Fallschirmjáger-Panzer Divisione*`Hermann Góring"

Fallschirmjáger-Panzer Divisione*`Hermann Góring"

La Fallschirmjáger-Panzer-Divìsion Hermann Góring (Divisione paracadutisti corazzati), fu un’unità terrestre corazzata reclutata e organizzata dalla Luftwaffe ,aviazione tedesca). Venne impegnata su diversi fronti durante la Seconda Guerra Mondiale. Mostrò combattività e notevole efficienza bellica, in particolare in Italia e sul fronte orientale. La divisione Hermann Góring trae le sue origini dalla Polizei Abteilung z.b.V. "Wecke", istituita il 23 febbraio 1933 dall’allora ministro degli Interni della Prussia, Hermann Góring, per combattere nel paese le attività delle formazioni comuniste. Nel 1935 si chiamò Regiment Generai Góring e fu incorporata nella Luftwaffe: a questa data la forza complessiva era di 1.865 uomini, tutti volontari. La Hermann Góring fu per la Luftwaffe e per il suo padre-padrone quello che la SS Panzerdivision "Leibstandarte" fu per Adolf Hitler: un corpo scelto che riflettesse il potere e il prestigio del proprio fondatore, attraverso il privilegio di appartenenza e lo spirito di gruppo. Per quanto riguarda l’unità che prese il nome dal comandante della Luftwaffe, questa fu in effetti una forza da combattimento formidabile, che ebbe tutti i favori e le strade aperte in fatto di forniture militari e rincalzi proprio in ragione della sua denominazione. Nell’ottobre del 1935 il reggimento attraversò una prima fase di riorganizzazione che portò alla sua completa motorizzazione e all’incremento degli uomini. Dopo aver partecipato all’Anschluss (annessione dell’Austria) e all’occupazione dei Sudeti, l’unità combatté in Polonia nel 1939, in Norvegia e in Francia, dove per la prima volta i reparti di artiglieria con i cannoni antiaerei da 88 mm vennero impegnati in operazioni terrestri. Nel 1941 il reggimento venne trasferito dapprima in Romania e poi sul Fronte Orientale, come parte del Panzergruppe von Kleist. Rimpatriato nel marzo del 194: dopo aver subito pesanti perdite, il reggimento venne riorganizzato e rinominate Verstarktes Regiment (mot.) HG, poco prima di essere trasferito in Francia ed essere trasformato dapprima, il 21 luglio, in brigata e poi, il 17 ottobre, in divisione. Una parte della divisione ancora incompleta venne inviata in Tunisia, dove si batté strenuamente fino alla resa delle forze dell’Asse il 9 maggio 1943.I reparti rimasti in Europa vennero rinforzati e riorganizzati. La nuova divisione corazzata paracadutisti "Hermann Góring", costituita da truppe inesperte ma equipaggiata con oltre cento panzer e comandata dal combattivo generale Paul Conrath, venne trasferita in Sicilia per contribuire alla difesa dell’isola in caso di attacco Alleato. Dopo lo sbarco Alleato in Sicilia combatté soprattutto intorno alla testa di ponte di Gela e nelle aree circostanti, sferrando una serie di contrattacchi corazzati e tentando più volte di riconquistare il crocevia di Piano Lupo tenuto dalle forze americane. Divisa in due gruppi, iniziò la ritirata verso lo stretto di Messina. Giunta sul continente notevolmente sotto organico, non riuscì a fronteggiare lo sbarco Alleato a Salerno (Operazione Avalanche), per la netta superiorità nemica. Da allora iniziò una lunga ritirata lungo la penisola italiana, combattendo a Mignano, sulla linea del Volturno, sul Garigliano, ad Anzio e Nettuno, sull’Appennino tosco-romagnolo. Alcuni ,suoi reparti, impiegati nella lotta antipartigiana in Italia, si macchiarono di delitti contro civili e combattenti avversari, non venendo meno alla truce logica dei crimini di guerra commessi dalle truppe tedesche su quasi tutti i fronti. Le fonti storiche hanno fornito a tal proposito chiare e inequivocabili indicazioni della presenza di unità della divisione in quasi tutte le località in cui furono commessi ,eccidi. Al sud, a fine estate ed autunno 1943, si ebbe una prima serie di stragi, e nella primavera 1944, nell’Appennino tosco-emiliano, se ne ebbe una seconda. qui il responsabile principale degli eccidi fu il reparto esplorante della divisione Hermann Góring.
Di seguito l’elenco delle azioni criminali compiute tra Toscana ed Emilia Romana e rimaste impunite:
Il 18 marzo 136 civili furono massacrati a Monchio, Susano e Costrignano, presso Montefiorino.
Il 20 marzo 27 uomini furono assassinati a Cervarolo e Civago, nel Reggiano.
