Archivio mensile:agosto 2013

Tradimento e strage a Berceto

Tradimento e strage a Berceto

di Giovanni Baldini, 21-6-2005, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Rufina (FI).

La sera del 16 aprile 1944 arrivano a Berceto, un podere non lontano da Pomino, quattro partigiani. La situazione lungo la valle della Sieve era difficile: i tedeschi da giorni erano in movimento.
Ai quattro venne offerto un riparo per la notte con l’intesa che al mattino sarebbero ripartiti all’alba, per non compromettere le famiglie di contadini che abitavano lì.

Al mattino i partigiani non se ne andarono, anzi indugiarono a lungo, fino a mezza mattina, quando arrivò improvvisamente un gruppo di soldati tedeschi. Andarono a colpo sicuro verso il luogo dove erano i partigiani e ne uccisero due. Gli altri due erano spie che avevano venduto i compagni e si allontanarono.

I soldati tedeschi si rivolsero contro i civili: vennero uccisi a colpi di mitragliatrice e con bombe incendiarie due vecchi, due bambine e cinque donne dai venti ai cinquant’anni. A quell’ora tutti gli uomini in età da lavoro erano nei campi o nel bosco.

Uno dei due partigiani uccisi è Guglielmo Tesi, diciannovenne, che mesi prima era stato uno dei protagonisti della battaglia di Valibona. L’altro è il coetaneo Mauro Chiti, di Carmignano (PO).

http://resistenzatoscana.it/documenti/guglielmo_tesi_nella_memoria_di_campi_bisenzio/

Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio

di ANPI Campi Bisenzio, inserito il 5-4-2007

Un libro edito dalla Sezione ANPI "Lanciotto Ballerini" di Campi Bisenzio (FI) e curato da Renzo Bernardi, Fulvio Conti, Mendes Risi e Vincenzo Rizzo.
Una biografia dettagliata del partigiano Guglielmo Tesi "Teotiste".

"“Troppi anni sono passati per pretendere certezze assolute sui fatti che andremo a narrare. Pur tuttavia l’aiuto fornitoci dalla pubblicazione "una vita trascorsa sotto tre regimi" a cura di Lazzaro Vangelisti, marito e padre di molte vittime della strage di Berceto, ha gettato veramente luce sulle vicende che portarono alla morte di Guglielmo Tesi.
Senza quella testimonianza saremo ancora a brancolare nel buio circa l’esiziale fine del nostro concittadino che per tanti anni è stato tramandato fosse avvenuta come risultato di un semplice rastrellamento.
La vicenda è ben più complessa, in essa si intrecciano passioni, convenienze e prese di posizione che sommate, nella loro globalità portarono alla tragica conclusione che narreremo.
”"

Il testo [22 pagine]

Per gentile concessione di Fulvio Conti, per conto della sezione ANPI di Campi Bisenzio.

Il documento qui offerto è una versione ridotta per il web, per avere il testo completo in formato cartaceo si richieda presso A.N.P.I. CAMPI BISENZIO – Piazza Giacomo Matteotti 25, 50013 Campi Bisenzio – Firenze, anpicampibisenzio@virgilio.it.

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Sandro Pertini, elbano per forza

Sandro Pertini, elbano per forza
di Stefano Bramanti, 20-6-2008, Tutti i Diritti Riservati.
Questa storia si svolge nei comuni di Campo nell’Elba (LI), Portoferraio (LI).
Riportiamo, in sintesi, alcuni momenti della vita di Pertini, carcerato a Pianosa, ricavati dalla pubblicazione "Pertini; sei condanne, due evasioni" di Vico Faggi edizione Mondadori.

L’avvocato socialista, dopo Pianosa, fu poi confinato a Ponza, alle Tremiti e a Ventotene. In precedenza era stato detenuto a Santo Stefano, a Turi insieme a Gramsci e altri oppositori di Mussolini.

