Il Quarantatre

Il Quarantatré
(20 giugno 1944)
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Carlo Suzzi nacque il 15 luglio 1926 a Busto Arsizio. Suo padre, Aurelio, era meccanico in una trafileria e ben presto Carlo divenne meccanico alla fonderia dei forni Pensotti, dove ebbe i primi contatti con le forze antifasciste e prese parte agli scioperi. In quegli scioperi ebbe parte attiva: distribuí manife­stini e collocò bombe per sabotare la produzione tedesca. 1 re­pubblichini lo cercarono a casa, devastarono la sua abitazione e catturarono suo padre deportandolo in Germania.

Carlo combatteva fin dal dicembre del 1943 nelle forma­zioni partigiane della Valdossola. Qui, come in Valsesia, Valgrande e Val Pogallo, la lotta tra le formazioni partigiane e le truppe tedesche raggiunse un’ampiezza e una cruenza tali da co­stituire un vero e proprio fronte che interessava le zone del Ver­bano, Intra e Cannobbio. In queste valli operavano la divisione garibaldina Valdossola e le brigate Battisti e Giovane Italia. Le formazioni partigiane, rese esperte da lunghi mesi di guerri­glia, moralmente sostenute dai recenti scioperi e dai successi degli alleati che avevano sfondato la Linea Gustav ed erano ar­rivati a Roma con il concorso di reparti italiani, avevano porta­to a termine brillanti attacchi contro le unità e le vie di comu­nicazione tedesche, compresa la via del Sempione. Il comando tedesco era tuttavia deciso a stroncare quell’attività: nel giugno del 1944 due divisioni SS costituite da Alpenjáger, Mongoli, SS italiane con battaglioni della guardia repubblichina di Salò, per un complesso di oltre 15.000 uomini fiancheggiati da mezzi au­toblindati, artiglierie pesanti e tre stukas diressero il loro at­tacco principalmente contro la Valgrande.
La ritirata della Valgrande costituí uno dei momenti piú critici e drammatici della guerra partigiana. Le unità tedesche avevano investito tutte le unità partigiane comandate da Ciro Moscatelli spezzandole e isolandole, costringendole, talvolta, a disperate resistenze, senza cibo e con poche munizioni. Anche in quelle circostanze il comando partigiano operò saggiamente; non intraprese una ritirata disordinata, anzi contrattaccò intelli­gentemente senza accettare una battaglia frontale nella quale la superiorità numerica e di fuoco dei tedeschi avrebbe inesora­bilmente prevalso. Carlo era pronto a fare la sua parte anche quella volta.

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SS italiane
La giornata del 17 giugno era stata dura e densa di cruenti scontri perché i tedeschi avevano dispiegata tut­ta la loro azione di rastrellamento. Gli uomini rimasti con Mario in Val Pogallo avevano raggiunto l’Alpe di Terza e col favore delle prime tenebre avevano potuto superare una bocca non ancora occupata dai tedeschi. Durante la marcia notturna i partigiani subirono duri colpi: alcuni precipitarono nei burroni, altri inviati in ispezione non avevano fatto ritorno. La colonna di Mario avanzò a tentoni sotto la pioggia, smarrendo tal­volta i sentieri. Ovunque trovò segni del passaggio del nemico; baite incendiate, assenza di civili costretti a fuggire.
Come gli altri partigiani superstiti Carlo si era cibato con carne cruda di capra. Molti uomini si erano rifu­giati fra le rocce. Anche sulla costa occidentale delle montagne del Verbano in cui operavano le formazioni Battisti e Giovane Italia e nella quale combatteva Carlo Suzzi si sviluppò violenta l’azione tedesca.
I partigiani non attesero passivamente l’iniziativa. De­cisero di attaccare i primi reparti dei nazisti. La mattina del 16 attaccarono gli automezzi infliggendo sensibili perdite al nemico, che reagí muovendosi a mezza costa e in cresta lungo il Vadà, dove un gruppo di 25 parti­giani oppose strenua resistenza ma venne costretto dal fuoco dei mortai a ripiegare con gravi perdite. Sulla Marona aveva resistito un gruppo della Battisti. Poco lontano i partigiani della Valgrande e Mario Flain della X brigata Garibaldi resistettero fino all’esaurimento delle munizioni; poi, per non cadere nelle mani dei te­deschi, si erano abbracciati e gettati nel burrone.
