Archivi categoria: Ricordi per non dimenticare

Ricordando Camillo De Piaz il coraggioso frate combattente

Ricordando Camillo De Piaz il coraggioso frate combattente
Camillo De Piaz, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, braccio destro di padre David Maria Turoldo, partigiani durante la guerra, coraggiosi punti di riferimento per l’opposizione cattolica al nazifascismo, è morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Sondrio, dove era stato ricoverato d’urgenza per un improvviso malore. Avrebbe compiuto 92 anni il 24 febbraio. I funerali si sono svolti il 2 febbraio, nella basilica della Beata Vergine di Tirano (Sondrio), dove padre Camillo viveva dal 1957, quando, su pressione del Sant’Uffizio, fu costretto a ritirarsi perché considerato “scomodo” a causa delle sue simpatie marxiste e il suo dialogo con i comunisti. Nell’immediato dopoguerra, con un gruppo di amici intellettuali, padre Camillo e padre David Maria fondarono presso il convento di San Carlo a Milano la “Corsia dei Servi” della quale animarono per anni l’attività culturale (conferenze, editoria, cineforum, mostre) attorno alla omonima libreria che divenne un punto di riferimento del mondo culturale cattolico e non, soprattutto durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per anni padre Camillo seguì le attività della “Corsia dei Servi” dividendosi fra Madonna di Tirano e Milano. In ambito editoriale collaborò come consulente con le case editrici Mondadori, Vallecchi, Il Saggiatore e Bompiani ed è stato autore di numerose traduzioni dal francese fra cui Agonia della Chiesa?, lettera pastorale del 1947 dell’arcivescovo di Parigi cardinale Emanuele Suhard (1948), Il Cristo dilacerato di Jean Guitton (1964) e – a richiesta di Paolo VI, quando ormai i sospetti su di lui erano caduti – l’enciclica Popolorum Progressio (1967). Padre Camillo è stato membro della giuria del Premio “Gallarate”, del Premio di poesia “Clemente Rebora” e, fino alla morte, del Concorso Letterario Renzo Sertoli Salis. Nato a Madonna di Tirano nel 1918, Camillo De Piaz divenne frate dei Servi di Maria nel 1934 e fu ordinato sacerdote nel 1941.Durante gli studi ginnasiali incontrò David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria come lui, a cui lo legò una straordinaria fraternità di esperienze e di ideali per tutta la vita. Nella condizione di frati e di studenti dell’Università Cattolica di Milano, entrambi parteciparono attivamente alla Resistenza, esperienza che segnò profondamente la loro vita e motivò il loro costante impegno democratico. Insieme si dedicarono all’assistenza ai perseguitati e alle loro famiglie ,parteciparono ai gruppi animatori del giornale clandestino L’Uomo e del Fronte della gioventù, movimento unitario antifascista in cui confluirono giovani cattolici e comunisti e di altre formazioni politiche. Nel 1957 a causa dei suoi contatti con il Fronte della gioventù e con i Comunisti Cattolici viene allontanato da Milano per disposizione del Sant’Uffizio e assegnato al convento di Madonna di Tirano. Contro di lui anche l’accusa di aver accettato l’incarico di consigliere della Casa della Cultura di Milano diretta dalla comunista Rossana Rossanda.
Cambiati i tempi nella Chiesa, e vista ormai l’attività di padre De Piaz non più come sospetta, ma fortemente anticipatrice dello spirito conciliare, padre Camillo visse una nuova stagione di impegno dopo il 1968. Ma nuovi motivi di contrasto con la gerarchia cattolica si registrarono anche negli anni successivi. Nel 1973 padre Camillo ricevette dalle mani del segretario del Pci Enrico Berlinguer al Palalido di Milano il «Premio Eugenio Curiel» che gli viene assegnato con la seguente motivazione: «Sacerdote, militante antifascista, compagno di lotta di Curiel, ha saputo unire nel fuoco della Resistenza e nell’impegno civile dalla Liberazione ad oggi le aspirazioni convergenti di libertà e di progresso del popolo italiano espresse da componenti ideali diverse». Nel 1975 la «Corsia dei Servi» venne allontanata dalla chiesa di San Carlo di Milano, continuando come istituzione privata e nel 1977 i Servi di Maria,e in particolare padre De Piaz, vennero allontanati dal Santuario di Tirano: solo nel 1988 il frate fu reintegrato in tutte le sue funzioni sacerdotali. Nel 1995 gran parte dei suoi scritti d’occasione venne raccolta nel volume «Il crocevia,la memoria». Autore di vari libri a commento della Bibbia e dei Vangeli. Nel 2006 è uscita la sua biografia a cura dello storico Giuseppe Gozzini dal titolo Sulla frontiera. Camillo de Piaz, Resistenza , il Concilio e oltre

Tratto da
Patria Indipendente
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Wladimiro Settimelli – Quel socialista e irredentista di Cesare Battisti

Quel socialista irredentista di Cesare Battisti

Wladimiro Settimelli

Una fotostoria a cento anni dalla sua scomparsa. Trentino, parlamentare, rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. Durante la guerra viene catturato assieme a Fabio Filzi. Entrambi condannati per tradimento, sono giustiziati per impiccagione

Forse mentre sentiva il laccio del boia Josef Lang che, lentamente, gli stava togliendo la vita, Cesare Battisti avrà intravisto quella macchina fotografica che, senza alcuna pietà, stava riprendendo la sua agonia. L’aveva sicuramente vista prima, quando l’avevano portato giù in mezzo ai picchetti militari. Era in mano – dicono – all’aiutante di Lang e tutti, ufficiali e soldati austriaci, si erano affollati intorno a lui, immobile sulla forca, per farsi riprendere con la faccia sorridente, in quell’ultimo clic. Ne verrà fuori una sequenza terribile, rarissima per l’epoca, che sarà stampata in migliaia di copie poi diffuse in tutto l’impero per far vedere come la giustizia militare austriaca aveva punito un “traditore”, uno che era passato dall’altra parte. Erano le 17 del 12 luglio 1916, cento anni fa e la grande e terribile guerra mondiale era in corso su tutti i fronti con i massacri che tutti conoscono.

Il luogo dell’uccisione di Battisti e di Fabio Filzi era il fossato del Castello del Bonconsiglio a Trento, la città dove l’ex deputato socialista, irredentista e interventista democratico, era nato e aveva svolto la sua attività politica e culturale in difesa degli italiani e per l’unità del Trentino al Regno d’Italia.

Dopo la condanna per “alto tradimento” (era un suddito di Francesco Giuseppe) Battisti, in cella, aveva chiesto di essere fucilato e non impiccato e di essere consegnato nelle braccia del boia nella sua divisa da ufficiale degli alpini. Insomma, voleva essere trattato come un soldato fatto prigioniero e non come una qualunque spia o un traditore sorpreso casualmente in mezzo alle linee militari. Ma non fu accontentato: lo portarono alla forca con un vestitaccio borghese comprato in un grande magazzino, troppo largo e stazzonato. Non solo: appena preso prigioniero lo avevano fatto sfilare nel centro della città, come un trofeo da esibire, in divisa, e sopra ad una carretta, mentre la gente, al lato delle strade, lo insultava e lo copriva di sputi. Una infamia che ancora oggi mette i brividi perché Battisti era un soldato, un vero combattente, catturato nel corso di una azione militare.

