Archivio mensile:aprile 2016

Elena Bono – Sulla tomba di un amico morto per la libertà

Elena Bono
Sulla tomba di un amico morto per la libertà

I parenti che piangono e si confortano
vi hanno rinchiusi tra i marmi
nei cimiteri delle città.
Ma voi siete rimasti sui monti.
Per voi ogni giorno ancora
le marce le imboscate
il vento sulla fronte ardente
il vasto resinoso fruscio delle foreste
il battere del cuore sopra lo sten puntato.
Ancora voi cantate
e i vostri canti inondano le valli,
per voi c’è ancora il ballo
con le fanciulle del paese
il vanto delle armi conquistate
il pianto sul compagno caduto.
A mezzanotte voi accendete i fuochi
per il lancio:
ecco, remoto dalle stelle un ronzio d’aeroplano,
i vostri occhi febbrili luccicanti,
le grida di richiamo.
E quegli interminabili discorsi
su un migliore destino del mondo,
quella meravigliosa attesa
che non andrà delusa.
Era a voi riserbato,
non al mondo, il destino migliore.
Gole squarciate dal gancio,
illividite dalla corda,
mani crocifisse
carni che mentre fiorivate
conosceste la morte più dura a morire,
ogni uomo umano
vi dovrà invidiare.
Troppo bello ubbidire ad una legge
che non fu mai scritta,
morire secondo il proprio cuore.
Voi siete corsi ai monti
e nessuno vi ha potuto fermare:
la libertà dimora sulle alte montagne,
difficile segreta maliosa creatura.
Eravate i più belli:
voi siete rimasti con lei.
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Paolo Valente – Il giovane “SS” italiano Leonhard Dallasega

Paolo Valente

Il giovane “SS” italiano Leonhard Dallasega

Non volle uccidere: lo fucilarono

È il pomeriggio di uno degli ultimi giorni di guerra, il 27 aprile 1945. Un gruppo di circa cento soldati tedeschi, guidati da un manipolo di SS, esce da Ala per dirigersi verso il Brennero. Al bivio appena fuori città si fermano e fanno cerchio intorno ad un uomo malconcio in abito talare. Un ufficiale compone in fretta e furia un plotone d’esecuzione. Tra i chiamati c’è un militare appartenente alle Waffen-SS. Il giovane sui trent’anni esce dai ranghi e dà la sua pubblica testimonianza: «Sono cattolico, non sparo ad un innocente». Un rifiuto che di lì a pochi minuti gli costerà la vita. Il prete è falcidiato dai colpi dei fucili e cade nel cratere di una granata. Subito dopo il soldato, che ha assistito impotente all’esecuzione con le mani dietro la nuca, subisce la stessa sorte del sacerdote. Un colpo di arma da fuoco lo raggiunge al volto. Cade esanime a fianco dell’altra vittima. Nei giorni successivi i cittadini di Ala coprono pietosamente i due corpi con un sottile strato di terra, finché non giungono i parrocchiani del prete a riscattarne le spoglie e finché non giunge la fine della guerra.

La salma del soldato senza nome viene traslata al cimitero di Ala.

Il sacerdote è don Domenico Mercante, da pochi anni parroco di Giazza, paese cimbro alla sommità della valle d’Illasi, tra i monti Lessini, nel Veronese. Nel tentativo di risparmiare il paese da saccheggi e distruzioni, il pastore si era mosso, quella mattina, incontro alla colonna militare. I soldati ne avevano subito approfittato per prenderlo in ostaggio, promettendogli la liberazione una volta giunti al passo Pertica, da cui si scende alla volta della valle dell’Adige. Promessa non mantenuta. A colpi di scarpone e di baionetta il religioso era stato costretto ad accompagnare il lugubre corteo fino al centro più meridionale del Trentino e qui era stata velocemente decretata la sua condanna a morte con l’accusa, per lui, di essere un collaboratore delle bande partigiane.

Per decenni il nome del soldato che lo accompagnò nella sua sorte rimase sconosciuto. Solo le ricerche del suo successore a Giazza e soprattutto di mons. Luigi Fraccari, per lungo tempo assistente dei lavoratori italiani prima nella Berlino nazista e poi in tutta la Germania orientale, hanno portato ad individuarne l’identità.

Si tratta di Leonhard Dallasega, nativo di Proves in val di Non (allora comune di Rumo e provincia di Trento). Nato nel 1913 aveva servito in Africa l’esercito italiano. Nel 1944 era stato richiamato alle armi e arruolato nella SS combattenti. Dopo un periodo di formazione nel Reich era stato destinato a Caldiero dove le SS avevano un centro di comando. Col grado di caporalmaggiore svolgeva le funzioni di messo postale e di capo cuoco.

Essendo imminente l’arrivo dell’esercito alleato che aveva ormai sfondato la “linea gotica”, le truppe tedesche si mossero in ritirata. Leonardo il giorno 26 aprile decise di abbandonare il suo reparto, inforcò la sua bicicletta di servizio e pedalò per trenta chilometri risalendo la valle d’Illasi fino a Giazza dove pernottò in un casolare. L’indomani, mentre cercava di scambiare la bici con un abito civile, incappò nel gruppo di soldati che lo prese con sé considerandolo uno sbandato.

La storia che segue è quella che già abbiamo raccontato. Al momento della fucilazione di don Domenico si rifiutò di farsi complice di quell’omicidio. Ebbe solo il tempo di dire: “Sono padre di quattro figli”. Poi stramazzò al suolo. Fu spogliato di ogni documento di riconoscimento e la sua testimonianza non sarebbe giunta a noi se alcuni cittadini di Ala non avessero potuto vedere da una certa distanza tutto l’accaduto.

Tratto da

patria indipendente

Gilberto Malvestuto – “Come noi della Brigata Maiella liberammo Bologna”

Gilberto Malvestuto

“Come noi della Brigata Maiella liberammo Bologna”

Il 25 aprile 1945 mi colse a Castel San Pietro Terme, a circa 20 chilometri ad est di Bologna, dove dal 22 aprile la prima e la quarta Compagnia della Brigata Maiella – che avevano preso parte alla liberazione di Bologna – si erano ricongiunte al resto del gruppo. In attesa di ordini, la “Maiella” rimase concentrata nella località termale per i successivi mesi di maggio e giugno, venendo impiegata nella bonifica dei campi minati e mantenendo sempre costante la propria preparazione militare con esercitazioni a fuoco e anche ginniche. È alla liberazione di Bologna, però, che è legato maggiormente e indissolubilmente il mio ricordo di quei giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il nostro ingresso nel capoluogo emiliano ebbe inizio all’alba del 21 aprile, quando la prima Compagnia fucilieri e il mio plotone mitraglieri ad essa aggregato iniziarono l’attacco per l’occupazione della città. Con noi operava anche un plotone polacco della terza Divisione Carpazi.

