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Giorgio Bocca – Il Terrore nelle Città 1943 ( Parte Prima )

Giorgio Bocca
Il Terrore nelle Città
1943

( Parte Prima )

Gli italiani che stavano alla finestra hanno spes­so rimproverato alla Resi­stenza di avere provoca­to la reazione tedesca e fascista e, spesso, la Re­sistenza ha cercato di ne­gare, di spiegare, come se la sua funzione princi­pale non fosse proprio quella, di provocare uno scontro armato, di dare una testimonianza con­creta, di pagare in qual­che modo il biglietto di ritorno alla democrazia. Così stando le cose non abbiamo alcuna difficoltà a dire in modo esplicito che la repressione fasci­sta e i suoi strumenti principali, le Brigate ne­re del partito e la X’ MAS del principe lunio Vale­rio Borghese, nascono dall’azione partigima o almeno sono costrette da essa a un comportamen­to da guerra civile. Altri si occupano qui dell’e­sercito partigiano, a noi tocca parlare dei GAP o gruppi di azione patriot­tica.
Quando nascono questi GAP e perché nascono? I GAP sono organizzati dal partito comunista, prima che da ogni altro, per una ragione molto semplice: il partito co­munista è il partito anti­fascista che ha la maggior tradizione di guerra rivo­luzionaria. Alle sue spal­le ci sono le esperienze fatte in ogni parte del mondo dalla Terza inter­nazionale, c’è una dottri­na, una pratica. Non a caso i comunisti di Pado­va pensano di organizza­re un GAP già nel luglio dei 1943, prima della guerra partigiana; non a caso il partito ha, fra i suoi quadri, uomini come Baroncini, Garemi, Lizze­ro, Rubini, esperti di guerriglia nelle città. Fa bene il partito comunista
a formare i GAP sin dai primi mesi della Resisten­za? Certamente sì. Il ter­rorismo deve penetrare nelle grandi città non so­lo per ragioni militari e politiche ma per una ele­mentare moralità rivolu­zionaria. Se si accetta il principio morale e rivo­luzionario della ribellio­ne armata contro la le­galità iniqua, bisogna ar­rivare al terrorismo citta­dino, non si può ammet­tere che la resistenza sia divisa, che esistano zone alpine o quartieri perife­rici, operai in cui essa si svolge con i lutti e i dan­ni, mentre al centro del­le città, nelle zone dei ricchi si formano come delle enclaves tranquille in cui possono vivere senza danni gli oppresso­ri. La lotta è senza quar­tiere e senza confini; tocca tutti, arriva dapper­tutto.
La scelta comunista sulle prime è contrastata dagli altri partiti: alcuni dì essi, come il liberale, hanno legami troppo stretti con la borghesia agiata per accettare che essa venga coinvolta nella lotta più aspra; oppure come il democristiano hanno re­more di natura religiosa, il clero non ha ancora deciso se approvare o meno la lotta armata sul­le montagne, non è il ca­so di proporgli subito quella nelle città; quan­to a socialisti e azionisti cercano di guadagnare tempo, non sono pronti come i comunisti a orga­nizzare le squadre. Ma si tratta di una opposizione tattica, con il passare del tempo anche socialisti e azionisti parteciperanno alla guerriglia urbana.
All’inizio ogni GAP è for­mato da non più di quat­tro persone; i vari GAP non hanno comunicazioni fra di loro, comunica­no solo con il comando centrale; ogni GAP ha la sua staffetta, esclusiva. Presa, torturata, potrà confessare solo un indi­rizzo, solo quattro nomi. Il deposito degli esplosi­vi, il laboratorio degli ar­tificieri sono sconosciuti ai GAP; quando il co­mando decide un’azione fa sapere al GAP in che luogo e in che ora trove­rà il necessario: le bom­be, le biciclette, le armi. Queste sono le regole da cui si parte, poi ovvia­mente nella pratica italia­na ci saranno meno pre­occupazioni e meno se­gretezza.
Ma vediamo l’attività dei primi GAP. A Torino li comanda Anteo Garemi; le prime azioni, quasi contemporanee, sono del 22 novembre: due gap­pisti in bicicletta aprono il fuoco sui tedeschi di guardia alla stazione di Porta Nuova; pochi mi­nuti dopo esplode una bomba lanciata da Garemi in un locale di via Nizza pieno di tedeschi. Altre azioni in ottobre con la cattura del conso­le Giordina. Ma cattura no e fucilano Garemi e il gappismo torinese è pra­ticamente distrutto fino a gennaio.
A Milano Rubini e Buset­to organizzano numerosi GAP, le azioni di sabo­taggio si infittiscono a Lodi, a Taliedo e il 18 di­cembre il terrorismo giunge nel cuore di Mi­lano. Tre gappisti ricevo­no istruzioni precise: si trovino alla tale ora in via Bronzetti, passerà un tale in divisa fascista, u­scirà da un ufficio posto al tale numero. I tre ese­guono, e solo a cose fat­te vengono a sapere di a­ver ucciso il federale fa­scista di Milano
ALDO RESEGA
federale fascista di Milano. Fu ucciso in via
Bronzetti il 18 dicembre del 1943 da tre gappisti
che solo a cose fatte vennero a sapere di
aver eliminato un gerarca.

Altri due GAP entrano in azioni duran­te i funerali, nel fuggi fuggi dopo i primi colpi il feretro rimane abban­donato in mezzo alla strada.
I gappisti di Bologna si muovono a dicembre guidati da Ilio Barontini; a Genova agiscono so­prattutto in appoggio a­gli scioperi operai; a Ro­ma agiranno più tardi nella stagione del gran­de terrorismo. Nel gen­naio del ’44 Torino co­nosce le imprese incredi­bili di Giovanni Pesce e il sacrificio di Dante di Nanni e di Giuseppe Bravin; a Firenze opera Sinigaglia. I fascisti chie­dono vendetta, il partito la affida alla Brigate nere. La prima organizzazione armata fascista antiparti­giana è creata dal fede­rale di Milano Vincenzo Costa; ai primi del giu­gno 1944 egli forma un reggimento federale in cui inquadra 1500 fasci­sti; non è, sia ben chiaro, che nei mesi precedenti i fascisti abbiano subìto gli attacchi partigiani; do­vunque ci sono state rap­presaglie, punizioni, uc­cisioni, ma affidate agli squadristi, o demandate ai tedeschi. Solo nel giu­gno si pensa a una rea­zione organica, globale.
II segretario del partito Alessandro Pavolini ha già fatto questa esperien­za in Toscana, poco pri­ma che essa fosse libera­ta dalle divisioni anglo­americane: a Firenze, a Pisa, a Livorno le forma­zioni regolari della repubblica fascista, la Guardia nazionale repub­blicana, l’esercito di Gra­ziani si sono sciolti come neve al sole: hanno te­nuto invece le squadre di azione, composte dai fa­scisti duri, fanatici. Biso­gna mobilitarli, armarli contrapponendo all’orga­nizzazione ribellistica u­no squadrismo di tipo nuovo.
Pavolini è un uomo intel­ligente, egli sa che il fa­scismo ha prodotto un pessimo esercito dopo a­ver organizzato uno squadrismo efficiente. I fascisti, quelli veri, si le­gano più alla tradizione faziosa dell’Italia medioevale che non a quella dei grandi eserciti post ri­voluzione francese; non sono fatti per la guerra « grossa », ma per quella urbana o delle spedizioni punitive. « Gli italiani » scrive Pavolini « non te­mono il combattimento e quelli che sono fedeli al duce lo sono per davve­ro. Non amano però es­sere chiusi in caserma, inquadrati, irreggimenta­ti… Il movimento parti­giano ha successo perché il combattente nelle file partigiane ha l’impressio­ne di essere un uomo li­bero. Egli è fiero del suo operato perché agisce in­dipendentemente e svi­luppa l’azione secondo la sua personalità e indi­vidualità. Bisogna quindi creare un movimento an­tipartigiano sulle stesse basi e con le stesse ca­ratteristiche. »
Mussolini è d’accordo e scrive di suo pugno: « Data la situazione, che è dominata da un solo decisivo supremo fattore, quello delle armi e del combattimento, decido che a datare dal l’ luglio si passi dalla attuale strut­tura politica e militare del partito a un organi­smo di tipo esclusiva­mente militare. Dal 1° lu­glio tutti gli iscritti rego­larmente al Partito fasci­sta repubblicano, di età fra i diciotto e i sessanta anni, costituiscono il Corpo ausiliario delle ca­micie nere, composto dalle squadre di azione. Il segretario del partito attua la trasformazione dell’attuale direzione del partito in ufficio di stato maggiore del Corpo au­siliario. Non ci saranno gradi ma soltanto funzio­ni di comando. Il corpo sarà impiegato agli ordi­ni dei capi di provincia ». L’annuncio ufficiale pre­visto per il 21 giugno vie­ne rinviato perché nello stesso giorno è apparso su La Stampa di Torino un articolo di Concetto Pettinato dal titolo « Se ci sei batti un colpo » di critica verso l’immobili­smo del partito; l’annun­cio della costituzione delle Brigate nere potreb­be sembrare una affrettata risposta. Si preferisce così notificare la decisio­ne ai capi delle provincie che penseranno a loro volta a comunicarli al partito. Il capo della pro­vincia milanese nel suo comunicato parla per la prima volta di « brigate in cui saranno immessi tutti i fascisti iscritti al PFR » e per la prima vol­ta usa il termine « Briga­ta nera ».
Il 26 luglio tutti i giorna­li pubblicano il decreto del duce e Pavolini lo commenta alla radio: « Vi parlo stasera da una caserma del Piemonte dove sono affluiti i repar­ti della prima Brigata ne­ra mobile, al comando del segretario del partito. In tutta l’Italia repubbli­cana le Brigate nere si or­ganizzano. »
In tutti i capoluoghi di provincia si svolgono i riti marziali e luttuosi, ve­dove in gramaglie conse­gnano le fiamme nere di combattimento ai briga­tisti che indossano la nuova divisa: berrettino nero da sciatore, giubbet­to nero sopra maglione nero, pantaloni grigiover­di alla zuava. Benedizioni dei gagliardetti, appello dei caduti e il nuovo lu­gubre canto: « Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la ca­micia nera / hanno detto che siamo da catene / hanno detto che siamo da galera ».
La vicenda delle Brigate nere potrebbe anche a­vere un suo fascino cre­puscolare, romantico, se non ne facessero parte individui di ogni risma, decorati di guerra e don­ne esagitate; mascotte di quattordici anni e legio­nari di settanta; opportu­nisti trascinati dal dove­re di ufficio e fanatici.
Le Brigate nere, costituite per combattere la Resi­stenza armata, non andranno più in là delle o­perazioni poliziesche cit­tadine; le poche volte che si avventureranno a combattere i partigiani in campo aperto subiranno ingloriose sconfitte; in u­na lo stesso segretario dei partito sarà ferito al sedere, ingloriosissima ferita. Molto meglio del­le Brigate nere combatte la X’ MAS la cui storia però è completamente diversa e che ci riporta all’8 settembre e alle pri­me scelte di campo.
La X’ MAS prende il suo nome dalla flottiglia co­mandata dal principe Ju­nio Valerio Borghese. Co­stui, aristocratico, antite­desco per educazione, antifascista nel senso che non condivide certi gusti plebei del fascismo, for­ma, per un distorto sentimento di orgoglio, il più fidato e, in ultima a­nalisi, il più fascista dei corpi armati speciali del­la repubblica di Salò.
In teoria definire fascista o antifascista un uomo come Junio Valerio Bor­ghese è piuttosto diffici­le: diciamo che si tratta di un avventuriero rea­zionario il quale scambia per amor di patria la di­fesa di privilegi feudali, come il fare o il dichia­rare una guerra persona­le. E così che nasce la X’ MAS. Borghese fa il seguente ragionamento: « Non voglio subire l’umiliazione della resa, dunque non mi conse­gno agli anglo-americani ma rimango armato, con i miei, nella caserma del­la X’. E poi? La scelta, cer­tamente, è stretta, si dovrà in qualche modo col­laborare con i tedeschi, ma a deciderlo sarò io, mantenendo la mia auto­nomia ».