Anche Carlo aveva resistito con un gruppo di animosi nel tentativo di rompere l’accerchiamento, passare la Val del Sale e attraversare la strada verso il confine svizzero. Con la sua corporatura tarchiata, con le sue forti braccia allenate alla fatica Carlo si era prodigato con foga. Nel furore dei combattimenti fu un animatore della resistenza. I primi trenta partigiani riuscirono ad aprirsi un varco. Passarono anche il capitano Mario ed il tenente Rizzato.
Il gruppo di Carlo non vi riuscí. Erano arrivate le autoblindo tedesche, perciò il rapporto di forze era sfavorevole ai partigiani. Tentarono di riguadagnare Valgrande, ma non ce la fecero. Erano sessanta parti­giani circa, con cinquanta prigionieri fascisti. Quei pri­gionieri li avevano fatti durante l’assalto alla caserma dei fascisti, a Fondotoce il 1° maggio, condotto con poche bombe a mano. Li avevano catturati tutti, insieme ad un ingente bottino di armi, mitragliatori, mitraglia­trici, bombe. I partigiani avevano avuto soltanto due o tre feriti e i fascisti tre morti. Durante quasi due mesi dalla cattura ai fascisti non avevano fatto alcuna violenza; anzi, i partigiani subivano la fatica di ac­cudire a quel bottino umano sorvegliandolo e nutrendolo, mentre i fascisti non facevano nulla. E neanche in quella pericolosa contingenza li avevano soppressi, osservando il principio del rispetto dei prigionieri.
Intanto i tedeschi continuavano a tallonarli. I par­tigiani marciarono a fil di cresta, a duemila metri di al­tezza, verso la cima Aurasca tra Fimero e Cannobbio. Grossi banchi di nebbia andavano incontro a quegli uo­mini soli. La pioggia cadeva fitta ed incominciarono a scendere anche fiocchi di neve. Il gruppo di Carlo in­travide la cima; bisognava soltanto superare un lastrone fortemente inclinato, assai difficile da oltrepas­sare perché non offriva appigli. Un gruppo di dieci uo­mini avanzò per primo. Erano arrivati a metà. Altri dieci li seguirono. Erano quasi a termine della mano­vra. Improvvisamente, sulla cima spuntarono i tede­schi; con fitte raffiche i nazisti investirono quei grap­poli umani.
Non fu possibile tornare indietro, né resistere ancora. braccati dai tedeschi i partigiani si ritirarono so­pra un terrazzo sporgente su un precipizio. Riparati dietro a dei massi resisterono ancora quasi due ore. I proiettili, quando non si conficcavano nei tronchi degli Alberi, battevano sui lastroni scheggiandoli. Non era un film western, di quelli che piacevano a Carlo, ma uno scontro reale. Un vento violento, sibilante, spazzò ra­pidamente le nubi ed il cielo divenne terso. Neanche il clima e l’atmosfera furono piú propizi per i partigia­ni. Restarono scoperti, le loro figure si stagliavano sul­l’orizzonte e anche i tedeschi che avevano alle spalle po­tevano scorgerli e prenderli facilmente di mira. Col cuore stretto come in una morsa, l’orgoglio ferito che li rodeva dentro e con le membra rotte o rattrappite i partigiani dovettero arrendersi. Istintivamente alzarono le braccia. Si tenevano male in piedi per la stanchezza e l’asperità del terreno. Anche Carlo era esausto ed or­mai incapace di usare il suo step. Alcuni feriti geme­vano, ma ai loro lamenti posero presto fine i tedeschi sparando loro addosso. Il vento soffiava sempre piú gelido. Al suo sibilo si univano i pianti degli uomini e le urla dei tedeschi.
Quegli uomini dall’animo deciso che avevano supe­rato con forza di volontà tante asperità, che avevano creduto necessario creare quell’esercito civile per la li­bertà, furono piegati, vinti. In fondo alle valli maestose i partigiani vedevano i centri abitati, le fabbriche. Piú vicine, intorno, le falde di altri monti dove, coperte dalla folta e scura vegetazione, si svolgevano altre pic­cole battaglie; anch’esse rientravano nella massiccia operazione che i tedeschi avevano voluto condurre con abbondanza di mezzi e con l’aiuto dei fascisti.