Tra il 10 e l’11 aprile quasi 200 persone (in gran parte civili, tra cui donne e bambini) furono vittime di due operazioni di rastrellamento messe in atto dalla divisione nel Mugello, e tra il 13 e il 17 intorno al monte Falterona. Nella prima operazione, che venne a toccare la Vetta le Croci, Vaglia e Vicchio nell’area del Monte Morello, furono fucilate 16 persone. A Vallucciole, il 13 aprile, i soldati della Hermann Goring massacrarono invece 108 civili, in gran parte donne e bambini. Altri 11 civili furono fucilati lungo la strada del passo dei Mandrioli; 35 altre persone, tra civili e partigiani, in altre località nei pressi del Monte Falterona.
I primi di maggio 22 civili e partigiani furono fucilati nel corso di un rastrellamento presso Mommio, in Lunigiana. Nell’estate 1944 la divisione si rese nuovamente responsabile di gravi crimini, questa volta nell’area tra la Val di Chiana e la valle dell’Ambra (il 29 giugno) e nel bacino minerario del Valdarno (tra il 4 e I’11 luglio), mentre una serie di eccidi di più piccole dimensioni costellarono il suo passaggio attraverso Chiusi, Sinalunga, Monte San Savino e Bucine.
Le principali azioni furono: le stragi di Civitella in Val di Chiana, San Pancrazio e Cornia del 29 giugno, quelle del 4 luglio presso Cavriglia, a Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni. Altre uccisioni di civili si ebbero a Badia a Ruoti, al Palazzaccio e a Pancole di Arceno, dove furono massacrate donne e bambini, a Bucine in altre località del Valdarno. L’indelebile firma di sangue che si lasciarono dietro al loro passaggio macchiò il valore con cui questi soldati combatterono sul campo.
II passo della Calla, punto di collegamento tra Toscana e Romagna, era di importanza strategica per il rifornimento delle truppe tedesche combattenti a sud e per la costruzione del sistema difensivo della Linea Gotica. Nei primi mesi del 1944, nelle vicinanze del passo, sui due versanti toscano e romagnolo operavano e formazioni partigiane Faliero Pucci e il Gruppo Brigate Romagna. Queste formazioni nel marzo 1944, anche per effetto dei bandi per la chiamata alle armi per le classi di leva e l’emanazione del decreto che comminava la pena di morte raggiunsero la consistenza di oltre mille effettivi in parte disarmati z. Ai primi di aprile i tedeschi diedero inizio a un massiccio rastrellamento per ripulire la zona dalla presenza partigiana. Le forze germaniche erano composte dalla Divisione Hermann Goring rinforzata da reparti di S,S, Queste truppe mossero contemporaneamente dai due versanti disponendosi in un quadrilatero che andava da Premilcuore a Pennabilli, da Borgo San Sepolcro alla Consuma, ed accerchiando le forze partigiane. Tra il 10 e 17 aprile procedettero alla formazione di sacche, al cui interno operarono azioni di annientamento dei partigiani e di terrore nei confronti delle popolazioni. Secondo le fonti tedesche (e la cifra purtroppo è inferiore al numero reale) 289 furono le persone uccise e 115 quelle catturate. Di queste, molte furono inviate nei campi di sterminio in Germania e non fecero ritorno. La maggioranza delle vittime furono donne, vecchi e bambini. Fragheto, Vallucciole, Partina, Castagno, Lonnano, Moggíona, furono le località del martirio della popolazione civile. Calanco, Capanne, Biserno, Monte Marino, San Paolo, Prato alle Cogne, La Calla, Monte Falterona, i luoghi dove combatterono e caddero tanti partigiani nel corso della impari lotta. A Stia, Spinello, Valdonetto, Val di Covile, Pian del Pero, e in decine di altri luoghi delle Valli dell’Alto Bidente, avvennero fucilazioni di singoli o di gruppi partigiani.
Il Fallschirmjáger-Panzer-Aufklarungs-Abteilung (Brigata Corazzata Paracadutisti da Ricognizione) operò tra monte Morello e il Falterona. Data: 10 aprile 1944. Area: Monte Morello, Vaglia, Vetta le Croci, Vicchio (Firenze). Tipo: operazione di rastrellamento. Comando: Armee-Abteilung (battaglione) von Zangen/LXXV Armeekorps (corpo d’armata). Truppe: Fallschirm-Panzer-Aufklárungs-Abteilung (battaglione corazzato paracadutisti "Hermann Góring" privo di una compagnia); 3 compagnie del 1 battaglione del Panzer-Regiment ‘Hermann Góring" (circa 70 uomini) e la XVII compagnia del reggimento Flak (contraerea) "Hermann Góring" priva di un plotone); Sicherheitspolizei-Aussenkommando (comando esterno della Polizia di sicurezza) Firenze; elementi Banda Carità. Risultato: nessuna perdita tedesca, 23 morti, 38 prigionieri.
Questi i dati dell’operazione antipartigiana che andiamo ad esaminare con la signora Anna, moglie di Sergio, che ha attivamente partecipato alle nostre conversazioni. Dopo avermi offerto un bicchiere di ottimo vinsanto, così Anna inizia il suo racconto…

