Sotto il tallone tedesco

Sotto il tallone tedesco

 

Le pagine seguenti sono riprodotte da un volume ancora inedito, in cui un operaio tipografo di Forlì, Adler Ragaelli, racconta le sue vicende di soldato, soprattutto dall’8 settembre del 1943 all’agosto del 1945. Trasportato dalla Grecia, dopo l’8 settembre, nei lager di Bocholt e di Hemer, avviato successivamente al lavoro di miniera nella zona carbonifera di Essen, e poi a una fabbrica siderurgica di Iserlhon, il Ragaelli conobbe, le privazioni e i maltrattamenti riservati dai nazisti ai nostri internati militari. Nel settembre del 1944, in seguito al noto accordo tra la repubblica di Salò e il Reich, i militari italiani furono « invitati » a diventare « liberi lavoratori civili »; ma il nostro tipografo, come tanti altri, rifiutò di firmare l’accettazione della nuova ipocrita e offensiva qualifica. Allora fu trasportato in uno straflager (campo di punizione) di primo grado e, subito dopo, in un altro di secondo grado, ad Ilattingen e a Menden, trascinandovi un’esistenza mostruosa per ferocia e sadica crudeltà. Il volume ha ottenuto il primo premio nel concorso nazionale, per una narrazione sulla prigionia in Germania, bandito dall’Associazione Nazionale Ex-Internati. (N. d. r.).

 

Tratto da “Il Ponte”

Maggio 1955

 

 

 

I.

Le compagne russe e polacche

 

Nel reparto non ci durai. Ritornai ancora fra le scarpe e a fare lavori d’occasione, col credito di saperla lunga, che i tedeschi mi elargivano. Ma del disturbo non ne davo, e Otto Krause, il padrone della fabbrica, mi utilizzava variamente, perfino per andare a riporre la legna nelle case dei capi o a sistemargli dei mobili.

Le russe e le polacche che vivevano accanto al nostro lager erano, le stesse, le nostre compagne di lavoro. Povere compagne! La loro vista, che avrebbe dovuto consolare, faceva più male che bene. Tutte deportate e rubate. La loro sì che è stata un’esperienza della vita! Altro che la nostra, che eravamo tutti soldati e uomini! Non ci badavamo neppure, quasi. Appena, quando ci avevano scolato il loro nel nostro piatto, a mezzogiorno, in fabbrica. Noi tacevamo e poi, finito, ce ne andavamo. Ce n’erano anche delle belle, per chi aveva, specialmente in inverno e prima dei pacchi, la forza d’accorgersene.

Erano compagne silenziose che, se avessero potuto, avrebbero desiderato d’esserci sorelle. Alla domenica le udivamo spesso cantare le canzoni della loro terra, con un tempo lungo, se erano malinconiche, e

pittorescamente incalzante, se erano festose. Qualche italiano, comunque, pur nell’inverno stesso, era riuscito a voler bene ad altrettante russe e polacche, bene che s’allargò con l’arrivo dei pacchi e che era indubbiamente romantico, ma sempre da filo a filo.

Poco dopo che fui fatto calzolaio, e la stagione era ancora fredda e ogni orizzonte pressoché chiuso, capitavano, con un pretesto o un altro, ma sempre per curiosità, attorno al mio lavoro, alcune russe e polacche. Erano falsi pudori, fraterne, solidali, più le russe delle polacche. Ragazze e donne dai 15-16 anni ai 30-40. Chiedevano della mia casa, per dire della loro, delle nostre baracche, per dire delle loro, e ci assicuravano quasi sempre che Stalin avrebbe vinto, che i loro fratelli e i loro padri, un giorno non lontano, ci avrebbero liberati tutti. I loro nomi erano Pola, Klava, Katia, Olga, Anna, Valia. Del disagio che soffrivano per la loro patria, andavano civilmente fiere, coscienti soprattutto di essere in tanti a combattere per un fronte in avanzata, qualunque potesse essere il luogo della linea di lotta.

 

II

« Strafiager »

 

 

I cosiddetti giorni festivi erano interminabili. Sempre dentro, a morire di fame e di prigione. I giorni di lavoro eravamo a disposizione della fabbrica, per la quale eravamo dei forzati. La fabbrica si chiamava « Meyer » e che cosa facesse non potei mai capire con precisione. Sembravano furgoni d’artiglieria o d’ospedali ambulanti. Io fui messo nella squadra che li portava allo scalo merci della stazione.

