Giuseppe Luperini

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Giuseppe Luperini
(14 agosto 1944)

Giuseppe Luperini, nato a Vecchiano, presso Pisa, nel 1892, visse per alcuni anni a Buenos Aires, e questa esperienza lo aiutò a interpretare in termini politici la sua formazione, la dura realtà dell’emigrazione, le lotte dei lavoratori, la scoperta degli ideali socialisti. Dopo la prima guerra mondiale, alla quale pre­se parte, venne perseguitato perché "aveva detto male di Mus­solini." Furono queste esperienze passate che gli permisero di affrontare con serenità i disagi dello sfollamento nella bonifica di Vecchiano, dove si trovò nel 1944 con la moglie Giulia e le figlie. Nell’estate del 1944 l’incubo degli abitanti della zona era costituito da una cinquantina di SS che, insediatesi a Vecchiano dopo il settembre del 1943, compivano razzie e rastrellamenti terrorizzando la popolazione.
I tedeschi falciavano il grano ancora tenero per dar­lo da mangiare ai loro cavalli, che lasciavano liberi per i campi, spianavano i filari delle viti coi carri armati e portavano via a chi il vitello a chi il maiale, ad altri le galline, i conigli e talvolta anche la biancheria. Spesso contro le suppellettili delle case i tedeschi sparavano colpi di pistola o di moschetto fracassando ogni cosa. Tutti i mezzi di trasporto erano inoltre razziati dai te­deschi, perfino le biciclette. Talvolta i nazisti si diver­tivano a requisire una diligenza o un vagone ferroviario merci addetto al trasporto dei civili, costringendo i viag­giatori a proseguire a piedi. Era uno stillicidio snervante che durava da mesi, ma nella popolazione purtroppo mai si era fatta strada, fino allora, l’idea di una resisten­za armata, e quelle imprese banditesche venivano subi­te passivamente. Fra la popolazione si era formata l’o­pinione che queste incursioni avvenivano in seguito a delazioni di alcuni fascisti repubblichini nell’illusione di conquistarsi chissà quali meriti agli occhi dei tedeschi.
Le condizioni di vita si erano fatte ancora piú dure quando, dopo la ritirata dei tedeschi da Cassino e dei lavori di fortificazione a Tombolo, incominciò l’intenso passaggio di truppe naziste fra Lucca, Pisa e Viareggio. Colonne interminabili di automezzi passavano sotto i bombardamenti alleati. Per coprire questo traffico i te­deschi terrorizzavano la popolazione; facendo circolare la voce che un filo telegrafico era stato tagliato, arre­stavano quindici o venti persone e le tenevano in ostag­gio.
Intanto nella zona collinare un piccolo nucleo di uomini aveva costituito una formazione partigiana. Un gruppetto aveva fatto saltare la ferrovia Lucca-Pisa nelle vicinanze di Cella e la ferrovia Lucca-Viareggio a Cerasomma e operò, nella formazione "Casarosa," sui monti di S. Giuliano Terme e Molina di Quosa.
I tedeschi emisero un ordine perentorio che proibi­va a tutti i cittadini di circolare:
Comunicato!
Sempre in seguito ai tradimenti commessi dagli italiani sia­mo costretti ad emanare le seguenti disposizioni:
La linea del nord dell’Arno fino al Serchio è, con immediato vigore, dichiarata zona di chiusura. Gli abitanti di codesta zona non dovranno lasciare la loro residenza. Chi sarà trovato fuori della propria residenza, oltre la zona di chiusura, sarà fucilato.
Il Comando tedesco
Il professore Emilio Pasetti, insegnante al liceo clas­sico di Pisa, cosí descrive i particolari del rastrellamen­to a S. Quirico vicino a Vecchiano:
"Tra quelli che vennero rastrellati col pievano di Filettole vi furono alcuni che, malati o sofferenti, dovet­tero compiere a piedi il tragitto fino a Lucca. Sulla sor­te di due di essi vale la pena di riferire qualche parti­colare.
