Archivio mensile:ottobre 2014

“Io, ultimo partigiano polacco, vi racconto la resistenza ai nazisti”

Io, ultimo partigiano polacco, vi racconto la resistenza ai nazisti”

Il 1 settembre ricorre il 75esimo anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ripubblichiamo questo articolo uscito cinque anni fa che racconta la storia di Roumuald Rodziewicz, Roman per tutti, classe 1913, l’uomo che tiene accese la fiamma della memoria.

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Roman Rodziewicz, dalla fine della guerra vive in Inghilterra

 

01/09/2014

marco zatterin

inviato a Gainsborough

«Il primo soldato tedesco che ho incontrato fu uno che vedeva per l’ultima volta un polacco». Roman Rodziewicz non ricorda esattamente quando e dove avvenne, però immagina sia stato poco prima del 27 settembre 1939, giorno in cui Varsavia si arrese alla Wehrmacht. Ogni tanto la memoria gli si inceppa, allora solleva le enormi mani e si massaggia la fronte. «Prima avevo visto gli aerei, arrivano a ondate, più numerosi di quanto riuscissimo a credere – racconta -. Piovevano bombe come grandine, miravano anche alle chiese e agli ospedali. Noi ci domandavamo come fosse possibile essere così crudeli».

Accende un’altra sigaretta, la seconda in pochi minuti, per nulla «light». Abbozza un sorriso. A novantasei anni oggi non pensa sia più il caso di smettere, assicura anzi che «il fumo lo aiuta a ricordare» e da come riparte sembra aver ragione. Roumuald Rodziewicz, Roman per tutti, classe 1913, nato a Lawskim Brodzie e cresciuto in Manciuria, tiene accesa la fiamma della mitica brigata partigiana polacca del maggiore Henryk Dobzanski, «Hubal», l’eroe della resistenza antinazista. La sua vita è un romanzo, ha girato il mondo col padre ingegnere, ha combattuto i tedeschi, è sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, s’è unito ai polacchi di Anders in Italia a fine guerra e dal 1946 vive in Inghilterra.

«Centinaia di volte ho pensato di morire, sono stato molto fortunato», concede. Abita un piccolo appartamento in un pensionato di Gainsborough, nel Lincolnshire. Due stanze, le insegne dell’esercito polacco, le foto dei figli, una del papa. Vista l’età, non se la passa male. «Una sigaretta?», propone. No, grazie. «Allora un sorso di tè!». Si alza, accende il bollitore, manovra le tazze e riprende il filo di quei giorni di settanta anni fa in cui Hitler scatenò la seconda guerra mondiale.

«La mobilitazione in Polonia cominciò in luglio, si era capito che una guerra con la Germania era ormai imminente. Avevo già fatto la leva in cavalleria, così chiesi di entrare nei carristi. Arrivai tardi e mi lasciarono nella riserva. Con mio sorella decisi allora di andare qualche giorno a Siedlce, una breve vacanza. L’attacco fu una sorpresa. Ci richiamarono all’istante. Salii su un treno e mi presentai al mio reggimento di Ulani a Wolkowysk».

Lì assistette ai primi bombardamenti tedeschi. Aveva ventisei anni. Lo incaricarono di organizzare la difesa antiarea, con una mitragliatrice pesante, due leggere e le carabine ordinarie della cavalleria. «Gli uomini si sdraiavano al suolo e sparavano; non abbattemmo neanche un aereo». La disparità delle forze e l’inusitata violenza dell’offensiva furono subito chiari. «Il 17 settembre scoprimmo che anche i russi erano entrati in Polonia: eravamo stati invasi due volte. Fummo destinati a Vilnius, almeno sinché ci dissero di tornare indietro perché Varsavia stava cadendo».

Sulla strada della capitale, Roman raccolse le prime notizie sulle carneficine dei nazisti. «Ci dissero di case bruciate con gli ebrei chiusi vivi dentro, del tiro a segno contro chi scappavano». Arrivò il contatto con la Wehrmacht, poi una Varsavia accerchiata, distrutta e sfiancata. «Hubal ci disse l’esercito era finito e che bisognava iniziare la resistenza. Non ci togliemmo l’uniforme. Fummo i primi partigiani polacchi».

