Giacomo Fontana – Mio fratello Gigi

 

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Scarpe rotte
E pur bisogna andar…..

 

Racconti del premio Prato
1951 – 1954

 

Premio Letterario Prato 1953.
Racconto vincitore del primo premio

 

Giacomo Fontana
Mio fratello Gigi *

 

Si era d’accordo per le nove della mattina dopo. Bastava che fossimo pronti, per non far perdere tempo; davanti al nostro portone, se mai, davano un colpo di clacson. Ma non ce ne fu bisogno, anzi fummo noi ad aspettare. Si vede che la nostra sveglia era avanti o forse mia madre ci aveva dato un colpetto di nascosto. Chissà da che ora era in piedi, lei. Mi. svegliò quel suo smuovere le sedie in cucina. Aveva già preparato il d’affelatte, scopato in terra; anche i vetri aveva lavato. Quando si accorse che ero sveglio mi fece alzare.
« Presto che voglio fare i letti prima » disse.
Pareva me le volesse mandare giú lei le cucchiaiate; guardava me, guardava la sveglia. Lavò la tazza, il cucchiaio, li asciugò, li ripose al loro posto. Mancavano ancora cinque minuti. Mi sembrava volesse dire qualcosa, ma che non si decidesse.
« Cosa volete, mamma? ». Le davo del voi, all’usanza vecchia, come voleva mio padre quand’era in vita.
« Niente… Pensavo se torniamo indietro tardi, per la spesa… ». Ma si `vedeva che non era a questo che pensava. E dopo, sul marciapiede, si metteva a posto il fazzoletto in testa, mi veniva, vicino a darmi un colpo al colletto, mi spolverava con la mano. Nervoso era, nient’altro.
Guardava l’angolo continuamente. « Tanta fretta e poi si saranno addormentati ».
Adesso, a vederla cosí, mi sentivo in colpa. Avrei dovuto insistere perché restasse a casa, insistere di piú. Me lo avevano detto anche all’ANPI: « Per una madre non va bene ».

 

Avevo cercato di convincerla, ma in casa nostra è inutile. Uno vuole una cosa, la vuole e la vuole. Cosí mio padre, lei, mio fratello e io. Insomma, finii Così: « Basta che poi… ».
E lei non mi lasciò parlare: « Pensa a te piuttosto, mi. lordino ». Lo sapevo che mi toccava stare zitto a quella parola. Mio. fratello me l’aveva affibbiata quando ero svenuto alla vista del sangue. Da allora, se il vestito non lo trovavo stirato come volevo io, se mi lavavo le mani prima di mangiare, era sempre la stessa parola: milordino, milordino.
« Fa come vuole lei, è decisa a venire ». Lo dissi all’ANPI. Lassù si strinsero nelle spalle, nella macchina il posto c’era. Ora la si aspettava e comparve all’angolo. Salimmo, di dietro tutti e due.
Un uomo seduto vicino all’autista si voltò. « Hai un fiammifero », chiese.
Mia madre mi aveva permesso di fumare da una settimana. Per i miei quindici anni era fin troppo presto, diceva. Solo una dopo i pasti. Ne accesi una anch’io, e provavo vergogna a fumare davanti a lei. Mi guardava con l’aria di prendermi in giro, poi si distrasse guardando fuori dal finestrino.
Nessuno di noi parlava. Vedevo la faccia dell’ autista nello specchietto e che ogni. tanto si chinava in avanti. « Mamma, state comoda? », chiesi.
Voltò un momento la testa. Ci scosse la sua voce improvvisa: « E tu eri in brigata con lui? ».
L’autista la guardò nello specchietto. « Dici a me? I primi tempi… poi mi hanno spedito in montagna ». « Ma adesso sei qui, però ».
A una curva si parò un carro davanti. L’autista si abbassò sul volante e con uno scarto lo scansò per un pelo. Fu dopo un po’ che disse: « Tu stai scherzando, nonna ». Mi dava fastidio che chiamasse nonna mia madre e le desse del tu. Non me lo permettevo io, suo figlio, e neanche Gigi, mio fratello.
E dire che Gigi aveva dodici anni piú di me. Di me dicevano che ero nato per sbaglio, e sono venuto a sapere che mia madre si vergognava a farsi vedere intorno con la pancia grossa. Mio padre me lo ricordo appena. Il ricordo s’è sbiadito con l’andar del tempo, e quando mio fratello ritornò a casa dalla galera, già cosí vecchio, mi sembrò d’avere un altro babbo, piú giovane. Dormimmo nel letto matrimoniale tutti e due. Rimasi sveglio una notte intera a fargli domande. Molte cose non le capivo, allora, e conservo ancora l’impressione che si sforzasse di farmele comprendere. Io non mi davo tanta pena a pensarci sopra. Volevo sapere di quelli che erano in prigione con lui. Gli dispiaceva parlarne. Forse perché lui, ora, era libero e gli altri no, e dei compagni sentiva nostalgia.
Gigi teneva al mignolo un anello, non gli andava bene a nessun altro dito. E quando mia madre disfece la valigia, si chinò precipitoso a prendere un calzettino: un calzettino color polenta, proprio brutto, ma lui si vedeva che lo aveva caro. « Me l’ha dato Nullo », disse. E gli pareva che per noi fosse chiaro tutto.
Mia madre cercava di preparare da mangiare come gli piaceva un tempo. C’era già la guerra; consumò i bollivi di un mese della tessera dello zucchero per un solo dolce.
E una sera, entrando all’improvviso, udii una domanda: « Ma perché non ti fermi? Non sei contento? ». Vidi Gigi abbracciare la nostra mamma, senza dire nulla. Non l’avevo mai visto fare questo, ma non disse niente, non rispose. Pensavo male di lui quando parti, e per un certo tempo mia madre la vidi triste.
~« Vedrai che torna », dicevo io.
« Si, torna… », ripeteva lei, ma stancamente, senza convinzione.

