell’inseguimento del nemico, che poteva essere effettuato soltanto da reparti celeri. Nella tarda mattinata del 21 aprile, prima di tornare ai reparti che avevano partecipato alla liberazione di Bologna, e in fase di riordino per concentrarci tutti a Castel San Pietro, fui invitato con premura da una famiglia abitante in un appartamento vicino alle due Torri per consumare un pasto leggero “compatibile” con la scarsità dei prodotti alimentari del tempo. Accettai perché avevo fame! Ero andato avanti smorzando i morsi della fame solo con barrette di cioccolata! Riassaporai il calore della famiglia, con la presenza dei due genitori e delle due loro figliole, mentre il terzo figlio – ufficiale pilota dell’Aeronautica militare del quale non si avevano notizie da tempo – doveva trovarsi nelle Puglie, con il Regio Esercito italiano. Mi accompagnarono, al termine della frugale colazione, fin verso la Garisenda. La mamma, il papà e le loro due ragazze mi abbracciarono affettuosamente e mi sussurrarono, commossi: «Buona fortuna ed auguri!». Questa è la gente emiliana, sempre gentile, ospitale e generosa. È la Bologna che ho sempre tenuto nel mio cuore, è la Bologna che mi aveva ospitato appena due anni prima quando, dal gennaio all’agosto del 1943, vi frequentai il corso Allievi Ufficiali presso il terzo Reggimento Carristi nella Caserma di San Ruffillo.

Spesso, forse perché ripercorro l’ultimo tratto della mia sofferta giovinezza e la nostalgia mi assale, torno all’album dei miei ricordi passati, con le tante foto ormai ingiallite dal tempo che scorre inesorabile, per riandare con la mente e con il cuore ai miei vent’anni, a quando, cioè, la mia seconda Compagnia Allievi Ufficiali di cui facevo parte si trasferiva per le esercitazioni a Rastignano, sul Savena, sul Reno, a Casal de’ Britti e in altre località del bolognese ancora vive nella mia memoria. Non avrei mai immaginato che dopo appena due soli anni quelle due strade le avrei ripercorse, in divisa di Tenente della Brigata Maiella, al comando di un plotone della Compagnia Pesante Mista, tra due ali di folla festante, nel giorno della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista.

Gilberto Malvestuto, partigiano della Brigata “Maiella”

Pubblicato venerdì 22 aprile 2016

Patria Indipendente

Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

I 7 Fratelli Cervi – 28 dicembre tanti anni dopo

28 dicembre, tanti anni dopo

Paola Varesi

clip_image002

28 dicembre 1943. Con Quarto Camurri, i sette fratelli Cervi, Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, figli di Alcide Cervi e di Genoeffa Cocconi, arrestati per il loro impegno antifascista, furono fucilati dai fascisti nel poligono di tiro di Reggio Emilia. Dal loro sacrificio, che rimane uno dei simboli della Resistenza italiana, e dal dolore indicibile della madre e del padre è nata una pagina di storia e di incancellabile memoria, che si incarna oggi nell’Istituto Alcide Cervi di Gattatico (Reggio Emilia).

Sono trascorsi 73 anni.

La loro fucilazione per mano dei fascisti fu il primo grave atto contro i civili del territorio messo in atto dalla appena costituita GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). Un attentato che voleva essere intimidatorio e che al contrario contribuirà ad aggregare la Resistenza intorno alla vicenda della famiglia Cervi.

I Cervi rappresentano di fatto una avanguardia contadina attiva nel contrastare il regime fascista e il suo alleato attraverso l’impegno per un nuovo progetto di convivenza civile, dove sono fondamentali l’aspetto ideale e il dotarsi delle armi della cultura, prima ancora che di quelle proprie.

clip_image004

Quarto Camurri

Insieme a loro viene fucilato anche Quarto Camurri, un disertore della GNR riparato nella loro casa dove entra a fare parte della banda Cervi; insieme ai sette fratelli viene portato in carcere a Reggio Emilia dopo la retata nella casa di Gattatico del 25 novembre 1943. I Cervi capiscono che bisogna guardare anche a chi, come Quarto Camurri, dopo l’8 settembre si è rifiutato di riprendere le armi fasciste.

“La data della fucilazione rappresenta una tappa fondamentale di quel calendario civile che ci consente di fissare gli eventi fondamentali del Novecento, e attraverso le date di quegli eventi, i conflitti, le speranze, le lotte che hanno accompagnato le conquista della democrazia e la costruzione di un senso comune di appartenenza, italiana ed europea. Si tratta di un aspetto di quell’ancoraggio al passato che è stato definito come fondamentale per la costruzione di un senso di condivisione, di cittadinanza e di appartenenza” (De Luna).

La fucilazione dei Cervi ha successivamente contribuito ad alimentare il processo di costruzione del mito, che trova terreno anche nelle commemorazioni annuali che si susseguono già dal dopoguerra, nel coinvolgimento costante agli eventi commemorativi delle istituzioni che avranno un ruolo fondamentale nella trasformazione della casa abitata dalla famiglia Cervi in Museo Nazionale e nella costituzione dell’Istituto Alcide Cervi all’inizio degli anni 70 del secolo scorso.

clip_image005

I sette fratelli

La fucilazione è anche rappresentata in molta pittura della metà degli anni 50, quando l’arte – e quella figurativa in particolare – si incarica di rappresentare fatti, luoghi, donne e uomini della Resistenza contribuendo a fare così storia e memoria in anticipo sulla ricerca, e contribuendo a individuare nella Resistenza un elemento fondamentale per la costruzione della democrazia.

