Come Cancellammo il 113 Battaglione del Genio

 

COME “CANCELLAMMO” IL 113° BATTAGLIONE DEL GENIO

 

Il 1° giugno 1944, riunendoci con altri quattro distaccamenti completammo
l’organizzazione della nostra brigata alla quale mettemmo il nome di un dirigente del PCI assassinato a Firenze, Alessandro Sinigaglia.
Quei monti a sud di Firenze, nella media valle dell’Arno, divennero i nostri monti, le nostre basi, i nostri rifugi per le future azioni di guerriglia.
Di lassù dietro ai cespugli, dietro ai grossi tronchi di querce e di olmi, invisibili sentinelle scrutavano giù a picco le numerose strade, le poche case di Poggio alla Croce e nelle giornate chiare e terse dai picchi più alti, il nastro torto dell’Arno, la lunga linea ferroviaria Figline–Incisa e S.Giovanni in lontananza.
Il Comando della Brigata, con la Compagnia Comando, era dislocato sul Poggio di Scani, 762 m, e teneva le sue mitragliatrici pesanti appostate
in modo da battere le provenienze da Poggio alla Croce, da S. Polo, da Pian della Vite e dalla cresta del vicino Poggio alla Baccheria, 776 m.
Il II distaccamento della II Compagnia era dislocato su Monte Maggio, 731 m, e teneva invece la sua Breda 37 postata in modo da battere le provenienze dal settore di Badia Monte Scalari e da Pian della Vite.
Il I e III distaccamento della II Compagnia, erano invece abbarbicati su Poggio della Noè, 695 m, e con le loro armi automatiche mitragliatrici
Breda 37, bipiedi Brent e due mitragliatrici pesanti, che avevamo recuperato da un aereo americano abbattuto dai tedeschi, che aveva lo stesso munizionamento delle Breda 37, battevano tutta la circostante zona, che non poteva esser colpita dal fuoco degli altri reparti, e cioè la zona del Borro di
Faeta, e le provenienze del Borro di Villemaggiore e del Borro delle Cannucce.
Il III distaccamento della I Compagnia, copriva il territorio che va da Casa al Monte, 752 m, a Poggio Tondo, 734 m, a Poggio Sughero, 752 m,
e con le sue armi automatiche batteva tutta la zona circostante.
Il II distaccamento della I Compagnia, dislocato su Poggio Sughero, 752 m, sulla vallettina sopra a Pian d’Albero, batteva tutte le provenienze da queste località.

 

Il III distaccamento della I Compagnia era dislocato sul Poggio di Scani, 762 m, a difesa del Comando di Brigata, con le armi postate così come ho descritto.
Oltre a tutto ciò, servizi fissi di pattuglia e posti di blocco con fucili mitragliatori Bren, sorvegliavano la mulattiera di Poggio alla Croce, Casa al Monte, il quadrivio La cappella, situato a 600 m di altitudine, Poggiotondo, 734 m, e il nodo di mulattiera, fra Casanuova e Pian della Vite, 614 m.
Anche la provenienza dal valico del Borro Scandolaia, versante sud di Poggio Sughero alto 752 m erano sotto controllo, come pure la strada
della Panca e la mulattiera, che dalla Casa della Fonte al Gallo, porta vicino alla fattoria di Badia Monte Scalari.
La III Compagnia era invece dislocata sul Monte S. Michele, distante dal nostro complesso difensivo e aveva come CM Nello Vannini e CP Libero
Santoni. La IV Compagnia era dislocata sul territorio che copre grosso modo la zona mineraria del Valdarno: Gaville, Meleto, Castelnuovo dei
Sabbioni e aveva come CM Guelfo Billi e CP Nello Santoni.
La V Compagnia, era dislocata in S. Donato in Poggio e aveva come CM Ugo Zei e CP Sebastiano Simonetti.
