Aldo Fagioli

ALDO FAGIOLI

Aldo Fagioli è nato a Firenze nel 1929, dove ha lavorato come rappresentante di commercio. Giovanissimo, dal settembre 1943, all’età di 14 anni, ha partecipato alla Resistenza fiorentina. Fra l’ottobre e il dicembre del 1943 operò come partigiano nelle formazioni distaccate sulle- colline fiorentine, quindi nel 1944 entrò a far parte dei GAP di Firenze e nell’ottobre dello stesso anno si dette alla macchia, entrando nella Brigata Garibaldi « Sinigaglia ». A 16 anni, nel 1945, si arruolò come soldato volontario nei Gruppi di Combattimento del nuovo esercito italiano con la divisione « Cremona ». È stato comandante di distaccamento e a 15 anni gli venne riconosciuto il grado di tenente. Decorato della stella garibaldina nel 1947, della medaglia di bronzo al V.M. nel 1948 e di due croci al merito di guerra, dopo la Liberazione ha partecipato alla vita politica militando nelle file del PCI e assumendo vari incarichi.

E’ anche l’autore di un bel libro sulla Resistenza “Partigiano a 15 anni”

Edizioni Alfa Firenze

Questi giorni descritti provengono dal libro fuori commercio intitolato

“I compagni di Firenze” Memorie della Resistenza

Edizioni dell’Istituto Gramsci Toscano

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Partigiani della Divisione Garibaldina “Potente”

(Aldo Fagioli è indicato dalla freccia)

Nella Piazza S. Marco, la mattina dell’11 settembre, non vi erano più di una cinquantina di persone, sparse in gruppetti di sette o otto. Si vedeva e si capiva che alcuni erano ufficiali dell’esercito in borghese; io mi unii ad un gruppo che sostava appoggiato alla loggia dell’Accademia. Tutti facevano un gran parlare ma non c’era connessione tra un’ intervento e l’altro. Improvvisamente, saranno state le 9,20 arrivarono, nel silenzio più assoluto, due camionette tedesche, del tipo anfibio. Si fermarono davanti al Comando di Corpo d’Armata e ne scesero circa dodici uomini, i quali, immediatamente, si posero in posizione, piazzando due fucili mitragliatori, uno sull’angolo di via degli Arazzieri ed uno sull’angolo con via Cavour. Il traffico non fù fermato ma in poco tempo si spense da solo. Passati dieci minuti arrivarono due macchine civili, dalle quali scesero alcuni ufficiali tedeschi che entrarono nel portone del comando. Nella piazza diventavamo sempre di meno. In quel gruppetto dove io mi trovavo, e che per la verità era il più lontano dai tedeschi, essendo dalla parte opposta, si incominciò ad avanzare le più varie supposizioni. Ricordo che un anziano signore, sicuramente un combattente della Grande Guerra, avanzò l’ipotesi che un così piccolo gruppo di soldati non poteva che essere venuto a chiedere un permesso per attraversare la Futa o per utilizzare la ferrovia. Certo nessuno, assistendo alla scena, con dodici soldati sdraiati per terra, ed una cittadinanza indifferente che si limitava ad attraversare la strada per non passargli troppo vicino, avrebbe potuto pensare che erano lì per imporre la resa di una città, una città che aveva offerto alla storia tanti esempi di fierezza e d’insubordinazione verso lo straniero, ma era proprio così. Arrivò da via Ricasoli, in bicicletta, un sergente dei paracadutisti; qualcuno gli fece cenno di fermarsi, ed egli si unì a noi, fu subissato di domande circa cosa stavano facendo, quali ordini avevano, quanti erano. Dopo aver ascoltato gli incitamenti a fare qualcosa resistere ai tedeschi e ad organizzarsi, il paracadutista disse seccamente: « Mah! Io in caserma non ci torno ». Inforcata la bicicletta si allontanò verso i viali. lo non sapevo cosa fare. Era evidente che adesso l’eventuale dimostrazione non si sarebbe fatta, e dopo aver ancora atteso, tornai in San Frediano.Comunicai al Fallaci e a quanti incontrai che erano arrivati i tedeschi. Il Fallaci mi disse di tornare la sera che forse ci sarebbero stati dei manifestini da distribuire.

Con il pensiero fisso al problema di mio fratello militare a Bolzano, rientrai a casa. E nel pomeriggio andai con mio padre a parlare con il Cecconi per conoscere le difficoltà che vi erano per tentare di raggiungere mio fratello a Bolzano. Constatata l’impossibilità di partire per Bolzano mio padre tornò in San Frediano e io andai a trovare Luciano in via della Pergola. Attesi che giungesse l’ora di chiusura del negozio e lo informai che il Fallaci voleva vederci. Il nostro trasferimento da via della Pergola a San Frediano avvenne attraverso una città irriconoscibile, in cui la maggioranza dei negozi del centro era chiusa, dopo il fermo per l’ora di pranzo molti non avevano neppure riaperto. Sulla città era calata una cappa di piombo. Pochissimi i passanti, in via Tornabuoni vedemmo un camion militare con sopra alcuni soldati tedeschi ed un giovane fascista di via Pisana, lui vide noi e noi vedemmo lui. Luciano esclamò: « a quello bisogna subito tirargli il collo »

Quando arrivammo al ponte alla Carraia qualcosa d portò in un mondo che non ci era abituale. Avevamo sentito parlare di guerra, di bombardamenti, di battaglie, avevamo visto tanti documentari cinematografici, ma mai ci eravamo trovati di fronte un carrarmato tedesco. Adesso invece era lì, ad indicare che la guerra ci aveva raggiunti. Restammo muti per un certo tempo e appena sul lungarno Soderini, come se il trovarsi nel nostro rione, nel nostro ambiente, ci avesse dato coraggio, ci dicemmo: « bello sarebbe farlo saltare in aria ». Ci appoggiammo alla spalletta vicino al Terrazzino e fantasticammo progetti al riguardo. Avevamo recuperato armi ma non esplosivi; avevamo delle

