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Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Sebastiano Favare – Banda Carità

Le armi della fratellanza di Sebastiano Favare

Fui arrestato ai primi di gennaio del 1945 e più tardi condotto a Palazzo Giusti con l’imputazione di essere un organizzatore di bande partigiane e perciò un sovversivo pericoloso. Vi stetti fino al 16 marzo, quando fui trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Posso dire che a Palazzo Giusti constatai subito che il morale dei prigionieri era altissimo, pieno di fede e di .speranza. Credo che non vi siano parole adeguate e sufficienti per descrivere la brutalità del mostro Carità e dei suoi sbirri. Desidero citare, a questo proposito, qualche fatto e descrivere la cella dove vivevo assieme ai miei compagni. Verso la fine di febbraio venne rinchiuso a Palazzo Giusti don Luigi, parroco di Nove. Fu subito ridotto in condizioni strazianti (come del resto era la sorte di tutti i reclusi); .alla fine fu relegato in una piccola cella di isolamento al piano superiore, proprio di fronte alla nostra. Questo vero sacerdote rimase senza nutrimento per quasi quattro giorni (tutte le novità ci venivano portate dai cari nostri compagni Campagnolo e Rossi, che giornalmente distribuivano la minestra ed il pane). Allora noi decidemmo all’umanità che don Luigi non doveva essere lasciato morir di fame, come voleva Carità. Perciò la mattina seguente, essendo di. guardia un nostro piano un agente, padre di una decina di figli, e si vantava di essere più umano dei suoi colleghi, riuscimmo naturalmente dietro ricompensa, a farci aprire la cella di don Luigi e a soccorrerlo. L’agente era quello stesso che giornalmente ci procurava, facendoselo pagate profumatamente, il «Gazzettino », dandoci così la possibilità di avere sempre le ultime notizie, anche se di marca fascista. Nostro compagno di cella era il professor Nicoletti, molto esperto in geografia. Egli disegnò in una parete, quella ricoperta dai nostri pastrani, uno schema geografico dei vari teatri di guerra; e cosi con le notizie riportate dal «Gazzettino,. e con la vasta cultura del Nicoletti sapevamo che gli avvenimenti precipitavano ovunque e che la resa dei conti si avvicinava inesorabile. Naturalmente tutto questo serviva a rialzare, se ve ne fosse stato bisogno, sempre più. il nostro morale.

Fra i personaggi celebri che davano lustro al movimento antifascista e per noi preziosi consigli, vi era anche Egidio Meneghetti. Ai primi di marzo egli fu chiamato dal maggiore Carità che gli fece un discorso improntato di patriottismo; gli disse che riconosceva in lui un’ispirazione politica che era italiana e abbastanza giusta, ma che non ammetteva però la ribellione armata degli antifascisti. Meneghetti rispose che la dittatura e la violenza fascista dovevano essere combattute e annientate in tutti i modi ~ restaurare in Italia la pace e la giustizia. A queste nobili parole Carità non rispose, ma cercò di persuaderlo che ambedue agivano per il bene della patria e fece il gesto di tendere la mano, in segno di pace, verso Meneghetti. A questo punto il Professore scattò in piedi indignato, dicendo: «Maggiore, quella mano mi offende! Guardia, mi riporti in cella ». Altro nostro compagno di cella era l’avvocato Ettore Gallo. Anch’egli fu chiamato ai primi di marzo per un interrogatorio. Fra gli sgherri che facevano degna corona a Carità, c’era anche un maresciallo tedesco. L’interrogatorio ebbe inizio, come sempre, con parolacce minacce e accuse. Gallo negò ogni addebito e aggiunse di non essere d’accordo con la politica fascista imperniata sulla violenza. Quegli energumeni si scagliarono tutti, compreso il tedesco, sulla vittima menando calci e pugni. A un tratto Gallo si ribellò e sferrò un poderoso pugno in pieno viso al maresciallo tedesco, facendogli un occhio nero. A questo punto, come per incanto, il tafferuglio cessò, troncando l’interrogatorio e le sevizie. L’avvocato rientrò nella cella molto serio e pallidissimo. A noi, che stavamo attoniti a guardarlo, disse queste precise parole: «Miei cari amici, non so come andrò a finire. Ho commesso un gravissimo reato: mi sono ribellato e ho picchiato con energia il maresciallo tedesco provocandogli un occhio nero. Forse, amici miei, verranno questa notte stessa a prelevarmi per farla finita per sempre ».

Nell’ultima decade di febbraio, verso la mezzanotte, sentimmo aprirsi la porta della nostra cella: apparve sulla soglia un uomo sulla trentina, con la camicia e il pullover a brandelli, la faccia gonfia e insanguinata, un vero «ecce homo ». Dopo le nostre domande (Chi sei? perché sei qui? chi ti ha arrestato? quando, dove?) – era il professor Amleto Sartori – ci chiese se qualcuno di noi sarebbe stato fucilato all’alba. lo rassicurammo; ma egli disse calmo: «Voi dite che nessuno verrà fucilato per il momento; però anche se ciò si verificasse, ci vuol pazienza. Saremo uno di meno ». lo capii e risposi: «Sta certo, ne rimangono vivi ancora molti . Egli rise: « D’accordo!

Per riempire le lunghe ore, per distogliere i nostri pensieri dalla preoccupazione della nostra sorte e per aumentate la nostra cultura, i vari professori che si trovavano nella nostra cella ci davano al pomeriggio un’ora di lezione della materia di loro competenza. Il professar Nicoletti ci illustrava la storia e la geografia, il professor Sartori la storia dell’arte, il dottor Miraglia la medicina, l’avvocato Gallo ci metteva al corrente delle leggi allora in vigore, don Giovanni Apolloni ci dava lezioni di matematica e di religione, il professar Zamboni ci spiegava i vari sistemi filosofici dalle antiche civiltà fino ai giorni nostri, io illustravo i più famosi ricami a mano nei vari stili per l’arredamento della casa. Il più seguito però era il professar Ponti, insigne letterato veneto. Dico «veneto » perché Ponti, grande ammiratore di Dante, di cui conosceva le opere alla perfezione, citava la Divina Commedia in dialetto chioggioto affinché potessimo afferrare più facilmente il senso dei versi. Assicuro che noi tutti lo ascoltavamo con grande entusiasmo, avvinti da un’oratoria e da una mimica che ci facevano passare qualsiasi umore triste.

Durante il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Bolzano, il professor Meneghetti e io fummo dirottati alla sede delle SS di Verona. lo per l’ennesimo interrogatorio condito di pugni e calci, Meneghetti per una revisione dei verbali e, credo, per uno scambio di prigionieri. Ci siamo poi rivisti nel campo di Bolzano, su lui mai potrei parlare, salvo qualche bigliettino, giacché Meneghetti era stato destinato al reparto dei pericolosissimi ,., guardato a vista dalla guardia permanente. Quando uscivamo al mattino per la cosiddetta ora di aria », giravamo intorno al suo box come tanti pianeti intorno al sole, senza mai voltarci indietro. Sapevo che era in condizioni di salute molto precarie, anche perché il vitto dei « pericolosissimi era proporzionalmente scarso. Approfittavo di questa passeggiata mattutina e pur sapendo che era proibito avvicinarsi e tanto più fermarsi intorno al suo box, facevo ruzzolare per terra qualche mela che mi ero procurata con immensa difficoltà, studiando il momento preciso in cui la guardia girava l’angolo. Meneghetti, con una mimica tutta sua, raccoglieva rapidamente quanto gli avevo gettato. Dopo una ventina di giorni, forse vedendo che gli avvenimenti bellici incalzavano inesorabilmente, gli aguzzini destinarono Meneghetti come medico all’infermeria del campo. Pochi giorni prima della nostra liberazione, il professore mi chiamò per informarmi che stavano entrando nel nostro campo i banditi della banda Carità. Si afferro alla mia cintola, quindi montò sulle mie spalle: per vedere meglio chi fossero e disse: «Caro Favaro, vedo distintamente le loro facce; vedo Linari, Gonelli, Trentanove e molti altri. Quando scese a terra, la sua faccia irradiava di gioia come non mai. Il giorno seguente la figlia maggiore di Carità, Franca, si presentò all’infermeria di Meneghetti lamentandosi per dolori a un dente. Egli le chiese se ricordava chi fosse: e, alla sua risposta negativa, la apostrofò in termini piuttosto brutali, dicendole di andar a farsi estrarre il dente da uno dei tanti macellai del campo.