Bisogna riconoscere subito che il sistema difensivo da noi organizzato sul Monte Scalari non era un sistema inespugnabile, troppi buchi ancora rimanevano da colmare; ci volevano più uomini ed armi ed il terreno tutt’intorno a noi richiedeva mortai, panzerfaust e lanciafiamme, armi che non avevamo.

 

Poi c’era il problema della nebbia, sempre presente per diverse ore del giorno, e  quindi il nemico poteva arrivare vicino a noi senza esser visto.
D’altro lato noi eravamo lì non per fare una guerra di trincea, ma di grande movimento: andare ad attaccare il nemico altrove, per poi ritirarsi
su queste nostre posizioni!
Bisogna riconoscere subito che se sul Monte Scalari avemmo la possibilità di organizzare la Brigata, questo fu, non solo per l’aiuto datoci da tutti i contadini della zona, ma in modo particolare fu soprattutto, per il costante aiuto della famiglia Cavicchi, che aveva la sua casa con ovile e fienile
in località Pian d’Albero.
I Cavicchi erano mezzadri e la proprietà era del marchese Rosselli del Turco, che divenne nostro collaboratore.
Come dicevo, la famiglia Cavicchi ci dette con grande entusiasmo un totale supporto per la formazione partigiana. La famiglia era composta dal  vecchio capoccia Giuseppe di settantanove anni, dalla nonna Teresa, dal figlio Norberto di cinquantadue anni sposato con Rosa: dal loro matrimonio erano nati Paolo di ventidue anni, Orlando di diciotto anni (che nell’ottobre
perderà la vita sopra una mina tedesca), Giuseppina di undici anni, ed Aronne che era un ragazzo di quattordici anni. Un altro figlio militare
era prigioniero in America.
Aronne con quel suo irrefrenabile entusiasmo si offrì subito di collaborare con noi, così fin dai primi giorni dimostrò d’essere una nostra vedetta,
un nostro radar, un nostro posto avanzato contro il nemico.
Aronne portava le pecore al pascolo, in questo e quel prato, che noi potevamo osservare dall’alto; a seconda di come disponeva le pecore, noi
comprendevamo: se c’erano i tedeschi vicini, se c’erano tedeschi o fascisti che venivano nella nostra direzione, oppure se tutto era tranquillo.
Come si fa a non ricordare i contadini di Fonte al Gallo con Giuseppe e la moglie Teresa e i figli Franca, Silvia, Graziella, Silvano?
I Soffici di Borro Scandolaia?
I Leoni–Biondi di Pian della Vite?
I contadini Banchi, Bani, Trambusti, Banchelli, Benvenuti della fattoria  di Monte Scalari?
Il vecchio Filippi che con la sua treggia tirata dai buoi era sempre in giro per noi mentre suo figlio venne a fare il partigiano?
Il contadino Pimpa del podere di Campignone verso il Brollo?
La famiglia Chiantini del podere di S. Lucia?
I contadini Leonello e Ada Venturi e Alfonso e Laura Venturi di Casa al Monte con i loro figli Giancarlo, Carlo, Silvana, Primo, Gisella,
Orfeo e la nipote Dina, che dopo la Liberazione sposerà Paolo Cavicchi?
Con i loro buoi e le loro tregge a strascico hanno trasportato per noi quintali e quintali di grano, olio, vino requisiti da noi agli ammassi fascisti.
Hanno trasportato nostri feriti o malati e quintali di munizioni, armi e soprattutto esplosivi, quando gli Alleati ci facevano i rifornimenti aerei.
Non dimenticheremo mai i loro sacrifici fatti per noi, per la causa della libertà d’Italia. Il giugno 1944 fu per noi un intensificarsi di azioni di
guerriglia. Il 3 giugno una squadra della IV Compagnia fece saltare di notte il Ponte alle Forche, sulla strada statale n° 69 (Firenze–Roma).
Un camion tedesco carico di fusti di benzina precipitò giù nel torrente prendendo fuoco. Nei giorni seguenti i nazifascisti si trovarono in grave
difficoltà per provvedere al traffico dei loro mezzi sulla strada statale che alimentava il fronte.
