Giuliano Bimbi – La portatrice *

 

 

 

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Scarpe rotte

E pur bisogna andar…..

 

 

Racconti del premio Prato

1951 – 1954

 

Giuliano Bimbi

La portatrice *

 

* Premio Letterario Prato 1954.

Racconto segnalato.

 

Una notte delle più scure Francesco aveva bussato e si era annunciato a mezza voce. Ad aprirgli era scesa Elisa, perché Carola, in confusione, non sapeva più che fare. Francesco, armato da brigante, con la barba lunga come quel nonno che Elisa aveva conosciuto in un ingrandimento fotografico del salotto, dopo averla salutata e aver sprangato la porta era salito ad abbracciare la moglie e a baciare le due figlie bambine che dormivano. Carola si era messa a piagnucolare e lui aveva alzato la voce per rinsavirla. Dopo aver mangiato bevuto, s’accese la sigaretta e spiegò i motivi, della sua venuta Sui monti c’è rimasto poco o nulla ci sono tanti sfollati

«Tutti hanno il diritto di vivere», aveva mormorato Elisa.

«Giusto, giustissimo»

Era rimasto un po’ soprapensiero. Poi si era rivolto alla moglie: «Tu potresti… ». L’aveva fissata negli occhi, interrogativamente: «Altre donne lo fanno… Mica tutti i giorni!

E Carola aveva preso a balbettare: « Io?… Io?… ».

« Qui resterebbe Elisa con le bimbe ».

Allora Elisa era intervenuta: « Carola ha il mercato. Lei sta meglio di me a casa ».

Francesco sapeva bene che la moglie era donna di poco spirito ma l’altra era come un’estranea. « Tu no. Tu non devi », le fece.

Ed Elisa di rimando, anche perché si sentiva in debito verso di lui: « lo no? Non sono come le altre, io? ».

Francesco tacque per meglio riflettere. Poi riprese con gravità: «Ci sarà da faticare… ».

Ed Elisa: « Lavorare la terra non è fatica? Sono delicata forse? ».

« Hai i bambini… ».

« Carola non li aveva? Se me li guarderà… ».

« Sarà pericoloso ».

« Siamo tutti in pericolo ». Dalla Germania, dove si trovava prigioniero, Bruno le aveva inviato un altro biglietto. « Bruno t’invidia ».

«Vorrei averlo lassù. E’ un ragazzo in gamba ». Francesco aveva trascorso un po’ di tempo con la moglie e se n’era andato assai prima dell’alba.

Da allora, una o due volte alla settimana, Elisa si recava a San Veniero, a Lombrati e più oltre con un carico

di pane, patate, frutta, e qualche volta anche polli o conigli, per i partigiani. Elisa abitava nella casa che Francesco, perdurando l’assenza di Bruno, militare, le aveva aperto per aiutarla a vivere coi due figli: un piccolo podere di proprietà, lontano dalla città cinque o sei chilometri. Quando saliva ai paesi di monte, ella doveva percorrere un lungo tratto di pianura attraverso i campi, furtiva come un ladro nell’evitare incontri pericolosi, e attraversare la provinciale non molto lontano dalle postazioni tedesche. La pesante cesta che portava in testa le tagliava le gambe sui gradini della vecchia mulattiera o delle scorciatoie.

A San Veniero e a Lombrati sapeva dove scaricare, ma non di rado una staffetta aveva comunicato un punto più lontano, e lei vi arrivava stanca morta, ma vi arrivava. Conosceva gli uomini della piccola formazione fin da quando si riunivano in casa di Francesco, prima del bando fascista con la pena di morte ai renitenti. Erano giunti anche dei giovani sui vent’anni dalla città e quelli li sentiva come fratelli minori. Scherzavano con lei sempre rispettosamente.

Ripartiva quasi subito perché al podere aveva i bambini e i lavori nei campi. Qualche volta si tratteneva a rammendare pantaloni e calzini agli uomini della formazione.

Le era sempre andata bene, ma un giorno, all’inizio della salita, incappò in tre soldati tedeschi, sbucati come per magia da dietro gli ulivi. Salutò con aria indifferente continuando la sua strada, ma un secco: « Dove andare? » la fermò.