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Fine 1°parte tratta
“La storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974

Giorgio Bocca – Il Terrore nelle città 1943

Giorgio Bocca

Il Terrore nelle città
1943
( 2)
A ben guardare dietro questa filosofia sommaria di Valerio Borghese c’è anche la convinzione che a un principe di tanto nome tutto è consentito, persino di costituire nel secolo ventesimo una compagnia di ventura. La conclusione è che il 14 settembre 1943 Borghese si presenta a La Spezia al comandante di vascello tedesco Berninghaus e stipula il suo patto di alleanza con il Terzo Reich: ai cento uomini rimasti con il comandan­te se ne aggiungono pre­sto altri, la X’ apre uffici di arruolamento in ogni città, la sua propaganda
arditesca colpisce i gio­vani: presto 4000 marò sono alle armi.
«Voleva fin dagli inizi » scriveranno i suoi biogra­fi « che la X’ fosse italia­nissima, per togliere ai giovani di trincerarsi die­tro una scusa politica per non fare il loro dovere. » La distinzione tra politica e dovere è sempre stata una specialità dei regimi autoritari, ciò che voglio­no lo ottengono o come adesione ideologica o come adempimento di un dovere non meglio specificato.
Siamo a una edizione, in piccolo, del petainismo: no agli stranieri, no ai partiti politici, alleanza con il tedesco ma tem­poranea, per forza mag­giore, il pensiero fisso al­la patria di domani libe­rata dai politicanti cor­rotti e governata non si sa bene da chi, forse da una oligarchia di tipo veneziano.
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La X’ si compone di tre sezioni; quella Mare è af­fidata al capitano Arillo, di quella Terra si occupa direttamente il principe, che sorveglia anche la terza, Informazioni. La canzone della X’ raccon­ta la sua trasformazione da marinara a terrestre:
«Vittoriosa ad Alessan­dria / Malta Suda e Gibil­terra /
vittoriosa già sul mare / ora pure sulla ter­ra / vincerai ».
Con pre­ciso riferimento alle im­prese compiute dai mez­zi di assalto della X’ MAS nel corso della guerra contro la flotta inglese.

