Ferdinando Pretini

Ferdinando Pretini e la banda Carità

Il 24 novembre, gli sgherri di Carità piombarono nel negozio del Pretini negozio di parrucchiera per signora, nella via Tornabuoni, il centro più elegante di Firenze e lo arrestarono, insieme a diversi suoi compagni di lavoro e di cospirazione. Furono portati in via Ugo Foscolo, nella villa citata, dove gli ospiti vivevano in un’atmosfera di delirio e d’incubo kafkiano. Un grande salone di soggiorno, da cui si passava nella stanza degli interrogatori, accoglieva gli arrestati, che vivevano in contatto continuo con i propri aguzzini e, dopo essere stati torturati, dovevano bere o giocare con loro… a poker.

Per farsi un’idea dei metodi usati da Carità in questa sua successiva evoluzione citerò una pagina del memoriale che il Pretini presentò ai giudici del Tribunale di Lucca (dove furono giudicati i componenti della banda fascista), dato che il Pretini fu senza dubbio il peggio conciato fra quanti uscirono vivi dalle mani di Carità. Tale fu almeno il giudizio espresso, in sede di deposizione, dal medico delle « Murate », nella cui infermeria il Pretini fu ricoverato dopo io giorni di « fermo » a « villa Triste ».

Anziché mettermi con gli altri imputati — dice il Pretini —mi portarono davanti ad un uscìolino dalla parte del cortile (era molto buio ed imperversava il maltempo) e mi dissero:

— Entra qua dentro!

Non ebbi il tempo di affacciarmi che mi sentii percuotere vio- lentemente dal calcio del fucile nella schiena, con accompagna- mento di pugni e calci, che mi fecero ruzzolare in una cantina semibuia. Mi trovai in fondo alla scala, quando simultaneamente due militi di Carità mi si scagliarono addosso e cominciarono, anzi proseguirono ininterrottamente l’opera dei primi, percuotendomi violentemente con i calci di fucile e delle rivoltelle; alternando le percosse con grida di minacce, dicendomi:

— Parla, traditore; devi parlare a tutti i costi. Dal momento che ti hanno portato qui, vuol dire che sei un traditore! In un momento di tregua domandai loro:

— Ma perché mi picchiate in questo modo, se il vostro comandante mi deve ancora interrogare?

Risposero con una scarica ancora piú violenta di pugni e di calci, dicendomi:

— Questo ti serva solo perché non dimentichi nulla di quello che sai e che devi dire.

Finalmente accesero una lampadina. Mi accorsi che ero in una cantina attrezzata a cella carceraria e nella medesima si trovavano altre tre persone semisvenute dalle percosse; i miei aguzzini mi lasciarono un po’ di tregua, se non altro per osservare i miei indumenti; l’orologio d’oro e la penna d’oro mi furono tolti per ordine del Comandante (e mai piú restituiti). Con un calcio formidabile mi buttarono su una specie di materasso lurido e sporco di sangue. Presi l’occasione per rovistare alla meglio il mio portafoglio e distrussi materiale compromettente, fra cui un buono di prelevamento di 50 litri di benzina, che ingoiai. Già si faceva sentire l’effetto delle percosse, quando mi chiamarono per l’interrogatorio.

Mi portarono al piano superiore della villa: strada facendo vidi la mia commessa Clara Sospizio e padre Ildefonso Troia. M’introdussero in un vasto salone. Qui mi attendevano un buon numero di persone, ufficiali, sottufficiali, militi delle S.S., alcuni in borghese, come lo stesso Carità. Non potevano essere meno di 30 persone disposte in semicerchio: in mezzo vi era un tavolo con bicchieri e fiaschi di vino, in un angolo scorsi il mio lavorante Dante Giovannoni e notai che grondava sangue da un orecchio e dalla bocca. In quell’atmosfera di diabolici avvinazzati cominciò il mio interrogatorio da parte di Carità (potevano essere circa le ore 22). Mi domanda Carità:

— Ti vuoi decidere a cantare?

— Fatemi delle domande.

La mia risposta non piacque a Carità, mi sferrò un pugno nel collo sotto l’orecchio sinistro, seguito immediatamente da una interminabile tempesta di pugni e calci di tutti i convenuti. Ad un certo momento il ten. col. di aviazione Simini mi scorse il distintivo degli alpini ed esclamò con furore :

— Ah! vigliacco, sei anche alpino!