L’inverno si fece rigido, pioggia e vento gelido, cominciò a nevicare in ottobre. I «banditi di Hubal» seminarono il panico fra i tedeschi che li cacciavano senza risparmiare energie. «Dicevano che fossimo migliaia, in realtà non siamo mai stati più di 500». Quando finì l’avventura «eravamo 28». Il gruppo cadde in una imboscata il 30 aprile 1940 nei pressi del villaggio di Anielin. Fu una trappola.

«Avevamo attraversato l’abitato senza accorgerci che c’erano i nazisti. I mezzi erano stati accuratamente nascosti e i soldati erano al coperto. Ci accampammo in un bosco a qualche centinaia di metri, eravamo sfiniti. Loro ci attaccarono nel sonno. Hubal mi svegliò, disse delle cose non riuscii a capire. Aprimmo il fuoco quasi alla cieca». Inutile. Il maggiore fu colpito nel giro di qualche istante. Niente da fare: «Coi pochi scampati tornai nella clandestinità e continuammo a combattere».

«Non mi presero per un po’», tiene a precisare il vecchio Roman. Successe il 25 agosto 1943, nella sua città natale. «Ero stato tradito. Mi legarono e mi condussero nella prigione distrettuale, in una stanza senza finestre e luce. Il pavimento era coperto da tre dita d’acqua. Non c’era da sedersi. M’ero già preso la polmonite due volte, temetti di essere spacciato. Quando mi portarono non avevo neanche il catarro. Fortuna, no?». 

La tappa successiva fu un campo di Minsk. In ottobre era ad Auschwitz, timbrato con la matricola 165642. «Una mattina ci caricarono su un vagone, cinquanta persone, strette e nello sporco. Ci avvertirono che se uno fosse sfuggito tutti gli altri sarebbero stati uccisi; nessuno tentò. Arrivati al portone del lager fummo colpiti dalle nuvole di fumo nero che uscivano dai camini. Ci spogliarono, ci selezionarono, ci diedero le casacche degli ebrei appena ammazzati. Erano ruvide, pungevano la pelle. Un tedesco disse che noi cristiani eravamo fortunati, non ci avrebbero bruciati prima di un mese. Per gli ebrei sarebbe stata questione di ore». 

Invece Roman resistette per un anno – col triangolo rosso e la «P» dei prigionieri politici – fino al trasferimento a Buchenwald. Lo misero in una squadra che riparava le ferrovie bombardate. Vide Colonia, «dove la gente ci prendeva a sassate». Dresda dopo le bombe alleate. Pilsen. Salisburgo. «Il 5 maggio 1945 incontrammo gli yankee. La sera prima il comandante tedesco ci aveva chiamato. Disse che aveva avuto ordine di ucciderci e non intendeva obbedire».

L’odissea di Rodziewicz si concluse in Italia, ufficiale di collegamento, a Verona, a Porto San Giorgio, a Roma. «Ah l’Italia! – sospira come chi accarezza i pensieri migliori -, ragazze straordinarie e gente di cuore. Tuttavia ho mai capito perché i partigiani abbiano ammazzato anche la donna di Mussolini». Nel ’46 s’imbarca a Napoli e giunge in Inghilterra, dove lavora nell’industria del metallo sino alla pensione. «Se ripenso al passato non posso dire di odiare i tedeschi – confessa -. Però quando ne vedo uno sento qualcosa che tira qui». 

Si tocca la pancia con una smorfia triste, accende l’ennesima paglia. Ricorda. Torna indietro sino all’Adriatico e sillaba un nome di una donna. «Clara». Il fiore della sua guerra, che forse non avrebbe dimenticato nemmeno smettendo di fumare. Allunga il braccio, cerca un contatto, ha gli occhi umidi. «Ho attraversato ogni sorta di orrore – sussurra -. Sono stato un buon soldato. Ma anche molto fortunato. Molto, davvero».

