Sergio Bitossi – Un figlio di droghiere

 

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Scarpe rotte
E pur bisogna andar…..

 

Sergio Bitossi
Un figlio di droghiere *

 

” Premio Letterario Prato 1954.
Racconto segnalato.

 

I tedeschi non c’erano più, gli americani non ancora. Travolti, braccati col volto coperto di bende, gli uomini del Terzo Reick somigliavano a un qualunque esercito in ritirata che ha solo la forza di sfogare la propria delusa albagia su genti inermi còlte quasi nel sonno. Per lunghissime ore della notte avevano sfilato in remissiva processione ai margini delle nostre strade, ossessionati dal pensiero dei guerriglieri, sgomenti a ogni benché minimo rumore sospetto, affamati, assetati, febbricitanti, chi in camion, chi penzoloni a una carretta militare, o, più umilmente, appiedati e polverosi. Alle loro spalle scoppiavano le granate degli inseguitori: dilaniavano la carne senza nemmeno sfiorarla, accrescevano la paura, uccidevano la parola. Non canti, non musiche marziali: solo qualche ordine, indispensabile e crudele.
Dietro l’esercito in rotta, ultima esecrabile testimonianza, si alzavano nubi di fumo e lamenti d’innocenza. I nostri figli, le nostre madri o sorelle… chi perdeva sangue… chi gridava vendetta o pietà… o pane… o penzolava dai lampioni vuoti di luce… o giaceva maciullato da una raffica di piombo al petto.
1 tedeschi non c’erano più, gli americani non ancora. Intenti a ripulire le bocche dei tanks sulle odorose colline Toscane, i soldati dell’Alleanza si ubriacavano di gin, di lingue di fuoco, di musica jazz, di profumo di fiori. Avevano anch’essi i loro morti da ricordare, da dimenticare. Avevano casa a Boston, a New York, a Filadelfia; moglie e figli nel Canadà, a Bombay, nel Sud Africa; chi qua, chi là, ma avevano le loro case e le loro famiglie, le foto e i ricordi della loro vita borghese.
« Io… Questa non è la mia terra », dicevano.
I tedeschi non c’erano più… ma c’erano un po’ dovunque i nostri: fabbroferrai, carrettieri, friggitori, ragazzi di bottega, universitari e maestri, veterani dell’8 settembre, generali, corridori ciclisti… Bivaccavano appostati di qua d’Arno sotto il cielo stellato, rammentando a turno i fatti d’ieri, rifacendosi la benda a una ferita. Ogni tanto fischiava una granata dei tedeschi in fuga, una degli Alleati che non si decidevano ad avanzare, e si conficcavano dalla parte di San Frediano o s’infrangevano sulla strada bolognese. Ma i nostri non ci facevano gran caso e dicevano: « Coi rinforzi s’andrà a vedere di là ». « Domani arriva il grosso dell’Armata ».
I più giovani, i più deboli, riandavano ai sogni di prima, agli affetti, ai nomi cari.
« La Gigliola mi vuole ancora bene. Me l’ha detto suo padre ch’è venuto con noi ».
,« Il trombaio di via della Scala? »
« M’ha detto: vi sposerete anche senza letto ». Intorno i grilli cantavano a tutta voce.
« Ormai è finita per tutti ».
« Se Dio vuole è così ».
Con queste parole i superstiti ricomponevano le famiglie, le famiglie i rioni, i rioni la città. Mai come allora si cercavano i volti cari, gli amici, i nemici puranche, per riabbracciarli, perdonarli, soffocarli di premure.
« Sei vivo? Sei vivo! ».
« Guardami! ».
,« C’è Roberto di Battaglino! Eeeehiii! C’è quello di.Battaglino! ».
Poi una granata si frantumava li presso e uno cadeva perdendo sangue dalle ferite.
« Dio! Me l’hanno ammazzato! » urlava la vedova.
« Di qua, di qua! I cecchini, bastardi, sono in campanile! ».
Ciò che la morte aveva serbato alla speranza, ora lo annullava in un soffio.
« E’ crudele la morte ».
,« Partigiano, c’è un cecchino in campanile! ».
Segno che la guerra durava, che l’insidia non era spenta, che occorrevano uomini e munizioni come prima, più di prima.
Intorno al morto, si facevano questi commenti: « Povero Carlino. La Gigliola lo voleva ancora ».
Uno con la barba foltissima raccontava: « Di lui non mi scorderò per il resto della mia vita. Sono mantovano, io; ma lui mi salvò la pelle quando minammo il ponte di G. Che tipo! E dopo tanti mesi d’agguati, di sacrifici, di speranze, toh! me lo fregano per un nonnulla, accanto a me… ». Ora piangeva.

