Ferro

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Ferro

(11 gennaio 1945)

Galdino Pontoni nacque a Udine il 18 aprile 1915. Suo pa­dre faceva il contadino. Benché nell’ambito della famiglia non avesse ricevuto un’educazione politica, Galdino nutri sempre sentimenti antifascisti e rifiutò di prendere parte ai corsi premilitari che il fascismo organizzava per attirarvi i giovani fra i 16 e i 20 anni e prepararli alla guerra. Nel 1939 Galdino fu richiamato alle armi e assegnato alI’VIII alpini, di stanza a Osop­po. L’8 settembre 1943 Galdino lasciò Osoppo e fuggi a casa, a Udine, dove nuclei di resistenza erano già attivi il giorno 9 e dove erano particolarmente impegnati Mario Lizzero e Federico Vincenti. Nonostante il forte attaccamento che provava per la moglie, Bruna Frigo, e per i due figli, Giannantonio e Dina, Galdino lasciò subito la casa e si avviò verso Nimis e Spessa, nella zona collinare.
I tedeschi e i nazisti lo ricercarono. A casa di Galdino le visite e le perquisizioni si susseguivano con l’evidente scopo di intimidire la moglie e indurla a spiegare dove Galdino aveva il suo rifugio. I fascisti non si accontentavano delle visite domiciliari e andavano anche alla scuola di Orzano a cercare i due bambini e a volte presero a calci Giannantonio. Bruna, benché esasperata, si guardò bene dal rivelare che il marito operava con i distaccamenti della brigata Picelli.
Nel Friuli le unità partigiane affrontarono formazioni tede­sche e sostennero scontri di proporzioni superiori a quelli che ebbero luogo nelle altre parti d’Italia. La zona d’impiego fu, fino all’inverno 1944-45, quella tra il Tagliamento e L’Argi­no, a sud di Tolmezzo, e fino all’insurrezione nelle prealpi Giu­lie. Nel maggio 1944 era stato costituito il nuovo battaglione Matteotti, di cui era comandante Luigi Grion, detto Furore, e commissario politico Vittorio Cao, detto Biella (poi sosti­tuito da Bruno Mulling, detto Piero, verso i primi di agosto). Nel mese di agosto era stato costituito il battaglione Picelli.
La crescita numerica e qualitativa delle formazioni partigiane consegui dallo sviluppo della lotta politica, dal fatto che sempre piú chiaro apparve a larghe masse popolari non solo 1′ "ordine" del fascismo ma anche il fatale arroccamento del fa­scismo al fianco dell’alleato tedesco in una guerra catastrofica. Questo movimento per l’abbattimento del nazifascismo si ar­ricchisce di una gamma di motivazioni e articolazioni: le ri­vundicazioni operaie, la lotta per salvare le fabbriche dallo
smantellamento programmato dai nazisti, le lotte contadine con­tro l’ammasso dei prodotti agricoli, le azioni dei partigiani in montagna e dei gap nelle città. Ma a queste azioni conferiscono nerbo e vivacità le personalità di uomini le cui gesta divennero presto leggendarie.
Soffermiamoci brevemente sulla storia dell’uomo che co­mandò la divisione Picelli-Tagliamento, l’allora ventenne Grion, detto Furore. E’ una storia che ricorda molto quella di Potente, comandante della divisione Arno di Firenze. L’8 settembre 1943 Furore era imbarcato a bordo dell’incrociatore Taranto come marinaio scelto; la nave si autoaffondò e Furore si salvò a nuoto raggiungendo poi a piedi e con mezzi di fortuna il suo pae­se, Cormos. Due volte fu catturato dai tedeschi e fatto salire su un carro bestiame per essere deportato, ma era sempre riu­scito a scappare saltando dal treno. L’11 settembre entrò a far parte a Vipulzano di un nuovo battaglione composto da cin­quanta giovani, in parte italiani e in parte sloveni, che, coman­dati da un ex ufficiale triestino, piú tardi parteciparono a im­portanti azioni durante la battaglia di Gorizia; poi Furore passò a una formazione garibaldina e il 25 settembre gli venne affidato il comando di una squadra del I battaglione Garibaldi, diretto da Tribuno. Furore agi in montagna e in pianura e organizzò colpi di mano di gap, tra i quali quello contro il federale re­pubblichino Mario Gabai. In dicembre passò al battaglione Friu­li, dopo qualche tempo trasformato in brigata, e nel gennaio 1944, divenuto comandante di compagnia, guidò i suoi uomini in assalti temerari, compresi quelli ai municipi per distruggere gli archivi anagrafici e quindi impedire il richiamo alle armi dei giovani e la requisizione del bestiame. Nel maggio del 1944 Furore assunse il comando del battaglione Matteotti., che agiva in diversi comuni, e ai primi di agosto assunse il comando an­che della nuova brigata Picelli-Tagliamento, che nella difesa del­la ZI, del Friuli tenne un fronte di 25 chilometri; infine, Furo­re divenne comandante della divisione Picelli-Tagliamento.