Nei limiti delle mie possibilità di memoria _ e di stile ho voluto anch’io ricordare il periodo più intenso della mia vita, quando l’antifascismo in armi era teso a dare democrazia, libertà, giustizia e fratellanza al nostro popolo.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

9 L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

Da più di tre mesi mi trovavo a Palazzo Giusti: tanti momenti drammatici e angosciosi avevo passato, ma sempre grande era l’apprensione nel vedere, attraverso il piccolo finestrino della cella, passare i carcerieri; l’angoscia poi si faceva più forte quando qualcuno dei miei compagni veniva chiamato per essere interrogato. No, non riuscivo ad adattarmi! Sempre più vivo sentivo il bisogno della libertà, mentre una profonda tristezza m’invadeva l’anima. Ricordo però sempre quell’8 aprile 1945 che portò nel mio cuore: un soffio di serenità e di poesia: compivo quel giorno 21 anni. Ero addetta con il caro Giordano alla distribuzione del caffè e anche quel mattino il carceriere mi fece uscire per adempiere a1 mio compito. Affacciatami alla prima cella con il mestolo in mano, pronta il versare quella bevanda che del caffè aveva soltanto il colore, mi sentii fare gli auguri e qualcosa, quasi furtivamente, mi venne messa in mano. Via via che passavo, tutti, allegramente, festosamente, mi facevano gli auguri offrendomi qualcosa. Ed io, che ero uscita anche quel mattino con la gola serrata dalla tristezza, a poco a poco sentivo quel nodo sciogliersi e un calore nuovo, nato dalla solidarietà e dall’amicizia vera, mi prendeva tutta, rendendomi stranamente felice. Rientrata in cella con il mio tesoro, mi sedetti ancora tutta confusa sulla cuccetta: avevo in grembo delle caramelle, qualche frutto, vari pezzetti di dolce e di pane casalingo. Silenziosamente osservavo tutto ciò, pensando alle rinunce dei miei compagni per farmi passare quel giorno più lieto degli altri. Cari, indimenticati amici, quanti ne mancano ora, dopo venticinque anni! voi lo sapevate, nonostante le vostre gravi preoccupazioni, che con le vostre buone parole, con le vostre offerte, con i vostri chiassosi auguri, mi avreste ridato la forza di andare avanti, di superare le buie giornate piene di inquietudine e di incertezza che senz’altro avremmo dovuto ancora passare, prima di giungere al grande giorno della libertà. Ecco, cosi entrai nella maggiore età. Tutte le giovani festeggiano questa data con più o meno sfarzo, per poi averne sempre un caro ricordo. Ebbene, io, rinchiusa in una piccola cella, ricevetti un regalo di umanità che resterà impresso indelebilmente nel mio cuore.

Erminia Gecchele – Il silenzio

Il silenzio di Erminia Gecchele
Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte sa innalzarsi al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti. Se può essere alta soddisfazione conoscere profondamente la psicologia umana, non è altrettanto piacevole doverla studiare attraverso un’esperienza pratica cosi amara, da riportarne per la vita indelebili i segni delle sue opere. Ricordo un episodio da me vissuto nel tempo più infelice e disonorante della storia del popolo italiano. Entusiasta di un ideale e orgogliosa di portare il mio umile granello alla grande causa della libertà soffocata, ero entrata nelle file partigiane cercando di fare tutto quello che potevo. Alle ore 14 del 31 dicembre 1944, su una sgangherata bicicletta, transitavo in località Alte di Montecchio, dove dovevo consegnare a una staffetta un messaggio per il comando della divisione -II earemi •. La mia mansione stava per concludersi, quando alcuni colpi di pistola crepitarono al mio fianco e due voci, in tono risoluto e minaccioso, mi intimarono l’alt. I due fascisti buttarono nel fosso la mia bicicletta e puntarono l’arma alla mia testa. In quel momento ho perso la speranza della vita e ho visto intorno a me il buio. Ma mi sono subito ripresa e sono riuscita a ingoiare il biglietto del messaggio.

Al pressante interrogatorio che ne è seguito, ho provato a fingere di non saper niente, ma inutilmente. Ero stata tradita, e cosi, dopo un’abbondante porzione di legnate, venni portata alle carceri di Vicenza. Qui cominciò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture. Per me il mondo si era rimpicciolito alle pareti della cella, e la speranza del sole, della libertà e della salvezza era completamente scomparsa. Mi sentivo definitivamente perduta, rassegnata a sentivo di minuto in minuto stritolare dagli artigli di quegli inumani briganti senza dio e senza legge, dalle mani insanguinate e dalla bocca sporca. Dopo due giorni di tale trattamento, mi portarono a Palazzo Giusti, alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole, solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista. A Palazzo Giusti non ero più sola; avevo con me altri disgraziati, persone di alto e universale valore letterario e scientifico, come i professori Meneghetti, Palmieri, Volpara, Ponti, «Ascanio», Faccio e tanti altri, che con le loro sagge parole sapevano rinforzare la nostra tempra, rinsaldare la nostra volontà, riaccendere la speranza, risollevarci al di sopra del fango nel quale dovevamo vivere, trascorrendo con profondi sospiri i lenti e lunghi minuti degli snervanti interrogatori e delle torture sempre nuove e perfezionate, fatte per strapparci nello spasimo del dolore qualche indicazione, qualche nome, qualche piano. Sarebbe bastato pronunciare un nome per provocare la catastrofe di un paese, per gettare nel rogo della rappresaglia persone, famiglie, paesi. L’enorme responsabilità della segretezza pesava sulla nostra coscienza e ci rendeva più forti della ferocia fascista. Tutto finiva nell’assoluto silenzio, unica sperimentata salvezza. Quello che ho passato a Palazzo Giusti fino al 27 aprite del 1945, giorno in cui per opera del Patriarca di Venezia, del Vescovo e del Questore di Padova venni portata al collegio delle Suore Canossiane, mi è sempre vivo e presente. Due giorni dopo, il 29 aprile, potei tornare libera al mio paese, riabbracciare i miei cari e testimoniare agli amici con i segni profondi e indelebili della tortura la mia sofferenza, la mia fede e il mio contributo alla causa della libertà.
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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

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La Banda Carità – Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo

Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo
Quasi fotogrammi di una pellicola qua e là interrotta, qua e là sbiadita, riaffiorano alla mente nostra i ricordi, mentre tra l’una immagine e l’altra si creano vuoti incolmabili. Ma le immagini, pur isolate, rimangono vive perché ognuna di esse si identifica con una espressione dell’uomo: dell’uomo che ama, che soffre, che odia, che prega; di chi provoca in altri il dolore e di chi con tutte le forze sue mira a lenirlo … Immagini forse insignificanti a chi – non avendo vissuto la nostra esperienza – non può né potrà mai capire ciò che quella esperienza, profondamente umana, ha rappresentato per ciascuno di noi. Ma certo non insignificanti per noi, se solo per un istante facciamo rivivere nel nostro cuore (ancor piu che nella nostra mente) l’espressione di un volto, la parola appena sussurrata, la fugace stretta di mano … Perché di questo, soprattutto, ho parlato e parlo oggi ai miei figli: della grande scoperta dell’umanità che Palazzo Giusti mi ha permesso di fare. Al consorzio umano, pur nella belluinità dell’atto, appartenevano gli aguzzini che dimentichi del valore dell’uomo – percuotevano i propri simili sino a romper loro le ossa, irridendo al loro dolore (a quello della carne e a quello dello spirito), e maggiormente infierivano quanto maggiore era la resistenza. Come dimenticare l’estenuante attesa dell’interrogatorio, mentre dall’altra parte di qualcuna delle porte che davano sul « salone» giungevano le imprecazioni di chi interrogava e le grida soffocate di chi non si piegava? Come dimenticare la mano che pietosa bagnava il viso tumefatto di chi a mala pena tentava di aprire gli occhi lassù, nella «stanza del caminetto,. – cercando, dopo l’interrogatorio, un volto amico? E come descrivere il tormento della solitudine … Chi è costretto a vivere, giorno dopo giorno, solo con se stesso in una cella, sente quasi come una liberazione, quasi come un premio l’essere trasferito in una cella diversa, ove poter parlare con qualcuno … A questo punto mi rivedo fuori da una delle celle della nave, e portato in una delle … stanze della soffitta. Durante il trasferimento, ecco la «disumana,. impressione provocata in me dalla visione della « poltrona» riservata, nello stretto corridoio della « nave », a Sebastiano Giacomelli. Eccomi poi nella nuova", dimora »: c’è un posto libero, la branda accanto a don Giovanni Apolloni. Come dimenticare questa bella figura di uomo e di sacerdote, che ha saputo ridarmi fiducia nella vita anche nei momenti in cui pareva che tutto stesse crollando intorno? Sulla branda di fronte, proprio nell’angolo, ecco Adolfo Zambeni: era lui che mi faceva leggere qualche canto della Commedia, e poi, per la mia tendenza a cercare « la rifinitura della frase nella spiegazione », mi aveva definito il « retoricuzzo »! E Griso che, scherzando sul proprio cognome, rifaceva la scena del sogno di don Rodrigo? E spesso, ripetendo una frase di Churchill, esclamava: « Dateci le armi, e noi provvederemo alla bisogna! ». Le armi … oh, quel povero illuso, fanatico di BeneIli (uno dei carcerieri). Costui, più volte, come saluto serale, veniva sulla porta a dirci che « l’arma segreta dei tedeschi lui l’aveva vista passare per le vie di Padova; ed era lunga dal Prato della Valle all’angolo del Gallo». La sera: quando maggiore in tutti era un senso di malinconia, ecco – lungo il corridoio – un passo a noi noto. Era quello di Faccio, che si recava ai… servizi. E passando davanti alla porta della nostra stanza, faceva sentire la sua voce: « Don Giovanni, Iddio non paga il sabato! ». E don Giovanni, di rimando: «Ma quando el paga, el paga salàto. « E presto! », era la chiusa del breve dialogo da parte di Faccio. Ed ogni scusa era buona per rubare un po’ d’aria. «Chi viene a far pulizia in cortile? ». Vi ricordate, cari amici Filato, Agostini, Zancan, con quanta cura. raccoglievamo le foglie cadute dalle grandi magnolie del cortile del Palazzo? L’otto aprile: mentre si avvicinava la nostra «resurrezione alla libertà », ecco la celebrazione della Resurrezione del Cristo: lo conservo ancora il santino·ricordo donato a tutti noi da don Giovanni. Il volto del Cristo dolente sintetizzava la passione nostra, e soprattutto il sacrificio di coloro che non avrebbero goduto con noi il momento della riconquistata libertà. Un inno alla libertà fu l’abbraccio nel grande salone prima di lasciare, il 27 aprile, la nostra prigione: in quell’abbraccio, ancor oggi, a distanza di tanti anni, ci riconosciamo fratelli … Tutto qui? Si: piccoli momenti di una grande, irripetibile esperienza.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

La Banda Carità – Le nostre donne – Giordano Campagnolo

Le nostre donne di Giordano Campagnolo
Le staffette partigiane, queste capaci, silenziose, ubbidienti nostre collaboratrici, hanno dovuto anche loro pagare lo scotto per conquistare la libertà, passando parecchio tempo nelle celle di Palazzo Giusti, ospiti di Carità e della sua banda criminale. Anche a loro furono inflitte torture, frustate, sevizie di . ogni genere. Ed è con quell’amaro ricordo che qui voglio rammentare qualcuna delle molte che furono nostre compagne di galera. A riprova della volontà popolare di lottare contro la tirannia, è significativo notare che le donne imprigionate rappresentavano, e ben degnamente -direi, tutti i ceti sociali, e se in maggioranza erano laureate, studentesse, professioniste ecc., ciò era dovuto al fatto che Palazzo Giusti era la prigione riservata ai più compromessi nella lotta partigiana, in quanto gli elementi che componevano la banda Carità erano al diretto servizio del Reparto investigativo delle SS in Italia. Vi erano infatti rinchiusi: il CLN regionale veneto al completo, gran parte dei CLN provinciali di Venezia, Padova, Vicenza e Rovigo, nonché membri dei vari comandi militari provinciali. In più vi erano ex deputati, professori universitari, medici, sacerdoti, ingegneri, avvocati, ragionieri, commercianti, artigiani, operai ecc. Insomma tutte le classi sociali erano qui rappresentate. Sarebbe bello poter ricordare tutte, una per una, le nostre partigiane, e chiedo scusa alle ~ non citate, che sanno però di essere sempre vive nel mio cuore e nel mio pensiero.

Le care e simpatiche Berion, sempre sorridenti e fiduciose malgrado la batosta subita (tutta la famiglia incarcerala e i loro beni sequestrati e divisi tra i repubblichini). Taina Baricolo che scendeva lo scalone con « un incedere da regina» (è di mia sorella il paragone), e che a me invece dava l’impressione di una moderna monna Lisa. Ciò non toglie che molti di noi devono molto al suo atteggiamento che infondeva fiducia e coraggio a chi aveva la fortuna di vederla e a coloro che ne avevano sentito elogiare il comportamento. La cara Maria Fiorotto sempre in pena per il suo professar Palmieri e che mi ossessionava con l’insistente richiesta di sue notizie. E Maria Lana, anche lei in pensiero per Quartesan. Erminia Gecchele di Zanè (Vicenza), cosi crudelmente torturata da ispirare a Egidio Meneghetti .. La partigiana nuda»; chiunque nel rileggere questa poesia rivede il dramma che si svolge e sente un nodo stringere la gola. In quei versi si mescolano pietà e fierezza insieme: essi sono il più alto omaggio della Scienza e della Cultura al coraggio della povera operaia. Ida D’Este, veneziana, torturata, spogliata, frustata a sangue e schernita da cinque ceffi toscani, alla quale però la fede . non venne mai meno, e che con l’alterigia di una dogaressa rispondeva alle parolacce rivoltele: .. Anche cosi, mi sento come la Madonna …Ed essi non osarono oltre! Ultime, ricordo Nella Bordin, sempre con i capelli alla Cleopatra, con la frangetta, cosi carina e composta pur nel dolore comune e nelle privazioni; Elvia Maria Levi, consapevole che, a causa del suo nome e per l’attività svolta, il destino non le sarebbe stato benigno; invece il caso volle che potessimo tornare vivi dal campo di concentramento di Bolzano (ora essa dedica la sua scienza alla cura dei minorati psichici); Albertina Caveggion, vicentina, cresciuta (si fa per dire) alla nostra scuola. Una bambina sembrava, tanto che gli sgherri di Carità non le davano peso. Quanto si ingannavano! Sotto quei lineamenti minuti si nascondeva una volontà di ferro e una decisione irrevocabile per la causa cui si era votata. Tutte, comunque, malgrado la fame e le torture subite, si comportarono magnificamente. Sono degne di essere menzionate e noi siamo fieri di quelle che con rispettoso affetto abbiamo sempre chiamato ~ le nostre donne », «le nostre sorelle ».

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Mario Pacor – Le orde cosacche invadono il Friuli – Capitolo 1

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I cosacchi inquadrati nell’esercito nazista, che un anno prima si erano riversati in Carnia come in una terra promessa, dilagano nel 1945 con violenze e soprusi. Ben presto la curiosità con la quale la popolazione aveva accolto i « mongoli » – co­sì venivano soprannominati i cosacchi – si trasforma in un incubo quotidiano.

MARIO PACOR

LE ORDE COSACCHE

INVADONO IL FRIULI

Capitolo 1

Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primiti­ve urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le a­vevano. Erano infatti vesti­ti e armati nei modi più vari, molti in uniformi gri­gio-verdi tedesche con ap­pena qualche variante co­sacca, ma armati di mo­derni fucili e mitra, altri in più pittoresche quanto as­surde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con gran­di colbacchi di pelo in te­sta, cartuccere intrecciate sul petto, larghe bande az­zurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni varia­mente istoríati.