 

C’erano i nostri, ho detto. Carrettieri e fabbroferrai di San Frediano, studenti delle Cure, profughi o disertori di Salerno e di Pinerolo, cavallari delle Signe, terracottai di Montelupo e di Sesto. E invasero in un battibaleno le viuzze che fanno capo a via Maggio e a via Romana, bussando agli usci di via dei Serragli, sdraiandosi sul piantito degli androni, cercando acqua, munizioni, alcool per le ferite rincorrendo gli sguardi delle ragazze seminascoste fra persiana e persiana.
Divennero mille. Calati dai monti, riemersi dalle cantine, GAP, SAP, combattenti garibaldini, pittori, sinceri borghesi e no, peripatetici delle quiete villette sulle collioo, eroi dell’ultima ora, frati senz’ordine e senz’unzione, poeti, conventicola… Discendevano e si guardavano negli
occhi, avevano voglia di abbracciarsi e di baciarsi, anche voglia di combattere. Firenze visse ore indimenticabili.
Non attecchirono le cicerbite sugli architravi fragorosamente crollati, non si ossidarono le verghe divelte dei tram… l’acqua dei pozzi tornava a zampillare… circolavano pagnotte faticosamente impastate di notte, a mala pena finite di lievitare… circolavano tritolo e mitragliere… galleggiavano i ceci nelle zuppe… anche il cuore traboccava di generosità. Fiorentini a Firenze. E quartiere per quartiere, uno, due, dieci, cento, vecchi brontoloni e giovani troppo ottimisti, si cercavano sulle rovine di casa loro raccogliendo pietosamente gli indumenti e i cuscini dei sofà, salvando un libro da una gora d’acqua piovana, mostrando con disprezzo e superiorità una camicia sgualcita col colletto inamidato.
« Che l’inse? », gridava un bimbo con un ciottolo in mano verso un lampione, miracolosamente intatto.
« Giù quell’arnese», lo rimbeccavano i grandi.
Per mille piaghe, mille dottori. Per ogni morto, una « corona » di cinquanta Ave. Un fucile a testa. Sulle rive dell’Arno infuriava ancora il batti e ribatti, secco, crudele, della fucileria.

 

