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Bruno Campagnolo – Il coraggio è facile

Il coraggio è facile di Bruno Campagnolo

3 dicembre, una domenica nata sotto una cattiva stella. Al mattino verso le dieci sto seguendo un funerale, quando un allarme aereo e il successivo bombardamento costringono il corteo a cercare rifugio dove si può. Il carro trainato da un ronzino tutto pelle e ossa prende il trotto e si avvia verso la chiesa; dopo una mezz’ora cessa l’allarme e, come Dio vuole, terminata la funzione religiosa, andiamo verso il cimitero. Tornato a casa, presso amici insospettati che mi ospitavano da parecchi mesi con mio fratello, consumato un magro pranzo, mi avviai con Giordano in bicicletta, prudenzialmente distanziati, verso una riunione in una fattoria nei pressi della stazione ferroviaria di Montecchio Precalcino, per stabilire varie cose inerenti la nostra guerra partigiana. A riunione avviata vedemmo entrare un gruppo di SS armate. Non essendo noi armati, preferimmo cercare scampo con la fuga, subito inseguiti nella nostra corsa tra i campi. lo fui l’ultimo ad uscire, e non conoscendo il luogo, finii prima in una stalla con le finestre sbarrate, poi, tornato sui miei passi, seguii gli altri, sentendomi alle calcagna le 5S che mi inseguivano sparando. Fummo messi urgentemente alla prova in questa fuga, ma eravamo tutti baldi giovani che sapevano superare fossi pieni d’acqua, siepi, ecc. Ad un certo momento m’accorsi che, rannicchiato dentro un fosso, c’era Gino Cerchio, uno dei capi più ricercati sul cui capo pesava le pena di morte a vista. Mi fermai e, rendendomi conto che non ce la faceva più perché ormai era stremato, lo rassicurai dicendogli di rimanere nascosto, mentre io, cambiando direzione, avrei attirato su di me gli inseguitori. E cosi feci, riuscendo a salvarlo.

Fui arrestato. Venni condotto nella stessa casa di campagna in cui era avvenuta la riunione e, con mia grande sorpresa, trovai già in stato d’arresto mio fratello Giordano, Lamberto Graziani e Agostino Crema. La staffetta Alberta ( Nerina ) era pure nel cortile, ma per la sua piccola statura e per l’esile figura di ragazzina era passata inosservata alle SS. Fummo caricati tutti e quattro su macchine e portati a Vicenza in una casa di via Fratelli Albanese, succursale della famigerata banda Carità. lo e Crema fummo rinchiusi in una stanza al piano superiore, mentre Giordano e Graziani, essendo stati trovati con documenti sospetti, furono subito interrogati e bastonati a sangue. Sentivamo le loro grida, ma eravamo nell’assoluta impossibilità di aiutarli. Passammo tutta la notte in agitazione in piedi o seduti per terra, essendo la stanza completamente vuota. Al mattino ci portarono ad un primo interrogatorio; tutto andò bene, non essendoci nessuna prova contro di noi. Ero molto in ansia per mio fratello. Mentre mi riportavano in cella, passando per un corridoio, vidi, disteso pancia a terra, una specie di uomo. Mi chinai: era Giordano, pesto e in condizioni da non credere. Apri un occhio e mi sussurrò: « Non ho parlato ». La guardia non si accorse di niente, tanto la cosa si era svolta rapidamente. Tornai in cella tranquillizzato per il silenzio tenuto da Giordano, ma turbato per le condizioni in cui lo avevo visto.

Due sere dopo mi portarono nella villetta del comando per un altro interrogatorio. Mi legarono i polsi con una corda, poi mi fecero passare le ginocchia tra le braccia e quindi, tra queste e le gambe, passarono un palo. Cominciò l’interrogatorio con domande sui partigiani, sui comandanti, ecc.; alle mie risposte negative, il boia prese per un capo il bastone in cui ero infilato e mi fece cadere con la testa per terra, esponendo la parte dove la schiena cambia il suo onesto nome, e con un altro bastone cominciò a battermi, incurante delle mie grida intercalate da tutti i titoli non onorifici che mi venivano in mente. Dopo una quarantina di legnate, si riposarono. Alla ripresa dell’interrogatorio, non avendo io ormai nulla da perdere, dissi quello che pensavo di loro e delle loro nobili famiglie con il risultato di una seconda dose di bastonate, che, confondendosi con le prime, non sentivo quasi più. Forse si accorsero di questo, mi levarono le scarpe e mi batterono sotto le piante dei piedi, facendoli gonfiare in maniera tale, che non potei più rimettere le scarpe. A braccia mi portarono in una cella in cantina dove trovai mio fratello e Graziani. Crema non c’era. Non trovavo una posizione nella quale mettermi, non potendo stare né in piedi, né seduto con le parti cosi doloranti, gonfie e nere per il sangue. Durante un altro interrogatorio, il tenente Sottili mi fece vedere uno schizzo a colori, dove era disegnata una casa vicino ad un torrente, che diceva di aver trovato a casa mia. Insisteva che lo schizzo rappresentava la pianta delle carceri di S. Biagio di Vicenza e che sarebbe servito per far evadere i prigionieri. Dopo aver detto che la mia casa era da tempo abbandonata, gli feci notare che nel disegno vi era scritto « torrente », mentre a S. Biagio passava il fiume Bacchiglione. Come risposta mi diede due schiaffi e mi disse: «Imbecille! In Italia di fiumi non ci sono che il Po e l’Adige. Tutti gli altri sono torrenti ». Evidentemente aveva studiato in libri diversi dai miei. Pochi giorni dopo, altro interrogatorio. È di turno il tenente delle SS Herke. A Giordano torce un dito; a me non succede niente. Ci portano in cella ed il tenente Usai ci comunica che l’indomani mattina presto ci avrebbero fucilati entrambi. Non credo sia rimasto soddisfatto della nostra alzata di spalle. Ci chiede solo se vogliamo un confessore, noi decliniamo l’offerta. Rimasti soli, dico a Giordano: «Non credere! lo fanno per farci parlare e magari ci mandano a confessarci uno di loro vestito da prete. Non preoccuparti, neppure se fanno tutta la messa in scena della fucilazione ». Alla liberazione ho saputo dal tenente Usai, da me visitato in prigione, che avevano sospeso in extremis l’esecuzione perché, avendo compiuto quella notte altri arresti, pensavano potessimo essere utili per qualche confronto. Certo è che avremmo fatto un’ottima figura davanti al plotone, sicuri che fosse solo un trucco. Avremmo detto sorridendo: «Mirate al cuore! », e saremmo morti senza accorgercene, da eroi, come i fratelli Bandiera.