Era il 10 aprile 1944, lunedì di Pasqua: era tradizione quel giorno andare a fare ,una passeggiata, una scampagnata nei boschi. I reparti tedeschi erano nella zona di Monte Morello, all’insaputa della popolazione. Avevo vent’anni e andai a fare .la scampagnata con i miei parenti. Ero con la nonna Adele, la mamma Marina, il ‘babbo Delio e due cugini: Gigi di ventitré anni e Adolfo di ventisette, entrambi renitenti alla leva, disertori che venivano da Firenze. Con noi c’erano anche la famiglia Zanetti, composta da padre, madre e due figli: Bianca Maria di vent’anni e Paolo di sedici. Completavano la compagnia Aldo Venezia di ventisei anni, la moglie Siria, la figlia Costanza di due anni, e Norina, sorella di Siria, di quindici anni. Nella zona di monte Morello le truppe tedesche non incontrarono né resistenza né partigiani: questi erano tutti sulla vetta del monte, in terza punta. I tedeschi non ci arrivarono, passarono dalla base del monte e proseguirono. Avevano avuto una spiata da un contadino, secondo la quale sotto la chiesa di Cercina si fermavano i partigiani a bere. Fatto logico, visto che c’era una cannellina che dava acqua.
Alle sei di mattina, nella piccola frazione di Cercina tra Sesto e Vaglia, sulle falde del Monte Morello, rimbomba in strada il rumore degli stivali dei tedeschi e dei fascisti in marcia. Militari e fascisti entrano nella casa di uno sfollato, tale dottor Fanelli, medico, e lo portano fuori. Renzo Lamporesi, diciottenne curioso, esce in strada ed è preso insieme al cugino Romolo, anch’egli diciottenne. I soldati se ne vanno con i prigionieri. La madre di Renzo Lamporesi spera di rivedere il figlio e il nipote vivi. Li cerca fino al venerdì successivo, quando, a qualche chilometro da casa, nota, sotto una balza di terreno sulla costa del monte, un grande cumulo di sassi. Avvicinatasi, con orrore vede sporgere dai sassi una gamba e il piede di suo figlio. Toglie le pietre: schiacciati e ricoperti con poca terra stanno ammucchiati otto cadaveri, crivellati dai colpi di fucili mitragliatori. Tutti fucilati per rappresaglia o perché sospettati di favoreggiamento nei confronti dei partigiani che operavano nella zona del Monte Morello. insieme al corpo del figlio Renzo, la donna scopre quelli del nipote Romolo, di Aurelio Bonaiuti, dei fratelli Bruschi: Olimpio e Orlando abitanti a poca distanza da Anna a Castello. Inoltre là giacevano: Angelo Covini, Brunetto Fanelli e Gino Toccafondi. Tutti fucilati, senza che nessuno di loro fosse partigiano. Questa fu il suggello che posero ai loro crimini, perpetrati poco sopra Castello, gli uomini della Hermann Góring il giorno di pasquetta ’44. Oggi sul posto c’è una specie di altarino, dove tutti gli anni l’associazione partigiana di Sesto fa una cerimonia.
Quando si passò dal Bianconcini, sopra la chiesa di Castello incrociammo dei militari tedeschi. Ci fermammo a guardarci. Ero attirata e incuriosita dalle loro divise, dalle loro armi, dal loro equipaggiamento. Li vidi bene e anche loro videro il nostro gruppo familiare. Trovai due monetine in terra. Le raccolsi e tesi la mano aperta verso di loro, mostrando le monete col chiaro intento di restituirle al legittimo proprietario. Uno dei soldati mi fissò: scosse il capo, alzò la mano e dicendo qualcosa di incomprensibile in tedesco, mi fece capire che potevo tenerle. Eccole qui, le conservo gelosamente.
Si alza e apre un cassetto della libreria: mi mostra due monete conservate in una busta in plastica trasparente emesse dal Deutsches Reich. Una, da un pfenning del 1912, l’altra, da due pfenning del 1902. Mi mostra quattro foto di quel giorno sulla pagina dell’album ha scritto "aprile 1944". In esse è ritratta lei, ed i parenti. Prosegue…