 

A me, nell’abbracciarmi, Gigi aveva detto: « Aiuta la mamma, che diventa vecchia ».
Era sull’uscio e gli gridai: « E perché non l’aiuti tu? Tu te ne vai, vero? ».
Tornò indietro, mi strinse forte, mi guardò con quel suo modo serio. « Aiuta la mamma », disse ancora, e se ne andò.
Lo vidi una mattina al mercato. Era vicino al nostro carretto della verdura. Mia madre stava dando il resto a una cliente. Mi fece segno di star zitto, un cenno con la testa come a dire: « Bravo », e scompari.
Io tirai mia madre per il grembiule: « C’è Gigi! », le dissi. ,« Dov’è, dov’è? » chiese lei, e restò inquieta tutto il giorno e dava cicoria al posto delle patate.
E ancora un’altra volta lo vidi, sempre al mercato. Ci f u del disordine, a un tratto. Gridavano: « Rastrellano! ».
Mio fratello infilò una porta, aveva una valigia e un cappello verde, lo ricordo perfettamente. A mia madre non lo dissi. Tutte le volte che si parlava di lui, si faceva il segno della croce e si torceva le mani.
Una sera sentimmo bussare. Stavamo andando a letto; prima dovevo contare i soldi dell’incasso e segnarli sul quaderno. Era Gigi. Appese all’attaccapanni qualcosa e ci mise sopra l’impermeabile. Conservava sempre l’abitudine di mangiare pomodori crudi; frugò nella cassetta e ogni tanto si alzava a prenderne uno. La mamma s’era come irrigidita a sedere; ancora non aveva detto nulla, neanche quando l’aveva abbracciato. Parlavamo tra noi due. Lui si interessava della città, se di tedeschi ce n’erano molti, cosa si era detto in giro quando scoppiò quella bomba in una caserma.
E. in un momento di silenzio mia madre disse: «Gi.gi, rimani qui in casa, qui nessuno ti cerca ».
Gigi fece finta di non sentire. Si rivolse a me: « Sai chi ho visto l’altro giorno? Andrea, quello che stava al paese. L’hai in mente? Voi ve lo ricordate, vero, mamma? Adesso è nella Brigata Nera ».