Per la guerra terrestre si formano i battaglioni
«Barbarigo », « Fulmi­ne », « Freccia », « Va­langá », « Sagittario » e «Lupo », i quali potreb­bero aumentare di nu­mero e dare alla X’ una indiscussa supremazia militare nella repubblica di Salò se non intervenis­sero le gelosie dei parti­to e le diffidenze di Gra­ziani. Si ottiene così che il principe prima sia de­stituito dalla carica di sottosegretario alla mari­na e poi addirittura arre­stato in seguito all’accusa che « ha un numeroso servizio di informazioni, svolge attività non nota
E agisce di sua iniziativa ». Ma i tedeschi inter­vengono in suo favore, e ogni desiderio tedesco è un ordine.
Ma che tipo di guerra terrestre conduce la X? Una prima idea dei prin­cipe è di creare una ri­dotta italiana al confine fra Venezia Giulia e Ju­goslavia: fra tante assur­dità del fascismo repub­blicano sembra un pro­posito concreto. li ten­tativo abortisce, i tede­schi non lo gradiscono, essi hanno praticamente annesse al Reich le pro­vince orientali ribattez­zate Adriatisches Kusten­land, Borghese se ne stia con i suoi al di là dei Ta­gliamento, se proprio vuole mandi a Trieste due piccoli reparti, sim­bolici.
Secondo progetto: ripor­tare un reparto italiano « sul campo dell’onore » cioè al fronte. A febbraio del 1944 il battaglione « Barbarigo » viene schie­rato ad Anzio in località Fogliano, ma bastano due mesi a convincere i te­deschi che è meglio de­stinarlo all’unica guerra che è in grado di com­battere, la repressione antipartigiana.
Non è la guerra ambita dai marò e il comandan­te lo sa talmente bene che fa dire: andremo a rastrellare in valle d’Ao­sta reparti gollisti. Si tratta invece di partigiani del Canavese che catturano alcuni marò e fanno ca­dere in una imboscata il capitano Bardelli segnan­do l’inizio di una lot­ta feroce. La guerra par­tigiana spezzetta la for­mazione e attribuisce ai comandanti minori au­tonomie larghissime. « I vari dirigenti dei grup­pi » dice un rapporto se­greto pervenuto a Mus­solini « invece di esaltare la figura del comandan­te Borghese hanno lega­to gli uomini a loro stes­si al punto che conosco­no solo gli ufficiali del loro gruppo. La rivalità dei gruppi è qualcosa di veramente sconcertante. »
Un quarto proponimen­to di Borghese si manife­sta nell’autunno del 1944 quando si incomincia a pensare a resistenze e­streme in qualche ridot­ta alpina. « Faremo del Piemonte il nostro Alca­zar » dice Borghese, ma evidentemente esagera; nel Piemonte c’è una for­za partigiana almeno cin­que volte più numerosa e agguerrita della X’, l’at­tività della quale crea più guai che aiuti ai tedeschi, come riferisce il capo della provincia di Tori­no a Mussolini: « Il co­mandante Borghese ef­fettua guerra indipenden­te et incurante operazio­ni belliche germaniche provincia Aosta creando serie difficoltà. Secon­do comando germanico principe Borghese aveva tentato farsi riservare fa­scia confine svizzero sen­za collegamento alcuno con altre forze italiane e germaniche. Ad Aosta
tutti concordano nei se­ri dubbi sulla fedeltà del Borghese alla repubblica sociale italiana et temo­no sorprese. »
Verso la fine della guer­ra Borghese tornerà alla prima idea, farà agli an­glo-americani questa pro­posta strabiliante: stiano fermi dove sono per con­sentire alla X’ di portarsi a difesa di Trieste; il du­ce finisce con il mettere la X’ alle dirette dipen­denze di Graziani con il quale si arrenderà nei giorni della insurrezione di aprile.
Diciamo dunque che le due formazioni più ideo­logiche della repubblica di Salò, le Brigate nere e la X MAS, hanno un pe­so relativo nella repres­sione del movimento partigiano. Le grandi stra­gi, le più sanguinose sconfitte partigiane sono opera dei nazisti. La pri­ma avviene in Val Casot­to dove regna il militare Enrico Martini detto Mauri, personaggio miti­co del partigianato pie­montese. Mauri coman­da i partigiani come un ufficiale di stato maggio­re, fa dei piani, concepi­sce delle strategie, preve­de che il nemico attac­cherà con mille uomini. Ma il comando tedesco ne manda seimila, i par­tigiani sono accerchiati, 50 muoiono in combat­timento, 150 catturati sa­ranno quasi tutti fucilati. Altra grossa sconfitta quella della Benedicta. Il terreno è di mezza mon­tagna, fra Piemonte e Li­guria, con bosco scarso e scarsissimi rifornimenti; il movimento operaista ligure non è riuscito a fondersi con i contadini piemontesi, i quadri sono modesti. Seppure avver­titi in tempo del grande rastrellamento che si pre­para, non prendono alcu­na precauzione, non al­lontanano neppure dalla zona i 140 partigiani di­sarmati, le reclute dell’ul­tima ora. I tedeschi sal­gono da Voltaggio, da Campomorone, da Serravalle; c’è fra i partigiani un gruppo di ex-prigio­nieri russi, esperti di fac­cende militari. Insistono perché le forze partigia­ne si sgancino fin che si è in tempo, ma non ven­gono ascoltati. Appena il nemico attacca lo schie­ramento eterogeneo e di­scontinuo è il caos, si rompono i collegamenti fra gli autonomi e i gari­baldini, in ventiquattro ore l’accerchiamento è compiuto. Se le forma­zioni partigiane fossero esperte la situazione sa­rebbe comunque recupe­rabile: di notte un repar­to partigiano addestrato passa dovunque. Ma nes­suno si sgancia, i ragaz­zi si lasciano prendere dal panico, alla Benedic­ta vanno a chiudersi co­me topi in una grotta do­ve i tedeschi li catturano. Settantacinque sono fu­cilati sul posto. La strage continua: i pattuglioni te­deschi (che usano i fa­scisti solo come guide e come interpreti) conti­nuano a fucilare, 150 partigiani in totale ven­gono finiti, altri fatti pri­gionieri. Un simile disa­stro è avvenuto sulle montagne di Bassano del Grappa sul finire del ’43. I fascisti parlano molto del partigianato ma lo combattono poco. Essi conoscono bene la situa­zione partigiana, hanno spie in ogni valle, spesso dentro le bande; dei re­sto il partigianato non può nascondersi, deve occupare i villaggi di montagna e le voci cor­rono facilmente, arrivano agli orecchi degli infor­matori. Però al momen­to in cui le informazioni passano dalle spie alla autorità politica esse ven­gono manipolate e quasi sempre ingigantite a fini politici e militari: per a­vere delle giustificazioni, per ottenere armi, aiuti.
Mussolini al convegno di Klesseim, nell’aprile del 1944, parla di 60.000 uo­mini armati di tutto pun­to mentre non sono che la metà.
1 fascisti conoscono an­che il paesaggio politico della Resistenza; anche se sui loro giornali li de­scrivono come« banditi e ladri comuni », sanno le diversità che esistono fra garibaldini autono­mi e giellisti, anche se preferiscono definirli ge­nericamente come « ba­dogliani » o « sovversi­vi ». Risulta comunque dai documenti che il fa­scista vive nel terrore del­la presenza partigiana, della forza partigiana e che lo confessa.
Dice Pavolini ai fascisti di Cuneo nel marzo del 1944: « Voi vedrete arri­vare qui, bene equipag­giati, bene armati gli uo­mini della nostra ripresa che finalmente, con i ca­merati germanici, libere­ranno a poco a poco le nostre vallate e scioglie­ranno la cintura di ferro che assedia la bella Cu­neo ». Ma a maggio il comandante provinciale della G.N.R. di Torino Spallone riferirà da To­rino: « Abbiamo l’im­pressione di essere asse­diati ». E da Pesaro gli fa eco il comandante del­la Guardia nazionale: « Compio il dovere di prospettare la estrema gravità della situazione nella quale è caduta la provincia di Pesaro in virtù della simultanea at­tività sviluppata dalle bande ».
Che i fascisti siano sulla difensiva e subiscano do­vunque la presenza par­tigiana lo si capisce an­che dalla loro propagan­da. Conoscendo la dif­fidenza dei giovani per il partito, tutte le forma­zioni militari puntano sul­l’onore e sul patriottismo generico. Dice o si fa di­re a un ragazzo: « Po­chissime parole per spie­gare le mie idee e il mio sentimento. Sono figlio di Italia di anni 21. Non sono di Graziavi e nem­meno di Badoglio ma so­no italiano e seguo la via che salverà l’onore del­l’Italia ».
Poi interviene la lode dell’azione: l’importante è battersi, reagire comun­que alla disfatta, non sta­re alla finestra attenden­do da altri la ricostruzio­ne della patria. Per con­fondere i giovani si cer­ca di mettere sullo stesso piano partigianato arma­to e combattentismo fa­scista. Naturalmente non si nominano i partigiani e non si fanno accenni espliciti alle loro forma­zioni ma si lascia capire che, in un campo come nell’altro, ci sono giova­ni che appartengono alla aristocrazia delle armi e che è la stessa cosa stare con gli uni e con gli al­tri, l’importante è di prendere un’arma e di combattere.
Non si esita a ricorrere alla propaganda ipnotica che predica la vittoria contro ogni previsione logica, che parla di armi segrete. Si cerca di toc­care il sentimento popo­lare italiano, la sua anti­ca paura delle invasioni moresche: « Oltre il Ga­rigliano », dice Mussolini in uno dei suoi primi di­scorsi, « non bivacca sol­tanto il crudele e cinico britannico, ma l’america­no, il francese, il polac­co, l’indiano, il nordafri­cano e il negro. Voi a­vrete quindi la gioia di far fuoco su questo mi­scuglio di razze bastarde e mercenarie ».
Sui bollettini della Guar­dia nazionale appariran­no citazioni inventate dal « Nigger post » organo inesistente (i bravi fasci­sti ignorano che il termi­ne nigger in America è altamente spregiativo e che non verrebbe mai u­sato da un foglio di pro­paganda militare), cita­zioni di poesie che sen­tono lontano un miglio la cultura umanistica del­la nostra provincia: « O di Sicilia desiati fiori, bru­ne fanciulle dai procaci seni… ».
Ma soprattutto bisogna opporre al mito partigia­no quello di un fascismo che resiste nei territori occupati dal nemico. Nel novembre del 1943 si in­venta una fantomatica «radio Muti » che, a sen­tire i fascisti, trasmette­rebbe da località impre­cisate del Sud: con quale apparecchiatura non si sa, evidentemente poten­tissima, se la sua voce arriva al Nord come e­messa da una stazione di Torino o di Milano, co­me di fatto avviene nella realtà.
Nell’inverno del 1944 il ridicolo trucco viene a­dattato a un personaggio fantomatico: « lo scugniz­zo », « il giovanissimo uf­ficiale italiano » scrivono i giornali di Salò « che semina lo sgomento e il terrore nelle retrovie del­l’invasore. Questo nostro soldato, la cui figura è un simbolo, non dà tre­gua al nemico. Nei bo­schi e nelle montagne dell’Italia occupata le pattuglie della fede agli ordini dello scugnizzo scrivono le più vivide pa­gine dell’eroismo italia­no ».
Non manca, si intende, il ricatto del terrore. I bandi fascisti prometto­no ora perdono e ora sterminio anche dei pa­renti. Senza riuscire a trattenere _nelle città i ragazzi che vogliono sa­lire alla montagna e sen­za farne scendere quelli che già vi operano.

Giorgio Bocca

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Tratto da ”Storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974

La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La banda Carità – Taina Dogo – 2 parte Padova

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La banda Carità di Taina Dogo

2 parte

Padova

Questo « tesoro» ricompare, secondo la deposizione rilasciata da Umberto Usai il 5 maggio 1945 dopo il suo arresto, nella storia delle ultime giornate del distaccamento di Vicenza, quando Carità darà l’ordine di caricare sui camion in fuga le grandi casse sigillate e j sacchi di documenti che non era stato possibile distruggere, nel tentativo di portarli con sé in Germania.

Fuggito da Firenze, Carità raggiunge Bergantino, un paese sul Po in provincia di Rovigo, luogo d’origine dell’aiutante Giovanni Castaldelli, e vi si stabilisce, continuando ad operare come comandante dell’Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) di Firenze. In tale veste partecipa a rastrellamenti, arresti, interrogatori in collaborazione con le forze di polizia della zona. Bergantino è considerata «sede di riposo» in attesa di una più adeguata destinazione e sistemazione. Per questa ragione e per la brevità della « vacanza », non sono emersi crimini gravi a carico della banda. Da segnalare un fatto che getta luce sulla psicologia e sui « valori morali» di questi avventurieri. In località Casaleone il farmacista del luogo era stato scoperto in possesso di armi; durante la perquisizione eseguita nella sua abitazione, il denaro e i gioielli scomparvero. L’autore del furto, il sottotenente Manzella, aveva condotto quindi il farmacista a Bergantino sottoponendolo a torture. Qualche giorno più tardi, lo stesso Manzella organizzò, dietro compenso in denaro, la fuga di un membro del CLN di Milano, il maggiore Argenton, precedentemente arrestato dalle Brigate nere di Mantova e poi trasferito presso Carità. Successivamente, fatti e particolari relativi al furto ai danni del farmacista e alla fuga del maggiore Argenton essendo venuti alla luce, una commissione d’inchiesta aveva deciso di deferire il sottotenente Manzella al Tribunale Militare. Temendo di essere coinvolto come corresponsabile delle azioni di ManzelIa, Carità decide di sopprimerlo. Su questa oscura vicenda così riferisce F. Bacoccoli:

Egli (Carità) acconsente alla nostra richiesta di far passare alle camere di sicurezza di Rovigo il Manzella, ordinando a me, al capitano Gentili e al sottotenente Faedda di scortare l’ufficiale. Poiché era da aspettarsi un tentativo di fuga da parte dell’ufficiale incriminato che era fra l’altro dotato di molta astuzia e di una forza erculea, viene dato l’ordine ad altri militi di appostarsi per misura di sicurezza preventiva. A tergo dell’ufficiale vi era anche un tale Ciulli, comandante della Brigata nera di Bergantino, ex appartenente al reparto Carità in Firenze. Da notare che il Ciulli prima di scortare il Manzella fu chiamato dal maggiore Carità col quale ebbe un breve e segreto colloquio. Giunta la scorta con l’ufficiale arrestato nei pressi delle camere di sicurezza, il sottotenente Manzella con un atto di impeto fa per scagliarsi sul Ciulli .. Questi però gli scarica. addosso alcuni colpi di pistola che lo feriscono gravemente. Il ferito Invoca il maggiore Carità. io corro a chiamarlo. Intanto si dispone per una macchina che accompagni il ferito al più vicino ospedale. Il maggiore Carità si reca presso il Manzella, ha con lui un breve colloquio a quattr’occhi. Ne esce esterrefatto. Alcuni uomini mi hanno poi riferito che il maggiore Carità avrebbe parlato ancora appartatamente col Ciulli. Giunge la macchina, il ferito viene caricato e accompagnato a Trecenta (ospedale civile) sotto la scorta di Valentino Chiarotto, Otello Carlotti e il Ciulli. Al ritorno della macchina da Trecenta è stato raccontato che il ferito sarebbe vissuto alcune ore in ospedale, dopo di che sarebbe deceduto. Tuttavia alcuni miei uomini di sicura onestà, Lanei e Fontanelli, mi dissero più tardi che il Manzella sarebbe stato finito con due colpi di pistola alla testa, mentre veniva portato in macchina all’ospedale di Trecenta, per volere di Carità, che temeva troppo le eventuali confessioni dell’ufficiale ferito.