bombe a mano, ma erano le « balilla », buone solo a far rumore. E poi come potevamo arrivare fino al carrarmato? Vi erano sopra dei soldati armati di mitra ed uno di essi percorreva il ponte in tutta la sua lunghezza in un continuo andare e venire. « Certo — disse Luciano — se l’avessimo saputo che i carri arrivavano così vicino, ci saremmo potuti organizzare », Con il pensiero di cosa fare arrivammo dal Fallaci. Il Fallaci era li ma i volantini non erano stati portati. Una rabbia e un senso di impotenza ci avevano preso. Poi a me vennero in mente le scritte sui muri dei giorni della caduta di Mussolini. Fu un’idea che Luciano condivise subito. « Però — aggiunsi — con che cosa scriviamo? ». « Ma con la brace — replicò Luciano — e deve essere anche di quella grossa perché le scritte si devono vedere bene ». Il primo carbonaio non aveva brace grossa e pertanto andammo dal « Pípíno ». Pípíno, mentre ci dava la brace ci guardava accigliato e poi disse: « non mi sembra che faccia tanto freddo da dover accendere i braceri, non ne combinerete mica un’altra delle vostre, mettendomi ancora nei guai? ».. Evidentemente il suo pensiero era andato a qualche anno prima quando, io e altri ragazzi, compreso suo figlio, ci eravamo armati di palline di carbone, non ricordo come si chiamasse quel carbone industriale fatto A forma di palla, delle dimensioni di una pallina da ping-pong che se veniva sbattuto con forza in terra si polverízzava formando una nuvola nera, e trovammo un gran divertimento nel gettarle in tutti ìnegozi del rione. Creammo un pandemonio e appena i vari esercenti si coalizzarono ci rincorsero dietro fino al Prato dello Strozzino e per alcuni giorni dovemmo stare alla larga da San Frediano, Trattandosi di carbone e data la presenza del figlio di Pipino, non potendosi sfogare con noi, che ormai eravamo uccelli di bosco, avevano creduto giusto rifarsela con Pipino, il quale ebbe un bel da fare a convincere i negozianti arrabbiati che lui non c’entrava. Si sfogò a sua volta legnando di santa ragíone il figlio che divenne il nostro « martire ». Ci recammo in fretta a casa per la cena e ci ritrovammo subito dopo. Non era ancora buio, ma in previsione che fosse difficile attraversare il ponte, andammo subito verso il centro, e aspettammo sulle panchine di Piazza S. M. Novella che si facesse notte. La città era assolutamente deserta, i pochi viaggiatori che arrivavano alla stazione venivano informati dell’arrivo dei tedeschi e dirottati verso via dell’Albero, da dove proseguivano per strade secondarie. Passavano camion e camionette con soldati tedeschi a bordo,

Avevamo con noi un sacchetto con alcuni chili di brace e iniziammo l’opera: per prime facemmo via Panzani, piazza S. M. Maggiore e via dei Pecorí, e qui perdemmo molto tempo, perché era la strada dove passavano tutti i tram, e pertanto la più movimentata o, se vogliamo, la meno deserta. Continuammo per piazza dell’Olio e di lì in via Cerretani. Poi in via dei Pescioni, ero io che facevo da guida in quanto, come fattorino, ero ogni giorno in quelle zona che è sede di banche, della posta e dei telefoni. Fortunatamente era una notte molto buia e il completo oscuramento della città, sempre osservato con scrupolo, ma quella sera più del solito per non attirare l’attenzione dei tedeschi, ci rese più facile il lavoro che ci eravamo prefissi. Si trattava di scrivere con lettere di circa 20 centimetri perché volevamo che si leggessero bene e pertanto impiegammo molto tempo. Lasciavamo il sacchetto in un angolino di qualche saracinesca e, facendo finta di parlare tra noi, uno dei due scriveva sul muro, appena sentivamo dei rumori smettevamo di scrivere, e cominciavamo a discutere di sport. Fu quindi la volta di Piazza della Repubblica, la piazza che a Firenze era stata il centro politico per tanti anni, i famosi bar della piazza erano chiusi e andammo a scrivere vicino ad essi, ma non vi era molto spazio, perché le vetrinette e i cartelli pubblicitari occupavano i muri e dovemmo limitarci a scrivere a piccole lettere. Il desiderio di scrivere a grossi caratterí lo sfogammo nella parte dei loggiati. Come i fiorentini di quei tempi ricorderanno, i loggiati di Piazza della Repubblica erano stati chiusi con un grosso muro che doveva servire, in caso di bombardamento aereo, da paraschegge. Quei muri offrirono le superfici per enormi scritte: « ABBASSO I TEDESCHI »; « MORTE A HITLER »; « VIVA LA LIBERTA »; « VIVA L’ITALIA ». Finita con un certo orgoglio quella parte della piazza, avemmo un contrattempo: sapendo che da tutta la città ogni mattina i fattorini di ogni ditta importante venivano a ritirare la posta presso le caselle postali, suggerii di scrivere anche in via Pellicceria, sia sul solito paraschegge dei loggíati che proseguivano fino a Via Porta Rossa, sia all’interno; vicino all’ingresso principale del palazzo della posta. Dopo aver finito la parte esterna entrammo sotto la galleria. Qui il nostro sangue si raggelò e per la prima volta provammo una sensazione di sgomento e di paura. Il nostro sguardo spaziò su un intero plotone di tedeschi che erano abbivaccati con la testa appoggiata a quel muro, sulla cui parete esterna avevamo, appena un minuto prima, scritto morte a Hitler e ai tedeschi. Ci guardarono in faccia, e facendo gesti come ad indicare che non si poteva passare, girammo i tacchi, sotto lo sguardo assonnato di una sentinella appoggiata al portone semichiuso: « Mi raccomando — mi disse Luciano — cerca sempre di avere delle belle idee come questa, e ci ritroveremo appesi ad un albero ».

Passato il primo momento di paura, ci rendemmo conto che eravamo ancora in grado di scherzare. Avevamo superato bene la prova, potevamo continuare. E così facemmo, dopo aver coperto i muri di Piazza Strozzi ci venne voglia di scrivere sulla strada. Il tratto di Via Strozzi e di Via della Vigna Nuova era asfaltato a mattonelline, come il Lungarno Soderini sul quale eravamo abituati, da ragazzi, a disegnare con il gesso le piste per giocare al giro d’Italia, e sapevamo che ci si poteva scrivere agevolmente. Ci mettemmo all’opera, favoriti anche dal fatto che erano già le 23 o le 24. Ancora non erano stati affissi i manifesti che stabilivano il coprifuoco, ma passavano ugualmente solo delle motociclette e delle macchine tedesche che, con la città sprofondata nel più assoluto silenzio, sentivamo da molto lontano con tutto il tempo per rialzarci e nasconderci, per poi riprendere immediatamente dopo la frase.