Era nato proprio a Trento il 5 febbraio del 1875. Ultimo di otto figli e con un padre commerciante agiato, Cesare, già al liceo, si era sempre espresso a favore dell’Italia e vedeva nella guerra – come dirà più tardi – il completamento del Risorgimento. Era una posizione comune di tanti socialisti e cattolici dell’epoca.

Nel 1893 Cesare si trasferisce a Firenze dove frequenta l’Istituto di studi superiori e conosce Gaetano Salvemini ed Ernesta Bittanti che sposerà nel 1899. Poi, per un breve periodo, è a Torino, ma torna di nuovo nel capoluogo toscano dove entra in contatto con gli ambienti socialisti e si laurea in lettere e scienze sociali con una tesi sul “suo” Trentino. È ormai un geografo esperto e partecipa a molti convegni e scrive sulle pubblicazioni specializzate. Pubblica anche una serie di libri che vengono accolti con notevole successo. Racconta delle valli e dei monti della sua regione, si occupa attivamente di cartografia e di tutta una serie di indagini economiche e sociologiche. Pare avviato alla carriera accademica, con la stima di tanti geografi illustri. Invece, torna a casa e comincia una intensa attività politica. Diventa direttore, sin dal primo numero, del quotidiano socialista trentino “Il popolo” del quale diverrà anche proprietario. Partecipa attivamente alle battaglie degli studenti che chiedono una libera università italiana a Innsbruck. Nel 1911 è candidato socialista a Trento e viene eletto nel parlamento di Vienna e poi deputato del Trentino nella dieta del Tirolo. L’8 agosto del 1914, Battisti rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. In quel periodo vive a Milano con la moglie e tre figli ed è un periodo di mille ripensamenti e angosce. I socialisti sono contro la guerra “capitalista” ma lui, appunto, è dalla parte dei tanti interventisti democratici. Un giorno, per proteggere un suo comizio, la forza pubblica spara e ammazza due giovani socialisti. Per Battisti è una nuova crisi: “Quei ragazzi – racconta alla moglie – erano due miei compagni e, per colpa mia, sono morti. Che devo fare?”.

Quando l’Italia entra in guerra contro l’Austria, Cesare si presenta al distretto militare di Milano e si arruola come soldato semplice negli alpini. Poco dopo viene promosso sottotenente. Poi diventa tenente e comandante del battaglione “Vicenza”. Sui monti, da esperto geografo, è di grande utilità per lo stato maggiore italiano, ma non piace ai generali: è troppo indipendente e sempre dalla parte della truppa. È anche un ex deputato socialista e questo non lo aiuta. Così Battisti, preferisce la prima linea ed è proprio in prima linea, nel corso della battaglia degli altipiani, che viene catturato dagli austriaci mentre prepara i piani per la riconquista del Monte Corno, un cucuzzolo che, da 1761 metri, domina la Vallarsa e i contrafforti occidentali del Pasubio. Con lui viene preso anche Fabio Filzi, altro irredentista ben conosciuto dalle autorità austriache.

Il processo è istruito immediatamente contro i due “traditori” ed è un processo farsa perché, fin dal giorno prima della sentenza, il boia Josep Lang era già stato fatto arrivare in città. Si farà fotografare, con una assurda bombetta in testa e con un lieve sorriso sulla faccia ripugnante, tenendo sotto di sé, sulla tavola dell’impiccagione, il corpo di Battisti appena ucciso.

La moglie di Battisti (che riceverà una medaglia d’oro alla memoria) nel periodo del primo fascismo, si scontrerà spesso con Mussolini perché il duce voleva fare, del martire socialista, un antesignano della “nuova Patria” e del regime. Ma lei si opporrà comunque.

Wladimiro Settimelli, giornalista, già direttore di Patria Indipendente

 

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Impiccagione di Cesare Battisti

