Mario Pirricchi

firenze

I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

bandierarossa

Mario Pirricchi

Mario Pírríccbí è nato a Firenze il 26 ottobre 1907. Sin da giovanissimo svolse attività antifascista entrando in contatto con l’organizzazione clandestina comunista verso la fine degli anni ’20. Si iscrisse al PCd’I nel 1934. Fu arrestato una prima volta nel 1936, quindi nel 1938. Fu condannato dal Tribunale Speciale a 6 anni di carcere da scontare a Castelfranco Emilia. Liberato nel luglio 1942, riprese la sua attività politica per il partito. Dopo l’8 settembre partecipò alla Resistenza. Fu responsabile del PCI d’Oltrarno e commissario politico di un battaglione delle SAP. Dopo la Liberazione di Firenze si arruolò volontario nel « Gruppo di combattimento Legnano », partecipando alla liberazione del nord. Ritornato a Firenze, fu segretario della sezione comunista di Legnaia, quindi fu incaricato ,di ricostituire nel dicembre del 1946 la sezione del Pignone, divenendone segretario. Membro della Commissione Federale e Regionale di Controllo del PCI e presidente regionale dell’ANPPIA, è deceduto il 28 febbraio 1980.

Il 25 luglio del ’43 io ero soldato. Quella notte non avevo avuto il permesso di uscire; ero in branda e quando i soldati in libera uscita rientrarono vennero di corsa da me dicendo: « t cascato il fascismo, è cascato il fascismo; Mussolini ha dato le dimissioni ». Allora io organizzai subito una manifestazione; al grido di viva il re, viva Badoglio, viva la pace. Si fece questa manifestazione, e gli ufficiali intervennero, e dissero: « Domani mattina, staremo a vedere, ancora non sappiamo come vanno le cose… bisogna stare ad attendere, domani mattina sentiamo, ecc. ecc. ». Fatto sta che la mattina dopo mi manda a chiamare il capitano e mi spedisce subito a Forte Bibbona dove c’erano i finanzieri che facevano il servizio di vigilanza, e c’era una terrazza con il binocolo, che guardava il mare; era per vigilare se c’erano delle navi che si avvicinavano per lo sbarco. Era un posto privilegiato perché lì si mangiava a tavola, si mangiava la pastasciutta, c’era il vino, si mangiava con il brigadiere della finanza, due finanzieri, un caporale e due soldati. Si mangiava bene, si stava bene, non si faceva nulla ecc. i soldati ci andavano volentieri, lì. quindi non era un punizione da questo punto di vista, la punizione consisteva nel fatto che non mi volevano più vicino ai soldati.

Fino a quel momento non mi avevano considerato, ma quando si fece la manifestazione per il 25 luglio, loro capirono le mie idee e allora mi presero e mi mandarono a Bibbona. Io però, quando mi spettava la libera uscita, pigliavo il treno da Bolgheri, e tornavo a Cecina. Quando tornavo a Cecina tutti i soldati venivano da me a parlare. Il capitano mandò un biglietto al brigadiere della guardia di finanza, poi lo chiamò e gli disse: « Guarda il soldato tal dei tali non deve uscire da Bibbona, deve stare a Bibbona, tu non lo devi mandare… deve restare lì ».Il poveraccio viene da me e dice: « Tu l’hai fatta grossa che hai fatto a Cecina? » « Nulla » dico io.

« Tu l’hai fatta grossa perché mi ha mandato a chiamare il capitano e mi ha detto questo, e questo ». « Tu domattina vai a Cecina? ».

« Sì, vado tutte le mattine, praticamente ».

« Allora mi fai un favore? Tu mi metti a rapporto al capitano ». « Va bene ». E io stetti lì, non andai Cecina. Il giorno dopo torna il sergente e dice: « Sì, ti riceve domani mattina alle 11 ». La mattina dopo alle andai dal capitano, « che vuoi? » mi disse. « Il fascismo non c’è più, signor Capitano, lei mi ha mandato confino un’altra volta, io sono stato in galera, ho fa tanti anni, e ora lei mi ha mandato nuovamente al confino, io non ho protestato, ma io quando sono in libera uscita, nell’ambito del territorio del reggimento, posso andare dove mi pare e mi piace ». Dice: « Ah! ma vedi qua là, sotto, sopra » fece un sacco di ragionamenti. Gli risposi: « Va bene, lei può fare come vuole, capitano può imporre, però stia attento, capitano, i tempi cambiano, e domani si potrebbe essere chiamati a renderne conto dei soprusi che sono stati fatti ». A queste parole ebbe uno scatto e mi disse a voce alta: « Vai via, vai via, fai come vuoi, vai dove vuoi, levati dai tre passi… ».

