Milena Bernabò

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Milena Bernabò

(12 agosto 1944)

Nella primavera e nell’estate del 1944 la Versilia presentava uno scenario ben diverso da quello consueto. Gli eventi in­calzavano: i bombardamenti aerei americani a Pisa e a Livorno s’infittivano, le armate alleate si attestavano sulla linea dell’ Arno e le formazioni partigiane a sud di Firenze incalzavano i tedeschi e i fascisti. La guerra stringeva da vicino e la gente cercava rifugio sui monti delle Apuane. La corrente di afflusso assunse eccezionali dimensioni quando il comando tedesco SS ordinò, il 1° luglio, lo sfollamento di Forte dei Marmi, cui segui, il giorno 5, quello della zona che da Strettoia va fino a Cin­quale, dove tutto venne raso al suolo per innalzare una linea di resistenza (e difatti i tedeschi qui resisteranno a lungo). Il 15 lu­glio l’ordine di sfollamento giunse al comune di Serravezza e così la Versilia intera si trovò sfrattata e l’esodo assunse aspetti biblici. I luoghi dove si era concentrata piú fittamente la popo­lazione erano le aree del comune di Stazzema e quelle circo­stanti sulle Apuane, ad altezze che vanno dai 700 ai 1000 metri. La popolazione che abitualmente vi risiedeva era formata per lo piú da contadini, oppure da operai che si recavano a lavorare nelle poche industrie in pianura ma che pure avevano un cam­picello o un otto.

In questo clima e in questo contesto sociale aveva vissuto nel paese di S. Anna la famiglia Bernabò costituita dal capofa­miglia, operaio alla miniera di Valdicastello, da sua moglie, dal­le tre figlie (Soave, Jole e Milena) e dal figlio Ernesto. Milena, che aveva studiato in un collegio di Sestri Levante, nel 1940 era tornata a S. Anna, dove partecipava ai piccoli lavori del campicello e accudiva a qualche pecora. Nel 1944 Milena aveva 16 anni ma la sua vita era già stata toccata dalla guerra. Fra l’altro, tutti i giovani del paese di S. Anna delle classi ’23, ’24 e ’25 erano sotto le armi e suo fratello Ernesto, anch’egli militare, cra stato fatto prigioniero dai tedeschi in Corsica.

Pontestazzemese era il centro dove molte persone si recavano per rifornirsi di viveri e di altri generi. I tedeschi lo sapevano. Nella zona operava la brigata partigiana Garibaldi, la cui attività consisteva in piccole azioni di disturbo e tendeva, per quanto possibile, a sostenere la popolazione. Una sera i soldati di Hitler si presentarono al podestà nel municipio di Pontestazzemese chiedendogli legname e uomini per ricostruire un ponte sul Ruosína e diffidandolo dal fornire aiuto ai partigiani della zona.

La mattina del 22 luglio, all’alba, arrivarono im­provvisamente a Pontestazzemese varie squadre di sol­dati tedeschi che bloccarono con le mitragliatrici l’a­bitato e le strade di accesso alle vallate. I soldati en­trarono anche nelle abitazioni, e, armi alla mano, slog­giarono gli uomini e li concentrarono in punti deter­minati.

Qualcuno riuscí a fuggire gettandosi dalle finestre o camminando nelle fogne. Un sottufficiale di marina ten­tò di sfuggire al rastrellamento, ma, raggiunto da una raffica di mitra nel fiume, mori sotto gli occhi della moglie.

Alla sera però fu dato l’allarme perché era evidente che i tedeschi salivano dalla Molina alla ricerca delle piccole formazioni partigiane. Presto il fuoco si ac­cese: segnali, sparatorie alternate e raffiche laceravano l’aria. Ma la gente di S. Anna non sapeva nulla di pre­ciso. Si trattava di intimidazioni? La mattina dopo la pattuglia tedesca risali dalla Molina per la mulattiera attraverso la Madonnina del Piastraio e entrò nel pae­se. Qui si scontrò con una pattuglia partigiana e i te­deschi ebbero la peggio. Stazzema fu abbandonata e tut­ti si rifugiarono nei boschi dei monti.

Nei giorni seguenti si intrecciarono ordini di sfolla­mento e di arruolamenti alla Todt. I partigiani, consa­pevoli che gran parte della popolazione della Versilia si era rifugiata lassú, volevano evitare rappresaglie.

Il 30 luglio il comando delle SS tedesche decide di sferrare un attacco sul Monte Ornato.