Quel 21 aprile la quarta Compagnia avanzò dalle prime ore del mattino senza ostacoli e senza incontrare resistenza, procedendo parallelamente alla prima Compagnia e proteggendo il fianco di due Compagnie polacche, entrando anch’essa nel capoluogo emiliano tra le primissime truppe liberatrici. La folla enormemente assiepata in via Rizzoli, in via Indipendenza ed altre parallele fino a piazza Re Enzo, piazza Maggiore e via Mazzini ed altre ancora, accolse le prime truppe liberatrici con un entusiasmo indescrivibile. Dalle finestre e dai balconi migliaia di bandiere e drappi tricolori sventolavano al vento di primavera, mentre migliaia e migliaia di volantini che inneggiavano alla Resistenza e alla libertà coprivano il cielo nella loro corsa, volteggiando a lungo sulla moltitudine osannante ed impazzita per la gioia, travolta dall’entusiasmante momento che Bologna stava vivendo per la libertà riconquistata. Facevamo fatica a camminare, all’ombra delle maestose Torri – la Torre degli Asinelli e la Garisenda – cariche di storia antica e gloriosa, a fare da mute testimoni di quella meravigliosa accoglienza riservata a noi della “Maiella” che dal lontano nostro Abruzzo eravamo giunti per portare il dono della fratellanza, della giustizia, della pace universale fra i popoli.

La liberazione di Bologna (da http://www.avezzanoinforma.it/)

Gli uomini della Brigata Maiella transitarono davanti alla popolazione civile accorsa, che durante i lunghi mesi dell’occupazione nazifascista aveva appreso dalla stessa radio della Repubblica di Salò e dalle radio clandestine l’esistenza della nostra formazione partigiana. La gente piangeva, mentre una ragazza, fendendo la folla, mi raggiunse di corsa e mi strinse forte a sé e poi mi disse anche: «Grazie, Tenente». Mi baciò a lungo e poi scomparve, mentre suonava per la prima volta, dopo tanto tempo, il campanone della Torre del Capitano del Popolo, tra lo sferragliare dei mezzi cingolati che stavano sopraggiungendo su via Mazzini e su altre vie che immettono verso il centro storico. Purtroppo la cronica insufficienza di mezzi della “Maiella” impedì che l’unità fosse ulteriormente impiegata nell’inseguimento del nemico, che poteva essere effettuato soltanto da reparti celeri. Nella tarda mattinata del 21 aprile, prima di tornare ai reparti che avevano partecipato alla liberazione di Bologna, e in fase di riordino per concentrarci tutti a Castel San Pietro, fui invitato con premura da una famiglia abitante in un appartamento vicino alle due Torri per consumare un pasto leggero “compatibile” con la scarsità dei prodotti alimentari del tempo. Accettai perché avevo fame! Ero andato avanti smorzando i morsi della fame solo con barrette di cioccolata! Riassaporai il calore della famiglia, con la presenza dei due genitori e delle due loro figliole, mentre il terzo figlio – ufficiale pilota dell’Aeronautica militare del quale non si avevano notizie da tempo – doveva trovarsi nelle Puglie, con il Regio Esercito italiano. Mi accompagnarono, al termine della frugale colazione, fin verso la Garisenda. La mamma, il papà e le loro due ragazze mi abbracciarono affettuosamente e mi sussurrarono, commossi: «Buona fortuna ed auguri!». Questa è la gente emiliana, sempre gentile, ospitale e generosa. È la Bologna che ho sempre tenuto nel mio cuore, è la Bologna che mi aveva ospitato appena due anni prima quando, dal gennaio all’agosto del 1943, vi frequentai il corso Allievi Ufficiali presso il terzo Reggimento Carristi nella Caserma di San Ruffillo.

Spesso, forse perché ripercorro l’ultimo tratto della mia sofferta giovinezza e la nostalgia mi assale, torno all’album dei miei ricordi passati, con le tante foto ormai ingiallite dal tempo che scorre inesorabile, per riandare con la mente e con il cuore ai miei vent’anni, a quando, cioè, la mia seconda Compagnia Allievi Ufficiali di cui facevo parte si trasferiva per le esercitazioni a Rastignano, sul Savena, sul Reno, a Casal de’ Britti e in altre località del bolognese ancora vive nella mia memoria. Non avrei mai immaginato che dopo appena due soli anni quelle due strade le avrei ripercorse, in divisa di Tenente della Brigata Maiella, al comando di un plotone della Compagnia Pesante Mista, tra due ali di folla festante, nel giorno della liberazione di Bologna dall’occupazione nazifascista.

Gilberto Malvestuto, partigiano della Brigata “Maiella”

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Patria Indipende

Luigia Maria Pucheria

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Luigia Maria Pucheria

Nata a Saonara (Padova) il 7 settembre 1898, morta a Ravensbruck nella primavera del 1945, suora laica.

Faceva parte della Compagnia di Sant’Orsola e aveva accettato con convinzione l’invito di Fra’ Placido Cortese a collaborare alla "rete di solidarietà", da lui organizzata a Padova. Luigia Maria si dedicò soprattutto ai prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Saonara (per i quali i nazifascisti avevano posto una taglia di 1.800 lire per evaso) e si fece aiutare anche dai suoi famigliari, soprattutto dalla nipote sedicenne, Delfina Borgato. Le due donne furono tradite da un individuo, che si era spacciato per un prigioniero fuggito dal campo. Arrestate, Luigia Maria e Delfina finirono in due distinti Lager. Delfina riuscì a sopravvivere; la zia fu eliminata.

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Religiosi nella Resistenza

http://www.anpi.it/

Giacomo Leone Ossola

per la libertà

Giacomo Leone Ossola

Nato a Vallo di Caluso (Torino) il 12 maggio 1887, deceduto a Brescia il 17 ottobre 1951,  frate cappuccino.