Il 4 giugno sapemmo via radio che Roma era stata liberata. Fu una grande gioia per tutti noi. Per festeggiare l’avvenimento detti a Garibaldi
la disposizione di distribuire a tutti una razione di vino.
Due squadre della nostra IV Compagnia attaccarono il presidio tedesco di S. Barbara, tra Meleto e S. Giovanni Valdarno. Dopo un’ora di intenso fuoco, essendo sopraggiunti notevoli rinforzi dalla vicina S. Giovanni, le due squadre della IV Compagnia si ritirarono senza subire perdite.
Questo combattimento, sostenuto da soli ventuno partigiani contro centottanta tedeschi, destò profonda ammirazione verso la resistenza da
parte di tutta la popolazione della zona. La mattina dopo, il 5 giugno alle ore sette, Mario II mi consegnava l’ordine scritto del Comandante Militare toscano di attaccare il nemico con tutte le nostre forze, specialmente sulle vie di comunicazione.
Mi consegnò delle stampe e fece per andarsene; allora gli dissi: “Ti prego di dire a Mario I e a Ricciolo che l’appuntamento è in piazza Gavinana,
capiranno loro.” Mario II mi guardò fisso negli occhi e mi disse:
“Ho capito anch’io e sono più che sicuro che ce la farai!”
Il 5 giugno arrivò un nuovo compagno, Gracco, che come ufficiale della Finanza che aveva fatto la guerra, sarebbe dovuto diventare il nuovo CM. Fu una novità per noi, in quanto noi i dirigenti li eleggevamo nell’ora politica. Il partito voleva che nei comandi dei partigiani ci fossero degli ex
ufficiali del RE (Regio Esercito).
Noi ci dicemmo: “Ora per un po’ di tempo lo proviamo e se si dimostra capace lo eleggiamo, altrimenti a fare il CM ci lasciamo chi l’ha fatto
finora.”
Il 9 giugno Lella insieme a Balena, Lupo, Marco, Guasti e un altro compagno del Ponte a Ema, alle due di notte andarono sulla cima del Passo del Sugame e attesero il passaggio di automezzi tedeschi. Ecco che una lunga colonna cominciò a transitare. Attesero l’ultimo automezzo che era
un’autobotte carica di carburante; spararono raffiche con il Bren e lanciarono alcune bombe; ci fu un grosso boato e una larga palla di fuoco andò
verso il cielo.
Marco, felice, gridò: “Questa benzina non arriva ai vostri carri armati, maiali!”
Il 17 giugno una pattuglia mista della I e II Compagnia catturò presso la località La Panca (Dudda) una mitragliatrice Breda 37 e un’auto balilla che venne portata al campo.
Vicino a La Poggerina due tedeschi vennero uccisi. Una squadra della III Compagnia presso Neri (Castelnuovo) attaccò un camion pesante tedesco.
Nel combattimento i due nazisti a bordo del mezzo rimasero uccisi.
Il camion venne recuperato e trasportato nel bosco, presso il campo della Compagnia.
Sempre il 18 giugno nonostante la pioggia l’attività non venne sospesa.
Verso le ore dodici ritornò una pattuglia della II Compagnia in missione da due giorni per procurare grano e farina per fare il pane.
La pattuglia riuscì ad impadronirsi di un camion con venticinque quintali di farina, portò cinque nazisti prigionieri al campo che dopo l’interrogatorio
vennero fucilati.
Una squadra della IV Compagnia sorprese al Ponte delle Forche sulla strada Arezzo–Firenze una pattuglia della GNR. I militi vennero disarmati
e lasciati liberi, con il consiglio di non ripresentarsi al loro comando.
Sempre in quei giorni due piloni da 120.000 volt furono fatti saltare abbattendoli con l’esplosivo, danneggiando così la ferrovia e le fabbriche
che in quella zona lavoravano per la guerra. Una di queste due squadre fu comandata da Gracco.