In quel periodo pioveva sempre. Com’era lontano il ricordo del Reggimento! Perfino quello del lager di Jserlhon!

Nella squadra eravamo otto. Due a due per ogni veicolo. Dalla mattina alla sera, con mezz’era di sosta a mezzogiorno per la zuppa. Tirato un veicolo fin su nel carro, si ritornava per prenderne un altro. La fatica era superiore alle nostre forze. Tiravamo come muli, con una lentezza disperata, pidocchiosi e affamati. E poi pioveva? E sotto la mia giacca avevo solo la camicia verde di cotone e una lurida, stracciata canottiera. Non avevo mutande e non avevo calzini; le scarpe non tenevano nulla. Le giornate sembravano intere stagioni. Ventun giorni di quella vita erano abbastanza, fin troppi, come punizione.

La nostra prigione era un locale della fabbrica « Meyer », isolato e sotto la più stretta giurisdizione della polizia. Gli aspetti normali della vita del lager, lì erano moltiplicati per dieci. Con una lametta ci facevamo la barba in trenta. Del mondo sapevamo solo il rumore degli arei anglo-americani che sorvolavano la zona e alle volte il cupo rumore delle lontane esplosioni.

Degli italiani ricordo un sergente maggiore della provincia di Arezzo, un soldato di Verona, i quali, con altri cinque o sei, si trovavano dentro per la mia stessa ragione. Bravi ragazzi, solidali e intelligenti! Ci facevamo tutti coraggio.

Non tutti, però, quelli che si trovavano nello « straflager » vi erano per « politica ». Alcuni per furterelli, altri per ribellione ai capi e alle guardie. Ma la causa era la stessa per tutti: la guerra. C’era un belga alto, alto; c’eran dei francesi, dei polacchi; e i discorsi degli uni e degli altri, nostri e loro, andavano sempre ferocemente nel mangiare. Oltre a una zuppa di rape e carote, ci davano un pane di duecento grammi, tutto grigio e bagnato, e venti grammi di margarina. In un magazzino un giorno mi pesai: 49 chili. Il mio peso normale era di 67-68.

Oltre alle guardie tedesche, più cattivi, perché prigionieri, c’erano due polacchi. Per avere una zuppa e una mezza razione di pane in più, ci picchiavano, mentre il comandante, compiacendosene, s’alzava sulla punta dei piedi, sollevando i calcagni. Ci picchiavano ridendo. Uno lo chiamavano « dottore » e l’altro aveva la testa più grossa del sedere; era alto e largo.

Oltre agli italiani già ricordati, ve n’era uno col quale ero amico. Era un carabiniere. So anche il nome, o meglio il cognome: Maggio. Anche lui si ricorderà di me. Lavoravamo nella stessa squadra. Non so esattamente se fosse un barese, ma sicuramente un pugliese. Non ricordo per che cosa fosse venuto a trovarsi nello « strafiager » Meyer. Era coraggioso e d’iniziativa. La nostra amicizia derivava da modeste rievocazioni culturali. Il luogo, quando arrivò, gli fece una pessima impressione. Senza dirmi nulla, un giorno decise di fare il pazzo; voleva andare via. Riuscì a fare il pazzo e ad essere mandato via. Ma ci vollero cinque o sei giorni per convincere i tedeschi, che lo sottoposero a più prove. Un giorno dall’ospedale venne un’infermiera o una crocerossina. Chiamandola « mamma! mamma! » le si buttò contro, alzandosi dal letto, piangendo e baciandola. Quella scena, riuscita bene, gli giovò il riconoscimento del suo stato di infermità. Per tre o quattro giorni, durante intere ore, rimaneva come mezzo paralizzato, con occhi sbarrati, lanciando altissimi e improvvisi urli. Con nessuno temeva di tradirsi, tranne che con me, come mi confidò il giorno della sua partenza, per non avermi messo a parte del suo progetto. La sua era una prova dura e pericolosissima. Gli andò bene e perciò fu bravo. Se lo rivedessi lo riconoscerei. Ci riconosceremmo. Ci ricorderemmo.

 

III

L’inferno di Hattingen

 

Al posto di polizia ci dettero una loro guardia, che si mostrò compita e incoraggiante. Ci accompagnò alla stazione, poi su un vagone, dove ci ammanettò in mezzo ai passeggeri civili.