Quello che colpisce, al di là del dato storico, è l’enormità della tragedia della fucilazione di sette fratelli e di un loro compagno di lotta, che diventa memoria collettiva quasi indipendentemente dal lavoro di ‘codificazione’ portato avanti dalle Istituzioni, dall’Anpi, dal partito Comunista, poi dagli studiosi.

Questi due processi insieme ne determinano i forti contenuti simbolici che hanno caratterizzato nel tempo le commemorazioni delle date centrali della vicenda della famiglia Cervi: la fucilazione del 28 dicembre, prima ancora l’arresto del 25 novembre, la scomparsa della madre Genoeffa Cocconi il 14 novembre del 1944, a cui si aggiunge la data della morte di Alcide il 27 marzo del 1970.

La componente simbolica rimane forte anche oggi, e rappresenta un elemento fondante della celebrazione del 28 dicembre, che nel suo svolgersi secondo ‘tappe’ consolidate (gli omaggi ai Cimiteri di Guastalla – dove è sepolto Quarto Camurri – e di Campegine; gli interventi istituzionali al Poligono di Tiro, luogo della fucilazione; e poi la conclusione  al Museo con l’intervento della personalità istituzionale invitata), con il coinvolgimento dei vari livelli delle istituzioni e delle associazioni partigiane, ripropone anche quegli aspetti rituali che sono parte della nascita e del consolidarsi del mito (di ogni mito) dei sette Fratelli Cervi.

Semmai, aspetti di novità, per così dire, attengono alla modalità del coinvolgimento popolare, che punta anche sulla componente emozionale: negli ultimi anni viene organizzata una fiaccolata la sera del 27 dicembre dalla sede del Comune di Campegine al Cimitero, mentre un altro corteo si forma davanti al Muro della fucilazione, con la deposizione di otto rose.

Parallelamente, il lavoro in corso, a cura dell’Anpi provinciale e del Liceo Canossa di Reggio Emilia, di valorizzazione del Muro del Poligono di Tiro entro un ‘percorso della storie e della memoria’ fruibile sempre, e non solo nell’occasione della commemorazione come succede ora, suggerisce che bisogna studiare altri modi di trasmissione, dove il lavoro sui ‘luoghi’ (fruizione, valorizzazione, cura, collegamento) diventa un aspetto centrale su cui riflettere con sempre più attenzione.

Paola Varesi, dell’Istituto Alcide Cervi, responsabile del Museo Cervi

Tratto da

Patria Indipendente

Maurizio Orrù – un Partigiano sardo in Continente

Un partigiano sardo in Continente
Maurizio Orrù
La storia di Pinuccio Tinti, di Monserrato in provincia di Cagliari, combattente della Brigata Mameli nel territorio tra il Valdarno e il Casentino
Guai a dimenticare il passato. Le associazioni antifasciste e resistenziali devono scrivere la Storia senza retorica e senza enfasi. È necessario riappropriarsi della Storia contemporanea italiana, dei suoi personaggi e dei fatti che sono entrati prepotentemente nella memoria collettiva. Partendo da questi saldi presupposti è utile e necessario ricordare attraverso la testimonianza di vita vissuta “i percorsi resistenziali” dei tanti uomini e donne che hanno contribuito in maniera significativa e determinante alla nascita della nostra democrazia. Non ci fu in Sardegna l’attività partigiana per ragioni geografiche, ma per ragioni politiche e militari. Nell’isola non ci fu l’esperienza triste e drammatica contro il nazifascismo che imperversava nel Nord Italia. Ma i sardi hanno contribuito attivamente nelle file della Resistenza italiana e all’estero. In ogni brigata partigiana c’era la presenza degli isolani. La presenza dei sardi nella Resistenza è rappresentata soprattutto dai militari che dopo l’otto settembre 1943, o perché sbandati, o perché bloccati per le oggettive difficoltà di trasporto e di comunicazione con l’isola, si trovavano ad alimentare e contribuire alla formazione delle prime bande partigiane. Molti i sardi coinvolti nelle bande partigiane. «I soldati che nel settembre scorso – scrive Giaime Pintor- traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra e di fatiche. Erano un popolo vinto; ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti (…)».
Molti i sardi nelle bande partigiane. A tal proposito, utile e doveroso menzionare la figura di Pinuccio Tinti (Monserrato, 8 settembre 1924, 24 agosto 2015). Facciamo un passo indietro. Pinuccio Tinti proveniva da una ricca e laboriosa famiglia contadina sarda. Anche Pinuccio fin dalla giovane età faceva l’agricoltore. All’età di diciotto anni, dopo le consuete visite mediche partiva come aviere di leva. Eravamo nel gennaio 1943. La prima destinazione militare di Pinuccio fu l’aeroporto militare di Firenze. Il periodo del servizio di leva, trascorreva, come prassi, con guardie armate ed esercitazioni. Firenze veniva bombardata dagli Alleati il 25 settembre 1943. In questa occasione ci furono un numero imprecisato di morti e di feriti.
 