Damiano sbucò da una fogna di Firenze una di quelle notti, bardato a modo con gli stivali da caccia e un saccapane a tracolla, un coltello a serramanico alla cintola, la camicia d’un rosso stinto, il fucile a bilanciarm. Cosí rivestito sembrava più grosso, niente affatto il figlio del droghiere di sempre, quello, dello « scansati, passo io ». Ma lo sguardo maligno, come lo vide il Succi in via del Melarancio la volta che ne buscò a dovere perché più piccolo d’età e malato di nefrite, quello sguardo ce l’aveva ancora.
Un biondo, che vedeva nel buio come l’occhio di un gatto, lo scorse per primo mentre arrancava impedito dagli ammennicoli di guerra, e disse: « Ragazzi, abbiamo visite »
Passò la pallottola in canna e mise il dito sul grilletto. Allora tutti si voltarono e non credettero ai loro occhi.
Damiano? Damiano! Sempre più lui, via via che si avvicinava, che si rivelava alla luce della lanterna. Sempre più Damiano. Poi, quando fu vicino, il figlio del droghiere balbettò: « Datemi da bere, ho una sete dentro che brucio ». Si buttò di schianto per terra e pareva svenuto. Intorno risero di gusto.
Vino ne avevano in abbondanza, ma nessuno lo chiedeva a quel modo; poi Damiano non aveva mai bevuto nel bicchiere di un altro; in più, franando a terra, si era scucito i calzoni al cavallo, comicamente.
Uno chiese: « Tuo padre l’ha venduto tutto al mercato nero il suo Chianti? ».
Si conoscevano tutti, quei ragazzi. Tutti di un rione, tutti cresciuti uscio a uscio, le notizie non sono dei segreti fra la povera gente, specialmente in quegli anni di carestia. Così sapevano i retroscena: che Damiano e suo padre avevano comprato a dieci e rivenduto a cento, che stacciavano la farina del governo e il pane diventava più nero, che ne facevano di biscottato per i quattrinai, che il burro e il parmigiano c’erano stati sempre per chi l’aveva pagati dei bei scudi, che una balla di caffè non ancora tostato s’era ammuffita in magazzino per aspettare tempo di maggiori speculazioni… Ora, ricordando, intorno non ridevano più. Ma Damiano disse di nuovo con voce piagnucolosa: « Ho sete. Ho incontrato i tedeschi ».
1 ragazzi si guardarono sbigottiti senza intenderci gran che. Il Feccia gli avvicinò il lume sul viso e domandò: « Dove li hai visti, eh? ». Nel dir così gli aveva porto una bottiglia ancora da sturare.
Damiano bevve un quarto buono, sospirò come un mantice e rispose: « Visti? Due ne ho ammazzati! ». E raccontò una storia da far rizzare i capelli in testa.
Damiano, il figlio del droghiere di via dei Serragli, non era stato cane fino in fondo come qualcuno aveva voluto far credere. Quando i ragazzi erano partiti sulle montagna, in- Mugello, sul Mont’Oppio, sul Cimone, lui aveva dato di banda al negozio e aveva lavorato per loro. Olio, affettati, piselli e fagioli erano stati rimossi dalle cantine, portati al garage del Piccolo e spediti in montagna.
«Le tue lenticchie fanno ancora effetto », disse allora il Ceffo interrompendo quel lungo discorso e scorreggiando forte, ma per riconoscenza, per fargli intendere che ormai erano amici.
Damiano non la finiva piú con la sua storia. Un bel giorno aveva rubato il fucile mitragliatore a un milite ubriaco e aveva sparato dalle parti di Santa Croce. Inoltre aveva ubriacato e fatto cantare una spia. Stasera infine li aveva raggiunti, perché, diavolo! non voleva morire di noia fra quegli empiastri in cantina.
« Perdio! », dissero a questo punto in molti.
« Viva Damiano! ».
« Considerato che agivi da solo… ».
« Toh! dormi », gli consigliarono a una voce i compagni riconciliati e gli passarono una coperta di pura lana.
Damiano ci scodinzolò sotto più per difendersi dalle zanzare che per il fresco della notte. Se la tirò fino al collo. La senti pizzicare sotto la gola. « Pizzica! », fece con una smorfia di dispetto.
E uno, di rimando: « Hai ucciso due tedeschi e ora fai caso a una coperta che ti prude? ».
« Sei un bel tipo, Damiano! ».
« Sei in gamba, però! ».
Allora Damiano non parlò più. Chiuse gli occhi, senza dormire, e ascoltò i commenti del coro: Damiano qui, Damiano là. Uno che si butta nella mischia è sempre un coraggioso. Da Satana a Serafino, Niente rancori. Niente vecchie zizzanie. Ne avrebbero parlato al tenente. Lui gongolava
respirava forte per non scoppiare dalla gioia e nello stesso tempo scacciare le zanzare ferme sul naso.