Il graduato, un biondo alto e ossuto, con un dito a uncino le fece cenno di avvicinarsi:

« Lombrati », gli rispose senza esitazione.

« Partigiani! », gridò lui additando la cesta.

« Bambini lassù ».

« Marito partigiano! ».

« Marito non partigiano! ».

Toltisi di seno i biglietti di Bruno, ella li mostrò persuasiva. Il tedesco se li girò fra le dita e li passò ai compagni. Dopo un’occhiata, uno dei soldati glieli restituì.

«.Ja, ja », fece il caporale, e le indicò la strada per proseguire, ma divenuto nuovamente torvo, le puntò contro il fucile che aveva a tracolla, piccolo come quello dei bambini,

«Tu partigiani! Tu kaput!».

Elisa sorrise e con le gambe che le si piegavano, mosse un passo, più passi, senza volgersi , e non accadde nulla. Udiva i due soldati sghignazzare; forse canzonavano il biondo, che non l’aveva impaurita ma quando fu poco distante dovette distendersi perché stava per cadere. Piangendo a dirotto giurò a se stessa di non risalire più. Come raggiunse la grotta dell’Onda, assai oltre San Veniero, di frone a Francesco e i suoi compagni si

rimangiò ogni proposito.

«Sei stanca», egli notò, osservandola attentamente.

«Sci deperita ».

«Comincia il caldo… ».

«E’ una vitaccia».

« Per tutti è così oggi », disse convinta.

Francesco dette un’occhiata ai compagni. « Per tutti no », fece con gravità. E poi a lei, gentilmente: « Se non te la senti… ci arrangeremo in qualche modo ».

Il sangue le sali al volto. « No », disse, « avete troppo bisogno. So come sbrigarmela ». Mostrò i biglietti del marito e raccontò del fermo.

« Stai attenta », disse Francesco, « qualche altro potrebbe non abboccare ».

Si salutarono. Durante il ritorno, ella pensò molto a Bruno: ~« Magari averlo sui monti come Francesco piuttosto che lontano e prigioniero… ». Ma Bruno scriveva che stava bene; Francesco invece combatteva quasi tutti i giorni. Si erano sposati per amore, lei e Bruno, e mai un’ombra aveva offuscato la loro relazione. Quella sera, coricata accanto ai figli sul materasso di foglie secche di granturco che frusciava a ogni pur minimo movimento, si sfogò a piangere. Poi, pensando alle numerose povere donne sfollate dalla città, che ora mendicavano ai contadini o rubavano nei campi qualche patata, si ripromise di avere più coraggio.

Ormai Carola non si recava al mercato, perché la città, abbandonata quasi completamente, si sgretolava sotto i bombardamenti massicci, ma il terrore imperversava anche lungo le straducole di campagna, dove piccoli, lucidi aeroplani si abbassavano a mitragliare chi si attardava dietro un carretto di masserizie. Faceva caldo e il grano bruciava nei campi perché i pochi uomini validi, qua e là nascosti, non si azzardavano a mieterlo. Armati fascisti e tedeschi ne sorpresero una diecina di notte alla fattoria Meloni, e, anziani o no, li condussero via. Il grano rimase nei campi a marcire e la frutta cominciò a cadere ormai matura.

Nella seconda settimana di luglio, con un’imboscata in pieno giorno, presso una curva della provinciale, i partigiani fecero fuori cinque tedeschi e liberarono un gruppo di rastrellati. Quella settimana Elisa non sali in montagna. Vi sali però la settimana seguente, con la cesta in capo, e continuò a tacitare con i biglietti di Bruno — StammIager V. C. — gli arroganti soldati tedeschi.

Una sera Elisa non poté ridiscendere perché nella giornata c’era stata battaglia sulla strada. Erano rimasti in pochi oltre l’Alpe, guardinghi in una capanna fra ginestre e pini selvatici. Francesco tornò a notte fatta insieme con Matteo, che era ferito, con il Pipi e altri tre, che lei non conosceva.

« Gli abbiamo fregato due camion con le bombe », disse Francesco laconicamente. Tuttavia, malgrado il successo appariva preoccupato.

Elisa s’interessò del ferito; gli era toccato un colpo di striscio sul muscolo quasi all’altezza della spalla, poco più di una scalfittura.