Squadre di guastatori della III Compagnia fecero saltare tre ponti nella zona di S. Cipriano, disorganizzando così per alcuni giorni il traffico
militare nemico che aveva considerevoli reparti accampati in località S. Barbara. Dio come pioveva in quei giorni!
Quel mattino del 13 giugno Giulio, ufficiale addetto al comando, ci portò alcuni particolari su un’azione da compiere e già preventivata dal Comando di Brigata.
Presso Burchi, paesetto poco a nord di Incisa Valdarno, situato ai piedi di Monte Muro, nelle vicinanze della ferrovia Aretina che era in quel
punto parallela all’Arno, era da tempo accampato il 113° Battaglione del genio dell’Esercito Repubblichino, inquadrato in una divisione tedesca.
La forza del battaglione, che assommava a cinquecentocinquanta uomini, di cui solo una piccola parte armati, era composto in massima parte
da giovani chiamati alle armi, con i bandi tedeschi di arruolamento, sotto la minaccia del plotone di esecuzione.
I compiti che dai tedeschi erano stati affidati, o meglio imposti al Battaglione, erano quelli di riparare la ferrovia Aretina, passante da lì e
che giornalmente veniva interrotta dai bombardamenti aerei alleati, anche su nostra segnalazione, data la grande importanza, che per l’avvicinarsi del fronte, quella ferrovia aveva assunto per i rifornimenti di armi, munizioni,
carburante e viveri.
Il battaglione era controllato e sorvegliato spietatamente da sentinelle tedesche, appartenenti ad una compagnia germanica, che era accampata
nelle vicinanze, con il compito esclusivo di sorvegliare il lavoro ed impedire le diserzioni, era continuamente sotto la minaccia delle numerose batterie tedesche da 88 mm e delle mitragliere da 20 mm dislocate in gran numero sulle collinette della zona.
Lo stesso Giobbe era riuscito da tempo a stabilire dei contatti con alcuni di quei giovani, e poi un vero e proprio collegamento con due giovani
sottufficiali del Battaglione.
Giulio quella mattina c’informò che dai contatti avuti con quei soldati la sera prima aveva avuto l’impressione che non ne potessero più delle
condizioni di lavoro a cui erano sottoposti, anche sotto i bombardamenti aerei, cosicché erano più che maturi per affrontare una diserzione di massa;
perciò invocavano l’intervento dei partigiani, altrimenti avrebbero tentato da soli e sarebbe stato per loro un macello.
Gino tutto accalorato esclamò forte: “Andiamo a liberarli subito, non possiamo più farli aspettare.” Anche Giobbe, Berto, Gracco ed io fummo
della stessa opinione, così in quella riunione di Comando di Brigata, studiammo  il piano da attuare il giorno dopo, mercoledì 14 giugno.
Le difficoltà si presentavano gravi; ma bisognava in tutti i modi superarle.
Soprattutto le batterie tedesche ci preoccupavano perché convergendo il fuoco sul luogo dove era accampato il battaglione avrebbero annientato
i genieri e noi partigiani.
Gracco (allora Capo di Stato Maggiore) disegnò più volte schizzi a lapis della zona, sulla carta topografica a 25.000 mettendo in rilievo punti
forti e punti deboli.
Ognuno cercò di portare il suo contributo, alla fine dopo ore di lavoro il piano era chiaro per tutti i componenti del Comando.
Decidemmo che il giorno dopo, mercoledì 14 giugno alle ore quattordici e trenta–quindici, nell’ora più calda, quando anche i tedeschi sarebbero
stati meno attenti, noi saremmo andati a liberare il 113° battaglione!
Quel martedì 13 giugno ci riserbò una gradita sorpresa. Nel primo pomeriggio Raspa, ufficiale addetto al comando, arrivò tutto trafelato al
Comando di Brigata dicendoci: “Vengo dal Poggio alla Croce dov’ero ad ascoltare i messaggi degli alleati, hanno detto chiaramente: ‘Rosina mangia
le ciliege’. Stanotte c’è il lancio, compagni!”