Verso il 20 dicembre, una sera viene condotto nella nostra cella in cantina Torquato Fraccon, uno dei capi del CLN veneto, arrestato fin dalla fine di ottobre e interrogato nei vari comandi da briganti di tutte le specie, dove ognuno aveva cercato di superare gli altri in supplizi e percosse, senza però riuscire a cavare da questa fortezza d’uomo quanto sapeva. Era la terza volta che io lo vedevo; la prima ad una riunione in casa di Vangelista in Matteo S. Lorenzo, la seconda in via S. Biagio mentre, ammanettato con tutta la famiglia, veniva condotto a piedi in carcere. Ed ora lo rivedevo alla vigilia della sua partenza per il campo di concentramento di Mauthausen. Era triste nella sua fierezza e ci disse senza tanti preamboli che vedeva nero, quasi presagisse la sua fine, tanto conosceva a fondo i suoi aguzzini e i loro complici tedeschi. Al mattino ci abbracciò tutti e parti. Mori in campo di concentramento 1’8 maggio 1945. Verso la fine dell’anno lasciammo la cantina per una stanza al pianoterra con la finestra murata e la luce accesa giorno e notte. Il 31 dicembre Rogai, uno sbirro toscano di media età, prepotente e stupido, ci avverti che era venuto a conoscenza di un tentativo di forze partigiane per liberare noi prigionieri, e aggiunse che in questo caso ci avrebbe fatti fuori tutti. Lo ringraziammo della gentilezza che ci avrebbe usato e ci organizzammo per difenderei: riempimmo d’acqua tutte le bottiglie, si da renderle più pesanti e usarle come clave e ci disponemmo in modo da poter sorprendere chi fosse entrato, mentre uno di noi si teneva pronto a rompere la lampadina. A mezzanotte cominciarono gli spari, prima lontani e poi sempre più vicini: noi pronti, molto tesi ma decisi a tutto. Ma non accadde nulla; gli spari cessarono e solo al mattino seguente venimmo a sapere che durante la notte erano stati i militari tedeschi a sparare per festeggiare l’anno nuovo!

Verso il 6 gennaio venni condotto a Palazzo Giusti di Padova assieme all’ingegner Graziani. Il viaggio avviene in macchina; a Mestrino alcuni aerei si abbassano a mitragliarci e i nostri accompagnatori, comandati dal capitano Bacoccoli, si gettano al riparo nel fossato a fianco della strada lasciandoci legati in macchina. Propongo a Graziani di fuggire, ma lui tentenna. Sfuma la possibilità, ritornano i nostri guardiani e si riprende il viaggio. A Palazzo Giusti è concentrato il comando della banda Carità e li arrivano j prigionieri più importanti, cosicché si ritrovano i vari componenti del CLN veneto e i capi partigiani che hanno avuto la sventura di cadere in brutte mani. C’erano tutti i capi: avremmo potuto fare la guerra a tavolino. II palazzo, bello, antico, con un grandioso salone tutto dipinto, adatto a splendide feste, era ora occupato da gente di tutti i ceti sociali ma con un unico ideale di libertà e giustizia. Il salone era il limbo, attraverso il quale tutti dovevano passare in attesa di essere interrogati. Questo significava botte da orbi e torture. Gli interrogatori erano fatti in varie stanze che davano sul salone e sempre di notte, cosicché non si dormiva per l’ansia di essere chiamati. Nell’attesa, chi passeggiava avanti e indietro e chi stava seduto sui divani. Graziani stava sempre seduto e sembrava uno di quei messicani che dormono seduti per terra. Aveva un grosso difetto: russava sonoramente anche con gli occhi aperti (in cantina, a Vicenza, avevamo istituito un turno di sveglia, per cui uno doveva scuoterlo continuamente per permettere agli altri di dormire). Questo suo difetto una notte mi fece divertire perché Graziani russava cosi forte che smisero un interrogatorio credendo che fossero gli aeroplani; quando si avvicinavano a Graziani non riuscendo a capire la causa di quel gran rumore, io gli davo un colpo e il russare cessava; appena si allontanavano, io lo lasciavo fare e il rumore ricominciava. Neppure lui si accorse del gioco, che ebbe il merito di sospendere per quella notte gli interrogatori.

