Pancino

Inizieremo con questo racconto "Pancino", una serie di vita vissuta , libro scritto da Orazio Barbieri, edito da Feltrinelli e controllato dai diretti interessati che sono Donne e Uomini che hanno visto la morte in faccia sia che fossero partigiani, cittadini normali, religiose, o semplici passanti che si sono trovati sulla strada dei criminali nazifascisti.

Spero sia una buona lettura che susciti dei ricordi accettabili in coloro che come me quell’epoca l’hanno vissuta e soprattutto ai giovani perchè sappiano guardare al nostro tempo con l’occhio più benevolo

Toscano

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I sopravvissuti

(aprile 1944)

Rigoletto Buccioni, detto Pancino, fece il falegname, il mar­mista e l’operaio in una fabbrica di birra prima di essere chia­mato alle armi, nel 1942, e di essere inviato sul fronte di Cas­sino, dove gli alleati avanzavano lentamente ma inesorabilmen­te. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 raggiunse Firenze e qui prese contatto con le forze della Resistenza. A Firenze si era costituito il C.T.L.N. e i partiti che vi aderivano operavano per dirigere alla macchia i soldati sbandati, gli operai e i contadini piú coscienti della necessità di opporsi al nazifascismo. Anche Pancino subí l’influenza decisiva di Gíulio Bruschi, un vecchio militante comunista infaticabile organizzatore di bande armate. Prima con la Carducci e poi con la Lanciotto Pancino affrontò i primi scontri, compreso l’attacco che portò all’occupa­zione di Vicchio del Mugello e di Lattaia, nel marzo del 1944. Successivamente la formazione cui egli apparteneva, dislocata sul Falterona, affrontò lunghe marce per sfuggire ai tedeschi e, at­traverso le montagne, toccò Villore, Ortacci e, infine, Castagno Campigna, dove i partigiani intendevano riorganizzarsi e rifor­nirsi di cibi prima di trasferirsi sul versante adriatico.

Fu a questo punto, ai primi di aprile, che la formazione venne accerchiata da reparti tedeschi. In quella zona transitava la di­visione corazzata Hermann Goering e da cinque giorni i soldati tedeschi avanzavano stringendo il cerchio verso la cima, a Capo d’Arno. Il fronte di Cassino era fermo e la Goering, era desti­nata a un breve periodo di riposo a Bologna, ma il comando tedesco aveva deciso di impiegare alcuni reparti per rastrellare il Falterona.

Il 10 aprile il cerchio si strinse. Il comando partigia­no composto da Brunetto, Fibbi e Ceccuti, decise un’ audace sortita per rompere il cerchio, fra l’alta Sieve e il Mugello.

I tedeschi avevano battuto la zona anche con l’artiglieria ed ora si facevano sotto con molti uomini dotati di armi automatiche. La zona era propizia alla guerriglia il terreno molto mosso, la vegetazione varia, con castagni, abetine e arbusti; la popolazione era amica, ma non si poteva attendere passivamente. I coman­danti partigiani avevano dato precise disposizioni agli uomini. Il piano per la sortita era stato deciso rapida­mente, ma minuziosamente. Erano uomini pratici, co­raggiosi, ma non temerari. Una pacata saggezza guida­va sempre le loro azioni.

La guerra è la guerra, ma gli uomini sono uomini. Bisognava colpire i tedeschi, infliggere loro grosse per­dite per accelerare la loro sconfitta, ma nessuno dimenticava mai che non si potevano mandare uomini delle formazioni partigiane allo sbaraglio, o rischiare un ac­cerchiamento per resistere fino alla fine. Né si potevano ignorare le conseguenze che ogni loro azione avrebbe comportato per la popolazione.

Sei squadre di 12 uomini ciascuna partirono all’attacco per rompere l’accerchiamento. Tre di queste squa­dre dovevano costituire la punta avanzata sul falsopiano, Avanzarono per alcune centinaia di metri con fucili c mitragliatori, il punto stabilito, un punto chiave per il passaggio delle forze e per dominare le posizioni avversarie. Immediatamente i tedeschi sfer­rarono una violenta offensiva. Una rapida e violenta battaglia si scatenò. Tutti i punti erano battuti dalle armi automatiche tedesche. Le piante erano falciate e tutto il terreno sconvolto. Le 3 squadre di punta fu­rono rapidamente disperse. Malgrado il coraggio dei ra­gazzi la posizione fu perduta.