Con l’armistizio avveniva un generale sbandamento, tanto che i militari restavano senza ordini e disposizioni. Questo stato d’animo d’incertezza gravava sull’intera popolazione italiana. Pinuccio Tinti, assieme ad altri commilitoni prendeva la strada delle montagne. Una fortuita coincidenza permise al gruppo dei militari di incontrare un capitano dell’Esercito di nome Rodolfo Chiosi. Questo ristretto gruppo di uomini, comandati dal Capitano Chiosi, costituiva la brigata partigiana Mameli. Col tempo la Brigata raggiungeva il numero di 240 partigiani. I compiti che perseguiva la Brigata Mameli erano molteplici: protezione e tutela della popolazione civile, riparazione dei caseggiati ed altre incombenze militari. Solo in seguito la Brigata Mameli, inquadrata nei “Volontari della Libertà”, riceveva ordini dal CLN che assegnava una precisa zona di operazioni. I vertici della Brigata erano costituiti dal Comando Brigata e dalla squadra Comando “Varo Falli” affidata a Pinuccio Tinti. La zona di competenza della “Mameli” era il vasto territorio tra il Valdarno e il Casentino, ovvero una zona caratterizzata da una imponente presenza partigiana, che il 15 agosto 1944 liberava con il supporto militare di alcuni reparti regolari inglesi il paese di Loro Ciuffenna (Arezzo). Molteplici gli episodi militari di cui furono protagonisti i partigiani della Brigata Mameli e le forze antagoniste nazifasciste. «(…) Cercavamo sempre – spiega Pinuccio Tinti – ove possibile, di non coinvolgere i civili ma, talvolta, in seguito a qualche nostra azione, ci sono state delle rappresaglie e molte persone hanno perso la vita. Bastava un semplice sospetto a scatenare la reazione dei nemici che portavano le vittime davanti a grandi alberi dove le impiccavano. (….) Sono orgoglioso della mia Brigata, perché il primo nucleo è partito, si può dire, dal nostro gruppo di otto sardi: ci siamo dati da fare in tutti i sensi e siamo sempre rimasti uniti (…)» (tratto dall’intervista rilasciata da Pinuccio Tinti in “Storia e Memoria”, Le scuole in Rete, Nuoro, 2003).
Importanti e degni della massima considerazione gli attestati che ebbe Pinuccio Tinti: “Partigiano Combattente” volontario della guerra di Liberazione, decorato con la Croce al merito di guerra e con la Medaglia di Benemerenza per i Volontari della seconda guerra mondiale. Inoltre il 27.12.1984 veniva conferita al partigiano sardo, l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana (su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Pinuccio Tinti rientrava in Sardegna il 26 ottobre 1944 con destinazione Elmas e, in seguito, il campo d’Aviazione di Monserrato; veniva congedato nel giugno del 1947.
Nel tempo, Pinuccio Tinti non ha mai lasciato gli ideali resistenziali, infatti per anni ha ricoperto il prestigioso incarico di Presidente della Federazione degli ex Combattenti e Reduci di Pirri (Ca) e membro del Direttivo Nazionale della stessa organizzazione. Anche l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) della Sardegna conferiva a Pinuccio Tinti la tessera onoraria. «(…) È un “testimone” importante che ci parla di coraggio, di coerenza, che ci racconta la storia di un ragazzo come noi che ha vissuto anni bui, ha avuto paura, ha tremato, ma che ha combattuto per consentirci di vivere in un mondo libero… anche se non proprio giusto con lui e con quanti hanno rischiato la vita o l’hanno persa per costruirlo (…)» (Storia Memoria”, cit.).
Maurizio Orrù, giornalista, Segretario regionale ANPPIA Sardegna

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”
Gianfranco Pagliarulo
La scomparsa di Primo De Lazzari, “Bocia”. Partigiano a 17 anni e membro del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel. Una vita di impegno sociale, politico, culturale. Determinato e riservato, sempre testimone attivo del suo tempo. La sua lunga collaborazione con “Patria Indipendente”