Li riunirono tutti insieme. Dovettero togliersi le scarpe e consegnare i portafogli. Tutti i documenti fu­rono stracciati. Un gruppo di SS si accani con Pedro per­ché aveva la barba: "Tu capo banditi, tu capo ribelli" e gli tirarono il pizzo. Pedro tentò di farsi rispettare. Un tedesco si fece avanti piú spavaldo degli altri e voleva buttarlo vivo nel burrone. I suoi camerati esplosero in una risata sguaiata, inumana. Un ufficiale grasso e gros­so, bestiale, col naso ritto ed i denti in fuori volle met­tere fine al giuoco sparando alla tempia di Pedro. E Pe­dro scomparve nel vuoto. Aveva 29 anni. Si chiamava Samorato.
I tedeschi erano quasi tutti prussíaní e cacciatori delle Alpi; alti, biondi ma coi volti scuri, forse per il sole, e con la barba. Indossavano la divisa mimetizzata, con nastri di proiettili a tracolla. Portarono i partigiani a Malasco, nell’asilo. Un luogo creato per la ricreazione dei bambini era stato trasformato in luogo di tortura. A Carlo vennero in mente i giuochi che facevano da ragazzi. Ed anche i tedeschi compivano la loro opera come fosse un giuoco. Per quattro ore costrinsero i par­tigiani a stare con le mani in alto. Chi sentiva il biso­gno di abbassarle perché la circolazione del sangue era impedita riceveva una bastonata. I tedeschi ridevano co­me ad un giuoco. Poi ad uno ad uno interrogarono tut­ti: le generalità, il numero dei partigiani della formazio­ne, le armi in dotazione, ecc. Nessuno perse la testa, ma i tedeschi si accorsero che mentivano.
A Carlo fecero togliere la maglia e gli dettero trenta nerbate. Alla fine aveva la schiena striata come una zebra. Poi gli altri subirono lo stesso trattamento. In­tanto i fascisti furono invitati dai tedeschi ad assistere a questo primo spettacolo e i partigiani furono tutti rinchiusi in una stanza. Quanti erano? Non aveva im­portanza. Nessuno aveva voglia di fare delle somme. Era­no digiuni da diversi giorni, stanchi. Il mattino del 19 giugno secondo interrogatorio, ma con gli stessi risultati negativi per i tedeschi. Allora i nazisti prov­videro immediatamente a trovare gli attrezzi per alle­stire una rudimentale camera di tortura.
"Ci portarono tutti in cantina," racconta Carlo. "Una stanza di sei metri per cinque circa, bassa, umida, oscura che prendeva appena luce da un finestrino largo e basso con le inferriate. Al centro c’era una lanterna.
Da un lato una caldaia di acqua ghiacciata e dall’altro una di acqua bollente ove immergevano a capriccio qualcuno di noi, per altri il supplizio inflitto era mag­giore. Gli fissavano le mani con i morsetti su un tavo­laccio. Poi gli conficcavano degli uncini legati a strisce di cuoio alla base delle unghie. E tiravano, lentamente, sino a strapparle.
"Le grida che i torturati emettevano ferivano come punte di pugnali. Non si poteva resistere. Io fui l’ul­timo del turno e fortunato. Mi toccò l’acqua gelata. Mi immersero due o tre volte. C’era sangue ovunque, co­me se avessero sgozzato dei capretti. Subii anche il confronto con un prigioniero fascista che aveva tentato di scapparmi. Io lo avevo rincorso e battuto col calcio del mitra, ma non gli avevo sparato. Durante il con­fronto egli disse che lo avevo maltrattato e colpito. Mi tolse con violenza la maglietta e mi fece fustigare e in­ginocchiare. Sulla soglia della stanza comparve, come una figura spettrale, il tenente Rizzato, tutto pesto e tumefatto in viso. Ma si capiva che aveva subito atroci torture anche nel corpo. Era tenente degli alpini, geno­vese, giovane, forte. Aveva un carattere nobile. Un militare severo ma gentile.