Tornai a Bibbona e venni poi tutte le sere a Cecina l’8 settembre, io ascoltai alla stazione di Bolgheri il comunicato di Badoglio che annunciava l’armistizio, tutti erano contenti io invece ero molto pensoso perché il proclama di Badoglio era molto sibillino, la paura dei tedeschi era visibile per uno che si intendeva di qualche cosa di politica. Comunque lì al Forte venne tutta la popolazione dei dintorni con le chitarre e suonarono. La mattina alle, 5 cominciarono a passare gli aerei tedeschi, su Bibbona su Cecina ecc. e allora il comando ci riunì tutti e ci portarono tutti a Cecina, anche quelli distaccati nei vari paesi, per non essere preda dei tedeschi. Piombino era insorta e la mattina dopo era già caduta; i tedeschi venivano avanti. Anche Livorno era stata occupata dai tedeschi. Gli ufficiali erano scappati, con me rimasero 80 soldati, all’11 settembre, ma poi dopo che potevamo fare?

I tedeschi venivano giù, così, a questo punto, dissi: « Ragazzi, è meglio andare via tutti, perché qui ci ammazzano tutti. Sarebbe un sacrificio inutile fare una resistenza contro i tedeschi che arrivano da tutte le parti con forze no(evoli ». Ognuno prese la sua strada per tornare alle propie case. Io insieme con altri 6 militari, 4 che abitavano nella provincia e precisamente nella zona del Mugello, presi la via di Volterra, perché gli altri due erano proprio di Volterra. Questa strada era la più sicura per non incontrare tedeschi. Arrivammo a Firenze il 12 settembre del 1943. Con gli altri 4 compagni ci eravamo salutati nelle vicinanze del Galluzzo.

E’ chiaro che tornando a casa il 12 settembre e cioè quando il partito era già in movimento nella più completa clandestinità, non mi era stato possibile prendere i dovuti contatti, come fecero altri compagni nel periodo della semi illegalità: i 45 giorni del governo Badoglio che andò dal 25 luglio all’8 settembre. Però appena giunto a casa, vestito con degli stracci che ci avevano fornito i contadini scambiandoli con quelli militari per sottrarsi più facilmente, alla cattura da parte dei tedeschi, feci appena in tempo n salutare mia madre e mia moglie che entrambe mi comunicarono che era stato a trovarmi Leone, — il compagno Leonída Piccini che era stato arrestato con me nel 1936 —iI quale aveva lasciato detto che voleva salutarmi e che se volevo trovarlo si trovava nel tal posto. Capii subito che il compagno Leone era il tramite per prendere contatto con il partito. Infatti, dopo essermi lavato e cambiato e tanto, stanco per il lungo viaggio effettuato, presi la bicicletta ed andai ad incontrare il compagno Leone, che trovai in un retro bottega di una tintoria nella zona di Gavinana, non ricordo la via.

Da lui ebbi le prime direttive del partito. Mi consigliò di non stare in casa a dormire perché la polizia stava ricercando tutti gli antifascisti e particolarmente i comunisti usciti dalle carceri e dal confino, quindi di stare molto attento ed rispettare scrupolosamente queste direttive. Questa era la prima raccomandazione. Seconda: il partito mi incaricava di organizzare il partito nella zona di Monticelli u di Legnaia, bisognava mettere in piedi subito una cellula clandestina, perché in quelle zone il partito non aveva niente di organizzata. « E nei 45 giorni che avete fatto? » chiesi « Non è stato possibile fare nulla per mancanza di contatti, Inoltre tu devi fare particolarmente un lavoro fra i giovani ». « Va bene Leone » dissi, « ma io manco dalla zona da quasi 6 anni e quelli che erano giovani sono invecchiati e i giovani di oggi non li conosco. Comunque accetto l’incarico e vedrò quello che potrò fare », e ci lasciammo.

Dopo due giorni in un incontro separato con i compagni Otello Taddei e Fosco Conti demmo vita alla prima cellula di partito nella zona. Tutti e due questi compagni erano già stati condannati dal Tribunale Speciale fascista due anni di reclusione. È chiaro che il lavoro del partito doveva essere indirizzato verso la organizzazione della guerra partigiana in quanto il comitato unitario dei partiti antífascisti si era già costituito in comitato di liberazione nazionale e aveva già lanciato l’appello al popolo italiano per la guerra partigiana, contro l’occupante tedesco ed il servo fascista.