Nome di battaglia “Bocia”. Leggo ora un suo capitoletto dal volume Io sono l’ultimo, lettere di partigiani italiani, a cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi. Quando scrive “Era metà aprile del ’45. La Brigata Nera di Mestre (XVIII Bartolomeo Asara) vuole catturare lo studente per distruggere il gruppo di ragazzi da lui organizzato mesi prima a Marcon e dintorni. Molti sanno chi è lo studente, ma nessuno parla, nessuno fornisce indicazioni ai militi”. E poi racconta di quello studente finito nella lista dei ricercati e dei suoi persecutori, successivamente processati come criminali di guerra. E ancora scrive degli amici di quello studente. E conclude: “Diciassettenne scolaro, in quell’aprile, lo studente ero io”.
Nome di battaglia “Bocia”, all’anagrafe Primo De Lazzari. Se n’è andato il 15 febbraio, qualche mese prima dei suoi novant’anni di schiena dritta, da quando scelse – allora – il senso della sua vita.
La sua biografia: nasce a Mestre (Venezia) il 23 giugno 1926, giornalista e dirigente della FGCI e dell’ANPI. Col nome di battaglia di “Bocia” era stato giovanissimo partigiano combattente nella Brigata Garibaldi “Erminio Ferretto” e organizzatore del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel.
Dopo la Liberazione De Lazzari ha fatto parte della Direzione della Federazione Giovanile Comunista Italiana e fu segretario regionale della FGCI per il Veneto. È stato Consigliere nazionale ANPI, Vicepresidente dell’ANPI Roma-Lazio e dirigente delle attività per la Memoria storica nelle scuole.
Redattore capo della rivista culturale Conoscersi, è stato uno dei redattori della rivista dell’ANPI Patria Indipendente ed ha scritto numerosi saggi sulla guerra di Liberazione in Italia e all’estero, a cominciare da quello, uscito nel 1977, sulla Resistenza cecoslovacca.
Nel 1981, De Lazzari, ha pubblicato con l’editore Teti Eugenio Curiel. Al confino e nella lotta di liberazione. Con l’editore Mursia ha stampato, nel 1996, una Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza.
Primo continuava a collaborare con Patria Indipendente.
Dunque il “Bocia” ci ha lasciato. In questo numero di Patria Indipendente è ospitata l’intervista ad Anna Assandri, 23 anni, presidente della sezione ANPI di Silvano d’Orba, in provincia di Alessandria. Non c’è più il combattente diciassettenne della Resistenza; c’è la ragazza piemontese che si propone un nuovo dialogo antifascista con le giovani generazioni. Un passaggio di testimone, e di testimoni del tempo. Primo – credo – ha vissuto intensamente, come tutti coloro che hanno scelto il senso della propria vita. E ha vissuto tutte le epoche del suo percorso. Dalla Seconda guerra mondiale al Medioriente in fiamme. Dalla Resistenza alla grande crisi. Del suo tempo è stato quindi testimone attivo, protagonista. Insomma, uomo a trecentosessanta gradi, con la sua specifica e irripetibile umanità. Determinata e riservata, mi è parso. Volitiva e silenziosa. Perché, pur essendo un eccellente oratore, non si perdeva mai nelle parole. Al punto – ha scritto la sua carissima Serena D’Arbela, nostra collaboratrice – che “ci ha lasciato per sempre, in silenzio, come al solito”.
E se n’è andato. Dove, dipende dai punti di vista, dalle concezioni del mondo, dal credo religioso di ciascuno. Certamente ora è in un Pantheon degli umani laico e sobrio, dove riposano i tanti come lui. Quelli che in quegli anni persero la vita sotto le bombe o le torture dei nazifascisti. Quelli che sono scomparsi nei decenni successivi per l’ineluttabile legge che ci fa finiti e provvisori. Quelli, come lui, con la schiena dritta. Il Pantheon della Repubblica democratica nata dalla Resistenza. No, no, nessuna retorica sia chiaro: solo la verità dei fatti che attestano che senza Primo, senza i partigiani, senza quella lotta armata e civile, culturale e sociale, non avremmo avuto il dono di un Paese che, nonostante tutto, si mantiene libero perché ancorato alla Costituzione.
A Primo siamo debitori. A quello che ha fatto. A quello che ha scritto. Vita e opere, si dice. È così. I suoi volumi sono – ancora – una testimonianza di vita, a cominciare da Ragazzi della Resistenza, introdotto da Massimo Rendina, e Le SS italiane, con prefazione di Arrigo Boldrini. Lì dentro come in uno specchio apparivano i giovani di quegli anni: da una parte quelli che avevano scelto di combattere per la libertà e l’eguaglianza, dall’altra coloro – italiani – che giurarono fedeltà ad Adolf Hitler. Partigiani e repubblichini. Se li legga, quei volumi, chi ancora ha la mezz’idea di mettere tutti sullo stesso piano, o chi immagina una Repubblica “terza” rispetto a fascisti e antifascisti, o chi infine pensa che tutto ciò sia “il passato” perché è sordo e cieco. Senza mai sentire, senza mai vedere il ritorno delle idee, delle organizzazioni e delle pratiche più o meno naziste e fasciste che stanno inquinando tanta parte dell’Europa.
Scriveva “Mario”, Pietro Tajetti
Qualcuno voleva impedirti
che altri uomini, altre donne, altri bambini
vivessero in un mondo diverso
fatto di lavoro, di benessere, di felicità
non so se oggi si possa dire
che tutto si sia realizzato,
ma i sogni restano
e quelli nessuno potrà toglierteli
vecchio partigiano.
Sì, Primo. I sogni restano. E nessuno potrà toglierteli, vecchio partigiano. Né a te, né ad altri. Perché i tuoi sogni, “Bocia”, i sogni di uno studente ricercato dalla Brigata Nera, sono oramai diventati i nostri sogni.
Pubblichiamo un video postato su Youtube da Maridarbi l’8 aprile 2012: l’incontro di Primo con gli studenti e le sue appassionate considerazioni. Di Primo De Lazzari avevamo già parlato con l’articolo pubblicato il 16 ottobre 2015 (questo il link: http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/profili-partigiani/primo-de-lazzari-bocia-un-ragazzo-della-resistenza/)