 

« Gigi, ti trovo un posto dai contadini dove prendo la roba. Sono brava gente».
« Sentite, mamma, non parlate piú di questo. Io ho una lettera che mi ha scritto il babbo quando ero dentro. Voi lo sapete come la pensava ».
« Gigi, preparo il letto, rimani questa notte almeno».
Gigi usci mezz’ora dopo, e andai davanti io sulle scale, a spiare che non ci fosse nessuno. Rimasi sveglio un pezzo e contai fino a tre ronde. Mia madre si raccomandò tanto che non dicessi niente in giro.
Noi si usciva alle sette, quando finiva il coprifuoco. Portavo giú le cassette, le caricavo sul carretto, aprivo il portone. Percorrevamo molte stradine e vicoli per arrivare prima.
A un crocevia c’era gente, mia madre corse avanti. L’aspettai e venne stringendosi le mani sul petto e facendosi segni di croce.
• Cosa c’è? », chiesi.
• Tira avanti, tira avanti ».
• No, voglio vedere anch’io ».
La raggiunsi piú avanti che spingeva faticosamente e borbottava le sue preghiere. Quello fu il primo morto che vidi. Un morto vero, perché mio padre sul letto era come tutte le altre mattine quando tornava a casa dal turno di notte in ferrovia e si buttava a dormire vestito. Di differente c’era il vestito: indossava quello migliore. Da allora, appena sentivo dire in giro che avevano ammazzato, qualcuno, correvo. Un impiccato, dei fucilati, quelli appesi ai ferri dei cancelli… Mi facevo largo. Delle volte erano voltati con la faccia in giú.
Restavo finché li rivoltavano per caricarli sul furgone. Ed ero sempre il piú vicino, per veder meglio. Come sono stato male, una sera, a vedere un impermeabile addosso a uno di quei morti! Anche il colore era preciso.

 

Per fortuna lo vidi il giorno dopo. Aspettò il momento che fossi solo. Finse di tastare la frutta, la verdura e disse piano: «Lí, dov’ero prima… davanti a quel manifesto » (parlava a scatti) « alle sei, se vedi una persona fermarsi, gli vai a dire: Libero non può venire,, Capito? È anziano con gli occhiali… forse neri… non so… ». Pescò nella cassetta un pomodoro e si allontanò tranquillamente, tra la gente.
Feci tutto come mi aveva detto. Quel tale non rispose neppure. Mi guardò, levò l’orologio dal taschino e se andò. Anche cosí mi sentivo sicuro che era proprio quella la « persona ». Mi pentivo di non aver chiesto a Gigi: « Com’è, hai cambiato nome? ». Si immaginava benissimo che, a sentir dire di Libero, Libero era lui. L’avrei anche potuto dire a nostra madre. Invece da me non lo seppe mai. Me l’ha sempre rimproverato, mia madre. Ora a chi aspetta un bambino consiglia sempre il nome di Libero. « Non senti com’è bello? E poi è significativo », dice.
Quella mattina, in macchina, sembrava chissà dove. Guardava fuori, ma aveva uno sguardo appannato, che non vedeva nulla. Si scosse solo quando l’autista fece: « Ho ancora l’impermeabile di Libero ».
« Ce l’hai tu? E quando me lo porti? ».
Lei aveva raccolto tutte le cose di mio fratello. Si intavolò una lunga discussione su chi aveva piú diritto a tenerselo. Fu forse anche colpa di quell’impermeabile se mia madre indovinò chi era il famoso Libero.
Ormai lo sapevamo a memoria il manifesto: « Alto tanto, capelli neri, impermeabile grigioverde chiaro, chili di sale dieci, o lire… ». Una cifra grossa per quei tempi. In poche settimane la raddoppiarono. Lo chiamavano bandito pericoloso. Mio fratello bandito pericoloso! Al mercato ho fatto a botte con altri ragazzi a causa di quel manifesto. Tempo prima avevo visto un film: Primula rossa. Gigi era la Primula Rossa, per me, che la faceva in barba a tutti e scappava sempre. Se lo avessi visto, glielo avrei detto di chiamarsi cosí, non Libero. Mia madre, allora, diventò ancor più silenziosa. Nessuna parola piú del necessario. Al nostro carretto venne una signora con il distintivo fascista all’occhiello. Trovò da ridire sulle patate. Mia madre di solito stava a discutere, diceva che dappertutto è così, che manca il concime e perciò vengono su a quel modo. Si aveva bisogno di vendere e non ci si poteva mica permettere di mandare via la gente. Invece lei, secca secca, le fece: « Vada a cercarle migliori da un’altra parte! ». E non si degnò neppure di rispondere alle offese dell’altra. Mi fermò per un braccio perché io…

