La strage di Castello

La strage di Castello

Proprio in quei giorni, Gambalesta viene avvisato dell’ennesimo lutto nella sua famiglia. Suo cugino Nardi Vittorio

, di soli 16 anni, viene fucilato dai tedeschi. I fatti si svolsero così: Teatro del massacro furono i sotterranei

dell’ istituto Chimico Farmaceutico Militare di via Reginaldo Giuliani, adibiti allora a rifugio antiaereo e dove la popolazione civile della zona si era rifugiata per sfuggire alle bombe.

Verso le ore 21 del 5 agosto 1944 un gruppo di soldati tedeschi si presentò ad una casa della zona con la scusa di chiedere dei viveri ma, fatti passare in casa, tentarono di violentare una giovane donna. Mentre la donna cercava di difendersi partì un colpo di pistola, non si sa bene se sparato da un soldato che cercava di impedire lo stupro o partito per caso, che ferì uno degli aggressori. A questo punto i soldati si dileguarono mentre la donna con i propri familiari si nascosero nel vicino ospedale di Careggi; il codice tedesco di guerra prevedeva pene severissime per i suoi

soldati che si macchiavano di reati di stupro. Su questo erano severissimi.

I soldati aggressori, tornati al comando, dissero al loro comandante che il loro commilitone era stato ferito da un italiano lungo la via Reginaldo Giuliani in modo da evitare la corte marziale. Il capitano Kuhne

comandante della zona, dette ordine di fucilare di dieci italiani per rappresaglia.

Verso le ore 22.30 un plotone di soldati tedeschi bussò alla porta del rifugio dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare; andò a aprire un giovane, Silvano Fiorini , che venne preso a pugni con l’accusa di essere un

partigiano: il ragazzo provò a difendersi ma venne freddato con un colpo alla testa. Scesi negli scantinati, i

tedeschi lanciarono bombe lacrimogene per fare uscire la gente nascosta.

Un gruppetto di uomini fu portato fuori, perquisito e poi messo lungo un muro: alcuni di loro, capendo cosa li aspettava, tentarono una fuga disperata attraverso una presa d’aria. Due ce la fecero mentre un terzo, il

Partigiano Beppino Mazzola , venne colpito a morte. Altri ostaggi si salvarono in maniera fortunosa, uno fingendosi morto dopo una ruzzolata dalle scale; un altro nascondendosi tra i cadaveri dei fucilati; un giovane invalido si salvò per il buon cuore di un tedesco che cedette alle preghiere della mamma; un altro ostaggio riuscì a scappare da un ufficio mentre un soldato gli proponeva di salvargli la vita se andava a lavorare per i tedeschi.

Dieci uomini vennero quindi mandati a morte. La loro fucilazione si svolse, tra il terrore dei parenti, fra le 22 e le 23:30 dello stesso giorno.

I nomi delle vittime sono:

 

Francesco Granili (44 anni),

Michele Lepri (33 anni),

Tullio Tiezzi (47 anni),

Mario Lippi (44 anni),

Ugo Bracciotti (44 anni),

Aldo Bartoli (31 anni),

Attilio Uvali,

Francesco Iacomelli (57 anni),

Giorgio Biondo (36 anni),

Vittorio Nardi (16 anni).

A questi si aggiungono

Silvano Fiorini (23 anni) e

Beppino Mazzola

precedentemente menzionati.

La rabbia dei soldati nazisti proseguì, dopo la strage, con il saccheggio delle case della zona e con ripetute minacce ai superstiti. Per quanto riguarda i fucilati, pare che solo tre di loro fossero effettivamente dei partigiani ( Silvano Fiorini, Mario Lippi e il giovanissimo Vittorio Nardi) ma che in quel periodo non fossero attivi.

Al momento della liberazione della zona i soldati inglesi aprirono un’indagine condotta dal sergente Smedley

e conclusasi nel giugno 1945, che portò ad individuare i colpevoli del massacro il capitano Kuhne ed il

maggiore Grundman.

Come tante stragi naziste in Italia anche questa rimase impunita, anche se pare che un o dei due responsabili (a detta delle testimonianze di Giorgio Pipoli e di una donna che aveva dovuto ospitare il comando tedesco in casa) fu ucciso

nel centro di Firenze dai partigiani durante l’insurrezione della città una settimana dopo.

Ma i dolori, i lutti, benché fonte di profonda sofferenza non fermavano il conflitto imminente.

Furono giorni tremendi. Ci furono molti bombardamenti. Le strade erano “aperte” da grandi solchi provocati delle deflagrazioni.