Ai drappelli di militari fa­cevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggia­vano donne, vecchi e bam­bini, e tra un carro e l’al­tro o al loro fianco caval­li, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cam­melli o dromedari. Sulle prime i friulani furono un po’ atterriti e un po’ di­vertiti da quella che ave­va tutta l’aria di essere – e in un certo senso anche era – una trasmigrazione di popolo, di strane tribù no­madi e guerriere venute da lontano. Ma ben presto non ne sorrisero più, l’oc­cupazione cosacca fu per mesi e mesi fonte solo di sofferenze, di terrore e di sangue, solo raramente in­frammezzata da singoli epi­sodi se non di fraternizza­zione almeno di distensio­ne.

Era l’estate del 1944, le ar­mate tedesche ripiegavano da mesi dal fronte orienta­le sotto i colpi incessanti delle massicce offensive so­vietiche. Sin dal 1942 Rosenberg, nella sua qualità di ministro nazista per gli affari orientali, aveva cerca­to di suscitare nelle popolazioni dei territori occupati e nei prigionieri o diser­tori delle varie nazionalità dell’URSS sentimenti sepa­ratístí, aveva promosso la costituzione di « Comitati nazionali », di « unità terri­toriali nazionali » da impie­gare come ausiliarie nei ser­vizi e in azioni contro i partigiani. Poco più di 300 mila uomini avevano ade­rito fino al 1943, quando un generale sovietico fatto prigioniero, Andrej Andre­jevic Vlasov, aveva lanciato da Smolensk un « program­ma nazionale russo » e cer­cava di mettere insieme una sua Ruskaja Cisvoboditel­naia Armija, cioè un « e­sercito di liberazione rus­so » in funzione antisovie­tica.

Hitler inizialmente aveva guardato con poca simpa­tia a codeste iniziative di Rosenberg e dei russi dei quali egli si serviva, Vlasov e altri passati come lui al collaborazionismo durante questa guerra, ma anche generali, e altri ufficiali, a­ristocratici e borghesi rus­si che, vinti nella guerra ci­vile del 1919-21, erano e­migrati in Jugoslavia, in Francia e anche in Germania, il più noto dei quali era il principe e atamano Pjotr Nikolaevic Krasnov. II Fúhrer, ancora in un rapporto al suo Quartier Generale del giugno 1943, aveva detto che i prigio­nieri sovietici era meglio mandarli al lavoro e nei campi di sterminio in Ger­mania, piuttosto che cerca­re di organizzarli militar­mente come truppe ausilia­rie, e che Vlasov doveva es­sere impiegato principal­mente per la propaganda disfattista oltre le linee, ma dopo l’inizio del ripiega­mento aveva consentito al­la formazione di unità co­sacche e georgiane, e così un Corpo di cavalleria co­sacca era ora impiegato in Jugoslavia contro i parti­giani di Tito, agli ordini del generale Helmut von Pann­witz e di altri ufficiali tede­schi, altri cosacchi e geor­giani erano stati impiegati in altri paesi occupati, spe­cialmente in Polonia.

Da noi giunsero cosacchi del Don, dei Kuban, dei Terek, alcuni anche dal Ka­zakistan, dagli Urali e dal­la Siberia, montanari del Caucaso, georgiani, insie­me con emigrati che ave­vano combattuto in Russia con le formazioni bianche nella controrivoluzione, in gran parte ufficiali, che a­vevano riesumato le loro vecchie uniformi con le pompose spalline dorate, i loro colbacchi, gli sciaboloni e i pugnali.

Ma tutti, i vecchi controri­voluzionari e i nuovi colla­borazionisti, portavano sul colbacco o sul berretto non più l’aquila imperiale ma un’altra aquila, quella na­zista con la croce uncinata. Quelli destinati al Friuli e alla Carnia giungevano per la maggior parte dalla Po­lonia e dalla Prussia orien­tale, dove molti di loro a­vevano portato con sé, in fuga di fronte all’avanzata sovietica, anche le proprie famiglie, con le masserizie accatastate sui tipici carri della steppa, trainati da ca­valli. Decine e decine di treni avevano scaricato tra il luglio e l’agosto a Sta­zione per la Carnia (l’attua­le Carnia) circa 20.000 ar­mati e alcune migliaia di vecchi, donne e bambini, oltre 6.000 cavalli e altri capi di bestiame, i carri e le masserizie.

Venivano come in una ter­ra promessa sulla quale in­sediarsi da padroni. E in­fatti Kosakenland in Nord Italien fu per essi definito dai tedeschi il Friuli set­tentrionale e « Terra dei cosacchi » fu la testata di un loro giornale che co­minciarono a pubblicare in Carnia.

La provincia di Udine, in­sieme con quelle di Gori­zia, Trieste, Pola, Fiume e con la « provincia di Lu­biana » che era stata an­nessa all’Italia dopo l’in­vasione della Jugoslavia, e­rano state a loro volta sot­tratte alla giurisdizione ita­liana, della R.S.I., alla fine di settembre del 1943 ed erano diventate l’Adriati­sches Kústeniand, il litora­le adriatico, che – se la guerra fosse stata vinta dai tedeschi – sarebbe stato de­finitivamente aggregato al Reich. Siamo infatti nei pressi dell’incrocio dei vec­chi confini concordati a Versailles e a Rapallo tra Italia, Austria e Jugoslavia, confini che la guerra ha cancellato e sconvolto, co­sì che in tutto o in parte questa regione mistilingue è ora rivendicata dall’Italia, dalla Germania e dalla Ju­goslavia.

La Germania prepara l’an­nessione attuando qui un tipo particolare di politica, tesa ad equiparare (non certo per amore di demo­crazia ma solo strumental­mente) le popolazioni di lingua italiana, slovena e croata e ad attrarle verso il mondo germanico anche solleticando nei più anziani nostalgie per i « bei tem­pi » dell’Impero austriaco. La Jugoslavia, sia quella del governo regio in esilio a Londra e sia quella nuova che si sta formando nel fuoco della guerra di libe­razione, reclama non solo le zone compattamente sla­ve ma anche quelle miste e prevalentemente italiane, fi­no all’Isonzo e oltre.

Mussolini e il suo governo non osano più pronunciar­si, mentre – per i democra­tici italiani – Salvemini e Sforza affermano che la vecchia « linea Wilson », a metà della Venezia Giulia, rappresenterebbe una spar­tizione equa. La contesa che sta per iniziare esclude di fatto la Germania che si avvia alla sconfitta, ma si inserisce nell’ancora laten­te antagonismo tra l’URSS e gli occidentali, le cui fu­ture sfere d’influenza qui non sono ancora ben defi­nite, antagonismo che si fa­rà sempre più acuto dal 1945 in poi e che nella Ve­nezia Giulia condizionerà i problemi, le lotte e le so­luzioni.

Qui perciò il 1945 sarà di una drammaticità estrema per decine di migliaia di italiani, di jugoslavi e an­che per questi cosacchi, i quali sconteranno nel mo­do più impietoso la loro breve avventura al servizio dei Reich.

Erano venuti in Friuli pro­prio mentre, prima intorno a Nimis e Faedis e poi nel­la Carnia, si stavano for­mando due zone libere completamente controllate dai partigiani delle brigate « garibaldine » dai fazzolet­ti rossi (erano promosse dal PCI) e di quelle di Osoppo dai fazzoletti verdi (erano promosse dal Partito d’A­zione e dalla DC). La Zo­na libera della Carnia sarà, fra le tante che si formaro­no in quello scorcio d’esta­te nell’Italia occupata, la meglio organizzata, quella in cui l’embrione di regime democratico riuscirà a svi­lupparsi con il massimo di partecipazione popolare e di compiutezza d’autogo­verno. Vennero e cancella­rono ben presto, se qual­cuno le aveva avute, le im­pressioni di divertita curio­sità, che si tramutarono in pochi giorni per tutti in un incubo quotidiano.

