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Francesco Guccini – Dio è morto

 

Francesco Guccini
Dio è morto
Ho visto la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già
dentro le notti che dal vino son bagnate
dentro le stanze da pastiglie trasformate
dentro le nuvole di fumo
nel mondo fatto di città
essere contro od ingoiare
la nostra stanca civiltà.
È un Dio che è morto
ai bordi delle strade, Dio è morto
nelle auto prese a rate, Dio è morto
nei miti dell’estate, Dio è morto.
M’han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede
nei miti eterni della patria e dell’eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità
le fedi fatti di abitudini e paura
una politica che è solo far carriera
il perbenismo interessato
la dignità fatta di vuoto
l’ipocrisia di chi sta sempre
con la ragione e mai col torto.
È un Dio che è morto
nei campi di sterminio, Dio è morto
coi miti della razza, Dio è morto
con gli odi di partito, Dio è morto.
Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.
In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo Dio è risorto!
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Prospero Duc

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Prospero Duc

Valle d’Aosta

Nato a Chatillon (Aosta) il 1° gennaio 1915, assassinato a Chésallet (Aosta) il 19 aprile 1945, sacerdote.

Don Prospero aveva svolto la sua opera pastorale nel piccolo villaggio di Chésallet, oggi frazione di Sarre, a quei tempi ancora incorporato nel comune di Aosta. Conosceva uno ad uno i suoi parrocchiani, anche se qualcuno, nella chiesa di Sant’Eustachio, lo vedeva soltanto in occasione della festa del Patrono. Durante la Resistenza, particolarmente attiva nella zona, aveva stretto, naturalmente, i legami con i suoi giovani paesani. Molti si erano dati alla lotta armata, altri avevano semplicemente scelto di darsi alla macchia. Pochi giorni prima della Liberazione, don Prospero Duc seppe che i fascisti di Aosta avevano catturato una ventina di giovani, tra i quali molti del suo villaggio: li trattenevano come ostaggi, con l’evidente intenzione di trucidarli. Don Prospero si precipitò presso i vari Comandi, implorando la scarcerazione degli arrestati. Ciò gli attirò l’odio della Brigata Nera, resa più feroce dalla consapevolezza della fine imminente. Il 19 aprile alcuni militi bussarono alla porta della casa parrocchiale. Andò ad aprire Rosy, la sorella del prete. Facendosene scudo, i fascisti irruppero nella parrocchia e senza dir parola abbatterono il sacerdote a raffiche di mitra.

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Mons. Giuseppe Maria Palatucci

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Mons. Giuseppe Maria Palatucci

Nato a Montella (Avellino) il 25 aprile 1892, deceduto a Campagna (Salerno) il 31 marzo 1961, vescovo,

Medaglia d’oro al merito civile alla memoria.

Accolto nel 1906 dai frati francescani di Ravello, nel 1912 conseguiva la laurea in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. A ventitré anni, il 22 maggio 1915, l’ordinazione a sacerdote a Montella e, lo stesso giorno, la partenza per il fronte. Dopo la guerra nuova laurea in teologia, seguita da tre anni di insegnamento nel suo Ordine, e quindi il rettorato nel Collegio francescano di Ravello. Eletto vescovo della diocesi di Campagna, tra le più povere del Sud, ebbe modo di manifestare appieno il suo spirito umanitario quando, nel giugno del 1940, il regime fascista fece allestire nella zona due campi di concentramento per ebrei. Il vescovo aveva un nipote, Giovanni Palatucci, funzionario di polizia a Fiume. Si accordarono per far affluire a Campagna i perseguitati, che Giovanni non riusciva a far espatriare. Così molti poterono salvarsi. Nel dopoguerra, padre Palatucci si oppose con molta determinazione al Fronte popolare, ma il suo comportamento altruistico (quando morì, fu un problema persino trovargli vestiti adatti alla cerimonia funebre), lo fece rimpiangere anche dagli avversari politici. Alla memoria del vescovo francescano, il 25 aprile 2007, il Presidente della Repubblica ha assegnato il massimo riconoscimento al merito civile.

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Luigia Maria Pucheria

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Luigia Maria Pucheria

Nata a Saonara (Padova) il 7 settembre 1898, morta a Ravensbruck nella primavera del 1945, suora laica.

Faceva parte della Compagnia di Sant’Orsola e aveva accettato con convinzione l’invito di Fra’ Placido Cortese a collaborare alla "rete di solidarietà", da lui organizzata a Padova. Luigia Maria si dedicò soprattutto ai prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Saonara (per i quali i nazifascisti avevano posto una taglia di 1.800 lire per evaso) e si fece aiutare anche dai suoi famigliari, soprattutto dalla nipote sedicenne, Delfina Borgato. Le due donne furono tradite da un individuo, che si era spacciato per un prigioniero fuggito dal campo. Arrestate, Luigia Maria e Delfina finirono in due distinti Lager. Delfina riuscì a sopravvivere; la zia fu eliminata.