Di famiglia modestissima, a dieci anni fu mandato nel "Collegio Serafico" di Sommariva Bosco. Compì poi il noviziato a Racconigi, studi teologici a Busca e Revello sino  a Torino nel 1909. Laureatosi in Lettere e Filosofia, si dedicò all’insegnamento in provincia di Cuneo sino a che, nel 1919, fu chiamato a ricoprire l’incarico di vicesegretario generale dell’Ordine dei Cappuccini. Nel 1922, Ossola era a Roma, al governo patriarcale della Basilica di San Lorenzo in Verano, che lasciò nel 1937 allorché Pio XI lo consacrò vescovo e lo nominò vicario apostolico per la Missione Galla. Padre Ossola restò in Etiopia sino al 1943, quando Pio XII lo richiamò in Italia e lo nominò, in seguito alla morte del vescovo di Novara, Amministratore apostolico della Diocesi novarese. L’incarico fu affidato a Monsignor Ossola pochi giorni dopo la costituzione della Repubblichetta di Salò, ma il prelato, non essendo "vescovo residenziale", non dovette prestare giuramento al governo della RSI. Giunto tuttavia a Novara con la nomea di fascista (per le opere che col finanziamento del regime aveva realizzato in Africa), Monsignor Ossola, nei diciotto mesi che videro imperversare nel Novarese tedeschi e fascisti, seppe guadagnarsi l’appellativo di "vescovo dei partigiani", grazie al suo comportamento in difesa delle popolazioni della Diocesi. Molto importante fu poi l’opera di mediazione che il prelato seppe svolgere durante le trattative che portarono alla resa dei nazifascisti e alla liberazione di Novara. Nel dopoguerra, per questa ragione, l’amministrazione comunale ha proclamato Giacomo Leone Ossola – nominato vescovo di Novara il 9 settembre 1945 – Defensor Civitatis.Ossola, gravemente malato, rinunciò nel 1950 all’incarico di vescovo di Novara (la città lo ricorda ora con un monumento) e, poco prima della morte, Pio XII lo innalzò alla dignità arcivescovile di Geropoli di Frigia, in Siria.

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Religiosi nella Resistenza

http://www.anpi.it/

Donne, la Resistenza,”taciuta”

Donne, la Resistenza "taciuta"

La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile

di Duccio Pedercini

Quando nel mese di giugno 2012 fui contattato da Maria Pia Ercolini, professoressa di geografia, lei mi segnalò il lavoro che stava svolgendo. In particolare la collaborazione del gruppo da lei creato, Toponomastica femminile, ad una serie di articoli sui municipi di Roma e pubblicati su un periodico. Le segnalai allora che al Parco della Pace nel XX municipio c’era una targa fantasma: il palo di sostegno indicava il cielo azzurro. Quell’ameno viottolo era intitolato a Settimia Spizzichino, unica donna ebrea romana sopravvissuta ad Auschwitz e scomparsa nel 2000.

Tutti conosciamo la storia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, ma tanti, troppi, sembrano essersene scordati. La targa era scomparsa da mesi e perfino l’amministrazione comunale sembrava averla dimenticata, tanto che perfino i parenti di Settimia ne ignoravano l’esistenza. Nessuno conosce il motivo per cui quella targa fu rimossa, se per un gesto di intolleranza politica o razziale, o per un gesto di vandalismo, ma comunque tutti da condannare con determinazione perché figli di disvalori culturali che minano le basi fondamentali della convivenza civile. Fotografai quel palo e inviai la foto alla professoressa Ercolini che la pubblicò nel profilo Facebook del gruppo Toponomastica femminile. Ne nacque un caso civico e giornalistico con dichiarazioni istituzionali. Il 6 e il 7 luglio notizia e foto furono ripresi da molti quotidiani e siti internet e il 16 luglio a Viale Settimia Spizzichino fu riposizionata una nuova targa durante una cerimonia pubblica. In questo modo conobbi Maria Pia Ercolini e il suo incredibile lavoro sulle ‘Partigiane in città’. Nel dicembre scorso anche il nuovo cavalcaferrovia a Ostiense è stato intitolato a Settimia Spizzichino.

Quello della Resistenza al femminile, al pari e più di altre realtà di genere, è un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato per decenni. La guerra contro il nazifascismo è stata rappresentata quasi sempre al maschile relegando la donna a ruoli secondari. Eppure oggi possiamo affermare che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che “le donne furono la Resistenza dei resistenti”, come disse Ferruccio Parri, poiché senza loro sarebbe venuta meno l’organizzazione clandestina e senza le ‘staffette’ la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Erano loro a portare messaggi, medicine, cibo, giornali, armi, esplosivi e i famosi chiodi a tre punte, spesso a prezzo della vita. Fu anche a causa loro che i tedeschi temettero le biciclette e imposero il coprifuoco a Roma durante l’occupazione. Le donne hanno fatto la Resistenza a pieno titolo, hanno partecipato con ruoli attivi, militari, politici, logistici, non ne hanno solo preso parte. Si dice “il contributo delle donne alla Resistenza”, eppure a nessuno verrebbe in mente di dire il “contributo degli uomini”. Dobbiamo opporci alla visione storiografica che cancella le forme di lotta partigiana condotta senza armi. Interpretare la lotta partigiana solo con la figura epica, eroica, che rappresenta il partigiano con il mitra è fuorviante e funzionale a chi vuole sminuire il significato della Resistenza che fu, purtroppo si deve ribadirlo ancora, una guerra per la liberazione dell’Italia da un terribile nemico invasore e non una guerra civile, fu lotta di liberazione di tutti per tutti, donne ed uomini. Per questo è importante la conoscenza anche di un solo un nome, della storia di una donna ‘resistente’, ed è importante dunque che si portino alla luce e si propongano ancora oggi intitolazioni di vie e piazze a donne antifasciste e resistenti, come sta facendo Toponomastica femminile con i progetti Partigiane in città, Largo alle costituenti e Una strada per Miriam, il primo per monitorare le intitolazioni in tutto il Paese, il secondo per dare riconoscimento e pari dignità alle protagoniste della Repubblica, il terzo per raccogliere le firme per intitolare una via a Miriam Mafai, scomparsa nel 2012, al quale si è ‘purtroppo’ recentemente aggiunta la campagna per intitolare una strada a Rita Levi Montalcini. Dietro tutto questo c’è un patrimonio comune che non può e non deve essere dimenticato.