La brigata partigiana, la X bis Garibaldi del grup­po Gino Lombardi, aveva l’ordine di resistere e di­fatti resisté per tutta la giornata ai rabbiosi attacchi tedeschi provenienti da Gallena di Serravezza, da Capezzano, da Valdícastello, da Solaio, da Foce di Compito. Era tutto un cerchio sulla displuviate intorno all’avvallamento di S. Anna. Alle ore 17 tra i partigiani si contavano quattro morti e cinque feriti. I tedeschi batterono in ritirata. Ma il giorno dopo, alle 15 circa, corse voce che sulla mulattiera che porta al paese salivano altri soldati tedeschi. Il pievano, don Innocenzo Lazzeri, si recò dai tedeschi, per tentare di convincerlí a prorogare gli ordini di sfollamento e ad avere pietà e rispetto per gli infermi, ma il maresciallo col quale conferí gli rispose, ironicamente: "Niente córe, niente córe." In uno scontro in campo aperto tra tedeschi e partigiani vi furono morti da ambo le parti.
Fra questi lo stesso maresciallo che mancava di "còre."

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Don Innocenzo Lazzeri

La mattina del I’ agosto, poco dopo l’alba, un folto gruppo di tedeschi, valutato di oltre cinquanta uomini, sali verso Farnocchia per compiere rappresaglie, ma prima di entrare in paese trovò la strada sbarrata dai partigiani. Si accese un combattimento breve, ma concentrato e accanito. I tedeschi erano assai piú forti di numero e di armi, ma i partigiani erano piú mobili e i tedeschi, non potendo avanzare, sfogarono la loro rabbia incendiando alcune case all’inizio del paese prima di ritirarsi. Il 2 agosto rinnovarono l’attacco intorno a S. Anna con un sostegno dí mortai e i partigiani
ebbero altri morti. Quando succedettero altri scontri, coi quali si respinsero i tedeschi, lo sforzo compiuto dalla piccola formazione partigiana, composta di pochi uomini che si spostavano da un luogo ad un altro, si scomponevano ponevano e si riunivano continuamente secondo le necessità, divenne sempre piú gravoso da sostenere.
Per questo, dopo una vivace discussione fra i capi i partigiani decisero dí ritirarsi sul Monte Ornato, il monte che sovrasta tutta la zona, non potendo più tencre le posizioni sul Monte Ornato e la foce di Compito. Non per questo i tedeschi desistettero dal proposito di sgominare i partigiani: l’8 agosto, in­fatti, i nazisti avanzarono in centinaia, effettuando un micidiale bombardamento con mortai, attaccarono la zona di Farnocchia e delle Mandrie da piú direzioni e dopo un combattimento asprissimo rimasero padroni delle posizioni. Tutte le case di Farnocchia furono sac­cheggiate e incendiate e poi i tedeschi ridiscesero a valle. La formazione partigiana attestata sul Gabberi che aveva sostenuto lo scontro era stata scompaginata e decimata. Tutto il contrafforte dal Gabberi al Monte Lieto e al Monte Ornato era indifeso, in balia dei nazisti.

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S. Anna di Stazzema

Gli abitanti di S. Anna e di altri piccoli gruppi di case sparse dovevano temere una rappresaglia? I piú ri­tennero di no, anche perché effettivamente gli abitanti del luogo non soltanto non militavano nelle file parti­giane, ma neanche avevano dato aiuto, in qualsiasi mo­do, ai partigiani.

Le apprensioni non mancavano, benché i piú attivi e informati assicurassero che S. Anna non era compresa fra i paesi che dovevano sfollare. Alfredo Grazíaní as­sicurava che alcuni si erano informati direttamente al comando tedesco ricevendo l’assicurazione che potevano rientrare nelle case purché in paese non vi fossero par­tigiani. E partigiani non ve n’erano affatto. Tornarono perciò tranquilli, coi loro fagotti, ma gli uomini, invece di rientrare nelle case, si alloggiarono alla meglio in capanne, in grotte, in attendamenti sotto gli alberi, e persino nei porcili.

S. Anna è un piccolo borgo, appollaiato su un alto colle, a 750 m. Si compone di una piazza sulla quale sovrasta la chiesa, piuttosto grande rispetto al numero degli abitanti. Una costruzione alta, con intonaco rosa antico, con due colonne e un frontone a timpano, co­struita intorno al 1840. Fanno corona alla chiesa e alla piazza sulla destra un gruppo di casette dell’800, davanti una fila di abeti e sulla sinistra un gruppo di platani. Piú alti, di fronte, si stendono i colli sui quali sono appiccicate le casette: La Rocca, Monte Lieto, Foce di S. Anna, i Franchi, i Mulini, Vaccareccia e Monte Gabberi.

Anche in casa Bernabò si ha sentore di questo clima di preoccupazione, soprattutto per gli uomini, nella convinzione, se non certezza, che alle donne i tedeschi non avrebbero fatto del male. Sapevano infatti che an­che a Capriglia, dove, il 26 luglio, proprio il giorno di S. Anna, patrona del paese, vi era stato uno scontro, le donne non avevano subito alcuna violenza.