 

Camminavo per la strada e scrutavo in faccia tutti; quasi mi aspettassi che il signore davanti a me o il vecchio che chiedeva l’elemosina mi chiamasse, fosse Libero, Gigi insomma. Pensavo: « Forse si traveste tutte le volte ». Anche in rifugio, durante gli allarmi talvolta pensavo: « Chissà, magari si trova nei paraggi e può entrare qui ».
E cosí succedeva anche a me di perdere lo sguardo fuori dal finestrino a pensare al tempo andato. L’autista si rivolse a me: « E tu, l’hai anche tu il fegato di tuo fratello? ».
Rispose prima mia madre: « Era piccolo, allora ». Mi mise una mano attorno al collo e io la ringraziai posandole la testa sul petto. A quelle domande mi sentivo in vergogna, come se avessi colpa io di essere nato tardi.
Ripiombammo nel silenzio finché arrivammo nella piazzetta di un paese.
« E adesso da che parte si va? ».
L’ autista gridò fuori dal finestrino: « Per andare al casello ».
Ci fecero segno, dissero anche: « Sono già arrivati i pompieri ».
La moglie del casellante, sulla porta, spaurita, gridava al figlio di venire in casa : « Non ci puoi andare tu, vieni qui subito! », e il bambino ciondolava la testa, dava calci a un ciuffo d’erba tra il selciato, ed entrò di malavoglia.
Raggiungemmo un gruppo di persone in mezzo ai campi. Il casellante girava attorno, il braccio teso, un pompiere adoperava il badile per bastone, e il piccone in spalla a un altro pareva una croce di traverso.
Presentarono mia madre al brigadiere e al casellante: « La madre di Libero », dissero.
A me nessuno badava, e per darmi un contegno accesi una sigaretta.
L’autista mi corse vicino: « Tieni buono », disse.
Fu solo allora che mi accorsi dell’autista; gli mancava un braccio. Ma come faceva a guidare? Ora mi spiegavo perché si abbassava sul volante, quando cambiava marcia.
Lo sussurrai a mia madre, lei si portò una mano alla bocca a trattenere una esclamazione. Gli si avvicinò: « Scusa, non lo sapevo… Per quello che ho detto prima… ». « Va’ là, nonna, va’ là… ». Disse nonna con un altro tono, questa volta.
Si arrivò in uno spiazzo. Ora il casellante pareva indeciso. Si allontanò di corsa fino a un paletto di vigna, poi ci venne incontro a passi lunghi contando ad alta voce: « … otto, nove, dieci… qui! », e puntò il piede sulla terra. Dopo si sentirono solo i tonfi soffocati del piccone. Arrivò un carabiniere, posò la bicicletta contro un paletto e si mise anche lui vicino al brigadiere, le mani dietro la schiena.
« Andiamo piano », avverti il casellante. « Non è mica tanto fondo ». Stava piegato e, ad ogni badilata, frugava la terra con le dita. Si fermò un momento ad asciugarsi il sudore. Non era caldo, ma sudavano tutti, anch’io che non facevo niente.
L’autista si era seduto, masticava e sputava un filo d’erba. Un pompiere aveva steso, un telo li vicino. Mia madre stava ferma come una statua, una leggera brezza le gonfiava la gonna. Fu la prima a intravedere qualcosa.
« Fermi, fermi! Con le mani adesso, con le mani! », gridò, e voleva farlo lei.
1 pompieri infilarono lunghi guanti e il brigadiere ci mandò via. Io non feci resistenza perché già sentivo male allo stomaco, ma lei non voleva. Ci fermammo nel casello. La moglie del casellante si lamentava:
« E’ scappato via, va a star male ». Parlava del figlio. Poi dalla credenza tirò fuori una bottiglia: « E’oba forte, vi farà bene ».