Quando la linea di resistenza tedesca sull’Appennino tosco-emiliano mostra i segni di una profonda usura, Carità decide che è giunto il momento di cercare riparo più a Nord. Dapprima sceglie Vicenza e invia il maresciallo Linari ad organizzare la nuova sede. Ma poi, accogliendo l’invito del prefetto Menna, preferisce trasferirsi a Padova, pur mantenendo la filiale distaccata di Vicenza. Carità si insedia, alla fine di ottobre del 1944, in un palazzo di proprietà dei Conti Giusti del Giardino, in via San Francesco 55. Nel frattempo Umberto Usai organizza la sezione di Vicenza, il cui comando sarà affidato in un primo tempo al tenente Bruno Bianchi e più tardi al capitano Ferdinando Bacoccoli. Alla fine di novembre la sezione è pronta a funzionare, con una trentina di uomini collegati ai vari organi di polizia fascisti e tedeschi del Vicentino. Una villa di via Fratelli Albanese serve da sede ufficiale e da carcere; gli interrogatori si svolgono in una villa vicina, requisita al prof. Potoschnig. A Palazzo Giusti in Padova Carità ricostituisce rapidamente il reparto. Un’ala dell’imponente edificio viene usata per gli alloggiamenti suoi, delle sue due giovani figlie e della cinquantina d’uomini che l’hanno seguito dalla Toscana. Al piano terra le cucine. Il lavoro sì svolge nella sezione più rappresentativa dell’edificio. I prigionieri appena arrestati vengono ammucchiati nel salone. In quattro salotti sono sistemati gli uffici dove si svolgono gli interrogatori. Le vecchie scuderie, trasformate in piccolissime celle senz’aria, vengono chiamate dai detenuti, per la disposizione a castello dei tavolacci, « la nave ». Anche le soffitte, dove una stanza è adibita ad infermeria, servono per la custodia dei prigionieri. La banda Carità è pronta a funzionare. La posizione ufficiale di Carità è di « Comandante supremo la pubblica sicurezza e servizio segreto in Italia: reparto speciale italiano ». La corrispondenza porta la dicitura in italiano ed in tedesco ed è sotto firmata da un ufficiale tedesco delle SS; porta il timbro della SSN e Carità si firma « S.S. Sturmbannfuhrer ». Palazzo Giusti diverrà nel giro di poche settimane la Villa Triste dei partigiani veneti.

In ottobre la guerra, che sembra avviata alla fine, si arresta sulla linea gotica; Alexander nel suo proclama del 13 novembre invita i patrioti italiani a cessare ogni attività per prepararsi ad affrontare l’inverno che si preannuncia molto duro. Il rifornimento di viveri e di armi si fa critico. Le sorti della guerra e le nuove disposizioni di Kesselting, relative ad un rastrellamento globale dell’Italia del Nord, danno nuova forza alla banda Carità, di fronte alla quale la Resistenza veneta viene a trovarsi nel momento psicologico e organizzativo più difficile. Molti partigiani, buttatisi allo sbaraglio in autunno, sono già segnalati e braccati dalle polizie locali, sono già « bruciati » come si diceva allora. Palazzo Giusti comincia ad ergersi come un’ombra nera nel pensiero di molti uomini della Resistenza. Vengono compiuti i primi arresti. Così Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana, rifacendosi alle testimonianze raccolte presso l’Istituto Storico della Resistenza di Padova, parla di Carità e di Palazzo Giusti:

La banda si sistema a Padova in Palazzo Giusti, nell’ufficio e la caserma, e il luogo di vizi e di ferocie inconfessabili. Vi si fa uso di droghe, il sangue e gli urli dei prigionieri sono anch’essi droga; il piacere sadico di veder soffrire si mescola alla paura, a volte anche a un senso di rimorso, di rimpianto: il prete spretato Castaldelli visto, da uno dei prigionieri, mentre si prende il viso fra le mani e geme come una bestia ferita. Ma il pentimento non dura, nessun rimorso è decisivo, nessuno ce la fa a togliersi dall’impatto di sangue e di orrore in cui si ritrova ogni mattina quando riprende gli interrogatori degli arrestati … Una vicenda nota in tutti i luoghi di tortura: il carnefice che si trasforma in protettore, la vittima che legge sul suo volto, nei suoi occhi, un barlume di pietà e vi si attacca; il carnefice assapora questi momenti, si sente Quasi buono e magnanimo, ma ecco proprio qui si rinnova la perfidia, il piacere di troncare la speranza nascente, di ricominciare il ciclo, fino alla fine del mondo. … Carità entra in una sala di tortura mentre i suoi sono al lavoro: .. Ma no, cosa fate. dice, ma gli fate male •. il torturato si volge a guardarlo come un salvatore, lui si avvicina. Ma è pallido questo ragazzo, su bisogna fargli coraggio ». E gli rovescia sul viso le sue dure mani, e mentre picchia si esalta, si eccita, è sopra la vittima, urla. . .. Ma è con le donne che ci si sfoga meglio: « Non sai niente? Dici che non sai niente? Ci avevo una zietta cosi che mi raccontava le favole, lurida puttana •. «Ecché, troia, ci ho scritto qui in fronte sali e tabacchi? ». Che risate a vederle confuse e avvampate se le costringono a denudarsi. Poi gli spengono le sigarette accese nel ventre, o le mettono a ponte su uno sgabello, gambe in giù da una parte, testa in giù dall’altra, in modo che non possano schermirsi. … Certe notti nel silenzio, quando si ode solo il gemito di qualche sofferente, uno dei torturatori torna a visitare le sue vittime e cerca il discorso, interroga, sembra voler riannodare un colloquio umano:

Vuoi una sigaretta? Su, non aver paura, dillo pure cosa pensi di noi ». La vittima tace, il colloquio non è piu poso sibile, il violento Baldini che lo capisce, esce fuori con la sua risoluzione da disperato: «Si, un giorno forse mi farete la pelle, ma intanto sono io che comando •. … Fino alla fine, dietro la violenza che è diventata un vizio: far passare scariche elettriche nei genitali, strappare le unghie con le pinze, mettere al lavoro i picchiatori ebeti che bevono e mangiano mentre bastonano, passare le notti ubriachi ballando nel salotto accanto alle celle in modo che i prigionieri ascoltino.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Il salone – Taina Dogo Parte 3

Il salone di Taina Dogo

Parte 3

Prima della guerra Palazzo Giusti lo conoscevo appena: uno dei numerosi palazzi antichi di cui è ricca la mia città. Ma lo devi cercare nella stretta e ondulante via in cui si affaccia, per ammirarne la nobile e severa architettura. Ora il numero 55 di via San Francesco è diventato un punto d’orientamento geografico e mentale. Alzando lo sguardo alle piccole finestre delle soffitte, mi par sempre di scambiare un messaggio d’intesa con qualcosa di me rimasto dietro a quelle persiane non più aperte da quando Carità le fece sprangare, bontà sua, per proteggerci dal freddo . . Ci siamo dati convegno li, nel 25° anniversario della Liberazione, per ricordare i nostri Morti, anche quelli scomparsi dopo il 1945, che sono molti rispetto al numero dei sopravviventi. Varcato il portone di Palazzo Giusti si accede in un grande androne chiuso da una vetrata che dà sul giardino. A destra lo scalone ampio e luminoso. Lo ricordavo benissimo: ora manca solo la lapide che Carità aveva fatto murare tra le due finestre con l’elenco dei suoi morti. . Al primo piano, il « salone ». L’inattesa suntuosità del vasto ambiente mi stupisce. ~ davvero una bella sala delle feste con ricchi tendaggi, molti specchi e grandi lampadari accesi. Allora erano spenti, le finestre nude e i vetri rotti. Gli specchi? Certamente c’erano, ma non li ricordo. Il nostro «salone» era diverso: immenso, vuoto, freddo e buio. Non ricordo di averlo visto illuminato dalla luce del sole: sempre in penombra. Eppure anche allora il sole deve aver brillato. Dalle finestre che danno sul giardino, cerco gli alberi. Ma oggi è un giorno d’estate e sono verdi, non spogli e ischeletriti come in quel lontano gennaio quando sembravano morire della nostra pena. Là in fondo a sinistra, il «mio» angolo, semibuio. Da. , . quell’angolo la notte spingeva avanti la sua ombra che lasciando cancellava i rettangoli chiari delle finestre, inghiottiva tutti dividendoci e lasciandoci soli. Il salone diventava allora vasto deserto, buio, come il buio deserto degli incubi infantili, in cui avverti la paura di un pericolo non definito, ma presente. Improvvisi squarci di luce violenta si confondono nella mia memoria con le grida dei compagni torturati. Luci e urla che ferivano l’oscurità e la nostra mente, venivano sempre da un lato del salone, dove si aprivano gli usci dei locali usati dagli inquisitori: gli «uffici ». Poi buio, silenzio, qualche rantolo. Le prime notti l’oscurità appariva vaporosa per il riflesso della neve. Eravamo in pochi allora, raccolti accanto alle finestre centrali su due stretti divani. Inutilmente cercavo di cogliere un messaggio nello sguardo dei miei compagni. Tutti .distaccati, freddi, quasi ostili. Avevo cercato una parola amica, e questa era venuta da un giovane che mi sedeva accanto che io credevo un condannato a morte. Lo rividi giorni dopo salire lo scalone ed entrare senza scorta negli uffici: era una spia di Carità. Poi quel messaggio umano che cercavo, giunse inaspettato. Una notte avvertii un lento muoversi di passi che si avvicinavano. Poi silenzio. Mi giro e una mano mi accarezza i capelli mentre una voce calma dice: « Anche tu qui! Coraggio, cara, sii brava! •. La riconosco subito ed è come il concludersi di un lungo discorso iniziato pochi anni prima sui banchi del liceo, quando il nostro professar Zamboni aveva cominciato la sua lezione di filosofia con queste parole: «Ragazzi, oggi Hitler ha occupato l’Austria ». E, cancellata dai suoi occhi quell’espressione bonaria che noi gli conoscevamo, aveva preso a leggere un brano di Croce. L’aula era piccola e luminosa, e le sue parole, afferrate dalla nostra mente di adolescenti, avevano stimolato l’intuizione di una calamità che sovrastava il mondo, facendo germogliare nelle nostre coscienze il seme dell’antifascismo. Ed ora la stessa voce, nel buio salone di Palazzo Giusti, si rivolgeva solo a me, affettuosa e ferma: «È solo un momento difficile. È giusto che sia cosi ». Più che l’incertezza per il futuro o la paura del dolore fisico o della morte, mi turbava quell’aspetto violento della natura umana, che non ero preparata ad affrontare. Le poche parole di Zamboni, in cui avevo avvertito un’ansia controllata e la volontà di non cedere, mi aiutarono, in quel fluttuare del pensiero nel dormiveglia inquieto per il freddo e la stanchezza, nel silenzio dei miei compagni, a trovare una ragione della mia presenza nel salone.