Così, di scritta in scritta, sempre a grossi caratteri, raggiungemmo il ponte alla Carraia. Sul ponte c’era il carro armato con alcuni soldati tedeschi appoggiati. Era all’inizio del ponte, sulla parte destra, e noi decidemmo di dividerci, passando uno dalla parte dei tedeschi, e l’altro dalla parte opposta. Io, che conoscevo qualche parola di tedesco avendolo studiato alle scuole serali, per due anni, passai dalla parte del carro armato e Luciano, con in mano il sacchetto, ormai quasi vuoto, della brace, dalla parte opposta, pronto a gettarlo, se vedeva che mi fermavano, in Arno. Passammo senza alcun problema salvo qualcosa che i tedeschi mormorarono tra loro e che io non capii. Il fatto che fossimo due ragazzi, con i pantaloni corti, sicuramente influì sul disinteresse verso di noi dimostrato dai tedeschi sia alle poste che sul ponte alla Carraia.

Avevo attraversato il ponte e imboccato il lungarno diretto ad una fonte per togliermi la sete, ma Luciano mi bloccò: « Calma, non abbiamo mica finito il lavoro. Chi ti detto di lavarti le mani? Una scritta qui sul ponte ci vuole ». « Ma ci sono i tedeschi ed una sentinella che va avanti e indietro ». « Bene — replicò Luciano — anche noi adremo avanti e indietro ». Iniziammo l’opera ed a caratteri di almeno 40 centimetri scrivemmo: « MORTE AI TE DESCHI ». Per compilare la scritta dovemmo aspettare volte che la sentinella si allontanasse dall’inizio del ponte: Eravamo particolarmente soddisfatti di quella scritta tutti coloro che uscivano da S. Frediano avrebbero nota Eravamo sfiniti per la stanchezza esasperata dallo stato tensione che ci aveva accompagnato per tutte quelle ore. Avevamo appena bevuto alla fonte che, fatti pochi Da incontrammo il bianchissimo muro della Croce Rossa I liana, sulle cui facciate erano dipinte due enormi croci rosse per indicare agli aeroplani nemici, in caso di bombardamento, che vi era un ospedale. Luciano sulla parte sinistra ed io sulla parte destra del portone centrale, scrivemmo un grosso slogan, ed io, forse per la fretta, o forse perché fummo più volte interrotti dal movimento che si verificava s l’altra sponda, scrissi: « viva la libertà » con l’apostrofo Forse ero partito per scrivere viva l’Italia. Almeno questa fu la mia giustificazione il giorno dopo. Scrivemmo anche sulle tre facciate disponibili di Piazza Cestello.

Entrati in Borgo S. Frediano, prima di dividerci, ci abbracciammo forte, così come succedeva quando uno marcava un bel goal durante le partite di calcio che disputavamo in piazza. Eravamo veramente stati bravi. I tedeschi avevano ricevuto un primo avviso. Era stato il primo segno tangibile del movimento di opposizione all’invasore tedesco che Firenze avrebbe sviluppato per undici mesi.

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Aldo Fagioli in un ritratto del Pittore

Ottone Rosai

( … ) Siamo nello studio di Rosai quando Bruno Fanciullacci rientra dall’appuntamento con Cesare Massai. Sono circa le 19. « Ragazzi, mangiamo un boccone e dopo via di corsa perché stasera dobbiamo fare un lavoretto. Ci troviamo a Rífredi, al solito posto, dopo le 21. Fate attenzione a non farvi notare quando entrate in casa ». Ci ritroviamo nel nostro rifugio di via Mercati, manca Tebaldo Cambi e vi è in sua vece il compagno Antonio Ignesti del gruppo «A». Ignesti prende la parola e ci spiega brevemente che dal Comando Militare del C.T.L.N. ci hanno ordinato di uccidere una spia dei fascisti. L’azione è abbastanza semplice, ma dato che la persona è molto scaltra sarebbe impossibile raggiungere il suo appartamento in borghese e pertanto ci recheremo là vestiti da fascisti.

Iniziamo a vestirci. Io da milite, Luciano da sergente e Antonio da tenente. Bruno verrà in borghese portando sotto l’impermeabile il mitragliatore Sten. La spia avrebbe dovuto trovarsi in casa solo o al massimo con la moglie.

Raggiungiamo la casa dello spione, posta in via Pagnini al 4, relativamente vicina al nostro rifugio. L’appartamento era al piano terra, a sinistra. Avevamo concordato di far finta di giungere in quello stabile all’inseguimento di un « ipotetico » bandito che ci aveva sparato contro. Una volta raggiunto lo stabile Bruno sarebbe rimasto sul portone. Luciano e Antonio sarebbero entrati nell’appartamenio mentre io sarei rimasto sulla porta del medesimo. Inutile aggiungere che malgrado fossimo armati, io e Luciano, con i fucili mitragliatori Beretta, avremmo fatto fuoco solo con le nostre pistole che avevamo nella tasca del cappotto.

Le cose si svolsero come previsto e gridando: « prendetelo, prendetelo! » entrammo nello stabile e bussammo violentemente alla porta della spia. La porta ci fu aperta da due giovani che si qualificarono per ufficiali della milizia fascista. Il piano previsto in base alle informazioni che avevamo avuto andò all’aria. Dovemmo intervenire con la massima celerità ed aprimmo il fuoco contro i due che erano rimasti nell’ingresso e contro il nostro obbiettivo che si trovava già a riposare nella sua camera da letto. Mentre i due non riuscirono ad usare le loro pistole, l’altro, messo in allarme dagli spari, uscì dalla camera sparando e prendendo Luciano ad un braccio. Fu a sua volta raggiunto dai colpi sparati da Luciano e da Antonio. Afferrai il mitra di Luciano mentre Antonio lo sorreggeva da sotto un’ascella tutti e tre uscimmo dal portone dello stabile proprio mentre Bruno ingiungeva, con il mitra spianato, a due persone che erano sopraggiunte, di allontanarsi.

Malgrado l’oscurità lo sganciamento si presentava difficoltoso. Avremmo dovuto sparare un solo colpo, al massimo due, ed era nata invece una sparatoria che aveva sveglia tutto il rione. Come sempre, quando eravamo vestiti fascisti, correvamo il rischio di essere attaccati da due parti, dai fascisti che si fossero messi al nostro inseguimento, da qualche partigiano che poteva scambiarci per dei veri fascisti.