I soldati distolsero lo sguardo da noi e proseguirono in su. Nel dopopranzo camminavo nel bosco di Cercina con gli altri. Si fu circondati dagli stessi militari tedeschi che avevamo visto la mattina. Il babbo, che aveva fatto la prima guerra mondiale ed era stato fatto prigioniero dagli austriaci, disse sottovoce: "State i, fermi e rispondete alle domande". I tedeschi ci chiesero: "Cosa fare?" Ma, sapete, laggiù bombardano, siamo venuti quassù". Ci guardarono: a parte io ventenne, i miei genitori e l’anziana nonna, i miei due cugini potevano ben ,essere partigiani. Eravamo totalmente all’oscuro, ignari della vigliacca esecuzione di poche ore prima, consumata da quei tedeschi a poca distanza da dove stavamo in quel momento. Una cosa mi colpì e la ricordo nitidamente ancora con i soldati c’era un contadino, che all’inizio non avevo notato. Guidava due buoi che tiravano un carro pieno di oggetti razziati dalle case. Un particolare di quell’uomo mi sconvolse e non lo dimenticherò mai: quel contadino aveva i capelli ritti sulla testa, come elettrizzati per lo spavento! Forse aveva assistito all’esecuzione del mattino, all’uccisione dei suoi parenti, forse gli avevano depredato la casa. Probabilmente, una volta che ebbe condotto il carro dove volevano loro, fu fucilato anche lui. 1 soldati restarono un poco in silenzio a guardarci quindi proseguirono. In seguito ci fu detto che da lì andarono a fucilare due contadini a Paterno. Forse memorizzarono la nostra famiglia con una zia e due bambini, perciò quando ci incontrarono quel pomeriggio ci riconobbero o forse erano già stanchi di aver ammazzato tutta quella gente. Ero bionda vestita di bianco: magari mi considerarono un po’ tedesca. Queste quattro foto le tengo da parte in ricordo di quel giorno e dello scampato pericolo.

Riprende Sergio…

Quel giorno, da Ceppeto scendendo dalla parte di sotto, fucilarono altri due contadini e persino uno che era della forestale. Prima di essere ucciso disse loro inutilmente: "Ma io son dei vostri". Spararono su gente che non li aveva minimamente offesi. A volte io mi metto dalla parte opposta: tu sei co’ tuoi amici e trovi questi che ti sparano addosso. Vedi un amico morto, ti infuri e spari a tua volta: quelli scappano, allora ne trovi degli altri e spari anche a loro. Può anche succedere. A Firenze quando ci spararono e mi mori quello accanto, se ci fosse stato un reparto tedesco sarei andato lì, gli aveano a essere come volevano e gli arei sparato addosso! Può nascere questo sentimento, ma ammazzare a ghiaccio no!
Gli antifascisti delle vicinanze attribuirono la colpa di questo eccidio al pievano di Cercina, don Alfonso Nannini, noto fascista a oltranza. Come cappellano della milizia coi grado di capitano, aveva aderito alla Repubblica Sociale: era l’unico nella zona che avesse il permesso dei tedeschi di circolare in automobile e non era ben visto dal suo popolo. Si sparse voce che l’eccidio del 10 aprile fu dovuto a una sua spiata, voce confermata dal fatto che lui non aveva fatto nulla per salvare la vita di quei poveri giovani. Già da tempo gli giungevano lettere minatorie girate per conoscenza al vescovo. Questi insistette affinché il pievano lasciasse il suo ufficio e si ritirasse a vita privata. Don Nannini non volle ascoltarlo e continuò a far propaganda fascista. il 30 maggio salirono a Cercina quattro partigiani, chiesero di parlare al pievano e lo uccisero a colpi di pistola nella sua canonica.