Il Piccini nell’incontro che avemmo quel 12 settembre mi informò anche che il partito aveva dato vita a due sistemi di lavoro uno politico e l’altro militare, mi disse anche che gruppi di compagni erano stati inviati in montagna per organizzare la guerra partigiana mentre altri dovevano restare a Firenze a fare il lavoro politico, per organizzare il partito e creare le basi di appoggio alla lotte di liberazione, raccogliendo soldi, medicinali, e organizzando gruppi di giovani per andare nelle formazioni partigiane. Sulle basi di questa direttiva, ci mettemmo al lavoro

Venuti a conoscenza che alla Querce era ritornato compagno Milino, cioè Emilio Baroncelli, che fu anche lui arrestato nel ’36 e si era fatto 7 anni di confino, prendemmo subito contatto con lui e tramite il Milino, con tutto il gruppo di compagni della Querce che erano stati con me negli anni ’30 e poi insieme arrestati nel 1936, Prendemmo contatto anche con Renato Mechi e Tarquinio, Bongini che operavano già nella zona del Pignone con questi compagni creammo una specie di comitato di coordinamento e cominciammo un fruttuoso lavoro di oríentamento, di organizzazione, di diffusione di materiale propagandistico, di raccolta di fondi, medicinali, vestiario e, soprattutto di raccolta di denaro e di opera di convincimento verso i giovani per inviarli a combattere nelle formazioni partigiane. La propaganda di quei primi giorni dava la sensazione che i soldati sbandati fossero andati in montagna a fare i partigiani e quindi là in montagna vi fossero uomini ed armi. In quel primo momento nella popolazione vi era una certa euforia derivata da uno spirito largamente antifascista e simpatizzante con il nostro partito e questo facilitò il nostro approccio con le popolazioni dei rioni che vedevano in noi i vecchi militanti comunisti che avevano pagato con anni di carcere e di confino la tirannia- del fascista. Quando però agli inizi del mese di ottobre ’43, con la liberazione di Mussolini da parte dei fascisti e la ricostruzione dei fasci repubblicani, si fondava la repubblica sociale, alcune frange di vecchi repubblicani aderirono al nuovo fascismo, ingannati dal discorso di Monaco che condannava il tradimento della monarchia e che tentava di fare credere che il fascismo tornava alle origini del 1919.

Appena ricostruito il partito fascista tentò anche una serie di parole d’ordine tendenti a sconfiggere la politica dell’unità nazionale antifascista che si esprimeva nel comitato di liberazione nazionale. Una certa presa ebbe la parola d’ordine della « pacificazione » tra fascisti e antifascisti che tendeva a far saltare in aria, come ho detto, la politica dell’unità antifascista e della lotta a fondo, senza compromessi, contro il fascismo e l’occupante tedesca. Il nostro partito fu fermo, deciso nel respingere la parola d’ordine ingannatrice della pacificazione; non si poteva fare pacificazione con un regime che per vent’anni aveva tenuto soggetto un paese con la più feroce dittatura ed aveva portato il paese alla guerra ed alla rovina e tentava di continuare il tradimento con l’appoggio delle « baionette tedesche » soffocando la libertà e l’indipendenza del paese. Quindi il problema di fondo non era la pacificazione ma la lotta senza quartiere contro i fascisti e contro i tedeschi perché cacciando i tedeschi dal nostro paese e schiacciando i fascisti noi italiani potevamo riconquistare la libertà, la democrazia, e soprattutto l’indipendenza del nostro paese.

Combattemmo con tutti i mezzi che avevamo a disposizione, questo scaltro tentativo fascista, che aveva creato un certo disorientamento nella popolazione, ma soprattutto aiutato tutte le paure attendiste che si annidavano, anche nei comitati di liberazione nazionale e non credevano in fondo alla lotta armata. Con i nostri giornali, l’Azion Comunista, i volantini, poi venne anche il Combattente, in una parola con tutte le nostre forze, compagni e simpatizzanti, riuscimmo a vincere anche questa dura battaglia.

La mia impressione è che la popolazione era disorientata da tutti gli avvenimenti che erano avvenuti, ma aveva un punto di riferimento, dove guardare. La popolazione guardava a quegli uomini che nel periodo del ventennio fascista avevano combattuto e lottato contro il fascismo e per la libertà del nostro paese. Ecco il punto di’ riferimento, e non solo verso il sottoscritto ma verso tutti i compagni che lì nella zona erano una cerchia abbastanza consistente, non solo ora che il fascismo era in difficoltà ma quando il fascismo era in auge perché l’avevano affrontato in quel duro periodo degli anni ’30.

