Archivio mensile:novembre 2014

Wiliam Pallanti – Dalle Valli

Wiliam Pallanti

Dalle Valli

Dalle valli e dai monti lontani

un canto si sente avvicinar

é l’inno di tutti i partigiani

che sanno morire e pur cantar

O gioventù d’Italia ascolta

non senti la Patria tua chiamar?

È giunto il momento di riscossa

i tedeschi dobbiam scacciar

Italiano italiano

se redimerti tu vuoi

devi farti partigiano

e salvar l’Italia puoi

Prendi in pugno qualche arma

e vieni via con noi

la bella terra nostra

purifichiamo dai traditor

Della 23′ brigata

noi siamo del gruppo Casentino

siam pronti a sfidare il destino

e l’onore d’Italia a salvar

In piedi compagni alla riscossa

i fascisti dobbiam scacciar

al canto della mitraglia nostra

i morti dobbiamo vendicar

Italiano italiano

se redimerti tu vuoi

devi farti partigiano

e salvar l’Italia puoi

Prendi in pugno qualche arma

e vieni via con noi

la bella terra nostra

purifichiamo dai traditor

nota

L’inno dei partigiani casentinesi, scritto da William Pallanti pochi giorni prima di essere fucilato dai tedeschi fu musicato, dopo la liberazione, dal

m. Giommoni.

Canti partigiani come documento – Provincia di Arezzo

Annunci

Joyce Lussu – Un paio di scarpette rosse

Joyce Lussu
Un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco".
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

Marisa Musu “Rosa” straordinaria partigiana

Una straordinaria partigiana
Quando Marisa Musu, “Rosa” andava all’attacco con la pistola in pugno con i GAP di Franco Calamandrei per le strade di Roma occupata
di Maurizio Orrù