Dopo l’8 settembre del ’43 donne operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale, lavorano nella stampa e nella diffusione clandestina, danno vita ai Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà, organizzano corsi di preparazione tecnica e politica, formano reti, vivono la consapevolezza della giusta causa, entrano in clandestinità, fanno le staffette, le partigiane, conquistano un’arma sul campo. Molte diventano comandanti di bande partigiane, come Valchiria Terradura che a 18 anni è a capo di una squadra di uomini, Medaglia d’Argento al valore militare, Croce al Merito di guerra, Croce di Cavaliere al Merito della Repubblica e grado di Sottotenente. Ma accanto alle partigiane famose, vi furono migliaia di donne che rischiavano la loro vita senza imbracciare un fucile, pur trovandosi spesso, ai posti di blocco o nelle loro case, di fronte quello dei tedeschi durante perquisizioni e retate. Erano loro a nascondere i clandestini, ad aiutare gli ebrei, a vestirli e curarli. Erano le donne impiegate alla posta ed adibite alla cernita della corrispondenza a nascondere le lettere che i delatori inviavano ai comandi tedeschi per denunciare gli antifascisti, e a costo della loro vita avvisavano gli interessati. E sono ancora una volta le donne a prendere parte attiva nell’organizzazione degli scioperi. Sono loro che in assenza degli uomini fanno la fila per il pane con la tessera annonaria, sono loro che lottano per la sopravvivenza dei loro cari e organizzano gli assalti ai depositi di derrate alimentari. Famoso è l’assalto ai forni delle dieci donne nel quartiere Ostiense di Roma, assassinate dai tedeschi e dai militari della PAI al Ponte dell’Industria o ‘ponte di ferro’ come amano chiamarlo i romani, dove solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa, per iniziativa di Carla Capponi, partigiana dei GAP, Medaglia d’oro al valor militare e parlamentare. E sono ancora le donne a salvare i militari sbandati dai rastrellamenti, le contadine ad ospitarli e guidarli. A Roma, la tredicenne Gloria Chilanti, figlia di partigiani, entra in clandestinità e compila un diario (Bandiera rossa e borsa nera. La resistenza di una adolescente. – Mursia, 1998 e omonimo docufilm della Sacher diretto da Andrea Molaioli), come la sua coetanea Anna Frank. Nasconde civili, porta armi, messaggi, fa attraversare la città a antifascisti ricercati, fonda una organizzazione clandestina di ragazzi che incontra adulti e intellettuali. La sua storia non buca le coscienze e solo da pochi anni è conosciuta agli addetti ai lavori.

E allora mi viene in mente l’efficacia e il ruolo del cinema neorealista, primo fra tutti il film ‘Roma città aperta’, con il quale Roberto Rossellini nel 1945 fece conoscere a tutto il mondo il dramma dell’occupazione nazista a Roma. A ispirare la pellicola furono le vicende di Don Pietro Pappagallo (Aldo Fabrizi – Don Pietro), martire della Chiesa del XX secolo e Medaglia d’oro al merito civile, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44 per aver aiutato la Resistenza, e di Teresa Gullace (Anna Magnani – Sora Pina), anche lei Medaglia d’oro al merito civile, assassinata dai nazisti il 3 marzo dello stesso anno per aver tentato di avvicinarsi e parlare al marito rinchiuso in una caserma a seguito di un rastrellamento. Il film non lo racconta, ma alla scena assistono due partigiane, la già ricordata Carla Capponi, e Marisa Musu Medaglia d’argento al valor militare. Vedendo l’uccisione della Gullace, Carla tira fuori la pistola ma viene contemporaneamente protetta dalle altre donne ed arrestata dai tedeschi. Marisa le toglie la pistola e le infila in tasca una tessera fascista che le salverà forse la vita. La scena di Pina che grida “Francesco” prima di essere mitragliata è entrata profondamente nel nostro patrimonio culturale, ma pochi conoscono la storia di Teresa, ricordata in una targa in Viale Giulio Cesare a Roma. Una targa non serve solo a ricordare una persona e a commemorarla, ma a trasmettere e condividere valori positivi, proprio come un film o un libro.

A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale.

Durante la guerra e l’occupazione molte donne furono impiegate in lavori maschili mentre gli uomini erano al fronte, svolgendo i loro ruoli spesso meglio dei maschi. Le storie delle donne che in vario modo partecipano alla Resistenza sono storie eterogenee di donne che trovano però motivazioni ideali comuni che le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. All’inizio è anche la guerra privata di donne che smettono improvvisamente di sentirsi solo madri o figlie, che decidono di lottare non solo contro l’occupante tedesco o i fascisti di Salò, ma per liberare se stesse dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile. La Resistenza, delle donne e degli uomini dunque, è nata come spinta a difendersi da una condizione sociale e dalla dittatura e dagli orrori trasformandosi in una reazione attiva e in una volontà di costruire qualcosa di nuovo, al di là della conquista della libertà.

Troppe donne non sono state riconosciute patriote o partigiane e dei loro nomi e coraggio si è persa memoria. Occorre ricordare allora anche il loro contributo di sangue. Di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne, solo l’11,5%. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero decorate di Medaglia d’oro al valor militare, 54 con la medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Le donne dunque hanno partecipato a testa alta alla Resistenza ed hanno contribuito al riscatto morale e civile di tutta la società.

E’ per valorizzare tutto questo che l’Anpi, aprendo le porte all’associazione dal 2006 a tutti gli antifascisti, pone una profonda attenzione alla formazione delle nuove generazioni affinché possano essere preparate al passaggio generazionale e diventare vigili custodi di una memoria che non è solo ricordo, ma riguarda la storia e il futuro dell’intero Paese.

Duccio Pedercini

presidente sez. ANPI “Martiri de La Storta” – Roma

Tratto da

Patria Indipendente

Valido Capodarca – La preziosa testimone di un eccidio

Valido Capodarca

La preziosa testimone di un eccidio

La quercia de “Il Monte” di Castignano.

Molto spesso, a ricordare i fatti e i misfatti degli uomini, anche quando l’ultimo dei testimoni viventi è scomparso, resta un altro genere di creature, viventi anch’esse, ma non dotate di linguaggio, almeno non quello che siamo abituati a discernere con le nostre comuni facoltà intellettuali: sono gli alberi che, al contrario dell’uomo, possono tramandare anche per molti secoli la memoria di ciò che hanno visto.

Uno di questi, è una grande e maestosa quercia, radicata in contrada Monte, comune di Castignano (AP).

La pianta non raggiunge le dimensioni paradossali di alcune sue simili, essendo dotata di fusto di “soli” m. 3,52 di circonferenza, sormontato da un’interessante chioma di 20 metri di diametro; ma dove non arrivano le dimensioni, suppliscono una figura esteticamente molto apprezzabile, e soprattutto le storie, non tutte belle, ma sicuramente importanti, che essa è in grado di raccontare.

Vi si arriva agevolmente da Castignano, prendendo la strada per Ascoli Piceno. Allorché si giunge al bivio per Capradosso, la Quercia ci si para davanti, proprio in mezzo al bivio.

