Lucia Ottobrini (Maria, Leda)

 

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LUCIA OTTOBRINI (MARIA, LEDA)

Medaglia d’Argento al Valor Militare

Gappista

 

Chi è Lucia Ottobrini?

 

fino all’età di 15 anni io ho abitato in Francia (Alsazia), parlavo francese e tedesco e poco l’italiano. Prima della seconda guerra mondiale c’era molta tensione soprattutio tra i lavoratori; ricordo di aver assistito festante alle parate dei lavoratori del 1° maggio e alla festa della Bastiglia del 14 luglio. Mulhouse era una città industriale a poche decine di chilometri dal confine svizzero e dal fiumee Reno, attraversato il quale si era in Germania. Vi erano o stranieri di varie nazionalità: italiani, polacchi, boemi. Ho conosciuto molti padri di famiglia che avevano perso la salute lavorando nelle miniere di potassio, qualcuno si era addirittura suicidato perché non sopportava le condizioni di isolamento e di alienazione che lo opprimeva. La mia migliore compagna di scuola era polacca, e per qualche tempo frequentai un doposcuola ebraico. Un giorno il rabbino mi pose la mano sul capo e mi benedísse. Non ho mai dimenticato quel gesto, da allora ho sempre amato gli ebrei, la loro dolcezza e saggezza.

Quando tornammo in Italia mio padre fu immediatamente inviato, come militare, nei servizi ospedalieri e quindi lo vedevamo raramente. Conoscemmo la fame. A Roma ci fu assegnata una casetta popolare a Primavalle, un vasto quartiere popolare di gente povera perlopiù deportata dal centro dove si stavano realizzando le opere urbanistiche del regime. I giovani di quel quartiere difficilmente studiavano, molti s’ingegnavano in lavoretti saltuari malretribuiti, alcuni erano ladruncoli. Ero molto timida e riservata, ma benvoluta.

A sedici anni fui assunta presso l’Ufficio valori del Tesoro; c’erano tante altre donne che come me contavano e controllavano banconote. Un militare fascista con il fez in testa camminava su e giù e ci controllava. Consegnavo tutto il salario a mia madre, salvo pochi spiccioli che mi rimanevano e che utilizzavo per i trasporti e per comperare libri. Leggevo molto e con attenzione, soprattutto classici francesi e russi. La lettura fu fondamentale per la mia vita e per la mia formazione.

 

Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a diventare antifascista?

 

Sicuramente l’entrata in guerra contro la Francia, la mia seconda patria; l’infamia di un’aggressione contro un paese che era già stato piegato dai Tedeschi. Poi le leggi razziali. Molta gente, specie nel «popolino», aveva creduto in una matrice proletaria del fascismo e in una certa propensione ad occuparsi della povera gente e questo spiega il consenso di massa che il fascismo e il fascino personale di Mussolini avevano conseguito. Con i fallimenti della campagna di Grecia e di Russia si capì subito però che la guerra non sarebbe stata la passeggiata imprudentemente promessa. I ceti più abbienti cercavano di disimpegnarsi dal fascismo. A Primavalle i fascisti «irriducibili», pochi in verità, ostentavano l’orbace, ma era più per orgoglio che per convinzione, date le loro umili condizioni sociali e culturali. Fu il fatto di aver passato la prima parte della mia esistenza in un ambiente sottoproletario e i miei trascorsi in Francia che fecero maturare in me la coscienza di stare dalla parte degli operai e del popolo.