"Erano stati portati via padre e figlio, senza alcun riguardo e pietà. Uno, Vincentis Alfredo, violinista, uomo di 52 anni, denutrito e sclerotico, con la moglie al manicomio di Volterra, si reggeva a mala pena sulle gambe l’altro, il figlio Ugo, giovane di 21 anni, era malato di una grave forma nervosa. Il padre viveva esclusivamente per il figlio e gl’insegnava con amore a suonare il violino, sperando che un giorno sarebbe sta­to il bastone della sua vecchiaia.
"Furono rinchiusi ambedue alla Casa Pia e per cin­que giorni soffrirono là dentro terribilmente, senza che alcuno potesse alleviare le loro pene, ma con la speran­za che, date le loro condizioni di salute, sarebbero sta­ti rimandati a casa. Finalmente vennero sottoposti alla visita medica e il capitano medico dovette constatare che ambedue, ma soprattutto il figlio, non erano atti al lavoro; tuttavia sentenziò che a qualche lieve occupa­zione potevano pure attendere.
"Cosí, sempre a piedi, senza mangiare, indrappel­lati, di continuo minacciati di fucilazione se avessero tentato di fuggire, e sotto le incursioni degli aerei in­glesi, giunsero in condizioni pietose a Pescia. Avevano percorso in quello stato 19 chilometri.
"Qui alcuni, tra i quali il giovane Ugo, si sentirono male. Venne il medico, che riconobbe lo stato di estre­ma debolezza dell’epilettico; e già stava per rilasciargli il certificato di inabilità al lavoro e il conseguente fo­glio del ritorno, quando un sergente dall’aspetto sini­stro usci a dire in tedesco: ‘Eppure per la strada cam­minava!’
"Al padre, che cercava di confortare il poverino feb­bricitante, quelle parole suonarono come una condan­no a morte. E infatti fu dato l’ordine che la carovana, rifocillata, raggiungesse ad ogni costo il luogo di desti­nazione. Il giovane però fu portato in lettiga sull’auto­ambulanza, mentre gli altri, sempre a piedi, sfiniti, giun­sero a Pontito.
‘1l testimone che mi narrò il fatto aggiunse a questo punto che, pochi chilometri prima di Pontito, aveva os­servato una combriccola di ufficiali tedeschi, che dinanzi ad una villa cantavano e schiamazzavano al suono di un grammofano, insieme con parecchie bagasce e che, al lo­ro passaggio, si erano messi a ridere sconciamente a dileggiarli.
"A Pontito la carovana fu messa in certi baraccamenti, appositamente preparati, con poca paglia per giaciglio, i poveretti erano in uno stato da far compassione. Chiesero tutti di essere visitati dal medico. Molti furono riconosciuti malati e ottennero il foglio regolare del ritorno, fra costoro c’erano i due Vincentis e Osvaldo Pescaglini, anch’egli di Filettole.
"Ma ecco la tragedia.
"Quando giunsero presso S. Quirico si fecero loro incontro quattro tedeschi armati fino ai denti che li invitarono a seguirli alle scuole del paese. Mostrarono i regolari certificati medici, ma ciò servi al comandante soltanto per compilare l’elenco dei nomi e per segnare l’età di ciascuno. Infatti, terminata l’operazione, furono letti ad alta voce i nomi di 16 componenti la carovana — i piú giovani — che vennero fatti salire su di un camion dicendo loro che dovevano essere portati a la­vorare. Tra i sorteggiati erano anche il giovane Ugo Vincentis e il Pescaglini.
" Il padre sventurato, nel vedersi strappato il figlio dalle braccia, rimase come impietrito e cominciò a gri­dare: ‘Li ammazzano, li ammazzano! Povero me.’ E que­sto era il presentimento di tutti quelli che erano rimasti lí.