Carmine Nastri – Storia di un giovane partigiano taciturno

Carmine Nastri
Storia di un giovane partigiano taciturno
Giuseppe Lopresti, romano di origini calabresi: la cospirazione, la lotta clandestina, i GAP. E poi via Tasso, la tortura, fino alla morte nel massacro delle Ardeatine. Il ricordo di Claudio Pavone
Nel prezioso libro “LA MIA RESISTENZA – Memorie di una giovinezza”, edito da Donzelli nel 2015, Claudio Pavone ci rende partecipi dei suoi ricordi, delle sue riflessioni. Nelle memorie del periodo 25 luglio 1943-25 aprile 1945 di giovane militante antifascista e partigiano, emergono indimenticabili personaggi che con lui hanno condiviso scelte, dubbi, paura, carcere. Alcuni sono stati per lui guida, maestro.
Più volte ricorre nel libro il nome, il ricordo di Giuseppe Lopresti: un suo caro amico, compagno fraterno di studi e di banco, già dalle prime classi del ginnasio Tasso di Roma ed ancora allo stesso liceo. Poi, all’Università di Roma alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lui condivise momenti e difficili scelte nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quindi l’adesione alla militanza clandestina romana. Claudio Pavone definisce Giuseppe Lopresti “un giovane di straordinaria nobiltà e di finezza d’animo”. A venticinque anni fu ucciso alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 vittime della ferocia nazista. È stato insignito della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Era consapevole Giuseppe Lopresti di ciò che irrimediabilmente gli sarebbe accaduto. Ce lo rivela in poche righe, su un foglietto scritto a matita, senza data, ritrovato tra le sue carte: “Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo e a sedermici davanti: il gatto, svegliato dai miei movimenti, ha stirato svogliatamente le zampe anteriori, incominciando a fare le fusa; …forse continuerà anche dopo. Prima di arrivare alla poltrona ho battuto contro lo spigolo del tavolo, ma non ho avvertito alcun dolore. Sono certo che non durerà molto, per questo ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere per non dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere. Ma questa mia speranza non sarà soltanto follia?”. La redazione (tra i suoi componenti Claudio Pavone) del periodico Incontri, mensile politico culturale, volle pubblicare nell’ottobre 1954 quelle poche righe; nel leggerle, i tanti redattori avevano riscontrato che “il senso umano che le pervade e lo stato d’animo da cui appaiono ispirate le mettono vicino alle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.
Giuseppe Lopresti era un giovane romano di origini calabresi (il padre Antonio, colonnello medico del Regio Esercito, era nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria). L’8 settembre 1943, senza esitazione alcuna, fu tra i primi ad intraprendere la lotta per la liberazione di Roma. Operò nell’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, tra le “Brigate Matteotti”, al comando di Giuliano Vassalli, Giuseppe Gracceva. Nonostante la sua giovane età gli venne affidata ben presto la responsabilità di comando della 6ª zona di Roma che comprendeva i quartieri Appio, Esquilino e Celio. Aveva dimostrato da subito una maturità che sorprese dirigenti e capi militari del Partito Socialista cui aveva aderito. La sua zona fu una delle più organizzate ed efficienti e tutte le azioni che vi si svolsero videro Lopresti affrontare la propria parte di rischio. Lo storico Peter Tompkins ricorda Giuseppe Lopresti eroico capo zona, insieme ad altri 21 partigiani, quasi tutti romani e morti alle Fosse Ardeatine e alla Storta, che diedero con le loro azioni di informatori un considerevole contributo alle forze alleate anglo-americane nel gennaio 1944. Il 13 marzo 1944 Giuseppe Lopresti fu arrestato dalle SS tedesche a piazza Indipendenza. Era sfuggito altre volte alla cattura, anche quando aveva compiuto azioni rischiose. Rimase vittima di un falso appuntamento al quale non aveva voluto sottrarsi. Portato a via Tasso insieme al suo compagno Paolo Possamai, fu torturato e con il suo atteggiamento e silenzio riuscì a salvare la vita a questi. Il partigiano Possamai in un articolo pubblicato sull’Avanti! giovedì 24 aprile 1947, il giorno dopo la concessione a Lopresti della medaglia d’oro, così ricordò la sua salvezza ed il martirio del giovane eroe: “Entrati a via Tasso, fu torturato in una maniera bestiale. Dopo aver rivendicato a sé tutte le responsabilità cercando di scagionare gli altri, non una parola, non un lamento uscì dalle sue labbra. Si ridestò dal suo mutismo quando gli chiesero chi ero. Giurò che non c’entravo affatto con la lotta clandestina. Ero un suo compagno di Università incontrato casualmente dopo tanto tempo. E solo quando si accorse che l’avevano creduto, solo quando fu sicuro di avermi salvato la vita, rientrò nel suo silenzio”.
Da via Tasso Lopresti, sfigurato, “irriconoscibile in quell’ammasso di carne il bel viso ispirato”, fu tradotto al carcere di Regina Coeli. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, fu portato alle cave Ardeatine, luogo del martirio di 335 vittime, uccise per rappresaglia dalle belve naziste. Si concludeva così il suo lungo cammino: la lotta clandestina, la tortura di via Tasso, il terzo braccio di Regina Coeli e quindi le Fosse Ardeatine.
Eugenio Colorni – figura eccelsa di partigiano ebreo, medaglia d’oro della Resistenza, morto il 30 maggio a Roma a seguito di un agguato fascista – gli dedicò un necrologio apparso postumo il 19 agosto 1944 sull’Avanti! (Colorni ed i compagni di redazione decisero di rinviare la stampa del ricordo del partigiano Lopresti per non far apprendere ai familiari, preoccupati ed in apprensione per le sorti del congiunto, dal giornale clandestino che leggevano che Giuseppe era tra le 335 vittime dell’eccidio delle Ardeatine) iniziava con queste parole: “Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni”. Il martirio, l’eroismo, l’ardore giovanile gli valsero la medaglia d’oro che fu consegnata alla madre il 25 aprile1947, secondo anniversario della Liberazione, dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.
Motivazione della medaglia d’oro al valore militare alla memoria (Museo storico di Via Tasso – Roma)
Quel giorno un altro compagno della lotta clandestina, anche lui compagno di studi al Liceo Tasso, lo storico Ruggero Zangrandi, volle ricordare il suo amico Beppe con il seguente scritto, apparso sul giornale La Repubblica d’Italia il giorno dopo: “Quando domandai cosa era successo dei compagni, non riuscii a sapere di tutti. Di Lopresti seppi solo dopo alcuni mesi che era morto alle Ardeatine. Poi seppi il perché. Non dico che mi sorprese, perché la sorpresa non è più dei nostri anni. Mi colpì, tuttavia, la strada che aveva fatto. Lo avevo visto l’ultima volta, nella primavera del 1942, all’Università, sottotenentino in licenza esami. Parlammo un poco di politica, e capii che aveva capito da un pezzo, anche se parlava poco. Parlava sempre poco, per natura. Lo lasciai bruno, smilzo, alto ma quasi disarmato, pur nella bella divisa da ufficiale. Pensai che avrebbe camminato molto, ma che doveva armarsi. Ora mi sono detto quanto ha camminato, da quella mattina di primavera, per una strada che io avevo cominciato solo a percorrere: cospirazione, lotta clandestina, GAP. È saputo andare fino in fondo: via Tasso, la tortura, le Ardeatine. Restando sempre, io credo, oltre che taciturno, disarmato. Anche oggi, che gli danno la medaglia d’oro, Lopresti se ne sta nella povera bara, laggiù alle Fosse, scarno, disarmato – se fosse per lui – taciturno. Non è colpa sua se lo sentiamo parlare di più, dentro di noi, da due anni”.
Claudio Pavone aveva detto dell’amico Giuseppe che aveva lasciato di sé una testimonianza non affidata a scritti, ma solo allo svolgimento esemplare della sua breve esistenza. In essa è anche compresa una delicata storia d’amore con Graziella Ferrero. La signora Graziella ha oggi 93 anni. Vive a Roma nel quartiere Testaccio. Vedova, è madre di due figli e nonna di tre nipoti. Custodisce caramente i ricordi della loro gioventù tragicamente stroncata. Oggi, si fa ancora accompagnare alle Fosse Ardeatine dalla nipote di Giuseppe Lopresti, signora Stefania, e lascia ogni volta sul sarcofago numero quattro un fiore.
La storia del nostro partigiano dimora certo nei ricordi di chi lo conobbe, ma essa, così densa di eventi e di sentimenti, come le storie di tanti altri partigiani, poco conosciute, quasi anonime, ha bisogno di essere memoria e diventare patrimonio delle nuove generazioni di partigiani, consapevoli del debito di riconoscenza verso chi ha sacrificato la propria vita, con l’impegno quotidiano di rigenerarla costantemente.
Carmine Nastri, dell’ANPI di Reggio Calabria