Trento

Giovanni Pesce – Milano, cronaca di un gappista

Milano, cronaca di un gappista
Giovanni Pesce
Febbraio, marzo, aprile, e poi la Liberazione nelle memorie di Giovanni Pesce, “Visone”, comandante della 3ª brigata GAP “Rubini”, Medaglia d’Oro al Valor militare
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Giovanni Pesce, “Visone”, con Onorina Brambilla, la partigiana “Sandra”, che nel luglio 1945 divenne sua moglie
Il 28 febbraio tre gappisti, eludendo la vigilanza della sentinella, collocano all’altezza di Affori, sulla linea ferroviaria Milano-Torino una bomba interrompendo il traffico per parecchie ore. Marzo si avvicina e la liberazione è nell’aria, annunciata da fatti, dai discorsi della gente sui tram o davanti ai negozi in attesa della distribuzione dei generi tesserati.
Si impreca al fascismo quando appaiono le squadre delle brigate nere. Le donne, davanti agli spacci, maledicono la guerra, il fascismo, Hitler. Sempre più spesso si ode la frase: «sta per finire», oppure «la va a pochi». Le spie e i delatori si danno ancora da fare, molti cittadini vengono ancora incarcerati o deportati in Germania. Ma la gente ha meno paura. Soprattutto gli operai delle fabbriche rispondono ad ogni provocazione fascista, manifestando apertamente l’opposizione al regime organizzando veri e propri comizi all’interno delle officine. Scioperi e manifestazioni per la difesa del diritto alla vita, per il pane si succedono ovunque. La parola d’ordine è: “farla finita con i nazifascisti”. I gerarchi fascisti che in alcune fabbriche cercano di intimorire le maestranze, sono interrotti al grido di “A morte il fascismo! Via i tedeschi! Basta con la guerra!”.
Il primo marzo mi incontro con Clocchiatti (Ugo) che mi informa dell’uccisione di Curiel, vicino a piazzale Baracca. La notizia si diffonde rapidamente in città: hanno ucciso Curiel, il fondatore del Fronte della Gioventù, il direttore dell’Unità.
Avevo conosciuto Curiel a Ventotene nel 1940: ne ricordavo la figura slanciata, l’affabilità, la viva intelligenza, l’abitudine di tenere sempre un libro in mano. Lo incontravo spesso con Frausin, l’operaio di Trieste che fu poi bruciato vivo dai tedeschi nel 1944. Avevo rivisto Curiel nel luglio del ’44 in via Marcona, con Dozza. Li scortai da lontano senza avvicinarmi. Curiel aveva saputo forse più di ogni altro capire i giovani, spronarli alla lotta aperta; solo così, diceva, i giovani potranno formarsi la coscienza per continuare poi, su un piano diverso, la battaglia per la libertà e la democrazia.
Per la 3ª GAP l’uccisione di Curiel è un nuovo motivo per intensificare gli attacchi. I gappisti sono mobilitati 24 ore su 24. I fascisti e i tedeschi sentono ormai prossima la fine, sospettano di tutto e di tutti, rimangono chiusi nelle loro caserme. E quando ne escono, camminano in gruppo, guardinghi, armati fino ai denti. Ma ormai l’iniziativa è nostra. Sono del marzo 1945 l’esecuzione del colonnello Cesarini, il boia della Caproni, del sottufficiale rastrellatore della GNR Angelo Contini, del maresciallo della Wehrmacht che si distinse nelle repressioni nel quartiere Lambrate, del noto squadrista Romualdo Papa; l’esecuzione di alcuni ufficiali della “Resega”, comandanti di reparti che si distinsero negli ultimi feroci rastrellamenti contro le brigate partigiane di montagna. E ancora: l’attacco e la quasi eliminazione di una nota spia la cui attività era costata la vita a numerosi patrioti; l’azione contro un ritrovo fascista, in via Delfico; il recupero di armi in casa di un noto fascista, sulla strada di Novate Milanese; il disarmo di diversi fascisti della X Mas.
Le azioni incessanti dei gappisti agevolano le agitazioni degli operai. In questo clima, il 28 marzo, scendono in sciopero i lavoratori di oltre cento fabbriche milanesi. La parola d’ordine è “Basta con la guerra, via i tedeschi, morte ai fascisti”.
I comandanti delle brigate nere, della Muti e dei reparti tedeschi schierano davanti alle fabbriche militi, soldati, SS. Gli operai non li temono più. Numerosi comizi e manifestazioni vengono organizzati nonostante le repressioni, le minacce, gli arresti. E mentre gli operai manifestano, i partigiani della 3ª GAP e le squadre SAP attaccano: industriali collaborazionisti, spie, militi, repubblichini, soldati e ufficiali tedeschi, seviziatori delle SS vengono abbattuti in pieno giorno per le strade, nelle loro case, davanti alle caserme. E le caserme stesse vengono attaccate con rapide azioni di squadre di due o tre uomini. Gli spari delle pistole e lo schianto delle bombe preannunciano la fine della tirannia.
In una delle ultime azioni cade Giancarlo, un gappista giovanissimo.
Giancarlo, minuto, magro, dall’aspetto insignificante, lento nell’esprimersi era molto astuto, pieno di sensibilità e di coraggio. Giancarlo e Mantovani avevano attaccato in pieno giorno la caserma di via Cadamosto tirando bombe e sparando raffiche di sten contro i briganti neri che stavano davanti alla porta, dietro sacchetti di sabbia. Continuano a sparare anche quando i fascisti reagiscono; bloccano col fuoco chi tenta di uscire, o si affaccia alla finestra. Poi i due ragazzi tentano la fuga in bicicletta. Mantovani si allontana. A Giancarlo si rompe la catena. Circondato continua a sparare fino a quando è colpito. Cade a terra e con lo sten costringe ancora gli inseguitori a rifugiarsi nei portoni; si rialza, riprende a correre; si lascia di nuovo cadere a terra, fingendosi morto. Nelle mani stringe una sip, a cui ha già tolto la sicura. Quando il gruppo dei fascisti gli è vicino lancia la bomba. Catturato, pochi minuti dopo, portato in caserma, gli promettono di salvarlo se rivela dei nomi. «Se non parli, non rivedrai più la tua famiglia».
Dopo tre ore di interrogatorio e di torture, Giancarlo viene portato fuori, appoggiato al muro di fronte alla caserma. Mentre i briganti neri puntano il fucile, Giancarlo grida: «Viva i partigiani! Compagni andate avanti».
Sembrano frasi ricostruite dalla leggenda. Invece Giancarlo è proprio morto così. Lo abbiamo saputo dai medesimi briganti neri che lo hanno ucciso quando, poche ore dopo, abbiamo dato l’assalto alla caserma di via Cadamosto e i responsabili della fucilazione di Giancarlo, prima di morire, ci hanno restituito la statura ideale del nostro compagno.
L’insurrezione è nell’aria: le strade sono affollate; fascisti e tedeschi circolano a bordo di mezzi blindati, i loro visi tesi. “Arrendersi o perire”, ammonisce l’ultimo manifesto. Non c’è scampo per chi non butta subito le armi.
È il 24, il giorno in cui si spara. Non sono più piccole squadre di GAP ad attaccare. Gruppi di cittadini armati si scontrano con il nemico in veri e propri combattimenti.
All’Arcivescovado si svolgono trattative, i fascisti chiedono “garanzie”, una resa condizionata. La città è un fermento: a Niguarda una squadra di GAP e di SAP dà l’assalto ad una caserma di repubblichini.
Nel pomeriggio del 24, all’ingresso dell’abitato di Niguarda, da un camion tedesco partono raffiche di mitra: alcuni proiettili colpiscono mortalmente la compagna Gina Bianchi, staffetta del comando regionale.
La sera mi incontro con Busetto, comandante dei SAP. Mi dice che l’ora dell’insurrezione è vicina. Mobilito tutte le staffette e trasmetto a mia volta l’ordine a tutti gli uomini della 3ª GAP: «pronti per l’insurrezione. I fascisti e i tedeschi che non si arrendono devono essere colpiti».
Trascorro alcune ore su una sedia a sdraio in un appartamento di via Macedonio Melloni, sede del comando della 3ª GAP.
Di tanto in tanto mi alzo e spio dalla finestra la strada. C’è del movimento. Fascisti che fuggono o fascisti che si preparano a difendersi? Verso il mattino mi addormento. Mi sveglia il trillo del telefono, all’alba. È Vergani. Pronuncia le parole che aspetto ormai da tanto tempo. Il momento è giunto. Tutte le pene, i lutti, le persecuzioni stanno per finire. Mi pare impossibile. Non avrei mai immaginato di ascoltare al telefono quelle parole dalla voce di Vergani: «La città insorge, agisci con la tua brigata secondo il piano stabilito». Forse mi ero sempre figurato che le parole fossero gridate da un altoparlante alle folle sulle piazze.
Milano, 25 aprile 1945
Scendo in strada. È il 25 aprile. C’è gente. Ci sono operai armati, squadre di giovani che corrono verso le caserme abbandonate nella notte dai fascisti. Vogliono anch’essi, questi ragazzi, impugnare un’arma. Il nemico non è ovunque battuto: asserragliato nei fortilizi e nei punti strategici, tenta la fuga su mezzi corazzati.
Dalla Casa dello Studente, in viale Romagna, sparano. Alcuni giovani tentano di snidarli. Trecento metri più avanti, in piazza Piola, squadre di operai armati hanno occupato la Olap, la loro fabbrica, e sono pronti a difenderla dalla distruzione. Finalmente mi sento in un mondo pieno, completo, vivo. Io che per mesi senza fine ho lottato con piccoli gruppi di tenaci patrioti; io che per mesi mi sono mosso come un’ombra, isolato, senza contatti se non quelli (tanto rari e fuggevoli da sembrare irreali) con esponenti del comando regionale, con le staffette o con pochi altri compagni della brigata; io, in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento come immerso in un grande mare di affetto. Fino a ieri ho camminato nelle strade di questa grande città considerando i passanti potenziali nemici, dubitando di tutti, sospettando di ognuno. Oggi, confuso in questa folla amica, è come se uscissi da un incubo. […]
È un grande giorno. È il grande giorno.
C’è tutta la città che corre che grida, che risorge. Per ore e ore le squadre dei GAP e dei SAP, degli operai, dei giovani, in attesa delle formazioni di montagna in marcia verso Milano, corrono da un quartiere all’altro per eliminare un nido di resistenza fascista, per arrestare un gerarca, per costringere alla resa un reparto tedesco.
Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci, a informarci, c’è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia, e grida: “Viva i partigiani”.
(Tratto dal libro di Giovanni Pesce «Senza tregua – La guerra dei Gap», Editore Feltrinelli, 1973)