Proprietaria della pianta, è da sempre la famiglia Villa, residente sul luogo ma, a seguito di vari ampliamenti della sede stradale, forse oggi essa entra nella fascia di pertinenza della Provincia. A raccontarci tutto ciò che si conosce sulla storia della Quercia, è Franco Villa, 52 anni. La pianta, al di là dei tragici episodi di cui è stata testimone, è stata una presenza importante nella vita delle varie generazioni dei Villa, che l’hanno sempre considerata quasi come un membro della famiglia.

La forma del primo palco di rami è curiosa e molto caratteristica, assomigliando a un candelabro. Proprio sopra i bracci di questo candelabro, veniva in passato collocata la “fascinara”, vale a dire una catasta di fascine di legna. La collocazione in quel posto aveva la funzione di favorire l’essiccazione della legna stessa e renderla presto utilizzabile nel camino di casa.

C’era, tuttavia, una seconda ragione, recondita e inconfessata. La legna era, nei tempi passati, l’unica risorsa energetica, per riscaldarsi e per cucinare; pertanto, doveva bastare per tutto l’anno, fino a quando, cioè, non si rendeva disponibile quella proveniente dalle potature dell’anno successivo. Il fatto che la catasta fosse collocata in un posto così difficile da raggiungere, se non con l’uso di una pericolosa scala a pioli, era un incentivo a fare economia, e a far durare quanto più possibile le fascine, una volta prelevate.

Secondo quanto asseriva il nonno di Franco, Francesco Villa, combattente della Prima Guerra Mondiale, deceduto nel 1961, la pianta era già esistente, e di belle dimensioni, all’epoca della sua fanciullezza. Sommando il secolo trascorso dall’infanzia di Francesco, all’età che avrebbe potuto avere una quercia già grande, non si va lontani dal vero se le si attribuiscono due secoli di vita.

Sotto l’ombra della Quercia, un monumento commemorativo invita a tacere e riflettere. Fu proprio in quel punto che avvenne l’episodio più tragico fra tutti quelli cui la pianta dovette assistere nel corso della sua bisecolare esistenza.

Dei numerosi, tragici episodi legati alle lotte della Resistenza e alle susseguenti sanguinose rappresaglie nazifasciste, alcuni oggi vengono ampiamente e giustamente ricordati con grandiosi monumenti commemorativi e annuali cerimonie di richiamo (per ricordare qualche nome: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Boves…). Altri, la maggior parte purtroppo, sono rimasti quasi sconosciuti e, con la scomparsa degli ultimi testimoni, oggi ultrasettantenni, corrono il rischio di venire del tutto dimenticati.

Uno di questi episodi “minori”, avvenne, appunto, in località Monte, comune di Castignano.

Era il 16 giugno 1944. Proprio in quei giorni, nel corso di un’azione partigiana, era stato ucciso un soldato tedesco e, come consuetudine e prassi, sulla base degli ordini impartiti da Hitler,il comandante tedesco avrebbe dovuto uccidere dieci italiani per ogni tedesco.

Sennonché, questo comandante, di fede cattolica ed anche osservante della stessa, non ebbe cuore di eseguire gli ordini alla lettera. Effettuato il rastrellamento, e catturati i primi quattro italiani capitati a tiro, li fece condurre proprio sotto la Quercia, dove vennero fucilati.

Per tutti e quattro, è facile e triste immaginarlo, la grande chioma della Quercia, che li avvolgeva con il suo abbraccio materno, fu l’ultima immagine che i loro occhi videro, prima del buio della morte.

Due dei quattro, appartenevano alla famiglia Villa ed uno, Giuseppe, era proprio il fratello di Francesco.

Qualche anno dopo, il 18 maggio del 1950, al termine dell’annuale festa di san Gabriele dell’Addolorata, patrono del luogo, il signor Francesco, che faceva parte del comitato dei “festaroli”, si accorse che erano avanzati dei soldi con i quali egli propose, e ottenne, che venisse eretto, nello stesso punto in cui erano cadute, il monumento a ricordo delle vittime, i cui nomi e i cui volti possono essere letti e conosciuti su una parete dello stesso.

Forse già ora, a 60 anni dall’episodio, non esiste più in vita qualcuno che possa dire: “Io ho visto tutto!”.

Solo la Quercia lo dice, e siamo noi che non la sappiamo ascoltare.

Oggi, la bella Quercia gode di tutte quelle attenzioni che merita per il suo valore naturalistico e storico.

Essa viene periodicamente sottoposta a manutenzione e potature di rinvigorimento e, confessa il signor Franco, egli non incontra soverchie difficoltà, allorché ne fa richiesta, a ottenere l’interessamento del personale della competente stazione forestale, quella di Castignano, e l’intervento di ditte specializzate.

Dino Sarti – I Brasiliani Conquistano Castelnuovo

Dino Sarti

I Brasiliani Conquistano Castelnuovo

l 20 ottobre 1944 il grosso della 7ª Brigata partigiana comandata da Barbarossa  – il vignolese Mario Luccarini – attraversò le linee tedesche raggiungendo gli avamposti alleati. La brigata era reduce della battaglia per la difesa di una zona libera di 1.200 chilometri quadrati, la “Repubblica di Montefiorino”, sostenuta dal 30 luglio al 1° agosto 1944 contro due armatissime divisioni naziste che attaccarono da quattro diverse direzioni lo schieramento della “Modena Montagna”, tentando l’accerchiamento e l’annientamento. La grossa unità partigiana era costituita da circa 8.000 uomini, in massima parte giovani che avevano preferito il “Distretto di Montefiorino” alle chiamate del fascista repubblichino Rodolfo Graziani, un generale che brillò a suo tempo per ferocia sugli inermi in Tripolitania, Cirenaica e Etiopia la cui incapacità militare gli valse nel 1941 la destituzione dal comando delle forze italiane in Africa settentrionale decretata da Mussolini che poi lo nominò ministro della difesa della repubblica di Salò!

Male equipaggiati, privi di armi a tiro curvo e anticarro, con scarsissimo munizionamento fornito dagli inglesi con il contagocce, erano guardati con sospetto dal Maggiore Dawis Johnson, capo della Missione Militare inglese insediata a Frassinoro, uno dei sette Comuni compresi nella zona libera, impressionato dalle camicie rosse indossate da alcuni giovani combattenti, ricavate dai paracadute dei contenitori lanciati dagli aerei.

«Tutto questo rosso…» disse un giorno il Maggiore nel corso di una ispezione rivolgendosi al Commissario Oliviero, l’imolese Giovanni Serantoni. «Perché vi lamentate, siete voi che impiegate per i lanci paracadute rossi, usate quelli bianchi e le nostre contadine cuciranno camicie bianche». «Lo faremmo, ma di notte il bianco è troppo visibile per il nemico», rispose l’inglese con disappunto.