"Lo avevano preso sul confine. Chi sa cosa gli ave­vano fatto. Con lui c’era anche Scalabrino, un mio vecchio amico di Busto. Il suo braccio destro stava al suo posto unicamente perché era legato al corpo con una cinghia per calzoni. La mascella destra ciondolava per un colpo del calcio del moschetto. Ma Scalabrino non riusciva a stare in piedi. Poi seppi che gli avevano ta­gliato i tendini dei garetti. Eppure, con l’unica mano che poteva usare, quando gli offrirono da mangiare lanciò un piatto in faccia ad un ufficiale tedesco. Poi lo uccisero. Era un giovane biondo, ex carabiniere.
"In cantina i tedeschi fecero una selezione anche fra i fascisti che tenevano prigionieri. Il Podestà di Brusa disse che i partigiani li avevano trattati umanamente. I tedeschi tirarono anche su di lui. Neanche la notte gli interrogatori e le torture ebbero una pausa. Tutti era­vamo al limite delle forze fisiche e psichiche. All’una di notte un altro partigiano esalò l’ultimo respiro. Non so chi fosse, ma molti di noi lo invidiarono.
"Fu ancora giorno: era il 20 giugno. I tedeschi ir­ruppero nella cantina e mostrarono particolare volontà e decisione. Era evidente che avevano preso una decisio­ne sulla nostra sorte. Ci fecero firmare una dichiarazio­ne in lingua tedesca. Noi ne ignoravamo il contenuto. Poi subito la partenza. Fummo fatti salire e rinchiusi in un grande camion, interamente ricoperto da grossi teloni. Fra i tedeschi di scorta c’erano dei tipi nuovi. Avevano pantaloni lunghi e neri con bande, berrettino a visiera, cintura, camicia caki, mostrine che non cono­scevo e una borsa per la carta geografica. Le facce di alcuni erano apparentemente serene. Occhi tondi, al­cuni con gli occhiali, erano calmi, perché non avevano preso parte ai combattimenti, e quindi si accingevano a sistemarci con calcolata freddezza.
"La debolezza aveva attutito la nostra sensibilità, perciò non sentivamo piú la fame. La sete invece conti­nuava a roderci. Ammassati nel camion, che l’autista conduceva senza riguardo, ci sentivamo barullati come bestie condotte al macello. Verso mezzogiorno giun­gemmo a Intra. Ci condussero proprio nel centro, da­vanti alla grande Villa Caramura, prospiciente lo spec­chio d’acqua del Lago Maggiore.
"Sul posto era pronto il plotone di esecuzione. Sem­brava non volessero perder tempo. Ci fecero allineare sul lungolago del parco Cavallotti, con le spalle rivolte alle armi automatiche. Era incredibile come tutto fosse calmo. Le armi furono puntate, scattarono le sicure. Considerai iniziata l’esecuzione. Ma improvvisamente un tedesco urlò dalla villa Caramura e ne discese le scale. Scambiò alcune parole con l’ufficiale che comandava il plotone. Le armi furono abbassate e rinacque in noi qualche speranza, ma i tedeschi avevano interrotto l’ese­cuzione soltanto per perfezionare la messa in scena e sfogare tutto il loro sadismo; dalla scala della villa sce­sero altri tedeschi, spingendo avanti a loro una donna ed altri due prigionieri. Con un enorme cartello, in let­tere accuratamente stampate. Avevano voluto completare il numero quarantatré, quanti erano i fascisti che avevamo fatto prigionieri nella caserma di Fondotoce. E là, appunto, avevano deciso di condurci.
"Nel cartello c’era scritto:
‘Sono questi i liberatori d’Italia, oppure sono i banditi?’
"La trovata deve essere stata di qualche fascista, for­se di quelli della Muti, che si erano sempre dimostrati piú feroci perfino dei tedeschi. Ci fecero mettere tutti in fila, tre per tre, come scolari, e ci costrinsero a marciare. Lo scopo era di prolungare la nostra soffe­renza. Dovevamo camminare alcuni chilometri e dare spettacolo.
"Veramente non avevamo l’aspetto di liberatori e di combattenti. Eravamo quasi tutti vestiti di laceri abí­i i civili, e qualcuno con vecchie divise italiane e inglesi. I capi migliori ci erano stati tolti dai tedeschi; magliette, camicie e pantaloni. Avevamo la barba lunga, a fatica tenevamo gli occhi aperti e ci tenevamo in piedi.