Il 7 gennaio il salone si era rianimato alle luci dell’alba. Gli uomini di guardia passavano rapidamente dagli alloggi agli uffici. Nonostante il pesante « lavoro» notturno svolto da Carità e dai suoi sgherri, l’attività aveva ripreso frenetica quel mattino. Si avvertiva nell’aria qualcosa d’inquietante, che noi cercavamo invano di interpretare. Sembrava che si fossero dimenticati di noi. Solo Corradeschi, nel suo vestito nero e con la smorfia più sprezzante del solito, passandoci accanto, s’era fermato un attimo dicendo: « Tra poco vedrete il vostro Renato! ,.. Sapevo chi era Renato e con quanto coraggio e abilità stava lottando. Era l’uomo astuto e imprevedibile, che volevano nelle loro mani, vivo o morto. Nessuno poteva ancora immaginare quanto funesto per la Resistenza veneta sarebbe stato quel 7 gennaio 1945. La neve caduta abbondante nei giorni precedenti, aveva imbiancato gli alberi del giardino e i tetti di via della Pieve. Il cielo era coperto e la sera era scesa presto. C’era una strana calma nel salone, come nei momenti che precedono il formarsi di un ciclone. Poi, un brusio di passi affrettati, un correre confuso e molte voci: avevano portato Renato colpito a morte e, con lui, molti altri, i migliori, caduti nella rete di appostamenti tesi dagli sgherri di Carità. Alcuni di essi vengono spinti negli uffici e solo più tardi ne sappiamo i nomi: Meneghetti, Ponti, Casilli, Martignoni, Palmieri ecc. Il salone si riempie di uomini, donne di ogni età. Con loro dei sacerdoti e persino un ragazzetto.

Cominciano subito gli « interrogatori », proseguono notte e giorno. Le grida dei prigionieri, i loro volti tumefatti, lo sguardo allucinato di alcune donne che hanno subito ogni sorta di ingiurie, si mescolano alle urla eccitate degli inquisitori in un’atmosfera da incubo. Quanti giorni, quante notti il salone è stato stretto nella morsa del dolore, della paura, della pazzia? Non lo so. Alla fine – è un mattino – mi guardo attorno: i divani sono disposti a cerchio; siamo in molti e tra noi riconosco degli amici. Vedo alla mia sinistra Meneghetti con le mani livide chiuse nelle manette troppo strette. È senza occhiali e guarda lontano, oltre il giardino. La sua figura eretta e il suo volto nobile sembrano racchiudere tutto il significato di quanto ciascuno di noi ha dato in quei giorni. Tutti, io credo, abbiamo perduto qualcosa in quella tragica esperienza; ma non ne siamo usciti vinti. L’inquietante alternarsi del dolore e della paura si è placato alla fine in un disteso sentimento di profonda comprensione umana, che supera i limiti degli ideali entro i quali avevamo agito fino allora. Il momento più difficile è passato; i pensieri si ricompongono e possiamo cominciare a guardarci sorridendo.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Anonimo – Il canto dei partigiani caduti

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Poesia di Anonimo
Il canto dei partigiani caduti

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, trascinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
baldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

Egidio Meneghetti – La canzone della «nave»

Egidio Meneghetti
La canzone della «nave»

Questa canzone, sullaria del «Ponte di Bassano », era
cantata alla sera e alla mattina, al primo risveglio, dai detenuti carità,salòche occupavano le celle della cosiddetta « nave ».

Nave, tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
*
Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
*
Fame, torture, scariche,
sibili di staffili,
non ci faranno vili:
viva la libertà!

Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali,
e un popolo d’eguali
nasce alla libertà.

Il maggiore Carità sequestrò a Gino Cerchio questa canzone e s’infuriò per la terza strofa che testimoniava i maltrattamenti e le torture. Minacciò rappresaglie. Il giorno dopo la terza strofa fu cosi sostituita:

Baci, carezze trepide,
nobili cortesie,
non ci faranno spie,
tenero Carità!

Mario Lombardo – Più feroci della Gestapo 1 Parte

 

 

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Mario Lombardo

Più feroci della Gestapo

 Prima Parte

 

Le forze di polizia della repubblica, quelle che ben presto saranno co­munemente conosciute come « bande di repres­sione », si costituiscono prima a Roma e a Firen­ze, poi nelle zone dell’ Italia settentrionale che risentono più diretta­mente della occupazione nazista. I compiti sono quelli di affiancare i te­deschi nelle operazioni di pubblica sicurezza, di combattere i partigiani e gli oppositori del fasci­smo. In pratica, anche se non in forma ufficiale, gli è attribuita facoltà di fermare i cittadini « so­spetti », di perquisire, ar­restare, interrogare, tor­turare, condannare a morte ed eseguire le sen­tenze.

Nonostante siano mutati compiti e uniformi, le lo­ro origini possono esse­re fatte risalire alle « squadre di assalto » e a quegli Arditi degli Anni Venti, che avevano con­tribuito alla definitiva af­fermazione del regime nelle città e nelle cam­pagne, sottomettendo gli avversari a colpi di man­ganello, o nel più bene­volo dei casi con dosi a­deguate di olio di ricino. Anche la violenza cui ri­corrono sistematicamen­te è quella che il fasci­smo ha usato in tutte le battaglie politiche e so­ciali, sino a codificarla a livello di metodo abi­tuale.

Suddivise in gruppi più o meno numerosi, ma sempre violenti e feroci, queste bande sono forti di alcune migliaia di uo­mini che nella maggior parte dei casi sono fasci­sti di antica data, « squa­dristi » tenutisi in dispar­te dopo il 25 luglio, e ora tornati alla ribalta perché sicuri della pro­tezione offerta dai tedeschi. Molti sono sempli­cemente disperati pronti a tutto, che pensano di trarre qualche vantaggio dalla posizione e dai mezzi che la nuova uni­forme mette a loro di­sposizione.

Alcuni, una minoranza, provengono da carceri e da penitenziari, e sono delinquenti comuni libe­rati perché entrino come « volontari » nella polizia della R.S.I.

Quali siano gli intenti e le attività di questi uomi­ni, di questa polizia « fa­scista » che opera a fian­co e al di là di quella ufficiale come esponen­te autorizzata del nuo­vo governo « repubblica­no », è presto evidente.

Edmondo Cione, uno storico del periodo fasci­sta, nella sua Storia della Repubblica Sociale Ita­liana scrive che: « Gli i­stinti belluini e predaci, feroci e sadici aperta­mente scatenati nel pe­riodo sfrenato dell’anar­chia han preso in un se­condo tempo a agire a­pertamente insinuandosi nel corpo stesso dello Stato. Alcuni criminali, parecchi indegni, molti disonesti si sono subdo­lamente introdotti nell’ amministrazione gover­nativa che si veniva len­tamente riorganizzando e vi si sono annidati per continuare insidiosamen­te la loro opera nefasta, che in altri tempi dove­vano svolgere per lo me­no apertamente ».

La ferocia legalizzata messa in opera da que­ste forze di polizia è ta­le che spesso anche gli organi ufficiali del gover­no di Mussolini cercano di scindere la propria re­sponsabilità da quella di queste « squadre di azio­ne ». Gli uomini che le compongono sono odia­ti dagli italiani anche più di quanto non siano gli stessi nazisti. E Ferruccio Parri, che ne conosce da vicino i metodi brutali, li definisce « massacratori all’ingrosso », e anche « bande di assassini ».

La prima di queste ban­de, quella che ha data di nascita più antica e anche vita più breve, per­ché viene posta sotto in­chiesta e giudicata dagli stessi fascisti, è la « Guar­dia Armata di Palazzo Braschi », nota anche co­me « Fascio Romano ». A Roma infatti una deci­na di fascisti, accompa­gnati da elementi tede­schi, prende possesso della precedente sede del partito a Palazzo Bra­schi, e ricostituisce la « Federazione dell’Urbe » approfittando della situa­zione confusa venutasi a creare dopo la fuga a Pescara del Re e del suo governo. Pochi giorni dopo, il 16 o 17 settem­bre, gli squadristi, romani eleggono « Commissario Federale dell’Urbe » Gi­no Bardi, che fino al 31 luglio 1943 è stato diret­tore della « Federazione nazionale fascista dei pubblici esercizi ».