La 7ª Brigata attraversando le linee non incontrò resistenza a parte un velo di pattuglie neutralizzate facilmente, perché i nazisti dopo lo sfondamento della Grüne Linie N.1 (linea Gotica) si stavano ritirando lentamente e ordinatamente verso il fiume Po, estremo baluardo difensivo, secondo il piano “Herbstnebel” (nebbia d’autunno) posto in essere dal Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del gruppo d’armate “C” in Italia – 10ªArmee e 14ª Armee – osteggiato ovviamente da Hitler che pretendeva la resistenza ad oltranza. Il generale tedesco non poteva supporre che gli anglo-americani il 27 ottobre 1944 sarebbero piombati in un letargo che si sarebbe protratto sino alla metà dell’aprile 1945. A questo punto le due armate naziste tornarono indietro imbastendo la 2ª Grüne Linie, sguarnitissima figliastra della possente e inutile linea Gotica. La seconda guerra mondiale, se non altro, ha decretato la fine ingloriosa delle statiche costosissime linee fortificate (Maginot, Sigfrido, Gotica).

La mia compagnia venne in un primo tempo “ospitata” (niente viveri né sigarette) dall’Imperial Light Horse Kimberly Regiment della 6ª Divisione corazzata sud-africana dell’VIII armata inglese, nel settore Monteacuto Ragazza-Oreglia di Grizzana, sulle alture della riva destra del fiume Reno che scorre verso Bologna in parallelo con la strada statale n. 64 Pistoia-Bologna-Ferrara, detta Porrettana, e la ferrovia Pistoia-Bologna. In due scontri con pattuglioni nazisti provenienti dalle alture di Castelnuovo che avevano guadato di notte il fiume Reno, catturammo 24 prigionieri fra i quali un tenente; altri nazisti colpiti mentre ritentavano il guado per sfuggire alla cattura vennero risucchiati dalla corrente del fiume. Era il 18 novembre 1944.

Per questa impresa gli inglesi ci gratificarono con parecchie scatole di sigarette Navy Cut e per noi fu una festa.

Il 7 dicembre venni aggregato al 372° Battaglione della 92th Infantry Division “Buffalo” della 5th Army e il 17 gennaio 1945 fui inserito nel first platoon “C” Troop – 81st Cavalry Reconnaissance Squadron della 1st Armored Division – U.S. Army, con compiti di intelligence propri del II Corps Office of Strategic Services – Detachment, al quale appartenevo (OSS – servizio americano di informazioni militari e politiche e di operazioni clandestine contro il nemico che nel 1947 il Presidente Truman trasformò in CIA).

Dopo Natale mi presi una fastidiosa influenza e fui mandato all’infermeria di Riola di Vergato. La zona era avvolta da un costante nebbione artificiale per celare al nemico il traffico sul ponte del fiume Reno. L’artiglieria nazista dal canto suo dirigeva sull’obiettivo costanti tiri a intervalli irregolari e ai margini della strada c’erano camionette e autocarri capovolti, crivellati di schegge.

A Riola un ufficiale medico statunitense esaminata la mia Autority for medical treatment, concessa dall’OSS al personale militare italiano, accertò che la febbre era debole cosicché, fornitomi di medicinali, mi fece alloggiare presso una famiglia di Riola Vecchia che mi accolse di buon grado e fu lì che ebbi il primo approccio con i soldati appartenenti al FEB – Força Espedicionària Brasileira, unità di 25.334 uomini, inserita nel IV Corpo d’Armata statunitense con la sigla BEF – Brazilian Expeditionary Forces. Il padrone di casa aveva due figlie giovani e bellissime: Nives e Nevea, questi erano i loro nomi. Nevea aveva un occhio azzurro e l’altro verde che la rendevano oltremodo affascinante.

I brasiliani di un Battaglione del 2Reggimento tenevano il fronte da Riola di Vergato a Riola Vecchia sulla strada statale porrettana e nella villa “La Pianella” erano accantonati i fanti della 4ª Compagnia.

Due di questi soldati, nei ritagli di tempo facevano visita alle ragazze offrendo viveri e sigarette della loro razione giornaliera, una vera manna nella generale miseria. Mi vennero a trovare. Erano due giovani molto allegri e accompagnandosi con una chitarra, pescata chissà dove, cantavano sommessamente un motivo colmo di nostalgia che ricordava l’addio alla loro terra e il lungo viaggio intrapreso sulle navi che li portavano in Italia dove li attendeva la guerra contro un nemico temibile.

Mi regalarono due pacchetti di sigarette: le “Ippicos” con un gaucho sulla scatola e le “Cine” contrassegnate da uno schermo cinematografico. Ne accesi una e il tabacco era così forte da sputare i polmoni e i due soldati ridevano divertiti.

Quando guidavo le pattuglie dei cavalieri appiedati della 1ª Divisione corazzata americana le jeep si fermavano alla Pianella, dopo Riola Vecchia, come si è detto ultimo avamposto alleato tenuto dai fanti del FEB, dopo di che si entrava nel territorio controllato dai nazisti. Le nostre pattuglie notturne transitavano lungo la porrettana che si snoda sotto le pendici di Castelnuovo e si spingevano sino a Cà Sassa, sopra al cimitero di Vergato, a meno di un chilometro dal paese totalmente distrutto da 22 bombardamenti aerei diurni effettuati dalla USAAF. Nei pressi dell’avamposto brasiliano della Pianella sostavano in attesa dei nostri rientri, stabiliti per le ore 5 del mattino, le nostre jeep e un’ambulanza col motore sempre acceso pronta ad accogliere eventuali feriti da trasportare rapidamente al field-hospital. Da Prada di Grizzana, sulla riva destra del fiume Reno, quota 600 circa,ebbi il privilegio di assistere alla conquista di Castelnuovo da parte del FEB. La sera del 4 marzo 1945 alcune batterie di howitzer da 105/22 e 155/23 aprirono il fuoco sulla altura.

Il bombardamento si protrasse sino all’alba, la “serenade”, così la definivano in gergo gli artiglieri americani. Al mattino il fumo delle esplosioni lambiva persino la statale porrettana.

Verso le nove del 5 marzo 1945 una lunga fila di fanti brasiliani, provenienti da Riola Vecchia, dalla Pianella e da Lissano, si snodava lungo la statale dando inizio alla scalata dell’altura. Le velocissime machinengewer 42 naziste aprirono subito il fuoco sugli attaccanti, appoggiate dal tiro di una batteria di mortai da 81 mm, piazzata nell’aia della Cà Nova, oltre il crinale, quindi defilata dal tiro degli obici alleati, mentre di tanto in tanto faceva sentire la sua possente voce l’88/56 nazista, il famoso cannone, creatura della Oerlikon svizzera di Zurigo e prodotto “su licenza” dai nazisti in migliaia di esemplari.