Altre 3 squadre di rincalzo intervennero, ma le for­ze tedesche erano di gran lunga superiori per arma­mento e addestramento. Il Ceccuti comprese subito che 1a situazione era insostenibile a causa del volume di fuo­co dei tedeschi. Ordinò alle varie squadre di rompere l’accerchiamento in ordine sparso affinché gli uomini potessero salvarsi, con l’intesa di ritrovarsi sul monte Giovi. La capacità d’improvvisazione, lo spirito di adat­tamento, l’assenza di schemi fissi e di ordini di resisistere ad ogni costo erano tipiche caratteristiche delle formazioni partigiane.

Pancino cra alla testa di una squadra composta soltanto di 12 uomini, benché tre fossero morti al Pian delli Alari. Li avevano sostituiti tre contadini scampati all’attacco compiuto dai tedeschi al paesino di Castagno al quale avevano appiccato il fuoco. Per questo si erano aggregati ai partigiani. tre contadini, forse an­siosi di vedere cosa era accaduto al loro paese, sostennero l’opportunità di passare, nella fuga, da Castagno. 1 tre uomini, seguiti da altri due partigiani presero la strada per Castagno staccandosi rapidamente dal gruppo. Gli altri uomini appartenenti alla squadra proseguirono attraverso l’abetina costantemente falciata dalla artiglieria e dalle mitragliatrici tedesche in modo tale da raderla per snidare i partigiani eventualmente appostati.

In un momento di pausa del fuoco i sette uomini an­nidati nell’abetina tentarono la sortita saltando su una radura, verso una gola riparata da un folto faggeto. I partigiani, armati di due mitra, due sten e un breda sálirono svelti come caprioli, ma i tedeschi, circa settanta in quel punto, non si lasciarono sorprendere e iniziarono una sparatoria rabbiosa per finire i partigiani.

Ciò malgrado, nessuno dei sette fu colpito. I partigia­ni si raccolsero subito e risposero prontamente al fuoco per quindici minuti circa tennero testa all’attacco, ma le forze tedesche erano preponderanti e decise a sterminare il piccolo nucleo partigiano. Un tedesco si trovava su una piccola altura e di lassú gettava bombe a mano sulla posizione partigiana, la quale ormai non aveva più spazio per muoversi: i partigiani furono costretti ad arrendersi. Nello spazio di pochi minuti essi vissero tutta la drammaticità di quell’atto. L’odio profondo contro í nazisti, la decisione di continuare la lotta, la fierezza partigiana, la fedeltà ai compagni caduti, l’orgoglio della Lanciotto sembravano ora estinguersi nell’umiliazione della resa e nell’abbandono delle armi. In un attimo due tedeschi si staccarono dal grosso gruppo per catturare le armi e i partigiani stessi. Era un mo­mento bruciante e i partigiani non sapevano nascondere il loro dispetto.

Non erano soldati di un esercito che si arrendevano a soldati di un altro esercito. La causa dell’esercito parti­giano era una causa che riguardava anche personalmen­te ogni uomo, ogni contadino e operaio, pensava Pan­cino. Era dunque come se si arrendessero ad un nemico personale. Era il 13 aprile; i partigiani non sapevano l’ora, ma il sole cominciava a calare e sembrava signi­ficare il tramonto di un’impresa, di un bel sogno du­rante il quale gli uomini erano stati protagonisti di una grande e nobile avventura. C’era tutt’intorno una visi­bilità chiara, un cielo terso, e sulle falde dei monti e sugli abeti si scorgevano ancora strati bianchi di neve.

I partigiani, mani in alto, furono disposti in fila in­diana, fiancheggiati da due tedeschi armati di maschinen­pistole. Il grosso seguiva in fondo. I tedeschi erano gla­ciali, impenetrabili, attenti, come ad un lavoro preciso e consueto. Ai partigiani fu imposto di camminare. In ognuno di essi una folla di pensieri e di previsioni si addensava nell’animo. Pancino era il piú tranquillo, for­se il meno cosciente. Il suo impeto, il suo ottimismo non lc, avevano abbandonato neanche in quelle circostanze.