"La carovana riprese il cammino con l’affanno nel cuore. Si seppe poi che nei pressi del paese erano stati trovati uccisi due ufficiali tedeschi e che il comandante del luogo, incendiato il borgo, era riuscito a catturare soltanto quattro giovani, perché la popolazione era fug­gita. Il comandante volle che, per rappresaglia, 20 gio­vani venissero fucilati.
"Ecco perché ai 4 di S. Quirico furono aggiunti i 10 sopra menzionati. Il padre Vincentis tornò il giorno dopo a S. Quirico, e, presentandosi al parroco, lo supplicò con le lacrime agli occhi che gli dicesse quanto sapeva del figlio Ugo. E il buon parroco cercò di confortarlo. I venti giovani erano stati portati al cimitero, ormai consapevoli della loro sorte orrenda. E aggiun­ "Essi mi si attaccarono tutti disperatamente al collo Mi gridarono: Padre, dite ai nostri cari come ci hanno amm-azzatí!"’
Luperini era al corrente di questi fatti e presentiva lie qualcosa di grave incombeva anche su di lui, sui suoi familiari e le altre famiglie. Si diceva che gli uomí­nt rastrellati erano condotti a lavorare qua e là per gli appostamenti dei cannoni e delle mitragliatrici o per sca­vare trincee e fosse anticarro. Ma a poco a poco si diffu­se la voce che erano invece presi in ostaggio, oppure inviati in Germania. Si sapeva ormai che migliaia di per­sone erano state catturate. Per questo gli uomini esco­gitarono il modo di fuggire alle battute delle SS nascon­dendosi di giorno nelle caverne, o nei boschi, e perfino nei depositi di bottino. Alla sera ritornavano dai con­giunti, rimasti sempre in ansia e si ritenevano relativa­mente tranquilli fino al mattino.
Il 14 agosto fu un giorno tragico. Malgrado l’acquaz­zone caduto improvviso la giornata era calda e afosa.
La mattina i tedeschi avevano catturate 17 perso­ne, e le avevano uccise, salvo il Micheletti, che si salvò.
Luperíni era venuto a conoscenza del fatto ed era in ansia quando verso le ore 14, vide come al solito av­vicinarsi 3 tedeschi. Per un sentimento istintivo fece al­lontanare il figlio Giovanni e s’era deciso a lasciarsi avvicinare dai tedeschi e magari era disposto anche a lasciarsi prendere, perché ormai era esausto da quelle migrazioni quotidiane, purché si salvassero i figli e la moglie.
Quando la pattuglia tedesca si fece piú appresso, Luperini era appoggiato ad una capanna di canne. Un tede­sco gli puntò subito una grossa pistola, minaccioso.
Istintivamente il Luperini fece un movimento per na­scondere la testa.
"Con me, con me! " Esclamò il tedesco.
Luperini non oppose resistenza.
I tre tedeschi, guidati da un caporale, erano giova­ni, indossavano la divisa mimetizzata, calzavano l’elmet­to, erano armati di mitragliatori e bombe a mano. "Il tedesco con la pistola," racconta Luperini, "era un gio­vane biondo, aitante, minaccioso. Subito sopravvenne un gruppo di altri sei uomini rastrellati come me, scor­tati da soldati tedeschi armatissimi. Con una spinta e un cenno fui indotto ad unirmi a quel gruppo. Nei movi­menti dei soldati tedeschi c’era un’evidente fermezza ma nessuna animosità e furore. Pensavo che non poteva essere altrimenti dato che noi eravamo tutte persone pacifiche, anziane, non avevamo commesso nessun atto ostile, né opposta alcuna resistenza, neanche alla nostra cattura. Mi sovvenne anche la tragica vicenda del­la mattina, ma pensai che forse quegli uomini avevano commesso qualche atto ostile. Noi al massimo ci avreb­bero costretti a lavorare o trasferiti in Germania. Ero perciò indotto a rimettere ogni timore.