Raggiunta Via Vittorio entrammo nei campi. A Luciano avevamo subito chiesto se riusciva a muovere la mano. Ci riusciva, anche se con notevole dolore. Stava perdendo sangue ma per fortuna aveva la camiciola, la camicia, la giacca ed il paltò che facevano da tampone assorbendo la quasi totalità del sangue. La pallottola aveva colpito solo il muscolo del braccio, senza ledere grosse arterie od ossa.

Eravamo dei combattenti tanto poveri da non possedere neppure una lampadina tascabile e pertanto rientrare al rifugio attraverso i campi ci costò alcuni capitomboli, dato che non riuscivamo a vedere i numerosi avvallamenti del terreno. Per permettere a Luciano di riposarsi raggiungemmo via M. Mercati lentamente. Mentre eravamo appoggiati ad un muretto sentimmo i passi di una persona che si avvicinava. Decidemmo di stare immobili e di lasciarla passare sicuri che, data l’oscurità, non ci avrebbe visto. Attendevamo che ci sorpassasse quando costui, che evidente. mente aveva intravisto le nostre figure, accese una potente lampada tascabile che illuminò tutto il gruppo. Prese un notevole spavento per due ragioni. Prima perché vide che eravamo fascisti e poi perché si rese conto che eravamo anche coloro che abitavano l’appartamento vicino al suo. Chiese se doveva farci luce per raggiungere la strada che scorreva lungo il muretto. Dicemmo che non era necessarío e quello riprese il cammino. Avevamo tutti visto che era uno che ci conosceva. Era un ferroviere e vestiva sempre in divisa, come quella sera. Decidemmo che era necessario ucciderlo. Poi qualcuno di noi disse « ma è un ferroviere, è un proletario e noi non facciamo la guerra ai ferrovieri ». Un altro rispose, mentre gli camminavo dietro, « però ci sono anche i ferrovieri fascisti, quelli che non lo erano sono stati tutti buttati fuori dalle ferrovie ». Malgrado che stessimo ritornando da un’azione che ci aveva visto sparare contro un uomo e suo figlio uccidendo anche una terza persona, non eravamo privi di sentimenti e decidemmo di lasciar correre considerando che se era un fascista avrebbe appreso che noi eravamo dei falsi fascisti solo al mattino di poi, mentre se era dei nostri o neutrale non avrebbe fatto parola. Ci preoccupammo di seguirlo fino alla sua abitazione e mentre noi raggiungemmo il nostro rifugio per toglierci le montare da fascisti Bruno rimase a fare la guardia alla porta del pericoloso testimone.

Antonio dormiva in un altro appartamento, vicino a via M. Mercati e ci assicurò che la mattina avrebbe messo in movimentto il Partito per accertarsi delle idee del ferroviere. Noi di contro, mentre era certo che non avremmo dormito, ci ripromettemmo di lasciare l’appartamento ap- pena possibile. Alla ferita di Luciano si erano attaccati i vestiti e per spogliarlo fu necessario togliere le croste che si erano formate provocandogli ulteriori dolori. Più le ore passavano, più la ferita gli doleva. Non avevamo in casa niente, neppure lo spirito, e tanto meno qualcosa per alleviare il dolore. Riuscimmo, a scherzare su due cose: prima su come era stato possibile a quel proiettile non colpire le ossa; in effetti Luciano era magrissimo e a guardare le sua braccia sembrava che fossero formate di sole ossa, seconda sul fatto che avremmo dovuto fare un corso affrettato di medicina in quanto, da alcuni giorni, avevamo fatto un patto tra tutti i GAP. In caso di ferímento, di qualcuno di noi i suoi compagni avrebbero dovuto finirlo, se la ferita era tale da non poterlo trasportare. Era un patto molto duro, ma erano dure anche le condizioni in cui ci trovavamo ad operare. D’altra parte sapevamo che in caso di nostra cattura durante un’azione ci aspettava la morte preceduta da chi sà quali atroci torture. « Sai — dicevo a Luciano — quando ti ho visto ferito ho pensato che tu fossi in fin di vita e che pertanto avrei dovuto spararti un bel colpo in testa ». Al che Luciano, continuando lo scherzo, aggiungeva: « sì, va bene, però se ci dovessimo trovare nel caso, accertati prima se hai gli occhiali, perché senza non vedi neppure un prete in un pagliaio, figurati se vedi se un ferito è più o meno grave ».

Passammo la notte senza dormire. Il pensiero andava alla sera prima, a quella casa, ai suoi abitanti. A quella donna che mi era caduta ai piedi, solo svenuta perché a lei non avevamo sparato dopo aver emesso un urlo di terrore. Al mattino, parlando dell’azione, convenimmo che in avvenire ci saremmo fidati molto poco degli obbiettivi preparati da altri. Di buon mattino lasciammo l’appartamento. Io e Luciano diretti al rifugio di via della Chiesa e Bruno alla ricerca di un medico per Luciano.