 

Furono giorni di riconciliazione e di generosità quelli che si vissero all’indomani della insurrezione
popolare nella nostra città. Giorni di perdono e di buoni samaritani. Anche Damiano ne doveva godere, anche un figlio di droghiere senza bandiere e senza scrupoli. Cresciuto fra scuola e bottega, il ragazzo non aveva mai conosciuto la strada, via dei Serragli, quel tracciato che si stacca da Ponte alla Carraia e si distende fino alla Porta Romana, chiassoso di fanciulli, frastornato dal ferroso andirivieni dei tranvai, pervaso dall’odore acuto del caffè dei bar, animato da gente umile, da fiorentini puro sangue.
Non aveva conosciuto la strada e di conseguenza aveva ignorato gli amici e le compagnie di quelle parti. Al 26 ci stava Alessandro detto il Tecca, al 41 il Succi (ma l’aveva picchiato), al 64 Giorgino, e così via. Ma Damiano li aveva appena appena intravisti dal retrobottega, semmai erano entrati in drogheria a comprare un etto di mandorle zuccherate o una stecca di liquirizia. E suo padre l’aveva sempre ammonito: « Quelli sono teppisti da cui devi restar lontano. Per il tuo bene. Sono battelli che non faranno mai fortuna. Guarda i loro padri se te ne vuoi rendere conto… ». Al 116 c’era stato un arresto per cospirazione contro lo Stato,; al 20, un sorvegliato speciale; al 31, un « rosso » generico… « Contami i fogli da cento ché devo passare dalla banca », concludeva infine il genitore. Damiano contava i fogli da cento e i nichelini e i civettini d’argento.
Poi, col passare degli anni, s’era vestito a modo con la quindicina di lavoro, era « emigrato » verso il centro, aveva anche ottenuto qualche soddisfacente successo politico nelle ultime parate, in occasione della occupazione e rioccupazione dell’Amba Alagi. In piazza Beccaria aveva presentato
un oratore al pubblico, in sede lo convocavano col Direttivo. Ma certo è che i suoi interessi patriottici non avevano mai prevalso su quelli commerciali o d’azienda, sicché il suo conformismo era stato più saggio che cieco, e questo grazie anche all’accorta scuola paterna.
Dal ’40, infine, il suo acume e i suoi sforzi erano stati impegnati a fondo nella lotta economica per il mercato nero. Staccatosi del tutto dalle rissose compagnie di giovani volontari, con un pizzico di fortuna e una capace manciata, di banconote aveva ottenuto una visita superiore a San Gallo e la conseguente inidoneità al servizio militare. Per non esasperare le vedove che compravano al suo banco s’era infilato un paio d’occhiali dalle lenti senza correttivo e aveva preso a strascicare la gamba destra come se una sciatica lo facesse permanentemente dolorare e lo avvilisse.
« Damiano… »
•Sora Giulia… ».
•Ma lei alla guerra… ».
•Magari, sora Giulia, magari! ».
E il droghiere suo padre, alzando gli occhi dal libro-crediti, commentava con un sospiro sproporzionato : « Ah, che empiastro di figliolo m’è capitato fra i piedi! ».
Ma di notte l’infermo correva in bicicletta ai depositi militari, comprava a poco dai furieri avidi e dai sergenti di carriera, corrompeva l’uno, minacciava l’altro di denunzia, ora con blandizie, ora invocando pane per i suoi clienti affamati e petulanti.
« Con un etto e mezzo di pane si può vivere, vi domando? ».
« No di certo ».
« Ma se regalo un grammo all’uno, se non bado al grammo dell’altro, i chili si accumulano ».
All’alba pesando e ripesando le razioni, la musica era diversa.
« Mi volete vedere fucilato?… Domani, domani. Prometto un filoncino croccante».
A sera, calato il bandone, padre e figlio ripassavano insieme i denari della cassa e conteggiavano i sopravanzi.
« Babbo », diceva Damiano, « anche quando ero ragazzo, avete sempre avuto ragione voi. Siete furbo, babbo ».