Giobbe, Berto, Gracco ed io ci guardammo felici, al che Raspa, credendo che non gli credessimo, continuò: “Ho sentito bene, questo è stato il
messaggio.” Certo che aveva sentito bene, Raspa, vecchio compagno, molto serio, preciso e anche pignolo.
Subito ci mettemmo a dare disposizioni ai CM e ai CP di Compagnia, per mobilitare le forze per ricevere il lancio: fare il triangolo rettangolo
con i lati di cento metri al centro delle coordinate. All’ultimo momento su ogni angolo del triangolo avremmo acceso un fuoco.
Eravamo a parlare con il contadino di Casa al Monte, compagno Leonello Venturi, per fare come sempre intorno al campo di lancio un semicerchio
di tregge tirate da buoi in modo da portar via dalla zona di lancio, paracadute e corde entro venti minuti.
I reparti tedeschi di pronto intervento, di solito impegnavano trentacinque minuti per arrivare sul posto.
Così, come dicevo, mentre parlavo con il contadino Leonello Venturi arrivò di corsa, tutto sudato, Gino, il quale mi disse: “Indovina in quanto
tempo ho fatto la salita dalla Cabina della Valdarno a qui?”
“In trenta minuti”, dissi io.
“No, in diciassette minuti, volevo portarvela io la notizia.”
“Se continui così, dopo la guerra ti faccio mandare alle olimpiadi!”
Gino fece una grossa risata dandomi  scherzosamente una manata sulla spalla, facendomela frizzare.
“Porca miseria Gino, ma tu al posto delle mani, hai delle pale.”
Ridendo Gino mi rispose: “Sono per difendere il mio CP!”
Ridemmo felici, il lancio alla vigilia della grossa azione del 113° Battaglione era non solo di buon auspicio, ma anche molto utile!
Il lancio, come da noi richiesto, sarebbe stato fatto nel solito posto, ovvero nei pressi di Casa al Monte, 752 m di quota, e più precisamente sui verdi prati, che degradavano verso ovest.
Le coordinate erano le solite:
Latitudine 43° 38’ 20’’
Longitudine 1° 3’ 50’’
La zona, come ho accennato, per quanto riguardava il lancio precedente era stata scelta perché aveva uno spazio utile di circa 1,5 km per 2
km, ed era contornata da colline sui 700 m di altezza, mentre i prati, dove sarebbero stati sganciati i paracadute, erano sui 600 m; ciò permetteva di tenere occultata al nemico la vista dei nostri segnali notturni di fuoco, che
erano visibili soltanto dall’alto.
Fin dalle ore diciannove e trenta avevamo effettuato il blocco di tutte le vie d’accesso sul Monte Scalari e zone circostanti.
Diverse pattuglie furono inviate in perlustrazione. Tutte le misure di  rigida sicurezza furono prese con molta attenzione e rigidità.
Partigiani erano pronti nella zona del lancio per la raccolta dei paracadute e dei contenitori metallici per caricarli sulle tregge; appena una treggia era piena e al massimo del peso, veniva inviata su Poggio Scani, 762 m, dove c’erano il Comando di Brigata e i magazzini.
Il lancio è sempre uno spettacolo di una commozione indescrivibile.
La formazione partigiana è tutta mobilitata e i contadini pure. Quella notte il primo rumore d’un aereo lo sentimmo intorno a mezzanotte
e cinquanta. Veniva dal S. Michele; Raspa e Nonno che mi erano vicini, mi dissero quasi in un bisbiglio: “Eccolo, questo è lui!”
L’aereo si avvicinò sempre di più, poi passò alla nostra sinistra, quasi sempre sopra a Figline e scomparve verso il Pratomagno.
Raspa quasi arrabbiato, mi disse tutto d’un fiato: “Ormai non vien più, se avesse voluto sganciare a quest’ora era già venuto!” Nonno per risposta
aggiunse: “L’altra volta è venuto alle ventidue, per me è stato abbattuto.”
