L’assalto alle Carceri di San Giovanni al Monte

7° Gap

L’assalto alle Carceri di San Giovanni al Monte

Fra le azioni di grande entità che hanno compiuto le squadre gappiste nel cuore stesso della città di Bologna: è , di grande rilievo, l’azione che portò alla liberazione dei prigionieri politici detenuti nelle Carceri di San Giovanni in Monte.

Fu nel mese di luglio che il C.U.M.E.R. affidò al comandante della 7° brigata Gap « Gianni » il compito di studiare la possibilità di effettuare un colpo di mano sulle prigioni cittadine per liberare i compagni che vi erano incarcerati. Si era giunti a questa decisione perché sia i fascisti che i nazisti fucilavano frequentemente, per rappresaglia o per altri motivi, i detenuti politici di San Giovanni in Monte. Solo sfogliando il Resto del Carlino di questo mese, del luglio cioè, si possono verificare quanto fossero normali per i fascisti e i tedeschi le fucilazioni di ostaggi innocenti.

Ecco una notizia del giorno 6 redatta nell’odioso stile poliziesco: « Fucilazione di 10 comunisti per l’uccisione di un militare tedesco. Il Comandante della Polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza tedesco in Italia comando esterno di Bologna comunica: da autori rimasti finora sconosciuti il 26 giugno scorso un appartenente alle forze armate germaniche è stato ucciso a Bologna in via del Pratello, a colpi di arma da fuoco. Come misura di punizione e per ordine del comando della Polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza tedesco. in Italia è stata eseguita la fucilazione dei sottonotati cittadini italiani, dei quali si è potuto comprovare l’attività comunista: Giuseppe Balocchi della Cl. 1910 da Sasso Guidano. Cesare Palmini della Cl. 1906 da Pavullo, Paolo Baroncini della Cl. 1905 da Sasso Guidano, Luigi Labandi della Cl. 1876 da Zocca, Danilo Barca della Cl. 1923 da Modena, Luigi Salmi della Cl. 1913 da Budrio, Silvano Rubbini della Cl. 1926 da Budrio, Dino Pancaldi della Cl. 1923 da Budrio, Rino Balestrazzi della Cl. 1923 da Bologna, Cleto Casi della Cl. 1921 da Bologna. Fra la popolazione di Bologna sono stati inoltre arrestate 10 persone, come ostaggi, che saranno immediatamente fucilate non appena si dovessero ripetere altri attentati contro appartenenti alle forze armate germaniche ». Il giorno 16 si legge: «Altri 9 fuorilegge fucilati per ordine del comando germanico. E cosi non passava settimana che questi tristi annunci di delitto e d’infamia non gettassero nell’angoscia la città, le famiglie, i patrioti.

L’ordine del C.U.M.E.R. era dunque seriamente motivato. Il comandante della 7′ Gap era « Luigi », un ex garibaldino di Spagna: gli era stato assegnato il comando il 11 maggio del ’44, comando ch’egli occuperà sino alla fine della guerra. « Luigi » dunque riunì immediatamente il comando del distaccamento di città ch’era costituito allora da « Paolo », «Aldo», « William», « Celestino», « Ezio », ed aprì la discussione sull’argomento.

Si trattava di elaborare un piano che tenesse conto di tutte le eventualità che in una azione di quel genere si potevano incontrare. Dalla riunione risultò subito che sarebbe stato impossibile portare a termine l’impresa senza avere una pianta esatta delle carceri, con l’indicazione minuta dei vari servizi: corpo di guardia, sentinelle, telefoni, i secondini che restavano dentro la notte e il numero delle pattuglie fasciste che s’aggiravano nelle adiacenze. La richiesta di queste informazioni fu presentata al C.U.M.E.R. che, con l’aiuto di una guardia carceraria amica, poté in breve soddisfare le domande dei Gap. In tal modo il Comando del distaccamento poté elaborare il suo piano.

Furono scelti dodici uomini, a cui fu assegnato un compito preciso. Quattro dovevano fingere di essere partigiani catturati in rastrellamento: erano « Paolo », « Tempesta », « Terremoto », « Italiano ». Tre dovevano vestirsi da soldati germanici e due di loro dovevano anche saper parlare il tedesco. Per questo motivo, siccome tra i Gap di città nessuno sapeva questa lingua, furono chiamati due Gap di Castelmaggiore: « Napoli » e « Bill ». Il terzo in divisa tedesca sarebbe stato « William. ». I cinque Gap rimanenti, e cioè « Aldo », « Ezio », « Walter », « Massimo », « Romagnino », avrebbero indossato, invece, i panni delle Brigate Nere. Il 9 agosto fu fissato come data per compiere l’azione.

Verso le dieci di sera, da una « base » situata nel quartiere della Bolognini, due macchine si mossero dirette alle Carceri di San Giovanni in Monte.

Alle dieci esatte la spedizione arrivò davanti al portone delle prigioni. Tutti i Gap scesero e ognuno incominciò la sua parte.

I quattro partigiani fingevano un’insolita paura mentre i « tedeschi » e i « fascisti » li percuotevano con urli ed insulti. Essi tenevano le braccia alzate .e del resto non le avrebbero potute neppure abbassare agevolmente perché erano gonfi di borse ed involti pieni di armi da consegnare ai compagni carcerati.