Valido Capodarca – La preziosa testimone di un eccidio

Valido Capodarca

La preziosa testimone di un eccidio

La quercia de “Il Monte” di Castignano.

Molto spesso, a ricordare i fatti e i misfatti degli uomini, anche quando l’ultimo dei testimoni viventi è scomparso, resta un altro genere di creature, viventi anch’esse, ma non dotate di linguaggio, almeno non quello che siamo abituati a discernere con le nostre comuni facoltà intellettuali: sono gli alberi che, al contrario dell’uomo, possono tramandare anche per molti secoli la memoria di ciò che hanno visto.

Uno di questi, è una grande e maestosa quercia, radicata in contrada Monte, comune di Castignano (AP).

La pianta non raggiunge le dimensioni paradossali di alcune sue simili, essendo dotata di fusto di “soli” m. 3,52 di circonferenza, sormontato da un’interessante chioma di 20 metri di diametro; ma dove non arrivano le dimensioni, suppliscono una figura esteticamente molto apprezzabile, e soprattutto le storie, non tutte belle, ma sicuramente importanti, che essa è in grado di raccontare.

Vi si arriva agevolmente da Castignano, prendendo la strada per Ascoli Piceno. Allorché si giunge al bivio per Capradosso, la Quercia ci si para davanti, proprio in mezzo al bivio.

Proprietaria della pianta, è da sempre la famiglia Villa, residente sul luogo ma, a seguito di vari ampliamenti della sede stradale, forse oggi essa entra nella fascia di pertinenza della Provincia. A raccontarci tutto ciò che si conosce sulla storia della Quercia, è Franco Villa, 52 anni. La pianta, al di là dei tragici episodi di cui è stata testimone, è stata una presenza importante nella vita delle varie generazioni dei Villa, che l’hanno sempre considerata quasi come un membro della famiglia.

La forma del primo palco di rami è curiosa e molto caratteristica, assomigliando a un candelabro. Proprio sopra i bracci di questo candelabro, veniva in passato collocata la “fascinara”, vale a dire una catasta di fascine di legna. La collocazione in quel posto aveva la funzione di favorire l’essiccazione della legna stessa e renderla presto utilizzabile nel camino di casa.

