L’assalto a l’Hotel Baglioni

L’assalto a l’Hotel Baglioni

 

Alla fine di settembre il comando della 7′ Gap stabilisce di compiere un’azione in pieno centro per dare ancora una volta una prova della forza, del coraggio e dell’organizzazione dei gappisti. Tra l’altro il comando germanico, proprio in quei giorni, in vista dell’avanzata alleata che allora sembrava prossima, stava discutendo se difendere o meno Bologna con le armi. Il colpo progettato dai gappisti poteva avere dunque una grande influenza sulle gravi decisioni che i generali tedeschi stavano per prendere, poteva cioè convincerli che in Bologna c’era una situazione troppo pericolosa per organizzare la difesa all’interno. In altre parole il colpo dei Gap, consigliando energicamente i tedeschi ad abbandonare la tesi della difesa, poteva salvare l’intera città dalla guerra combattuta entro le sue mura.

Dopo varie discussioni si concluse per un’azione contro l’albergo Baglioni, dove avevano sede il comando tedesco e quello repubblichino e dove abitavano personaggi fascisti e tedeschi di primo piano, tra cui Rocchi, commissario per l’Emilia e Romagna, Tartarotti, Giglio, comandante la piazza di Bologna ed altri esemplari da carcere e da forca.

Incaricata del compito è una squadra di città che da qualche tempo ha preso il nome di squadra « Temporale ». Ci vogliono parecchi giorni per studiarne tutta l’operazione. L’albergo Baglioni infatti, si trova in via Indipendenza, al centro di Bologna, e, formicolante di tedeschi com’è, non si presenta certamente come un facile bersaglio. Comunque anche il piano finisce coll’essere preparato. Ora dunque non c’è che da muoversi.

Verso la mezzanotte del 29 settembre, « Gravelli » e « Naldi » fanno un giro d’ispezione, entrano nell’albergo con documenti falsi, osservano ogni cosa, tornano indietro, riferiscono. Un’ora e mezza dopo parte la macchina dei Gap: dentro ci sono « Remor », « Terremoto », « Tempesta », « Nerone », « Celere » e « Crissa ». Alcuni sono in divisa fascista, gli altri in borghese. Nella macchina c’è anche una cassa di tritolo di 90 chili e un fusto di benzina.

Quando i Gap arrivarono in vista dell’albergo, scorsero, proprio davanti all’ingresso, due automobili germaniche e tre o quattro ufficiali tedeschi accanto che conversavano tra di loro. Che fare? Rinunciare all’impresa? Su questo punto nessuno dei Gap fu d’accordo. Il colpo si doveva fare lo stesso.

La macchina dei Gap fu costretta così a fermarsi più avanti. Ne scesero « Remor », « Terremoto » e « Tempesta » e s’avviarono disinvolti verso l’entrata sotto il portico, senza per altro che i tedeschi, sebbene li guardassero, riuscissero a notare qualcosa di sospetto.

La porta era chiusa. « Remor » suonò: dopo un poco s’udì all’interno un passo strascicato. Era il portiere: « Remor » lo spinse dentro, nell’angolo della porta, in modo che né i tedeschi sulla strada, né le guardie dall’interno potessero accorgersi di nulla. « Sta fermo e zitto: siamo gappisti ». E nel dire così « Remor » confermava il valore delle parole premendogli la pistola sullo stomaco. « Siete matti », balbettò il poveretto. « Qui è pieno di tedeschi: vi accoppano tutti ». « Remor » gli ripeté di tacere e che i tedeschi erano affare loro, poi lo prese sotto braccio e l’accompagnò presso la macchina, affidandolo a « Nerone ». Quindi ritornò nell’albergo, ripassando sotto il naso dei tedeschi che continuavano i loro discorsi senza accorgersi di quanto stava accadendo.

Dentro, « Remor », « Tempesta » e «Terremoto,, agirono fulminei. « Remor » si volse a sinistra dove, dietro il banco, stavano il direttore e un uomo di fatica: la vista delle due rivoltelle li sbiancò in volto, togliendo loro la parola. « Tempesta » e « Terremoto » sorpresero invece sei guardie di servizio nell’atrio e le disarmarono in pochi secondi senza che accennassero alla minima resistenza: l’apparizione dei due Gap aveva mozzato loro il fiato.

Dalla grande sala dell’albergo, a destra dell’entrata, veniva una dolce musica. « Tempesta » si avvicinò e si mise a guardare dai vetri: tedeschi, fascisti, spie, meretrici erano in allegria, danzavano, bevevano, si davano al bel tempo. Tra di loro c’era anche uno degli « eroi » che avevano partecipato alla liberazione di Mussolini. La festa era anzi in suo onore. « Tra un minuto sentirete che musica! », mormorò « Tempesta » tra i denti.