All’arrivo delle due macchine, i fascisti di guardia si presentarono subito sul portone: un po’ in tedesco e un po’ in italiano, i Gap travestiti spiegarono d’aver avuto l’ordine di affidare al carcere quei quattro ribelli rastrellati sull’Appennino. I fascisti non fecero alcuna obiezione: spalancarono I cancelli e invitarono i « camerati » ad entrare. I Gap infatti entrarono: tutti meno « Aldo, « Massimo » e « Romagnino », che si misero a discutere coi due militi della polizia di Tartarotti rimasti di guardia sul portone. Fuori era rimasto anche « William », ma così infagottato da tedesco com’era e senza saper una parola di quella lingua, doveva starsene zitto in disparte.

Intanto i Gap che erano entrati operavano con , estrema sveltezza: disarmarono le guardie, tagliarono i fili telefonici, presero i mazzi di chiavi delle celle e corsero ad aprirle. Le aprirono tutte, anche quelle dei ladri e dei condannati comuni, in modo da creare scompiglio se all’uscita fossero stati inseguiti. « Presto, fuori. Siamo venuti a liberarvi », dicevano i Gap.

Ma i patrioti, dal fondo delle celle, esitavano. Come credere a quegli uomini in divisa fascista che s’aggiravano da padroni nei corridoi della prigione? Il loro primo pensiero fu che si trattasse solo di una commedia per farli uscire più facilmente e poi fucilarli da qualche parte. Per fortuna però « Paolo » ed « Ezio » furono riconosciuti da alcuni compagni’*ed allora l’esitazione si mutò in gioia e stupore. Tra i detenuti i Gap ritrovarono anche Nannetti e « Sassolino ».

Adesso bisognava uscire. Ma cosa accadeva di fuori? Dall’esterno infatti venne un fragore di spari. I Gap lasciati sulla porta erano forse stati attaccati? Ci furono alcuni momenti di tensione. Gli spari erano finiti subito e tuttavia• un tumulto di pensieri agitava i Gap e i prigionieri ormai usciti dalle celle.

Ma non si trattava di un attacco. Fuori del portone i due militi rimasti di guardia, a un certo momento, dovevano essere disarmati. Di ciò si erano incaricati « William » e « Aldo », ma il buio era profondo e i Gap non riuscivano neppure a distinguere di quale armamento fossero forniti i due repubblichini. Tuttavia era necessario disarmarli lo stesso.

Insieme dunque « Aldo » e « William » puntarono i mitra sui fascisti, ordinando di arrendersi. Il fascista di « Aldo » obbedì, alzando immediatamente le mani; l’altro invece reagì con prontezza, riuscendo a sparare un colpo in direzione di « William ».

« William » senti la pallottola penetrargli nella gamba destra, ma non perse la sua presenza di spirito: si appoggiò all’altra gamba rimanendo in piedi e prima ancora che il fascista potesse esplodere un altro colpo, gli indirizzò una raffica. Ma neppure il fascista cadde. Allora « William » gli si buttò addosso, afferrandogli la mano che stringeva l’arma. Crollarono tutti e due in terra e si dibatterono, finché « William » non riuscí ad immobilizzare il suo avversario. L’intervento di un altro Gap pose termine a quella lotta.

« William » fu quindi fatto sedere sul predellino di una delle macchine e lasciato di sentinella, mentre gli altri andavano ad informare i Gap, che si trovavano nel carcere, di quanto era accaduto.

Nel frattempo, di fuori, da via S. Stefano, giungeva di corsa un repubblichino, urlando il nome di un fascista di guardia e chiedendogli cosa diavolo succedeva: cadde in braccio ai gappisti che stavano uscendo seguiti dai prigionieri, circa quattrocento uomini.

L’azione era stata rapida. Quattro detenuti salirono sopra una macchina al posto di quattro Gap che ritornarono in « base » a piedi. Gli altri furono avviati in luoghi sicuri. Anche i ladri e i detenuti comuni tagliarono la corda: scantonarono via, strisciando lungo i muri, senza voltarsi indietro.

Alle 22,15 esatte, i Gap lasciavano il carcere per rientrare alle « basi , di partenza. Il colpo era dunque riuscito: le prigioni di San Giovanni in Monte erano, ormai deserte

Dopo qualche giorno si venne a sapere che non tutti i fili telefonici erano stati tagliati: quello del direttore, situato nel reparto femminile, era rimaste intatto ed egli se ne era servito per chiamare il famigerato Tartarotti, invocando aiuto, dicendo che i partigiani in forze, con carri armati e auto-blinde, avevano attaccato il carcere. Ma Tartarotti aveva risposto ch’era spiacente, che non aveva benzina e doveva rimandare il suo intervento alla mattina dopo. Arrivò infatti, il Tartarotti, il giorno seguente. Ma ormai non gli restava che visitare le prigioni vuote.

Il colpo delle carceri fece grande impressione in città e fuori. Nonostante i tentativi della stampa fascista per minimizzarlo, la notizia fece il giro della provincia con la velocità di un telegramma: dioique i fascisti non erano più sicuri nemmeno nelle loro prigioni; i patrioti strappavano loro anche la preda che ormai essi credevano di avere nelle mani; dunque bastavano dodici Gap per giuocare intere squadre di polizia, ciurme di spie e guarnigioni germaniche.

Ma di questi colpi i bolognesi dovettero abituarsi a sentirne parecchi.

Tratto dal libro di Mario De Micheli”7 Gap”

Edizioni di Cultura Sociale degli Editori Riuniti

Agosto 1954

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