Valerio Tosi e la battaglia di Riva del Garda

Valerio Tosi e la battaglia di Riva del Garda
I. B.
Classe 1928. La Brigata “Cesare Battisti”. L’assassinio dei suoi compagni di scuola. La conquista di Riva. La Liberazione e i partigiani-operai dell’officina X Fiat. Fra Italia e Norvegia, a occuparsi di reattori e acqua pesante
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Valerio Tosi di fronte alla foto della brigata “E. Impera”, dopo la liberazione di Riva. Il giovane Valerio è il ragazzo col maglione bianco
16 dicembre 2014, Valerio Tosi è a Padova per il funerale del fratello Giorgio. Pronuncia poche parole: del fratello rammentava su tutto un abbraccio – quello scambiato a liberazione di Riva e di Giorgio avvenute – improvviso, inaspettato, col mitra ancora al collo, a intralciare l’affetto di due fratelli ritrovati, sopravvissuti alla guerra.
Infanzia e adolescenza – Valerio Tosi nasce a Rimini il 5 ottobre del 1928, secondo di quattro fratelli: Giorgio (classe 1925), Gabriella e Franca.
Il padre, guardia forestale militarizzata durante la guerra, si sposta molto per lavoro, fino a giungere, con la moglie Carla Casalotti e i primi tre figli, a Riva del Garda nel 1938. Lì, pochi anni dopo, Valerio si iscrive – come suo fratello – al Maffei, dove – come scrive Giorgio Tosi nel suo Zum Tode – «i giovani del “Littorio” entrati balilla al ginnasio si trovarono presto al liceo, adolescenti e avanguardisti ma con la divisa che urticava, la mente arrovellata, l’animo turbato» (1); furono alcuni dei loro professori a «svegliare dal letargo» i ragazzi: Leonardi, Gori e Franchetti.
Al professor Gori, insegnante di lettere, «bastava una terzina di Dante ad accendere gli animi contro il tiranno, rivelando all’insegnante sgomento e felice che i suoi alunni si stavano trasformando anche per suo merito in apprendisti uomini, insofferenti al regime, pronti a ribellarsi»; Gastone Franchetti (leva 1920), invece «aveva un fisico atletico, perfetto, da statua greca. Era spavaldo e tenero, rude e generoso, incolto e irrequieto. Fascista, volontario in guerra, alpino e valoroso soldato, torna a Riva con un alone di leggenda per le sue imprese in battaglia», (2) insegna educazione fisica.
Gli studenti sono affascinati da questi loro professori, così diversi e complementari, che si conoscono e simpatizzano in breve.
Da “Figli della Montagna” a “Fiamme Verdi”: la brigata “Cesare Battisti” – Molto prima dell’armistizio, Franchetti prende una posizione netta sul regime e – sicuro ormai di poter contare sulla loro fiducia – la palesa ai suoi ragazzi, inventandosi anche i “Figli della Montagna”, un’associazione che accompagnò la «delicata trasformazione dei giovani studenti da fascisti ciechi a fascisti critici, e infine ad antifascisti» (3).

Alcuni dei compagni più stretti di Valerio e suo fratello, in quel periodo, erano Eugenio e Romana Impera, Enrico Meroni, Renato Ballardini, Giulio Poli e Luciano Baroni.
Nell’ottobre ‘43 i “Figli della Montagna” si trasformano nelle “Fiamme Verdi”-Brigata “Cesare Battisti”, vero e proprio movimento clandestino di Resistenza, Franchetti assume il nome di battaglia di “Ettore Fieramosca” e altri uomini entrano nell’organizzazione, tra cui il comunista Dante Dassatti (“Dario”) e il padre dei Tosi, Alessandro.
Si stabiliscono contatti coi gruppi partigiani lombardi e veneti, col CLN milanese; si stringono poi i nodi di una rete che – nei comuni limitrofi – collega i resistenti di Riva al movimento operaio, al PCI, al PSI, ai gruppi di GL.
L’eccidio del 28 giugno 1944 – Purtroppo però nemmeno la presenza prudente e guardinga di Dassatti riuscì a scongiurare l’infiltrarsi, nella brigata, di una spia. Fiore Lutterotti, amico di Franchetti, gli si presenta nell’aprile del ’44, asserendo di essersi arruolato nelle SS per salvarsi la vita dopo l’8 settembre (che lo aveva colto in Germania) ma di essere un amico dei “ribelli”, capace – con la sua tessera delle “teste di morto” – di farli passare dappertutto, anche armati.
Franchetti gli crede, l’inganno riesce e porta – nel giugno del ‘44 – alla cattura e alla morte di decine di persone.
La politica del gauleiter Hofer per il Trentino era stata, dopo l’armistizio, particolarmente morbida e tollerante con i civili, la contropartita però era l’obbedienza assoluta e l’assenza totale di focolai di Resistenza in un Trentino strategico, per cui passava la linea del Brennero, vitale per la Wehrmacht.