Francesco non parlava, ma gli altri attendevano. Infine, addentata con rabbia una mela, disse: « Non ci voleva! Due compagnie nello spazio di sei o sette chilometri. Sparano anche alle foglie! ».

« Li faremo fuori pochi per volta », scherzò il Pipi. Francesco taceva di nuovo. Osservava giù nel piano il finimondo dei «traccianti».

Elisa disse: « Giùbbiamo fatto l’orecchio alle cannonate. Fischiano come treni quando ci passano sulla testa ».

« Tutte le notti? ».

« Tutte no, ma se cominciano… Prima si diceva il rosario e tanti Dio ci scampi e liberi! ‘, ma ora dormiamo lo stesso ».

« Salite tutti a San Veniero. Sarà quel che sarà! ». « E mangiare? ».

« Già, mangiare », lui sospirò. «Molti hanno fame lassù». « E a voi chi penserebbe? ».

« A noi? Ma ne avete ancora di patate per noi? ».

 

Ella strizzò un occhio: « Ne comprammo assai e le seppellimmo nella paglia. Tagliammo i tralci alle nostre, piantandoci sopra dei cavoli, perché quei rospi di tedeschi le andavano a scavare ».

Gli uomini risero, tranne Francesco.

« C’è anche un sacco di farina nella cassa di noce fra il fieno ».

« Perdio che birbe di donne! », esclamò il Pipi.

Dopo un’altra pausa silenziosa, Francesco disse a Elisa: « La prossima volta conduci la mia Carla e il tuo Giorgio dalla Matilde. Là saranno al sicuro ».

« E’ una brava donna, ma… ».

« Non ti va? Ne ho già parlato al ciaba, suo marito ».

« Lo conosco perché è amico del mio Bruno. Una volta siamo stati a casa sua, per la festa del Crocefisso ».

« Allora di che ti dai pensiero? Giù starete molto meglio in meno ».

Elisa riparti l’indomani sul far del giorno. Trovò Carola in pena. Quando le disse della scaramuccia che c’era stata, lei cominciò a piangere ripetendo: « Che ne sarà del mio Francesco? ».

E siccome non la smetteva di lagnarsi, Elisa ebbe uno scatto del quale subito si penti. « Per lo meno è vicino! », esclamò duramente. « E Bruno? ». Pensando, però, a quali pericoli erano esposti gli uomini sui monti quasi si tranquillizzò per il marito. Ma poi si disse: « Lontano e in mano a chi? ».

Dopo aver esitato qualche giorno — e più di lei Carola — condusse a San Veniero Carla e Giorgio. Stavano così attaccati alla sua gonna durante il cammino, che dalla cesta le ruzzolarono più volte le pere.

La Matilde sapeva e badava a ripeterle: « Come se fossero nipotini. Ebbi la disgrazia di non averne… Ora sono vecchia ».

Si prese farina, patate e frutta. I bambini, già preparati, non piansero, ed Elisa discese più tranquilla, la cesta vuota lungo il fianco, e una tale folla di pensieri nella niente da dimenticare persino i pericoli e la strada, cosicché si trovò in breve a pochi passi dalla provinciale.

D’improvviso un ordine tagliente la inchiodò al suolo. Con lentezza volse il capo verso la voce, e pochi metri più sopra, accanto a un olivo, scorse un tedesco, SS che le puntava contro il piccolo fucile mitragliatore mentre poco più in là, un altro soldato badava a un uomo in calzoncini, il quale, addossato, al muretto del terrapieno, sembrava che non ce la facesse a reggersi in piedi.

« Fermare, donna! » gridò il soldato, accostandosi sempre con l’arma puntata. Era molto giovane, bianco d’incarnato e con chiari occhi di lama fredda.

« Dove venire’ », le chiese con arroganza.

« Bambini lassù », rispose Elisa indicando verso l’alto. « Niente bambini! Tu partigiani! ».

« lo bambini! », ella protestò con calore. Si tolse di seno i biglietti del marito e li mostrò.

Il tedesco vi dette un’occhiata, sogghignò ironicamente e fece un gesto con una mano come per dare una spinta. «Ja! Gut! Ja, ja », sghignazzò.