Tutte le volte che entravamo nel nostro rifugio in via della Chiesa subivamo la stessa impressione, quella di entrare in un carcere. L’appartamento al n. 30 faceva parte di una vecchia e robusta costruzione ed aveva la caratteristica di avere tutte le stanze, sia quelle su via della Chiesa sia quelle sui due cortili interni, con delle grosse finestre alle quali erano state collocate, evidentemente da un proprietario timoroso, delle robuste inferriate (attualmente una delle due finestre che datino sulla strada è stata sostituita con un arco dal quale si accede al laboratorio di un artigiano del ferro). Praticamente come rifugio di partigiani clandestini era una trappola. Più volte ci eravamo chiesti come uscire da quella casa in caso di un attacco fascista, concludendo sempre che sarebbe stato quasi impossibile. Tenevamo comunque sempre tre o quattro dei nostri « bussolottí » pensando di far saltare, eventualmente, uno del muri che sulla parte interna davano sui cortili; sempre se ne avessimo avuto il tempo. Vi era anche qualcosa di positivo: primo, che era in una zona non soggetta ai bom bardamenti aerei, il che ci permetteva di rimanere nascosti durante gli allarmi; secondo, che essendo le nostre finestre sulla popolosa via della Chiesa, dove si affacciavano sia le botteghe degli artigiani sia i portoni con le « donne di San Frediano » a sedere sulla porta, intente a fare lavori in paglia o di ricamo, bastava tenere la finestra socchiusa e durante il giorno sapevamo, attraverso le conversazioni che si intrecciavano tra un gruppetto ed un altro, tutto quello che succedeva nella lunga strada. Praticamente, di giorno, avevamo chi faceva buona guardia per noi, infatti, appena qualche fascista entrava nella strada, i commenti arrivavano immediatamente ai nostri orecchi. La mattina passava con molta lentezza; Luciano per il dolore procuratogli dalla ferita non aveva dormito durante la notte, riuscì ad appisolarsi, mentre io diventavo sempre più nervoso constatando che le ore passavano e Bruno non arrivava. Arrivammo così alle prime ore del pomeriggio, senza aver mangiato niente perché in casa non avevamo nulla. Luciano tentennava la testa e dopo tanto sbottò in una esclamazione: « ma che razza di organizzazione è la nostra se un ferito deve aspettare 16 ore senza essere curato! Ma se la mia ferita fosse stata più grave sarei morto dissanguato da un pezzo ». Non potei che rispondergli che anch’io la pensavo come lui e che la conclusione non poteva essere che una: i gappisti facevano paura ai fascisti ma anche agli antifascisti, cra evidente, ed in seguito ne avemmo la precisa conferma, che stare vicino a noi era troppo pericoloso. Essere arrestati i nostra compagnia voleva dire la tortura e la morte sicura ed infatti, salvo qualche raro caso, non avemmo mai contatti con le altre organizzazioni della lotta clandestina.

Eravamo sicuramente arrabbiati quando arrivò Bruno. La famiglia di Bruno abitava nella strada accanto, in via S. Maria, e pertanto lui non veniva mai in quella zona. Capi la ragione del nostro malumore e da quel buon politico che era riuscì a rivoltare la frittata affermando che noi avevamo la solidarietà di tutto il movimento clandestino e che il fatto del nostro perpetuo isolamento era un preciso indirizzo del Partito il quale intendeva mantenere i nostri gruppi fuori dal pericolo di infiltrazioni nemiche. Sì, come parole erano belle, ma avevano le gambe corte. Infatti, Luciano, mentre addentava uno dei panini che Bruno ci aveva portato, chiese: « allora questo medico quando arriva? ». « Beh, vedi — rispose Bruno — per il momento non può visitarti però mi hanno dato questa puntura che tu dovrai fare quando sarai digiuno, e in un secondo tempo ti visiterà un medico. Dove ti faranno la puntura sanno anche fasciare i feriti e ti faranno una buona fasciatura ». Quella che aveva l’avevamo ricavata da un lenzuolo, nemmeno tanto pulito.

Vedi caso l’infermiera dove Luciano andò la sera era la moglie del « Marinaro » uno di noi, uno del gruppo di San Donato.

* * *

(…) Era il 20 giugno, verso le 16 dovevamo incontrare, io e Luciano, un compagno al ponte a S. Niccolò. Ci recammo all’appuntamento ed esaurito il breve colloquio, a cavallo delle nostre biciclette nuove, prendemmo il lungarno della Zecca diretti verso piazza S. Firenze. Pedalavamo lentamente parlando del più e del meno quando, da dietro il Torrione, spuntano davanti a noi tre militi fascisti, armati di fucile mitragliatore. Non eravamo armati, e non potemmo che tirare i freni e chiedere loro cosa volevano. Tirammo un sospiro di sollievo quando ci rendemmo conto che non eravamo noi l’obbiettivo dei fascisti, ma le nostre biciclette. In nome della repubblica di Salò essi requisivano le nostre biciclette rilasciandoci regolare ricevuta. Abbozzammo una qualche protesta ma fummo felici di essere invitati ad « allontanarci ». Con questi foglietti in mano, più divertiti che arrabbiati, ci avviammo, a piedi, verso piazza S. Firenze. Luciano ripeteva: « Mah! si vede che adesso in guerra anziché i cannoni servono le biciclette ».

Arrivammo nella piazza S. Firenze. Da alcuni giorni avevamo l’abitudine, cosa che io e Luciano non approvavamo, di riunirci a gruppi di due, tutti in una piazza. La piazza cambiava ma, praticamente i luoghi erano sempre i soliti: piazza Beccaria, piazza S. Firenze, piazza D’Azeglio, piazza S. Maria Novella, piazza S. Croce ed altre. Ad ogni riunione Chianesi parlava con due elementi di ogni gruppo e pertanto, essendo in quel periodo i gruppi circa dieci, nella piazza ci trovavamo sempre in una ventina di gappisti. Io e Luciano, anche perché ricoprivamo, dopo Chianesi, il grado più alto nella gerarchia dei gappisti fiorentini in attività in quel periodo, conoscevamo altri membri della nostra organizzazione ma non tutti. Quando arrivammo nella piazza vi si trovavano già i gappisti Giordano e Lucianone. Erano con le loro biciclette nuove fiammanti. Decidiamo, cosa che non avevamo mai fatto prima di quel giorno, di avvicinarli per mostrare loro le ricevute che i fascisti ci avevano rilasciato dopo averci requisito le biciclette. Il nostro arrivare nella piazza e l’avvicinare altri due giovani dando loro un foglio da leggere scatenò il meccanismo della trappola che i fascisti ci avevano teso in quella piazza. Da dietro l’edicola del giornale spuntarono un capitano ed un tenente della milizia fascista che avevano accanto a loro due persone in borghese. La loro azione di avvicinamento fu brusca ed uno di noi quattro la notò. Gli altri girarono lo sguardo spaziando per la piazza ed incontrarono diecine di militi; su tutti gli angoli delle strade che conducono alla piazza, si tratta di ben sette strade, vi era una pattuglia di militi. Eravamo circondati. I quattro fascisti ebbero dell’esitazione; i fatti successivi dimostrarono che avevano paura delle nostre armi, che per la verità non avevamo. La loro esitazione permise a noi quattro di spostarci, lentamente, senza scomporsi, verso l’angolo con via dei Gondi. Evidentemente le pattuglie che sorvegliavano gli accessi alla piazza avevano l’ordine di non intervenire senza un preciso comando da parte dei due ufficiali fascisti, e pertanto, quando Giordano e Lucianone saltarono sulle loro biciclette, con una rapidità da campioni del pedale, non intervenirono ed i nostri due compagni si allontanarono verso piazza Signoria. Io e Luciano, continuando a far finta di leggere assieme un articolo del giornale fascista che io avevo in mano, e che avevo aperto appena ci eravamo resi conto dell’agguato (il giornale aperto era un segnale dei GAP per indicare che c’erano i fascisti e che pertanto non dovevamo essere avvicinati e dovevano essere presi tutti gli accorgimenti del caso), lentamente ci spostammo verso l’angolo con via Condotta. Anziché parlare dell’articolo del giornale, come poteva apparire a chi ci stava osservando, io e Luciano esaminammo la situazione decidendo che a tenere il giornale aperto, perché quella era l’unica possibilità che avevamo di salvare gli altri compagni, sarei rimasto io, mentre Luciano avrebbe tentato di scappare attraverso via Condotta, una strada stretta e molto frequentata. Sulla decisione che sarei rimasto io influì prima di tutto che il giornale l’avevo tolto di tasca io ed il passarlo ad un altro poteva svelare il nostro segreto, poi la mia solita « giovane età », nonché il fatto, come avevo fatto osservare a Luciano, che i miei genitori « avevano altri figli ».