Quelli che occuparono come prigionieri il salone potrebbero farne una storia dolorosamente gloriosa, e ognuno potrebbe essere preso come esempio per la fermezza che gli veniva non da incosciente ottimismo, ma da forza dell’animo e dell’ideale. Parlare di tutti non è possibile. Voglio ricordare Egidio Meneghetti, alto in tutti i sensi; passeggiava avanti e indietro nel salone, ammanettato e cosi fiero nel portamento che gli stessi aguzzini rimanevano intimoriti di fronte a lui. . Attilio Gambia ( Ascanio ) sempre sottoposto a nuovi confronti con gli arrestati e percosso continuamente per il suo rifiuto di parlare, anche lui ammanettato giorno e notte dei dolori fortissimi e un ascesso appendicolare con principio di peritonite. Mi visitò il professor Volpata, primario chirurgo dell’ospedale di Arzignano, come noi prigioniero di Carità, e mi consigliò l’immediato ricovero all’ospedale di Padova con operazione urgente. Lasciai così la «nave» e il suo prezioso carico intellettuale ed umano, a malincuore. All’ospedale mi visitò subito il professor Zaniboni che ordinò immediatamente l’intervento. Un SS faceva buona guardia seguendomi perfino m sala operatoria. Rimasi tra la vita e la morte per una settimana, poi lentamente cominciai a rimettermi. Nella sala comune in cui ero ricoverato, che era chiamata « la Croazia », eravamo una sessantina di cui molti erano partigiani o feriti o operati, tutti sorvegliati dalle loro guardie. Queste mettevano le loro armi, bombe a mano e mitra, sopra un tavolo di marmo in mezzo alla sala con grande spavento del personale sanitario e soprattutto delle suore. Per noi era quasi un divertimento, una oasi di pace, sicuri come ci sentivamo di non essere torturati, né mandati in cella, né in campo di concentramento, tanto più che i medici facevano il possibile per tenerci stazionari in modo da costringere i vari comandi a lasciarci A Pasqua venne in visita il Vescovo che mi riconobbe e mi salutò commosso. Dopo circa due mesi, mentre stavo cercando il momento per tentare la fuga, mi vennero a prendere e mi portarono nella Casa penale di piazza Castello. Piansi di rabbia, ma la fuga non fu che rimandata. Infatti, ricoverato nell’infermeria del carcere per le mie cattive condizioni di salute, conobbi altri partigiani e, con la collaborazione di alcuni galeotti comuni, dopo aver segato per giorni e giorni le sbarre di una cella adibita a magazzino, un lunedì, mentre Aronne Molinari teneva in chiacchiere la guardia, riuscimmo a fuggire passando sopra una scala messa di traverso tra la finestra e il tetto di una casa che confinava col carcere. Su questo speciale ponte che a metà percorso si incurvava pericolosamente, strisciammo uno alla volta, sempre aspettando che la guardia girasse l’angolo e pregando la buona sorte che non alzasse la testa, illuminati come eravamo dal chiaro di luna. Passammo poi nel rifugio della Specola, dove il guardiano si spaventò vedendoci entrare dalla finestra; lo consigliammo minacciosamente di tacere, cosa che lui fece.

Usciti di li, ci dividemmo in due gruppi di cinque e ci lasciammo senza dirci dove saremmo andati, perché se qualcuno fosse stato ripreso non avrebbe potuto cosi danneggiare i compagni neppure sotto tortura. Ci nascondemmo nella chiesa della Sacra Famiglia con la complicità del parroco e passammo alla meno peggio la notte. Intanto le guardie avevano cominciato la caccia anche con cani poliziotti; ma evidentemente questi ultimi o erano antifascisti oppure raffreddati, perché, pur essendo vicinissimi a noi, non ci trovarono. L’indomani mattina ci portammo verso il campo d’aviazione, in una casa disabitata, dove un partigiano vestito da sergente maggiore delle SS, con nastrini e medaglie, ci raggiunse per fotografarci, promettendo per il pomeriggio i documenti a ognuno. Nel pomeriggio tornò portando tutto l’occorrente. Essendo io ancora convalescente e con la ferita aperta, fui destinato al riposo, mentre gli altri quattro raggiunsero le formazioni partigiane che stavano combattendo. Con un ragazzino come guida, in bicicletta, attraverso molte peripezie, arrivai a destinazione in una casa isolata in mezzo alla campagna di Campodoro, dove rimasi due o tre giorni. Al giovedì mattina salutai tutti e mi portai a Camisano Vicentino e di qui, sempre in bicicletta, mi avvicinai a Vicenza. Avevo un desiderio che non mi dava pace, fin dal giorno del mio arresto: volevo sapere chi mi aveva fatto la spia. Per tale scopo volevo prendere uno dei capi della banda Carità che avessero operato a Vicenza. Sapevo che appunto il capitano Bacoccoli abitava davanti alla casa di mia sorella e pensavo mi sarebbe stato facile appostarmi nei paraggi e prenderlo. Mi avvicinai e pregai un ragazzino di suonare da mia sorella e avvertirla che io ero sul retro della casa. Lei si affacciò facendomi segno che non c’era pericolo. Da lei seppi che i fascisti in parte erano scappati, altri erano stati fatti prigionieri, che c’era aria di smobilitazione e che tutti gli eroi della repubblica di Salò in abiti civili cercavano rifugio dove potevano, mimetizzandosi come tanti camaleonti. Andai allora a casa del Bacaccoli e aspettai il suo ritorno. Lo pregai gentilmente di salire con me da mia sorella e mi presentai. Già mi aveva riconosciuto. Pallido, con voce tremula rispose a quanto gli chiedevo e poi scrisse di suo pugno una confessione addolcita su quanto precedentemente era successo, su chi ci aveva tradito, ecc. In un secondo tempo mi fece pervenire anche una descrizione fisica e morale dei principali componenti il reparto e delle malefatte compiute da detta accozzaglia di briganti. L’indomani mattina mi incamminai verso casa mia perché desideravo rivederla dopo tanto tempo. Le strade erano deserte e stranamente silenziose. Ad un incrocio di via IV Novembre sbucarono dei partigiani armati che, riconoscendomi, mi chiesero se erano in vista dei nemici; li rassicurai e consigliai loro di lasciarli andare: «A nemico che fugge, ponti d’oro! » Un po’ più avanti, dalla finestra della sua abitazione, mi salutò Emilio Zola, vecchio socialista che aveva passato alcuni giorni prigioniero della banda Carità a Vicenza. Mentre si stava chiacchierando, un gruppo di tedeschi in ritirata, vedendomi, mi sparò col mitra. Svelto mi gettai sulla porta che lo Zola mi aprì Rimasi a casa sua un quarto d’ora, finché sentimmo un gran gridare di gente: gli americani erano arrivati al ponte degli Angeli. Il destino aveva voluto che non mancassi a questa scena non lasciandomi morire nella sparatoria di quella mattina. I soldati camminavano in due file ai lati della strada e la popolazione li accoglieva con le pentole in mano per offrir loro quel poco che avevano, incuranti di rimanere senza mangiare. Era una cosa veramente commovente, pensando alla fame che avevano patito fino allora.