Si volse al compagno e gli gridò alcune parole; quello rispose seccamente. Gli parlò di nuovo e ora quello rispose più a lungo. Intanto, come già aveva fatto altre volte, Elisa mosse un passo in discesa, ma immediatamente un crepitio lacerò l’aria e da un sasso poco distante dal suo fianco destro, ella vide sollevarsi un tritume di polvere e di schegge. Irrigidita, non si attentò a volgersi e attese il peggio mormorando: « Dio mio! ». Ma l’SS le fu subito accanto strappandole brutalmente la cesta e sospingendola verso l’uomo in calzoncini. Per poco ella non dette in un grido. Aveva riconosciuto in lui un partigiano della formazione di Francesco. Si chiamava Nando e sanguinava dal naso, da un angolo della bocca e da un ginocchio. Era scalzo e indossava la solita maglietta a righe azzurre, scolorita e lacerata di fresco sulla schiena. Scambiò con lui un’occhiata.

« Gut! », sghignazzò l’altro tedesco, più anziano e più tarchiato. « Tu conoscere », e indicò a lei il partigiano.

« Io non conoscere! », Elisa replicò prontamente.

« Niente conoscere. Ja, ja ».

Li sospinsero verso la strada; a Nando tiravano pugni e calci in continuazione. Il sole era fuoco allo scoperto e le cicale assordavano. Elisa riudiva il vecchio Temistocle, un vicino di Carola: « Non ricordo un’estate bruciata come questa ».

Raggiunsero la provinciale e poi il cortile di un fabbricato che una volta fungeva da frantoio. Addossata al muro della facciata, Elisa tornò a pensare ai suoi cari, fu per piangere, per gridare, ma la presenza, li accanto, del partigiano impassibile a tutto, glielo impedì. Improvvisamente l’SS più giovane sferrò un tremendo pugno nello stomaco di Nando che s’afflosciò come un sacco vuoto. Pronta, lei si volse a soccorrerlo, ma uno spintone alle spalle ia fece ruzzolare.

« Ah! Ah! », sghignazzarono i tedeschi. « Schone! ».

Poi, il giovane tedesco si portò sulla strada dove rimase a scrutare nelle opposte direzioni, e l’altro, con l’arma penzoloni a tracolla, si tolse l’elmetto per asciugarsi la fronte con la mano. Allora, scattando come una molla, il partigiano, esausto e sanguinante, fu in piedi a percuotergli la testa col pugno armato di una pietra afferrata mentre era a terra. Elisa gridò. L’SS che era sulla strada si volse, ma la scarica partita dall’arma del compagno lo freddò.

Atterrita, ella fu scossa per un braccio dal partigiano: « E’ andata bene », le diceva sputando sangue nella polvere, e si aggiustò meglio in spalla il mitra tedesco. « Andiamo », le fece.

Indicando la pianura lei disse: « Là ».

L’uomo parve sorpreso.

« Come ti pare », mormorò, « ma scappa ».

Ella corse sulla provinciale evitando il corpo del tedesco e fremette alla scarica che finiva l’altro. Si buttò nei campi, cadde, si rialzò e corse sempre fino alla casa, di Francesco. Là si lasciò andare attraverso il letto senza riuscire ad articolare parola, ma non perse i sensi. Vedeva confusamente Carola girarle attorno piagnucolando, la udiva molto lontana sollecitarle una spiegazione, e non poteva risponderle. Vedeva anche Marisa, la bambina più grande di Francesco, fissarla con gli occhioni stupiti, mentre la sua Mariuccia le stava fra le braccia che non sapevano stringerla. Verso sera fini di raccontare l’accaduto a Carola.

« Poveretta! », quella esclamava interrompendola spesso, e poi cominciò a singhiozzare: « Me l’ammazzeranno!».

« Francesco? Non è facile ».

« Me l’ammazzeranno, lo sento », continuava Carola.

« Tutti ci possono ammazzare! » disse Elisa spazientita. Bruno le occupava la mente; mancava di sue notizie dal giugno.

Ormai nella breve pianura non erano rimaste che loro due con le bambine e qualche vecchio, qua e là nei casolari. Temistocle, che abitava oltre il rio Burine, raramente attraversava la passerella di legno per venirle a trovare e non di certo quando imbruniva, tremolante e mezzo cieco com’era. Ma l’indomani, proprio mentre il sole incendiava basso oltre i pescheti, lo videro apparire affannoso e stralunato, incapace di esprimersi coerentemente con quella-sua vocetta ancor più rotta dall’emozione.