Una volta sull’angolo di via Condotta, Luciano, con un guizzo degno di un’anguilla, infilò la tortuosa strada e scomparve per una stradina laterale. Rimanevo lì solo, con quel giornale completamente spiegato, facendo finta di divertirmi leggendo un articolo che riempiva le pagine centrali, era un articolo che avevo già letto prima perché m’interessava,faceva parte di una serie di racconti di un noto sportivo fiorentino, del quale anche io ero tifoso. Peccato che l’articolo avesse per cappello « la camicia nera… racconta ». Mi portai nuovamente verso il centro della piazza, volevo che il mio giornale fosse visto da tutti i GAP che arrivavano.

Il mio pensiero era da ben altre parti, come documenti ero in regola, avevo la famosa carta d’identità rilasciatami dall’Ufficio Anagrafe distaccato presso la sede del fascio di San Frediano con tanto di bel timbro che attestava che ero nato nel 1929; inoltre, per quanto riguardava il documento di lavoro, avevo con me quella famosa cartolina « bianca » con la quale l’Ufficio del Lavoro mi invitava a presentarmi il 29 giugno, nove giorni dopo, per essere inviato al « lavoro volontario in Germania ». Avevo però anche, custodita nella tasca posteriore dei pantaloni, una carta d’identità del Comune di Pontassieve che, oltre a recare la mia fotografia in divisa da fascista, mi qualificava per Mario Pani, nato nel 1925, e giù altri dati falsi che conoscevo a memoria. Proprio quel giorno avrei dovuto consegnarla a Chianesi che l’avrebbe completata con gli altri timbri necessari e custodita fino al lunedì successivo, giorno concordato per tentare la liberazione della Tosca e delle altre detenute politiche.

Il mio stato d’animo il lettore lo comprenderà benissimo senza che sia necessario l’aiuto dei miei ricordi. Avevo il problema di quei documenti falsi e pensavo a come liberarmene. Erano passati circa quindici minuti. Io ero invecchiato di almeno due anni. Avevo però un carattere meraviglioso e riuscivo a controllarmi. Uno dei due borghesi avvicinò due tedeschi che stavano passando. Parlò con quei soldati. Ebbi l’impressione che egli fosse un loro superiore. I soldati tedeschi mi avvicinarono, mi chiesero i documenti. Quando avevo già estratto il portafoglio e mi accingevo a porgere la carta d’identità si avvicinarono anche i quattro fascisti, i due borghesi e i due ufficiali, il più anziano ringraziò i tedeschi usando la loro lingua e quelli si allontanarono. « Ah! Tu sei Aldo — sentenziò il borghese più anziano — bene, bene », e mi fece cenno di precederli verso il portone del Consorzio Agrario, sito in quella piazza al numero 3. Una volta nell’atrio del portone ordìnarono al portiere di lasciare la guardiola ed iniziarono un lungo interrogatorio che si protrasse per oltre due ore. Mi chiesero se ero armato, evidentemente dovevano essere a conoscenza del fatto che in Borgo Pinti e in via del Gelsomino, alla richiesta di esibire i documenti, i gappisti avevano estratto le loro pistole e forse per questa ragione mi avevano fatto fermare dai due soldati tedeschi. Risposi che mi meravigliava una simile domanda a me che ero un ragazzo. « La data che hai sulla carta d’identità è falsa — replicò il mio interlocutore — sarai del ’25 ». « Come falsa? Me l’ha fatta il Sig. Comparine, l’impiegato comunale presso la sede del fascio, figuriamoci se poteva sbagliare, mi ha visto nascere ». « Cosa hai consegnato a quei due andati via in bicicletta? ». « Come consegnato? — replicai — gli ho fatto solo vedere questa ricevuta » e mostrai la ricevuta che mi avevano fatto per il sequestro della bicicletta. « No, il biglietto che gli hai mostrato era un altro ». « No era proprio questo — incalzai con vigore — non ne ho altri ». Mentre il borghese anziano e i due ufficiali m’interrogavano l’altro stava sul portone a sorvegliare la piazza. « Chi erano quei due con la bicicletta? ». « Ma, chi sono non lo sò, li conosco di vista perché anche loro lavoravano alla Todd ». « Ah sì, e quello che è arrivato a piedi con te? ». « Beh, quello era un compagno di sventura, quando ci hanno requisito le biciclette eravamo una diecina e c’era anche lui. Dato che è di San Frediano ci siamo avviati assieme a piedi, lui andava a prendere il tram, io ero qui ad aspettare una figliola che lavora in piazza S. Croce e abita anche lei in S. Frediano ». « Come si chiama quel sanfredianino? » incalza il vecchio fascista. « Ma, come si chiama non lo sò, sapete in San Frediano ci conosciamo tutti di vista, e quello io non l’ho mai frequentato ». Più parlavano, più s’innervosivano. Le domande furono tante. « Quanti soldi hai in tasca? », mi chiesero. Era una domanda imbarazzante ma ritenni di dire la verità. « Ho con me 650 lire ». « Ah — s’infuria il fascista — un ragazzino! E tu saresti un ragazzino che va in giro con ben 650 lire ». « Sì, è vero che per me sono tante, ma dovete sapere che io ho uno zio a Milano, che non ha figli, mi fa spesso dei regali, la settimana scorsa sono andato a trovarlo per dirgli che andavo a lavorare in Germania e mi ha dato mille lire per comprarmi qualcosa da vestire ». « Che treno hai preso per andare a Milano? » « Non sono andato in treno, ma con un mio amico che fà camionista ». « Guarda, guarda — m’interrompe il fascist sempre più arrabbiato — e da quali città sei passato? » A quei tempi, pur conoscendo la geografia imparata a scuola, non ero certamente in grado di nominare le città che un camion avrebbe attraversato per andare da Firenze Milano. Mi salvai in extremis, « sapete, a causa dei bombardamenti abbiamo fatto la strada di notte, sia all’andata che al ritorno. Io sono solo andato dal mio amico al Ponte Rosso, lavora dal Brandini, sono montato sul camion ed egli mi ha portato fino da mio zio. La sera dopo è passato a riprendermi ». « Cosa fà tuo zio, e dove lavora? » mi chiedono. « Ma, mio zio è maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana ». « Allora è uno dei nostri » esclama il capitano fascista, ma il vecchio borghese incalza: « di quale legione è? ». « Non lo so — replico — è comandante della Stazione dei Carabinieri di Mandello del Lario, sa, dove c’è la fabbrica delle motociclette Guzzi ». « Senti, senti, è un carabiniere quello che tu chiami maresciallo della guardia repubblicana ». « Certo che lo chiamo così, non si chiama così adesso? ». « Vedo che leggi un giornale fascista, ma tu non sei iscritto al fascio ». « Io non m’intendo di politica, sto acquistando questo giornale per gli articoli del nostro campione nazionale del quale sono tifosissimo ». Io ero sfinito ma anche loro erano stanchi e infuriatissimi. Trovavo una risposta a ogni loro domanda, ostentavo una tranquillità che ai medesimi deve essere apparsa disarmante. Arriva un sottufficiale che parla con il capitano, pur facendo finta di non ascoltare, capisco che quello fà presente che la truppa spiegata nella piazza è stanca e deve rientrare in caserma per il rancio. Dal mio orologio, nuovo, che ho al polso vedo che sono le 18,15. E’ un’ora che mi tormentano con le loro domande. Il vecchio fascista, che ha seguito la conversazione, dice che la truppa può rientrare, aggiungendo « rimaniamo noi ad aspettare gli altri pesciolini, uno lo abbiamo già agguantato ». Anche il quarto fascista, l’altro in borghese, si unisce a noi. E’ il più velenoso. Io mi sento comunque sollevato dal colloquio che ho appena ascoltato,