I partigiani che; valle dopo valle e villaggio dopo vil­laggio, stavano eliminando i presìdi nazifasciste e libe­rando prima il Friuli orien­tale e poi quello settentrionale, la Carnia, si trovarono improvvisamente di fronte non più solo i tedeschi e i repubblichini, ma anche questi diavoli scatenati giunti dall’oriente. L’auto­governo delle due zone li­bere durò tuttavia sino alla fine di settembre e a metà ottobre, quando le forze del Corpo volontari della libertà che le presidiavano dovettero gradualmente ri­piegare in montagna, di fronte a massicce offensive nazifasciste, condotte non più solamente con i norma­li reparti anti-guerriglia, ma con artiglierie, mezzi co­razzati, aviazione e tutta la strapotenza di mezzi che venivano impiegati sui grandi fronti di guerra, e per di più con migliaia di questi nuovi combattenti, in buona parte a cavallo.

Ma più che i partigiani eb­bero a soffrire della pre­senza cosacca, già prima della temporanea libera­zione della Carnia, e parti­colarmente dopo la rioccu­pazione, le popolazioni ci­vili. In alcuni paesi tutte le case, per ordine dei co­mandi tedeschi, furono fat­te sgomberare per ospitare le famiglie cosacche, altro­ve lo furono per metà, co­stringendo i contadini a co­abitare con i cosacchi. Per chiunque mostrasse Contra­rietà o cercasse di opporsi ai soprusi, erano bastona­ture, sevizie, spesso il piombo.

Decine e decine di don­ne furono violentate. Que­sti « mongoli », come li chiamò per lo più la gente qui come nel Goriziano, in Emilia e altrove, parevano approfittare di un atavico diritto di conquista. Inizial­mente qua e là pagavano quanto dovevano, special­mente tabacco e alcool, con lire e marchi che ri­cevevano dai loro padro­ni nazisti e che in parte avevano depositato in una loro Feidbanki « ban­ca di campo », oppure barattando con qualche cavallo, qualche icona o qualche oggetto artigia­nale. Ma ben presto furono furti e rapine, che si susseguivano di giorno e di notte.

I loro cavalli e altri ani­mali pascolavano su tutti i prati e campi attorno ai villaggi, devastandoli. E durante l’inverno quasi tutto il foraggio che i car­nici avevano messo da parte per il loro bestiame, fu portato via dai cosac­chi per alimentare i lo­ro cavalli. Altrettanto ac­cadde per quasi tutta la legna da ardere. Talvolta scendevano dai loro rifu­gi i partigiani per qualche azione di guerra, e spes­so ne seguivano sanguinose rappresaglie, che si ag­giunsero ai numerosi spie­tati eccidi compiuti du­rante le offensive, quel­la dell’estate 1944 al loro arrivo e quella che seguì in aprile-maggio del 1945 al loro esodo verso l’Au­stria.

Proseguivano intanto sul fronte orientale — che or­mai non era più in Russia ma nel cuore dell’Europa, dai Balcani all’Ungheria e alla Polonia — l’avanza­ta del rullo compressore sovietico e il ripiegamen­to delle orgogliose arma­te tedesche. il fronte in Italia era sugli Appennini (la « Linea Gotica ») e in Jugoslavia sullo Srem, po­co a sud di Zagabria. Co­me la Carnia, così anche la Venezia Giulia di là dall’Isonzo acquistava per i te­deschi un particolare valo­re strategico, essendo un passaggio obbligato per le truppe che si sarebbero ri­tirate verso l’Austria dalla Jugoslavia e dall’Italia nord-orientale.

Sulle Prealpi Giulie esisteva sino dal 1943 una zona libera che, a seconda dei movimenti nemici, poteva fluttuare a volte un po’ più a sud o un po’ più a nord, ma che aveva sempre una notevole estensione territo­riale ed era presidiata da ogni lato dalle brigate del IX Korpus, un Corpo d’ar­mata dell’esercito partigia­no di Tito. Contro questo pericoloso ostacolo sulle vie di comunicazione per l’ormai imminente ritirata si scatenò nella seconda metà di marzo del 1945 un’offensiva condotta, co­me già in Carnia, con for­ze dieci volte superiori a quelle dei partigiani.

Contro i circa 5.000 uomi­ni del IX Korpus, alle cui dipendenze operative si e­ra aggiunta da qualche me­se la Divisione garibaldina friulana « Natisone », so­prattutto per dimostrare ai vicini che l’Italia vera non era quella dell’aggressione ma questa che nasceva nel­la lotta di liberazione e che combatteva contro il nemi­co comune, furono scaglia­ti circa 40.000 militari ne­mici: SS e truppe speciali, tedesche di montagna, mi­liti, alpini e bersaglieri del­la RSI, cetnici (i monarchici serbi che collaboravano con i tedeschi) e bela gar­da (la « guardia bianca » collaborazionista slovena), perfino reparti della « Le­gione Azzurra » spagnola che aveva combattuto in Russia, e anche qui reparti di cosacchi.

Il 1° aprile — era il giorno di Pasqua – le forze parti­giane riuscirono a spezzare l’accerchiamento, con per­dite sanguinosissime da en­trambe le parti, e a portarsi su nuove posizioni.

Nei giorni successivi i co­sacchi furono, fra tutta quell’accozzaglia fascista, i più feroci nelle rappresa­glie contro gli abitanti dei paesi di quella zona, con saccheggi e incendi, assassini e violenze carnali. E tuttavia a metà aprile le brigate del IX Korpus, pur se decimate nell’ìmpari bat­taglia, tornarono a liberare quella loro zona di opera­zioni e a prepararvisi per l’offensiva finale contro te­deschi e fascisti.

Alla fine di febbraio del 1945 era giunto da Berlino in Carnia il principe e a­tamano Krasnov, con la mo­glie principessa Lidia Fedeo­rovna e una guardia del corpo a cavallo in sgargian­ti uniformi azzurre. Kra­snov aveva 82 anni, ma era ancora aitante, energico, a­mante del potere, del lus­so, della buona mensa. Prese il comando di tutti i cosacchi del Friuli, pose il suo Quartier Generale a Verzegnis, in una lussuosa villa nella quale, con gli ufficiali del comando e le loro consorti, viveva nel fa­sto e con l’etichetta dei tempi dello zar. Quando usciva per qualche ispezio­ne o qualche passeggiata, lo faceva su una elegante carrozza, preceduto e se­guito da drappelli di ca­valleggeri.

Una dolce vita che durò solo due mesi, turbati an­ch’essi dalle notizie del tracollo tedesco su tutti i fronti, della ripresa dell’at­tività dei partigiani, spe­cialmente dei garibaldini, ai quali si erano aggregati numerosi georgiani, che a­vevano costituito in mon­tagna un proprio « batta­glione Stalin ». Anche qui infatti, come altrove in Ita­lia, e a differenza dei co­sacchi, la maggior parte dei georgiani parlavano con amore della loro pa­tria sovietica, e passavano sempre più spesso nelle fi­le partigiane.

Alla fine di aprile la situa­zione diventava di giorno in giorno più esaltante per i partigiani e più dramma­tica per tedeschi, fascisti e cosacchi. Giunse da Berlino il gen. Vlasov e comunicò a Krasnov che bisognava abbandonare la Carnia (il 29 aprile i tedeschi firmavano a Caserta la resa delle loro truppe in Italia l’insurrezione popolare e l’ avanzata anglo-americana avevano liberato gran te dell’Italia settentrionale e portarsi tutti, le unita militari e le carovane di miliari, in Austria, dove il gen. Kaltenbrunner intendeva resistere fino a l’ultimo. Dalla hitleriana fortezza europea » di un anno prima, dopo il ripiegamento a est e dopo gli sbarchi anglo-americani Italia e in Francia, i più fanatici nazisti intendi ora barricarsi su quella « fortezza alpina ». Si associò all’idea anche il Gauleiter del Litorale Adriatico, gen. Rainer, suo braccio destro, il comandante delle SS e polizia Globocnik, che era giunto qui con lui dopo essere stato uno dei maggiori artefici della « soluzione finale » contro contro gli ebrei in Polonia.

Fine 1° Parte

“Storia Illustrata”

Numero Speciale

Arnoldo Mondadori Editore

N° 208 Marzo 1974

Mario Pacor – Le orde cosacche invadono il Friuli – Capitolo 2

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Mario Pacor

Le orde cosacche invadono il Friuli

“ Parte 2”

E per questo la resistenza tedesca nella Venezia Giulia accanita e tenace che altrove, contro i partigiani locali e contro la 4° armata di Tito che veniva Croazia (dalla Valle padana gli anglo-americani giunsero a liberazione avvenuta).