 

La stagione era fredda; perciò il problema principale era quello di ripararmi come potevo. Tenevo il bavero alzato, le mani in tasca e le bende della bustina abbottonate sotto il collo. Era tutto quello che potevo fare. Il belga aveva, oltre agli stivali ben neri, anche un bel cappotto blu scuro. Oltre a lui v’erano un polacco e un cecoslovacco.

La voglia di parlare era poca in tutti.

Quattro uomini, quattro provenienze, quattro vite e quattro incontri. Ma che indifferenza, che distanza! Viaggiammo tutta la mattina, cambiando perfino un treno. Verso mezzogiorno, con un sole che si stava incertamente affacciando in un cielo di nubi, mettemmo piede nel paese a cui eravamo destinati. E subito ci dirigemmo verso il nostro nuovo posto.

Eravamo nella città di Hattingen, non molto lontano da Bochum. La compitezza e la professionale compassatezza di quel « polizei » di scorta, tanto diverso dai modi selvaggi e scatenati dei carcerieri di Hagen, ci avevano ingannato e fatto dimenticare che stavamo andando allo «strafiager » di secondo grado. Attraversammo i cancelli d’una grande fabbrica. Le ciminiere formavano una vera selva e s’alzavano dalla terra dove camminavamo. Attraverso le strade e i viali interni vedevamo gruppi di strane figure vestite con abiti a strisce rosse o blu e dei numeri nella schiena. Erano patite e brutte da ribrezzo. Camminavano senza separarsi, sorvegliate da una divisa armata. Quelli erano condannati. Portavano dei pesi che trasportavano con infinita fatica. Quel po’ di sole, che a fatica era riuscito finalmente a farsi un po’ di luce, gli faceva più male che bene, per l’accentuarsi delle ombre nel loro quadro malato e sfinito.

Noi passammo, credendoci estranei a quella miseria e a quel terrore. Camminammo per un bel pezzo. La guardia (accidenti alla sua compitezza!) ci fece fermare davanti a un cancello d’un campo recintato a filo spinato, racchiuso nel perimetro della fabbrica; anche lì, e pure in fondo, come alla « Meyer » di Hagen. Ma lo spettacolo era diverso che ad Hagen.

Il quadrato del campo era ampio e deserto. Attorno ad esso, internamente, correva una pista, sulla quale, da tre lati, si affacciavano delle, porte che parevano di stalle. Ci venne ad aprire un ceffo. Ci prese in consegna col foglio che gli consegnò il « polizei », il quale subito se ne partì girandosi come un cameriere.

Il ceffo era tutto nero. Con un ghigno diabolico ci prese mettendoci tutti e quattro l’uno a fianco dell’altro. Cosa voleva? Ci guardava come un ipnotizzatore. Aveva una divisa nera, una carnagione nera, uno sfregio che gli tagliava una guancia, ed era guercio. Andava in su e in giù passandoci in rivista negli occhi. Partendo dal cancello, il primo era il belga, poi il cecoslovacco, poi io, poi il polacco. Alla vita il ceffo aveva un cinturone largo, dal quale gli pendevano un manganello, una rivoltella e un pugnale. Bruscamente si volse al primo, che era il belga, urlandogli sotto il naso la domanda di cosa avesse fatto per essersi venuto a trovare li.

— Was du gemacht?

Il belga parve rianimarsi,-per il piacere che sembrava gli avessero fatto di poter dimostrare che sapeva il tedesco. Cominciò a rispondere, sull’attenti, illudendosi di potersi mettere a raccontare anche un ventesimo del suo caso. Non aveva ancora detto dieci parole che il ceffo gli menò un cazzotto al viso che lo buttò in terra come un animale.

La stessa cosa per tutti e quattro.

Io non mi detti nemmeno la briga di cominciare a rispondere, ma attesi il pugno che forse fu meno forte di quello preso dal belga.

Dalla parte d’un casotto, posto al centro della prima metà del campo, uscirono allora un altro ceffo e un graduato militare, maresciallo delle S.S.