"Se non fosse stato per il distacco da mia moglie e dai miei figli, di cui mi sarebbe stato difficile avere no­tizie, pensavo, forse mi ero cavato da impicci e rischi peggiori. Il nostro gruppo fu fatto incamminare lungo il fosso, per alcune centinaia di metri. C’era un tale si­lenzio e una tale solitudine che tutto intorno sembrava incantato. Chissà perché mi venne da fantasticare sul­l’origine nibelunga dei soldati tedeschi. Mi venne in mente mia nonna Nilde. Il suo nome mi ricordò la sto­ria mitologica dei nibelunghi di cui Nilde sarebbe stata madre e dai quali aveva avuto origine la razza tedesca. Mia nonna aveva avuto sette figli e io li assimilavo ai lei ai tedeschi ed ero portato ad avere fiducia in questi uomini. Erano pensieri strani al confine dell’inconscio.
" Attraversammo il fosso, poi ci fermarono alla fat­toria dell’ingegner Crema, un grosso possidente del luogo
I tedeschi chiesero alla moglie dell’ingegnere dove, si trovasse suo marito. La donna disse che non c’era. Mostrò ai tedeschi dei documenti che qualificavano il Crema collaboratore e quindi autorizzato a circolare li­beramente. Ma i tedeschi non si quietarono; frugarono 1a casa e tirarono fuori l’ingegnere. Intanto altri tedeschi piazzarono la mitragliatrice e fecero partire una raf­kca, in direzione senza bersaglio. L’arma s’inceppò ed i soldati l’aggiustarono.
"L’ingegner Crema fu messo alla testa del nostro gruppo ed egli con spirito di collaborazione guidò i te­deschi lungo la strada, attraverso la bonifica, verso la ferrovia ed in direzione di Migliarino. Al cancello di Mezzamacchia voltammo verso Torre del Lago.
"Attraversammo una radura erbosa, ma i fili dell’er­ba erano gialli, secchi. Marciammo in fila indiana lungo uno stretto sentiero, silenziosi, alcuni portavano maglietta, altri scamiciati. I miei compagni apparivano tranquilli, muti. Anche i tedeschi parevano tranquilli, , e ci dirigemmo ormai verso la villa Puccini.
"Ripensai all’episodio della mitragliatrice. Mi do­mandai la ragione di quei preparativi, e mi balenò l’i­dea che si trattasse di una prova. Quell’idea cominciò a crescere e a rodermi. Tutti i miei pensieri e le mie previsioni cambiarono. Rapidamente fui assalito dal ti­more che i tedeschi ci volessero far fuori. Il mio sguar­do si concentrava sempre piú su quella mitragliatrice col treppiede che un tedesco portava in spalla: comin­ciai a scrutare con ansia il volto di quell’uomo, pron­to a decifrare ogni tratto del suo viso e ogni sfumatura del suo sguardo. Lo interrogavo col pensiero e con gli occhi. A momenti mi parve un pacifico ragazzo, rassicurante, a volte mi parve ironico e allusivo.
"L’orrore della morte incominciò a pervadermi. Un’onda di ricordi mi assaliva e mi turbava: una ridda di pensieri, e di immagini della mia vita trascorsa passavano davanti a me veloci. Ma pure nella prospet­tiva della morte non mi sentivo abbandonare dalle for­ze. Pensavo anzi intensamente a come avrei potuto usci­re dalle mani di quei soldati. Erano ormai circa le quat­tro del pomeriggio. Sempre in pieno sole. Avevamo percorso qualche chilometro, perciò eravamo stanchi. Il silenzio sovrastava assoluto. Dietro di noi marciavano tre tedeschi.
"Ad un certo momento, ad una curva del sentiero non so cosa avvenne. Sentimmo nell’aria un fruscio, in­tuimmo qualcosa di tragico. Piú nessuno di noi, credo, s’illudeva. Comprendemmo che i tedeschi ci avevano condotti nel luogo piú isolato per finirci. Ebbi appena tempo di vedere il tedesco passare la mitragliatrice alle nostre spalle. Incominciò una scarica, intensa, pro­lungata.