* * *

Ne approfitto per dedurre che nessun altro gappista è caduto nella trappola, mi viene un brivido di terrore al pensiero di cosa sarebbe successo se quei fascisti a caccia di biciclette non mi avessero, fermato e rilasciato quella ricevuta, se il desíderio, di mostrarla a Lucianone e Giordano non ci avesse spinti ad infrangere le regole in uso nei nostri quotidiani appuntamenti, con la fortunata coincidenza di far scattare, anzitempo, la trappola che ci avevano teso. Pensando a ciò mi dimentico che nella trappola, se pur come volontario, ci sono o rimasto io. Il fascista che si è unito all’interrogatorio, è di ben altra pasta. Inizia subito affermando che io fino a quel momento ho raccontato solo un sacco di bugie. « Tu credi di essere tanto furbo — prosegue — credi di essere furbo anche il tuo comandante, « i’ babbo », tu io conosci bene, e anche Rocco faceva il furbo ma hanno vuotato il sacco. Se loro non ci avessero raccontato tutto non saremmo stati qui ad aspettarvi ». Non sono in grado di giudicare come avrò reagito quando ho sentito pronunciare da quel fascista i nomi « Babbo » e « Rocco »; ma penso di aver perso, almeno momentaneamente, la parola. fortunatamente era il fascista che continuava a parlare, più che a parlare ad urlare, « sai il tuo amico Rocco, con il coltello a serramanico che aveva in tasca gli abbiamo tagliato le palle ». Rocco aveva veramente, da buon meridionale, un coltello a serramaníco in tasca. « Te lo dico io chi sei te continuava il fascista — te tu sei quello che chiamano Aldo » e quello che era con te lo chiamano il « Topo ». Siete dei traditori che per soldi andate in giro a sparare contro le camice nere che sono i migliori figli d’Italia. Ma -adesso avete finito, vi abbiamo presi e quelli che non abbiamo presi stasera ci aiuterai te a trovarli ». Fa una piccola pausa.

Ne approfitto per aprir bocca. « Vedo che voi avete parlato di persone che io non conosco, non so chi siano. In quanto a sparare io non ho mai sparato in vita mia. Non ho mai neppure toccato un’arma. Mi fanno paura soltanto d vederle anche da lontano ».

« Tu non li conosci, ti rínfresco la memoria io, Rocco gli sta in via del Castello d’Alta Fronte. E ‘basso, magro, con un bel naso. Il « Babbo » gli stà più in là, è basso anche lui, però tarchiato con quella testa piena di patate tutta rasata, porta gli occhiali anche lui lui, ma i suoi sono grossi e neri. Quel bischero, un’ bastava d’essere già stato in carcere due anni fa, gli ha voluto continuare a rompere i coglioni ai fascisti. Ora si di spera, dice che ha famiglia e ha messo ni’ sacco anche te » « Allora ti vuoi decidere a dirci chi erano quei due con i quali hai parlato, dove abitano, chi sono gli altri delinquenti come te? ».