C’era probabilmente che, tra le ragioni di tale resistenza e nel progetto « fortezza alpina » in Austria, la speranza che si avverasse il sogno di Hitler e dei suoi successori, quello di un armistizio con anglo-americani e un capovolgimento di fronte che li unisse contro l’Unione Sovietica.

L’esodo cosacco dalla Carnia verso l’Austria e verso il passo di Monte Croce si svolse negli ultimi giorni di aprile e i primi di maggio, dapprima sotto la pioggia e poi in una tor­menta di neve. Fu una tre­menda odissea dal tragico epilogo: decine e decine di chilometri di marcia e­stenuante sotto quelle in­temperie, i continui attac­chi dei partigiani, i cavalli che sempre più numerosi si accasciavano al suolo e dovevano essere ammazza­ti, l’incognita circa la sor­te cui si andava incontro… Eppure, anche in quelle condizioni, non mancaro­no gli episodi di efferatez­za: a Ovaro, dove i par­tigiani avevano tentato di bloccare la colonna cosac­ca, ingaggiando una bat­taglia alla fine della quale però, data la sproporzione numerica e di armamenti, dovettero ripiegare, i co­sacchi si vendicarono as­sassinando ventisei inno­centi paesani e, prima di riprendere il cammino, se­viziarono e massacrarono cinque prigionieri (un par­tigiano italiano e quattro georgiani) e in segno di di­sprezzo ne disposero i ca­daveri orribilmente sfigura­ti a forma di stella a cin­que punte in mezzo alla piazza.

Giunsero alfine in Carinzia, dove si ricongiunsero ai cosacchi del Corpo di Von Pannwitz in fuga dalla Ju­goslavia, e si accamparono sulla sponda sinistra della Drava, fra Lienz e Ober­drauburg. La zona era già sotto occupazione inglese e i cosacchi si considera­rono prigionieri degli in­glesi e sotto la loro prote­zione. Ma a Yalta era stato concordato che i collabo­razionisti dei tedeschi fatti prigionieri sarebbero stati consegnati alle loro nazio­ni d’origine. Per qualche settimana gli inglesi tem­poreggiarono, ma il 25 maggio requisirono tutti i cavalli, il giorno dopo 20 milioni di lire e marchi della Feldbank, il giorno 27 si fecero consegnare le armi è convocarono « a rapporto » a Spittal i due­mila ufficiali, che furono invece incarcerati per esse­re trasferiti nei giorni suc­cessivi a Graz, scortati da mezzi corazzati, e qui con­segnati ai sovietici.

Così decapitata, l’armata cosacca fu qualche giorno dopo circondata da reparti inglesi in armi e avviata al­la più vicina guarnigione sovietica. Sia alcuni degli ufficiali sia centinaia di co­sacchi tentarono la fuga, che a molti riuscì, mentre altri furono uccisi dai mi­litari di scorta o si ucci­sero gettandosi nella Dra­va, piuttosto che subire ciò che li attendeva in Russia. Infatti in processi che si svolsero nei primi anni del dopoguerra i maggiori re­sponsabili, tra cui Vlasov e Krasnov, furono condan­nati a morte, mentre la maggior parte dei cosac­chi finì in Siberia. La noti­zia dell’esecuzione di Kra­snov fu data nel 1947 dalla Pravda, ma in Friuli c’è an­cora chi sostiene che egli fu giustiziato da una pat­tuglia partigiana durante la ritirata nei pressi del vil­laggio di Chiassis, mentre secondo altri il generale ucciso o suicida a Chiassis sarebbe stato un certo Diakonov.

Come i cosacchi dal Friu­li, così dalla Croazia era­no arrivati a marce forza­te in cerca di scampo in Carinzia, per consegnarsi agli inglesi, oltre 200.000 ustascia, i fascisti del Po­giavnik Pavelic che, al ser­vizio dei tedeschi, si erano spesso resi responsabili di efferatezze nella lotta con­tro il movimento popolare di liberazione.

Nei pressi di Klagenfurt fu­rono disarmati dagli ingle­si e successivamente accer­chiati nei loro accampamenti‑ dai partigiani di Tito ( che nell’inseguimento dell’esercito tedesco in rotta avevano già fatto migliaia di prigionieri, tra i quali il comandante tedesco per l’Europa sud-orientale, gen. Lóhr, e il Gauleiter di Trie­ste Rainer, e avevano libe­rato la Carinzia meridiona­le, dove vive una mino­ranza slovena), furono ri­portati in Croazia e anche qui i maggiori responsa­bili furono condannati a morte.

Miglior sorte toccò alle centinaia di cetnici serbi che negli stessi giorni sfug­girono alla resa dei conti attraversando la Venezia Giulia per arrendersi agli inglesi in Friuli. Furono di­sarmati parecchie settima­ne dopo il disarmo dei partigiani, effettuato in ba­se agli accordi tra il Co­mando alleato e il Comi­tato di liberazione nazio­nale.

Questo tardivo disarmo dei cetnici è uno dei tanti sin­tomi che fanno pensare come in quelle settimane incombesse, quasi come un « rischio calcolato », la possibilità d’una ripresa del conflitto, questa volta da parte degli Alleati con­tro l’URSS, stremata dalla guerra. La questione della Venezia Giulia, un even­tuale scontro qui fra gli anglo-americani e l’eserci­to popolare jugoslavo, a­vrebbe potuto essere il pretesto o l’inizio, come scrisse Stalin a Tito.

Alla fine di aprile vi furo­no intensi scambi di mes­saggi fra Churchill, Tru­man, che da poco era suc­ceduto a Roosevelt, e il lo­ro Comando per- il Medi­terraneo. Churchill esigeva nella Venezia Giulia il con­trollo, da parte degli occi­dentali, di Pola, Trieste e delle vie di comunicazione ferroviarie e stradali per l’Austria; Truman avrebbe preferito un governo militare alleato su tutta la regione fino al vecchio confine. Gli inglesi erano pronti, all’occorrenza, a u­sare la maniera forte con­tro Tito, gli americani in­vece non volevano saperne di eventuali « complicazio­ni balcaniche ».

E tuttavia, quando la 4a Ar­mata dell’esercito partigia­no jugoslavo raggiungeva Fiume, vi si scontrava duramente con i tedeschi, li­berava l’Istria e il 1° mag­gio giungeva a Trieste, già in gran parte liberata da­gli insorti e da unità del IX Korpus, le colonne co­razzate inglesi e neozelan­desi destinate alla Venezia Giulia stavano ancora in­dugiando tra il Veneto e la Bassa friulana, probabil­mente per l’incertezza dei comandi sul da farsi. Si incontrarono il 2 maggio nei pressi di Monfalcone con i « titini », e fu un .incontro cordialissimo, so­prattutto per la grande ammirazione che inglesi e a­mericani avevano per que­gli indomiti combattenti. La liberazione di tutta la Venezia Giulia fino all’Isonzo e oltre era avvenu­ta dunque ad opera dei partigiani jugoslavi, in con­comitanza con insurrezioni popolari a Fiume, Pola, Trieste, Muggia, Monfalco­ne, Gorizia e nelle altre lo­calità. Dappertutto i croati e gli sloveni furono al fian­co dei partigiani e li ac­colsero come liberatori, per un comprensibile sen­so di riscossa non solo so­ciale ma anche nazionale dopo il ventennio di op­pressione fascista, che su di essi aveva infierito in modo violento.

Ma furono con loro anche i comunisti di lingua italia­na, una parte notevole del­la classe operaia e un cer­to numero di intellettuali di sinistra, che in un’annessione della regione alla Jugoslavia vedevano un primo lembo d’Italia che sarebbe passato in un campo socialista, da dove essi avrebbero potuto dare un valido aiuto all’avvento del socialismo in Italia.