Passati i primi due giorni dalla Liberazione, mi procurai dei documenti e un lasciapassare, e con un camioncino andai a Bolzano alla ricerca di mio fratello Giordano che doveva essere nel campo di concentramento. Fu un viaggio movimentato da continui posti di blocco; cosicché, quando arrivai al campo, non vi era pi6 nessuno. Seppi che un parroco aveva l’elenco di quelli che erano usciti vivi e tra questi trovai il nome di Giordano. Non sapendo dove fosse andato, rifeci il viaggio di ritorno, fermandomi in tutti i posti di raduno, ospedali, cimiteri. Ma non trovai nulla. Demoralizzato tornai da mia sorella. Una o due sere dopo vidi un uomo stranamente vestito che veniva verso casa camminando come un ubriaco: era Giordano, in uno stato pietoso. Lo abbracciai dalla gioia, ma dopo aver sentito che era stato a combattere al Passo della Mendola, mi sfogai dandogli un ceffone, al pensiero di quanto eravamo stati in pena per lui. Nei giorni seguenti mi feci rilasciare dal questore Follieri, anche lui ex prigioniero di Carità, un tesserino che mi permetteva di visitare tutte le carceri e i posti dove erano rinchiusi i vari brigatisti neri, SS, ecc. Nel Collegio Baggio in via S. Marco a Vicenza, chiuso in cantina, trovai il tenente Umberto Usai, uno dei pi6 feroci aguzzini, che vedendomi si inginocchiò ai miei piedi e piangendo mi chiese perdono e pietà. Aveva attorno al collo uno spago con tanti nodi, come un rosario, e in fondo, come croce, due rametti legati. Pensando a tutto quello che aveva fatto, provai disgusto e glielo dissi con queste parole: «Non ti vergogni, dopo quanto hai fatto, a portare anche la croce, tu che hai calpestato onore, fede, dignità, pietà? Alzati e comportati da uomo ». E me ne andai, lasciandolo forse sorpreso perché non lo avevo picchiato. Lo rividi in carcere a S. Biagio. Dal direttore mi feci dare carta e penna, pregandolo di scrivere un po’ la storia di tutte le nefandezze compiute dal suo reparto cercando di non dimenticare niente. Anche lui, come Bacoccoli, addolci per suo conto la confessione. Visitai anche la Casa penale di Padova, con sorpresa del direttore che vedeva per la prima volta un evaso tornare in prigione. Mi fece visitare tutti i reparti e incontrai alcuni componenti la banda Carità. La scena era sempre la stessa: « perdono, pietà, ero costretto a farlo, ccc. ». lo provavo solo disgusto e disprezzo di fronte al loro comportamento. Il nostro era stato ben diverso, ma !’ideale grande e giusto che ci aveva animati meritava il sacrificio sopportato.

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Non è stato niente di Giorgio Ponti

Non è stato niente di Giorgio Ponti

Sono arrestato assieme a mio padre, Giovanni Ponti, e alla partigiana Ida D’Este la sera del 7 gennaio 1945. Da qualche mese la mia famiglia è nascosta, sotto falso nome, a Padova in luoghi diversi. Ho dodici anni. In quei giorni una eccezionale nevicata era caduta sulla città: anche per questo, per camminare sulla neve fresca, voglio accompagnare Ida D’Este alla clinica Palmieri, dove da qualche settimana si nasconde mio padre. La clinica è accerchiata dagli uomini della banda Carità: sotto la minaccia dei mitra ci fanno accoccolare tra gli alberi del giardino che circonda la clinica, in attesa che altri ospiti sospetti rientrino. Con cautela, approfittando del buio, Ida D’Este nasconde sotto la coltre di neve i documenti che doveva consegnare a mio padre: per un momento la neve mi sembra un’alleata preziosa (ma quando, poco dopo, ci portano via, quel nascondiglio si dimostrerà insufficiente). Del mio breve soggiorno a Palazzo Giusti porto, più vivi degli altri, due o tre momenti. L’imponente figura del professor Meneghetti, che, ammanettato, sale lentamente lo scalone del palazzo. Uno sgherro gli sussurra con odio: ..: Con la tua barba faremo una spazzola per pulire gli stivali di Mussolini ». Meneghetti non risponde: per un attimo sulle sue labbra mi pare di cogliere un amaro sorriso. Gli interrogatori continuano per tutta la notte. Dalla stanza dove mi trovo, contigua a quella delle torture, giungono gemiti, grida strozzate, lamenti prolungati e disumani. Cerco di riconoscere la voce di mio padre che da molte ore non è più con me.