Le azioni compiute dalle formazioni della Picelli-Tagliamen­to furono innumerevoli: a Osoppo irruppero il 2 aprile nella mensa degli ufficiali tedeschi; il 7 giugno disarmarono il pre­sidio di Flagogna; il 18 dello stesso mese attaccarono nuova­mente lo stesso presidio; fecero saltare un treno a Forgaria; di­strussero la centrale elettrica di Bordano; requisirono 700 litri di benzina; catturarono e passarono per le armi a Gemona tre nemici responsabili di atrocità; distrussero il ponte sul Tagliamento; attaccarono il 15 agosto a Gemona il presidio dei cosacchi bianchi uccidendone 150; eliminarono il presidio tedesco di Cornino; sostennero numerosi scontri infliggendo gravi perdite ai
tedeschi e ai fascisti. Durante queste imprese a Galdino Pontoni, per le sue provate doti di coraggio e di consapevole dedi­zione alla lotta di liberazione, venne affidato un difficile com­pito in pianura; per questo, Galdino era al corrente di preziosi dati, quali le dislocazioni delle forze, le ubicazioni delle basi di collegamento e i nomi degli informatori dei partigiani.
Nel mese di dicembre la Picelli-Tagliamento conduce forti azioni a Avasinis, a S. Tommaso e a S. Daniele, do­ve i tedeschi subiscono pesanti perdite. L’8 gennaio del 1945 i tedeschi decidono di mettere in atto un rastrel­lamento a tappeto nel paese di Osoppo.
Galdino, proprio fra il 7 e 1’8, è venuto a casa per una breve visita alla moglie e ai figli. Pare che una spia abbia informato del suo arrivo i tedeschi. Il rastrella­mento da parte dei nazisti e dei fascisti comincia di notte, con appostamenti alle abitazioni degli indizia­ti. All’alba, tedeschi e fascisti partono a ventaglio. La moglie di Galdino sente uno strano movimento e av­verte il marito, che prontamente scappa attraverso l’or­to, verso il torrente Malina. Gli uomini predisposti per la caccia a Pontoni sono da trenta a quaranta. La rete tesa intorno alla casa è fitta, perciò scoprono la sua fuga e incominciano subito la caccia all’uomo. Galdino, disar­mato, dopo una inutile corsa, viene catturato e mal­menato. Contemporaneamente sono catturati anche Ot­tavio Naldini, i fratelli Casma e altri.
I fascisti e i tedeschi, che agiscono di pieno accordo, integrandosi nelle funzioni, non soddisfatti di avere nel­le proprie mani Galdino, infieriscono ancora sulla mo­glie di lui recandosi con sistemi inquisitori e minac­ciosi a chiederle dov’è Galdino. E quando Bruna ri­sponde che non lo sa, i fascisti, abbandonandosi a sgangherate risate, le annunciano di averlo già catturato.
Le SS incominciano l’interrogatorio di Galdino Pon­toni con modi incalzanti e brutali proprio perché sanno che conosce molte cose della resistenza. Minacce, lusinghe, offerte di somme di denaro, violenze, sono di volta in volta usate, alternandosi anche gli inquisi­tori. Ma Galdino non parla. Accennano anche a possibili rappresaglie sulla famiglia, ma Galdino tiene duro. Non per niente i compagni l’avevano soprannominato Ferro. "Ammazzatemi pure," diceva, "purché non mi vedano mia moglie e i miei bambini." Ma proprio questa, inve­ce, è l’arma ricattatoria che i tedeschi vogliono usare. Nella giornata successiva all’arresto, Galdino viene sot­toposto a ben sette interrogatori. Ma Galdino è davvero di ferro e non parla. Durante le poche ore in cui non è sottoposto a interrogatori e torture, le sue forze sono concentrate nella volontà di resistere, di non tradire la fiducia dei compagni.
Durante un interrogatorio i fascisti lo percuotono con un pugno di ferro e minacciano di ucciderlo di bot­te. Le forze fisiche non lo sorreggono piú, ma la volontà diviene sempre piú ferma. Non cede.
I fascisti e i tedeschi si abbandonano ad ogni sorta di torture. Sono esasperati da tanta fermezza. Un giorno mettono in atto un altro feroce espediente: lo portano di fronte a una muta di cani e lo avvertono che se non parla i cani si avventeranno su di lui. Ferro oppone un altro diniego. Allora i fascisti aizzano i cani, che lo az­zannano straziandogli profondamente le carni. Ferro resiste ancora con stoicismo a tutte le torture. Tuttavia tedeschi e fascisti non vogliono ancora la sua morte, non per pietà, ma perché non vogliono che porti nella tomba le informazioni preziose di cui è a conoscenza. A que­sto punto i fascisti organizzano l’ultima messa in scena.