C’era, tuttavia, una seconda ragione, recondita e inconfessata. La legna era, nei tempi passati, l’unica risorsa energetica, per riscaldarsi e per cucinare; pertanto, doveva bastare per tutto l’anno, fino a quando, cioè, non si rendeva disponibile quella proveniente dalle potature dell’anno successivo. Il fatto che la catasta fosse collocata in un posto così difficile da raggiungere, se non con l’uso di una pericolosa scala a pioli, era un incentivo a fare economia, e a far durare quanto più possibile le fascine, una volta prelevate.

Secondo quanto asseriva il nonno di Franco, Francesco Villa, combattente della Prima Guerra Mondiale, deceduto nel 1961, la pianta era già esistente, e di belle dimensioni, all’epoca della sua fanciullezza. Sommando il secolo trascorso dall’infanzia di Francesco, all’età che avrebbe potuto avere una quercia già grande, non si va lontani dal vero se le si attribuiscono due secoli di vita.

Sotto l’ombra della Quercia, un monumento commemorativo invita a tacere e riflettere. Fu proprio in quel punto che avvenne l’episodio più tragico fra tutti quelli cui la pianta dovette assistere nel corso della sua bisecolare esistenza.

Dei numerosi, tragici episodi legati alle lotte della Resistenza e alle susseguenti sanguinose rappresaglie nazifasciste, alcuni oggi vengono ampiamente e giustamente ricordati con grandiosi monumenti commemorativi e annuali cerimonie di richiamo (per ricordare qualche nome: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Boves…). Altri, la maggior parte purtroppo, sono rimasti quasi sconosciuti e, con la scomparsa degli ultimi testimoni, oggi ultrasettantenni, corrono il rischio di venire del tutto dimenticati.

Uno di questi episodi “minori”, avvenne, appunto, in località Monte, comune di Castignano.

Era il 16 giugno 1944. Proprio in quei giorni, nel corso di un’azione partigiana, era stato ucciso un soldato tedesco e, come consuetudine e prassi, sulla base degli ordini impartiti da Hitler,il comandante tedesco avrebbe dovuto uccidere dieci italiani per ogni tedesco.

Sennonché, questo comandante, di fede cattolica ed anche osservante della stessa, non ebbe cuore di eseguire gli ordini alla lettera. Effettuato il rastrellamento, e catturati i primi quattro italiani capitati a tiro, li fece condurre proprio sotto la Quercia, dove vennero fucilati.

Per tutti e quattro, è facile e triste immaginarlo, la grande chioma della Quercia, che li avvolgeva con il suo abbraccio materno, fu l’ultima immagine che i loro occhi videro, prima del buio della morte.

Due dei quattro, appartenevano alla famiglia Villa ed uno, Giuseppe, era proprio il fratello di Francesco.

Qualche anno dopo, il 18 maggio del 1950, al termine dell’annuale festa di san Gabriele dell’Addolorata, patrono del luogo, il signor Francesco, che faceva parte del comitato dei “festaroli”, si accorse che erano avanzati dei soldi con i quali egli propose, e ottenne, che venisse eretto, nello stesso punto in cui erano cadute, il monumento a ricordo delle vittime, i cui nomi e i cui volti possono essere letti e conosciuti su una parete dello stesso.

Forse già ora, a 60 anni dall’episodio, non esiste più in vita qualcuno che possa dire: “Io ho visto tutto!”.

Solo la Quercia lo dice, e siamo noi che non la sappiamo ascoltare.

Oggi, la bella Quercia gode di tutte quelle attenzioni che merita per il suo valore naturalistico e storico.

Essa viene periodicamente sottoposta a manutenzione e potature di rinvigorimento e, confessa il signor Franco, egli non incontra soverchie difficoltà, allorché ne fa richiesta, a ottenere l’interessamento del personale della competente stazione forestale, quella di Castignano, e l’intervento di ditte specializzate.

Sandro Pertini proclama lo sciopero generale

pertini
Sandro Pertini
Sandro Pertini proclama lo sciopero generale, Milano, 19 aprile 1945[?·info])
« Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. »

Lido Galletto – Vinca ha pagato col sangue Il suo posto nella storia

Lido Galletto
Vinca ha pagato col sangue
Il suo posto nella storia
 La “marcia della morte” di Walter Reder si inizia il 3 giugno ’44 da Forno di Lucca dove vengono passati per le armi 15 giovani renitenti alla leva; seguono la stessa sorte, sempre nello stesso giorno, 69 ostaggi uccisi sul greto del fiume Frigido. È solo l’inizio. In un crescendo di orrore, il ritiro delle truppe naziste dalla Linea Gotica semina morte: il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema (almeno 560 persone, in prevalenza donne, vecchi e bambini); il 18 agosto a Bardine di San Terenzio (53 civili al mattino e 107 nel pomeriggio, rastrellati in località Valla) e ancora fra il 24 e il 26 agosto Reder con il suo reparto arriva a Vinca. 174 i cittadini inermi trucidati. Il 24 agosto, a Vinca, organizzata dal Comune di Fivizzano, Medaglia d’Argento al V.M., si è ricordato il 60° anniversario dell’eccidio. Alla presenza di molte autorità  tra le quali il Sindaco di Fivizzano Rossetti, il sindaco di Vinca con gli assessori Colonnata, Bassi e Arcangeli e i consiglieri Marcelli e Porcelli, i sindaci di Carrara e Massa e di molti altri comuni lunigianesi – la commemorazione ufficiale è stata tenuta da Fabio Evangelisti presente anche Celso Battaglia, uno dei superstiti dell’efferata strage. Nel testo che segue Lido Galletto, il Comandante “Orti” racconta l’arrivo a Vinca nei giorni successivi alla strage.