Il nuovo ceffo portava la stessa divisa del primo, ma l’espressione era d’un idiota, d’un pazzo e d’un isterico. Era di pelo rosso e dalla porta se ne venne fuori con un moschetto a tracolla, di corsa verso il suo compare. Il maresciallo delle S.S. era del tipo tedesco gladiatorio, dalla mascella quadrata e dall’andatura da conquistatore. Il volto duro, sprezzante e da permanente sfida, di chi par nato senza madre. Per il suo sguardo indiretto, galleggiante nell’aria sulle cose, era ben chiaro che si sentiva un po’ personaggio. Mitragliò una ventina di parole che ebbe il privilegio di capirle tutte solo il belga. Noi rimanenti le intuimmo per paura, ché, dai gesti che le accompagnavano, volevano significare di filare in gamba. Si mise anche lui a interrogarci chiedendoci da dove provenivamo e perché; ma poi si rimise al foglio d’accompagnamento.

Fatto che ebbe, descrisse un comando nell’aria, interpretatoci dai due ceffi, col quale ci mettemmo di corsa a girare per la pista del campo. I due ceffi, con mosse esperte, si disposero uno in un punto e l’altro in un altro punto del campo, per la manovra, e, quando noi quattro gli passavamo di fronte, a turno, ci facevano cadere dall’alto bastonate su bastonate col manganello. E noi dovevamo girare, pensando che non eravamo ancora arrivati, mentre il comandante, con autorità, dava a quello schifo la sensazione civile della sua divisa militare. Ci fermò lui, col suo comando partito da sotto la visiera del berretto, inutilmente fatidica ed epica.

Intanto un prigioniero si era avvicinato al nostro gruppo con un secchio di gesso; e noi gli dovemmo voltare le schiene delle nostre giacche perché lui vi scrivesse i numeri che ci stavano assegnando, che dovevano essere i nostri nomi c che ci dovevamo portare sempre in vista, di dietro, perché non scappassimo e ci riconoscessero subito.

Nella mia giacca ci misero ben grosso e largo il numero 630, e dopo mi dettero una coperta con la quale mi avviai verso la cella cui m’accennarono di recarmi.

 

***

Non potevamo leggere e non potevamo scrivere. Non potevamo, tenere coltelli, lamette e forbici. Il campo era senza regole. Il maresciallo aveva su di noi potere di vita e di morte. A nessuno doveva rendere conto della nostra sorte. Faceva quello che voleva delle nostre persone. Ma finì male, finì. A pezzi, dissero. E buttato, nei pezzi, in una grande vasca d’acqua che era nel mezzo del campo.

La prima condanna nostra era che non dovessimo mai avere né pace né bene. La notte ci veniva interrotta, tutte le notti una volta come minimo. Venivamo mandati nel buco chiamato rifugio, con o senza allarme; oppure-messi nel mezzo del campo dove potevamo stare delle ore, a godimento del maresciallo, che piovesse o nevicasse.

Spesso venivamo lanciati per la pista di corsa e fermati quando, il maresciallo era disposto. Questa colonna di morti che doveva correre era ripugnante.

Stracci, pelle, ossa, sporcizia, zoccoli, fatica, sonno; su tutto ciò i ceffi, scaglionati a distanza d’una cinquantina di metri l’uno dall’altro,. facevano cadere, con accanimento bestiale, bastonate e calci. I primi, per scansarli, andavano più forte, lasciando gli ultimi in tutti i guai. Una volta una bastonata mi piovve netta nel bel mezzo della testa. Riuscii a non cadere dalla paura, perché, chi cadeva, veniva portato nella cella, a braccia, privo di sensi, dalle bastonate che gli avevano dato furiosamente.

A casa non scrivevamo. Nessuno sapeva che esistessimo, perché effettivamente non esistevamo. Senza zaino, senza un fazzoletto, senza il cappotto. Il lager di Jserlhon, con le sue abitudini, i suoi tipi — quando avevo la forza di pensarvi — mi sembrava una famiglia, e una gran fortuna potervi ritornare. Ma i più anziani sostenevano che non si sarebbe fatto ormai più ritorno, che la vita era lì.

Tutte le notti mi seccava forte alzarmi. Degli allarmi ce n’erano anche dei veri, e quelli si capivano dal volto e dalla voce affannata dei ceffi; ma la maggioranza erano per capriccio del comandante, che gli garbava vederci affaticare insulsamente; senza contare le chiamate in mezzo al campo di notte, dove venivamo sottoposti ai più abietti e derisori esercizi e movimenti, per compiacere i sentimenti sadici dei nostri aguzzini. O si doveva stare ritti su un piede, oppure correre saltellando come le rane, mentre i tedeschi, dall’alto e comodamente, picchiavano ridendo e urlando.