Mentre parlava io mi ero fatta la convinzione che Chianesi e Rocco fossero veramente in mano dei fascisti anche se non credevo che proprio loro avessero dato notizie del luogo e dell’ora dell’appuntamento. Comunque, era quasi chiaro che ero giunto anch’io alla fine del viaggio nei GAP. Questo nuovo fascista, in compenso, faceva, poche domande. Parlava sempre lui. Sapeva tutto lui. In, una pausa riuscii a dire: « Bè, io sono qui, di tutte codeste cose non ne sò niente, mettetemi a confronto con codesti signori, vedrete che non mi conoscono ». « Signori, quelli — replicano i fascisti — delinquenti sono; delinquenti come te ». Si mettono a parlare tra sè i due borghesi. Ascolto, perché loro vogliono farsi sentire, si dicono che anche se hanno acciuffato soltanto me è chiaro che tra noi GAP ci conosciamo, né è prova il fatto che io ho avvicinato quei due in bicicletta. Domani faranno cantare me e altri verranno acciuffati, ormai hanno gli, anelli di una catena che si sta smagliando. Io ho riferito solo le domande e le risposte delle quali mi ricordo bene, ma in quelle due ore, tanto durò l’interrogatorio, i due fascisti avevano fatto un quadro preciso della nostra organizzazione, avevano nominato quasi tutte le piazze che: frequentavamo noi. Si erano soffermati sulle caratteristi-, che di altri gappisti e le loro informazioni corrispondevano ad alcuni nuovi gappisti che mi venivano in mente via via che essi li rammentavano e che io conoscevo solo di vista. Sia io che Luciano avevamo sempre evitato di conoscere più di quanto era strettamente necessario ma i nuovi arrivati, anche per quell’aria di prossima liberazione che si sentiva in giro, si comportavano in maniera diversa. Non si diventa cospiratori in alcuni giorni e non lo si diventa mai se non si ha il carattere necessario.

Con un ordine secco, il fascista più vecchio, si rivolse al capitano invitandolo ad accompagnarmi alla caserma Cavari, in via della Scala, perché mi tenessero a disposizione, a sua disposizione. Mentre escono dal portone il fascista più giovane urla « delinquente » e sputa verso di me.

Nell’ultima parte dell’interrogatorio i due ufficiali erano rimasti muti. Vedo che hanno dei pensieri. « Andiamo », con un cenno della testa escono dal portone, il tenente mi tiene per una mano. Dopo aver fatto alcuni passi, in via Condotta, sento che lascia la sua presa. Andiamo avanti in silenzio. Sono cosciente di essere perduto ma mi preoccupo ugualmente di disfarmi della carta d’identità falsa che ho in tasca. Penso di aspettare ancora un poco e adesso che ho le mani libere le metto dietro la schiena. Ho una giacca con gli spacchi sui fianchi, spero di farcela a sfilare dalla tasca i documenti falsi e a lasciarli cadere in terra augurandomi che nessuno mi veda, sarebbe ben ironico essere raggiunto da un passante che cortesemente mi apostrofasse, « vede signore ha perso i suoi documenti ».

Parla il capitano: « Non stare nel mezzo, vieni dalla mia parte ». Mi sposto sul lato destro, ho già notato che hanno entrambi la pistola in una fondina di quelle con il bottone automatico, sono le più veloci ad aprirsi. Dovrò comunque tentare di scappare. Se mi andrà male morirò, se sarò ferito dovranno per forza portarmi in Ospedale. Eviterò comunque le torture. Mi basta far passare una diecina di giorni. Tanti quanti sono necessari perché arrivino gli alleati. Ma forse arriveranno anche prima, so per certo che sono alle porte di Siena. Questa che stiamo attraversando non è una zona per tentare la fuga, è piena di fascisti, da qualche giorno il centro della città è solo per loro, si godono Firenze per gli ultimi giorni. Adesso hanno inventato un nuovo divertimento, tagliando le cravatte a tutti i passanti che incontrano, a quei pochi che non possono dimostrare di essere fascisti e che sono costretti ad avventurarsi in centro. Sì, adesso recarsi nel centro della città, per un uomo, è veramente un’avventura pericolosa. Il capitano comincia a parlare: « Hai un bel dire Aldo, che tu non sei un ribelle ma quei due ti conoscono benissimo. Ormai vi conoscono tutti ». Parlava in maniera distaccata come se lui non fosse un fascista come gli altri due. Prosegue dicendomi che lui e il tenente erano ufficiali dell’escicito, che le loro famiglie erano nella zona dove ci sono gli americani, che erano stati costretti ad aderire al fascismo per dovere di Patria, che avevano creduto che il fascismo repubblicano fosse diverso. Che non approvavano più certi metodi, e le torture, e le fucilazioni. Io li ascoltavo in silenzio. Ero convinto che quelli fossero solo discorsi per farmi dire quello che non volevo dire. Che avevano bisogno di una mia contraddizione. Continuavo a pensare a dove avrei tentato la fuga. Il posto migliore era all’incrocio tra via della Spada e via del Moro, ci sono tante stradine strette e pochi passanti. Ho ormai abbandonato l’idea di disfarmi dei documenti falsi, debbo scappare. Con la fuga firmo la mia condanna se l’impresa non mi riesce. Non sono in pensiero per la mia famiglia, sono sicuro che Luciano li avrà già avvertiti, con il tempo che è passato saranno già in salvo.

Abbiamo iniziato adesso via Strozzi. Il capitano si ferma: « Aldo — mi dice fissandomi negli occhi — noi adesso ti lasciamo andare. Noi stasera non rientriamo in caserma. Ci nascondiamo e aspettiamo l’arrivo degli americani, è solo questione di pochi giorni. Noi ti facciamo un grosso servigio, se avremo bisogno di te siamo sicuri che ci restituirai il favore ». Continuiamo a camminare, adesso stanno parlando tra loro di valigie, di abiti e di oggetti personali. Io sono rimasto muto; penso però che le loro parole sono solo un tranello e tento di mettermi al riparo. « Io vi ringrazio di tutto cuore per il fatto che non mi portiate in caserma, anche per mia madre che poveretta soffre di cuore — ormai avevo imparato il ritornello — e se non mi vede ritornare avrà sicuramente un attacco, ma con la stessa franchezza che avete usato voi debbo ripetervi che io non sono affatto un ribelle, che non conosco quelle persone che hanno nominato gli altri due signori ». Siamo sull’angolo di via Tornabuoni con via della Spada. Si fermano, pronunciano le parole che aspettavo con trepidazione: « Aldo puoi andare, noi andiamo di qua » e accennano verso piazza Antinori. Sussurro « Grazie, grazie tante », attraverso la strada, credo di sognare, non può finire così bene. Allora dicevano la verità, mi vogliono salvare. Mi ‘sento chiamare. Mi fermo. Non mi giro subito, penso che era troppo bello per essere vero. Mi raggiungono, uno dei due mi porge un biglietto da visita: « Questo sono io, lui si chiama… e con una matita aggiunge il cognome dell’altro, quanto a te sappiamo benissimo chi sei ».

* * *

 A questo punto il Partito consiglia e ordina a Aldo di andare in montagna fra le sicure braccia dei Partigiani della Brigata “Sinigaglia” nasce così il compagno “Fagiolo”

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