Romano, quarantenne, Bardi è uno degli espo­nenti dell’ala più estre­mista e intransigente del regime. Chiama al sua fianco, in posizione di comando, il vec­chio squadrista Gugliel­mo Pollastrini, ex-ufficia­le dei carabinieri, altro elemento estremista cui affida la « Guardia Arma­ta » o squadra di azione. I due dispongono di centoventi elementi, di­visi in dieci squadre che hanno ricevuto il porto d’armi direttamente dal Comando Tedesco della capitale.

Dovrebbero provvedere a normali azioni di poli­zia, e invece si abbando­nano a quelle che i fa­scisti definiscono « ini­ziative controproducenti », operando arresti ar­bitrari e senza alcuna ga­ranzia di legge, sevizian­do gli arrestati durante gli interrogatori cui li sottopongono, seque­strando beni e proprietà, perquisendo e devastan­do negozi, abitazioni pri­vate, magazzini di merci pregiate.

I crimini perpetrati dalla banda, che hanno susci­tato l’immediata ribellio­ne dei romani, non pas­sano inosservati neanche agli occhi delle autorità nazifasciste. Su disposi­zione del generale tede­sco Rainer Stahel, il 25 ottobre 1943 una lettera del Capo della Polizia in­vita Bardi e i suoi uomi­ni a cessare ogni attività, a consegnare coloro che hanno arrestato alle au­torità del carcere di Regina Coeli, nonché a ren­dere ‘conto di quanto di illegale hanno compiuto fino a quel giorno.

La diffida viene rinnova­ta il 2 novembre seguen­te, mentre la « Guardia Armata » continua tran­quillamente a procedere come nel periodo prece­dente. Finalmente la sera del 26 novembre il questore di Roma, protetto da agenti di Pubblica Sicurezza e della P.A.I. (Polizia Afri­ca Italiana), irrompe in corso Vittorio Emanuele, a Palazzo Braschi, arre­stando Bardi e i suoi uo­mini. Nelle celle, che so­no state improvvisate all’ interno dell’edificio, ci sono ventiquattro dete­nuti, che mostrano chia­ramente i segni delle se­vizie che hanno subito.

E nelle cantine, nelle stanze, sono immagazzi­nate grandi quantità di tessuti, armi, generi di abbigliamento e di lusso. I cortili del palazzo sono pieni di automobili, di moto e di biciclette se­questrate in tutta Roma dagli uomini del « Fascio Romano », che portano gli stivali e i calzoni alla cavallerizza, la camicia nera, e una lunga giacca, di tessuto impermeabile, che arriva fin quasi al gi­nocchio.

E inutile dire che l’arre­sto di Gino Bardi e dei suoi complici si risolve in una pura e semplice formalità, perché pochi giorni dopo tutta la ban­da che compone la « Guardia Armata » tor­na libera, anche se le viene impedito di prose­guire le sue imprese.

Solo dopo la Liberazione, nell’estate 1947, Bardi, Pollastrini e altri cin­quantaquattro della ban­da sono sottoposti a pro­cesso regolare. E Bardi sarà condannato a 22 an­ni e 6 mesi di carcere; Pollastrini a 28 anni; Carlo Franquinet, che ha diretto l’ufficio stampa, a 23 anni; Giulio Cesare Milano, capitano di com­plemento dell’artiglieria, a 21 anni; Benito Pollastrini, figlio di Gugliel­mo, a 14 anni e 8 mesi.

 

A molti altri imputati toc­cheranno varie pene de­tentive, a tutti la con­danna al risarcimento dei danni nei confronti delle vittime delle estorsioni, dei furti, delle violenze che il « Fascio Romano » ha compiuto.

Contemporaneamente a quella di Palazzo Braschi a Roma, un’altra banda agisce a Firenze, agli or­dini del milanese Mario Carità, un confidente po­litico della questura che dopo l’8 settembre si è presentato ai tedeschi entrando ai loro ordini come ufficiale di colle­gamento.

In ottobre Carità affida però l’incarico al tenen­te Giovanni Castaldelli (un prete di Bergantino che ha gettato la tonaca per la divisa), e con il grado di maggiore assu­me il comando del « Re­parto Servizi Speciali », dipendente dalla XCII Legione della Milizia.

Gli sgherri di Carità, dopo varie sedi provvisorie, ne trovano una definiti­va nel gennaio 1944, al numero 67 di via Bolognese, che assume presto una trista fama come luogo di torture. Altri uffici della banda sono, sempre in Firenze, presso l’Hotel Excelsior e l’Hotel Savoia. Il maggiore Carità non vive con i suoi uomini in una delle prime razzie effettuate si è impa­dronito di un lussuoso appartamento in via Giu­sti, proprietà di un ebreo fiorentino, e vi si è in­stallato con la famiglia. Passa dall’una all’altra delle sedi del Reparto spostandosi in automo­bile. Segue ogni volta i­tinerari diversi, cambia spesso macchina, a volte usa come copertura un’ autoambulanza. E sem­pre accompagnato da Antonio Corradeschi, sua guardia del corpo e au­tista, e da due militi ar­mati di mitra.

Torvo, pallido, tarchiato – così lo descrive una delle sue vittime – Carità scatena i suoi uomini per Firenze, arresta, tortura, uccide. la banda ha per obiettivo principale le forze della Resistenza che stanno costituendosi ma non trascura gli antifascisti, gli ebrei, i giovani accusati di renitenza alla leva e quelli che hanno abbandonato l’esercito dopo l’armistizio. Forte di circa duecento uomini, la banda prende il nome di Ufficio di polizia Investigativa e al fianco delle SS esaspera la lotta contro i partigiani con atti di sadismo, Poi mentre gli Alleati sfondano la linea difen­siva tedesca, Carità e i suoi uomini abbandona­no Firenze, rapinando 55 milioni alla sede della Banca d’Italia della città, impadronendosi del te­soro della Sinagoga, di quadri strappati a una galleria d’arte, di mobili e preziosi appartenuti a famiglie ebree. E dopo un breve periodo tra­scorso in provincia di Rovigo, raggiungono Padova.

In via San Francesco, a Palazzo Giusti, la banda si ricostituisce, con la de­nominazione questa vol­ta di « Comando Supremo Pubblica Sicurezza e Servizio Segreto in Italia -Reparto Speciale Italia­no » e alle dipendenze del comando delle SS. A Padova riprende a usare i metodi di sempre nella lotta anti-partigiana, sevi­zie, percosse con sbarre di ferro, calci, pugni, tor­ture con la corrente elet­trica, uccisioni brutali.

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Il professor Egidio Me­neghetti, capo della Re­sistenza veneta, è cattu­rato e « interrogato ». Ferocemente picchiato riesce tuttavia a soprav­vivere, dipingendo Cari­tà come « un violento, mediocremente intelli­gente, fanatico, avido di denaro, ma consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso ».

Solo l’imminente sconfit­ta dei tedeschi pone fine agli orrori di Palazzo Giusti. Mentre la banda si sfalda, Mario Carità fugge sui monti, abban­donando tutti i suoi complici al loro destino. Verrà poi sorpreso nel sonno all’Alpe di Siusi da due soldati americani, che lo uccidono mentre cerca di afferrare la pi­stola che tiene a portata di mano. Quattro dei suoi accoliti sono giusti­ziati a Padova nell’inver­no 1945, dopo un pro­cesso che vede due con­danne all’ergastolo, due a 30 anni di reclusione, Franca Carità, la prima figlia del maggiore, con­dannata a 16 anni, e Isa, sua sorella, assolta.

Uno dei primi sicari di Carità, l’ex-sottotenente dei granatieri Pietro Koch, dopo aver opera­to a Firenze alle dipendenze del « maggiore », ha creato anch’egli una banda, a cui ha dato il proprio nome. Alto, ele­gante e distaccato, Koch va a Roma, eleggendo a sua sede prima la « Pen­sione Oltremare », poi la « Pensione Jaccarino ». Tortura le sue vittime, prima di ucciderle, segue i tedeschi al Nord, anco­ra a Firenze, poi a Milano, rendendo sinistra­mente famosa la Villa Triste di via Paolo Uc­cello, insanguinata da decine di vittime inno­centi.

Ma le bande di Bardi, di Carità, di Koch, non so­no che una piccola parte di quelle che, negli stes­si giorni, terrorizzano gli italiani. Giorgio Pini e Duilio Susmel, nella loro biografia Mussolini. L’ uomo e l’opera afferma­no: « All’inizio di otto­bre (del 1943), il capo della polizia repubblica­na, Cerutti, fu sostituito a sua domanda col gene­rale Renzo Montagna, al quale si presentò l’arduo compito di unificare le varie polizie e discipli­narne l’azione sovrappo­sta, congestionata, oppri­mente: tale divenuta non senza responsabilità del ministro Buffarini, il qua­le finanziava reparti spe­ciali autonomi, che usa­vano procedure spregiu­dicate e sbrigative. Esi­stevano vari gruppi dai loro capi denominati: Koch, Pollastrini, Pennac­chio, Carità, Finizio, « Colonnello David » De Sanctis, Bernasconi, Fio­rentini, Panfi, taluni ope­ranti in collegamento coi tedeschi. Faceva della polizia anche la Legione Muti: la facevano la Guardia, le Brigate nere, le Federazioni ».

Dal lungo elenco citato, del resto soltanto parzia­le, è evidente l’impossibilità di descrivere le a­zioni, atrocemente egua­li, di tutte le bande. Ma due, la « Muti » e la « Fiorentini » meritano un cenno più ampio per­ché, come suggerisce Luigi Pestalozza, rappre­sentano « i limiti estremi cui è giunto il fascismo, nel dare crisma di lega­lità ad associazioni a de­linquere ».