È doveroso, anzi utile, dedicare una particolare attenzione alla partecipazione delle donne contro la barbarie nazifasciste. Oggi, la storiografia rivaluta e approfondisce l’universo femminile impegnato in quel contesto storico-politico. Partendo da questi presupposti, un posto importante è rappresentato dalla storia personale e politica di Marisa Musu, ovvero la vita di una donna partigiana, con salde radici antifasciste e libertarie, la quale ha dato prova di coraggio e temerarietà. Altri tempi. Marisa Musu (Roma 1925-2002) nasceva da una famiglia sarda con passioni antifasciste. In una intervista che aveva rilasciato al giornalista Sandro Portelli, affermava:
«(…) Sono stata educata nella famiglia di una coppia sarda antifascista, perché mia madre veniva da una militanza molto attiva nel partito repubblicano, quindi libertà, democrazia. … Di carattere sono stata sempre una ragazzina molto concreta, ho fatto giochi di maschiacci, stavo sempre nelle bande dei ragazzi, essendo giovanissima, mi interessava l’azione. È con loro, che veramente facevano la lotta al fascismo con cose concrete – dalla cospirazione, al volantino, erano comunisti – che appena ho potuto sono entrata in contatto» ( Nel nome di Rosa, una adolescenza partigiana Forse era insito nel DNA della famiglia Musu, combattere le ingiustizie e le prevaricazioni sociali e politiche.
Il suo percorso scolastico inizia con il conseguimento della maturità classica e la successiva iscrizione alla Facoltà di Fisica presso l’Università di Roma. A 16 anni, Marisa Musu entrava nell’organizzazione clandestina del PCI in compagnia di Adele Maria Jemolo, la futura moglie di Lucio Lombardo Radice.
In quel torno di tempo, imperava sovrano il fascismo, ovvero la rappresentazione politica, culturale e ideologica “del male assoluto”. Marisa combatté nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) con il suggestivo nome di battaglia di “Rosa”, ricoprendo il grado di tenente. Questa formazione politico-militare era coordinata e diretta da Franco Calamandrei. Ad essa aderivano: Franco Ferri, Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Luigi Pintor, Lucia Ottobrini, Mario Fiorentini, Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Numerose e significative le azioni antifasciste che vedevano protagonista “Rosa”. Tra le tante, ricordiamo il leggendario attacco del 23 marzo 1944, allorché un gruppo di gappisti, al passaggio di una robusta colonna di militari tedeschi, che attraversava il centro di Roma, in via Rasella, faceva esplodere una bomba. L’effetto fu disastroso e micidiale. Morirono 33 tedeschi. Un centinaio i feriti. La risposta militare nazista fu feroce e atroce. Per rappresaglia 335 italiani furono prelevati dalle carceri di via Locullo, Regina Coeli e via Tasso, e trucidati alle Fosse Ardeatine. Questa azione militare tedesca rimaneva (e rimane), nella coscienza collettiva nazionale antifascista, una barbarie senza precedenti.
L’audacia e il coraggio delle gappiste, era una delle loro caratteristiche. A questo proposito illuminante, l’intervento di Nori Brambilla Pesce: «(…) le gappiste svolgevano un servizio attivissimo d’informazione, di approvvigionamenti, d’infermeria, ed anche una specifica attività militare, non solo studiando le abitudini di fascisti e nazisti, i particolari topografici di un posto, fornivano ai gappisti elementi indispensabili per elaborare un piano di attacco, e spesso partecipavano direttamente alle azioni armate.
Nei compiti che svolgevano, non si scostavano molto da quelli degli uomini, ma a differenza di questi, era loro preciso impegno il trasporto delle armi. (…) furono numerose. Come quelle che parteciparono a Bologna alla battaglia a Porta Lame. Per tutte vorrei ricordare Carla Capponi e Marisa Musu, che parteciparono a Roma, all’azione di via Rasella»
Nel dopoguerra, Marisa Musu, continuava il suo impegno politico nelle file del PCI. Collaborando con Enrico Berlinguer, dirigente della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Lei aveva una passione politica e ideologica del “suo Pci”, ovvero di essere orgogliosamente comunista. Infatti nel suo testamento aveva scritto: «non passate sotto silenzio che sono stata comunista dal lontano 1942». Oggi questi ideali e aspirazioni delle vecchia generazione comunista, come quella rappresentata da Marisa Musu, si sono perduti e affievolite con il tempo.
Marisa ricopriva importanti e significativi incarichi nel Comitato Centrale del PCI ma non solo; professionalmente è stata una valente giornalista, e come inviata a Pechino, in Vietnam e a Praga, per conto di Paese Sera e l’Unità.
Marisa Musu è stata sempre in prima fila nell’associazionismo nazionale e internazionale, ricoprendo importanti e significativi ruoli. È stata una valente dirigente nazionale dell’ANPI e vicepresidente della medesima organizzazione del provinciale di Roma come importante e degno di considerazione è stato il suo ruolo (con Gianni Rodari) nel Coordinamento dei Genitori Democratici, l’associazione che ha l’obiettivo di una scuola impregnata dei valori riconducibili alla democrazia laica e antifascista.
Per un lungo tempo, Marisa Musu, è stata anche una valente consigliere comunale del PCI a Roma. In questa veste di amministratore comunale della sua città, ricorda: «(….) sono stata travolta da questa attività straordinaria che era un partito comunista a Roma, che sorgeva nelle borgate, nei quartieri popolari, donne straordinarie, e mi dovevo occupare del fatto che loro volevano che il prezzo del pane diminuisse, che il loro figlio lavorasse, volevano la fontanelle nelle borgate. Roma io l’ho amata moltissimo non durante la Resistenza, ma subito dopo, quando ho scoperto questa Roma straordinaria, incredibile per me, affascinante Trastevere, Testaccio, Pietralata, Tiburtino. Perché era una città straordinaria, piena di volontà di vivere, di cambiare, di uscire dall’ignoranza. Una grande città. (…)».
Dopo la Liberazione, Marisa Musu ha ricevuto la Medaglia d’Argento al valor militare per il ruolo attivo e pregnante che ha avuto nelle file della Resistenza italiana.Marisa Musu moriva a Roma il 3 novembre 2002, all’età di 77 anni.
Rileggendo alcuni articoli giornalistici a ricordo di “Rosa”, segnaliamo quello del giornalista Silvio Cinque «(…) tanta gente alla protomoteca del Campidoglio giovedì mattina a portare l’ultimo saluto a Marisa Musu che giovane diciottenne partecipò all’azione dei Gap di via Rasella. Da allora la sua vita è stata, come hanno ricordato in diversi, “dalla parte”, schierata senza tentennamenti e indecisioni con tenacia silenziosa e spesso invisibile (…)
di Lei ricordo l’impegno fino a lunedì scorso in piazza Vittorio contro il razzismo e il neonazismo, in difesa dei migranti e della democrazia». Anche l’Unità ricordava “Rosa”: «(…) Ora, Marisa Musu, “la comunista irrequieta” è morta a 77 anni, dopo una breve malattia contro la quale aveva, come al solito, lottato con grande ottimismo e con straordinaria tenacia. Ma questa volta, la sconfitta era in attesa dietro l’angolo e Marisa non avrebbe vinto neanche con la pistola in pugno come, invece, aveva fatto tante volte durante la resistenza a Roma.(…)».La storia personale e politica di Marisa Musu, dovrebbe avere maggiore visibilità e maggiore spazio nella pubblicistica scolastica, a volte carenti e insufficienti in tematiche antifasciste resistenziali, le quali sono spesso assenti nella cultura collettiva delle nuove generazioni, fuorviate da distrazioni e ritmi di vita lontani da una “sana e rigorosa cultura democratica e antifascista”. Sarebbe importante che ogni comunità dedicasse la propria toponomastica a coloro che rappresentano il ricordo collettivo democratico e antifascista. Marisa Musu nel corso della sua vita, ha scritto tre libri: “La ragazza di via Orazio ”, “Roma ribelle (con la collaborazione del marito Ennio Polito) e “La prima Intifada”.
Tratto da
Patria Indipendente