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Tenente Giuseppe Failla: il ritratto di un eroe

Un comandante alpino morto con i partigiani nella ex Jugoslavia
Tenente Giuseppe Failla:
il ritratto di un eroe
Con Giuseppe Failla eravamo coetanei, entrambi allievi di Modena,stessa compagnia, stessa poltrona, identico corso, il 184°, il primo senza nome, dopo una secolare fila di nomi altisonanti. Così, indispettiti per non averne, noi allievi ce ne eravamo dati uno, sottovoce, quello di “Stalin”, un segno premonitore di instabilità per quelle turbolenze che comunemente si avvertono nell’imminenza di un temporale che per noi allievi, fu l’armistizio dell’8 settembre ’43.
Failla era piemontese, mi pare di Torino, ed era diventato alpino per vocazione, dopo le dure prove per ottenere quella specialità. Ci salutammo per l’ultima volta a Parma, entrambi assegnati alla ex Jugoslavia. La destinazione l’avevamo trovata dentro una normale busta gialla, posta sotto il piatto, come si fa per le letterine di Natale.
La Jugoslavia, insieme alle isole dello Jonio, con Cefalonia, e dell’Egeo, era l’unico fronte rimasto ove poter esprimere la carica di genuino entusiasmo che avevamo raccolto in Accademia.
Tanto che quelli di noi che si videro destinati ai presìdi metropolitani, uscirono da mensa col muso lungo, quasi di sottecchi, come avessero tradito la causa per la quale erano stati nominati ufficiali.
Ricordo ancora Failla, nelle poche ore di svago, alto, elegante, con la sua schietta parlata piemontese ed indosso la divisa confezionata con stoffa “Principe di Piemonte”, la più costosa ed ambita da noi allievi, ma che non avremmo mai più indossata, perché l’altra, da guerra, era già pronta nelle cassette d’ordinanza, con gli scarponi chiodati ed i calzettoni grigioverdi.
Da Parma persi le sue tracce, fino al giorno in cui me lo ritrovai inaspettatamente davanti in Bosnia, smunto, emaciato, sorpreso di essere capitato in un battaglione partigiano di tutti italiani.
Mi raccontò il suo dopo-armistizio, col battaglione Exilles, impegnato a scontrarsi coi tedeschi che dilagavano in Albania dalla Romania, verso la costa adriatica, tallonando la divisione “Perugia” alla quale l’Exilles era stato assegnato. Si era ammalato di tifo petecchiale, con mesi di ospedale, e mi mostrò anche il colpo di una baionetta su una gamba, un livido taglio bluastro infertogli da un tedesco che aveva abbattuto con la pistola d’ordinanza.
Al battaglione gli venne affidato subito un plotone e finimmo nel bel mezzo di una offensiva germanica che ci avrebbe spinto dalla Bosnia sino al Montenegro, dopo centinaia di chilometri a piedi e scontri quasi quotidiani.
Lo vedevo sempre avanti ai suoi uomini, con il suo fare equilibrato da alpino.
Quel 12 luglio del ’44, che per lui fu fatale, eravamo appena scampati ad un accerchiamento,
con i tedeschi che ci inseguivano da vicino e noi che ricalcavamo le loro orme, in un carosello. Quel pomeriggio, Failla ebbe il compito di retroguardia.
Toccò al suo plotone, perché il mio lo aveva già svolto nella mattinata. Dalla collina vicina sentivamo venire gli “urrà” dei tedeschi che avevano sloggiato i partigiani. Quello era il suo obiettivo. Lo vedevo tranquillo e determinato, con una coperta spiegata sull’erba, distribuire un pizzico di tabacco per ciascuno dei suoi, la magra razione dei giorni duri. Gli fu detto che lo avremmo atteso fino a sera, al riparo in un punto preciso del bosco.
Failla richiamò all’ordine i suoi uomini, che si caricarono delle armi e dei loro miseri zaini, e si avviò, come sempre, alla loro testa.
Dopo circa mezz’ora udimmo dei ripetuti spari, e pensammo al contatto avvenuto. Poi la lunga attesa, oltre il convenuto, fino all’imbrunire, momento propizio per la consueta, lunga
marcia notturna, perché sapevamo che col buio i tedeschi non osavano attaccarci. Ma nessuno di loro fu visto tornare e Failla ed i suoi vennero dati per dispersi. Dopo molti giorni, da alcuni scampati, sapemmo della fine del loro comandante. Una fine piena di
dubbi, per il luogo ed il modo, che avrebbe lasciato i suoi familiari in Italia in anni di angoscia, impegnati in vane ricerche, fino in Bosnia. Essendo io uno degli ultimi ad averlo visto da vivo, ebbi con loro vari incontri, a Firenze, dove il reggimento “Garibaldi”
si era acquartierato al ritorno in Patria.
Ma potevo dire loro ben poco oltre a quello che sapevo. Finalmente, un testimone
di quel giorno, riemerso dalle nebbie del passato, dichiarò loro che il sottotenente Failla, nel risalire coraggiosamente la collina, era caduto in un agguato dei tedeschi che, dalla cima,
aspettavano gli italiani. Le prime raffiche avevano provocato lo scompiglio nel plotone e due uomini erano caduti rotolando giù per il declivio. Failla, nel vederli spasimare per le ferite, si era precipitato in soccorso ma una nuova raffica lo aveva abbattuto sul corpo di uno di loro.
Alla memoria di Giuseppe Failla venne
concessa, dopo la guerra, la Medaglia
d’Oro al Valor Militare.