 

Fine 1 Parte

Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 – Luglio 1974

 

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Mario Lombardo – Più feroci della Gestapo

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Più feroci della Gestapo

La « Muti » nasce a Mi­lano, con la nomina di Aldo Resega a « Com­missario Federale » del fascismo repubblicano, quando si formano an­che le prime nuove squa­dre di azione. I nomi che portano le squadre sono i soliti, volgari e arrogan­ti, delle antiche « Me ne frego », « Ardisco » « Di­sperata », « Audace ». U­na delle ultime, che si forma al comando del­l’ex-sergente Francesco Colombo, prende il no­me di « Ettore Muti ».

Di statura media, tarchia­to, gli occhi piccoli nel largo viso carnoso, Fran­cesco Colombo è fascista di antica data, ma col suo carattere spregiudi­cato e violento anche con il fascismo ha pas­sato i suoi guai. Fiducia­rio del gruppo rionale « Montegani », insieme a altri camerati era stato sottoposto a indagine amministrativa per le ir­regolarità della loro ge­stione. E nel corso dell’ inchiesta, condotta dalP ispettore federale Garavaglia, era scoppiata una rissa tra inquisiti e inqui­sitore. Garavaglia era ri­masto ucciso, Colombo aveva subito un proces­so che lo aveva ricono­sciuto « innocente » ma gli era costato tuttavia I’ espulsione dal partito.

Torna alla ribalta nel set­tembre 1943, e in breve raccoglie circa duecento uomini, tra « fascisti di provata onestà e di sicu­ra fede » e giovani dete­nuti del riformatorio di Vittuone. Chiama la squadra con il nome di Ettore Muti, alla cui li­nea politica aveva aderi­to, la veste con una di­visa composta di panta­loni lunghi fermati alla caviglia all’altezza degli scarponcini, giacca im­permeabile di foggia te­desca, basco nero con il contrassegno metallico « M » sul davanti.

Con funzioni di coman­do e di responsabilità, fin dai primi giorni del­la nuova formazione, Co­lombo, che si è nominato colonnello e per sé ha scelto una divisa com­pletamente nera, decora­ta dei nastrini di nume­rose campagne, chiama Alceste Porcelli, Ampe­lio Spadoni, Pasquale Lardella « conte di Tole­do », Mario Ronchi, Mi­chele Della Vedova.

I milanesi sono ben pre­sto terrorizzati dalla si­stematica crudeltà adot­tata dai « mutini », come vengono chiamati gli uo­mini di Colombo, e im­parano a odiarli.

Gli stessi fascisti li con­siderano una macchia da cancellare quanto più in fretta ‘è possibile, e Aldo Resega tenta di sciogliere la squadra, affermando che non intende più tol­lerare «ladri e criminali» nel fascismo milanese.

Colombo ha una reazio­ne furiosa, secondo il suo carattere, minaccia sfra­celli, accusa Resega di essere un « molle ». La “Muti” riesce a passare indenne la bufera, non solo, ma allarga le sue fi­le e nel marzo 1944 cam­bia denominazione, di­ventando « Battaglione di forze armate di polizia Ettore Muti » e poco do­po si aggrega un altro battaglione « esterno », dislocato in Piemonte. Alla fine di marzo, Mus­solini in persona eleva il battaglione al rango di «Legione Autonoma Mo­bile Ettore Muti », met­tendola alle dirette di­pendenze del ministero degli Interni, e renden­dola «autonoma » nei confronti delle autorità di Milano.

Le funzioni della « legio­ne » dovrebbero avere prevalente carattere mi­litare, e a Milano limitarsi ai servizi di ordine pub­blico e su richiesta delle competenti autorità. In realtà la « Muti » tende a sostituire gli organi del­la polizia istituzionale, aiutata dai tedeschi che tengono alcune unità

«legionarie » a disposi­zione del generale Tens­feld, residente a Monza, per operazioni di rastrel­lamento in Piemonte e in Lombardia.

La « Muti » ha il coman­do in via Rovello 2, la «Caserma Salinas » in via Tivoli (le attuali scuo­le Schiapparelli) coman­data dal maggiore Pa­squale Cardella.

Proprio il maggiore Car­della, che ama fregiarsi del titolo di « conte di Toledo », e al quale nel febbraio 1945 si attribui­scono 82 omicidi, stringe i rapporti con Theo Sae­vecke, capitano delle SS tedesche che dalla sede milanese dell’Hotel Regina dirige le deportazioni di ebrei e antifascisti ita­liani verso i campi di ster­minio nazisti.

Le attività della « Muti » sono molteplici; esegue rastrellamenti fuori pro­vincia, uccidendo civili, compiendo rappresaglie, incendiando e depredan­do. (il tenente Mario Ronchi, poco prima del­la fine della guerra, si vantava di aver ucciso 210 persone). Non tra­lascia neanche la repres­sione politica: gli arre­stati sono trasportati in via Rovello, sede dell’Uf­ficio Politico diretto da Alceste Porcelli e sotto­posti a interrogatori disu­mani.

Gli strumenti di tortura usati con maggiore fre­quenza sono sacchetti di sabbia, nerbi di bue, scu­disci e bastoni a forma di clava, e per ridurre i pri­gionieri a uno stato di e­strema tensione i

« muti­ni » ricorrono spesso a fucilazioni simulate, spin­gendo le vittime contro un muro davanti a un plotone di esecuzione che poi scarica in aria i suoi colpi.

Quando i prigionieri so­no uccisi, il loro corpo è abbandonato in aperta campagna, mentre si co­munica che sono stati ri­messi in libertà.

Infine sono ancora gli uo­mini della « legione Au­tonoma Ettore Muti », che continua a espletare le sue funzioni fin quasi alla Liberazione, che provvedono a formare il plotone di esecuzione per la strage dei quindici martiri in piazzale Loreto. E come la « Muti », che semina il terrore a Mila­no e nella provincia, la « Fiorentini » percorre l’Oltrepò pavese, con gli stessi obiettivi.

La formazione, denomi­nata « Secondo Battaglio­ne Italiano di Polizia », o anche Sicherheit Abtei­lung (battaglione di sicu­rezza), si costituisce agli ordini del tenente colon­nello Alberto Guido Alfieri, è di stanza a Broni, in provincia di Pavia e con il compito di mante­nere la sicurezza (da cui il nome) nella zone limi­trofe, combattendo le formazioni partigiane.

Nelle proprie file ha mol­ti toscani, sbandati dopo l’armistizio, che trovano comoda la copertura of­ferta dal « Battaglione », e contro le formazioni dell’esercito di Liberazio­ne impegna pochissimi scontri. Indossando divi­se eterogenee, spesso in borghese, ma portando al braccio sinistro un bracciale giallo contras­segnato dalla svastica, gli uomini della Sicherheit preferiscono rivolgere la loro furia contro la popo­lazione civile, rastrellan­do presunti componenti del movimento di Resi­stenza, partecipando in­sieme ai tedeschi a nu­merosi eccidi, provve­dendo a formare i plo­toni di esecuzione che fucilano i « traditori ».

Alla morte del col. Alfie­ri, ucciso per errore da­gli stessi fascisti che a Pietragavina hanno aper­to il fuoco contro i pro­pri compagni scambian­doli per un gruppo di partigiani, è Felice Fio­rentini ad assumere il co­mando della banda.

Ingegnere sulla cinquan­tina, Fiorentini è stato di­rettore della ferrovia pri­vata Voghera-Varzi, e non si è mai mostrato troppo esaltato dal fasci­smo. Il comando, il po­tere che gli sono confe­riti dai tedeschi, lo trasformano completa­mente. Lascia mano li­bera al capitano Pier Al­berto Pastorelli, si ubria­ca, autorizza e tollera so­prusi e massacri.

Il « Battaglione » segue in pratica solo gli ordini di Pastorelli, e costui è mandatario di molteplici crimini, autore di violen­ze e sevizie, protagoni­sta dell’eccidio di sei par­tigiani a Pozzo Groppo, il 31 gennaio 1945. Fio­rentini, che ha dato il proprio nome alla banda, ai primi di aprile è cat­turato da un gruppo di partigiani. Rinchiuso in una gabbia, il comandan­te del « Secondo Batta­glione di Polizia » è tra­sportato sui luoghi che hanno visto le gesta cru­ente dei suoi uomini, tra scene selvagge e tenta­tivi di linciaggio da par­te della popolazione che intende vendicare su di lui gli oltraggi subiti.

Poi, condannato a morte dal Tribunale del Popolo di Varzi, Fiorentini è fu­cilato alle Piane di Varzi da un plotone della Bri­gata « Capettini ».

La sua è la sorte comune a molti protagonisti delle azioni repressive delle bande. Il colonnello Co­lombo della « Muti » e i suoi aiutanti De Stefani e Cardella finiscono an­ch’essi davanti a un tri­bunale popolare e fucila­ti sul posto. Il capitano Pastorelli, e i suoi camerati della Si­cherheit Luigi Michelini, Arturo Baccanini, Renato Bertoluzzi, sono fucilati contro il muro del cimi­tero di Voghera, dopo che un regolare processo conclusosi il 27 settem­bre 1945 li ha condanna­ti alla pena di morte.

Altri componenti delle bande sono raccolti in campi di concentramen­to, poi tradotti nelle car­ceri giudiziarie, sottopo­sti a processo, condan­nati. Molti riescono a fuggire, e a nascondere le proprie colpe, ma il processo alla Muti, che nel 1947 conclude uffi­cialmente la storia delle bande fasciste, « non si ferma » per citare ancora le parole di Ferruccio Parri « alla condanna mo­rale e legale di una ban­da di assassini. Esso risa­le per inscindibili con­nessioni alle origini del­la parabola fascista, e conduce alla negazione senza transigenza e sen­za ritorno di questa furie-sta esperienza italiana ».