Quindi proseguiva rincarando la dose delle percosse, sferrandomi dei calci negli stinchi e pestandomi col calcagno le unghie dei piedi. I miei aguzzini alternavano le sevizie con domande riguardanti il comando militare, il comitato finanziario del comitato di liberazione; volevano sapere chi forniva le carte d’identità false; insistevano particolarmente per avere schiarimenti sull’attività di Furno, Bianchi d’Espinosa, Boniforti, Fasolo, Romiti (cioè Ragghianti), Barile, Max Boris, Bernardo Seeber, Dauphiné, Codignola, Zoli, col. Frassineti, on. Martini, contessa Spalletta, mostrandomi le fotografie di molti di essi. Ad ogni mio diniego rincaravano la dose. Il col. Simini si occupava particolarmente di pestarmi i piedi con i suoi scarponi e di sferrarmi calci negli stinchi già doloranti, eccitandosi a vedere scorrere il sangue dalle ferite. Le unghie mi marcirono e le ferite rimarginate sono sempre visibili. Gli altri con tremendi pugni mi colpirono in ogni parte : finalmente ebbi qualche minuto d’intervallo. Il sangue mi sgorgava dagli occhi, dal naso, dalla bocca, come, pure dalle gambe.

Durante la tregua mi fu posto davanti quanto era stato da loro rinvenuto durante la perquisizione a casa mia. Erano 150 lire di moneta spicciola, per cui mi accusarono di accaparratore di moneta metallica. Cercai di osservare la fisionomia dei presenti : mi fissavano con sguardi carichi di odio e di minaccia; mi venivano sotto il viso, chiedendomi se la cura incominciata mi faceva bene.

— Questo è nulla — dicevano — vedrai fra poco!

Intanto individuai bene due fiorentini, si chiamavano Sani, sono due fratelli; il ten. Tela; Casadei; il capitano Agostani; vi era anche un tenente di aviazione bolognese; il tenente Pietro Koch; un capitano dei carabinieri; il serg. Vatta; il serg. Duca, un veneto; un certo Ciulli, fiorentino; i fratelli Lucarelli con il loro zio di Grosseto; un certo Lucchesi di Pistoia; i fratelli Cappelli e molti altri di cui non conosco il nome, ma che riconoscerei qualora me li portassero davanti; poiché molti di essi stazionavano frequentemente dinnanzi al negozio Ugolini, situato di fronte al mio. Sentii nominare il ten. Zanti, ma non potei individuarlo.

Un sergente veneto, nella foga del picchiarmi, si slogò una mano.

A por fine alla tregua, venne una proposta del ten. Varano, il quale propose di mettermi con i piedi nelle braci ardenti già disposte nel caminetto. M’ingiunsero di togliermi le scarpe; l’ordine fu accompagnato da un pugno nel fianco che mi fece cadere vicino al muro semisvenute. Sentii uno domandare:

— Che facciamo?

— Lasciatelo stare lí, lo fucileremo subito —, rispose un’altra voce che mi sembrò quella di Carità.

Capii, o credetti di capire, che la mia fine fosse giunta e mi sentii, in certo qual modo, sollevato al pensiero di non dovere piú subire torture e sevizie.

Mi disposi volgendo il petto; in quel momento una scarica di colpi di mitra fu sparata nella mia direzione, mi sentii colpito leggermente alla nuca, colpito da una palla di rimbalzo. Ebbi la sensazione che si trattasse di una fucilazione posticcia. Il mio gesto, a quanto pare, rese perplessa quella turba di sgherri, ma non piacque. Carità esclamò:

— Oh! l’eroe! — poi aggiunse — Pretini, avrai sete! — e fece cenno a qualcuno.

Dal gruppo si fece avanti un tizio che mi agguantò; mi fece alzare, imponendomi di non muovermi; un altro mi legò saldamente con una catena : dai piedi fini di girare la catena fino alle spalle. Terminata l’operazione, mi sferrò un pugno in faccia e mi fece cadere disteso sul pavimento. Nella caduta mi venni a trovare su un angolo del tappeto : questo irritò talmente il col. Simini, che mi sferrò un calcio nella schiena, gettandomi a distanza dal tappeto, che, secondo lui, non ero degno di toccare.

Quindi si sforzarono ad aprirmi la bocca, c’infilarono un imbuto ed incominciarono a versarci dell’acqua caldissima, facendomene ingoiare una grande quantità. Dopo di che altra tempesta di pugni, perché secondo loro ero un « cinico », visto che la scarica del mitra non mi aveva impressionato. Poi mi slegarono ed alla meglio potei rialzarmi. Carità ordinò ad un milite di portarmi giú, di farmi vedere agli altri prigionieri, di farmi stare in piedi tutta la notte e di farmi cantare ad ogni costo. Il milite che mi prese in consegna era il caporalmaggiore Lucarelli di Grosseto.