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Giacomo Leone Ossola

per la libertà

Giacomo Leone Ossola

Nato a Vallo di Caluso (Torino) il 12 maggio 1887, deceduto a Brescia il 17 ottobre 1951,  frate cappuccino.

Di famiglia modestissima, a dieci anni fu mandato nel "Collegio Serafico" di Sommariva Bosco. Compì poi il noviziato a Racconigi, studi teologici a Busca e Revello sino  a Torino nel 1909. Laureatosi in Lettere e Filosofia, si dedicò all’insegnamento in provincia di Cuneo sino a che, nel 1919, fu chiamato a ricoprire l’incarico di vicesegretario generale dell’Ordine dei Cappuccini. Nel 1922, Ossola era a Roma, al governo patriarcale della Basilica di San Lorenzo in Verano, che lasciò nel 1937 allorché Pio XI lo consacrò vescovo e lo nominò vicario apostolico per la Missione Galla. Padre Ossola restò in Etiopia sino al 1943, quando Pio XII lo richiamò in Italia e lo nominò, in seguito alla morte del vescovo di Novara, Amministratore apostolico della Diocesi novarese. L’incarico fu affidato a Monsignor Ossola pochi giorni dopo la costituzione della Repubblichetta di Salò, ma il prelato, non essendo "vescovo residenziale", non dovette prestare giuramento al governo della RSI. Giunto tuttavia a Novara con la nomea di fascista (per le opere che col finanziamento del regime aveva realizzato in Africa), Monsignor Ossola, nei diciotto mesi che videro imperversare nel Novarese tedeschi e fascisti, seppe guadagnarsi l’appellativo di "vescovo dei partigiani", grazie al suo comportamento in difesa delle popolazioni della Diocesi. Molto importante fu poi l’opera di mediazione che il prelato seppe svolgere durante le trattative che portarono alla resa dei nazifascisti e alla liberazione di Novara. Nel dopoguerra, per questa ragione, l’amministrazione comunale ha proclamato Giacomo Leone Ossola – nominato vescovo di Novara il 9 settembre 1945 – Defensor Civitatis.Ossola, gravemente malato, rinunciò nel 1950 all’incarico di vescovo di Novara (la città lo ricorda ora con un monumento) e, poco prima della morte, Pio XII lo innalzò alla dignità arcivescovile di Geropoli di Frigia, in Siria.

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Fra’ Placido Cortese

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Nel nome di Dio
Fra’ Placido Cortese
Nato a Cherso (Quarnaro) il 7 marzo 1907, morto a Trieste nel novembre del 1944,
frate francescano.
Il 29 gennaio 2002, al Vescovado di Trieste, è cominciato il "processo di beatificazione", postulatore padre Tito Magnani, di Fra’ Placido Cortese, morto sotto tortura in una cella della Gestapo a Trieste e probabilmente cremato nella Risiera di San Sabba. Viene così sollevata la coltre di silenzio che per quasi sessant’anni ha gravato su una luminosa figura della Resistenza. Nel 1937 Fra’ Placido era giunto a Padova per dirigervi il "Messaggero di Sant’Antonio". Proprio dagli editoriali del giornale di quei tempi si capisce che il giovane religioso era perfettamente "allineato": invettive contro la "Russia comunista", appoggio ai fascisti spagnoli. Nel 1942 Frate Placido è incaricato dell’assistenza religiosa ai civili sloveni internati nel campo di Chiesanuova. Non lo fa volentieri, convinto che fossero tutti "partigiani comunisti", ma proprio in questa attività, non si sa come e quando e per quali passaggi, matura il cambiamento del frate francescano. Dopo l’8 settembre 1943, Frate Placido diventa il motore di un’organizzazione che tiene contatti con gli Alleati – le ricetrasmittenti sono nascoste all’Antonianum -, organizza la fuga di prigionieri americani, mette in salvo ebrei destinati ai campi di sterminio, fornisce di documenti falsi gli uomini delle Resistenza. Gli occupanti tedeschi sospettano; sospetta anche il "provinciale", che prospetta al frate la possibilità di tornarsene al sicuro a Cherso. Ma Fra’ Placido resta a Padova sino a quando, l’8 ottobre 1944, tradito da due doppiogiochisti, non viene prelevato fuori della Basilica del Santo e sparisce. Dai suoi confratelli nient’altro che una "denuncia di scomparsa", mentre Fra’ Placido nelle mani della Gestapo subisce il martirio, senza dire un solo nome dei suoi collaboratori. Ora, finalmente, il "processo di beatificazione", dopo che per anni i suoi confratelli sembravano averlo "cancellato", nonostante le medaglie e i riconoscimenti del generale Alexander, del presidente cecoslovacco Benes, benché una via fosse stata dedicata a Placido Cortese nel dopoguerra a Padova.
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Fra’ David Maria Turoldo

