Maria Luisa

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Maria Luisa

(12 agosto 1944)

Sappiamo che i tedeschi avvistati da Milena alle pendici dell’ Argentiere erano, prima di investire S. Anna, circa cinquecento, e sappiamo anche che una decina soltanto erano impegnati nel rastrellamento dei due gruppi di abitanti poi trucidati nelle stalle. Gli altri tedeschi cosa facevano nel frattempo? L’eccidio legato al nome di S. Anna non si esaurí col massacro perpetrato in quella frazione, bensí rientrò in uno spaventoso quadro di fu­cilazioni, incendi, saccheggi e cacce all’uomo; esso costituí, piú precisamente, l’inizio di un piano sistematico attuato in luoghi vicini e in tempi immediatamente successivi e realizzato nella stessa mattina del 12 agosto, fra le 7 e le 13. L’eccidio iniziò infatti a Vaccareccia, poi continuò ai Franchi, a Le Case, nella piazza della Chiesa, al Colle, ai Colletti, alla Culla, al Mulino di S. Anna e infine a Col di Puccetto.
Consideriamo ora i fatti da un altro punto di vista, sulla ba­se della testimonianza di Maria Luisa Gherardini, che non era nativa del luogo, come Milena, ed era invece sfollata da Forte dei Marmi. Maria Luisa era nata il 14 giugno del 1910 ed era sempre vissuta coi genitori, che erano piccoli coltivatori. La se­ra dell’11 agosto l’intera famiglia Gherardini sali a S. Anna presso la famiglia di Federigo Bertelli. Nella casa centenaria, si­tuata su un colle, abitavano abitualmente Federigo con uno zio e due figlie, ma una ventina di altre persone vi avevano tro­vato allora rifugio, spinte dalle vicissitudini della guerra. La mattina la madre di Federigo si alzò per sbrigare alcune faccen­de e stava recandosi alla fonte quando vide sopraggiungere sul colle dell’Argentiere i tedeschi. Impressionata, si precipitò a casa per dare l’allarme. Federigo, visto che altri, fiduciosi o ras­segnati, non volevano muoversi, corse verso il vicino boschetto insieme col fratello e riuscí a fuggire nonostante le raffiche che gli spararono dietro i soldati tedeschi.

Il sacerdote Giuseppe Evangelisti che da dieci anni, per incarico del vescovo, ogni domenica si recava lassú a dir messa e a portare conforto ai religiosi, dato che la piccola comunità non poteva mantenere un sacerdote, racconta cosí l’esperienza vissuta a S. Anna:

"Mi sembrava, ogni volta che salivo lassú, di trovarmi in una vera metropoli. La piazza della chiesa so­migliava al centro delle nostre città. Giungevo lí ogni domenica e un gruppo di persone mi circondava in cer­ca di notizie, di spiegazioni, di favori. Care famiglie! Avevano fatto tanti sacrifici, superato enormi difficoltà, spostandosi dalle loro case, dai posti a loro cari, per scampare alla morte. Invece…
"Fu cosí che il giorno 12 agosto ci trovammo di­nanzi alla tragedia. Avevo appena finita la messa alla Culla quando il crepitio dei colpi di mitraglia e dei moschetti ci fece intuire che fatti particolarmente gravi si svolgevano, quella mattina, nella vallata.
"Passammo quasi tutta la mattina in vedetta e as­sistemmo all’espandersi dell’azione devastatrice. Verso mezzogiorno una voce si sparse piena di panico e di ter­rore: ‘Alcune pattuglie si volgono verso la Culla. Sono alle miniere. Bruciano le case di Montarsiccio!’
"Alcuni che trascinavano in giú le proprie bestie ci confermarono la notizia. Detti ordine ai miei familiari di riunire le cose indispensabili e tenersi pronti per partire, e consigliai ad altri di seguire il nostro esempio, ma non si poté far tanto.
"Appena gettati fuori della porta i fagotti alla rin­fusa, ecco alcuni colpi secchi alla fontana sovrastante e due o tre ragazze urlanti che scendevano di corsa ferite, con mani e braccia grondanti di sangue.
"Ci portammo tutti fuori della porta, quando dalla strada del cimitero, a gran carriera, apparvero cinque soldati delle SS tedesche con uniformi mimetizzate e pesanti mitra puntati.