I giorni che precedettero l’11 Agosto, furono convulsi. Per le strade ci si preparava alla battaglia. A Firenze, ma più in generale in tutta la Toscana, i tedeschi e i fiancheggiatori fascisti sentivano la pressione dei gruppi partigiani, il peso e le conseguenze delle loro azioni. Sempre in questo periodo, però, la situazione della città era drammatica.

Le molte case danneggiate, le strade per lo più inagibili e l’emergenza sanitaria rendevano gli sforzi organizzativi per l’insurrezione molto problematici. Ecco come il CTLN denunciava, in un rapporto inviato il 30 luglio al comando alleato sulla situazione cittadina, e così redatto:

«Si porta a conoscenza la seguente relazione concernente la situazione della città di Firenze.

«Da notizie trapelanti dal comando tedesco risulterebbe che ove gli alleati facendo un’avanzata unicamente frontale sulla città di Firenze dal lato sud, sarebbe loro intenzione difendere la città palmo a palmo, facendo particolarmente barricare le strade che danno accesso ai ponti della zona centrale.

«Attualmente ci sono in Firenze circa cinque centomila persone, cioè il doppio della popolazione normale; fra queste una enorme quantità si sono rifugiate in città perché dovute fuggire dalle circostanti campagne, razziate e saccheggiate dalle truppe tedesche in ritirata.

«Le condizioni sanitarie, alimentari ed economiche sono le seguenti:

a) sono stati asportati tutti gli impianti ospedalieri; difettano in modo assoluto medicamenti e ferri chirurgici; si verifica già qualche caso di tifo , dovuto alla ridotta erogazione dell’acqua potabile ed alla scarsa rimozione delle immondizie dalla città;

b) le scarse provviste alimentari sono ormai ridotte agli estremi ed in questi ultimi giorni vengono a difettare anche

i rifornimenti di frutta e verdure che erano affluiti negli ultimi giorni nella città; particolarmente le categorie meno abbienti e i bambini risentono gravemente di questa situazione.

A proposito dei rifornimenti della farina per panificazione si fa presente che è stata approvvigionata dal comando germanico limitatamente al fabbisogno giornaliero. Dato l’attuale inizio di sganciamento delle truppe germaniche, si prevede che la città rimanga assolutamente senza pane; c) le truppe tedesche in questi ultimi tempi hanno asportato e distrutto tutto quanto possibile; in questi giorni sono in atto provvedimenti per asportare anche le opere d’arte. Gli impianti industriali, compresi quelli di alcuni servizi pubblici, sono in condizioni di non poter essere riattivati con le riserve cittadine per un tempo imprevisto. Sono stati distrutti anche i principali mulini. Per il momento il servizio idrico, pure ridotto, funziona, ma si prevede però che sia distrutto al momento dello sganciamento. A causa delle distruzioni e asportazioni di cui sopra e che proseguono tuttora, si prevede debba risentirne grave disagio ogni strato della cittadinanza. Sia per la disoccupazione, sia per la mancanza di produzione di molti generi di necessità alla vita.

«Tutto quanto sopra esposto serve per far presente a codesto comando l’assoluta urgenza e necessità di prendere tutti quei provvedimenti di carattere militare (che forse il comando stesso avrà già studiato) tendenti ad evitare un attacco frontale alla città, che dovesse eventualmente portare ad un enorme aggravamento, con distruzioni, saccheggi e massacro della popolazione, della situazione.

«Il Comitato toscano di liberazione nazionale rimane a completa disposizione con tutti i suoi mezzi, servizi politici, amministrativi e militari, del comando alleato e prega vivamente di stabilire un collegamento per una proficua collaborazione».

Si aveva la certezza che gli Alleati erano prossimi alla liberazione della città. Empoli era già tra le braccia alleate, e mancavano solo pochi chilometri e ore per l’arrivo nella città. Gambalesta , avendo perso i contatti con i suoi uomini, si mise a disposizione del CTLN. Aspettò ordini precisi, ma come la storiografia “maggiore” ci ha ampiamente

documentato, gli ordini del Comitato erano spesso dissonanti da quelli del Comando Alleato. Sono molti i casi di dissidio tra i “due eserciti”. Ma è sicuramente difficile, vista la “delicata” situazione di quelle settimane, cercare di capire quei dissidi. Molti attriti furono superati grazie alla presenza nel Cln di partiti antifascisti, che dimostrarono maturità politica e ottima mediazione. Un tratto caratteristico della Resistenza Fiorentina

fu proprio quello di avere avuto un a grossa valenza politica, più che strettamente militare.

