Clara

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Clara

(19 agosto 1944)

Nelle due case, una padronale e l’altra colonica, del podere di Valla vivevano normalmente due famiglie: nella prima, Giu­seppe Barucci con la moglie Maria, e nell’altra il mezzadro Cec­chi con la moglie Ersilia e i figli Clara di 8 anni, Pietro di 6 e Rita di 3. Come gli abitanti dei vicini borghi medioevali di Val­la e Santerenzo, queste due famiglie conducevano una vita sem­plice e tranquilla. Di fronte al podere, situato su un terreno lie­vemente in pendio, la vista prendeva respiro nella discesa del campo e sullo sfondo delle Alpi Apuane si potevano vedere i paesini di Pulico, Gorasco, Saliera e Canova. Proprio da Canova i tedeschi, che li tenevano sotto controllo la zona circostante, il 18 agosto 1944 notarono il movimento di un centinaio di per­sone (in gran parte vecchi, donne e bambini) che si andavano concentrando nel podere di Valla.
Da qualche giorno pattuglie della divisione comandata da Kesserling e Walter Reder avevano creato una base a Rometa, frazione di Saliera nella provincia di Massa Carrara, per man­tenere aperte le vie di comunicazione, soprattutto sull’Aurelia da Pisa a Genova, ma avevano subito l’azione di disturbo dei par­tigiani. Quando, verso i primi di agosto, i partigiani uccisero 17 tedeschi in uno scontro, Reder, deciso a compiere una rappre­saglia che stroncasse lo sviluppo della guerriglia sulle Alpi Apua­ne, programmò l’assassinio di 170 persone. Per meglio attuare la sua impresa Reder stesso si era inoltrato fino a Santerenzo e, nascondendo la sua identità, si era fermato a mangiare nella bot­tega di Mario e Roberto Aliggeri, ai quali aveva chiesto infor­mazioni sugli abitanti dei borghi vicini. Forse a Santerenzo Reder raccolse qualche notizia sulle persone che si erano con­centrate nel podere di Valla.
Il giorno 19 i tedeschi passarono all’azione.

Fu Clara, verso le undici, mentre la famiglia era in attesa di andare a mangiare, ad accorgersi che alcu­ni tedeschi sbucavano dai rovi e dalle viti e salivano su dal campo. Erano le prime staffette, presto seguite dal grosso del contingente, che saliva a ventaglio per ac­cerchiare la casa. I tedeschi erano circa una cinquantina, vestiti con le divise da campagna, fucili in spalla alcuni, altri con mitragliatori imbracciati, cartuccere a tracolla ed elmetto in testa.
I soldati tedeschi appena giunti intorno alla casa si divisero subito i compiti, come se attuassero un piano prestabilito; alcuni si fermarono sul posto per radunare la gente, stringerla in mucchio, mentre altri continuaro­no il cammino verso il paese di Santerenzo per cattu­rare altre persone. A Santerenzo i tedeschi presero tutti: fecero alzare dal letto i malati, i vecchi e li raduna­rono. In principio erano incerti se concentrare tutti a Santerenzo oppure nel podere di Valla, ma poi scel­sero quest’ultimo perché piú isolato.
Nel podere si creò una confusione enorme. I bambi­ni piangevano, le donne gridavano, i vecchi cercavano di mantenere la calma ed ammonivano i tedeschi. Qual­cuno domandò che cosa intendessero fare ed i tedeschi risposero laconicamente: "Fare fotografie."
Altri tedeschi esortavano alla calma e proclamavano che non avrebbero fatto alcun male. I soldati erano in­fatti calmi e ciò lasciava supporre che si trattasse di una azione di rastrellamento. Quando Barucci cercò di interrogare i tedeschi, quelli lo rassicurarono. Sua mo­glie Maria svenne dalla paura e i tedeschi aiutarono Barucci a farle gli impacchi perché rinvenisse.
Ad un certo punto i tedeschi si fecero piú bruschi e concentrarono tutti nella grande cucina del mezzadro Cecchí, padre di Clara. Poi, constatato che non c’en­travano, li ammassarono nella casa del Barucci. Due soldati nazisti particolarmente decisi entrarono svelta­mente in casa, cercarono armi, uomini, oggetti, con aria spavalda. Rovistarono tutto. Frugarono nei corbelli in­torno al focolare spento, rovistarono e sconquassarono la vecchia credenza tradizionale delle case dei contadi­ni, misero a soqquadro la camera.