ANPI | Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

Ignazio Maiorana – Il racconto del figlio che non sapeva

 

 

Il racconto del figlio che non sapeva

La storia di Vanni l’infermiere

che nel campo di sterminio

aiutò e salvò compagni e amici

Il Natale con l’albero pieno di cartoline degli scampati

“Paloma” per

accompagnare i morituri nelle camere a gas

Ricoverato tra gli ammalati di

scabbia

Quel che mi ha detto Vincenzo Caligiuri

di Ignazio Maiorana

clip_image002

L’ultimo drammatico di un prigioniero verso la camera a gas.

Tragicamente accompagnato dalla musica

Da ragazzini non avevamo soldi per comprare gli addobbi. L’albero di Natale lo facevamo con rametti di vischio legati a un chiodo al muro. Alle bacche colloseapplicavamo le cartoline colorate di auguri natalizi e pasquali indirizzate egli anni precedenti a mio padre, recanti le affettuosità di amici lontani.

Ne facemmo per diversi anni alberi di Natale con le cartoline al posto delle palline. Non sapevamo del valore documentale di quei brevi scritti firmati. Mia madre non si curava molto di quelle cartoline, se ci permetteva di usarle come addobbi natalizi. A inviarle a mio padre, a Castelbuono, erano stati numerosi compagni di militare e di prigionia nei campi tedeschi. Le cartoline cominciarono a giungere a casa subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Poi, via via, il loro arrivo si diradò col passare degli anni.

Di quella esperienza in Germania non si parlava in casa. Mio padre, Vanni, come tanti altri reduci, voleva rimuoverla dalla propria memoria. Avevo dieci anni l’unica volta che vidi piangere mio padre. Durante un banchetto matrimoniale gli stavo seduto di fronte al tavolo. Un trio musicale stava eseguendo “Paloma”, lo struggente e noto tango spagnolo.

Vanni aveva le gote rigate.

– Pa’, perché piangi? – gli chiesi stupito e preoccupato.

–È la musica di la prigiunìa – rispose asciugandosi le lacrime.

Non capii. Compresi quarant’anni dopo, quando seppi da ex deportati che anche in altri campi tedeschi era consuetudine accompagnare alla “doccia” (camera a gas) i deportati

nudi al suono di violino e fisarmonica sulle note di “Paloma”. Il brano veniva eseguito da due musici al seguito.Lo sventurato condannato a morte veniva caricato su un carro trainato da un paio di suoi compagni. L’immagine era sempre il preludio del forno crematorio.

Ma chi era stato in realtà Giovanni “Vanni” Maiorana, lontano dalla sua attività di allevatore e casaro tra le montagne madonite? Tra le sue passioni quella della medicina. Non aveva potuto studiarla per le ristrettezze economiche della sua famiglia di pastori. Nel 1928, al servizio di leva militare in Fanteria, tuttavia, fu inserito nel reparto sanità per il suo interesse verso la medicina.