Questo dimostra la giustezza della linea del partito che con la svolta del ’30, aveva detto che bisognava andare a combattere in Italia, bisognava creare un centro in Italia, a differenza di quello che dicevano altri, e cioè si andrà in Italia quando ci saranno le condizioni. Le condizioni andavano create anche con la nostra lotta, e la gente, e l’opinone pubblica, gli operai in modo particolare, i contadini, e le masse in generale, avrebbero poi seguito quegli uomini, che avevano già conosciuto, alla testa della lotta e della battaglia contro il fascismo. Questa era una condizione essenziale e di qui direi la multiforme attività nostra, e anche la giusta differenziazione che il partito dette in quelle condizioni cioè: formazione in montagna, Brigate partigiane, rapporti con i contadini, e presenza in città, perché noi nel corso della lotta si faceva la guerra ma soprattutto politica. Infatti a Firenze c’è stata sì guerra ma guerra e politica, direi, cioè far sì che in montagna le Brigate partigiane fossero riconosciute come l’esercito dei contadini, l’esercito dei lavoratori.

In città il fascismo repubblichino divenne feroce: arresti, torture efferate a Villa Triste, fucilazioni, per creare il terrore in tutta Firenze e provincia.Al terrorismo fascista il partito rispose con la formazione dei gruppi di azione patriottica (GAP) che rispondevano al terrorismo fascista con altre azioni terroristiche contro i fascisti. I partigiani rispondevano al terrorismo fascista con altro terrorismo non fine a se stesso, ma con un obiettivo politico di fondo; cioè lotta al fascismo, lotta al terrorismo fascista per la libertà e per la democrazia nel nostro paese. Noi facevamo d’altra parte il lavoro politico di raccolta di fondi, di simpatie presso la popolazione. Non era un compito molto facile: si era detto di svolgere questo lavoro, ma dovevamo stare nel rione, cioè non dormendo in casa, prendendo tutte le precauzioni necessarie, perché il partito diceva agli uomini più conosciuti di stare lì nella zona, perché la gente doveva comprendere che noi ci eravamo e che noi praticamente eravamo quelli che coordinavamo l’attività antifascista; da qui la grande pericolosità di questa attività che noi svolgevamo. Di qui tutta l’azione che viene svolta in queste tre forme e che seguita più o meno fino all’inverno ’43-’44, fino alla primavera del 1944.

Ecco un sintomo della situazione che avevamo nel rione: i GAP hanno operato in città, perché in città mano a mano che veniva giustiziato un caporione fascista l’opinione pubblica diceva: « Bene, una carogna in meno ». E questo è importante perché un GAP in città non vive se non ha la solidarietà morale della popolazione. E la popolazione ci appoggiava perché sapeva che colpivamo i suoi nemici, come la banda Martelloni, che era quella incaricata di andare a fare le razzie nelle case degli ebrei, a rubare, e che poi mandava questa gente nei campi di sterminio, e centinaia e centinaia non sono tornati. Noi abbiamo combattuto tutta questa battaglia in difesa della popolazione, abbiamo fatto anche azioni di calmieramento presso gli esercenti contro le speculazioni del mercato nero, nella nostra zona, che si era poi estesa, e andava da Porta San Frediano fino a Ugnano, Mantignano, S. Bartolo, comprendendo Ponte A Greve, Torri, S. Quirico, Legnaia, Soffiano, ecc. Via via la nostra azione divenne una azione di massa, cioè la stampa, la propaganda, l’azione calmieratrice, come ho detto, la lotta contro il prepotere dei fascisti. E con l’azione si allarga il numero, si creano cellule a Ugnano, Mantignano, San Bartolo, Ponte a Greve, Legnaia, San Quirico, Pignone ecc., e si ha questo centro di direzione politico.

Facevamo anche qualche azione militare, anche se ancora l’azione militare era limitata all’andata in montagna dei partigiani e dei giovani. Ma non era meno pericolosa delle altre perché per esempio il Guerrini di San Frediano fu preso e poi si suicidò in carcere perché lui aveva mandato dei giovani in montagna e questi furono presi e dissero chi li aveva mandati in montagna. Per arrestare il Guerrini, i tedeschi bloccarono S. Frediano intero, e perquisirono tutte le case.

Quindi tutta l’attività era molto pericolosa, pare oggi che fosse un’attività aperta, ma essere presi ad affiggere un volantino al muro voleva dire rimanere appiccicati a quel muro. Quindi: estensione dell’organizzazione, lavoro dell’organizzazione ma grande senso di responsabilità per noi stessi e per gli altri che lavoravano. Questo come ripeto, grossomodo va fino all’aprile del ’44, marzo-aprile del ’44, che fu il mese più brutto per il nostro movimento. In montagna ci fu il famoso rastrellamento della Hermann Goering, che scompaginò le nostre formazioni partigiane, parecchi furono i fucilati, ma il grosso delle formazioni fu salvato attraverso spostamenti ecc. ecc. In città poi venne la rappresaglia, con l’uccisione di 5 giovani renitenti alla leva al Campo di Marte; ci fu repressione da tutte le parti, di tedeschi e fascisti, che mise in seria difficoltà il nostro partito, il nostro movimento, e provocò anche qualche scoraggiamento, come sempre avviene quando c’è puntate più dure da parte dell’avversario. Ricordo la notte dal 22 al 23 marzo e la fucilazione dei 5 giovani al Campo di Marte; arrivò la staffetta con un bigliettino che la notte bisognava fare le scritte sui muri; molti si meravigliarono perché noi non avevamo mai scritto niente.