`Partisanen? Partisanen?’
"’Nein partisanen’,

articolai un po’ confuso.
"Si scambiarono alcune parole fra loro e poi: ‘Sfol­lati?’ ‘Sí, tutti sfollati.’ Entrarono nella chiesa, lette­ralmente gremita, presero con loro qualche uomo e poi scesero verso Valdicastello."
I tedeschi se ne andarono, per compiere stragi, nei luoghi che si è detto. La meccanica dei rastrellamenti e dei massacri è quasi sempre la stessa, almeno secondo quanto si deduce dalle testimonianze. Ed è perciò inu­tile raccontare come furono messi in atto gli scempi, dopo quello di Vaccareccia, nelle località vicine. Uno dei piú feroci fu certamente quello sulla piazza della chiesa.
La piazza è abbastanza grande e si presenta in modo da poter raccogliere molte persone, perché è situata al centro dei Colletti che le fanno cornice. Da una parte una fila di case, da un’altra un terrapieno con alto mar­ciapiede, sulla sua sinistra platani ed altri alberi. La gente vi si è radunata, in parte perché spera di trovar riparo intorno alla chiesa, per la quale, forse, i tedeschi avranno rispetto, in parte perché costretta dai tedeschi stessi.
Quante saranno le persone raccolte? Centocinquan­ta? Duecento? Non si sa.
I tedeschi hanno piazzato davanti alla chiesa 4 mi­tragliatrici. La gente è spaventata, ma pensa che i te­deschi vogliano soltanto intimidire tutti e dare la caccia ai partigiani. Ma partigiani non ce ne sono. Ad un certo momento è chiaro che i nazisti hanno ben altre inten­zioni. Lo spavento prende tutti. È una massa di gente inerme, di donne, vecchi e ragazzi. Il parroco, don In­nocenzo Lazzeri, che era lassú sfollato capisce che i te­deschi hanno deciso di compiere il massacro. Con un bimbo fra le braccia avanza di qualche passo, verso i militari attaccati all’arme per chiedere di risparmiare il bambino. La sua figura resta isolata mentre intorno si fa silenzio. Tutti attendono.
Una raffica di mitra gli viene sparata addosso e lo abbatte, insieme al bambino. Sono le prime vittime. Poi seguono altre raffiche. I tedeschi sono decisi a finire tut­ti. Aggiungono altri nastri alle mitraglie. Alcuni im­bracciano il fucile mitragliatore, nel quale inseriscono nuovi caricatori. Fra la folla si aprono vuoti spaventosi.

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Tutto dura pochi minuti.
Il luogo non offre possibilità di scampo. I tedeschi sono vigilanti e compiono il lavoro in modo implaca­bile, con scrupoloso zelo. Un gruppetto superstite di donne, della famiglia Bertelli (Adelfa di 51 anni, Pie­rina di 20 anni, Ilva di 22 e Aurora di 13), finite vicino ai platani, vengono bruciate ancora vive. Compiuta l’im­presa i tedeschi si ritirano in canonica dove mangiano, bevono e suonano un grammofono.