"Per la via non incontravamo quasi nessuno perché 1a gente era terrorizzata. Ma chi sa quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre e dai boschi. Sul ponte Cobianchi ci fecero montare su un camion perché dovevamo attraversare una zona disabitata, quindi non c’era da dare spettacolo. Arrivammo fino all’imbocco di Pallanza, poi di nuovo a terra e a piedi, Iungo le vie della cittadina. Appena fuori ancora sul camion. Cosí a Susa, a Fondotoce. Ogni tanto incontra­vamo postazioni di mitragliatrici. Le mitragliatrici era­no piazzate a monte, nella direzione in cui i partigiani Avrebbero potuto fuggire. Dall’altra parte c’era il lago. Sperammo sempre potessero intervenire pattuglie partigiane, ma ciò non avvenne. Qualcuno sperava nella de­portazione.

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La staffetta Partigiana Cleonice Tomasetti

La donna, Cleonice Tomasetti, di trentadue anni, era la piú ferma. C’invitava tutti a non farci il­lusioni, ma a morire bene.
"Potei fare un tratto di strada con lei. Era una don­na forte, una maestrina di Milano. Aveva fatto la staf­fetta e fu catturata a Rovego mentre accompagnava al­le formazioni partigiane alcuni renitenti alla leva. Il suo compagno era in montagna. Era amareggiata per non averlo rivisto, per fargli sapere che da quattro me­si aspettava un bambino.

Via via che procedevamo at­traversammo luoghi che conoscevo bene; luoghi incan­tevoli, ridenti, verdeggianti di meli, di peri e di lunghe file di pioppi. Ogni tanto sui fianchi del monte graziose casette alpine dalle quali si godeva tutta la vista del lago.
"Abitualmente in quell’epoca i turisti avevano già in­cominciato a movimentare la zona, ma in quei giorni do­minava il terrore. Passammo anche dal luogo dovei par­tigiani avevano fatto fuori una carrozzetta tedesca. Poi dal luogo ove i tedeschi prelevarono e fucilarono tre operai della Montecatini, presi davanti al cancello della fabbrica. Riconobbi anche la zona ove c’erano le colonie per i bambini della Motta. Nessuno era disperato. Sal­vo Marino, un giovane operaio che era stato preso con le bombe a mano. Si disperava, non voleva morire.
‘Tassato Fondotoce arrivammo ad una fontana. Il nostro disperato drappello fu fermato per cinque minu­ti. I tedeschi, giulivi, vi si avvicinarono, sorseggiarono l’acqua con studiata lentezza. Ci guardavano e ci bef­feggiavano. Le nostre gole erano secche come canne di bambú, la lingua sembrava di cuoio. Ma non implo­rammo. ‘Andiamo avanti,’ disse qualcuno dei nostri. Arrivati davanti ad un grande prato tagliammo a destra e lo attraversammo. Poi scendemmo lungo una piccola scarpata. In fondo scorreva il canale che congiunge il lago di Mergozzo con il, lago Maggiore. C’era un blocco di soldati tedeschi e capimmo che quello era il luogo dell’esecuzione. ‘Meno male che l’è finita,’ disse qualuno. La sete era terribile. Ci saremmo buttati a bere l’acqua del canale, ma le baionette tedesche ce lo im­pedivano. Ci fecero sdraiare pancia a terra lungo una lingua di sabbia umida. Qualcuno non capi e fu steso con violenti strattoni.
"Erano circa le sei di un pomeriggio afoso. Nuvole calde e soffocanti coprivano il cielo. Intorno una radu­ra a prato con qualche sterpaglia. Eravamo vicino al­l’acqua del canale che forma come una grande pozza, con intorno un canneto. Piú lontano, a sinistra, la grande massa di acqua del lago Maggiore e dall’altra, quasi in semicerchio, il Mottarone, Monte Afano, Monte Acuto, la Valdossola, e piú indietro ancora i contraf­forti della Valgrande. Dodici tedeschi si schierarono in piedi e altri dodici in ginocchio. Erano armati di fucili Mauser. Fecero alzare i primi tre partigiani e li disco­starono dal plotone. Fra essi c’era la buona Cleonice. I tre si strinsero.