Vanni fu richiamato in servizio a Roma intorno al ‘42, durante la seconda guerra mondiale. Dopo poco tempo, fu preso dai tedeschi e condotto prima in Jugoslavia e poi trasferito nel campo di sterminio di Kahla, nei pressi di Lipsia, in Germania. Nel caos e nella contraddizione di quegli eventi, nessuno ne sapeva il motivo. Comunque la qualifica di provenienza a Vanni giovò. Tra le migliaia di ospiti in quel campo fu organizzata un’infermeria gestita da un medico e da un infermiere, anch’essi prigionieri. L’aiutante del dottore era proprio Giovanni Maiorana. Egli aveva il compito di registrare, ogni mattina, nome, numero e stato di salute di quanti marcavano visita. Era una processione giornaliera di forme umane denutrite. Tra queste persone in coda si trovò, un giorno, anche un giovane preso dai tedeschi appena arruolatosi in Marina: era Vincenzo Caligiuri e aveva 16 anni.

Grazie a lui ho potuto avere diretta e spontanea testimonianza su un particolare aspetto della prigionia di mio padre. Ecco come sono venuto a sapere. Da Caligiuri, ormai ottantenne, alcuni anni fa, mi sentii chiamare mentre stavo attraversando la strada. Seduto sull’uscio di casa, mi disse:

– Lei è figlio di Vanni Maiorana? Venga, venga… Suo padre mi ha salvato la vita.

– Si sta sbagliando – risposi. – Mio padre è scomparso da trent’anni.

– Lo so – replicò Caligiuri – Si accomodi dentro, la prego.

L’anziano ufficiale di Marina cominciò il suo racconto.

– Mi sentivo morire, mi trascinavo in coda a tanti altri prigionieri e deportati. L’unica cosa da fare era recarmi in infermeria a chiedere aiuto. “Come ti chiami?”, mi chiese l’infermiere.

– Caligiuri, risposi.

E lui: – “Caligiuri? Di dove sei?”

– Di Castelbuono.

Vanni, sgranando gli occhi: “Anch’io.

Mettiti da parte, lascia passare gli altri. Alla fine penserò a te”.

Durante il racconto Caligiuri non conteneva la sua emozione. Il suo torace era scosso da piccoli sussulti.

“Una pausa per un gelato”, consigliò la moglie.

– Posso ritornare un’altra volta, se volete – mi sembrò giusto proporre.

– No, meglio subito – intervenne determinato l’anziano signore. E riprese a raccontare.

– Terminate le visite del medico, Vanni mi chiese se fossi disposto a isolarmi nel recinto degli affetti da scabbia. Mi assicurò che lì poteva assistermi meglio. Gli risposi di sì, forse potrò salvarmi…, pensai. Vanni mi fece spogliare e mi spalmò in tutto il corpo una puzzolentissima pomata. In quella baracca soggiornai dieci giorni, godendo di una razione alimentare leggermente più congrua, utile a riprendermi fisicamente. L’ultimo giorno Maiorana mi riferì che i tedeschi cercavano un gruppetto di prigionieri più idonei alla raccolta di patate in un campo lontano da lì. Mi chiese se me la sentivo di andare. Qualche patata forse avrei potuto furtivamente mangiarla…

E così fu. Maiorana era persona sensibile, generosa. Non sappiamo quante persone aiutò e come lo fece. Sicuramente molte, a giudicare dalle cartoline che i suoi amici gli spedivano dopo la guerra. Vanni e Vincenzo non s’incontrarono più nel campo. Non seppero mai perché furono presi dai tedeschi che erano alleati degli italiani durante il fascismo. Né i rispettivi familiari avevano loro notizie. I loro destini furono separati.

Finita la guerra, comunque, ognuno di loro, tra pene e guai, riuscì a guadagnare la propria casa, a riabbracciare la famiglia. Vincenzo riprese la navigazione militare, Vanni raggiunse la moglie e le due figliolette nate prima del suo richiamo alle armi. Subito riprese il lavoro di curatolo nelle aziende armentizie, lontano da casa. Dopo la pesantissima esperienza vissuta, mio padre necessitava di un recupero psicologico e affettivo, ma il dovere e il bisogno di pensare al sostentamento della famiglia non gli davano tempo né possibilità di farlo.

Dopo alcuni anni Vincenzo Caligiuri, molto più giovane di Vanni, si fece una famiglia a Palermo. Ma un altro duro colpo lo scosse: la perdita di un figlio di 16 anni di età per un incidente. La notizia destò scalpore al suo paese natìo dove fu portata la salma del ragazzo per essere tumulata. Vanni lo seppe e scese dalla montagna, raggiunse in tempo i dolenti al cimitero. Fermatosi dinanzi alla bara, disse:– Questa volta non posso far nulla.