Pablo Neruda – La Città

Pablo Neruda
La Città

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E quando nel Palazzo
Vecchio,
bello come un’agave di pietra,
salii gli scaloni consumati,
attraversai le antiche stanze,
e venne a ricevermi
un operaio,
capo della città, del vecchio fiume,
delle case tagliate come in pietra di iuna,
io non mi sorpresi:
la maestà del popolo governava.
E guardai al di là della sua bocca
i fili abbaglianti
della tappezzeria,
i quadri che da queste vie tortuose
erano usciti a rivelare il fiore della bellezza
a tutte le vie del mondo.
L’infinita cascata
che il fine poeta di Firenze
aveva lasciato di continuo cadere
senza che mai possa morire,
perché di fuoco rosso e d’acqua verde
sono fatte le sue sillabe.
Tutto dietro alla sua testa operaia
io scorsi. Ma dietro a lui
non era l’aureola
del passato il suo splendore:
era la semplicità del presente.
Come un uomo,
dal telaio o dall’aratro,
dalla fabbrica oscura,
salì le scale
con il suo popolo
e nel Palazzo Vecchio, senza seta e senza spada,
il popolo,
lo stesso
che valicò con me il freddo
delle Cordigliere delle Ande,
stava là. D’improvviso,
dietro la sua testa,
vidi la neve,
i grandi alberi che s’erano uniti alle cime
e qui, di nuovo
sopra la terra,
m’accoglieva con un sorriso
e mi dava la mano,
la stessa
che m’aveva indicato il cammino
laggiù,
lontano, nelle ferruginose
ostili Cordigliere che aveva vinto.
E qui né la pietra
trasformata in miracolo, né la luce
procreatrice, né l’azzurro beneficio della pittura,
né tutte le voci del fiume
mi diedero la cittadinanza
della vecchia città di pietra e argento,
ma un operaio, un uomo,
come tutti gli uomini.
Per questo credo
ogni notte nel giorno,
e quando ho sete credo nell’acqua,
perché credo nell’uomo.
Credo che stiamo salendo
fino all’ultimo gradino.
Da lì vedremo
la verità spartita,
la semplicità instaurata sulla terra,
il pane e il vino per tutti.