Mario Lombardo

Fine

Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 – Luglio 1974

Raffaello Uboldi – Vigliacchi perché li uccidete? 1°Parte

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Firenze 22 Marzo 1944 Campo di Marte

Raffaello Uboldi

Vigliacchi perché li uccidete?

1°Parte

Uccisioni, vendette, processi; e qualche as­soluzione. La vita dell’I­talia occupata, nella pri­mavera del 1944, è di continuo sconvolta da notizie, e avvenimenti, che per lo più si colora­no di sangue, e dei quali non è sempre facile sco­prire il filo logico.

Il 24 maggio, alla perife­ria di Parma, vengono fucilati i due ammira­gli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, dopo un processo che è du­rato appena un giorno, quello del 22, in una sa­la della Corte d’Appello pavesata di bandiere tri­colori. Sull’ingresso è sta­to affisso un cartello: « Tribunale Speciale per la difesa dello Stato ». Nella sentenza di con­danna non vengono tac­ciati di tradimento, quan­to piuttosto di aver leso gli interessi del Paese, co­sa che del resto evita loro soltanto la fucilazione nella schiena. e non la morte.

Tra le cose che non si capiscono bene, è perché i due ammiragli siano sta­ti accoppiati davanti ai giudici, visto che Cam­pioni e Mascherpa, nell’ Egeo, si sono comportati in modo diverso l’uno dall’altro. Ma la chiave per comprendere il de­stino dei due ammiragli è politica; così come un particolare significato po­litico ha avuto un altro fatto che ha colpito la coscienza pubblica poco più di un mese avanti, il 15 aprile, ovvero l’ucci­sione, ad opera dei GAP fiorentini, di Giovanni Gentile, presidente della ricostituita Accademia d’ Italia, e uno dei massimi teorici del fascismo ita­liano ed europeo. Quan­to all’altro processo di quei giorni a Parma, con­tro l’ultimo segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, con la sen­tenza assolutoria che ne è uscita, è del tutto ano­malo rispetto alla ferocia del tempo: per capirlo bi­sogna forse tener conto dell’interesse di Mussoli­ni a che si faccia silenzio su alcune verità che lo riguardano.

Parma è la cornice dei due processi; Firenze quella della morte di Gentile. 1 gappisti stu­diano accuratamente gli orari del filosofo, e il 15 aprile, alle 13,30, aspetta­no che arrivi da Firenze in automobile, a Villa Montaldo, presso il Sal­viatino, dove egli dimora con la famiglia. L’auto si ferma. Mentre il guardia­no apre il cancello, quat­tro gappisti (tre, secondo altre fonti), tra cui Bruno Fanciullacci e Antonio Ignesti, si avvicinano te­nendo dei libri sotto il braccio, come studenti. Gentile, pensando che vogliano salutarlo, apre il finestrino, e quelli gli sparano addosso, eclis­sandosi poi in bicicletta. L’autista volta subito la macchina, e si dirige a tutta velocità all’ospedale di Careggi. Ma ogni ten­tativo di salvare Gentile si rivela inutile, le pallot­tole lo hanno colpito in pieno petto, e una al cuore. Tra i primi a ve­dere il filosofo in quello stato è Gaetano, uno dei figli, che presta servizio in ospedale, nel reparto chirurgico, con Valdoni. Accorre anche Benedet­to, un altro figlio, che di­rige la casa editrice Sansoni. Fuori dal cancello della villa rimangono dei vetri infranti per terra, e dei bossoli di pistola.

Non si saprà mai con esattezza chi erano gli al­tri uomini (o l’altro uo­mo) che stavano con

Fan­ciullacci e con Ignesti. E del resto la responsabili­tà di aver esploso i col­pi che hanno raggiunto Gentile verrà attribuita al solo Fanciullacci, che arrestato una prima vol­ta dai fascisti, liberato con un colpo di mano l’8 maggio, di nuovo ar­restato il 15 luglio, e tor­turato, si getta ammanet­tato dalla finestra della « villa Triste » di via Bo­lognese, e muore dopo un giorno di agonia, per un colpo che gli è stato sparato contro, e per la frattura alla base cranica riportata nella caduta. Se­gnala a Mussolini uno dei notiziari riservati della Guardia Nazionale Re­pubblicana: « I funerali di Giovanni Gentile si so­no svolti in una atmosfe­ra di raccoglimento. La popolazione vi ha parte­cipato in massa, mante­nendo però un atteggia­mento del tutto riserva­to ». Un successivo bol­lettino smentisce il pri­mo: « Ai funerali di Gen­tile scarso concorso di cittadinanza. Forze di ser­vizio 720 ».

C’è molta cautela nel compianto fascista attor­no a quella morte. La ra­dio del 15 tace la notizia, se ne danno rapidi cenni l’indomani. Tace, o qua­si, la Nuova Antologia, la rivista di cui Gentile aveva assunto la dire­zione; sì che i suoi ami­ci all’Accademia d’Italia (Ardengo Soffici, Enrico Sacchetti, e così via) do­vranno ricorrere a un’al­tra rivista, Italia e civiltà, per sfogarsi. Per conosce­re il cordoglio di Musso­lini bisognerà attendere l’uscita della Corrispon­denza repubblicana. Si associa al cordoglio mus­soliniano il rettore dell’ Università Cattolica, pa­dre Agostino Gemelli.

Può darsi che i fascisti temano l’effetto terrori­stico di quella morte, la paura che ne deriverà agli incerti; ma c’è anche chi avanza l’ipotesi che il filosofo sia stato ucciso dagli sgherri del maggio­re Carità, il torturatore fascista che imperversa a Firenze con tali atrocità che Gentile, sdegnato, ha

minacciato di denunciar­lo a Mussolini.

Quanto agli antifascisti, appaiono divisi sul giudi­zio da darsi di quella ese­cuzione. « Bella impresa uccidere un povero vec­chio », dice Ottone Rosai, il pittore, nella cui casa Fanciullacci trova rifugio. C’è una deplorazione di Benedetto Croce. Prima Tristano Codignola, e poi il partito d’Azione fioren­tino, condannano la mor­te di Giovanni Gentile.

Codignola il 30 aprile, sul giornale clandestino del partito, La Libertà, scrive un articolo in cui, dopo aver ricordato « le re­sponsabilità pesanti e i­nescusabili del filosofo per avere avallato, con I’ autorità della sua solida personalità di uomo di cultura, la triste collana di violenze, di persecu­zioni, di inettitudine che recarono alla rovina l’Ita­lia », ne deduce tuttavia che « non può sfuggire a nessuno l’odiosità o simile attentato contro una personalità alla quale il Paese intero avrebbe dovuto chiedere conto del suo operato, nella forma più alta e solenne », ovvero di fronte ad un regolare Tribunale

Sulla scia di Codignola il partito d’Azione fiorentino aggiunge, con un suo documento:

« D’altra parte Giovanni Gentile non aveva commesso quei delitti per cui sono venire emesse condanne popolari che sicuramente colpiscono giusto. Non era una né un delatore. Ha sempre tentato di aiutare individualmente quanti antifascisti ha potuto di qualsiasi partito essi fossero. »

I comunisti, pur precisando che l’uccisione Gentile non è stata decisa dal partito, reagiscono rivendicando la responsabilità di quel gesto difendendo l’operato dei GAP. « Se noi », rispondono a Codignola con un articolo su Azione Comunista dell’11 maggio « non avessimo conosciuto Gentile, vi assicuriamo che sarebbe bastata la lettura dei vostro articolo per approvare incondizionatamente l’azione giustiziera compiuta dai patrioti fiorentini ».

Anche Antonio Banfi approva quella morte; e così Franco Venturi, a nome degli azionisti piemontesi. In pratica, sono due opposte mentalità che si rivelano. Gli uni guardano alle qualità in­tellettuali di Gentile, e ai suoi interventi spiccio­li per salvare questo o quell’antifascista; gli altri. vedono in lui l’uomo che ha posto la propria cul­tura al servizio di una dubbia ideologia, prima quella fascista nazionale e adesso quella fascista repubblicana, e che lan­cia ambigui appelli alla pacificazione fra -italiani attorno alla figura di Mussolini proprio nel momento in cui la rabbia avversaria si abbatte con maggiore rigore sul Pae­se.

Firenze, pochi giorni pri­ma, il 22 marzo, al Cam­po di Marte, ha visto lo spettacolo orribile della fucilazione pubblica di cinque giovani, Attilio Raddi, Guido Targetti, Ottorino Quiti, Adriano Santoni e Leandro Coro­na, colpevoli soltanto di non essersi presentati al­la chiamata di leva della repubblica di Salò. I cin­que sono stati uccisi da­vanti alle reclute, e ad altri giovani in attesa di processo, per creare sgo­mento in chiunque dubi­tasse della possibilità di ripresa del fascismo.

Il Targetti, il Raddi e il Santoni sono morti subi­to, dopo la prima raffica. Non così il Quiti e il Co­rona che hanno conti­nuato a dimenarsi, chiamando: « Mamma, mam­ma! ». Allora si è avvici­nato il comandante del plotone d’esecuzione, ca­pitano Ceccaroni, che ha scaricato loro addosso sei colpi di rivoltella. Ma il Quiti non è morto an­cora, ed ha continuato a gridare, buttando sangue. E a questo punto è stato il maggiore Carità ad in­tervenire, e a dare il col­po di grazia.

Alcune reclute sono sve­nute. Si è udita anche u­na voce: « Vigliacchi, perché li uccidete? ». La scena sembra invece a­ver soddisfatto gli espo­nenti del fascismo fioren­tino. La sera il maggiore Guido Loranti ha chiesto ai suoi soldati: « Beh, ra­gazzi, vi è piaciuto il cinematografo di stamattina? ». Di fronte a tanto cinismo, i GAP fiorentini si rifiuteranno di distin­guere, nella rappresaglia, tra il fascista qualsiasi e il fascista di cultura.

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Tratto da Storia Illustrata

La repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 del luglio 1974

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