Sentii gridare: ‘Facciamo vedere come sappiamo morire.
Viva l’Italia.’
Poi una scarica ed i tre corpi caddero in direzioni diverse.
"Venne la volta degli altri tre. La scena si ripeteva, con ritmo allucinante. I tedeschi compivano l’operazio­ne come se fossero ad un mattatoio, e i partigiani non avevano gesti di ribellione, preoccupati soltanto di mo­rire con dignità. Tutto durò diversi minuti perché i te­deschi avevano cura di rimuovere i corpi dei fucilati dal luogo ove erano stati abbattuti scaraventandoli da una parte, verso l’acqua.
"In quei minuti mi pareva di sognare. Non credevo possibile che sarebbe toccato anche a me. Attendevo sempre un intervento esterno. Non sapevo quale. Mi vennero molti ricordi della mia vita, come in un film. Rapidamente ripensai a tutto. Pensai anche a quando ero bambino, poi a quando da ragazzino scappai da casa, fino a quando andai coi partigiani, ai grandi momenti di entusiasmo dei primi risultati del nostro lavoro e alle vicende belle e brutte degli scontri. Pensai con rimpianto a mia madre, a mio padre in Germania e alla nonna che mi voleva tanto tanto bene. Quei pen­sieri mi procurarono una grande sofferenza. Mi pareva di giudicare il mondo come dall’alto.
"Ma il mondo mi sembrava piú bello, come se lo sco­prissi allora: piú belle le montagne, meraviglioso il la­go, piú tenera l’erba. Rimpiangevo di lasciare tutto ed avevo una gran voglia di sfuggire a quella atroce sorte. Quelle riflessioni furono interrotte dalla stretta di due tedeschi che mi afferrarono al collo; era il mio turno. Dovetti alzare i piedi per non pestare il sangue ed i cor­pi dei compagni uccisi.
"Come inebetito mi abbracciai con Rizzato, che ave­va il cappello di alpino, ed il ragazzino quindicenne. Mi voltai e feci appena in tempo a vedere le vivide fiamme uscire dalle canne e contemporaneamente sentii un tre­mendo colpo alla schiena, come una bastonata. Caddi per primo. Mi accorsi d’aver ricevuto due colpi al brac­cio sinistro e uno alla scapola destra. Le pallottole era­no fuoriuscite. Anche alla tempia ero stato colpito di striscio.
"Ero stordito, ma mi sforzai sempre di capire cosa succedeva intorno a me. Seppi che Rizzato mi era ca­duto addosso e di traverso a quello di Varese, che pure era sopra di me. Tutto era poco piú che una sensazione perché era come in un sogno. Mi sembrò tuttavia d’esse­re ancora vivo, perché respiravo. Ma non ne ero proprio sicuro, non mi sembrava possibile. Poi sentii il sangue di Rizzato che mi scendeva caldo a piccoli rivoli sul viso, su quella parte che avevo scoperto. L’occhio sini­stro, dalla parte del viso scoperto, l’avevo aperto, ma non osavo chiuderlo. I tedeschi erano lí a pochi passi. Forse da quel momento si fece strada nella mia coscien­za l’idea di tentare il possibile per non morire. Fu un’ idea che mi esaltò. Vidi l’erba e l’acqua vicino alla mia testa. I riflessi cominciavano a reagire.
" Decisi di restare immobile con gli occhi aperti, e a bocca aperta perché non si vedesse il movimento del respiro. Poi sentii altri spari, gli ‘evviva l’Italia’ dei miei cornpagni che affrontavano il plotone di esecuzione. An­che se non potevo fissare lo sguardo vedevo le sagome di quegli uomini, cosí diversi nel fisico e nei laceri stracci che avevano addosso; alti, piccoli, barbuti, cal­vi, vestiti con lunghi pantaloni o in calzoncini, in ma­glietta o in maniche di camicia. Tutti però sereni e forti. Soltanto uno, quello alto che portava il cartello era impazzito. Si era messo a correre per il prato. I tedeschi lo afferrarono e lo trascinarono a forza vicino a noi. Un tedesco lo tenne per il bavero della giacca ed un altro gli sparò con la pistola sul viso. L’ultimo dispe­rato urlo e poi il silenzio.