Alle prime luci del mattino (fuori continua a nevicare) buttano fuori mio padre: nella luce incerta ne riconosco la figura: è ammanettato; ha il cappotto, gli occhiali, il cappello, come quando lo ho lasciato. Ma il volto è un’enorme macchia tumefatta e bluastra; è cosi gonfio che il cappel1o, sulla testa; sembra piccolissimo (per un attimo quel cappello, ora così sproporzionato, mi sembra quello di un clown). Passandomi vicino cerca di sorridermi, ma non può: il volto è troppo gonfio. Allora, con grande sforzo, mi dice: « Coraggio, Giorgetto, non è stato niente», Ora tocca a me: nella stanza dell’interrogatorio sono una ventina, seduti attorno ad un grande tavolo: le finestre sono sbarrate, una grande luce mi viene puntata contro. Al centro del tavolo il maggiore Carità, sprofondato su una poltrona, sorride (è il terzo sorriso di quella notte). Al mio fianco Ida D’Este, seduta su una sedia, è quasi alla fine del suo calvario: ha il capo appoggiato sul tavolo. .’ Le si avvicina la figlia di Carità e la afferra per i capelli: grida frasi incomprensibili. Osservo le sue mani: sono piene di capelli e di sangue. Ma Ida non ha emesso nemmeno un lamento. Dopo qualche giorno vengo rilasciato: ma gli altri rimangono. Mi riaccompagnano al convento delle Dorotee, dove ero nascosto con la mamma e i miei fratelli. Per strada c’è ancora la neve, ma non è più la stessa: adesso è grigia, fangosa, irriconoscibile.

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Partigiana Nuda – Egidio Meneghetti

Partigiana Nuda di Egidio Meneghetti

Qui si narra un episodio della Resistenza. Accadeva a Palazzo Giusti di Padova, nell’inverno tra il 1944 e il 1945, che la «Banda Carità» talvolta costringesse le partigiane più coraggiose a denudarsi tra scherni e insulti. In quella atmosfera di incubo taluna rasentò la follia. E la follia, con il suo grande mistero, seppe incutere rispetto o, almeno, imporre ritegno. Le parole usate sono semplici e disadorne: chi le ha scritte, più volte, spontaneamente, si è richiamato a espressioni e ad atteggiamenti dei cantastorie, che da secoli, specialmente nelle campagne, ripetono la tragedia della «Donna lombarda» e altre leggende.
Soprattutto per mantenere aderenza con la più schietta anima popolare – che è stata anche l’anima della Resistenza veneta – si è usato il dialetto: il quale, per tale scopo, è davvero insostituibile.

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
*
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
*
El magiór Carità l’è straco morto
de tiràr ostie e de fracàr pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
*
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vièn ’na dona.
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Ela l’è magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa più colór,
ela l’è drita anca se i senoci
tremàr la sente e sbatociarghe ’l cor.
*
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia siór capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia siòr capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana te spogliarò e nuda cruda te frustarò »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parlàr »
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Spaìsi i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofà, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
*
longo, desnoselà come Pinocio,
Trentanove el la fissa pién de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransignà da boia.
*
El carceriér Beneli, bagolón,
el scorla le manete, spirità,
e dindona Goneli el so testón,
cargo de forsa e de stupidità.
*
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se còmoda a piàn i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che à copà Renato.
*
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’è piena de sassini quela stansa;
ela l’è sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa più speransa,
*
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vièn la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
*
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la còtola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
*
Camisa da soldà de vecia lana,
mudande taconà de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«È proprio molto chic la partigiana ».
*
Carità el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’à indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
*
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
*
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pèle che la s’à fato mora e spessa
nel sudór, nela pólvar e nel fumo.
*
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
rùmega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
*
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’è tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’à ciapado.
*
No la sa dove l’è … forsi la sogna …
la savària con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’ò vergogna,
mama g’ò fredo, mama g’ò paura …»
*
Po’ la ride, coi brassi a pingolón
e co’ na facia stralossà, de mata:
tuti quanti la varda e nissùn fiata,
s’à fato un gran silensio nel salón.
*
Su da tera la tol le so strassete,
la le spólvara a piàn, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlón
e gh’è come un incanto nel salón.

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Giordano Campagnolo – Verso la libertà –