Ma l’ostacolo maggiore all’avanzata dei fanti erano le maledette Schutzen-mine 42, a pressione, piccole micidiali trappole di legno sparse lungo le pendici della montagna mentre nei punti pianeggianti erano presenti anche le tremende Schrapnellmine 35, a   strappo e pressione che con i loro spezzoni e sferette d’acciaio, sputati da una seconda esplosione all’altezza di un metro dal suolo facevano scempio degli uomini in posizione eretta per un raggio di 70 metri.

A un certo punto gli attaccanti ripiegarono sulla porrettana e chiesero l’ulteriore intervento dell’artiglieria che dopo una serie di colpi al fosforo bianco per l’aggiustamento del tiro, suggerito dagli osservatori brasiliani, aprirono un fuoco di copertura terrificante. Intanto da Oreglia di Sopra, sulla destra del fiume Reno, alle falde di Montovolo, si fecero vivi anche alcuni cannoni automatici da 40/70 che colpivano col tiro diretto gli ipotetici punti di resistenza dei nazisti abbarbicati a Castelnuovo. Poi, nel pomeriggio, i fanti della 4ª Compagnia del 2° Reggimento, al comando del 1° Tenente Ruy de Oliveira Fonseca, partiti da Lissano (quota 234), dopo aver raggiunto sotto il fuoco nemico e l’insidia delle Schutzenmine Cà Iareda di Sotto, Cà Iareda di Sopra, La Spiaggia, Cà Bonzone (quota 497) raggiungevano Cà Rovinelli (quota 578) aggirando i nazisti attestati a Castelnuovo (quota 656).

Intanto la 1ª Compagnia del 2° Reggimento occupava Cà Precaria, Cà Boscaccio e Il Monte (quota 720), posizione dominante. Con l’arrivo dei brasiliani della 1ª Compagnia del 6° Reggimento da Palazzo d’Affrico, i nazisti, chiusi così in una morsa, furono costretti a scegliere tra la fuga disordinata verso la vallata del torrente Aneva e la resa. Intanto i genieri stendevano le Cordtex bianche sul terreno bonificato dalle mine, creando passaggi sicuri per le truppe di rincalzo. A fianco delle piste delimitate dalle Cordtex vi erano cataste di Schutzenmine disattivate e purtroppo, qua e là, gli stivaletti di feltro nero dei fanti brasiliani che contenevano il piede dello sfortunato combattente.

La conquista del crinale di Castelnuovo non era un episodio a sé stante. La posizione serviva per proteggere e facilitare l’attacco della 1ª Divisione corazzata verso Vergato. La tigre, finalmente, si stava svegliando dal lungo torpore e il 14 aprile avrebbe spiccato il grande balzo. Era la memorabile primavera della liberazione. La nostra primavera.

Tratto da

Patria e Libertà

Franco Terreni – Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Franco Terreni

Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Per quanto ci fosse la guerra e ci fosse l’abitudine ai bombardamenti e alle cannonate, l’esplosio­ne fece pensare alla fine del mondo: dal­la periferia di Firenze, fino a Empoli, dai dintorni di Pistoia alla Val d’Elsa, le case tremarono. Intorno a Signa i vetri delle finestre andarono in pezzi, molti tetti vennero scoperchiati e in più di una abi­tazione i telai delle persiane furono di­velti e finirono sui letti di quelli che dor­mivano. I bassorilievi in ceramica che ri­traevano Santa Barbara (la protettrice di chi lavora con l’esplosivo) e che ogni operaio o operaia teneva affisso in casa, finirono sui pavimenti in mille pezzi. Un camion tedesco, distante alcune centi­naia di metri dal luogo dell’esplosione, venne proiettato verso il Masso della Gonfolina. Molti, intorno alle rive del­l’Arno, nelle Signe, pensarono che lo stabilimento Nobel fosse saltato in aria. E invece era un treno carico di esplosivo, fermo sulle rotaie della stazione di Car­mignano, vicino allo stabilimento, che era stato fatto esplodere dai partigiani.

Era un sabato, sabato Il giugno 1944. Un sabato notte, con la fabbrica ormai deserta e i dipendenti chiusi nelle pro­prie case, tra Comeana, Carmignano, Si­gna e Lastra a Signa, paesi separati dall’Arno. Erano centinaia che lavoravano in quello stabilimento. Vi si produceva­no esplosivi e si confezionavano ordigni e le maestranze sapevano che quel mate­riale aiutava la guerra dei nazisti contro gli alleati, che il 4 giugno avevano già li­berato Roma e stavano risalendo la peni­sola. Ma cosa potevano fare I nazisti controllavano tutto e non permettevano diserzioni ne rallentamenti nella produ­zione. La cosa che alcuni facevano, d’ac­cordo con la Resistenza, era di usare le pietanziere, ossia le gavette, che gli ope­rai si portavano da casa: contenevano qualcosa da mangiare, all’arrivo, poi c’e­ra la pausa per il pranzo ria gli avanzi –pochi, in verità, perché poco era il cibo non venivano buttati. Nessuno dei sor­veglianti sospettava che sotto a qualche crosta di formaggio o di pane, qualcuno nascondesse scaglie di tritolo da portare fuori della Nobel e che sarebbero servite a confezionare bombe da usare contro gli occupanti e, quella sera a distrarre i nazisti dall’attentato al treno. L’esplosione dell’1 1 giugno fu un even­to clamoroso, trasmesso anche da Radio Londra, che il giorno seguente, dopo i consueti colpi di tamburo che richiama­vano l’inizio della Quinta sinfonia di Beethoven, raccontò quello che era acca­duto alla stazione di Carmignano. E cioè che un treno carico di torpedini da mari­na e tritolo era stato fatto saltare dai par­tigiani, distruggendo un notevole poten­ziale devastante destinato alla Werh­macht e alla guerra nazista. Parte di quel tritolo era probabilmente destinato ai ponti di Firenze, che comunque i nazisti fecero saltare nell’agosto successivo. Ma è indubbio che l’azione rappresentò un duro colpo per gli invasori. Soprattutto perché dimostrò, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che i nazisti non erano in­vincibili e che potevano essere attaccati e indeboliti.