Nota
La testimonianza di Neruda mettono assai bene in rilievo ciò che significò l’elezione a sindaco di Firenze di Mario Fabiani, rap­presentante della lotta popolare e antifascista, « vecchio » e provato militante del partito comunista, divenuto quasi il simbolo della volontà e della capacità da parte delle nuove forze popolari di farsi carico di grandi tradizioni ed eredità del passato, di farle vivere nell’oggi a van­taggio di tutti, dimostrandosi nei fatti amministratore oculato ed esper­to di tanta ricchezze., assai più dei grandi nomi che nelle stesse cariche lo avevano preceduto.

PABLO NERUDA, Le uve d’Europa, in Poesie, trad. di Dario Puccini, Firenze, Sansoni, 1962.

 

Mario Luzi – “Soldato”:

Mario Luzi
“Soldato”:
“Sono tempi che inquietano i testimoni,
i martiri.
L’errore cresciuto sull’errore
S’eresse a mio calvario,
diventò mia croce.
Servii, feci quel che stava in me.
Più d’una volta fui bene avvisato,
scrutai lo stare all’erta dei guardiani,
presi cuore, mi strinsi contro i muri,
strisciai, misi piede nei granili,
detti pane.
Fu poca cosa; poca
per non morire indegni, meno ancora
per vivere da uomini e uscir fuori dal
bando.
Ma fui certo che il bosco
Non è senza via d’uscita.
Di più non era opera mia soltanto.”

Il primo lager liberato dai sovietici il 22 luglio 1944

 

La storia
I nazisti iniziarono da Majdanek
a cancellare le tracce dei campi

 

 

Il primo lager liberato dai sovietici il 22 luglio 1944
di Gian Guido Vecchi

 

Storia

 