La maggior parte degli ita­liani invece, specie a Pola, Trieste e Gorizia e partico­larmente nei ceti privile­giati e medi, non poteva sopportare l’idea di finire sotto il dominio jugoslavo, così che nella contesa che seguì negli anni successivi molti di coloro che inizial­mente erano animati solo da un sano sentimento na­zionale, si lasciarono tra­volgere da un esasperato nazionalismo. Tra i due blocchi, che erano nazio­nali e di classe, si aggiunse un movimento di massa, quello indipendentista, che postulava uno « stato libe­ro » per Trieste e una par­te della regione.

L’urto si andava delinean­do già dall’autunno 1944, quando gli jugoslavi aveva­no cominciato ad afferma­re più decisamente le loro rivendicazioni territoriali, così che dal Friuli all’Istria lo stesso movimento di li­berazione ne fu incrinato, si accentuarono gli screzi tra filoslavi e antislavi, tra filocomunisti e anticomu­nisti nei partiti del CLN e nelle formazioni partigiane tra garibaldini e osovani. A Trieste e altrove i co­munisti e le masse che li seguivano aderirono a co­mitati di liberazione italo-slavi, mentre i CLN italiani, privi dei comunisti, si sbandavano’ a destra e in quel campo ci fu qualche frangia non del tutto in­sensibile alle profferte fa­sciste e collaborazioniste di fare un fronte unico ita­liano contro gli slavi.

Fortunatamente tale iattura fu evitata, grazie al preva­lere dei sentimenti democratici nella maggioranza jugoslava anche di Trieste; Pola e Gorizia e dopo che, il 12 giugno, in base all’accordo raggiunto a Belgrado fra il governo di Tito e gli occidentali, le tre città e una striscia di territorio alle loro spalle passarono all’amministra­zione militare angloameri­cana, pesò il fatto di tro­varsi in una zona di attrito (come sarà qualche anno dopo a Berlino e in Corea tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovie­tico, del quale la Jugosla­via faceva ancora parte.)

Benché non tutti se ne rendessero conto, preso come era ciascuno princi­palmente dalle passioni e motivazioni proprie e del proprio gruppo, le aspre lotte di quegli anni a Trie­ste e nella regione fino al trattato di pace del 1947, furono essenzialmente e­spressione di quell’antago­nismo, ragione di fondo sulla quale si innestavano e si intrecciavano, come in parte era già avvenuto nel 1919-20, rivendicazioni ter­ritoriali italiane e slave, scontri nazionali, lotte di classe. La scomunica del 1948 dei comunismo jugo­slavo da parte di Stalin e del Cominform, se accese un nuovo elemento di conflitto (ma solo all’inter­no del movimento ope­raio) contribuì d’altra parte a ridurre la tensione.

Così che si poté giungere nel 1954, con la collabo­razione anglo-americana e con il beneplacito dell’U­nione sovietica, agli accor­di italo-jugoslavi di Lon­dra, che definirono i pro­blemi di frontiera ancora irrisolti e dettero l’avvio al­la normalizzazione dei rap­porti fra i due Paesi.

Mario Pacor

Tratto da “Storia Illustrata”

Numero Speciale

Arnoldo Mondadori Editore

N° 208 del Marzo 1974

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Edio Vallini I Giorni del castigo (1945) Prima Parte

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Edio Vallini

I Giorni del castigo

(1945)

Prima Parte

Diciotto aprile 1945, a Torino viene proclama­to uno sciopero generale che si estenderà a tutta la regione, il 19 insorge Bo­logna e l’Emilia. Il 23 i ferrovieri dei Comparti­mento di Milano, che in­teressa tutta la Lombar­dia, parte del Veneto e del Piemonte, entrano in sciopero. E uno sciopero ad oltranza a chiaro ca­rattere insurrezionale, tra le rivendicazioni: « … la fine della guerra ».

Il 24 aprile l’epilogo, con l’insorgere di Milano.

Il 25 aprile consacra la definitiva vittoria degli insorti ma i fascisti ed i nazisti resistono ancora: sia in caposaldi fortifica­ti sia attaccando con ve­re e proprie azioni di commando e di franchi tiratori.

A Milano, ad esempio, il 30 aprile nella città ormai liberata dai patrio­ti sotto il controllo della Quinta armata del gene­rale Clark, il piccolo Ho­tel Regina dì via Santa Margherita ed il grande albergo Touring di piaz­za Fiume, sono occupa­ti dalle forze tedesche. Protetti da alti cavalli di Frisia e da massicci carri armati, i soldati del Ter­zo Reich sembrano in­tenzionati a non cedere. Solo il primo maggio, al­lo scadere dell’ultima­tum, cominceranno ad uscire disarmati dal loro fortilizio e, dopo lunghe ore di tensione, non op­porranno resistenza al drappello di soldati an­glo-americani che entra­no negli alberghi per ar­restare i comandanti.

Un cronista del tempo racconta, un poco pitto­rescamente, l’uscita dal Regina di un ufficiale te­desco armato di una bot­tiglia di champagne ed accompagnato da alcune

donne italiane, le famo­se « ausiliarie », che of­friranno in olocausto al­la grande Germania le loro chiome.

Reparti dell’esercito te­desco che non si sono arresi ai partigiani, ven­gono segnalati un po’ ovunque nell’Italia del nord. Il Popolo, organo della Democrazia Cristia­na, informa, nel suo nu­mero del 1° maggio, che nel mantovano fascisti e tedeschi hanno preso in ostaggio donne e bam­bini proteggendo così la loro resistenza ormai senza speranze.

Notizie di nuclei di sol­dati della Wehrmacht an­cora in armi ad insurre­zione già’ conclusa, si hanno nel cremonese, nel Veneto e, naturai­ment~, nell’Alto Adige. In questa regione anche la popolazione di lingua tedesca non sembra vo­ler accettare pacifica­mente la realtà della sconfitta se L’Unità del 27 aprile pubblica, con il rilievo del neretto, il se­guente comunicato:

« Attenzione. Risulta che la popolazione civile del­l’Alto Adige e le truppe tedesche che si ritirano verso la Germania, com­piono atti ostili contro gli internati civili italiani nei campi di concentramen­to. Si avvertono le truppe tedesche e i civili di de­sistere senz’altro da tale atteggiamento se non si vuole provocare la giu­sta rappresaglia contro i numerosi soldati e civili già in mano delle truppe del Corpo volontari del­la libertà ».

L’attività militare dei na­zi-fascisti non si limiterà però alla sola presenza di piccoli gruppi di truppe regolari ancora in armi, agivano in quasi tutto il settentrione anche fran‑

chi tiratori o veri e pro­pri « manipoli di arditi » per usare una terminolo­gia appropriata.

Il 26 aprile mentre Mila­no è in festa per la libe­razione e « …le porte dei tetro carcere di San Vit­tore si aprono per lascia­re uscire dalla lugubre prigione i detenuti politi­ci… Da una macchina » è sempre L’Unità che in­forma « si spara contro i garibaldini in vari punti della città ».

« Motta Visconti, 27 apri­le. Una autoambulanza della Croce Rossa forza un posto di blocco della 170a Brigata Garibaldi. Viene ucciso il patriota Gino Borgomaneri ». 29 aprile, arrivano a Milano « quelli della Val Sesia », li guida il popolare co­mandante Cino Mosca­telli. L’accoglienza di Mi­lano è entusiasmante, ali di folla applaudono al lo­ro passaggio. In piazza Firenze i patrioti delle formazioni di montagna incontreranno Piero Sec­chia e Moscatelli abbrac­cerà Gallo (Luigi Longa). Poi il corteo delle mac­chine e degli autocarri si dirigerà verso piazzale Loreto dove si sta svol­gendo un comizio fem­minile alla presenza dei familiari dei quindici fu­cilati dai fascisti.

A poca distanza dalla or­mai storica piazza è I’ agguato. Quando già gli oratori hanno annuncia­to ai presenti, tra le più alte ovazioni, l’arrivo dei « partigiani di Moscatel­li », dalle finestre dell’al­bergo Titanus inizia una fitta sparatoria. Dalla strada si risponde e il fuoco dura sino a quan­do dall’hotel escono te­deschi e fascisti con le mani sul capo.

Ma le notizie di questi attacchi sono in genere scarse e difficile è formu­lare un panorama gene­rale della situazione.