Ma chi fu a compiere l’azione? La storia di quell’impresa generosa non e ancora del tutto scritta, ma comincia dal bando Graziavi per l’arruolamento dei giovani nell’esercito repubblichino di Salò. Si racconta che molti ragazzi, su consiglio delle forze della Resistenza, nella quale comunisti e cattolici erano la parte più attiva, si recassero al di­stretto, prendessero i soldi del bi­glietto per raggiungere Salò e poi si rendessero irreperibili e raggiun­gessero le forze partigiane che agi­vano sul Montalbano. Erano forze fresche, ancora poco organizzate, scampate alle retate naziste più per fortuna che per capacità militare. Ma seppero poi organizzarsi e for­se con l’aiuto di alcuni operai del­le vicine cave di pietra serena che usavano gli esplosivi ogni giorno, eccoli preparare e portare a temi­ne l’attentato al treno

Pare che il commando fosse com­posto di otto uomini, ma sarebbe più gusto dire otto ragazzi diretti da un poeta-partigiano, Bogar­do Buricchi. Una carica di esplosi­vo venne posta sul pianale di un vagone che fu facilmente aperto. Era una bomba primitiva, quasi una bomba carta, e la lunghezza della miccia doveva assicurare la fuga degli attentatori. Invece l’e­splosione avvenne prima del previ­sto e soprattutto si propagò imme­diatamente al resto del treno, con risultati che forse il commando non aveva calcolato. Fu una esplo­sione terribile, che raggiunse e in­vestì direttamente quattro parti­giani: Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli e Ario­dante Nardi.

Il pittore Enzo Faraoni venne rag­giunto da un rottame che lo ferì gravemente ad una gamba, ma ri­uscì a raggiungere la propria abita­zione. Un altro partigiano, Ruffo Del Guerra, fu più tardi sorpreso dal nazisti coli evidenti ferite fre­sche, ma raccontò in maniera convincente di essersi ferito lavorando con l’aratro e se la cavò. Mario Barni e Lido Sarti riuscirono a na­scondersi grazie all’aiuto dei citta­dini delle Signe. Enzo Faraoni, il pittore, raggiunse Firenze qualche giorno dopo, grazie ad un curioso stratagemma: l’amico Ottone Ro­sai, cioè, gli inviò un carro mor­tuario nel quale prese posto, che i nazisti si guardarono bene dal fer­mare e controllare. Rosai, che era stato un fascista della prima ora, aveva col tempo preso le distanze dal regime, aiutando infine la Resi­stenza, nascondendo in casa pro­pria persino il partigiano gappista Bruno Fanciullacci.

Il treno non era sorvegliato e que­sto probabilmente grazie all’azio­ne diversiva che i partigiani aveva­no compiuto all’Olmo, vicino a Firenze, ai danni di una caserma fascista che fu fatta saltare con un ordigno confezionato probabil­mente con le scaglie di tritolo fat­te uscire proprio dalla Nobel, che impiegava allora 4.000 operai e che dopo l’episodio dell’attentato venne chiusa, togliendo il lavoro a tanti operai che però, a quanto ri­sulta, mai si lamentarono, coscienti che la lotta antifascista era sacro­santa e avrebbe portato alla Libe­razione di lì a due mesi.

C’è ancora un testimone vivente di quell’evento: si chiama Renzo Ri­mediotti, ha 88 anni e all’epoca abitava vicinissimo al luogo dell’e­splosione. Ricorda lucidamente i fatti ma l’emozione spesso lo frena e lo inonda di lacrime.

L’ho intervistato e la cosa che più ricorda sono i cipressi di un viale, con il tronco tanto largo «che in tre non si abbracciavano». Quei cipressi furono spazzati via dall’e­splosione del treno come fuscelli, «con le barbe e tutto… Purtroppo trovammo il Nardi sbriciolato: la sua mamma lo riconobbe dai denti…» .

A Poggio alla Malva, vicino al luogo dell’attentato, un cippo ricorda il sacrificio di quei ragazzi, con la scritta «Una preghiera faccio al viandante/ al visitatore di questi luoghi fate sì che non manchi mai almeno un fiore/ sul loro mo­numento perché dal loro sacrifi­cio è dipesa la nostra libertà». Un fiore… Il fiore del partigiano.

Tratto da

Patria Indipendente

Fra’ Placido Cortese

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Per la Libertà
Nel nome di Dio
Fra’ Placido Cortese
Nato a Cherso (Quarnaro) il 7 marzo 1907, morto a Trieste nel novembre del 1944,
frate francescano.
Il 29 gennaio 2002, al Vescovado di Trieste, è cominciato il "processo di beatificazione", postulatore padre Tito Magnani, di Fra’ Placido Cortese, morto sotto tortura in una cella della Gestapo a Trieste e probabilmente cremato nella Risiera di San Sabba. Viene così sollevata la coltre di silenzio che per quasi sessant’anni ha gravato su una luminosa figura della Resistenza. Nel 1937 Fra’ Placido era giunto a Padova per dirigervi il "Messaggero di Sant’Antonio". Proprio dagli editoriali del giornale di quei tempi si capisce che il giovane religioso era perfettamente "allineato": invettive contro la "Russia comunista", appoggio ai fascisti spagnoli. Nel 1942 Frate Placido è incaricato dell’assistenza religiosa ai civili sloveni internati nel campo di Chiesanuova. Non lo fa volentieri, convinto che fossero tutti "partigiani comunisti", ma proprio in questa attività, non si sa come e quando e per quali passaggi, matura il cambiamento del frate francescano. Dopo l’8 settembre 1943, Frate Placido diventa il motore di un’organizzazione che tiene contatti con gli Alleati – le ricetrasmittenti sono nascoste all’Antonianum -, organizza la fuga di prigionieri americani, mette in salvo ebrei destinati ai campi di sterminio, fornisce di documenti falsi gli uomini delle Resistenza. Gli occupanti tedeschi sospettano; sospetta anche il "provinciale", che prospetta al frate la possibilità di tornarsene al sicuro a Cherso. Ma Fra’ Placido resta a Padova sino a quando, l’8 ottobre 1944, tradito da due doppiogiochisti, non viene prelevato fuori della Basilica del Santo e sparisce. Dai suoi confratelli nient’altro che una "denuncia di scomparsa", mentre Fra’ Placido nelle mani della Gestapo subisce il martirio, senza dire un solo nome dei suoi collaboratori. Ora, finalmente, il "processo di beatificazione", dopo che per anni i suoi confratelli sembravano averlo "cancellato", nonostante le medaglie e i riconoscimenti del generale Alexander, del presidente cecoslovacco Benes, benché una via fosse stata dedicata a Placido Cortese nel dopoguerra a Padova.
Tratto da,
Religiosi nella Resistenza
http://www.anpi.it/