Verso la libertà di Giordano Campagnolo

Sono nel campo di concentramento di Bolzano, appoggiato al reticolato che divide il mio blocco (blocco H, pericolosi) dagli altri blocchi, e c’è un’eccitazione in giro, in quanto si dice da «Radio scarpa» che la Croce Rossa Internazionale veglia sul campo stesso. Ad un tratto vedo, nello spazio riservato alle guardie, i componenti della banda Carità che fraternizzano con i loro camerati delle SS tedesche. Passa il professor Meneghetti, lo chiamo per comunicargli ciò che ho visto; ma mi risponde che li ha già affrontati beffeggiandoli. Col suo carattere deciso ed orgoglioso ciò era inevitabile. Un bel coraggio! e glielo dico (siamo sempre noi i prigionieri), ma lui imperterrito mi fa: «Senti, Campagnolo, era il minimo che potessi fare con quelle canaglie! ». E se ne va stizzito. agitando le braccia. Verso sera mi vien dato il foglio di uscita. Con una ventina di compagni vengo fatto salire su un camion che ci porta al Passo della Meldola. il 29 aprile 1945 e siamo liberi. Passo la notte in un fienile a Ruffré ed al mattino ritorno a Bolzano. Mi apposto nei pressi del campo con la speranza di trovare degli amici con cui fare il viaggio verso casa, e mi accorgo che tutti i nostri ex carcerieri entrano in una villetta e ne escono in abiti civili. Non so che fare, ma poiché devo fare qualcosa, dopo una altra sbirciata, mi dirigo verso la zona industriale: allo Stabilimento Lancia mi rivolgo al portiere chiedendo di poter parlare con qualcuno della commissione interna. Viene subito un bel giovanotto, gli dico chi sono e da dove vengo, avvertendolo che potrei anche essere un agente provocatore e pertanto lo prego di non compromettersi in alcun modo. Gli esprimo l’urgenza di segnalare a qualcuno quei personaggi, già segnalati da Radio Londra come criminali di guerra, perché li si possa pedinare ovunque essi vadano. Capisce subito mi era parso un tipo molto sveglio) e mi affida ad un uomo in bicicletta, informandomi che stanno approntando un pullman per portare il professor Meneghetti ed altri in Svizzera, e mi chiede se voglio approfittarne. Ricuso in quando ritengo che ho ancora quel dovere da assolvere. Ritorno perciò alla villetta e segnalo a l’uomo molti dei nostri compari. Faccio ulteriori raccomandazioni a quella cara persona e poi mi dirigo in Val Sarentino. Sono fra compaesani. A notte cominciano le scaramucce che, dopo alterne vicende, porteranno il comando tedesco del generale von Senger und Etterlin ad aprire le trattative tramite il vicentino Rodella, conclusesi con il controllo della città da parte dei partigiani e il libero passaggio alle truppe tedesche in ritirata. Il 16 maggio rientro a Vicenza. Alcuni giorni dopo leggo sui giornali che una pattuglia americana delle OSS ha fatto irruzione in un rifugio dell’alta Val di Siusi uccidendo il maggiore Carità e ferendo la sua amante

 

 

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Il sacrificio per una saggia libertà di Enrico Parnigotto

Il sacrificio per una saggia libertà di Enrico Parnigotto

Perseguitato in quel tempo per le mie idee antifasciste, ero allora pedinato dai nazifascisti. Dapprima non me ne ero accorto, ma in seguito me ne resi purtroppo conto. Ero alla macchia anche perché non avevo obbedito al reclutamento di lavoro dell’allora impresa Todt. Avevo abbandonato i miei impegni di lavoro con la scuola e saltuariamente andavo a trovare la mamma, spostandomi in bicicletta dalla zona di Bassano che era il mio nuovo rifugio. Una notte dei primi d’aprile del ’45 una squadra di militi suonò alla mia abitazione. Apri mia madre, dopo aver a lungo tergiversato con loro sul cancello, mentre io scappavo dalla parte del giardino retrostante. Sapevano che ero in casa, i dinieghi di mia madre minacciata con il mitra a nulla valsero. Alla fine ella mi chiamò e mio malgrado dovetti arrendermi. Mi malmenarono e perquisirono la casa, poi con il mitra puntato alla schiena mi condussero a Palazzo Giusti. Erano passati pochi giorni dall’uccisione del professor Todesco, mio carissimo amico e compagno di lotta; pensavo di star facendo la sua stessa fine. Giunto a Palazzo Giusti, attesi mezz’ora nel salone. L’arresto era stato effettuato da Lotto, Cecchi e altri tre di cui non conobbi il nome; erano tutti armati di mitra e pistole. Nella sala dov’ero in attesa sentii nel frattempo alcune grida che più tardi seppi essere di un povero giovane sottoposto alla tortura della macchinetta elettrica. L’interrogatorio, iniziato da Lotto, fu poi continuato da Squilloni, un pezzo d’uomo grande, villano e sempre ubriaco, dal tenente Tecca e altri. Lotto cominciò a picchiarmi quando mi senti negare le accuse fattemi; Squilloni continuò l’opera e alla fine intervenne anche Tecca: l’interrogatorio prosegui fino alle sei e mezzo del mattino e mi venne pure applicata la macchinetta. Due fili molto lunghi mi vennero avvolti attorno ai polsi, dopo alcuni secondi Lotto ordinò di aprire, ne segui un urlo lancinante. Ancora prima immaginavo che la scossa sarebbe stata tremenda e mi ero proposto di non gridare. Ma il dolore era talmente repentino e agiva in modo tale sui nervi da rendere impossibile il controllo e l’urlo sgorgava istintivo e feroce dagli angoli più profondi della nostra sensibilità, come per una liberazione dal tormento. Nel frattempo continuavano le domande insistenti e i pugni. Volevano sapere i nomi dei miei amici, la relazione che avevo con gli esponenti del Comitato di Liberazione e con noti antifascisti della città; volevano la confessione di aver picchiato uno squadrista 1’8 settembre, di aver fatto disegni di propaganda e di aver svolto attività antifascista nella scuola. Dopo questo lungo e brutale interrogatorio, durante il quale non un’ammissione o un nome usci dalla mia bocca, mi buttarono nella cameretta del secondo piano con gli occhi tumefatti e ridotto uno straccio. Benevoli e affettuosi, i compagni della soffitta mi si fecero incontro cercando di alleviare il mio dolore; mi lavarono la faccia e mi diedero dei corroboranti. Ricordo come ora il buon don Luigi Panarotto, l’Avossa, il compagno Faccio, don Giovanni Apolloni e altri. Vi rimasi sino alla fine della guerra e ne uscimmo tutti nei giorni della Liberazione. Ricordi tristi, ma il sacrificio rimarrà per noi e per i nostri figli come espressione di forza e tremore