Fu allora che Vincenzo lo riconobbe. Quattro persone hanno dovuto separare i due ex prigionieri amici dal loro commosso, fortissimo abbraccio nell’infausta evenienza. Ma Caligiuri solo a tarda età si decise a raccontare a qualcuno la sua vicenda di prigioniero in Germania. Fino ad allora aveva taciuto.

Dovrei approfondire la storia di mio padre nei campi tedeschi. Oggi le cartoline usate da bambino per l’addobbo dell’albero di Natale agevolerebbero la mia ricerca. Ma sono andate tutte perdute. Unico cimelio in mio possesso è una cassettina in legno dove Vanni teneva i piccoli oggetti di valore durante la prigionia. Fino ad alcuni anni fa, aprendola, sentivo ancora un pungente odore di medicine. Per rendere omaggio alla prigionia in Germania di mio padre sono andato a visitare un campo di sterminio. È poca cosa. Allora, mentre c’è ancora facoltà e piacere di scrivere, ho voluto raccogliere e proporre questi doverosi appunti perché l’esperienza sulla quale mio padre preferì tacere non venga rimossa del tutto.

Tratto da

Patria Indipendente

ANPI | Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

Giosuè Carducci – La mietitura del turco

Giosuè Carducci

La mietitura del turco

Il Turco miete. Eran le teste armene
Che ier cadean sotto il ricurvo acciar:
Ei le offeriva boccheggianti e oscene
A i pianti de l’Europa a imbalsamar.
Il Turco miete. In sangue la Tessaglia
Ch’ei non arava or or gli biondeggiò :
—Aia—diss’ei—m’è il campo di battaglia,
E frustando i giaurri io trebbierò.—
Il Turco miete. E al morbido tiranno
Manda il fior de l’elleniche beltà.
I monarchi di Cristo assisteranno
Bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià.

Eva Picková – La Paura

Eva Picková

La Paura

Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

Eva Picková – anni dodici – morta il 18/12/1943

Per Ricordare

Per Ricordare
Tante, troppe cose
l’uomo non deve dimenticare.
Per non dimenticare la Shoà,
per non dimenticare il fratello negro
schiavizzato torturato martoriato,
per non dimenticare la crudeltà dei cuori,
per non dimenticare il pianto innocente
di un bimbo fra braccia tenere inerti,
per non dimenticare lo sguardo della sofferenza,
per non dimenticare il vuoto dell’ignoranza
l’arroganza delle serpi…
Troppo l’uomo ha da ricordare:
Per non riviverlo
per non farlo rivivere
per non ricreare l’Inferno
né alimentarne le fiamme.
Furore del delitto
terrore della mente
ubriacatura del potere
miseria avvilente
paura di Essere!
Troppo l’uomo ha da disseppellire
da riportare in vita da una morte ingiusta:
La dignità il rispetto l’amore,
la fierezza di essere Uomini.
Letizia

La morte del giovane “Boscaglia”

La morte del giovane "Boscaglia"
di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.
Questa storia si svolge nel comune di Montieri (GR).

La mattina dell’8 maggio 1944 la squadra della XXIII Brigata Garibaldi comandata da Marcello Vecchioni venne inviata a sabotare le linee elettriche e telefoniche per disturbare l’azione del nemico.

Dopo aver fatto saltare un traliccio dell’alta tensione ed avere interrotto i cavi del telefono i partigiani vennero a sorpresa ingaggiati da militi fascisti. Nello scontro a fuoco furono gravemente feriti il giovane Guido Radi, detto "Boscaglia", e Alvaro Betti, detto "Ciocco".
Guido Radi venne dapprima colpito alle gambe e impossibilitato alla fuga. Raggiunto dai fascisti venne accerchiato e gli fu imposto di rivelare i nomi dei compagni, per risposta esplose l’ultimo colpo del moschetto sui fascisti e questi lo finirono.

La squadra partigiana rientrò velocemente alla base e "Ciocco" venne affidato alle cure del medico partigiano Giorgio Stoppa, ma non riuscì a salvarlo: morì alle 4 del mattino del giorno successivo.
Il corpo di Guido Radi venne sepolto sul posto dello scontro dai fascisti, successivamente però i tedeschi recuperarono il cadavere e lo straziarono nel trasporto verso Massa Marittima.
Il nome "Boscaglia" verrà successivamente ripreso dalla 23° Brigata, cui apparteneva Radi, che continuò a operare fra le province di Pisa, Siena e Grosseto per tutta la durata della guerra.