Il campo di Majdanek sta a quattro chilometri dal centro di Lublino, ai margini della città, non ci sono boschi né altre barriere che dal crematorio impediscano di vedere le case del centro né, dal centro, le file simmetriche di baracche di legno e il camino che svetta imponente nel cielo livido della Polonia orientale. L’anno prossimo, nel Giorno della Memoria, tutto il mondo ricorderà il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau, il 27 gennaio 1945, seguita dalla scoperta degli altri campi nazisti all’arrivo di sovietici e alleati.
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Ma pochi, oltre agli studiosi della Shoah, sanno che l’anniversario comincia ora, che fu Majdanek il primo lager liberato, giusto settant’anni fa: gli uomini dell’Armata Rossa arrivano qui la notte del 22 luglio 1944, il 23 il campo è libero. E i soldati trovano tutto. «Le SS in fuga avevano dato fuoco agli edifici bruciando solo le parti in legno. I liberatori vedono il crematorio, le camere a gas, le confezioni di Zyklon B, scoprono le fosse comuni di quando nel novembre del ’43 i nazisti avevano ucciso diciottomila ebrei in un giorno, un’azione chiamata «festa della mietitura»: le camere a gas non bastano, così scavano cento metri a zig zag e li fucilano». Lo storico Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah, sta preparando la grande mostra che a Roma, dal 27 gennaio, racconterà la storia delle liberazioni e della «Endphase» decisa dai nazisti accerchiati, la «situazione ipotetica A» programmata da Himmler, quindi le evacuazioni progressive dei lager all’avanzare dei fronti di guerra — si comincia nella primavera del 1944 proprio con Majdanek — e le «marce della morte» da un campo all’altro, «almeno un terzo dei deportati ancora vivi muore negli ultimi giorni»: ci saranno, tra l’altro, immagini inedite recuperate dai musei dei campi.
Alla liberazione di Auschwitz seguirono quelle di Groß-Rosen (ad opera dei sovietici, 13 febbraio), Stutthof (sovietici, 9 maggio, ma l’evacuazione era iniziata a gennaio), Mittelbau-Dora e Buchenwald (americani, 11 aprile), Bergen-Belsen (inglesi, 15 aprile), Flossenbürg (americani, 23 aprile), Sachsenhausen (sovietici, 22-23 aprile), Dachau (americani, 29 aprile), Ravensbrück (sovietici, 30 aprile), Neuengamme (inglesi, 2 maggio) e Mauthausen (americani, 5 maggio). Ma tutto comincia qui, a Majdanek. Anche le domande che tormentano gli storici. Pezzetti scuote la testa: «Il campo viene liberato sei mesi prima dell’arrivo dei russi ad Auschwitz, quasi un anno prima di Mauthausen… Centinaia di migliaia di ebrei, politici, zingari… Noi racconteremo la storia di tutti. Pensi che, quando inizia l’evacuazione di Majdanek, i nazisti stanno ancora uccidendo gli ebrei ungheresi e solo loro sono 438 mila. Il numero più alto di uccisioni quotidiane a Birkenau è a giugno e luglio del ’44, il ghetto di Lódz non è ancora liquidato. E proprio quel giorno, il 23 luglio 1944, arrestano tutti gli ebrei italiani di Rodi, 1.800 persone, ci mettono un mese a giungere a Birkenau… Ecco: si poteva fare qualcosa, in quei mesi. Nessuno tocca le ferrovie. Dopo Majdanek, come si fa a non bombardare Auschwitz?».
Gli alleati compiono una ricognizione aerea su Auschwitz il 26 giugno ’44 e scattano le prime fotografie, tornano l’8 luglio e il 9 e 12 agosto. Ma l’obiettivo è la fabbrica chimica IG-Farben che viene bombardata dagli americani il 20, le foto aeree del 25 agosto mostrano le installazioni della messa a morte e i prigionieri diretti al Krematorium II, il 13 settembre tornano a bombardare la fabbrica. «La realtà è che il campo di sterminio non era un obiettivo militare», spiega Pezzetti. Del resto Majdanek aveva fatto cadere l’ultimo velo. «Non erano morti “normali”, il lager è quello meglio conservato tra tutti, il meccanismo della Shoah si mostrava evidente». Infatti una «Commissione straordinaria polacca sovietica per le indagini sui crimini tedeschi nel campo di sterminio Majdanek» inizia a lavorare in agosto, dal 27 novembre al 2 dicembre 1944 vengono processati e condannati 4 SS e due kapò. «Majdanek ha una storia lunga. Il 20 e 21 luglio 1941 Himmler è a Lublino e dà istruzioni a Otto Globocnik. Prima è un campo per prigionieri di guerra ebrei, polacchi e sovietici, poi arrivano le donne e i bambini ebrei, bielorussi e polacchi, i prigionieri politici…», racconta Pezzetti. «Non sarà mai un centro industriale, come Auschwitz, ma un campo per la lavorazione di tutto ciò che viene sequestrato agli ebrei nei campi di sterminio, vestiti, oggetti. Siccome ci sono tanti ebrei, però, diventa anche un lager per la messa a morte. Cominciano nel 1942 con la costruzione di due camere a gas». Si calcola che nel lager di Lublino siano state uccise 78 mila persone, 60 mila ebrei e 18 mila prigionieri, soprattutto polacchi e bielorussi.

 

Tratto dal Corriere della Sera del
23 Luglio 2014

Anonimo – Sacco e Vanzetti

Anonimo
Sacco e Vanzetti
Il ventidue di agosto a Boston in America
Sacco e Vanzetti van sulla sedia elettrica
E con un colpo di elettricità
All’altro mondo li volley mandà
Circa le undici e mezzo giudici e gran corte
Entran poi tutti quanti nella cella della morte
“Sacco e Vanzetti state a sentir
Dite se avete qualcosa da dir”
Entra poi nella cella il bravo confessore
Domanda a tutti e due la santa religione
Sacco e Vanzetti con grande espression
“Noi moriremo senza relígion”
E tutto il mondo intero reclama la loro innocenza
Ma il presidente Fuller non ebbe più clemenza
“Siano essi di qualunque Nazion
Noi li uccidiamo con grande ragion”
E tutto il mondo intero reclama la loro innocenza
Ma il presidente Fuller non ebbe più clemenza
Addio amici in cor la fé
Viva l’Italia e abbasso il Re