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La voce dei partigiani era spenta
.
"I tedeschi ridevano. E la loro allegria esplose quan­do giunsero alla fine dell’operazione, come se le risa fa­cessero parte del rito. Con perfetta forma militare e per nulla scomposti dalla scena i tedeschi si ricomposero in formazione. Ma improvvisamente uno di loro si stac­cò dal gruppo e si diresse verso di noi. Aveva una lun­ga pistola in mano. Compresi subito che voleva darci il colpo di grazia. Non certo per risparmiarci le sofferenze, dopo quello che ci avevano fatto, ma per timore che qualcuno potesse sopravvivere. L’istinto mi aveva suggerito di alzarmi e scappare — ammesso che le forze me lo avessero consentito — ma pensai meglio di restare immobile. Trattenni il respiro, ma dentro il cuore mi bat­teva forte.
"Attesi. Avevo l’occhio sempre aperto. Il tedesco mi fu sopra a gambe divaricate. Lo vedevo di sotto in su. Vidi il foro nero della canna della pistola che teneva abbassata. Sparò sul ragazzo di Varese. Se ne andrà, pensai. Invece sostò ancora, sentii che toccava me. Trat­tenni il fiato, pronto a morire. Il colpo parti. Sentii un bruciore irresistibile al capo e uno spruzzo di terra mi cadde sul viso; la pallottola aveva sfiorato soltanto la parte cutanea del capo e si era conficcata al suolo. Spa­rò ancora, poi rimise la pistola nella fondina e se ne andò. Sentii gli automezzi mettersi in moto.
"Seppi dopo che si recavano alla villa Caramura, dove fecero un grande banchetto insieme ai fascisti e a mol­ti industriali. Saranno state le diciannove quando l’ultimo atto si era concluso. Era la sera, ma di giugno le giornate sono lunghe e sulle valli il sole irradia ancora la sua calda luce, perciò la popolazione non era anco­ra coricata.
"C’era dunque il tempo per un’altra scena. Dopo i tedeschi, dovevano esibirsi i fascisti. Gruppi di repub­blichini, che erano restati a coprire l’opera dei nazisti, sopravvennero e montarono la guardia ai corpi.
"Un fascista alla vista di quella strage gridò con gioia: ‘Guarda qui, abbiamo tutto da imparare dai te­deschi.’ Fu quello il momento piú critico perché fui tentato di saltargli addosso. Ma rimasi immobile e in­tirizzito.
"Anche i fascisti spararono delle raffiche verso di noi.
"Malgrado tutto questo in quell’ammasso di carne umana in cui mi trovavo la vita non era del tutto spen­ta; udivo rantoli e sangue sgorgare e gorgogliare, per i movimenti dei visceri; vedevo le vesti inzupparsi sem­pre piú di rosso. 1 fascisti, secondo l’ordine ricevuto, incominciarono a deviare la popolazione verso di noi perché apprendesse la lezione. Nei pressi vivevano al­cuni lavoratori della Montecatini e piccoli agricoltori che l’estate affittavano le proprie case ai turisti. Uno dei miei compagni rantolava ancora forte; un fascista gli scaricò l’arma addosso.
"Una donna mi guardò e vedendomi con gli occhi aperti gridò: ‘Questo è ancora vivo.’ Sentii la voce di un uomo, che non vedevo, sussurrare: ‘Se sei vivo, sta’ fermo. Ti diremo noi quando ti devi muovere.’ Sarò rimasto circa due ore in quello stato. Le ombre della sera incominciarono a calare e tutto era senza contorni.
"Una voce mi suggerí: ‘Dai, ora puoi tentare.’ Alcu­ne persone mi aiutarono e mi coprirono alla vista dei fascisti. Cercai di tirarmi su, ma non riuscivo. Ero de­bole ed intirizzito. Un uomo mi aiutò ad alzarmi, ma fuggí quando si accorse che ero imbrattato di sangue. Mi feci forza. Era un momento decisivo e dovevo agire. Mi alzai strisciando nell’acqua bassa del canneto. Mi sembrava un gran rifugio. Mi parve di ritornare nel mondo. Caddi e mi rialzai due volte. Da una pozzan­ghera bevvi un sorso d’acqua. Era sporca, ma era la vita. Percorsi un centinaio di metri ed incontrai un contadino che falciava l’erba. Alla mia vista rimase un attimo esitante, poi vedendomi tutto intriso di sangue gettò la falce e fuggi.