. Una volta, che credemmo di essere stati chiamati per prendere il rancio, uscimmo con le scodelle. Mentre eravamo tutti in fila, fila di stracci, di freddo, di fame e di morte, il comandante, con un fischio, ci mise di corsa. Ricordo benissimo che era la Befana. Facemmo una diecina di giri, con le scodelle in mano che dovevamo tenere davanti in atto di presentarle per farci versare la zuppa. Il comandante gridava come alla guerra; i ceffi erano stati presi dalla frenesia e colpivano con gusto e consapevolezza, mentre noi, stracci, ossa, scodella, tristezze,, pidocchi, barba, andavamo senza testa e senza sentimento, allungando, il passo col respiro agitato per non prenderle fatalmente, inciampando ora in un piede d’un altro, ora in un nostro, appoggiandoci al più vicino con l’invito muto di stare insieme per non rimanere disperatamente ultimi.

Perciò, alzarmi tutte le notti, a tutte le ore, per tutte le chiamate,, mi seccava, mi faceva male. Pensai quindi di potermi risparmiare l’incomodo. Mi sarei messo sotto il « castello » appoggiato alla parete con la schiena. Il tedesco veniva, ma, là sotto, la luce della sua lampada non giungeva, perché io stavo bene accosto al muro, e lui non poteva nemmeno supporre che qualcuno gliela facesse sotto il naso, così, abbastanza semplicemente. Per quattro o cinque notti mi andò così; ma si vede che altri facevano il mio giuoco, perché al controllo e al conteggio di quelli che erano fuori, presto risultò che ne mancava più d’uno. E fu così che una notte il controllo lo fecero sotto i « castelli », e il tedesco spinse la lampada sotto il « castello » dove stavo io, ma la luce mi lambì solo, non mi raggiunse e fui salvo. Dopo quella volta non riprovai più.

La notte successiva uno fu scoperto e trascinato senza vita in mezzo al campo, dove noi eravamo allineati, tirato per i piedi. Aveva la faccia nera. Il ceffo aveva la rivoltella. Per poter riprendere a bastonare, spinse il corpo del disgraziato sotto una fontana, sita nel mezzo, perché riprendesse conoscenza. La riprese la conoscenza, con l’acqua e la canna della rivoltella puntatagli nella tempia. Si rialzò come un calamitato e poi, subito, non potè più e ricadde.

Noi ci attendevamo lo sparo, perché il tedesco faceva la bava ed era impazzito.

Lo sparo ci fu un’altra sera, e ad essere ammazzato netto fu il belga che venne con me.

Il belga ebbe una storia nel campo. Dopo pochi giorni che eravamo arrivati, perché sapeva così bene il tedesco o perché aveva fatto sapere di essere disposto a fare qualcos’altro pur di non morire come una bestia, lo vedemmo fare compagnia ai ceffi, a comandare e a bastonare. Lo vedemmo presto comparire col comandante, poi passò ad alloggiare, bastonando e imbestialendo, nel cosiddetto comando, fino a diventare, da prigioniero, vice-comandante del campo, subito dopo il maresciallo. A fare le spese della sua carriera fummo noi. Un giorno prese uno, lo denudò, lo legò a uno sgabello in modo che vi sporgesse il sedere, e lo colpì fino a che volle.

Molte volte, specialmente di sera, nelle stanze del comando, il comandante e i suoi, per rompere la monotonia della vita dello « Straflager» o per sdrammatizzare la situazione militare in continuo peggioramento, si ubriacavano con cognac, birra, vino e parole. In quei momenti noi stavamo in pace.

Una sera, alle otto circa, ai primi di gennaio del 1945, chiusi, stretti e muti nelle nostre celle, sentimmo provenire dalle stanze del comando il rumore di più spari. C’era andato di mezzo il belga, di cui il mattino portammo via e seppellimmo il corpo.

Come fosse successo, non sapemmo, se mai ci fosse stato qualcosa da sapere. Infatti, dopo un giorno non si parlava più di lui.

Il belga, chi era? Bastonava più d’un tedesco, e poi fu ucciso. Dopo dieci anni non mi so scordare che, venendo ad Hattingen, poteva aver lasciato qualcuno a casa, al quale aver detto di star via per poco, il belga. Gli stivali glieli avevano lustrati belli e lui aveva voglia di parlare. E invece la sua carne morta fu buttata in una buca, dove nessuno avrà mai potuto sapere.