Per questo era necessario stroncare sul nascere ogni organizzazione clandestina avversa al nazi-fascismo.
All’alba del 28 giugno 1944 a Riva e nei comuni vicini, reparti della polizia di sicurezza e del battaglione Bozen, guidati dalle SS, trucidarono 11 partigiani e ne arrestarono a decine.
Vengono arrestati, tra gli altri, Gastone Franchetti e Giorgio Tosi.
Viene freddato, sorpreso e assonnato nella stanza da letto, il diciannovenne Eugenio Impera; viene torturato e ucciso nella sede della Feldgendarmerie di Riva il coetaneo Enrico Meroni. A molti altri venne riservata la stessa sorte.
Franchetti verrà torturato e infine fucilato per rappresaglia il 29 agosto del 1944 a Bolzano.
I fratelli Valerio e Giorgio Tosi sono sorpresi mentre dormono. Prelevano soltanto Giorgio (che finirà in carcere prima a Trento, poi Bolzano e Silandro), cosicché Valerio – allora sedicenne – può correre subito dopo ad avvisare le famiglie di altri due compagni, che così si mettono in salvo.
Restano pertanto, nella casa dei Tosi, soltanto le donne: la nonna Cecilia, la madre Carla e le due sorelline Franca e Gabriella; il padre era già stato incarcerato per la soffiata di un suo milite che lo accusava di reperire materiale per i partigiani.
La battaglia di Riva e la Liberazione – Tra l’autunno 1943 e il giugno 1944 le gallerie della Gardesana Occidentale erano state trasformate in un impianto di produzione bellica.
La brigata “Cesare Battisti”, distrutta con l’eccidio del giugno ’44, rinacque nel nome di uno dei suoi caduti: “Eugenio Impera”, ora brigata garibaldina guidata dal comunista “Dario”. Valerio ne è membro ed è inviato al tornio dell’officina X della Fiat, in una delle gallerie della Gardesana. Si tratta di un’officina “particolare”, gestita in pratica da operai partigiani: le macchine si inceppavano, pochissimi pezzi uscivano di lì e il boicottaggio era ben camuffato.
Riva, nei giorni convulsi dell’aprile 1945, fu liberata, occupata, nuovamente liberata.
Il 25 aprile comincia la ritirata di massa delle truppe tedesche dall’Italia, ma i nazisti difendono Riva ad oltranza; il Comando partigiano decide di sferrare l’azione decisiva nelle primo pomeriggio del 28 aprile.
I tedeschi, però, ricattano i garibaldini minacciando di scaricare le loro batterie sulla città: Dario decide che è una posta troppo alta e si ritira coi suoi alle periferie di Riva. Da Salò giungono, di rinforzo ai tedeschi, i repubblichini.
Durante la battaglia per la liberazione di Riva, Valerio Tosi si trovava in piazzetta Marocco (nel centro storico del paese) e lì vide transitare, marziali, i partigiani-operai dell’officina X Fiat, anch’essi ora agli ordini di Dario. Poco dopo, in uno scontro in via Montanara, cadeva uno di loro, Cesare Maffiodo operaio di 22 anni. Poco distante, vicino a via Fiume, cadono Alvaro Bellettati, un altro operaio di 25 anni, e Andrea Berlanda.
Le forze partigiane arretrano verso Deva, Pranzo e Tenno, da dove si può comunque sbarrare la ritirata ai tedeschi.
Intanto dalle pendici del monte Baldo avanzano gli alleati; la mattina del 30 aprile il battaglione partigiano libererà, da solo, definitivamente Riva. Un’ora dopo circa arrivano le prime pattuglie canadesi.
Valerio, assieme a Ervino Betta (il cui padre era stato ucciso dalle SS il 28 giugno ’44), deve andare a prendere il gauleiter di Riva, Kuhne, scortato incolume fino al Comando partigiano.
Ai partigiani viene concesso di restare armati in città per circa un mese, è per questo che il mitra di Valerio si mette di traverso nell’abbracciare il fratello Giorgio, che il 3 maggio aveva ottenuto il lasciapassare per uscire dal carcere di Silandro e tornare finalmente a casa.

E dopo? – Valerio si laurea in fisica a Roma, si specializza in fisica nucleare e diviene assistente di Amaldi, ma guadagna troppo poco, così tenta di lavorare nell’industria.
Si presenta alla Bombrini Parodi Delfini, il colloquio va bene, le proposte sono per ruoli dirigenziali, ma alla fine gli chiedono di avere le carte militari. Al secondo colloquio Valerio si sente dire che, data la sua qualifica di partigiano combattente nella brigata Garibaldi “Eugenio Impera”, non potrà avere il posto. Erano gli anni di Scelba.
Fortunatamente, grazie all’Euratom, Valerio può partire per la Norvegia, un po’ amareggiato – però – dato che la Patria per la cui libertà aveva combattuto non lo accettava proprio per il suo passato partigiano.
Dopo sette anni rientrerà in Italia, dove lavorerà per il CNEN (poi ENEA) per mettere in piedi il CIRENE, il reattore di concezione italiana.
Riceve la croce di guerra al valor militare.
Valerio Tosi in piazzetta Marocco, teatro di feroci scontri durante la battaglia di Riva
Nell’84 si riapre la possibilità di tornare in Norvegia, sempre con un contratto ENEA, così Valerio arriva ad Halden, a occuparsi di “acqua pesante”, che in Norvegia si produceva anche durante la guerra, quando i tedeschi tentarono di appropriarsene, fermati dai partigiani norvegesi grazie ad una mirabolante azione.
Nel frattempo incontra e sposa Unni.
Tornano spesso, però, in Italia, a Riva. L’8 luglio 2015 Valerio ha raccontato di nuovo la sua straordinaria storia sulle sponde del lago di Tenno.
Giorgio Tosi, Zum Tode – a morte, Ibisk

“25 Aprile 1945”

“25 Aprile 1945”

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“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Dal discorso alla radio in cui Sandro Pertini proclama l’insurrezione generale a Milano. Era il 25 aprile 1945.

Gilberto Malvestuto – Brigata Maiella

“Come noi della Brigata Maiella liberammo Bologna

Gilberto Malvestuto

“La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile”

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Gilberto Malvestuto

Il 25 aprile 1945 mi colse a Castel San Pietro Terme, a circa 20 chilometri ad est di Bologna, dove dal 22 aprile la prima e la quarta Compagnia della Brigata Maiella – che avevano preso parte alla liberazione di Bologna – si erano ricongiunte al resto del gruppo. In attesa di ordini, la “Maiella” rimase concentrata nella località termale per i successivi mesi di maggio e giugno, venendo impiegata nella bonifica dei campi minati e mantenendo sempre costante la propria preparazione militare con esercitazioni a fuoco e anche ginniche. È alla liberazione di Bologna, però, che è legato maggiormente e indissolubilmente il mio ricordo di quei giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il nostro ingresso nel capoluogo emiliano ebbe inizio all’alba del 21 aprile, quando la prima Compagnia fucilieri e il mio plotone mitraglieri ad essa aggregato iniziarono l’attacco per l’occupazione della città. Con noi operava anche un plotone polacco della terza Divisione Carpazi.

Quel 21 aprile la quarta Compagnia avanzò dalle prime ore del mattino senza ostacoli e senza incontrare resistenza, procedendo parallelamente alla prima Compagnia e proteggendo il fianco di due Compagnie polacche, entrando anch’essa nel capoluogo emiliano tra le primissime truppe liberatrici. La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile. Dalle finestre e dai balconi migliaia di bandiere e drappi tricolori sventolavano al vento di primavera, mentre migliaia e migliaia di volantini che inneggiavano alla Resistenza e alla libertà coprivano il cielo nella loro corsa, volteggiando a lungo sulla moltitudine osannante ed impazzita per la gioia, travolta dall’entusiasmante momento che Bologna stava vivendo per la libertà riconquistata. Facevamo fatica a camminare, all’ombra delle maestose Torri – la Torre degli Asinelli e la Garisenda – cariche di storia antica e gloriosa, a fare da mute testimoni di quella meravigliosa accoglienza riservata a noi della “Maiella” che dal lontano nostro Abruzzo eravamo giunti per portare il dono della fratellanza, della giustizia, della pace universale fra i popoli.