Firenze Libera

Durante il periodo dell’occupazione nazifascista, si assiste ad un grosso lavoro sotterraneo degli antifascisti per guadagnare alla Resistenza ampi strati di lavoratori che avevano patito le conseguenze della dittatura. E’ attraverso questo lavoro di politicizzazione e prese di posizione che nasce la democrazia. “Il popolo armato ai governi fa paura” era questa la frase che Gambalesta ripeteva spesso quando si discuteva di quel periodo. Gli alleati assunsero il Comando, e diciamolo senza remore, di quei “giovanotti omunisti” non ne voleva sentir parlare. I diritti “d’autore” li volevano solo gli Alleati. Ma non era un problema di esclusive sulla storia. Era il modo “politico” per chiudere l’esperienza della Resistenza, che per le cose sopradette, aveva coalizzato vari strati della società. Ma non solo. Gli alleati cercarono in tuttii modi di arrivare per primi in alcuni edifici della politica fascista fiorentina per ricercare e distruggere “certe” prove compromettenti che mettevano in luce una probabile primaria alleanza tra Nazifascisti e poteri forti del mondo occidentale. Per fare ciò il Commando inglese utilizzò il Troop , corpo militare a cui venivano affidati “lavori” delicati. Esiste un filmato, relativo alla Battaglia per la liberazione di Firenze, in cui si vedono strane immagini di uomini con basco in testa che fugacemente sfondano porte e rovistano, con fare attento, nei carteggi trovati. Un’altra fonte cartacea ( La battaglia di Firenze, Associazione Intercomunale 10 area fiorentina-1985) invece riporta testualmente:

Un Commando Alleato, della Special Operation Executive, ha come obiettivo Villa Spelmann, in via San Leonardo 14, che era stata sede di un Commando SS. La villa è però deserta da diversi giorni e le stanze sono desolatamente vuote”. In realtà gli uomini del citato 34° Troop erano penetrati forse nella sede che era stata dell’Abwehr 212, una sezione del famoso servizio di spionaggio tedesco comandato dall’ammiraglio Canaris.

Dopo l’11 Agosto nessun uomo delle Brigate partigiane impegnate, era coordinato con il Comando Alleato. Ci furono un paio di riunioni operative tra il Comitato di Liberazione e quello alleato. La situazione era chiara. I partigiani si dovevano occupare, vista la ottima conoscenza della città, della guerriglia a bassa intensità contro i cecchini fascisti. Non fu facile da accettare, ma il buon senso prevalse. Gli uomini della Resistenza fiorentina combatterono strada per strada, rione per rione per assicurare la bonifica dai cecchini.

Infatti in quel frangente i cecchini erano un reale problema. Il meschino problema! Fascisti appostati alle finestre pronti a sparare su tutti. In una decina di giorni furono messi tutti in fuga….!

Firenze era libera. Si sparse la voce, la famosa vox populi , che i tedeschi se ne erano andati. Grida festose si

levarono in molti rioni popolari. Qualcuno sventolò dalle finestre le bandiere tricolori. Il sole caldo di Agosto illuminava i viali, le case più o meno straziate dai bombardamenti, le strade e le piazze su cui la gente ricominciava a muoversi. Gli scozzesi con i loro gonnellini, suonano i loro curiosi strumenti, andando su e giù per Piazza della Signoria, come se in Appennino, nel Mugello e nelle valli del Nord fosse tempo della fiera di fine estate o le sagre degli spaghetti!

In Piazza della Libertà Gambalesta alzò i suoi occhi e notò alcune bandiere tricolori con lo stemma sabaudo tagliato. Udì le campane a festa del non lontano Battistero. I passanti, pur senza conoscersi, si scambiavano notizie sulla fuga fascista, saluti, gridi di gioia e anche qualche abbraccio in chi, con un colpo d’occhio, riconosceva nell’uomo il Partigiano.

Gambalesta fu avvisato di una importante riunione dei Comandanti delle Brigate Partigiane che si sarebbe tenuta dopo qualche giorno. Inforcò la bicicletta e si diresse in palazzo Vecchio, ormai sede stabile e operativa Alleata, per avere ulteriori informazioni. Apprese che nei primi giorni di settembre ci sarebbe stata una “consegna” delle armi possedute dai partigiani e lo scioglimento ufficiale delle Brigate.

I tedeschi iniziarono la loro fuga verso la linea gotica.

Purtroppo i fascisti rimasero. Ma questo discorso ci porterebbe lontano….anzi molto vicino alla nostra storia

contemporanea!