All’inizio del 1943 conobbi Mario Fiorentini. Fu una fiammata che non si è mai spenta né attenuata. Fu subito il mio ragazzo e il mio compagno di tutta una vita, insieme a lui ho superato vicende difficili. Tramite Laura Lombardo Radice mi fu assegnato il mio primo incarico politico: la raccolta di indumenti, medicine e cibo per i prigionieri politici: così conobbi le sofferenze dei perseguitati antifascisti e questa fù per me una rivelazione. Incontrai, accanto a Mario, uomini e donne antifascisti, persone di estrazione borghese che poi sarebbero divenute famose, ma anche operai artigiani e piccoli negozianti. Quello fu un periodo splendido, Mario e Plinio De Martiís avevano formato una compagnia teatrale che doveva far conoscere gli «autori classici del teatro di prosa al popolo, evitando le rappresentazioni degli autori cosiddetti borghesi». Ciò doveva avvenire nei cinema di periferia, in modo da raggiungere un pubblico popolare fino ad allora escluso dal teatro. Iniziammo dal cinema Mazzini ma avemmo subito delle difficoltà finanziarie-, né il proletariato né il ceto medio corse ai nostri spettacoli. Attori e registi si ridussero la paga e qualcuno rinunciò. Facemmo una sola rappresentazione al Teatro delle Arti. Avevamo progettato che Gassmann saltasse sopra un tavolo e cantasse l’Internazionale in francese. I registi della nostra compagnia erano Luigi Squarzina, Adolfo Celi, Gerardo Guerreri, Vito Pandolfi, Mario Landi, gli attori erano Gassmann, (stupendo per la sua classe, il suo ardore, la sua cultura), Lea Padovani, Nora Ricci, Antonio Pierfederici, Vittorio Caprioli, Carlo Mazzarella, Alberto Bonucci, Gianni Santuccio, Ave NInchi, Nino dal Fabbro, i due fratelli Ettore e Corrado Gaipa e tanti altri. Ho dimenticato molti nomi, ma eravamo tutti giovani, entusiasti e antifascisti.

 

Cosa accadde dopo l’Armistizio?

 

Dopo l’armistizio dell’otto settembre la situazione diventò confusa sia sul piano militare che politico. Con Antonio Cicalini, Fernando Nórma, Tonino Tatò, Antonello Trombadori, Franco di Lernia e altri formammo gli «Ardití del popolo», con compiti di intervento ín caso di mnifestazioni e dimostrazioni; facemmo anche una sfilata nel quartiere Prati. Mario ed io fummo con Mario Leporatti, Fernando Bertoni, Guido Rattoppatore, Lallo Bruscani, Luigi Coati e tanti altri nella IV zona che comprendeva i quartieri centrali della città. Nella libreria antiquaria di Fernando Bertoni, il popolare decano dei bancarellari di Fontanella Borghese, c’era una botola che nascondeva una specie di cantina senza finestre. Qui avevamo nascosto Roberto Forti e una parte dei moschetti che il generale Carboni aveva distribuito alla popolazione nei giorni dell’Armistizio. Poi ricordo il negozio di falegnameria di Cesare Nasini in via dei Coronari e tanti altri depositi o negozi o cantine; furono i luoghi dei nostri incontri e delle nostre discussioni politiche, allora molto animate.Gesmundo teneva discorsi tra il mistico e il profetico. Gastone Manacorda e Pietro Amendola, più tardi anche Edoardo Perna – che si era staccato dai matteottini – e Carlo Lizzani, facevano discorsi «colti». In una riunione nel negozio di due imbalsamatori a Sant’Agostino, vicino Piazza Zanardelli, avevamo chiuso la saracinesca e stavamo in penombra. Ricordo gli atteggiamenti di Gesmundo piccolo, snello, minuto con gli occhi scuri e acuti che si muoveva tra gufi, scimmie e altri animali impagliati, ricordava il cinema espressionista tedesco. Ci fu, invece, una specie di adunata generale in un grande locale interno, in una strada tra i Coronari e via Della Chiesa Nuova, nella quale eravamo tanti e tra noi c’erano anche persone autorevoli; ricordo che mentre parlava Gesmundo mescolando insieme mazzinianesimo e marxismo, Alvaro Marchiasi, sempre molto vivace, intervenì dicendo che quella sembrava veramente una riunione della Caboneria. A metà settembre vi furono riunioni negli studi di scultori e pittori in Via Margutta: Giulio Turcato, Antonio Vangelli ed altri furono arruolati nella IV zona. Ricordo che Franco Calamandrei, con i due pittori, aveva lasciato Venezia, città in cui si trovava nei giorni dell’Armistizio, col proposito di seguire Giaime Pintor ed altri e trasferirsi al sud, dove Benedetto Croce ed elementi del Cln insieme ad ufficiali badogliani speravano di costituire un esercito che, con pari dignità, combattesse a fianco degli Alleati sotto la bandiera italiana. Ma Víto Pandolfi e Alfredo Orecchio riuscirono a convincerli che il loro posto era nella resistenza romana. Con una strana cerimonia diretta da Gianni Puccini, Aldo Natoli e Mario Fiorentini, che rappresentavano l’organizzazione militare Garibaldina, furono così cooptati Turcato, Vedova, Pratolini, Calamandrei, il giornalista Alberto Gattini e Rosai, un funzionario dell’Inpes che divenne nel dopoguerra un attivo sindacalista. Nel mese di ottobre del 1943, all’alba, i tedeschi piombarono in casa di Mario Fiorentini. Mario, ha una seconda porta, sgusciò alle loro spalle, raggiunse la terrazza e saltando attraverso i tetti raggiunse Via Gregoriana e poi, scavalcando gli orti sotto Villa Medici, giunse all’appartamento di Via Margutta in cui si erano rifugiati Turcato e Vedova. Dopo un paio di giorni mi unnii anche io a loro e trascorremmo insieme a questi due incredibili personaggi giornate indimenticabili. Venivano .i t rovarci i tipi più strani come il pittore Antonio Vangelli, ricordo che un giorno Antonio ed Emilio saltarono sul letto improvvisando un ballo sfrenato, sembravano due lampioni viventi, come in una scena dei cartoni animati.