La mattina del 12 Milena si alza presto come al so­lito, desiderosa di godersi l’aria frizzante del mattino e va a prendere l’acqua fresca alla sorgente di Monconi, vi­cino all’Argentiera, con le secchie di rame. Quindici mi­nuti di cammino, su un sentiero quasi piano. La mattina è bella, limpida, e già il sole si preannuncia splendente. Anche la sorella Jole e una vicina sfollata vogliono andare a Ponte Rosso, vicino a Pietrasanta, da cui avevano dovuto sfollare, per prendere un po’ di frutta. Mentre procede per il suo cammino Milena scorge, quasi per caso, perché non fanno rumore, un folto gruppo di militari tedeschi. Capisce che salgono dal Monte Ornato verso l’Argentiera, in fila indiana, con monture mimetizzate, armati di mitragliatori, senza au­tomezzi. Sono evidentemente in assetto di guerra.

Milena si affretta a cambiare direzione, per la strada incontra la sorella Jole e l’amica, e insieme si affretta­no a tornare a S. Anna, per dare l’allarme e avvertire gli uomini di scappare. Era certo che i tedeschi li avrebbero presi. Alle 7 del mattino il piccolo centro di S. Anna è in una atmosfera di convulsa agitazione.

Gli uomini, tutti anziani, scappano nei boschi vicini, circostanti l’Argentiera. Sono boschi di lecci e di carpino e, piú in basso, di castagno. Le donne, sapen­do che al Monte Ornato i tedeschi avevano bruciato le masserizie domestiche, si danno da fare per portar via un po’ della loro povera roba. Improvvisamente spuntano i tedeschi; sono calmi, tranquilli, non destano eccessiva preoccupazione. Sono tutti giovanissi­mi, biondi, rassicuranti, se non avessero in pugno i mi­tragliatori e i nastri dei proiettili a tracolla.

"I tedeschi cominciano a parlare," dice Milena, "ma noi non comprendiamo. Allora si muovono, ci invitano coi gesti ad uscire dalle case. Quando siamo in strada ci prendono per le braccia e ci spingono. Mia sorella Jole cerca di avvertire mia madre che è a governare le bestie, ma un graduato tedesco la prende a schiaffi e la getta in terra. Le esce del sangue dalla bocca.

"In pochi minuti i tedeschi strappano dalle case tut­ti: donne, vecchi, bambini, malati. Circa cinquanta per­sone sono ammassate e condotte alle focette dell’Argen­tiera.

"Durante il tragitto, dieci minuti di cammino cir­ca, la gente del mio gruppo, mezza intontita dal sonno o dalla paura, cerca di riprendersi, di capire. Qualcu­no è mezzo vestito, qualcuno scalzo, i vecchi si lamen­tano, i bambini, separati dai genitori, piangono dallo spavento.

"Qualcuno chiede notizie di parenti, altri si interro­gano con gli occhi, ma i tedeschi non ci consentono di comunicare neanche fra noi. 1 tedeschi, carichi di armi, costringono qualcuno di noi a trasportare cassette di mu­nizioni, mentre loro incominciano a caricare le armi. Alcuni fra noi, i piú anziani, non ce la fanno piú. Ci si domanda che faranno di noi, si pensa che ci por­teranno al piano o in Germania. Il terrore incomincia a subentrare al timore. Cammin facendo vediamo da lontano che i tedeschi compiono una analoga operazione presso altri gruppi di case.

"Arrivati a Vaccareccia troviamo altri tedeschi che ci intimano di fermarci. Ci attendevano, e difatti sono essi che ci sospingono tutti in una buia stalla, di pro­prietà di Eugenio Battistini, dove i tedeschi poco prima hanno portato via le mucche. Siamo fra le quaranta o cinquanta persone, ammassate in un caldo soffocante, senza aria e stanche. Altre persone che abitano a Vac­careccia sono costrette a uscire dalle case e anche que­ste, come noi, sono sospinte entro un altro fondo nella stalla accanto, di Amerigo Bottari. Trascorre un’ora estenuante e le persone anziane si sentono mancare. I loro lamenti si aggiungono alle grida dei bambini. Ad un certo momento, i tedeschi decidono di farci uscire di lí e ci costringono a entrare in un’altra stalla dove si trovano due cavalle. Tolti gli animali ci pigiano nel­l’androne, fra la sporcizia, il puzzo e la polvere. Le pa­reti sono scure, siamo tutti ammassati e non compren­diamo il senso di questo nuovo trasferimento.

"Improvvisamente la porta si chiude. Qualcuno di­ce di sentire caricare le armi, altri dicono di restare cal­mi, ma è impossibile restare calmi in queste condizioni. Si apre la porta e dal di dentro si vede il varco di luce esterna che inquadra una mitragliatrice puntata contro di noi. £ un’arma micidiale che un vecchio, pratico di armi, dice viene adottata anche come arma antiaerea perché ha un formidabile volume di fuoco.