Ritorniamo alle vicende del gruppo di persone ripa­rate in casa di Federigo Bertelli, dove si trova Maria Luisa. Dopo la fuga di Federigo le persone rimaste in casa hanno atteso terrorizzate gli eventi, pur rendendosi conto che i tedeschi, nei gruppi di case circostanti, com­pivano razzie e incendi. Ora i nazisti arrivano davanti alla casa, che si affaccia su un’aia, larga come una piaz­zetta.
I tedeschi sparano qualche colpo di fucile e di pi­stola contro le finestre, per intimidire la gente. Qual­cuno per non sembrare ostile ai soldati apre la porta. I tedeschi con gesti e qualche parola in italiano invitano la gente ad uscire. Attraverso la porta i tedeschi get­tano una bomba, in casa, di quelle col manico ad im­pugnatura. Le persone si precipitano sull’aia, qualcuno anche ferito. "I tedeschi, che non avevo mai visto da vicino, mi fanno impressione," dice Maria Luisa. "Sa­ranno sette o otto. Vestono monture di guerra, mimetiz­zate. Al petto hanno stemmi neri. Qualcuno ha una specie di collare. Tutti hanno l’elmo calzato, nastri di mitragliatrice al collo. Sono tutti giovani. Uno è magretto, piú giovane di tutti, almeno all’apparenza. Occhi celesti, bellino. Un altro è moro, con un viso largo, tipo di italiano. Qualcuno di loro parla italiano. Hanno rag­gruppato sull’aia diciannove persone: le donne, i vec­chi che non sono fuggiti e qualche bambino, compresi uno di cinque anni, uno di tre e un bimbo di nove mesi, in braccio alla madre. Siamo tutti spaventati perché temiamo ci portino via. Difatti ci intimano, con spintoni e coi calci del fucile, di avviarci verso Valdicastello. Si percorrono circa trecento metri. Nessuno parla. Il tempo è bello e caldo. Non ci è possibile scambiare una parola neppure coi nostri aguzzini. I soldati, coi fucili spia­nati, ci tengono sotto una costante minaccia, come se volessero dissuaderci a rivolgerci a loro. Improvvisa­mente Armida Bertelli, la donna nella cui casa ero ri­parata, si stacca dal gruppo. Non so se per un bisogno o per sottrarsi; ma è subito colpita da una secca raffica di fucile mitragliatore sparatole da poca distanza. Cre­do che l’arma spari con proiettili esplosivi. Il braccio le è troncato di netto e resta attaccato alla spalla sol­tanto da un brandello. La donna caccia un urlo che non sembra umano. I tedeschi la sospingono avanti.
"Un altro prigioniero, Ettore Salvadori, padre di un medico, si adopra per tamponare lo squarcio con un fazzoletto, ma i tedeschi lo minacciano. Io temo che sparino anche a lui.
"Il figlio della Bertelli, Federigo, nascosto nel bo­sco ode gli spari e vede la scena. Qualche tedesco can­ta. Qualcuno si attarda a trascinare oggetti, ma gli gri­dano in buon italiano: ‘Via, via, che è tardi.’
"Si ode da una certa distanza un colpo, che non è di arma. Difatti si alza nel cielo un razzo rosso che percor­re un arco, discendendo verso di noi. Percorso un certo tratto di strada, con grande disperazione e sofferenza, come una via crucis collettiva, ci fermano e concentrano in un fossetto, nella località detta ‘ai cigli.’ Un gradua­to, che comanda il gruppo dei tedeschi, armato di pisto­la e di bomba a mano fa un cenno come per dire ‘acco­modatevi,’ nel fossetto.
"E’, un uomo rosso in volto e di pelo. Dirige questa operazione con calma, senza dar segni né di emozione, né di collera. La gente si accomoda ubbidiente nel fos­setto. I piú vi si sdraiano addirittura, forse per la stan­chezza e per prendere un po’ di refrigerio.