Mia madre prese a fare domande. Era terribile quando cominciava, insisteva sui particolari, non gliene sfuggiva uno.
« Ha sentito anche lei? ».
« Se ho sentito? Tutto ho sentito. Prima sono passati, poi ho sentito gridare; uno ha continuato per un pezzo, gridava sempre piú forte. L’avevano legato a un albero col filo di ferro e l’hanno ammazzato per ultimo ». Come ci pensasse solo allora, chiese: •« E lei è la madre di qualcuno… ».
« Di Libero ».
Allora la donna smise di parlare. Ormai ero certo che quel tale era mio fratello; forse anche mia madre lo pensava. « E perché l’hanno ammazzato per ultimo? », chiese ancora.
La casellante si strinse nelle spalle: « Ne hanno fatte tante! ». Si meravigliava che suo marito fosse ancora al mondo. « Bussavano che a momenti veniva giú la porta. Gli dicevo: non andare, per amor di Dio, che ti ammazzano anche te. Poi andò giú e venne a casa con una faccia! Per un pezzo non gli ho chiesto niente, poi poco alla volta mi ha raccontato tutto lui ». Girò attorno al tavolo e lo lisciava col palmo. « Sette… E quello legato all’albero l’ha dovuto slegare lui. Per forza, sennò l’ammazzavano… », aveva l’aria di scusarsi, « e ha dovuto coprire la fossa… ».
Arrivò il carabiniere a chiamarci e la donna ci fece bere un altro bicchierino di roba forte. Eravamo già dietro il casello e ci sentimmo chiamare: « Aspetti, aspetti ». Strappò nell’orto una bracciata di fiori, li diede a me e abbracciò mia madre. Poi rimase- confusa, stringendosi le mani a vederci allontanare.
Man mano che ci avvicinavamo, di là dal mucchio di terra fresca compariva il bianco del telone. A ogni passo mi addossavo, senza accorgermi, a mia madre, finché la presi per un braccio. Stringevo sempre di piú. Allora lei si fermò, mi accarezzò. « Vuoi fermarti qui? », chiese.
Scossi la testa e riprendemmo il cammino. Un pompiere sciacquava i guanti in una pozza d’acqua. Tutti gli altri stavano in silenzio, attorno al telone, e volevano guardarci senza parere. L’autista e un altro tirarono indietro il telone, come a disfare un letto. Sette corpi, corpi e terra, dei brandelli di vestito…
Mi sentivo lo stomaco in movimento, guardai per un istante da un’altra parte, vidi un albero: forse quello dove avevano legato Gigi. Mi voltai di scatto, mandando giú la saliva di continuo, e camminai intorno al telone. Guardavo le mani. Ed ecco un piede, un calzino arrotolato. Cosí come faceva lui, me lo ricordavo benissimo.
E la mano, dov’è la mano? E’ qui, è qui: l’anello, l’anello al mignolo che non andava bene in nessun altro dito.
« È questo Gigi, è questo Gigi… », continuavo a ripetere, di seguito, come un disco. Mia madre mi teneva stretto, contro. Oh, lo sapeva lei che stavo male non perché ero un « milordino ».
Mi trascinò via per un braccio, fin davanti all’albero. Poco alla volta mi passò. Ci incaminammo per la cavedagna, e quasi faticavo a tener dietro al suo passo.
Non avevo mai visto mia madre in quel modo. Sembrava piú alta e guardava in avanti. La chiamai forte due volte: « Mamma! ».
Lei continuava ad andare, quasi non mi sentisse, e finii anch’io col guardare in avanti, come mia madre.

 

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Edizioni Avanti!
1955

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