La liberazione di Bologna (da http://www.avezzanoinforma.it/)

Gli uomini della Brigata Maiella transitarono davanti alla popolazione civile accorsa, che durante i lunghi mesi dell’occupazione nazifascista aveva appreso dalla stessa radio della Repubblica di Salò e dalle radio clandestine l’esistenza della nostra formazione partigiana. La gente piangeva, mentre una ragazza, fendendo la folla, mi raggiunse di corsa e mi strinse forte a sé e poi mi disse anche: «Grazie, Tenente». Mi baciò a lungo e poi scomparve, mentre suonava per la prima volta, dopo tanto tempo, il campanone della Torre del Capitano del Popolo, tra lo sferragliare dei mezzi cingolati che stavano sopraggiungendo su via Mazzini e su altre vie che immettono verso il centro storico. Purtroppo la cronica insufficienza di mezzi della “Maiella” impedì che l’unità fosse ulteriormente impiegata nell’inseguimento del nemico, che poteva essere effettuato soltanto da reparti celeri. Nella tarda mattinata del 21 aprile, prima di tornare ai reparti che avevano partecipato alla liberazione di Bologna, e in fase di riordino per concentrarci tutti a Castel San Pietro, fui invitato con premura da una famiglia abitante in un appartamento vicino alle due Torri per consumare un pasto leggero “compatibile” con la scarsità dei prodotti alimentari del tempo. Accettai perché avevo fame! Ero andato avanti smorzando i morsi della fame solo con barrette di cioccolata! Riassaporai il calore della famiglia, con la presenza dei due genitori e delle due loro figliole, mentre il terzo figlio – ufficiale pilota dell’Aeronautica militare del quale non si avevano notizie da tempo – doveva trovarsi nelle Puglie, con il Regio Esercito italiano. Mi accompagnarono, al termine della frugale colazione, fin verso la Garisenda. La mamma, il papà e le loro due ragazze mi abbracciarono affettuosamente e mi sussurrarono, commossi: «Buona fortuna ed auguri!». Questa è la gente emiliana, sempre gentile, ospitale e generosa. È la Bologna che ho sempre tenuto nel mio cuore, è la Bologna che mi aveva ospitato appena due anni prima quando, dal gennaio all’agosto del 1943, vi frequentai il corso Allievi Ufficiali presso il terzo Reggimento Carristi nella Caserma di San Ruffillo.

Spesso, forse perché ripercorro l’ultimo tratto della mia sofferta giovinezza e la nostalgia mi assale, torno all’album dei miei ricordi passati, con le tante foto ormai ingiallite dal tempo che scorre inesorabile, per riandare con la mente e con il cuore ai miei vent’anni, a quando, cioè, la mia seconda Compagnia Allievi Ufficiali di cui facevo parte si trasferiva per le esercitazioni a Rastignano, sul Savena, sul Reno, a Casal de’ Britti e in altre località del bolognese ancora vive nella mia memoria. Non avrei mai immaginato che dopo appena due soli anni quelle due strade le avrei ripercorse, in divisa di Tenente della Brigata Maiella, al comando di un plotone della Compagnia Pesante Mista, tra due ali di folla festante, nel giorno della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista.

Gilberto Malvestuto, partigiano della Brigata “Maiella”

Pubblicato venerdì 22 aprile 2016

Patria Indipendente

Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

I 7 Fratelli Cervi – 28 dicembre tanti anni dopo

28 dicembre, tanti anni dopo

Paola Varesi

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28 dicembre 1943. Con Quarto Camurri, i sette fratelli Cervi, Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, figli di Alcide Cervi e di Genoeffa Cocconi, arrestati per il loro impegno antifascista, furono fucilati dai fascisti nel poligono di tiro di Reggio Emilia. Dal loro sacrificio, che rimane uno dei simboli della Resistenza italiana, e dal dolore indicibile della madre e del padre è nata una pagina di storia e di incancellabile memoria, che si incarna oggi nell’Istituto Alcide Cervi di Gattatico (Reggio Emilia).

Sono trascorsi 73 anni.

La loro fucilazione per mano dei fascisti fu il primo grave atto contro i civili del territorio messo in atto dalla appena costituita GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). Un attentato che voleva essere intimidatorio e che al contrario contribuirà ad aggregare la Resistenza intorno alla vicenda della famiglia Cervi.

I Cervi rappresentano di fatto una avanguardia contadina attiva nel contrastare il regime fascista e il suo alleato attraverso l’impegno per un nuovo progetto di convivenza civile, dove sono fondamentali l’aspetto ideale e il dotarsi delle armi della cultura, prima ancora che di quelle proprie.

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Quarto Camurri

Insieme a loro viene fucilato anche Quarto Camurri, un disertore della GNR riparato nella loro casa dove entra a fare parte della banda Cervi; insieme ai sette fratelli viene portato in carcere a Reggio Emilia dopo la retata nella casa di Gattatico del 25 novembre 1943. I Cervi capiscono che bisogna guardare anche a chi, come Quarto Camurri, dopo l’8 settembre si è rifiutato di riprendere le armi fasciste.

“La data della fucilazione rappresenta una tappa fondamentale di quel calendario civile che ci consente di fissare gli eventi fondamentali del Novecento, e attraverso le date di quegli eventi, i conflitti, le speranze, le lotte che hanno accompagnato le conquista della democrazia e la costruzione di un senso comune di appartenenza, italiana ed europea. Si tratta di un aspetto di quell’ancoraggio al passato che è stato definito come fondamentale per la costruzione di un senso di condivisione, di cittadinanza e di appartenenza” (De Luna).

La fucilazione dei Cervi ha successivamente contribuito ad alimentare il processo di costruzione del mito, che trova terreno anche nelle commemorazioni annuali che si susseguono già dal dopoguerra, nel coinvolgimento costante agli eventi commemorativi delle istituzioni che avranno un ruolo fondamentale nella trasformazione della casa abitata dalla famiglia Cervi in Museo Nazionale e nella costituzione dell’Istituto Alcide Cervi all’inizio degli anni 70 del secolo scorso.

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I sette fratelli

La fucilazione è anche rappresentata in molta pittura della metà degli anni 50, quando l’arte – e quella figurativa in particolare – si incarica di rappresentare fatti, luoghi, donne e uomini della Resistenza contribuendo a fare così storia e memoria in anticipo sulla ricerca, e contribuendo a individuare nella Resistenza un elemento fondamentale per la costruzione della democrazia.

Quello che colpisce, al di là del dato storico, è l’enormità della tragedia della fucilazione di sette fratelli e di un loro compagno di lotta, che diventa memoria collettiva quasi indipendentemente dal lavoro di ‘codificazione’ portato avanti dalle Istituzioni, dall’Anpi, dal partito Comunista, poi dagli studiosi.

Questi due processi insieme ne determinano i forti contenuti simbolici che hanno caratterizzato nel tempo le commemorazioni delle date centrali della vicenda della famiglia Cervi: la fucilazione del 28 dicembre, prima ancora l’arresto del 25 novembre, la scomparsa della madre Genoeffa Cocconi il 14 novembre del 1944, a cui si aggiunge la data della morte di Alcide il 27 marzo del 1970.