"Passa qualche minuto di silenzio, tratteniamo il respiro. Un tedesco entra nella stalla e viene fino in fondo. Si accerta che nella mangiatoia non ci sia qual­cuno nascosto. Tutti siamo tremanti. Io non so cosa mi aspetti. Sento il pericolo, ma non mi abbatto. So­no come in preda a un incubo tremendo, ma non pre­go, non mi raccomando. Guardo i volti delle persone vicine, sconvolte, vedo occhi stralunati, lacrime, pro­strazione, odo preghiere. I piú non si rendono conto di quanto succede davanti perché siamo ammassati gli uni sugli altri.

"Non appena il tedesco esce dalla traiettoria del­l’arma puntata contro di noi, la mitragliatrice incomin­cia a sparare sul folto dei prigionieri. Le raffiche si ripetono e investono le prime file. E’ un finimondo allu­cinante, indescrivibile. La confusione e la drammaticità sono al massimo. Spari, grida, pianti, nomi invocati si mescolano al fumo e alle fiamme. Caduti i primi, vedo il tedesco che si accanisce a sparare, ed altri che get­tano bombe. Gettano anche legna incendiata. Ci vo­gliono distruggere tutti, in una bolgia di sangue e di dolore.

"Nella confusione, qualcuno non ancora colpito rie­sce a fuggire dal fondo e vedo fra questi mia sorella Jole, ma i tedeschi sono in agguato e gli sparano ad­dosso, come al tiro al piccione. Anche Jole è uccisa. Sono pochi attimi, ma la mente non mi abbandona; ve­do tutto e penso che ormai è finita. Sono a metà della stanza. Una raffica m’investe, non so esattamente dove, ma sento correre sangue alle gambe, al fianco, alle brac­cia. È la fine. Intravvedo vicina la cara Soave; mi avvi­cino, l’abbraccio, e mi abbandono. Cado e sento altri col­pi al ventre. Sento perdermi. Mi sento al di là. Intrav­vedo prati e cose irreali. Lo stesso dolore è piú nitido, piú atroce. Sento le urla, le disperazioni, le invocazioni di aiuto. Capisco che non muoio, o non morirò subito. Mi tornano a mente Jole, la mamma. Vedo vicini e vi­vaci tre bambini: Mario, Mauro e Lina.

"I tedeschi scagliano altre bombe, poi sembrano al­lontanarsi. Le ferite mi procurano lancinanti dolori. Mi tocco e trovo sangue in ogni parte del corpo. Temo di perderne da morire dissanguata. Ma la mia attenzione in tanta carneficina è attratta dai bambini, che sono i piú vitali e non si rassegnano. Chiamano disperatamen­te la mamma, hanno sete. Faccio uno sforzo e mi strap­po le vesti; con questi stracci tampono le mie ferite, riparandomi dietro alcuni corpi inerti. Facendo appello a tutte le mie forze mi sollevo. Vedo il soffitto che sta per cadere: gli scoppi e il calore sconquassano tutto. Sollevo una tavola e mi porto in un’apertura laterale ad una cucina: di qui faccio passare anche i bambini. Nella cucina c’è una madia aperta, vuotata e un portafoglio in terra, vuoto. Tutto questo avviene alle 11 circa. Il calore e il puzzo, malgrado il pericolo mi inducono ad uscire. Sento ancora spari. Fuori il sole è cocente e le strade deserte, ma i tedeschi sono sempre intorno, a compiere altre stragi. Mi rifugio ancora nell’edificio do­ve si è compiuto il massacro. C’è il forno e mi viene l’idea di nascondermi dentro. Ci ripenso, e decido di in­filarmi nella caldana, fra la volta del forno e il soffitto. Vi porto anche i bambini.

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S.Anna Ossario

"Nel frattempo i nazisti vengono a verificare l’esi­to della loro opera. Nel timore che qualcuno sia nasco­sto nel forno vi introducono della paglia e la incendia­no. Un forte calore sale fino a noi. Vi resto per alcune ore. Alla sera, verso le 18, mi pare che i tedeschi non ci siano piú. Sento solo i lamenti dei moribondi. Una bambina esce in lacrime dal fondo accanto, dove altre quaranta persone hanno subito la stessa sorte; mi dice piangendo che i suoi genitori sono stati bruciati, e lei stessa è terribilmente ustionata. Alcuni vicini scampa­ti si fanno vivi, mi portano a casa e mi soccorrono. Non mi reggo in piedi. Il giorno dopo arriva un partigiano lacero, stanco. Dice che è medico. Ci dà qualche ali­mento e a me con le pinze toglie alcune schegge dal cor­po. Il giorno seguente mi portano a Valdicastello."

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  1. Rispetto, silenzio e lacrime.

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