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Fra’ David Maria Turoldo
Nato a Coderno di Sedegliano (Udine) il 22 novembre 1916, deceduto a Fontanella di Sotto il monte (Bergamo) il 6 febbraio 1992, frate dell’Ordine dei Servi di Maria e partigiano.
È stato un punto di riferimento dell’opposizione cattolica al nazifascismo. Con l’amico Camillo De Piaz, aveva partecipato alla Resistenza e con lui aveva lavorato alla pubblicazione, durante l’occupazione nazifascista, del foglio clandestino L’Uomo. Anche padre Turoldo, alla cui nascita era stato imposto il nome di Giuseppe, nel dopoguerra fu fondatore e animatore della "Corsia dei Servi" che, presso il Convento di San Carlo svolse a Milano un’intensa attività culturale. Questa valse nel 1957, a lui e al suo amico, l’intervento del Sant’Uffizio e l’allontanamento dal capoluogo lombardo, dove nel 1946 si era laureato in Filosofia. Fra’ Turoldo è stato attivo nel 1955 a Firenze e nel 1964, trasferitosi a Sotto il Monte, vi è restato sino alla morte, avvenuta dopo quattro anni di sofferenze.
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Ettore Accorsi

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Ettore Accorsi
Nato a San Carlo di S. Agostino (Ferrara) nel 1909, deceduto a Modena nel 1985, frate domenicano, cappellano militare,
Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Di famiglia di modeste condizioni economiche, nel 1928 prende l’abito domenicano con il nome di Giacinto Maria. Si laurea in teologia e filosofia e, il 25 luglio del 1934, è ordinato sacerdote. Padre Ettore, come sarà poi conosciuto nella Resistenza e nella deportazione, nel marzo del 1942, finisce come cappellano militare sul fronte orientale, in una sezione Sanità della divisione Taro. Nel novembre dello stesso anno è in Francia, dove si segnala per le sue attività assistenziali; all’armistizio, nonostante le sue condizioni di salute giustificassero il suo ritorno in Italia, resta in Francia e collabora con la Resistenza francese, organizzando lo smistamento di militari italiani verso le formazioni partigiane. Arrestato, è rinchiuso in un campo di concentramento francese sino a che i tedeschi lo deportano in Polonia, a Leopoli. Di qui Padre Ettore viene tradotto, nell’aprile del 1944, nel campo di Tschenstochau. Nell’infermeria assiste, non solo spiritualmente, i malati e quando contrae la tubercolosi si fa trasferire come infermiere nel reparto degli ammalati infetti. Rifiuta una compromissoria liberazione propostagli attraverso l’Ordine domenicano e, sempre più mal ridotto, viene trasferito da un lager all’altro: Norimberga, Gross-Hesepe (Ems), Fullen. Torna in Italia soltanto con l’ultimo gruppo di nostri deportati rimpatriati, nel settembre del 1945. Ha trascorso i suoi ultimi anni da invalido nel Convento patriarcale di San Domenico a Bologna.
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Don Zeno Saltini

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Don Zeno Saltini

Nato a Fossoli di Carpi (Modena) il 30 agosto 1900, morto a "Nomadelfia" (Grosseto) il 15 gennaio 1981, avvocato, sacerdote e educatore.