La componente simbolica rimane forte anche oggi, e rappresenta un elemento fondante della celebrazione del 28 dicembre, che nel suo svolgersi secondo ‘tappe’ consolidate (gli omaggi ai Cimiteri di Guastalla – dove è sepolto Quarto Camurri – e di Campegine; gli interventi istituzionali al Poligono di Tiro, luogo della fucilazione; e poi la conclusione  al Museo con l’intervento della personalità istituzionale invitata), con il coinvolgimento dei vari livelli delle istituzioni e delle associazioni partigiane, ripropone anche quegli aspetti rituali che sono parte della nascita e del consolidarsi del mito (di ogni mito) dei sette Fratelli Cervi.

Semmai, aspetti di novità, per così dire, attengono alla modalità del coinvolgimento popolare, che punta anche sulla componente emozionale: negli ultimi anni viene organizzata una fiaccolata la sera del 27 dicembre dalla sede del Comune di Campegine al Cimitero, mentre un altro corteo si forma davanti al Muro della fucilazione, con la deposizione di otto rose.

Parallelamente, il lavoro in corso, a cura dell’Anpi provinciale e del Liceo Canossa di Reggio Emilia, di valorizzazione del Muro del Poligono di Tiro entro un ‘percorso della storie e della memoria’ fruibile sempre, e non solo nell’occasione della commemorazione come succede ora, suggerisce che bisogna studiare altri modi di trasmissione, dove il lavoro sui ‘luoghi’ (fruizione, valorizzazione, cura, collegamento) diventa un aspetto centrale su cui riflettere con sempre più attenzione.

Paola Varesi, dell’Istituto Alcide Cervi, responsabile del Museo Cervi

Tratto da

Patria Indipendente

Maurizio Orrù – un Partigiano sardo in Continente

Un partigiano sardo in Continente
Maurizio Orrù
La storia di Pinuccio Tinti, di Monserrato in provincia di Cagliari, combattente della Brigata Mameli nel territorio tra il Valdarno e il Casentino
Guai a dimenticare il passato. Le associazioni antifasciste e resistenziali devono scrivere la Storia senza retorica e senza enfasi. È necessario riappropriarsi della Storia contemporanea italiana, dei suoi personaggi e dei fatti che sono entrati prepotentemente nella memoria collettiva. Partendo da questi saldi presupposti è utile e necessario ricordare attraverso la testimonianza di vita vissuta “i percorsi resistenziali” dei tanti uomini e donne che hanno contribuito in maniera significativa e determinante alla nascita della nostra democrazia. Non ci fu in Sardegna l’attività partigiana per ragioni geografiche, ma per ragioni politiche e militari. Nell’isola non ci fu l’esperienza triste e drammatica contro il nazifascismo che imperversava nel Nord Italia. Ma i sardi hanno contribuito attivamente nelle file della Resistenza italiana e all’estero. In ogni brigata partigiana c’era la presenza degli isolani. La presenza dei sardi nella Resistenza è rappresentata soprattutto dai militari che dopo l’otto settembre 1943, o perché sbandati, o perché bloccati per le oggettive difficoltà di trasporto e di comunicazione con l’isola, si trovavano ad alimentare e contribuire alla formazione delle prime bande partigiane. Molti i sardi coinvolti nelle bande partigiane. «I soldati che nel settembre scorso – scrive Giaime Pintor- traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra e di fatiche. Erano un popolo vinto; ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti (…)».
Molti i sardi nelle bande partigiane. A tal proposito, utile e doveroso menzionare la figura di Pinuccio Tinti (Monserrato, 8 settembre 1924, 24 agosto 2015). Facciamo un passo indietro. Pinuccio Tinti proveniva da una ricca e laboriosa famiglia contadina sarda. Anche Pinuccio fin dalla giovane età faceva l’agricoltore. All’età di diciotto anni, dopo le consuete visite mediche partiva come aviere di leva. Eravamo nel gennaio 1943. La prima destinazione militare di Pinuccio fu l’aeroporto militare di Firenze. Il periodo del servizio di leva, trascorreva, come prassi, con guardie armate ed esercitazioni. Firenze veniva bombardata dagli Alleati il 25 settembre 1943. In questa occasione ci furono un numero imprecisato di morti e di feriti.
 
Con l’armistizio avveniva un generale sbandamento, tanto che i militari restavano senza ordini e disposizioni. Questo stato d’animo d’incertezza gravava sull’intera popolazione italiana. Pinuccio Tinti, assieme ad altri commilitoni prendeva la strada delle montagne. Una fortuita coincidenza permise al gruppo dei militari di incontrare un capitano dell’Esercito di nome Rodolfo Chiosi. Questo ristretto gruppo di uomini, comandati dal Capitano Chiosi, costituiva la brigata partigiana Mameli. Col tempo la Brigata raggiungeva il numero di 240 partigiani. I compiti che perseguiva la Brigata Mameli erano molteplici: protezione e tutela della popolazione civile, riparazione dei caseggiati ed altre incombenze militari. Solo in seguito la Brigata Mameli, inquadrata nei “Volontari della Libertà”, riceveva ordini dal CLN che assegnava una precisa zona di operazioni. I vertici della Brigata erano costituiti dal Comando Brigata e dalla squadra Comando “Varo Falli” affidata a Pinuccio Tinti. La zona di competenza della “Mameli” era il vasto territorio tra il Valdarno e il Casentino, ovvero una zona caratterizzata da una imponente presenza partigiana, che il 15 agosto 1944 liberava con il supporto militare di alcuni reparti regolari inglesi il paese di Loro Ciuffenna (Arezzo). Molteplici gli episodi militari di cui furono protagonisti i partigiani della Brigata Mameli e le forze antagoniste nazifasciste. «(…) Cercavamo sempre – spiega Pinuccio Tinti – ove possibile, di non coinvolgere i civili ma, talvolta, in seguito a qualche nostra azione, ci sono state delle rappresaglie e molte persone hanno perso la vita. Bastava un semplice sospetto a scatenare la reazione dei nemici che portavano le vittime davanti a grandi alberi dove le impiccavano. (….) Sono orgoglioso della mia Brigata, perché il primo nucleo è partito, si può dire, dal nostro gruppo di otto sardi: ci siamo dati da fare in tutti i sensi e siamo sempre rimasti uniti (…)» (tratto dall’intervista rilasciata da Pinuccio Tinti in “Storia e Memoria”, Le scuole in Rete, Nuoro, 2003).
Importanti e degni della massima considerazione gli attestati che ebbe Pinuccio Tinti: “Partigiano Combattente” volontario della guerra di Liberazione, decorato con la Croce al merito di guerra e con la Medaglia di Benemerenza per i Volontari della seconda guerra mondiale. Inoltre il 27.12.1984 veniva conferita al partigiano sardo, l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana (su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Pinuccio Tinti rientrava in Sardegna il 26 ottobre 1944 con destinazione Elmas e, in seguito, il campo d’Aviazione di Monserrato; veniva congedato nel giugno del 1947.
Nel tempo, Pinuccio Tinti non ha mai lasciato gli ideali resistenziali, infatti per anni ha ricoperto il prestigioso incarico di Presidente della Federazione degli ex Combattenti e Reduci di Pirri (Ca) e membro del Direttivo Nazionale della stessa organizzazione. Anche l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) della Sardegna conferiva a Pinuccio Tinti la tessera onoraria. «(…) È un “testimone” importante che ci parla di coraggio, di coerenza, che ci racconta la storia di un ragazzo come noi che ha vissuto anni bui, ha avuto paura, ha tremato, ma che ha combattuto per consentirci di vivere in un mondo libero… anche se non proprio giusto con lui e con quanti hanno rischiato la vita o l’hanno persa per costruirlo (…)» (Storia Memoria”, cit.).
Maurizio Orrù, giornalista, Segretario regionale ANPPIA Sardegna