Mi condusse a pian terreno, in una specie di veranda grandissima: vi si trovavano molte persone in stato d’arresto, uomini e donne. A mala pena riconobbi l’amico Mario Campolmi, Dante Giovannoni, l’ing. Borin, don Ildefonso e il sig. Cecchì dell’Ufficio Leva del Comune. Tutti mi guardarono esterrefatti per lo stato in cui ero ridotto : il sangue mi scorreva dalle orecchie specialmente, e mi grondava in faccia. Ad un certo momento mi accorsi che non vedevo piú nulla, la testa mi era enormemente ingrossata, ero tumefatto, tutto ecchimosi, testa, corpo e gambe; il respiro mi era doloroso, difficile e lamentoso. Ma dovetti subire altro ancora.

Fui posto in una piccola celletta, la cui p6rta guardava nel salone, in cui si trovavano gli altri arrestati, ai quali evidentemente doveva essere offerto il triste spettacolo come ammonimento per chi non volesse parlare.

Carità ebbe cura di mettere mia moglie e mia nipote al piano superiore nella camera corrispondente a quella dove mi trovavo io.

Il Lucarelli, un giovane di 25 anni circa, secondo gli ordini ricevuti da Carità, prese a cuore la missione con tanto zelo che, non appena si giunse, cominciò a percuotermi. Il mio corpo era ormai tutto una piaga dolorante ed io privo di ogni forza per potergli resistere. Il mio stato, per quanto fosse evidente, lo feci notare all’aguzzino con la vaga speranza di suscitare la sua pietà. Non volle sentire ragioni né lamenti.

— Perché non parli — mi rispose — confessa tutto e fai il nome dei tuoi compagni.

— Non ho nulla da dire, non so nulla.

— Vigliacco —, urlò e nello stesso tempo si avventò su di me con un pugnale conficcandomi la lama nella parte sinistra del labbro inferiore: mi fece una ferita che mi trovai la bocca a forma di sette. Il mio grido di dolore esasperò il Lucarelli, che afferrò un panchetto e si diede a menarmi colpi all’impazzata. Privo di ogni forza mi accasciai sul pavimento.

Le percosse ed il riposo si alternavano di dieci in dieci minuti: allo scadere del tempo il Lucarelli spietato riprendeva il suo lavoro.

Ad un certo momento entrarono due agenti in borghese, uno dei quali era il Ciulli, l’altro un meridionale di cui non conosco il nome; mi annunziarono che mia moglie e mia nipote erano state fucilate… Mi ordinarono di fare testamento, perché alle sei anche io avrei dovuto essere passato per le armi. Mi rifiutai di farlo; il diniego li esasperò e, nonostante le condizioni in cui mi trovavo, mi tempestarono nuovamente di botte…

Il Lucarelli, rimasto solo, prese un foglio e si mise a scrivere una dichiarazione in cui mi proclamavo colpevole e riconoscevo giusti gli addebiti a me mossi. Poi mi ordinò di sedermi al tavolo e soggiunse:

— Leggi, aggiungi i nomi dei tuoi compagni e firma. Al mio rifiuto il Lucarelli ribatté:

— Tanto sarai fucilato, che te ne importa di loro?

Protestai di nuovo. Visto il mio contegno deciso, il Lucarelli mi prese per l’orecchio sinistro con un ordigno, si mise a stringere e tirare con forza; contemporaneamente me lo fustigava con la punta del pugnale e diceva :

— Firma, o te lo stacco!

Il dolore che mi procurava questa nuova tortura mi fece perdere i sensi; caddi a rovescioni e lui continuò per non so quanto tempo. Le persone che erano nel salone potrebbero dirlo: solo loro hanno visto il resto dell’opera.

Potevano essere le 7,30 o le 8 del mattino quando ritornai in me: notai un caporalmaggiore che rimproverava il Lucarelli per avermi conciato in quel modo. Notai che intorno a me vi erano tre panchetti rotti; io ero enormemente gonfio dalla testa ai piedi; la testa, le gambe infiammate, le caviglie in uno stato tale che i pantaloni ci scorrevano con molta difficoltà, la mano destra col dito mignolo fracassato a penzoloni. Provai a rialzarmi, ma non ce la facevo. Qualcuno mi prestò aiuto, ma solo toccarmi in qualunque parte del corpo mi procurava un dolore insopportabile. Perciò mi presero per i capelli e mi rialzarono come corpo morto…

Ferdinando Pretini usci molto malconcio da questa avventura : le costole rotte, l’orecchio deformato, la ferita alla bocca e le numerose cicatrici nelle varie parti del corpo garantiscono, piú dei testimoni oculari, la veridicità del racconto.

Da “La resistenza a Firenze”

Di Carlo Francovich

La Nuova Italia editrice

1961

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