Dopo duecento metri di cammino arrivarono in una radura pianeggiante. Malgrado la giornata solatia l’aria era fresca, l’erba tenera e gli alberi di un verde tenue. Intimato l’alt, sopraggiunse il nucleo di circa 70 tedeschi. Ai partigiani fù imposto di sfilare lentamente davanti ad essi. Tale operazione serviva a controllare chi possedeva orologi ed altri oggetti di valore che ve­nivano regolarmente sottratti. Le mani dei tedeschi si protraevano scarne ed avide a carpire quelle poche co­se. In alcuni partigiani già era balenato il pensiero di andare incontro all’esecuzione. Ognuno aveva però tetenuto per se il triste pensiero con dignità e riserbo. Solo in quel momento si scambiarono alcune idee.

Pancino ricorda: "Uno dei fratelli Papini, il piú giovane esclamò `La mamma non si rivede.’ ‘Ma che sei bischero? Gli risposi io. Non avevo mai pensato a questa attualità e neanche in quel frangente ci pensavo. era quello il primo contatto fisico che avevo coi tedeschi, e neanche sapevo quali erano le loro gesta in Italia e nel mondo.

"Credevo di trovarmi davanti a soldati e sapevo che i prigionieri non si sopprimono. Non avevamo compiuto attentati. Le nostre erano state piccole azioni di guerra Non c’era dunque neanche il pretesto della rappresaglia, pensai. Ero convinto che semmai ci avreb­bero portati in Germania, a lavorare per la Todt,* un’ organizzazione per la quale si faceva tanta propaganda anche a Firenze.

"Ma la previsione enunciata tanto spontaneamente e pateticamente dal Papini non impressionò i partigiani. Forse essi stessi ci avevano già pensato e vi si erano preparati, o forse prevalse il desiderio di mostrare, di fronte ai tedeschi, un atteggiamento fiero e dignitoso; nelle poche parole che ci scambiammo nessun segno di paura e di debolezza. Anch’io cominciai, in quei ra­pidi momenti, a pensare a quell’eventualità, ma probabilmente mi trovavo in uno stato di prostrazione, per cui non ebbi né paura, né esplosioni di odio.

"Ormai tutto mi sembrò fatale. Eravamo soltanto noi,7 uomini,quasi ragazzi, disarmati, davanti a 70 tedeschi armati. Testimoni di questa vicenda erano gli abeti che per tanti mesi ci avevano aiutati, ora immo­bili testimoni di un’altra vicenda. Testimoni erano anche i monti, che ora ci separano dai compagni. I tedeschi ci sospinsero avanti. Volevano mettere alcuni metri fra noi e loro. Tutto era chiaro, ormai. Non fu pronunciata la sentenza, ma era implicita nei gesti e nel mutismo fin troppo eloquente. Ed era da noi scon­tata. Quando fummo alla distanza di circa 10 metri un tedesco, un tipo asciutto che sembrava di legno, im­bracciò la maschinen-pistole e cominciò a sparare sven­tagliando, cercando di colpirci tutti.

"Mi trovavo in testa alla piccola fila, dalla parte op­posta a quella del primo colpito dalla raffica. Feci in tempo a vedere uscire il fuoco dalla canna dell’arma prima di essere colpito a mia volta. Il primo partigia­no colpito era stato mirato al petto. L’arma del tede­sco, che da solo voleva finirci tutti, compi una traiet­toria, si spostò da sinistra a destra. Ma nel compiere questo spostamento l’arma si era leggermente abbassata. Cosí mentre aveva mirato al petto del primo della fila, gli uomini che successivamente colpiva erano centrati in parti sempre piú basse del corpo; alcuni furono colpiti al basso torace, altri all’intestino, alcuni nelle parti basse e nei genitali. lo lui colpito alle cosce e alle gambe.

"L’urto che mi dettero i proietilli fu violento. Mi sen­tii abbattere, falciare. Per questo caddi subito, prima di altri compagni colpiti mortalmente. Fu un attimo, ma intenso. Prima di cadere alcuni compagni si portarono le mani al petto o al ventre, barcollarono, alcuni grida­rono. Incredibile la sensazione che provai. Come un gran caldo, una grande concentrazione di pensiero, sen­za contorni netti, ma precisi nei fatti salienti. Se il pensiero potesse scattare tante foto quante sono le immagini che si susseguono si tratterebbe di centinaia in pochi secondi, tanto la mente rimane veloce e lu­cida. Dopo i colpi subiti invece subentrarono il trauma e violenti sussulti del sangue. Non era dolore, ma bru­ciore..Sembrava che aumentasse la temperatura. Forse sicuramente aumentò. Mi parve ad un tratto che si arrestasse la circolazione. Poi mi sembrò che si invertisse. Poi un gran bollore dentro. Ero caduto supino. Non so come e perchè, ma mi sentii cadere addosso i corpi di alcuni compagni. Forse perché si contorcevano. Alcuni ufficiali tedeschi si avvicinarono alla nostra catasta di corpi inanimati e sanguinanti. Scaricarono i caricatori delle pistole. Ognuno voleva degnarsi di un colpo. Ride­vano, sghignazzavano, ci schernivano, emettevano parole con duri suoni gutturali.