In tutta la zona dal Monte Falterona fino a Monte Morello ci fu un terribile e sanguinoso rastrellamento. La Hermann Góring proveniva da Cassino. Siccome là il fronte si era un po’ fermato la mandarono in Toscana. Per tenerli svegli organizzarono questo enorme rastrellamento che fu anche dettato dalla necessità di approvvigionamento: infatti nei loro magazzini non arrivava più tanta roba. Anche noi partigiani avevamo grosse difficoltà di approvvigionamento. Prendevamo provviste dai contadini con dei buoni che anch’io ho rilasciato, quando ero poi un responsabile. Radio Cora comunicò agli americani la presenza in zona di questa divisione tedesca che aveva già fatto un macello in Romagna, dove aveva ucciso molti partigiani. Ora aveva saltato il Falterona ed era di qua per noi. Ci misero alle strette in quell’aprile ’44: s’era accerchiati, incalzati dai tedeschi. La mia formazione: la Faliero Pucci, non sfuggì a questa sorte. Venne deciso uno sganciamento silenzioso: dovevamo passare in mezzo alla morsa nemica diventando invisibili, come fantasmi. Avevamo i tedeschi a pochi metri, sia alla nostra destra che alla sinistra, udivamo le loro voci, i loro passi. Non dovevano vederci. o avremmo sicuramente avuto la peggio: erano bene armati e i tedeschi la guerra la sapevano fare, e fare bene! Gli passammo in mezzo strisciando senza farci notare, senza colpo ferire. Ognuno di noi aveva una coperta sulle spalle. Se ne tagliarono delle strisce e con esse ci fasciammo i piedi. A gruppi di cinquanta, sessanta uomini, con armi e bagagli, partimmo in fila indiana da Fornace. Passammo per Pomino, Bucina, Gualdo, la Consuma: si passò attraverso le linee nemiche e si uscì dall’accerchiamento fino ad arrivare a Montemugnaio. Sei giorni di marcia. Razione di cibo: un bicchiere di farina dolce se ne aveva un sacco e si stava in mezzo ai boschi.

Senza guide del posto ci si orientava da noi. Si ripartì e si scese giù. A sera ci si fermo in un bosco, ma non sapevo dove si fosse. Quando iniziò a far giorno vedemmo due strade sotto di noi. Si disse: "Qui ‘un si può restare". Era domenica. Decidemmo: "Si fa un exploit". In quei giorni i giornali fiorentini avevano raccontato di questi rastrellamenti in cui erano stati fatti fuori molti partigiani. Ci mettemmo in fila, tutti con la pallottola in canna e scendemmo giù nel Montemignaio. Era sul mezzogiorno, usciva la messa. Attraversato il paese risalimmo la montagna diretti verso l’Uomo di Sasso. La Nazione il giorno dopo scrisse che migliaia di partigiani in fuga avevano attraversato il paese. S’era non più di una cinquantina! Racconto ora questa cosa come un sogno. Dopo si andava quasi tutti gli anni a una rievocazione in quella zona. Al pullman, ci si fermava sempre a Montemignaio: un bel paese. Quella volta sostammo alla fontana con l’acqua fresca. Avevo il fazzoletto rosso al collo con scritto dietro "Brigata Caiani". Altri lo avevano con la scritta "Brigata Lanciotto ci avvicinò un giovanotto e ci chiese: "Che siete stati partigiani voialtri? "Si” Ma io me ne ricordo, gli era di domenica, ho visto i partigiani!" Mi venne subito in mente che passando nel paese avevo notato una bottega di un fabbro, uno di questi artigiani di campagna. Ebbi un lampo e gli dissi “Senti un po’ l’era domenica verso mezzogiorno, usciva la messa, e noi ci si mescolò un po’ alla gente. Qui c’era un fabbro e c’era un ragazzino che ci guardava” “Ero io” Mi viene un nodo alla gola quando ricordo questi episodi mi commuovo

Sergio s’interrompe, mi guarda: ha le lacrime agli occhi. Dopo alcuni istanti di silenzio, prosegue…