Nel frattempo i compagni ch’erano fuori, aiutati dal portiere, portarono dentro la cassa di tritolo e il fusto di benzina. « Crissa » e l’uomo di fatica, che tremava dalla paura, trasportarono il tritolo al primo piano. La benzina fu sparsa sui tappeti e sui mobili.

«Remor» e « Tempesta » salirono a loro volta al primo piano: spinsero la cassa nel luogo stabilito e accesero la miccia: il margine di tempo per l’esplosione era di cinque minuti. Accesero anche una piccola bomba a nove minuti e scesero. In quell’attimo, al pian terreno, « Terremoto », aiutato da « Tempesta », reagiva a un gesto troppo brusco dei fascisti con una serie di raffiche. Subito dopo si volgevano entrambi alla sala da ballo e dirigevano alcuni colpi precisi contro un gruppo di uomini seduti ai tavoli. La musica tacque, si alzarono strilli acutissimi: chi si buttava a terra, chi correva impazzito rovesciando le seggiole, chi si guardava attorno terrorizzato. Per 1’« eroe» del Gran Sasso quella fu l’ultima festa: una pallottola di « Terremoto » troncò definitivamente la sua carriera di «liberatore».

Bisognava uscire subito. « Remor », prevedendo una forte reazione dei tedeschi all’esterno, rinunciò a dar fuoco alla benzina e si buttò fuori sparando con tutt’e due le pistole. Anche i Gap che erano sulla strada spararono: gli ufficiali fuggirono, tentando una debole resistenza solo da lontano.

Uscirono anche, subito dopo, « Tempesta » e « Terremoto », quest’ultimo ferito leggermente da una scheggia di bomba a mano lanciata dai tedeschi nell’interno. Tutti saltarono in macchina e filarono verso Piazza Garibaldi. Qui la macchina si fermò: i Gap volevano sentire il rombo dell’esplosione. Ma l’esplosione non venne.

Brevissima fu la sosta e tuttavia sufficiente perché una pattuglia tedesca si avvicinasse alla macchina per vedere chi c’era dentro. 1 Gap aprirono il fuoco e due tedeschi caddero: gli altri si sparpagliarono rapidamente.

La macchina riprese la corsa attraverso la città oscurata: una fuga di portici, di strade deserte, di case spettrali. Finché raggiunse la « base ».

Perché il tritolo non era esploso? Ecco la domanda che i Gap si posero subito, appena entrati nel loro rifugio. Erano arrabbiati. E la domanda se la posero anche nelle giornate successive. Qualche tempo dopo, da un informatore, vennero a sapere ch’era scoppiata la bomba piccola uccidendo un ufficiale. Le cause esatte della mancata esplosione della cassa di tritolo furono invece sempre ignorate. Si potevano fare solo delle supposizioni.

L’azione del Baglioni provocò un forte spavento tra i tedeschi e i fascisti, ma i Gap non erano soddisfatti: infatti non era andata come essi avevano previsto. Quell’esplosione fallita era come una spina che dava fastidio e che bisognava togliersi.

Una quindicina di giorni dopo, « Temporale » decide di rifare il colpo. Naturalmente in questa azione non era il caso di pensare a penetrare dentro l’albergo: la vigilanza e le misure di sicurezza prese dai tedeschi eliminavano qualsiasi possibilità in questo senso. Si pensò invece a qualcosa di diverso: la vigilanza infatti era dentro e non fuori dell’albergo. Ecco dunque l’errore dei tedeschi ed ecco 1’opportunità da sfruttare.

Questa volta furono necessarie due macchine: giunsero al Baglioni verso le due di notte, venendosi incontro dai capi opposti di via Indipendenza e si fermarono ognuna a una quarantina di metri dall’albergo. Nessuno doveva passare davanti alla porta dell’ingresso: dall’interno infatti avrebbero potuto vedere. Bisognava invece che le due squadre, da una parte e dall’altra, si avvicinassero all’entrata e deponessero due casse di tritolo ai lati.

Così fu fatto: « Tempesta », « Terremoto », « Nerone », « Maio », « Lampo » e « Remor » si tolsero le scarpe per non fare rumore e passo passo, sotto i portici, deposero presso la porta 90 chili di esplosivo per parte.

Poi si allontanarono. Questa volta l’esplosione ci fu e fu uno scoppio che svegliò tutta Bologna: il cielo fu illuminato da un lampo vivissimo e il rimbombo si propagò fino ai paesi vicini. Tra il fumo e le macerie, con la braccia alzate, in pigiama e in camicia da notte, i gerarchi fascisti e gli ufficiali tedeschi, quelli che poterono, uscirono in via Indipendenza urlando come forsennati.

L’albergo Baglioni semicrollato fu abbandonato e i comandi si spostarono. L’azione aveva dunque ottenuto il successo desiderato e lo scopo dimostrativo era enorme. In più, i Gap si erano tolti il fastidio di quella maledetta spina.

 

Tratto dal libro di Mario De Micheli”7 Gap”

Edizioni di Cultura Sociale degli Editori Riuniti

Agosto 1954

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