"Mi parve di sentirmi in forze. Attraversai la strada e salii il pendio che conduce a Santino. Ormai era buio pesto. Le forze mi abbandonarono di nuovo e non distinguevo piú le cose. Udii un cane abbaiare. Mi con­fortò, perché compresi che c’era una casa. Camminai ancora e trovai una baita. Attraverso la finestra si scor­geva una debole luce. Bussai alla porta, ma caddi. I sensi li ripresi dopo qualche ora e mi trovai tutto fa­sciato. Un premuroso vecchietto, Carlo Bariatti, mi ave­va disinfettato con l’urina. Aveva un viso buono, Bariatti.
"I tedeschi erano ancora in giro e Bariatti non poté tenermi ancora. Ne soffriva. Lo compresi. Mi accompa­gnò in un enorme castagno secolare scavato da un ful­mine. Non vi potei restare a lungo e perciò tornai alla baita. Il buon Bariatti mi nascose in una stalla e mi dette da mangiare. Al mattino di buon’ora mi accom­pagnò nella macchia di castagno e mi copri di foglie secche. Dalla terra e dalle piante veniva un profumo di vita. Era primavera avanzata e il verde era nel suo mas­simo splendore.
"Verso le otto passarono i tedeschi sul sentiero vi­cino. Ne vidi uno che si tolse il mitra, e temetti che mi avesse visto.
"Sentii di nuovo battere forte il cuore; veniva nella mia direzione, deciso. Dieci, cinque, due metri; che fa­re? Ancora un passo e poi si fermò. Ebbi ancora la forza di restare immobile. Il tedesco si calò i panta­loni e fece i suoi bisogni. E quella fu davvero l’ultima scena della mia avventura. Una scena grottesca."
Intanto i fascisti erano rimasti sul luogo della strage e avevano contato i cadaveri. Avevano portato 43 casse da morto. Accortisi che ne mancava uno voleva­no compiere rappresaglie contro la popolazione, ma gli abitanti sostennero che l’ultimo era caduto nel canale. Cosí una cassa dovettero riportarsela indietro.
Carlo rimase ancora alcune ore in quel nascondiglio, finché arrivò l’incaricato del C.L.N., Bottini.
Bottini, con l’aiuto di altri, condusse, con grave ri­schio, Carlo a Rovego nella sua abitazione dove fu cu­rato e nutrito. Vi rimase quasi due mesi, finché recupe­rò in pieno le sue forze, anche se il trauma psichico aveva lasciato una indelebile traccia nella personalità di Carlo. Anche il nome, in futuro, testimonierà quella in­credibile avventura perché tutti lo chiameranno "Qua­rantatré."
Ma il coraggio indomito e la dedizione alla causa del­la resistenza non saranno colpiti.
Quarantatré raggiunse Ricogna, con il capitano Mu­neghina. Poi rientrò nella formazione che nel frattem­po, in luglio, era ricostituita dopo il terribile rastrella­mento. Malgrado i 170 caduti della divisione Valdosso­la ed i 21 caduti ed i 60 prigionieri della brigata Batti­sti, malgrado le baite incendiate e le valli devastate e saccheggiate fu costituita la LXXXV brigata Garibaldi Valgrande Martire che subito entrò nella lotta ed af­frontò i battaglioni della Muti. Due mesi dopo l’intera Valdossola era liberata dai partigiani.
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Repubblica dell’Ossola la pietra di confine
Valdossola di Franco Fortini
.
E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
.
Qui siamo giunti
Siamo gli ultimi noi
Questo silenzio che cosa.
Verranno ora
Verranno.
.
E il tuo fucile nell’acqua della fontana.
.
Ottobre vento amaro
La nuvola è sul monte
Chi parlerà per noi.
Verranno ora
Verranno.
.
Inverno ultimo anno
Le mani cieche la fronte
E nessun grido più.
.
E il tuo fucile sotto la pietra di neve.
.
Verranno ora
Verranno.
.
16 ottobre 1944

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