Galdino è trascinato, in condizioni da non poter quasi essere riconosciuto, nella piazza del paese. I fascisti invi­tano anche la popolazione e vi conducono pure la moglie e i bambini. E’ il 10 di gennaio; una giornata grigia e gelida. A Orzano l’inverno è sempre rigido, ma quel gennaio del 1945 è particolarmente freddo.
La piazza del paese è quasi rettangolare. Uno dei la­ti minori è delimitato dalla strada che a sud va verso Udine, che dista 7 chilometri, e a nord verso Reman­zecco e Cividale, al centro dello stesso lato c’è la casa del podestà e sull’altro lato c’è una fila di alberi. Con una corda al collo Galdino viene trascinato in piaz­za. Lungo il tragitto, poiché non si tiene in piedi, gli gettano un secchio d’acqua. Per costringerlo a cam­minare gli aizzano ancora i cani, che lo azzannano e gli procurano atroci dolori. Trascinato sotto l’albero lo co­stringono a salire sul tavolo, poi gli passano il collo entro il cappio di una corda appesa all’albero adibito a forca.
Davanti a Galdino ci sono la moglie, i bambini, e la popolazione atterrita dalla truce scena.
"Vuoi parlare ora?" gli dicono i fascisti. "Se non ci dici quello che sai, t’impicchiamo."
Un leggero nevischio comincia a cadere. Il campanile della chiesa non si vede piú e pure le case perdono i con­torni. I fascisti e i tedeschi e il candidato all’impicca­gione sembrano figure irreali, che emergono dalla neb­bia. Ma Ferro non parla. Nel silenzio assoluto un te­desco tira la corda e Galdino viene sollevato. La gente piange e urla. La moglie di Galdino, disperata, invoca il marito a parlare. Il tedesco allenta la corda e il prigio­niero posa di nuovo i piedi sul tavolo.
I fascisti incominciano a pentirsi di avere invitato la popolazione ad assistere alla scena, visto l’esito, tanto piú che Galdino oppone ancora un rifiuto agli inviti fa­scisti. Il fascista solleva ancora il prigioniero tirando la corda.
Fra urla feroci e blandizie la macabra operazione viene ripetuta per tre volte. E per tre volte Galdino si dimostra pronto a morire, anche di fronte ai suoi cari.
La popolazione è terrorizzata. Stima Galdino e vor­rebbe salvarlo, ma nessuno prende un’iniziativa per intervenire. Constatata l’impossibilità di piegare Pontoni e ottenere qualche notizia utile, i tedeschi decidonodi portare il prigioniero a Cividale, insieme ad altri pri­gionieri.
"Cividale è distante 8 chilometri," racconta la moglie. "Galdino e gli altri vengono costretti a salire su un camion scoperto. Lo scortano fascisti e tedeschi. An­che se non potrò essergli di aiuto non voglio abbando­narlo. Lascio i bambini in custodia alle suore e lo se­guo con la bicicletta. In certi tratti perdo il contatto, poi raggiungo di nuovo il camion, perché agli incroci stradali deve fermarsi, a causa del transito di altri auto­mezzi militari.
"Trascorsi tutta la notte nei pressi della caserma sen­za vederlo. Al mattino incontro un tedesco ed alla mia richiesta di notizie mi fa capire che Galdino è già stato fucilato. Sono disperata, ma devo pensare ai bambini e trovo la forza di tornare da loro, in bicicletta. A Orza­no trovo i miei familiari, le suore e la popolazione che cercano di confortarmi. La gente impreca contro i fa­scisti e i tedeschi."
Ma Galdino non è morto. In caserma continuano ad interrogarlo. I tedeschi vogliono sapere dov’è il coman­do dei partigiani. Ferro resiste ancora. Verso la sera dell’11 gennaio del 1945 i tedeschi decidono di farla fi­nita. Galdino Pontoni insieme ad altri nove prigionieri è un’altra volta caricato su un camion e portato via. Galdino, sfinito, provato dalle ferite, dal trauma ner­voso della farsa dell’impiccagione e sconvolto dalla vi­sione disperata della moglie e dei bambini, nota che li conducono in collina. Poi, arrivati alla filanda Rubinia­co, una fabbrica abbandonata, l’automezzo si ferma. Coi mitra puntati i prigionieri sono invitati a scendere. Cade la notte e nell’ombra i prigionieri si accorgono di essere vicini ad una grande fossa. Vi sono altri militari delle SS. In tutto circa venticinque uomini. Ormai è, chiaro di che si tratta. Anche Galdino è rassegnato.