Nono di dodici figli di un agricoltore benestante, all’età di quattordici anni Zeno decide di lasciare la scuola, considerando inutile l’insegnamento che vi s’impartisce. Il ragazzo va a lavorare nei poderi della famiglia, a gomito a gomito con i braccianti della cui vita comincia a valutare la durezza. Sei anni dopo il giovane, che si trova in servizio di leva a Firenze, presso il III Telegrafisti, ha una discussione ideologico-religiosa con un commilitone anarchico che, molto più colto di lui, lo mette in confusione davanti agli altri soldati. Zeno – che prima del servizio militare aveva cominciato un’attività per il recupero di giovani sbandati – capisce quanto sia importante la cultura. Congedato, pur continuando ad impegnarsi nel suo apostolato, decide di riprendere gli studi. Si laurea in legge all’Università Cattolica di Milano, perché ritiene che, da avvocato, potrà meglio difendere i ragazzi che incappano, a causa della loro condizione sociale, nelle maglie della Legge e non possono pagarsi un difensore. Ben presto Zeno Saltini si convince che per aiutare i ragazzi è meglio un’attività di prevenzione e decide, allo scopo, di farsi prete. Celebra la sua prima Messa nel duomo di Carpi e viene poi mandato come vice parroco a San Giacomo Roncole (Modena). Qui comincia a pubblicare un giornalino dal titolo Piccoli Apostoli,getta le basi – in un edificio antistante la chiesa, dove ospita i ragazzi sbandati che chiama "figli" e che poi si chiameranno "Piccoli Apostoli – di quella che diventerà Nomadelfia. Accorrono ad aiutarlo nella sua opera (l’Italia è ormai in guerra) alcune donne e, all’inizio del 1943, sette sacerdoti delle diocesi di Carpi e di Modena. Alla caduta del fascismo, la comunità diffonde, in migliaia di copie, il suo giornaletto che contiene un appello di don Zeno. Vi è scritto tra l’altro: "… È caduto un regime che ha rovinato l’Italia … Guai a coloro che credono che essere cristiani significhi anche essere conigli: Cristo ha saputo imporsi al Sinedrio e a Cesare a costo della vita … Questa sera alle otto terrò il consueto discorso sul tema di attualità … Lasciate il lavoro e venite a S. Giacomo: uniamoci attorno all’altare per trattare i nostri sacrosanti diritti … Noi rappresentiamo l’ordine, noi siamo coloro che hanno lavorato, sofferto, pianto, lottato per tirare su la nostra gioventù rovinata dal fascismo … Operai, contadini, lavoratori in genere che siete sempre stati sfruttati più dei buoi, onesti datori di lavoro, uomini di buona volontà, venite tutti e ascoltatemi. … Vigliacchi e sfruttatori statevene pure a casa perché a voi non spetta, in questo momento, altro compito che attendere per imparare da noi come si realizza una vera fraternità cristiano-sociale … Padri di famiglia, guai a noi se non comprendiamo l’ora di nostra responsabilità che attraversiamo. I nostri figli ci maledirebbero in eterno." L’arresto di don Zeno Saltini è pressoché immediato. Lo rinchiudono nel carcere di Mirandola, ma viene scarcerato per la compatta protesta popolare. Qualche mese dopo, con l’occupazione nazista, i fascisti rialzano la testa. Pretendono che la Curia faccia internare in manicomio don Zeno, definito "prete bilioso" e "mestatore da bordello". La sua Comunità viene perseguitata; così il sacerdote passa le linee e raggiunge il Sud con alcuni ex prigionieri neozelandesi e venticinque "piccoli apostoli", che sarebbero sicuramente stati deportati dai nazifascisti. Altri "piccoli apostoli" entrano nelle formazioni partigiane (sette di loro moriranno combattendo per la libertà) ed alcuni dei sacerdoti rimasti contribuiranno all’organizzazione della Resistenza e ad aiutare ebrei e perseguitati politici. Dopo la fine della guerra, nel 1947, don Zeno, che è tornato nel Modenese, occupa con i "piccoli apostoli" l’ex campo di concentramento di Fossoli e l’anno successivo esce il testo della "Costituzione di Nomadelfia". Due anni ancora e nasce il "Movimento della Fraternità Umana", avversato dal governo democristiano di allora e da alcuni ambienti ecclesiastici. Nel 1952 il Sant’Uffizio ordina a don Zeno di lasciare la comunità, che ormai conta più di mille persone e che si richiama ai valori del comunismo delle origini del Cristianesimo. Il sacerdote ubbidisce. Viene anche processato per truffa. È assolto, ma Nomadelfia sta ormai per dissolversi. Si salva perché la contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli dona ai "nomadelfi", costretti a lasciare Fossoli, una tenuta di alcune centinaia di ettari da bonificare nel Grossetano. Don Zeno, per meglio tutelare i suoi "figli" che si sono sbandati, chiede ed ottiene, nel 1953, da Pio XII la laicizzazione "pro gratia". Sarà riordinato sacerdote soltanto nel 1962 e gli sarà affidata Nomadelfia eretta a parrocchia. Quando don Zeno muore, una delegazione di "nomadelfi" è in visita da Papa Giovanni Paolo II, che gli invia la sua benedizione.

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Don Rodolfo Raffaele Buttol

per la libertà

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Nel nome di Dio

Don Rodolfo Raffaele Buttol

Nato ad Agordo (Belluno) il 9 maggio 1918, deceduto a Milano nel luglio del 2011, sacerdote, socio dell’ANED.

Don Buttol non aveva mai nascosto le sue idee antifasciste tanto che nel novembre del 1944 era stato arrestato a Vodo di Cadore (BL), dove officiava. Ristretto nel campo di concentramento di Bolzano (dove fu immatricolato col numero 6447), il sacerdote vi rimase sino al 10 marzo 1945, quando fu prelevato dal lager e rinchiuso nel carcere di Silandro, di dove poté uscire soltanto dopo la Liberazione.

Don Buttol è stato, da allora, sempre membro dell’Associazione Nazionale Ex Deportati.

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