Pertini arrivò a Pianosa il 13 novembre del 1931, destinato al carcere-sanatorio. Era, infatti, tubercolotico essendosi ammalato nelle precedenti dure detenzioni. Una lapide posta sulla chiesa dell’isola ricorda la presenza del socialista, irriducibile antifascista.
Il 23.2.1933 accadde un fatto importante: Pertini scrisse al presidente del Tribunale speciale per rinunciare alla domanda di grazia fatta da sua madre Maria Muzio, preoccupata per la salute del figlio. Quindi inviò una lettera alla mamma, una missiva durissima con la quale espresse tutto il suo rammarico per la richiesta di grazia. Lui non voleva scendere ad alcun compromesso con il regime fascista, a costo di pagare con la sua vita. Ecco alcuni passi:
“Debbo frenare il mio sdegno del mio animo, perché sei mia madre e questo non debbo dimenticarlo. Dimmi mamma perché hai voluto offendere la mia fede! … Qui nella mia cella di nascosto ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna. … La libertà, questo bene prezioso tanto caro agli uomini, diventa un sudicio straccio da gettar via, acquistato al prezzo di un tradimento, che si è osato proporre a me.”
Pertini a Pianosa era sistematicamente maltrattato da alcuni uomini del regime. Il direttore Caddeo, per primo, non favoriva certo la situazione di ingiustizia attuata da certi carcerieri. Pertini con il suo carattere indomabile, non si è mai piegato e ne è testimone l’episodio che lo ha portato ad essere condannato per oltraggio nei confronti di una guardia.
Era il 1° ottobre del 1933 e Pertini, tubercolitico, quindi oltremodo sofferente, fu invitato, insieme ad altri detenuti, con veemenza e maleducazione ad andare in infermeria per le cure. Il carcerato della camera 21, matricola 6955, questo era il suo codice, non accettò di certo questo ulteriore attacco alla sua dignità e a quella dei suoi compagni di sventura e reagì duramente dicendo che non volevano essere trattati come bestie e che si sarebbe rivolto ai suoi superiori. La guardia, di nome Cuttano, era stata protagonista di questo episodio.
Per farla breve, da quel momento iniziò una manovra contro Pertini e furono inventate prove contro di lui, per ribaltare la situazione accusandolo di oltraggio, anche perché, dopo qualche tempo, il nostro detenuto politico aveva segnalato pestaggi nei confronti di alcuni prigionieri. Fu quindi rinviato a giudizio alla pretura di Portoferraio, per oltraggio a pubblico funzionario. Ecco che Pertini fu ancora di più "elbano" per questo motivo, fu per alcune volte a Portoferraio "ospite" nella torre della Linguella, come ebbe a dirci di persona, in un incontro avuto con lui del 1984, al Quirinale, quando ricevette una scolaresca portoferraiese. (vedasi il libretto "I Cent’anni di Pertini", ed. Coop Toscana Lazio)
La prima volta Pertini arrivò nella città medicea e napoleonica, rinchiuso alla Torre della Linguella, intorno al 21.9.1933, quando ci fu la prima udienza, il giudice era Casimirio Odorisio e il pubblico ministero Spataro Falaschi. Sandro Pertini fu difeso dall’avvocato, un suo amico di Savona, Girolamo Isetta. Ma ci fu un rinvio.
Il 31.10 33, era per la seconda volta a Portoferraio, scrisse a sua madre dalla Linguella, ma la lettera fu bloccata dalla censura e non arrivò mai alla signora Maria. Del resto tutta la corrispondenza di Pertini veniva sistematicamente sottoposta al vaglio della censura fascista; si accumulavano così notevoli ritardi nella consegna, oppure spesso la posta veniva ostacolata del tutto.
Ecco alcune parti di quella lettera:
“… Mia buona mamma, eccomi qui a Portoferraio in attesa del processo … non preoccuparti mamma se in questi ultimi tempi non hai avuto notizie … Di salute sto bene ed il morale è sempre sollevato … passo i miei giorni serenamente e tu vivi sempre nel mio ricordo … Andrò avanti per il cammino che ho liberamente scelto, senza compiere debolezza alcuna e senza il miraggio di un domani per me radioso …”
Il 9.11.33 Sandro subì il processo per oltraggio nei confronti della guardia. Venne tenuto a porte chiuse il procedimento, per decisione del giudice, che considerava pericoloso il fatto della grande calca che si era creata per i tanti elbani convenuti. La gente occupava addirittura le scale della pretura fino all’ingresso principale dell’edificio (l’attuale sede comunale). Tra questi erano presenti i parenti elbani, originari di Rio nell’Elba, Dino Taddei Castelli podestà e Lina Lanza sua moglie.
Pertini fu ovviamente condannato a 9 (ulteriori) mesi di carcere e 24 giorni.

11 Agosto 1944

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11 Agosto 1944

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