Ricordo che la notte io non trovai nessuno dei compagni disposti a venire a fare le scritte per terra e sui muri; eravamo in due soli, io e un altro compagno, se me ne ricordo, Vasco Tre Re. Io con la pistola in mano e lui scriveva sui muri e per terra; tutta la notte imbrattammo il rione, la mattina pareva ci fosse stato un esercito a scrivere, invece eravamo stati due soli, io e lui, e con una paura enorme, perché la notte tutte le porte erano chiuse e l’andare fuori di notte era una cosa pericolosa, era una cosa pericolosa di notte e di giorno, ma di notte in modo particolare perché tutte le porte erano sprangate, la gente aveva una paura immensa delle incursioni, sia dei tedeschi che dei fascisti, quindi tu non trovavi porte aperte, e quando si sentiva un rumore da lontano, di notte in quel modo, ci spiaccicavamo in terra a giacere per non farci vedere. E pensavamo tutti e due: se passa un camion di tedeschi ci dà una sventagliata col mitra e ci lascia secchi. La notte c’era il coprifuoco, non si poteva viaggiare e non solo; a un certo punto fu proibito anche di andare in bicicletta, perché le biciclette erano diventate il nostro mezzo di locomozione, e per i gappistí anche il mezzo preferito, di azione in città.

Quindi la situazione che si era creata era di certo tentennamento: perché la maggioranza della popolazione pensava: ma questi alleati rompono il fronte? Non lo rompono? E’ vero quello che dicono i fascisti che verrà la seconda ondata, l’arma segreta ecc.? E il fronte era fermo a Cassino da ottobre. Creava molte inquietudini, poi, questo rastrellamento della Goering, questa offensiva dei tedeschi contro il movimento partigiano. In questo periodo avemmo dei timidi rapporti, mi ricordo, con il Vannini, il merciaio Monticelli democristiano, e con Baldi di Legnaia e Pieri socialisti; si creò un comitato, chiamato di « Liberazione Nazionale », ma in realtà erano solamente dei contatti perché questi non avevano niente sul terreno della battaglia.

Ecco, passato questo periodo cruciale che sono i mesi marzo e aprile, secondo me, il momento più difficile, anche a Firenze ci fu un cambiamento di quadri: Gaiani venne a Firenze, Muso Duro ed altri partirono, era stato ucciso Sinigaglia; ci fu anche un cambiamento di quadri alla direzione perché diversi Gappisti dovettero spostarsi da Firenze nel mese di aprile-maggio, come il Massai e come altri ecc. Dovettero spostarsi da Firenze, per il pericolo di essere riconosciuti e di esser arrestati. Ecco, passato questo periodo si ha un grosso respiro e il partito, mi pare, se non sbaglio, in aprile, verso la metà, lancia la parola d’ordine: « Non più lavoro separato, lavoro politico e lavoro militare, ma tutti i militanti del partito sul piede di guerra, tutti partigiani »; e viene allora dato vita alla formazione SAP (Squadre di Azione Patriottiche). Oltre a fare il lavoro politico, che era stato fatto nel corso dell’inverno, che era costruzione del partito, influenza sulle masse, fare un certo lavoro per la raccolta di fondi, di medicinali, di gi<>•, vani da mandare in montagna ecc., che fu un lavoro chi gettò basi profonde nella popolazione; a questo momento arriva la direttiva, che noi chiamiamo l’ordine, perché allora c’erano ordini, non si discuteva, di dar vita alle SAP.

Nella zona, dall’aprile all’agosto del ’44, si comincia con una rivoltellina piccola, si comincia ad andare nelle case dei fascisti dove sapevamo che c’erano delle armi, a farci consegnare le armi, con azioni quasi da commando. Poi ci fu l’assalto alle caserme della PAI, anche qui con un collegamento che cominciava ad esserci con la polizia. E si formavano le compagnie: la compagnia della Querce, che comprendeva Querce, Torri e Legnaia; la seconda compagnia a Monticelli, la terza al Pignone. Poi nel mese di luglio si formò una quarta compagnia a Monticelli. Erano composte da circa 100 uomini ciascuna. Poi si creano 3 distaccamenti che erano: uno a Ugnano, uno a Mantignano e uno a S. Bartolo. Di questa organizzazione militare io diventai il commissario politico, Renato Mechi il comandante militare del battaglione, perché era un battaglione; Ascanio, Taddei, che poi mori nel togliere le mine all’acquedotto di Mantignano, un ragazzo del ’26, 18 anni, era responsabile dei tre distaccamenti di Ugnano, Mantignano e San Bartolo, Emilio Baroncelli commissario politico e Bruno Falcioni comandante della I compagnia. Falcioni era un operaio della Pignone, mentre Emilio Baroncelli era un ex-confinato. Otello Taddei era il commissario politico della IV compagnia e Fallavi Athos il comandante; della II compagnia ci occupavamo io e il Mechi Renato, la III compagnia la comandava Fernando Piselli e Guido Bisa era il commissario politico, non mi ricordo di tanti altri nomi. Poi venne nella formazione Armido Sbandati, che comandava il plotone della II compagnia. In quel momento eravamo alla ricerca di sottufficiali e di ufficiali.