Da Montemignaio risalimmo su e passammo da un paesino: la Rocca Ricciarda. C’era un piccolo cimitero. Mi ci cadde lo sguardo e notai una cosa che mi colpì: i morti erano sepolti in verticale. Una cassa sepolta in verticale occupa meno spazio di una in orizzontale. Non c’era più posto: per questo in quella maniera ottimizzavano lo spazio rimasto. Poco tempo dopo, alla fine di aprile o verso i primi di maggio del ’44, ci trovavamo nei boschi intorno a un paese al di là del Pratomagno verso il Valdarno, di cui non ricordo il nome. Una nostra pattuglia di tre o quattro unità in perlustrazione in una strada di campagna vide venire un calessino con un tedesco alla guida e due ragazze accanto a lui. I nostri si misero in mezzo di strada e lo fermarono con le armi spianate. Il calesse e il cavallo lo avevano preso a una fattoria. Catturarono il tedesco e le due ragazze e li portarono su in montagna. C’era l’ordine assoluto di non avvicinarsi troppo alle abitazioni per non rischiare di farsi vedere: nella circostanza cosa avrebbero potuto fare i nostri se dietro al calesse fosse arrivato un intero reparto tedesco? Il caposquadra di quei quattro partigiani era del posto e si chiamava Cannone. Appena arrivò su in Pratomagno con i tre prigionieri, il comandante Potente lo redarguì con durezza: "Ma che se’ pazzo! Siamo in questa situazione: siamo appena usciti da un accerchiamento, in questo momento noi bisogna essere ignoti, invisibili!" Già s’era fatto lo show attraversando Montemignaio coi mitra spianati di domenica mattina a mezzogiorno. Il tedesco lo consegnarono a me, che ero il caposquadra nel mio distaccamento, dicendomi: "Portatelo via te questo. Vu’ lo sorvegliate voialtri". Era un sergente degli autieri, dei trasporti: gli era un bel ragazzo, perbene. Le due ragazze le consegnarono a un altro distaccamento. Fu detto ai suoi componenti: "Chi le tocca co’ un dito, si fucila!" S’era tutti ragazzi di vent’anni, fra l’altro s’era anche a dieta, di ragazze si intende…
Sergio sottolinea la parola con una risata.
Insomma, gli è bell’è spiegato tutto! Si fa sera e in vetta al Pratomagno dove eravamo noi, c’era una specie di stanza mezza diroccata. Il prigioniero tedesco era rinchiuso lì dentro, sorvegliato da uno di noi. Una notte toccò anche a me far la guardia al prigioniero. Ero seduto fuori della porta, stanco e assonnato: non è che il giorno si stesse fermi, si camminava di continuo per andare a trovare da mangiare. Sentii bussare dall’interno. Andai alla porta e chiesi: "Icché c’è?" Il tedesco rispose: "Io avere bisogno di andare bagno, avere bisogno fare cacca", ‘Bene, vieni". Aprii la porta e lo feci uscire. Subito fuori dalla stanza c’era un terreno scosceso a balze. Lui scese giù qualche metro. Avevo il mitra in mano e dissi tra me: "Ora lo lascio allontanare un po’ e gli tiro una raffica. Poi dirò: gli scappa e gli ho sparato". Non lo feci: ero uno disciplinato e questo mi trattenne dal dare sfogo all’istinto. Il prigioniero fece i suoi bisogni e lo feci rientrare dentro.
La mattina seguente venne da noi in vetta, un prete accompagnato da un contadino e disse: "Gli hanno preso i’ babbo e la mamma di Cannone". Le spie avevano parlato. "I tedeschi hanno detto: o ci rendano i’ sergente, o s’ammazzano marito e moglie". Di fronte a quest’ultimatum, il comandante accettò lo scambio: il tedesco fu riconsegnato e i genitori di Cannone vennero liberati. Dopo questo fatto dissi: "Madonna, ho fatto una cosa giusta, buona, normale. Ma l’ho fatta senza volere: non potevo mica sapere, prevedere, che ci sarebbe stato tutto questo retroscena!" Questo rafforzò ancor di più in me la convinzione che sarebbe stato sempre meglio pensare in modo responsabile prima di fare qualche cosa. Avevo uno spiccato senso di responsabilità: gli volevo sparare, ma poi pensai un attimo. Non ero fatto per sparare a uno che scappa: se ci si sta scontrando sì, come altre volte è successo quando è guerra. Non ho mai saputo che fine abbiano fatto quelle due ragazze: erano due puttanelle delle parti di Napoli, venute su al seguito dei tedeschi, probabilmente con l’idea di sposare qualche soldato e finire poi in Germania.

Tratto dal libro di
Pietro Gianassi
“Fumo” l’ultimo dalla Caiani

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