Dapprima Elisa non capi. Il vecchietto continua a ripetere: « Tutto bruciato! Tutti morti! ».

E lei e Carola, già semismarrite per l’angoscia: « Dove? Chi? ».

Quando lui disse San Veniero, fu un unico grido. Disse anche della Maria di Marfisio, che nascosta in un fosso e

mezza morta di paura, aveva visto scendere le SS, erano tanti e sembravano bestie feroci.

Allora Elisa non ascoltò altro. Si precipitò fuori, corse attraverso i campi balbettando, come una demente. Quando raggiunse la provinciale, la sera alzava i suoi veli oscuri sugli olivi. Senza più avvertire la fatica, s’inerpicò direttamente, trascurando ogni tortuosa traccia di sentiero.

Sul paese s’era abbattuto il flagello. Un maledetto odore di cose e di carni bruciate le mosse la nausea nel fondo dello stomaco. C’era un assoluto silenzio lassù. Ella si stupiva di vivere, più che viva nell’affannosa ricerca della casa. Scavalcava rovine e cadaveri nella piazzetta, nelle viuzze sassose. Poi rotolò col fardello in collo e giacque a lungo su di un ripiano erboso, quasi senza più coscienza, ma in lotta contro l’enorme stanchezza che accanitamente voleva negarle la possibilità di salvaguardare la sua creatura dai tentativi di scempio dei cani randagi.

La nuova luce del giorno la trovò presso il piccolo cimitero in Pian di Mosso, dove Camillo, il vecchio becchino. le apri il cancello e le prese di fra le braccia il cadavere del bimbo che ella non sapeva decidersi a lasciare. La scongiurò di allontanarsi immediatamente.

Quando Carola seppe, cadde a terra come fulminata. Elisa la mise a Iettò e cercò di farsi forte per le due bambine, che mute e scontrose, si aggiravano nella casa o sull’aia senza decidersi a riprendere i giochi. Poi Carola si riebbe, ma ripeteva di continuo: « Almeno la potessi riavere come il tuo bimbo! Sarà bruciata… ».

Elisa si sentiva morire a quello strazio che era anche il suo.

« Che facciamo qui ormai? », diceva Carola. ,« Se potessi vedere Francesco… Lo saprà? ».

Allora Elisa, che vi aveva pensato prima, disse: « Andiamo a cercarlo lassù ».

L’indomani mattina si avviarono con le due bambine per mano. In giro nei campi non c’era un’anima; un po’ di rumore lo avvertirono là, sulla provinciale, certamente di tedeschi. Traversarono al momento giusto e presero a salire lungo uno stretto e sassoso canale che Elisa conosceva bene. Verso mezzogiorno avevano oltrepassato lateralmente il paese di Lombrati, dirette verso l’Alpe, ma Carola non ce la faceva più. Allora sostarono poco distanti da una piccola polla.

D’improvviso apparve un uomo armato che non era un tedesco. Aveva una faccia da Cristo morente e appariva ansioso. Dissetatosi rapidamente, chiese loro: « Chi aspettate? ».

« Nessuno », rispose Elisa, « siamo stanche ».

« Chi cercate? », incalzò il partigiano grattandosi la folta barba rossiccia.

•Gli uomini del Nibbio ».

« Li cerco anch’io. Sembra che siano sopra Varena ».

•Sbandato? », chiese Elisa.

•Si », egli rispose. ,« Quando il Nibbio mandò per rinforzi a Misano, noi ci buttammo su San Veniero che bruciava e cominciammo a tirare da tutte le parti, mai tedeschi erano più di duecento ».

Carola prese a singhiozzare.

« Che ha? », domandò l’uomo a Elisa.

« Ci abbiamo perso, due ragazzi », lei mormorò, soffocata.

« Maledetti », lui ringhiò. Poi disse: « Vado. State attente. Se arrivo prima lo dirò ».

« Il Nibbio è suo marito », disse Elisa indicando Carola. Lei alzò gli occhi lagrimosi e chiese al partigiano:

« Sarà vivo? ».

« Sicuro che è vivo », rispose lui, e subito scomparve dietro una macchia.

 

 

 

Edizioni Avanti!

1955

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