A questo punto, dal mese di maggio in poi, furono fatte una serie di azioni di carattere militare, qualcuna anche di carattere Gappista, per esempio: disarmo di fascisti, disarmo di tedeschi. Sempre cercando di fare azioni che non turbassero la opinione pubblica con rappresaglie. Se noi si faceva fuori un tedesco, come fu fatto fuori il tedesco che si prese la notte quando andammo alla caserma di piazza del Carmine, lo facemmo sparire, perché lasciare un tedesco per la strada voleva dire esporre la popolazione alla feroce rappresaglia dei nazisti. Questa era una direttiva ben precisa, cioè il rispetto profondo per le aspirazioni della popolazione e quindi anche umane.

La zona della I squadra di azione patriottica SAP si estendeva dalle Cascine del Riccio, al Galluzzo, da Purta Romana, a S. Frediano, in tutto il rione di Gavinana, di San Niccolò fino al Pignone, a Monticelli, Legnaia, San Quirico, Ponte a Greve, Le Torri, San Bartolo, Mantignano e Ugnano. Comandante era Luigi Bonistalli e commissario politico era Giuseppe Molli. Abbiamo fatto delle azioni nel mese di luglio, in particolare quelle alla caserma di via Fra’ Giovanni Angelico. La polizia fino all’inizio del ’44 aveva tenuto il piede in due staffe. Cioè non era stata secondo me contro di noi perché se la polizia, quella che ci conosceva, fosse stata d’accordo con i fascisti, noi non avremmo vissuto a Monticelli e al Pignone, noi conosciuti, ex-detenuti politici, schedati dalla polizia, con la vigilanza speciale. La polizia non ha dato collaborazione secondo me ai tedeschi e ai repubblichini: in questo senso tenne il piede in due staffe. Quando poi invece con la rottura del fronte di Cassino e la presa di Roma, gli alleati venivano verso Firenze, la polizia, una parte notevole per lo meno, passò dalla parte del Comitato di Liberazione Nazionale, passò alla collaborazione con noi, dandoci le informazioni per andare nelle caserme, con determinate parole d’ordine, per prendere, d’accordo con altri che erano dentro, le armi che ci occorrevano. Tanto è vero che tutti i 500 uomini che avevamo nelle formazioni, quando giunse il 4 agosto, erano tutti completamente armati, anche se con armi raccogliticce, con munizioni e con armi che facevano cilecca. Mi ricordo che si aveva un fucile mitragliatore che non c’era verso di farlo funzionare. Il quartier generale delle nostre formazioni fu collocato nel bosco dello Strozzi, la padrona ci dette le chiavi di tutti i cancelli; nel bosco dello Strozzi noi avevamo il comando partigiano, e lo avevamo spostato proprio sul cancellino del bosco che dava sul campo del Setrialli, che ci permetteva eventualmente di ritirarci su, verso il prato dello Strozzino e sganciarci eventualmente anche da una azione dei tedeschi e dei fascisti. Armare la bellezza di 500 uomini, anche se con armi raccogliticce, chi con la pistola, chi con il 91, chi con qualche mitra, non era semplice. Due fucili mitragliatori, li avevamo presi nell’azione di via Fra’ Giovanni Angelico.