Al passaggio del fronte poi, chi più aveva più temeva la morte. E così, fin dalla capitolazione di Roma, la famiglia del droghiere — e Damiano non ultimo — aveva preso l’abitudine di scendere in cantina subito dopo, il tramonto, dormire in quel tanfo e recitare tre « corone » ogni sera. Capivano, e ne discutevano animatamente, che molte cose stavano per finire e che il caos era lì lì per investirli.
« Guardiamo in faccia la realtà », diceva il droghiere padre con un velo di tristezza nella voce. « A un’ora spunteranno fuori gli altri ».
« Chi altri? », domandava Damiano con sorpresa.
« Tornerà quello del 116, se non è morto. C’è il sor Leone, quello sciancato. C’è anche quello del 31… .
« Ma noi siamo stati persone dabbene. Noi abbiamo sfamato mezzo San Frediano ».
,« Sì, si…».
« Noi non siamo mai stati fascisti ».
« No, no… È vero ».
« E che dovrei fare io? ».
« Eh… », sospirava suo padre.
«Lo diremo a tutti chi siamo e chi siamo stati ».
Così, quando era cominciato il cannoneggiamento e il tragico fuggi fuggi nelle cantine, Damiano aveva preso a soffiare la sua grande ostilità alla guerra imperialistica del fascismo, fra errori geografici e iperboli farsesche. Fino al giorno della rivolta. Fino a quando non s’era bardato come s’era bardato, e aveva pronunciato il rituale: « Il dado è tratto », che l’aveva portato — il caso non era caso —
tra il Feccia, il Biondo e i compagni, appostati sull’Arno in veglia d’armi.
La notte sbiancava. Ormai i combattenti s’erano sdraiati ventre a terra per via dei cecchini, chi nel fondo della propria buca, chi appoggiato a ridosso d’un tronco. Uno disse: « Svegliate quel ragazzo. Non vorrei che mi morisse così, proprio sotto gli occhi ».
Damiano dette un balzo. « Perché? », chiese senza impaccio di sonno.
« Ci sono ancora i cecchini di qua d’Arno. Anche le pattuglie s’infiltrano qualche volta e seminano mine e sparano. Copriti, su ».
Damiano non si muoveva, inebetito, con gli occhi sgranati, enormi.
«Non fare lo spavaldo », gli gridò un veterano che se ne intendeva. «Di te se n’è parlato poco fa al tenente. Avrai il tuo riconoscimento, non dubitare. Ora giù, basso, se tieni alla pelle ».
Si udì un colpo secco, di precisione, che tagliò l’aria fischiando e infranse qualcosa.
« Copriti! », urlarono in dieci.
Damiano si buttò dentro un cespuglio, precipitosamente. Ci cadde da insensato, da recluta, come un ragazzo. I pruni gli graffiarono i panni, il viso, le dita.
« Damiano! », gridò emozionato il Ceffo che gli era più vicino Ma non fu così. Lo sollevarono appena fu possibile, balbuziente di paura, sospettoso come una lepre sfuggita alla tagliola, sbiancato sulle guance.
« Hai paura! », disse allora Beppe carbonaio con rabbia. « No, no », fece Damiano.
«Sei lo stesso del Succi », fece un altro.
« No, no », disse ancora Damiano con minor veemenza.

 

Alle dieci ci fu uno scontro con una pattuglia tedesca di S.S. che aveva ripassato l’Arno per disturbare. Quattro fucilate e un ferito: roba da nulla per una seconda guerra mondiale. Ma Damiano non lo videro lo stesso. Si seppe dopo che in quel momento, alle dieci, si trovava nella cantina di suo padre droghiere con le donne e le ragazze del sor Ulisse, a raccontare di due tedeschi uccisi da lui, più un terzo, un cecchino rompiscatole che di mestiere doveva fare il beccaio…
Le malerbe sono più dure del grano. Damiano oggi, anche con la complicità di certi pacchi-viveri americani, s’è fatto un gruzzolo e una posizione invidiabile. Inoltre non ha. nemici: gli uni confessano e giurano di non essersi accorti che quel ragazzo fosse contro di loro; agli altri dice: « Io ho combattuto come voi! ».
Ma se incontra il Ceffo o quelli del rione, i superstiti storpi e dimenticati, se li incontra mentre tornano o vanno all’oflicina, abbassa gli occhi e non rimbecca il « cacone! » che gli gridano dietro.

 

Racconti del premio Prato
1951 – 1954

 

Edizioni Avanti!
1955

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