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"Quando vide il plotone di esecuzione
Galdino pensò a me e ai ragazzi e chiuse gli occhi inattesa dei colpi. Una gragnola di proiettili delle raffiche delle armi automatiche lo colpi. Colpito da ben venti­sette proiettili alle gambe, alle braccia, agli orecchi e alla spalla, cadde. Altri corpi stramazzarono e gli cad­dero addosso. Effettuata l’esecuzione sommaria il co­mandante del plotone si avvicinò e sparò su ogni corpo il colpo di grazia. Dalle molte ferite perse sangue e per un po’ di tempo perse la conoscenza. Per qualche ora Galdino rimase in quelle condizioni." Cosí racconta la moglie, Bruna Frigo Pontoni.
"Piú tardi i fascisti decidono di seppellire i morti al cimitero," racconta ancora la moglie. "I cadaveri dei partigiani uccisi vengono raccolti e ammonticchiati su un carro agricolo e trasportati, sotto buona scorta, al cimitero, dove trascorreranno la notte. Ma Galdino, benché gravemente ferito e in preda ad atroci dolori, è ancora vivo. Durante la notte è preso da una crisi di incoscienza e di disperazione, ma poi riesce a distri­carsi da un raccapricciante intreccio di gambe e di brac­cia ormai rigide, impastate di sangue ormai coagulato. Con sforzi sovrumani, sorretto dal miraggio di tornare alla vita, riesce a districarsi e ad allontanarsi da quel lugubre luogo.
"Per oltre un chilometro e mezzo, in quattro ore, Galdino si trascina, finché riesce a raggiungere a Botte­nicco una famiglia che conosceva. Qui riceve qualche aiuto, ma Galdino non si fida troppo e quindi riprende a trascinarsi avanti, fin nei pressi di un posto avanzato partigiano, dove cade privo di conoscenza, quasi mo­rente."
Qui lo rinvengono gli uomini di una pattuglia del III comando polizia partigiana, comandata da Walter. I compagni lo raccolgono e lo assistono.
Al mattino seguente, di buon’ora, il custode del cimi­tero, che aveva preso in consegna il macabro carico, pur contando e ricontando, constata che di salme ce ne so­no soltanto nove. I tedeschi, avuta notizia della miste­riosa sparizione, intuiscono che non la salma di Pon­toni è scomparsa, ma Galdino Pontoni stesso. Quindi danno l’allarme e infuriati scatenano di nuovo la cac­cia a Ferro. Nuovi rastrellamenti sono organizzati ed altri cittadini vengono catturati. Per due giorni il pae­se rimane in stato di assedio. I fascisti tornano anche dalla moglie di Galdino. Ma la moglie crede si tratti di un altro atroce scherno, perché è convinta che Galdino sia morto. Dopo tre giorni un uomo si presenta da Bru­na e le dice che Galdino è vivo. La donna non vuol cre­dere, non vuole abbandonarsi alla speranza, ma l’uomo le mostra un biglietto del marito.
Intanto Galdino è curato dai partigiani. Hanno chia­mato un medico amico, il professor Piero Faedis, il quale gli estrae le pallottole rimaste ancora nella carne. Dopo quindici giorni Galdino sta meglio e si avvicina alla casa paterna. Nel campo il padre Celestino lavora alle viti. Il vecchio padre si vede davanti un uomo tutto fasciato alla testa, come un mostro. Dapprima neppure lo riconosce. La moglie lo vedrà dopo molto tempo.
Ferro, dopo qualche mese ritorna nella formazione partigiana in montagna.
La formazione partigiana in cui è inquadrato Ferro, la Picelli-Tagliamento, della Garibaldi, partecipa ad al­tre numerose ed aspre battaglie nel corso delle quali vengono catturati molti membri delle SS, compreso il tenente comandante la squadra che aveva torturato e "giustiziato" Galdino. I comandanti partigiani vogliono che sia Ferro a decidere cosa fargli, ma questi, magnanimo e superiore fino alla fine, rinuncia a vendicarsi sugli squallidi sgherri.
Tedeschi e fascisti continueranno a compiere stragi e razzie in tutto il Friuli. La formazione P’icelli-Tagliamento. costituita in divisione come la Natisone, come la gap Friuli, la Carnia Augusto Nassivera, la sud Arzi­no, Fratelli Roiati, e altre formazioni, verrà guidata da Furore in tante altre azioni vittoriose.
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  1. pontoni paolo

    mi lascia stuputo, che a nessuno sia venuto in mente di dare una medaglia d’oro al valore militare a galdino pontoni…. il nipote.

  2. Io direi che dobbiamo essere fieri del nostro amato e sconosciuto nonno!!!!
    la nipote Donatella

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