"Eravamo piú di 100 persone," racconta Clara, "ammassate in queste stanze e nella casa accanto. Da due ore, duravano l’estenuante tensione ed il frastuono. Noi ragazzi eravamo influenzati dalla evidente ansia delle mamme. Imploravano che non fosse fatto nulla di male ai bambini e li proteggevano.
"Non so perché ma io non avevo molta paura. Osser­vavo ogni mossa dei tedeschi. Vedevo la mia casa deva­stata, gli oggetti coi quali giocavo sciattati. Una gran pena mi facevano i bambini piccini, nudi in braccio alle madri. Piangevano e piangevano senza chetarsi mai. Io mi adopravo per calmarli, ma non intendevano. Verso le 15 circa i tedeschi decisero di ammassarci giú nello spiazzo sospingendo le persone nella scala stretta e trat­tando malamente quelle recalcitranti, ormai coscienti della prossima fine.
"Donne, vecchi e bambini furono spinti sotto il grande pergolato davanti a un filare di viti. Frequente­mente risuonava la parola ‘avanti.’

"I tedeschi impugnavano tutti un’arma e portavano l’elmetto col sottogola. Qualcuno tentava di fuggire, ma i tedeschi lo rispíngevano nel gruppo. Altri cercavano di retrocedere, ma erano sempre ricacciati nel mezzo. Qualche uomo cercò di nascondersi nella cappa del ca­mino, ma fu trascinato giú per i piedi e picchiato. Era una massa urlante e disperata su cui circa una diecina di tedeschi premeva per stringerla in uno spazio sem­pre piú ristretto in modo da costituire un bersaglio non troppo vasto.
"Intanto circa quindici tedeschi si erano schierati sotto il ciglio davanti al pergolato, di circa un metro piú basso. I tedeschi inveivano violentemente contro i piú disperati intimando loro di reprimere ogni grido e ogni gesto. Ma le madri non si placavano: urlavano e stringevano al petto le loro creature.
"Era un clamore tremendo che squarciava l’aria. Come se tutti fossimo per essere sgozzati. I miei cu­ginetti Clelio di 10 anni e Armando di 6 mi erano vi­cini. Vedevo anche la zia Giulia e lo zio Alberto. La mamma mi teneva per mano, insieme a Pietro, ma non poteva tenerci stretti perché aveva in braccio la piccola Rita. Non vedevo piú cosa facevano i tedeschi perché la gente intorno era piú alta di me. Sentivo che si strin­gevano sempre piú al centro. Faceva un caldo soffo­cante e le poche foglie del pergolato non bastavano a darci un po’ di refrigerio. Ma poi c’era il calore di tutte quelle persone ammassate che mi soffocava. Non capivo piú nulla. Non mi sembrava vero quello che suc­cedeva, non avevo coscienza. Dal mucchio di persone che mi stringeva vedevo in alto il tetto della casa, la piccionaia e il grande cipresso. Mi veniva un senso di sicurezza dall’essere coi miei genitori. Perciò non ebbi molta paura.
"Ad un certo momento, senza che nessuno potesse neanche percepire l’ordine di sparare ebbe inizio il fuoco. Le armi che sparavano dovevano essere molte per­ché si scatenò un gran frastuono. Feci in tempo a ve­der cadere un gruppo di persone che erano davanti a me. Quasi nello stesso attimo mi sentii colpire io stessa dai proiettili alle gambe, alle braccia, ai piedi e al pet­to. Caddi subito perché i colpi erano violenti e sopra a me caddero mio padre, mia madre e il nonno. Mia madre teneva ancora stretti i fratellini. Mi sentii girare la testa e poi mi parve che tutto si allontanasse. Svenni. Nella mia memoria c’è un vuoto. Mi parve di morire.
"Soltanto dopo alcuni minuti ripresi i sensi, come se mi svegliassi. Avvertii un silenzio quasi assoluto, interrotto da lievi lamenti. Restai ferma ancora, anche se mi sentivo soffocata dai corpi che mi erano sopra.
"Poi udii i tedeschi conversare fra loro, allegri, e infine udii i colpi sparati per finire gli agonizzanti. Anche con le baionette infierirono nelle carni. Pure a me toccò quella tortura: un soldato tedesco mi venne vicino e m’infilò la lama in una gamba e in un braccio, forse per accertarsi che ero morta. Non so come riu­scii a non urlare. Ma gli spari furono parecchi: i tede­schi sparavano per sadismo. Uccidevano i morti.
"Io sentivo un gran peso e tutto il corpo mi bru­ciava. Il sangue dei miei genitori mi scorreva addosso, sul petto. Il male diventava atroce ma la mia capacità di capire era nitida. Capivo che non ero morta come gli altri e che potevo non morire. Per questo rimasi ferma, senza piangere come avrei sentito il bisogno di fare. Ebbi la forza di sopportare tutto, feci forza a me stes­sa. Restai in sílenzío e immobile finché non sentii piú i tedeschi. Non saprei dire come trovai quella forza.