"Ebbi presto la sensazione di non essere colpito mortalmente. Perciò pensai di sopravvivere. Restai im­mobile. Questo atteggiamento lo tenni senza sforzo. Mi sembrava naturale essere immobile, morto. Avevo il capo appoggiato al mio braccio sinistro, ma di sotto po­tevo intravedere i tedeschi. Vedevo i piedi, che erano piú in basso del mio volto, vedevo parte degli stivali che mi sembravano immensi. Mi parevano gambe di gi­ganti o di mostri. Il mio pensiero era ai confini del de­lirio. Ciò nonostante udivo i colpi secchi delle pistole che colpivano i corpi dei miei compagni, a varia distanza di tempo. Due colpi furono sparati anche su di me. Sulla parte sinistra del torace. Sentii un forte bruciore attra­verso il corpo, poi ancora un gran bollore nel sangue. Non mi parve di aver fatto uno sforzo. Era una passività e un’immobilità naturale.

I tedeschi ebbero la convinzione di averci fatti fuori i tutti, di essersi sbarazzati dei prigionieri. Provavo strane sensazioni. Capivo e poi perdevo coscienza. Non sentivo ddolore, non soffrivo moralmente; intuivo e poi vagavo nell’irreale. Il mio pensiero, la mia coscienza non vole­vano né la morte né sopravvivere. Non volevo nulla.

Tutto intorno silenzio. I tedeschi si erano allontanati Soltanto qualche gemito mi stimolava a pensare compresi i un momento di lucidità – ora presente ora assente, come la luce — che dovevo muovermi, fare qualcosa. Ancora supino pensai, chissà perché, che i miei compagni sarebbero stati allineati cosí come erano in piedi. Invece poi vidi che erano accatastati, ma anche quando qualche momento di lucidità o di intuizione so­pravveniva non trovavo la forza di fare qualcosa. La prostrazione, la debolezza fisica dovute anche alle fatiche e ai digiuni rendevano piú difficile la ripresa. Lo sta­to di passività prevaleva. Non avevo speranze, non sen­tivo affetti. Neanche la causa partigiana mi stimolava. Un senso di fatale passività mi inchiodava lí, accanto aí corpi dei miei compagni, come se quello dovesse essere per sempre il mio posto. Ma forse l’immobilità facilitò il recupero delle forze. Ad un certo momento, istintivamente, mi mossi per uscire da quel groviglio di carne calda, da quell’intriso di sangue. Nessuna rifles­sione, nessun calcolo di mosse. Tutto fu istintivo, spon­taneo, meccanico.

"Incominciai a muovere la testa ed intorno vidi il cumulo disordinato di corpi, quasi in cerchio; alcuni su­pini, altri riversi. Uno era seduto appoggiato ad un ceppo d’albero, con gli occhi aperti. Mi alzai, lo scossi e lo invitai ad alzarsi, ma il corpo cadde traverso. Ero intriso di sangue dei miei compagni. Anche dalle mie ferite sgorgava sangue. Colava giú dal corpo alle gambe fino nelle scarpe. I piedi vi guazzavano dentro. Quan­do incominciai a camminare sentivo i piedi sciaguattare nelle scarpe alte. Forse la posizione eretta facilitava la fuoriuscita del sangue. Mi resi conto allora che tutti i mici compagni erano morti. Fui sgomento. La psicosi della morte di tutti i compagni mi prese e non mi sem­brava possibile che la sorte mia potesse essere diversa dalla loro. Sgomento e rassegnato ricaddi accanto agli altri corpi.

" Mi sentivo staccato dal mondo. Non pensavo a nessuno. Ero in attesa della morte. Incominciava ad imbrunire. Le ombre avanzavano. Distinguevo soltanto le macc­hie di neve che spiccavano fra l’oscurità. Sopravvenne il freddo a causa del calar del sole e anche per la perdita di sangue. Fui percorso da un brivido. Ma forse fu questo nuovo stato fisico del corpo a richiamarmi alla coscienza e alla riflessione. Incominciai di nuovo a pensare alla vita, a riattaccarmi alla vita e ai miei cari. Cominciai a capire che la morte non era fa­tale, inevitabile, ma poteva sopravvenire per assideramento. Mi rialzai. Le ombre incominciavano ad offu­scare il mucchio dei morti dei quali non distinguevo piú le fisionomie.