 

Era quasi sera, quando improvvisamente Mario Ricci, preso da uno sgomento incontenibile si era precipitato verso Orti prendendogli le mani per premerle contro il suo petto sudato. Dal suo balbettio confuso, Orti non riusciva a capire. Il rude uomo con gli occhi arrossati, si esprimeva a scatti. Poi cominciò un pianto dirotto e portandosi entrambe le palme delle mani sugli occhi, si inginocchiò a terra sussultando con tutto il corpo. Raccontò che il giorno precedente era stato a Vinca e di quanto aveva visto. Poi trainò Dino sulla Tecchia, dal cui crinale ben si vedeva il calcinoso conglomerato urbano del paese di Vinca adagiato su un pianoro erboso nella valle opposta.
Si vedevano bene i muri delle case che si alzavano verso il cielo senza i tetti. Erano tanti buchi neri di una scacchiera contorta, aggrappata alla montagna, sotto le aride cime delle Alpi Apuane, che la chiudevano in un grande semicerchio. All’alba del giorno successivo Orti accompagnato dall’ Alpino Dante Corona di Gignago, decise di andare a Vinca a constatare la verità di quanto Mario Ricci aveva raccontato.
Discesero a precipizio sui crinali erbosi fino a raggiungere il fondo valle, non lontano di Monzone Alto. Il paese era ancora sul promontorio, chiuso nei muri del suo esistere. Tutte le case erano state bruciate dai nazifascisti il 25 agosto. Mancava alla nave di pietra la criniera. Il campanile che si ergeva alto, con l’arroganza del suo esistere sulla prua, non c’era più. Era stato minato e demolito nel pomeriggio del 25 agosto dai nazifascisti.
Il suo precipitare rovinoso si era abbattuto sulla chiesa e la casa parrocchiale, sbriciolandone le coperture . Poco prima dell’evento il sagrestano Veraldo Baroni era stato ucciso dai nazifascisti poco lontano dalla chiesa, dopo avergli fatto suonare per l’ultima volta le campane. I due uomini si incamminarono sul sentiero che si arrampicava dal fondo valle al paese di Vinca. Quando arrivarono il sole era già alto. Si sentiva un vociare languido, come un sospiro. Arrivò improvviso un tanfo feroce di putrefazione. La gente che incontravano balbuziava. Non parlava, le loro labbra tremavano. Dalle loro bocche uscivano solo sospiri. I loro occhi stravolti guardavano lontano nell’infinito.
Tutti i corpi dei caduti erano stati bruciati sul luogo della loro morte. Erano intrasportabili, per il loro avanzato stato di putrefazione. Cataste di legna coprivano i poveri corpi. La carne disfatta dal fuoco scivolava in piccoli rivi giù per i camminamenti, sulle rampe petrose dentro il borgo, impregnando le pietre di quell’odore insopportabile.
Le case bruciate erano rimaste con le occhiaie delle loro finestre a guardare siIenti il cielo. Lo sgomento era insopportabile. Anche l’Alpino con i suoi occhi fanciulleschi rimase allibito, pallido, immobile contro il muro di una casa semidiroccata. Non aveva più la forza di muoversi e Orti dovette scuoterlo violentemente per rianimarlo.
Poi trovarono uno spazio aperto verso la valle, dove all’ombra di un muro si sdraiarono. I loro abiti erano impregnati di sudore. Il malessere fisico che li aveva investiti si esprimeva nella sudorazione estrema dei loro corpi. Si guardavano senza parlare. Giacquero per un lungo tempo, senza avere la forza di alzarsi. Il tempo non aveva più dimensioni. Poi arrivò la sera. Il sole tramontava oltre la Rocca di Tenerano, dalla quale erano partiti all’alba.
Un sibilo di vento si elevava dalle borre profonde della montagna già immerse nell’ombra della sera, lambiva i muri delle case bruciate, penetrava nei pertugi, si arrampicava sibilando, portando il suo sgomento verso le cime taglienti delle Alpi Apuane.
(1) Mario Ricci, classe 1905, residente a Tenerano di Fivizzano, cavatore e pastore, partigiano della “Orti”. Dopo il rastrellamento delle Brigate Nere e dei soldati delle SS tedeschi, del 16°
Btg. del 13 settembre 1944 a Tenerano, passava il fronte. Nel novembre 1944 a Firenze si arruolava volontario nel Corpo di Liberazione Nazionale.
Nei combattimenti per lo sfondamento della Linea Gotica, il 3 aprile 1945 cadeva sul fronte di Bologna.
(2) Testimonianza scritta da Don Andrea Della Bianchina, Parroco di Monzone, a Mons. Carlo Boiardi, Vescovo della Diocesi di Massa Carrara e Pontremoli nel 1946 a richiesta del medesimo.
(3) Dante Corona, classe 1920, partigiano della “Orti”, si suiciderà con un colpo di fucile il 31 dicembre 1949 nella sua casa a Gignago di Fosdinovo.