L’azione si svolse così: 6 partigiani, vestiti da fascisti, con una balilla che avevamo sequestrato nel deposito delle ferrovie di Porta a Prato, andarono in via Fra’ Giovanni Angelico. La squadra era comandata da Spartaco Innocenti. Ricordo la mia preoccupazione. Ero sul muro di via San Vito a aspettarli, e questi non tornavano, quindi ero preoccupato che fosse successo qualche cosa. Invece, a un certo punto, li sentii arrivare da via Soffiano, che era silenziosa alle tre di notte, e avevano la macchina piena di armi. Mi ricordo che Spartaco Innocenti, questo nostro compagno, bravissimo, uno dei migliori partigiani della zona, dice: « Mario, ho preso anche i biscotti, si mangia, stanotte si mangia », perché in quel periodo tutti quanti eravamo diminuiti una decina di chili. Nei due fortini che ci sono all’ingresso della villa Strozzi, dal lato di via Soffiano, avevamo depositato tutte le armi, avevamo due cassette di bombe balilla, e una parte l’avevamo sotto gli alberi nel bosco dello Strozzi. Ci ponemmo anche il problema dell’aiuto alle popolazioni, nel periodo che va dalla metà di luglio al 4 agosto in Oltrarno fin tanto che non venne l’emergenza e lo sgombero delle popolazioni. Consegnammo alle famiglie il sapone, le candele, perché mancava la luce, e la frutta raccolta nei campi, d’accordo con i contadini; era stata una stagione fertile, c’erano pesche, pere ecc. Il mercato non c’era, noi mobilitammo la popolazione con barroccini a mano, per andare alla raccolta della frutta e poi venderla nelle piazze e nelle strade, mi ricordo, a pochissimi soldi. Vendevamo a 10 centesimi o 15 centesimi il chilo, mi pare che fossero 50 centesimi tre chili di pere o roba del genere.

L’azione alla caserma di piazza dei Nerli nel cuore del quartiere di S. Frediano, fu diretta da Armido Sbandati che con una squadra di circa 20 partigiani. Attraverso parole d’ordine combinate entrarono nella caserma e si impossessarono di tutte le armi che vi erano dentro. La squadra, partendo di notte, mi pare verso le 1,30 dal Bosco dello Strozzi, attraversò il Prato dello Strozzino e calò in S. Frediano. Fu una operazione perfetta anche se combinata con alcuni elementi della polizia, perché vi era sempre il pericolo delle pattuglie tedesche che giravano per la città ed il coprifuoco. Quelle armi insieme a quelle prese in via Fra’ Giovanni Angelico ci consentirono di armare tutti i nostri partigiani. Inoltre in quella occasione furono liberati alcuni detenuti politici: un greco, uno jugoslavo ed un italiano. Il 19 luglio 1944, dopo la strage di piazza Tasso, ove rimase ucciso il compagno Bercigli, il ragazzo di 9 anni Poli ed altri 5 cittadini, noi ricevemmo l’ordine di fare un’aperta dimostrazione in San Frediano, di giorno nel pomeriggio, con un pacco di volantini e scritte sui muri di condanna dell’atroce delitto commesso dai fascisti della banda Bernasconi. Partimmo anche allora a gruppi dal bosco dello Strozzi, 50 compagni circa, tramite il Prato dello Strozzino fino a Piazza Tasso dove ci ritrovammo tutti insieme con i compagni di San Frediano che presidiavano tutte le cantonate del rione. Girammo quasi in corteo tutte le strade: piazza Tasso, via del Leone, piazza Piattellina, via dell’Orto, via dei Camaldoli, e anche piazza dei Nerli, scrivendo parole d’ordine: « morte al fascismo » « libertà per il popolo » più affiggendo manifesti e volantini. Fu una cosa entusiasmante che ridette fiducia a tutto il movimento ed alla popolazione del rione che era rimasta scossa dall’azione fascista di piazza Tasso del giorno 14 luglio.

Avevamo sequestrato delle bestie, l’avevamo macellate per dare la carne alla popolazione, i partigiani distribuivano la carne, c’era la fila e qualcuno diceva: « Ma che si dà anche alle mogli dei fascisti che sono scappati al nord? « Le mogli dei fascisti hanno bambini, e quindi, noi la dobbiamo dare anche a loro, che storie sono queste? —rispondemmo — La carne è per la popolazione e quindi che colpa ne hanno i bambini se il padre è scappato al nord, se è stato un vigliacco? E sua moglie che in fondo è anche una brava donna, che colpa ne ha? Bisogna dare a tutti da mangiare ».

Ecco, in quel momento si creò veramente un movimento, un movimento di massa che ci consentì di fare tutte queste cose e di organizzare insieme con Vannini e con le suore di Monticelli il Pronto Soccorso, l’ospedale nel convento di Monticelli, che ebbe una funzione importante, nel periodo d’emergenza.

Si può dire che dal mese di luglio fino alla Liberazione chi governava li eravamo noi, noi facevamo i prezzi, noi andavamo a cercare la roba, andavamo a fare anche perquisizioni nelle cantine di chi aveva il vino, di chi aveva viveri, ci occupammo del pane. Cesare Tofanari ci mise a disposizione 25 quintali di farina, che in quel momento era preziosa per dare da mangiare agli sfollati, alla popolazione, e Giuseppe Mannucci mi dette le chiavi del forno: « Io vado via, Mario, tieni le chiavi e fanne quello che vuoi ». E noi mettemmo lì dei fornai a fare il pane.