Ci furono dei problemi immediati da risolvere, come il cibo e l’acqua, ma soprattutto il problema della casa

. I bombardamenti avevano lacerato fisicamente la città e molti cittadini rimasero senza tetto. Ed è proprio a

questi problemi che il Cnl e gli alleati dovettero risolvere. I partiti poterono lavorare, operare in favore della popolazione, ma da un punto di vista politico si trovarono in una situazione di semiclandestinità (non più clandestini per i fascisti, ma per gli Alleati!) i quali pongono molti vincoli alla libertà di organizzazione e manifestazione. Nonostante ciò, Firenze, divenne un importante laboratorio nel quale si sperimentarono e si progettarono forme di vita democratica, modelli politici che verranno adottati su scala nazionale a conclusione del conflitto.

Furono giorni convulsi! C’era da stilare verbali, fare nomi, riprendere i contatti con gli uomini della Brigata,

ma soprattutto c’era da riprendere la propria vita in mano e aiutare le persone più in difficoltà. Si trattava

insomma di non lasciare che si spegnesse nell’aria morta di una normalità solo apparentemente riconquistata, quella piccola fiamma di umanità solidale che avevano visto nascere sul Monte Morello.

Gambalesta aveva, come tanti altri, la convinzione che la società fosse cambiata, che la si potesse guardare con gli occhi dell’ottimismo, della solidarietà e della giustizia sociale. Ma ben presto la realtà prese forma.

Gambalesta fu invitato a radunare la sua Brigata alla Fortezza da Basso, il 7 Settembre, dove il generale Hume

, governatore della città, avrebbe sciolto ufficialmente le Brigate partigiane, con la restituzione incondizionata di tutte learmi da loro possedute.

Ci furono accese discussioni tra i vari compagni delle Brigate. Tutti avevano la percezione che ci fosse “qualcosa” di poco chiaro. Molti avevano la paura che una volta consegnate le armi i fascisti avrebbero tentato un “ritorno” in camicia nera. Ma gli ordini degli alleati erano chiari: Consegna incondizionata di armi, munizioni e esplosivi. Chi fosse stato trovato in possesso di armi dopo il 7 Settembre senza regolare permesso sarebbe stato processato dava

nti alla corte militare alleata. Fu seguita la linea della riconsegna incondizionata, ma molti……(lo vedremo tra qualche riga…)

La mattina del 7 settembre era una giornata che potremmo definire meteorologicamente “strana”. Cielo plumbeo, con una bava di vento che in qualche occasione si intensificava fino a creare vortici ben visibili delle prime foglie pre-autunnali che si alzavano a due tre metri dal suolo.

Gambalesta si incamminò verso l’ingresso della Fortezza da Basso. Si ritrovò con tutti gli uomini della Brigata ancora presenti in città. Il nonno firmò 351 attestati che riconoscevano l’appartenenza alla Brigata. Quel giorno, all’appuntamento, se ne presentarono circa 270.

Al nonno toccò, come a tutti i comandanti, la supervisione della riconsegna delle armi. Tutti lasciarono le loro pistole, i loro moschetti spesso sottratti in battaglia ai fascisti e diverse bombe “ananas”. Molti, girando le spalle dopo la riconsegnadelle armi, avevano gli occhi lucidi.

Chiunque usciva dall’armeria sapeva di lasciare non un pezzo di metallo freddo, ma un periodo di vita che non avrebbero mai scordato. Una volta disarmati iniziò la cerimonia. Iniziò a piovere. Il nonno mi raccontò con dovizia

di particolari quel momento. -“ C’era un carabiniere all’ingresso con tromba in mano. Ci avevano detto che quando sarebbe entrato Hume avremmo dovuto offrire il saluto militare. Molti volevano lasciare la cerimonia. Gracco, della Brigata Sinigaglia, si scaldò molto. Quelli della Sinigaglia erano i più determinati a voler cambiare il cerimoniere! Ci riuscirono in parte. Furono alcuni di loro a omaggiare con la tromba il governatore della città, ma soprattutto

le Brigate partigiane. La bandiera della Sinigaglia marciò a fianco del Generale. Addirittura fu issata sull’

asta la camicia garibaldina di un compagno rimasto ucciso. Fu un gesto importante! Non solo bandiere

americane e inglesi, ma una bandiera di Brigata che rendeva onore e memoria al sacrificio di molti giovani antifascisti!

Il cerimoniere finì, c’era poca allegria. Io tornai a casa. Il mio fazzoletto rosso lo riposi in un cassetto. Non lo

ripresi più in mano per tutta la vita.

Non so che fine fece”

Peccato nonno Gambalesta, non sai quello che darei per averlo avuto in dono.

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