"Le forze sembravano ritornare, forse stimolate da un piú cosciente spirito di conservazione. Un forte desiderio di fuggire da quel luogo mi sospinse. Mi bar­camenai, vagai sostenendomi ora agli alberi e ora ai cespugli. Mi incamminai giú per la vallata verso il po­dere Sassoli che tre giorni prima avevamo conosciuto risalendo il monte incalzati dai tedeschi. Per quattro ore vagai percorrendo qualche chilometro, nel buio.

"Arrivato dal contadino bussai alla porta di casa. 1 contadini in quella zona erano impauriti per ciò che era avvenuto nei giorni precedenti. Difatti anche quelli che abitavano in quella casa esitarono ad aprire. Fui io stesso ad aprire spingendo la porta. Vedendomi in quel­lo stato i contadini ebbero una terribile paura. Le donne ed i bambini si ritrassero. Soltanto gli uomini mi dis­sero di entrare in casa. Era una casa modesta. L’ingres­so era in cucina. A fianco c’era il grande focolare come in tutte le case dei contadini toscani. Vinta la prima esi­tazione dovuta al brutto effetto che io dovevo fare e alla paura di essere sorpresi dai tedeschi, mi offrirono del pane e una tazza di caffè e latte. Un uomo con le mani grosse ed i polsi villosi mi affettò il pane. Io gli offrii una sigaretta che era rimasta nella tasca della giacca militare che indossavo, intrisa di sangue.

Dopo questo primo aiuto i contadini mi rifugiarono nel fienile. Non era prudente restare in casa. La gente sapeva delle rappresaglie feroci che facevano i tedeschi. trascorsi la notte in un sonno profondo, fra il fieno.

Al mattino il contadino per ritrovarmi dovette rimuovere il fieno col forcone e quando mi scorse esclamò: ‘Sei ancora vivo?’ Sembrava quasi deluso.

"Di buon’ora vollero allontanarmi anche di li. Con una treggia, poiché non mi tenevo in piedi, fui traspor­tato in una grotta della montagna, distante circa un chilometro da casa. Lí rimasi solo, con pochi alimenti, abbandonato, senza aiuto. Di lí passavano gruppi di te­deschi che tornavano da altre azioni: avevano un aspet­to truce e minaccioso. Anche senza vederli si sarebbe potuto distinguerli dal rumore dei passi degli scarponi e dai suoni gutturali, quasi metallici delle parole. Provai un senso di odio e di rivolta, una profonda mortifica­zione a restare nascosto, inerme, pensando che quegli uomini erano gli autori della strage dei miei compagni. Ma nulla potevo fare, se non cercare di salvarmi e tor­nare ancora alla lotta.

"Soltanto dopo tre giorni, data la presenza dei tede­schi, i contadini poterono inviarmi qualche aiuto. Ero all’estremo quando una contadina mi portò due fiaschi di latte. Le ferite miglioravano, cicatrizzavano e le forze mi tornarono. Dopo un giorno di splendido sole cadde una intensa pioggia, finché penetrò anche nella grotta costringendomi a lasciare quel rifugio."

Pancino riprese cosí la sua peregrinazione. Purtroppo era difficile trovare altri rifugi amici. I contadini aveva­no paura delle rappresaglie. Da una catasta di legna prese due rami e ne fece due grucce per trascinarsi, giú verso il piano. Trovò un gregge di pecore e si imbrancò con esse, lasciandosi guidare dal loro cammino. Provò, un senso di pace, un piacere inebriante. Da altri contadini ebbe altri aiuti. Trascorse diversi giorni, finchè trovò i compagni della brigata Lanciotto. Tornò in formazione e riprese la lotta per la liberazione di Firenze

Note

*L’Organizzatione Todt, sorta nel 1933 con lo scopo di combattere la disoccupazione durante la guerra venne affidata la costruzione di fortificazioni militari Potè così disporre di milioni di operai in gran patte reclutati nei paesi occupati dai nazisti e fra i prigionieri di guerra. [N.d.R.]

Tratto da “I sopravvissuti”

di Orazio Barbieri

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ed Feltrinelli 1972

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