Da il Popolo del 30 aprile apprendiamo: « Ultimi aneliti della reazione fa­scista. La vita milanese ri­prende gradualmente il suo volto normale e no­nostante le apparenze, tuttora tumultuose, la reazione fascista è in as­soluta fase di esaurimen­to anche se qua e là qualche criminale tenta, con azioni isolate, di tur­bare l’atteggiamento di tranquilla serenità ormai assunto dalla cittadinan­za. Anche ieri qualche sparatoria si è verificata. Durante i funerali di tre giovani patrioti, la spara­toria è stata particolar­mente intensa in piazza del Duomo provocando panico tra la folla numerosa che faceva ala al corteo. I giovani patrioti caduti per la liberazione di Milano sono Giorgio Valiani, Solari e Luciano Santagostino ».

Effettivamente la città sta tornando – come afferma l’organo della Democra­zia Cristiana – alla nor­malità, ma la reazione fascista è un po’ ovun­que rabbiosa tanto che il 29 aprile il P.C.I. emet­te il seguente comunica­to: « Denunciate ai Co­mandi i fascisti annidati nelle case. La Federazio­ne del Partito Comunista Italiano invita energica­mente i portinai e tutti i cittadini a denunciare ai Volontari della Libertà gli ultimi cecchini anni­dati nelle case che per dar sfogo al loro rancore non esitano a mettere in gioco la nostra vita ». Sparatorie improvvise dalle finestre si registra­no in quei giorni a Mi­lano in via Botticella, in piazza Guardi a Porta Lo­dovica, a Porta Ticinese, a Giambellino ecc., ma la guerriglia fascista non si limita alle città. Nelle campagne si segnala l’a­zione di un gruppo fa­scista « Gabriele D’An­nunzio » che attacca sin­goli partigiani, sezioni di partiti democratici e, u­nendo l’utile al dilettevo­le, fa razzia nelle cascine. Anche dal lecchese e dal comasco giungono noti­zie simili.

Anche se i giornali del tempo (uscivano solo quotidiani di partito) ten­dono a minimizzare la reazione dei fascisti, a Torino il 9 maggio una ulteriore aggressione fa scrivere a Giancarlo Pajetta un articolo che vale la pena di riprende­re:

« Sono i banditi delle Brigate nere che hanno buttato una bomba contro la sede Matteotti, che hanno attaccato un ac­cantonamento garibaldi­no uccidendo tre dei no­stri ragazzi. Sono gli as­sassini fascisti che hanno sparato uccidendo da u­na automobile a pazza corsa, che hanno attac­cato più volte macchine partigiane. Sono i delin­quenti di Mussolini che hanno compiuto i loro delitti qui a pochi passi da noi. Due garibaldini, due comandanti di quel­le SAP che hanno salvato Milano, sono stati truci­dati proprio in questi giorni. « Erano appena giunti a casa, dopo il lavoro che prende ogni momento di ognuno di questi giorni affannosi, che fascisti tra­vestiti da partigiani li hanno strappati con l’in­ganno alle famiglie e li hanno gettati assassinati ad un angolo di strada.

« Sono casi singoli di di­sperati?

« No, noi non esageria­mo denunciando la so­pravvivenza della delin­quenza fascista Organiz­zata. Ne abbiamo le pro­ve nelle confessioni del federale repubblichino di Torino che, prima di es­sere impiccato, ha con­fessato l’esistenza di una vasta rete predisposta per agguati e delitti.

« Le case coi muri forati per passare da un appar­tamento all’altro, i docu­menti falsi, i depositi di

armi, i gruppi di cinque, tutti gli accorgimenti di una vasta associazione a delinquere non sono rac­conti da romanzo. « D’altra parte erano a nostra conoscenza le or­ganizzazioni fasciste di sabotaggio e di omicidio, attive nell’Italia centrale e meridionale,, dove la polizia è ancora troppo viziata di reazione per intervenire efficacemen­te.

« Noi non esageriamo, non vogliamo creare un mito di spavento e di ter­rore, noi sappiamo che i residui fascisti sono forti e pericolosi solo se le forze della democrazia sono deboli ».

E un discorso di sconcer­tante attualità questo di Pajetta. Evidentemente la democrazia italiana non fu troppo debole se an­cora sopravvive, ma il tessuto sociale e politico della nazione non si è de­purato dalle tossine che lo avvelenavano.

Lo scontro armato, l’in­surrezione modificò solo in piccola parte le strut­ture dello Stato se il 25 maggio del ’46 il Corrie­re d’Informazione pub­blica una corrispondenza da Roma dalla quale si apprende che nell’Istitu­to San Giuseppe, in Via Nomentana, la polizia ha scoperto un deposito di bombe di un’organizza­zione neo-fascista e tra gli arrestati vi erano uffi­ciali dell’esercito e della marina. L’elenco delle connivenze tra fascismo

E macchina dello Stato potrebbe continuare ma vogliamo chiudere con un ultimo esempio: il

processo contro Filippo Anfuso, processo che è, per molti versi, emble­matico di tutta la situa­zione italiana: « Il pro­cesso contro Filippo An­fuso è generalmente no­to come "`processo Roat­ta", dal nome del gene­rale Mario Roatta che fu capo del SIM, ossia del servizio informazioni mi­litari, nel periodo fasci­sta ». Fu il quarto pro­cesso, in ordine di tem­po, che si svolse dopo la Liberazione dinanzi alla Alta Corte di Giustizia per la punizione dei cri­mini fascisti. Lo avevano preceduto il processo Ca­ruso contro l’ultimo que­store fascista della capi­tale, corresponsabile del­l’eccidio delle Fosse Ar­deatine; il processo Az­zolini, contro il governa­tore della Banca d’Italia responsabile di non aver impedito ai nazisti di im­padronirsi della riserva aurea; e il processo Pentimalli e Del Tetto, con­tro i generali dell’eserci­to italiano cui risaliva la responsabilità di non a­ver difeso la città di Na­poli contro i nazisti.

I tre processi si erano svolti tra il settembre e il dicembre 1944, i pri­mi due nell’aula di pa­lazzo Corsivi, il terzo nell’aula magna della Sa­pienza: si erano conclusi il primo con una con­danna a morte subito e­seguita, il secondo con una condanna a trent’an­ni di reclusione che do­veva poi essere amnistia­ta, il terzo con due con­danne a vent’anni di reclusione militare per « abbandono di coman­do »: amnistiata, succes­sivamente, quella del ge­nerale Pentimalli, e con­clusasi quella del gene­rale Del Tetto con la morte del condannato in carcere.

L’Alta Corte di Giustizia pareva procedere per gradi verso una minor se­verità. Il terzo processo era stato caratterizzato da una esasperante len­tezza. Ancor più lento fu il processo Roatta, inizia­to alla presenza dell’ex capo del SIM e concluso dopo la sua clamorosa fuga dall’ospedale Virgi­lio.

Roatta fu, dalla Repubbli­ca democratica, « riabili­tato » ed indennizzato ma non tutti gli uomini compromessi con il Regi­me hanno avuto un de­stino così favorevole. In­fatti le notizie di arresti e di esecuzioni Aì fasci­sti, in quei primi giorni post-insurrezionali, non solo si affollavano sui ta­voli delle redazioni ma, persino, si contraddice­vano.

Tipica in questo senso è l’informazione del 29 a­prile sulla cattura e il sui­cidio di Renato Ricci. « Il capo della gioventù fa­scista, il fondatore dell’ Opera Nazionale Balilla -si scrive in una corri­spondenza del 30 aprile – si è ucciso ieri con un colpo di rivoltella per sottrarsi all’arresto. » Ma da Lecco, il 29 giugno ’45, si informa che a Tor­re dei Busi è stata cattu­rata una banda di fasci­sti che, oltre ad aver at­taccato le guarnigioni partigiane e darsi a rapi­ne, esercitava la borsa ne­ra. Arrestato il comando del gruppo si scopre che il capo, celato dallo pseu­donimo di « Ludovisi », è il « suicida » Renato Ric­ci. Altro particolare inte­ressante di questa corrispondenza è che per la prima volta il termine “neo-fascismo.”

Tratto da Storia Illustrata

La Repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori Editore

Luglio 1974