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Forza e tremore – Lucia Peruffo Campagnolo

Forza e tremore di Lucia Peruffo Campagnolo

Raccontare fatti di lotta partigiana? Ma è tutta una sequenza di fatti, un caleidoscopio: ogni giorno ci si alzava con la prospettiva di qualcosa di nuovo. Cresciuta da genitori antifascisti e sposata ad un antifascista, mi ero buttata anima e corpo tra le file partigiane che operavano a Vicenza. Credevo di non dover mai conoscere la paura; le raccomandazioni stesse di mio marito – pur essendo della mia stessa idea, era per temperamento più. calmo – non facevano che accrescere il mio coraggio. Ci fu un periodo in cui tenevamo in casa un partigiano che era rimasto per vent’anni prigioniero nell’isola di Ventotene. Era stato liberato e noi l’avevamo accolto con lo stesso entusiasmo col quale avremmo accolto un fratello. Da allora però cominciai a dubitare del mio coraggio, specialmente quando, nel silenzio delle lunghe notti invernali, sentivo rallentare o fermarsi una macchina. Nel contempo udivo lui rigirarsi nel letto, e mi prendeva un nodo alla gola pensando alle conseguenze che ne sarebbero derivate se avessero trovato in casa mia tale ricercato. Altre volte mi vidi perduta, come durante una perquisizione. Ma tutto andò sempre bene. Tuttavia l’episodio per il quale mi sentii sminuita ai miei stessi occhi, mi successe a Padova. Ero andata a trovare i miei fratelli Bruno e Giordano prigionieri della famigerata banda Carità a Palazzo Giusti. Entrata nel portone, mentre ero in attesa del permesso per il colloquio, ad un tratto vidi venirmi incontro uno della banda, lo stesso che a Vicenza, pochi giorni prima, mi aveva fermato nell’ufficio di Luigi Faccioi eludendo le sue domande, dopo aver, dato, false generalità, l’avevo preso in giro dicendo con aria dimessa, che mi trovavo li perché facevo del mercato nero. Rivedendolo, mi sentii subito tremare le gambe; cercai di abbassare il fazzoletto che avevo in testa fino agli occhi, abbassando lo sguardo a terra e ci riuscii tanto bene da non essere riconosciuta: Potei cosi ottenere il colloquio tanto desiderato con l miei fratelli. Fu allora che vidi una giovane, quasi una bambina, prigioniera anch’essa, a colloquio con sua madre. Questa giovane aveva una tale serenità e forza d’animo, come se essere rinchiusa in carcere fosse stata la cosa più normale di questo mondo. Io, donna di una certa età, mi sentivo piccola di fronte a questa ragazzina, e questa scena mi .infuse un novello vigore, una maggiore fiducia, cosicché tornai a lottare con maggiore impegno.

Giovanni Dal Maso – Gli amici dell’ospedale

Gli amici dell’ospedale di Giovanni Dal Maso (<< Cavallo »)
Ero detenuto a Palazzo Giusti quando il 20 aprile 194′ venni portato morente di polmonite acuta all’Ospedale civile di Padova. L’ordine era stato dato dalle S5 perché tutto faceva prevedere imminente la mia fine. Ero terrorizzato: il professar Peserico però mi accolse con queste parole: «Coraggio, non aver paura, qui non sei in mano delle 5S, ma in mano di gente che ha lo stesso tuo ideale e che ti salverà, e noi ti salveremo! ~. Poi mi chiese notizie del professor Sotti; gli dissi che lo avevo lasciato a Palazzo Giusti vivo, ma con la commozione cerebrale. Verso le ore 13 del 27 aprile venne una suora al mio capezzale, e mi disse preoccupata: «Dobbiamo nasconderla subito perché il maggiore Carità ha dato l’ordine di uccidere tutti j detenuti di Palazzo Giusti ». Lascio immaginare il mio terrore alla notizia, dopo quello che avevo passato a Villa Triste di Vicenza e a Palazzo Giusti di Padova, proprio nel momento in cui mi sentivo sicuro e libero. Ma ecco che dopo due ore torna la speranza! Verso le ore 15 arriva il professor Soni, mi saluta e mi incoraggia: Forza! il tenente delle SS invece di eseguire l’ordine di Carità di uccidere tutti i detenuti, forse nella speranza di aver salva la vita, ha fano aprire te porte del Palazzo Giusti e ha fatto fuggire tutti. Inoltre l’Ospedale è circondato da grosse forze partigiane e perciò ora sei al sicuro! » Sembrava un sogno, ma era una luminosa realtà: era la fine di tanti mesi di terrore e di torture. Il 6 giugno 1945 ho finalmente potuto riabbracciare i miei cari
Tratto da
RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Gino Cerchio – Esiste ancora la gioia

Esiste ancora la gioia di Gino Cerchio

Palazzo Giusti: dimora avita di antica nobile schiatta veneta, fastosa, solenne, venusta. La teutonica barbarica fantasia nazifascista ne fece sede di prigionia, di terrore, di paura. Selvaggi i carcerieri, feroci torturatoti spietati, bestiale disonore dell’umana stirpe. Prigionieri, uomini e donne: operai, sereni, mai proni all’ incombente. dotti artigiani , sfidanti contadini la morte Gli interrogatori; subdoli, minacciosi, crudeli, ore lunghe di schermaglie impari, insidiose le domande, caute e innocenti le risposte, sotto i colpi inopinati sulla dolorante carne martoriata. Il vitto insufficiente: scarso pane, scura brodaglia, e, notizie rassicuranti, la Vittoria vicina. Il giaciglio: duro legno, poca paglia, leggera la coperta, il freddo mordente le membra tremanti nel sonno inquieto. Lunghe ore del giorno: a ricordare lo ieri, trepide speranze dell’incerto domani, pressanti gli affetti fuori dalla tetra cella, eppure presenti. Confidenze, discorsi, dispute, mai risse, aiuto fraterno comprensivo e gradito. Aria. Aria: breve parentesi di luce nella giornata grigia, corte le passeggiate, poi in coro le vecchie canzoni alpine. Gli sgherri attoniti: esiste ancora la gioia tra i prigionieri? Perché canta la tua gente? E non la mia? Carità domanda. Perché la mia, ha la coscienza a posto! uno risponde. Infine: la «Nave », inno di fede professata, di sfida coraggiosa.