"Io ero il secondo in testa. Il primo era un certo Perna, un giovane contadino di diciassette anni con una maglietta a scacchi. Nei pochi attimi dall’inizio della spa­ratoria istintivamente mi voltai. Potei scorgere l’e­spressione del volto dei tedeschi. Non era piú disteso; era teso, assorto. Pareva volessero finirci tutti con una raffica, senza sciupare un proiettile.
"Non potei vedere il fuoco. Ma in uno squarcio di sguardo potei vedere i miei compagni nell’attimo di ca­dere; alcuni da una parte, altri da un’altra, mentre emettevano lamenti, urli. Non li vidi cadere. Nei po­chi attimi di lucidità, ebbi tutta la percezione dell’eccídio, dell’infamia dei nostri carnefici e provai la tristezza di morire cosí, massacrati, senza combattere, senza in­fliggere alcuna perdita ai tedeschi. Il movimento che compii istintivo mi portò fuori dal viottolo e quindi fuori dalla traiettoria, fuori dalla raffica che continua­va. In quell’attimo colsi con lo sguardo un momento incredibile: vidi il mio compagno in testa, il giovane contadino, ancora in piedi, quasi immobile, in bilico, ma sicuramente già mortalmente colpito.
"Mi misi a correre fra gli sterpi. Correvo, correvo, come se avessi avuto le ali ai piedi. Il tedesco spostò la mitragliatrice nella mia direzione. Altri tedeschi spa­rarono. I proiettili battevano e falciavano le scope sec­che, sibilavano intorno alle mie gambe. Attendevo ad ogni istante di essere colpito. Attendevo di cadere. Mi ripromettevo di cadere bene. Ma intanto continuavo a correre veloce. Dietro sentivo le urla dei tedeschi che mi intimavano di fermarmi.
"Ma non mi intimorirono. Continuai la mia incre­dibile corsa con uno slancio che probabilmente neanche un giovane avrebbe potuto sostenere in condizioni nor­mali. Udii altri spari secchi. Probabilmente i nazisti sfogavano sui miei compagni di sventura la loro rabbia. Solo a causa della mia fuga forse si eccitarono un po’, perché fino allora tutto avevano fatto con un distac­co incredibile, come nell’adempimento di un qualsiasi lavoro.
"Col fiato mozzo arrivai vicino alle capanne. Avevo percorso circa due chilometri, penso. Udii un amico gridare: ‘Beppino, ci fai chiappare anche noi!’Compresi che temevano attirassi su di loro l’attenzione dei te­deschi. Cosí ripresi la corsa verso l’argine del fosso.
"La sparatoria cessò. Ero fuori tiro.
"Mi diressi ancora verso l’argine. Trovai dei ce­spugli di gerba, l’erba di palude, ma scorsi un’altra pat­tuglia di tedeschi. Non era facile occultarsi in quella ra­dura in pieno giorno.
"Mi rannicchiai tutto, fino a ridurmi piccolo piccolo, ma non potevo sdraiarmi perché volevo stare all’erta, vedere i tedeschi e essere pronto a scattare di nuovo. Temevo d’essere visto e preso fra due fuochi. Il cuore mi batteva forte in gola. Non pensavo che a salvarmi. Cosí, rimasi rannicchiato, per oltre due ore. Ormai era­no circa le 19. Ero tutto intirizzito. Lontano incomin­ciai a udire le voci tranquille degli sfollati che si sa­lutavano. Le interpretai come un segno che la pattuglia era passata e il pericolo almeno momentaneamente ces­sato.
"Mi rialzai e lentamente, sospettoso, mi avviai verso le baracche."
Gli uomini e le donne delle baracche avevano vis­suta tutta la tragedia di Luperini: avevano visto passa­re il gruppo dei prigionieri, avevano udito le raffiche e seguito la fuga di Luperini. Gli andarono incontro, lo accolsero con commozione, lo soccorsero.
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