Liga Jova Pelù – Il mio nome è mai più

Liga Jova Pelù
Il mio nome è mai più
Io non lo so
chi c’ha ragione e chi no
se è una questione di etnia, di economia,
oppure solo follia: difficile saperlo
Quello che so
è che non è fantasia
e che nessuno c’ha ragione e così sia.
A pochi mesi da un giro di boa per voi così moderno
C’era una volta la mia vita
c’era una volta la mia casa
c’era una volta e voglio che sia ancora
E voglio il nome di chi si impegna
a fare i conti con la propria vergogna
Dormite pure voi che avete ancora sogni, sogni, sogni.
IL MIO NOME È MAI PIÙ, MAI PIÙ, MAI PIÙ
Eccomi qua,
seguivo gli ordini che ricevevo
c’è stato un tempo in cui lo credevo
che arruolandomi in aviazione
avrei girato il mondo
e fatto bene alla mia gente
e fatto qualcosa di importante.
In fondo… a me piaceva volare…
C’era una volta un aeroplano,
un militare americano
C’era una volta il gioco di un bambino.
E voglio i nomi di chi ha mentito
di chi ha parlato di una guerra giusta
Io non le lancio più le vostre sante bombe.
IL MIO NOME È MAI PIÙ, MAI PIÙ, MAI PIÙ
Io dico si dico si può
saper convivere è dura già, lo so.
Ma per questo il compromesso
è la strada del mio crescere.
E dico sì al dialogo
Perché la pace è l’unica vittoria
l’unico gesto in ogni senso
che dà un peso al nostro
vivere, vivere, vivere.
Io dico sì, dico si può
cercare pace è l’unica vittoria
l’unico gesto in ogni senso
che darà forza al nostro vivere.

Vittorio Cavicchioni – Addio compagno «Lupo»

Vittorio Cavicchioni
Addio compagno «Lupo»

Nella notte la vecchia montagna
Ha sentito i suoi figli passare
Nella valle li ha fatti fermare
Per poter salutarli così
O partigiani guardate le stelle
Che come guida saranno il cammino
Io veglierò sopra il vostro destino
E silenzioso vi aspetterò quassù
Addio compagno Lupo
Sento che non tornerai
Addio compagno Lupo
Alla tua sorte incontro andrai
Me l’hanno detto le vecchie montagne
L’ha sussurrato il torrente laggiù
Ma tu in eterno vivrai
In mezzo ai monti
coi compagni tuoi quassù
Dove andiamo compagno? Sul ponte
Là in collina a farlo saltare
Su, compagni, dobbiamo arrivare
I tedeschi ci aspettan laggiù
O comandante cantiamo? E le stelle
Ci han protetto stasera, cantiamo
Compagni, no, tacete ora, andiamo
Perché entro notte dobbiamo arrivar
Addio compagno Lupo
Sento che non tornerai
Addio compagno Lupo
Sopra quel monte tu morirai
Me l’hanno detto le stelle cadenti
L’ha ripetuto il torrente laggiù
Ma tu in eterno vivrai
In mezzo ai monti
coi compagni tuoi quassù

Ideale Cannella – Ribelli

Ideale Cannella

RIBELLI

Ribelli, li chiamano,
fuori legge, assassini,
e sono il fiore della gioventù italiana.
Ribelli, sì,
ma per rivolta contro la disonestà;
pronti a tutto sacrificare.
Nella lotta dura e difficile,
quando è grande
la nostalgia delle cose care,
ricordano le frasi più significative
della loro preghiera:
«Signore Iddio,
liberaci dalle tentazioni degli affetti,
veglia Tu sulle nostre famiglie.
Tu,
fonte di libera vita,
dacci la forza della ribellione.
Dio
della pace e degli eserciti,
ascolta la preghiera di
noi
ribelli per amore.
Signore
facci liberi!».