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"Sobelia Gherardini si rivolge al comandante dicendo che ha quattro bambini piccoli: la donna ha capito che ci vogliono uccidere. La piccola Maria di nove mesi piange disperatamente. Sobelia implora anche per il pa­dre vecchio, ma i tedeschi restano impietriti come se la gente non si rivolgesse a loro. Penso che Hitler li ha ben preparati, questi suoi soldati.
"Davanti al fossetto c’è piazzata una mitragliatrice. La comanda un soldatino tedesco, ma ad aiutarlo c’è un italiano, al quale ordinano di far presto. Nessuno ten­ta di fuggire, anche perché non siamo gente del posto e non conosciamo i luoghi. Tutto intorno è bello: il bosco, le siepi e il cielo, ma a noi sembra essere in una tomba.
"Si capisce che è incombente l’esecuzione. La mi­tragliatrice incomincia a sparare raffiche, ed il piccolo soldato che la impugna è tutto scosso. C’è una rassegnazione generale. La gente si stringe, come per farsi co­raggio, offrendo pero un bersaglio piú facile. Io non ho tempo di formulare pensieri. Non ho piú desideri. Tutta la mia famiglia è qui.Non lascio nulla al mondo. Non vedo vie di scampo. Per un attimo, una frazione di se­condo, rivolgo il pensiero a Dio.
"Sono al centro del gruppo, sdraiata, piú in basso di tutti.
"La mitragliatrice spara dall’alto e falcia tutti quelli che mi stanno innanzi. Vedo cadere mio padre e mia so­rella, che erano rimasti in piedi. Altri sono orrenda­mente colpiti e perdono sangue. Mio cognato prende una raffica nelle spalle. Cade con violenza. Il suo san­gue mi cola tutto addosso. Anch’io mi sento colpita alle gambe ed in altre parti del corpo. Vedo ancora viventi la zia Ada, lo zio Ettore. Lo zio chiama la moglie per chiederle come sta. Risponde urlando che ha un brac­cio rotto e che la bimba è morta. La zia Ada che cerca di nascondersi dietro un albero è colpita da un altro tedesco.
"Sono stordita dal dolore e dall’orribile scena. Posso ancora vedere i morti e udire i moribondi che ranto­lano, i feriti che si lamentano, i tedeschi che osservano. I tedeschi odono qualche voce e riprendono a sparare. Io mi muovo perché il corpo di mio zio mi pesa. I tedeschi mi notano e mi sparano. Mi sento trafiggere. Penso che mi hanno forato i polmoni. Il sangue mi esce dalla bocca. Ora sono rassegnata alla morte. Rimango immobile per qualche ora in queste condizioni.
"Piú tardi arriva qualcuno. Evidentemente qualche superstite. Tentano di portarci aiuto, ma temo sempre siano tedeschi venuti per finirci. Invece è gente del luo­go, che mi trae dal monte dei morti.
"Ciò che vedo è orribile, bestiale. Non avevo sim­patia peri fascisti, ma non mai avrei pensato che quei miserabili, che al paese predicavano la grandezza della patria, ci avrebbero portati tutti a queste rovine."
L’opera esemplare dei tedeschi e dei fascisti a S. An­na e a Stazzema quel giorno non era ancora finita.

Manlio Cancogni, che raccolse in uno scritto le te­stimonianze dopo tanta devastazione, cosí racconta:
"A mezzogiorno tutte le case del paese erano íncendiate; i suoi abitanti fissi e occasionali trucidati e dati alle fiamme. Le vittime superavano di molto i cinque­cento; ma non se ne potrà mai sapere il numero preciso perché le salme ritrovate intatte erano poche e delle altre non era rimasto che un ammasso di ossa e di car­ni bruciacchiate.

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"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole mon­che che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era ac­caduto pur senza immaginarne le proporzioni. Della ve­rita cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini
dalle alture di S. Anna, si annunciarono sul­l’imbocco della vallata a monte del paese. Li sentivano venir giù precipitosi, accompagnati dal suono di orga­netti e di canzoni esaltate, e quel che è peggio dal rumorie di nuovi spari, da nuove grida, ché, non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completa­vano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna. Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle anfrattuosità della roccia vi furono bruciati dentro vivi dal getto dei lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a col­pi di rivoltella nel cranio. Molti altri furono raggiun­ti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano sal­tando per le balze della montagna, come capre selvati­che contro le quali si esercita la bravura del cacciatore.
"Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello co­minciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopoché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e con­dotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompa­gnata da un suono piú sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita a altri 14 infelici, scelti a caso, per un ultimo divertimento. Gli abitanti avevano visto ora, avevano sotto gli occhi i cadaveri, ascoltavano i pianti dei congiunti delle vittime, sapevano tutti i particolari delle atrocità commesse nell’altro paese, a S. Anna. E qualcuno conosceva le parole di una canzone che gli uomini di Reder cantavano a S. Anna:

`Avanti! Marciano alla vittoria.
Sangue tedesco ci scorre nelle vene.
Riduciamo il mondo in frantumi.`

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