 

IV.

Gli ultimi giorni

 

Gli ultimi giorni, a Menden, giunsero improvvisamente. Caddero l’uno sull’altro in fondo ai fatti.

Clemens, il nostro feroce comandante, scomparve. Il Lagerfuhrer ci ammassò fuori nel cortile e ci disse che il giorno dopo sarebbero entrati in città i soldati americani. Si esprimeva da uomo in abiti civili. Sentimmo dalla sua voce, dai suoi occhi, dalle sue braccia, dal nostro ammassamento, che la guerra era finita, per noi e per lui. Ce ne accorgemmo meglio guardandoci attorno e non vedendo più nessun uomo in divisa nel campo.

C’era solo il Lagerfuhrer che ci stava chiedendo in quel momento se poteva stare con noi ad attendere la nostra liberazione, oppure uscirsene anche lui dal campo, scappare.

Lui poteva stare, dicemmo, con noi.

Eravamo liberi!

Era finita!

Le porte del lager erano aperte!

Le porte della città erano aperte! I tedeschi erano scappati. La città era nostra!

13 aprile 1945. La città era nostra!

Il 14 aprile alle ore 16,35 era degli americani.

Le prime pattuglie entrarono in punta di piedi, col mitra, rasentando i muri, saltando nelle entrate delle case, col casco negli occhi e negli orecchi. Le seguivano alcune automobili che, allora, non sapevamo si chiamassero « jeep ».

Noi eravamo nel mezzo della strada a vedere e a sognare; solo noi, con russi, i francesi e tutti gli altri. I tedeschi erano tutti in casa, tranne pochissimi pochissimi. A un certo punto un cannone tedesco mandò qualche colpo su Menden incontro agli americani; ma fu solo qualche colpo.

Alla sera una stazione di radiotelegrafisti si piazzò in una stanza del nostro edificio e cominciò a trasmettere. Noi ci mettemmo attorno per sentire la nuova lingua della nuova divisa.

Imbruniva.

C’era da mettersi a letto, ad aspettare la conferma del giorno dopo.

Quel 14 aprile, prima di entrare, coi carri armati e l’artiglieria, gli americani tennero il paese sotto le loro bombe per una mezz’oretta. Un colpo cadde su un lato del nostro edificio e lo squarciò. Era la finale. Corremmo nei rifugi. I colpi erano abbastanza fitti e cadevano vicini, abbattendo e schiantando le piante del cortile che volavano di traverso. Giungemmo nel rifugio per sentirci cadere sulla testa una botta che non sfondò e fummo salvi.

Alla notte dormimmo poco. Lasciammo le finestre aperte. L’aria era nuova; era come quella di casa.

Nella foresta le artiglierie si battevano ferocemente.

E se i tedeschi fossero ritornati?

Ma l’alba del giorno sopravvenne e tutto il campo si mosse poderosamente contro i vecchi segni della miseria della morte e della fame.

Avanti — dicemmo noi del campo italiano.

Avanti — dissero i russi, i francesi e tutti gli altri.

E i mille e mille corpi dell’Europa in prigione si mossero a una sola voce sulla città, investendola, sollevandola, rovesciandola.

Depositi, magazzini, negozi furono assaliti e vuotati dalla nostra fame, da quella dei russi, più grande, più dolorosa, da quella dei francesi.

Il nostro grido di vittoria e di libertà si incontrò all’improvviso nello scorrere potente e gaio dell’esercito liberatore che, con tutti i suoi pezzi, i suoi reparti, attraversava la città, superandola per altri lager, altre fami, altre libertà, altri sogni.

Nulla che fu trovato alla portata della nostra fame fu risparmiato. Dall’alto delle loro torrette i soldati americani guardavano e sorridevano sottintendendo.

La mia colonna aveva sfondato anche un negozio di strumenti musicali. Dentro c’era solo della musica e pochi strumenti a fiato d’ottone. Afferrai una tromba, la sola cosa del negozio che fosse rimasta alle mie mani. Sapevo suonare.

Che festa! Dopo due anni, la banda del reggimento ritornava! La suonai forte sulla testa di tutti, per andare avanti, avanti, avanti.

 

ADLER RAFFAELLI

 

 

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