Le partenze: improvvise per ignoto destino, angoscia nei restanti in attesa della propria ora. La fine: misera, aguzzini in fuga, la ricerca affannosa dell’alibi, gioia nei liberi, il ritorno, la famiglia, la casa. Oggi: il ricordo.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Lionella Moda Bordin – Un mondo di angoscia

Un mondo di angoscia di Lionella Moda Bordin

Durante la sparatoria effettuata dalle 5S fasciste, che avevano circondato la casa, mio marito Alfredo riuscì a fuggire per un miracolo di destrezza e di fortuna. Seguirono giorni neri, nel duplice significato della parola, cioè per l’ansietà che essi comportavano e per la frequente presenza delle uniformi fasciste. L’attività di mio marito non s’interruppe mai. lo fungevo da staffetta fra lui e molti altri appartenenti al Comitato di Liberazione, fra i quali Egidio Menegheni, lo scultore Amleto Sartori, il tipografo Giovanni Zanocco (detto «Campanile» per l’alta statura) e tanti altri. Venivano distribuiti volantini, opuscoli, libri di ardente irredentismo, materiale vario, documenti falsi, soldi per i compagni di lotta; venivano trasmessi ordini e ricevuti sempre nuovi piani tattici. Da allora sono trascorsi venticinque anni e Palazzo Giusti torna alla mia memoria come un luogo di tortura. La prima volta che mi arrestarono fu un’esperienza dolorosa: ricordo il grido di mio figlio che non voleva lasciarmi portar via, che voleva venire con me. Interrogatori lunghi, sfibranti. Poi il rilascio temporaneo, insidioso. Un giorno Zanocco venne a prendere dei soldi per il Comitato e mi diede una ricevuta. Circa una settimana dopo venne arrestato quasi l’intero Comitato di Padova. I fascisti comparvero anche da me, fecero una minuziosa perquisizione e purtroppo trovarono la ricevuta e mi portarono ancora una volta a Palazzo Giusti. Durante il tragitto, riuscii a sottrarre il foglio dall’incartamento della milizia, lo misi in bocca, lo masticai ed ingoiai in un baleno, evitando gravi conseguenze. Una sera, molto tardi, verso la mezzanotte, mi fecero un serrato interrogatorio. E vollero che fosse presente anche l’onorevole Merlin. La scena fu drammatica. Merlin era alquanto sordo e non riusciva a comprendere tutte le parole che gli venivano rivolte. E ad ogni tardiva risposta, i fascisti gli davano dei ceffoni tali da staccargli quasi la testa. Era una cosa pietosa vedere percuotere un uomo anziano e non poter far nulla per lui. Durante un altro interrogatorio, vidi bastonare l’ingegnere! Casilli di Venezia. Però, fra tanti dolori, ricordo anche la gioia che provai quando Zanocco riuscì a scappare dalle mani dei carcerieri di Palazzo Giusti, e riuscì anche a farmi sapere dove era nascosto. Quando venni rilasciata, lo raggiunsi. E fu un incontro commovente e felice, sapendo cosa gli sarebbe capitato se non fosse riuscito a fuggire. I miei due soggiorni a Palazzo Giusti furono brevi, due o tre giorni in entrambe le occasioni: un preludio per la mia lunga detenzione nelle carceri di Santa Maria Maggiore a Venezia, dove venni inviata in seguito, lontana da mio marito e dai miei cari, in un mondo di privazioni e di angoscia.

Sebastiano Stefanelli – Testamento

Testamento di Sebastiano Giacomelli
Padova, 13 febbraio 1945
Mia carissima Maria, miei figlioli dilettissimi, sembra ch’io debba presto partire per un campo di concentramento. Sono sereno. Guardo all’avvenire con fiducia. Non addoloratevi troppo di questa mia spiacevole avventura: credo ch’essa sarà men brutta di quanto possa immaginarsi. [ … ] Poiché, a quanto credo di sapere, presto sarò inviato in un campo di concentramento per detenuti politici; e poiché ignoro quali prove mi saranno riserbate, le quali, unite alla mia età, potrebbero condurmi alla morte; credo opportuno di stendere ora, mentre sono sano di corpo e di mente, il mio testamento. [ … ] A coloro che ho offeso chiedo perdono, e perdono a coloro che m’hanno offeso. Perdono in ispecie a coloro che mi hanno posto nell’attuale miseranda condizione. Del mio amore per il mio paese è a tutti testimonianza l’intera mia vita. [ … ] Affido la mia memoria a quanti mi vogliono bene. Ho steso di mio pugno questo mio testamento oggi 13 (tredici) febbraio 1945 (quarantacinque) in Padova, nel Palazzo Giusti di via S. Francesco, nella cella ave mi trovo detenuto.
In fede: io avvocato Sebastiano Giacomelli.
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