 

Lei successivamente abbandonò Roma. Ci racconti qualche cosa della sua esperienza in montagna.

 

Partii per raggiungere il settore Tiburtino con Mario e altri il nostro compito era di attaccare le colonne tedesche in transito da e per il fronte. Furono settimane infernali, con Salvatore di Benedetto studiammo addirittura dei piani per impedire il sabotaggio delle centrali idroelettriche nella zona. Nei miei spostamenti fui mitragliata più volte, ma non avevo paura perché ero abituata a defilarmi profittando delle irregolarità del terreno. Fui sconvolta dai bombardamenti, soprattutto quando la casa in cui mi trovavo fu gravemente lesíonata Mi abituai col tempo a rifugiarmi in grotte o luoghi isolati. Mario ed io contattammo moltissimi antifascisti, militari sbandati, carabinieri. Non avevamo nulla da mangiare, cuocevamo rami di cicoria senza sale o condimento, mangiavamo favette selvatiche. Molti tedeschi erano giovanissimi e ciò dimostrava che la Germania aveva bisogno di nuove leve di combattenti. Una volta scoppiai in lacrime quando sentii dei giovanissimi soldati che cantavano un nostalgico «Andiamo a casa, dove staremo bene» nella loro lingua, che io parlavo e capivo, era un inno che avevo sentito cantare in Alsazia.

 

Lei ha mai pensato di combattere, oltre che per la libertà per il socialismo?

 

Ho partecipato alla guerra di Liberazione, anzitutto per risollevare il nostro paese dal baratro in cui era caduto per la follia guerrafondaia del Fascismo. In quel momento occorreva unire tutte le forze intorno all’obiettivo principale che era la guerra a fianco delle democrazie occidentali. Ho combattuto avendo al mio fianco carabinieri, graduati, ufficiali, civili di idee liberali o socialiste, comunisti e democristiani, preti ed ebrei, monarchici e repubblicani, tutti uniti dal comune intento di cacciare via i nazisti. Il Fascismo, il Nazismo, il Franchismo erano modelli da respingere perché avevano calpestato le libertà e la stragrande maggioranza dei partigiani si batteva per la libertà. La bandiera della difesa delle libertà democratiche contro il fascismo, nel ventennio nero era stata tenuta alta da comunisti, socialisti, giellisti e da frange del mondo cattolico che, in modi diversi, si richiamavano a ideali socialisti risorgimentali, oppure a posizioni teoriche di ascendeza marxista o al modello dell’Unione Sovietica o anche al messaggio sociale cristiano. Questo spiega perché molti resistenti di varia estrazione politica hanno creduto nel socialismo.

 

Lei è cattolica?

 

In Francia, fino a quindici anni ho vissuto in un ambiente pluralista: ebrei, protestanti e cattolici. Questo forse è stato un bene, almeno per me, giacché mi ha preservato dall’intolleranza e mi ha portato a considerare con cautela la Chiesa come istituzione. A tredici anni ebbi la comunione, un prete mi impartì il catechismo e da allora fui una cattolica entusiasta per tutta la vita ma tollerante verso le altre fedi religiose.

 

 

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