"Fu dopo un’oretta che sentii i tedeschi allontanar­si sghignazzando. Si inoltrarono nel bosco cantando. Allora aprii prudentemente gli occhi e vidi vicinissimi a me fili di erba inzuppati di sangue. Il sangue, rosso co­me le rose del rosaio del muro di casa, formava piccoli rivoli che si dirigevano verso il ciglio dal quale i tede­schi avevano sparato, sotto il sole che si avviava al tramonto. Illuminati dal sole ancora caldo del pomerig­gio estivo quel verde e quel rosso sembravano piú densi.
‘Mi azzardai a muovermi, alzai la testa; una scena orrenda, un carnaio raccapricciante mi apparve alla vi­sta. Ero terrorizzata; braccia staccate, cervelli aperti, volti deturpati, pozze di sangue, bambini fatti letteral­mente a pezzi.
"Il babbo e il nonno erano vicini a me, vidi le loro ferite, i loro occhi aperti. Non era un sogno e mi pareva di sognare. Sentii il bisogno di uscire da quel gro­viglio, da quell’incubo; tentai di alzarmi, ma le forze non mi tenevano. Soltanto dopo, con sforzo, spinta dal terrore di quel luogo riuscii a sortire dal groviglio di carne e di sangue. Anch’io ne ero tutta intrisa e per­devo sangue dalle ferite.
"Dal pergolato uscii nella viottola e di lí mi intro­dussi in casa per bere un po’ d’acqua; avevo la gola secca. Entrando in casa vidi il corpo di Alvo, un parti­giano che aveva moglie e figli fra i morti ed era accor­so ai primi spari. I tedeschi lo avevano incontrato ed ucciso. Ma mentre accostavo il bicchiere alla bocca sen­tii voci che sembravano di tedeschi che si avvicinavano. Mi erano troppo note quelle voci; soltanto a udirle il mio animo si scosse e il corpo si rattrappí. Tornavano sui loro passi per controllare l’esito della loro opera. Mi resi conto che se mi avessero vista non mi avrebbero lasciata viva.
"Ebbi pochi secondi per decidere dove nascondermi, ma ebbi un solo pensiero: correre di nuovo sotto il pergolato e confondermi ancora fra i morti. Cosí feci. Mi gettai accanto a loro, mi rifugiai sotto il corpo di mia madre. Cominciavano già a freddarsi i cadaveri. I loro volti erano pallidi e severi. Per circa mezz’ora dovetti rimanere nell’immobilità assoluta. Mi misi supina, con la testa sulle braccia incrociate. Non riuscivo a capire che cosa facessero i tedeschi. Non vedevo nulla. Mi sembrava d’avere davanti un buio immenso, poi tutto rosso. In quella mezz’ora molti pensieri rigirarono nella mia testa. Pensai al pergolato bello come un giardino dove giocano i bambini devastato dai tedeschi, pensai a quegli uomini malvagi che mi sembravano feroci co­me lupi. Quello che stava succedendo mi fece pensa­re a tante storie dell’inferno, di mondi orribili popola­ti da uomini cattivi e da mostri feroci che il nonno mi raccontava. Ma tutto era piú fosco di quelle storie.
"Allontanatisi di nuovo i tedeschi mi rialzai libe­randomi dai morti. Non ce la facevo. Dovetti attende­re che qualcuno venisse ad aiutarmi. Fu soltanto ver­so le 19 che arrivò Mario Aliggeri, lo zio di Emilio. Ap­pena arrivò sul posto cominciò ad urlare di disperazio­ne. Chiamava la gente per nome, si rivolgeva a quelli che avevano gli occhi aperti credendoli ancora in vita."
Le grida di Mario risuonarono giú per la valle e la sera tardi arrivò altra gente. Accorsero i partigiani dai monti, ma troppo tardi. Tutti quelli che arrivavano si facevano attorno a vedere l’orrendo spettacolo. Pian­gevano, inveivano, discutevano. Le mitragliatrici nazi­ste sembravano avere scosso Santerenzo da un sonno secolare. Qualcuno, a stento, poiché tutto era avvolto nell’oscurità, riconobbe i propri cari. Erano state di­strutte famiglie intere. Il nonno materno di Clara, Pie­tro Tonelli, ha avuto quindici familiari trucidati. I par­tigiani dettero il primo aiuto a Clara. La raccolsero e le tamponarono le ferite. Bisognava condurla all’ospeda­le e la trasportarono con un mulo a Fivizzano, dove fu medicata e rimase in cura per qualche mese.
1 morti furono rimossi soltanto il giorno dopo, con le ceste che i contadini attaccano ai buoi per traspor­tare l’erba perché erano tanti; centosei, quasi tutti di Santerenzo. Furono sepolti dai partigiani e dai frati. Ma i tedeschi ritennero di non avere ancora chiuso il conto. Nei giorni seguenti al Rifugio, verso Varna, e nella bo­scaglia compirono altre stragi, per completare, con fredda
determinazione, il numero delle persone che avevano deciso di sopprimere: 170

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Strage di Santerenzo
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