Le case abbandonate dei fascisti scappati al nord si davano agli sfrattati, a quelli che avevano avuto la casa disastrata dai bombardamenti della guerra, pensando che` Firenze era stata un mese in prima linea con la guerra prima sull’Arno e poi sul Mugnone. Ricordo quest’azione patriottica, che poi nel 1949 comportò anche un processo: quando venne la disposizione di mettere il comando del battaglione in una grande arteria per controllare la ritirata dei tedeschi, io feci occupare un villino al n. 34 di via Antonio del Pollaiolo che era il villino di un fascista scappato al nord, detti disposizione di entrarci, si sparò alla porta e si entrò dentro, si trovò anche della roba da mangiare, e da bere, e del carbone per fare da mangiare che erano cose preziose in quei giorni, e dal villino di via Antonio del Pollaiolo, n. 34, la notte dal 3 al 4 agosto noi abbiamo visto attraverso le persiane sfilare tutti, proprio tutti, i reparti tedeschi che passavano da via Antonio dei Pollaiolo, una fila di qua, e una fila di là. Me lo ricordo benissimo; eravamo scalzi in questa casa e avevamo 5 donne per fare le staffette che erano vestite con la gabbanella bianca, la croce rossa. Noi avevamo dal punto di vista militare questo compito: difesa del ponte della Vittoria insieme con le squadre di azione di Porta a Prato della II zona, perché noi eravamo la I zona; avevamo il compito di salvare l’acquedotto di Mantignano e il ponte di Mantignano, quando passavano i guastatori, gli ultimi guastatori in massa, con i mezzi blindati ecc. A un certo punto si interruppe il flusso. Noi avevamo appostato tutte le nostre squadre, tutti a posto, pronti per il lancio, perché aspettavamo la ritirata degli ultimi tedeschi, per fare l’azione che avevamo combinato e deciso. Però per salvare il ponte della Vittoria io avevo detto al comando tramite l’ispettore Cesare Dami che ci voleva una mitragliatrice da venti pollici da piazzare nel bosco dello Strozzi in direttiva con via del Ponte Sospeso per spazzare la strada e dare la possibilità poi alle squadra di andare a disinnescare le mine ma questa mitragliatrice mi dissero che non c’era. E quanto i tedeschi smisero di sfilare mi ricordo di aver detto a Mechi. « Questi sono gli ultimi! ». « Ma aspetta… aspetta… », « No, no, sono gli ultimi ». Aprii la porta, uscii fuori e infatti trovai i manifestini che dicevano: ritorneremo.

Mentre stavamo lì per dare l’ordine alle squadre di cominciare a prendere posizione, saltò il primo ponte, verso l’albeggiare del 4 agosto; poi saltarono via via tutti gli altri; in quel momento avemmo l’ordine dell’insurrezione fuori le squadre, fuori la popolazione. E andammo a chiamare gli alleati, che erano in vicinanza di Scandicci e venivano giù dalle colline del Pian dei Cerri, per dirgli che si affrettassero perché la parte oltrarno della città ormai era libera dai tedeschi; che noi avevamo paura che i tedeschi facessero delle puntate, ritornassero in quà quindi avevamo bisogno dei carrarmati, delle loro armi perché noi, come ripeto, avevamo delle armi raccogliticce dal punto di vista militare. Quel giorno del 4 agosto, i ragazzi di Mantignano levarono 20 mine dall’acquedotto, l’ultima saltò e morirono 5 compagni: Ascanio Taddei, Gino del Bene, Alfredo Marzollí, Gíno Romolí e Alfredo Catarsi, altri rimasero feriti. L’acquedotto poté essere salvato, per aver tolto queste mine e Firenze potè avere l’acqua a breve scadenza. Fu salvato dalla distruzione anche il ponte di Mantignano, mentre non riuscimmo a salvare il ponte alla Vittoria. Si è detto che questo fu dovuto alla morte della staffetta che doveva portare l’ordine, ma io penso che noi non avevamo la forza per poterci opporre ai guastatori tedeschi che erano fortemente armati e ben preparati. Non credo che noi non avemmo il coraggio, ma le armi per poter far fronte ai tedeschi. Questo è il 4 di agosto, le masse scendono in strada già prima dell’arrivo degli alleati,

tutta la popolazione li applaude. Con noi era scesa in strada una parte della popolazione ma tanta stava ad aspettare, aveva paura che tornassero i tedeschi; quando invece giunsero i primi carrarmati degli alleati, tutta la popolazione usci in piazza in un urlo di libertà, di democrazia

  1. Claudia Bartolozzi

    E’ il mio prozio, di cui vado davvero orgogliosa… grazie!

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