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”
Gianfranco Pagliarulo
La scomparsa di Primo De Lazzari, “Bocia”. Partigiano a 17 anni e membro del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel. Una vita di impegno sociale, politico, culturale. Determinato e riservato, sempre testimone attivo del suo tempo. La sua lunga collaborazione con “Patria Indipendente”

Nome di battaglia “Bocia”. Leggo ora un suo capitoletto dal volume Io sono l’ultimo, lettere di partigiani italiani, a cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi. Quando scrive “Era metà aprile del ’45. La Brigata Nera di Mestre (XVIII Bartolomeo Asara) vuole catturare lo studente per distruggere il gruppo di ragazzi da lui organizzato mesi prima a Marcon e dintorni. Molti sanno chi è lo studente, ma nessuno parla, nessuno fornisce indicazioni ai militi”. E poi racconta di quello studente finito nella lista dei ricercati e dei suoi persecutori, successivamente processati come criminali di guerra. E ancora scrive degli amici di quello studente. E conclude: “Diciassettenne scolaro, in quell’aprile, lo studente ero io”.
Nome di battaglia “Bocia”, all’anagrafe Primo De Lazzari. Se n’è andato il 15 febbraio, qualche mese prima dei suoi novant’anni di schiena dritta, da quando scelse – allora – il senso della sua vita.
La sua biografia: nasce a Mestre (Venezia) il 23 giugno 1926, giornalista e dirigente della FGCI e dell’ANPI. Col nome di battaglia di “Bocia” era stato giovanissimo partigiano combattente nella Brigata Garibaldi “Erminio Ferretto” e organizzatore del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel.
Dopo la Liberazione De Lazzari ha fatto parte della Direzione della Federazione Giovanile Comunista Italiana e fu segretario regionale della FGCI per il Veneto. È stato Consigliere nazionale ANPI, Vicepresidente dell’ANPI Roma-Lazio e dirigente delle attività per la Memoria storica nelle scuole.
Redattore capo della rivista culturale Conoscersi, è stato uno dei redattori della rivista dell’ANPI Patria Indipendente ed ha scritto numerosi saggi sulla guerra di Liberazione in Italia e all’estero, a cominciare da quello, uscito nel 1977, sulla Resistenza cecoslovacca.
Nel 1981, De Lazzari, ha pubblicato con l’editore Teti Eugenio Curiel. Al confino e nella lotta di liberazione. Con l’editore Mursia ha stampato, nel 1996, una Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza.
Primo continuava a collaborare con Patria Indipendente.
Dunque il “Bocia” ci ha lasciato. In questo numero di Patria Indipendente è ospitata l’intervista ad Anna Assandri, 23 anni, presidente della sezione ANPI di Silvano d’Orba, in provincia di Alessandria. Non c’è più il combattente diciassettenne della Resistenza; c’è la ragazza piemontese che si propone un nuovo dialogo antifascista con le giovani generazioni. Un passaggio di testimone, e di testimoni del tempo. Primo – credo – ha vissuto intensamente, come tutti coloro che hanno scelto il senso della propria vita. E ha vissuto tutte le epoche del suo percorso. Dalla Seconda guerra mondiale al Medioriente in fiamme. Dalla Resistenza alla grande crisi. Del suo tempo è stato quindi testimone attivo, protagonista. Insomma, uomo a trecentosessanta gradi, con la sua specifica e irripetibile umanità. Determinata e riservata, mi è parso. Volitiva e silenziosa. Perché, pur essendo un eccellente oratore, non si perdeva mai nelle parole. Al punto – ha scritto la sua carissima Serena D’Arbela, nostra collaboratrice – che “ci ha lasciato per sempre, in silenzio, come al solito”.
E se n’è andato. Dove, dipende dai punti di vista, dalle concezioni del mondo, dal credo religioso di ciascuno. Certamente ora è in un Pantheon degli umani laico e sobrio, dove riposano i tanti come lui. Quelli che in quegli anni persero la vita sotto le bombe o le torture dei nazifascisti. Quelli che sono scomparsi nei decenni successivi per l’ineluttabile legge che ci fa finiti e provvisori. Quelli, come lui, con la schiena dritta. Il Pantheon della Repubblica democratica nata dalla Resistenza. No, no, nessuna retorica sia chiaro: solo la verità dei fatti che attestano che senza Primo, senza i partigiani, senza quella lotta armata e civile, culturale e sociale, non avremmo avuto il dono di un Paese che, nonostante tutto, si mantiene libero perché ancorato alla Costituzione.
A Primo siamo debitori. A quello che ha fatto. A quello che ha scritto. Vita e opere, si dice. È così. I suoi volumi sono – ancora – una testimonianza di vita, a cominciare da Ragazzi della Resistenza, introdotto da Massimo Rendina, e Le SS italiane, con prefazione di Arrigo Boldrini. Lì dentro come in uno specchio apparivano i giovani di quegli anni: da una parte quelli che avevano scelto di combattere per la libertà e l’eguaglianza, dall’altra coloro – italiani – che giurarono fedeltà ad Adolf Hitler. Partigiani e repubblichini. Se li legga, quei volumi, chi ancora ha la mezz’idea di mettere tutti sullo stesso piano, o chi immagina una Repubblica “terza” rispetto a fascisti e antifascisti, o chi infine pensa che tutto ciò sia “il passato” perché è sordo e cieco. Senza mai sentire, senza mai vedere il ritorno delle idee, delle organizzazioni e delle pratiche più o meno naziste e fasciste che stanno inquinando tanta parte dell’Europa.
Scriveva “Mario”, Pietro Tajetti
Qualcuno voleva impedirti
che altri uomini, altre donne, altri bambini
vivessero in un mondo diverso
fatto di lavoro, di benessere, di felicità
non so se oggi si possa dire
che tutto si sia realizzato,
ma i sogni restano
e quelli nessuno potrà toglierteli
vecchio partigiano.
Sì, Primo. I sogni restano. E nessuno potrà toglierteli, vecchio partigiano. Né a te, né ad altri. Perché i tuoi sogni, “Bocia”, i sogni di uno studente ricercato dalla Brigata Nera, sono oramai diventati i nostri sogni.
Pubblichiamo un video postato su Youtube da Maridarbi l’8 aprile 2012: l’incontro di Primo con gli studenti e le sue appassionate considerazioni. Di Primo De Lazzari avevamo già parlato con l’articolo pubblicato il 16 ottobre 2015 (questo il link: http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/profili-partigiani/primo-de-lazzari-bocia-un-ragazzo-della-resistenza/)