Non risposi niente a nessuno pensando solo che questi compagni più anziani di me, avevano davvero poca pazienza.
Raspa mi domandò perché i contadini pregavano. Pregavano perché l’aereo arrivasse ed il personale dello stesso potesse tornare alle proprie case sano e salvo alla fine della guerra.
Alle ore una e trenta sentimmo il “ron ron” dell’aereo, dapprima lontano, poi sempre più vicino, gli uomini in silenzio e fermi da ore, stavano
lottando contro il freddo ed il sonno, sì, anche contro il freddo perché alle ore una e trenta di notte a 752 m, anche di giugno faceva freddo.
Questa volta l’aereo puntò proprio su di noi venendo da sud.
L’aereo fece tre giri intorno alla nostra zona, cercandoci; allora Gino ordinò che si accendessero i tre fuochi.
Accesi i fuochi, che con la loro luce rischiararono tutti quei grandi prati, l’aereo si dispose in rotta di lancio, passando sul triangolo dei fuochi, a poche decine di metri dal suolo.
Nel primo passaggio che fece nel senso della lunghezza del triangolo, sganciò sedici paracadute celesti, rossi e bianchi, che scesero dolcemente
a terra adagiandosi sull’erba dei prati. Al secondo passaggio sganciò altri sedici paracadute. Poi ripassò sul triangolo di fuoco ed il pilota ci
salutò sventolando un piccolo tricolore.
I partigiani tutti esultarono, l’Italia, la nostra patria ci salutava tutti, ora era come se non ci sentissimo più accerchiati, ci sentimmo per un po’ come gli assedianti di un nemico ormai battuto, al quale si doveva dare solo il colpo di grazia.
Dina, nipote del colono Leonello Venturi di Casa al Monte, da casa sua assistette a tutto il lancio e si divertì tanto. “Sai”, mi disse, “quei paracadute
mi sembravano balocchi fatti per i bambini.”
Tutto fu portato con le tregge contadine a Poggio Scani e accatastato di fianco alla capanna del Comando dove Vladimiro (che lavorava venti
ore al giorno) con un quaderno ed un lapis, aiutato da dei giovani partigiani, fece l’inventario.
Berto anche per gli sforzi di quella notte a malapena riuscì, sorretto dai suoi più vicini compagni, a far ritorno alla capanna Comando: un attacco appendicolare più forte dei soliti gli aveva tolto tutte le forze e lo faceva spasimare.
Quella notte il nostro Dr. Ventura (già capitano medico del RE, venuto su in montagna per stare con i partigiani) mi disse che Berto aveva
un’appendice tutta infiammata e che sarebbe stato necessario tenerlo per un certo tempo ventiquattr’ore su ventiquattro sotto borse di ghiaccio e poi operarlo.
“Gianni”, mi disse Ventura, “tu che hai tanti legami anche a Firenze, cerca di mandarlo in qualche ospedale altrimenti lo perdiamo. Tu sai che
nessuna casa ha del ghiaccio…” “Ventura, per il momento prescrivimi qualche medicinale, lo farò comprare da Giulio in qualche farmacia; nello
stesso tempo, mi metto in contatto con Firenze per fargli fare dei documenti falsi e ricoverarlo in un ospedale sicuro.”
Ventura, che era un meridionale tutto cuore, si commosse, mi abbracciò e paternamente mi disse: “Sei un caro ragazzo Gianni, sono sicuro
che riuscirai a salvarlo!”
“Noi due, Ventura”, risposi, “lo salveremo!”
Alle ore otto, in gran ritardo nei confronti degli altri giorni, fu data la sveglia, avevamo riposato soltanto quattro ore, ma quel giorno, mercoledì
14 giugno, c’erano molte cose da fare.
Il primo che mi venne incontro fu Vladimiro che lavorava per quattro, combatteva come un leone, era un ufficiale insostituibile per i rifornimenti
alimentari alla brigata insieme a Giulio, Zio e Apo.
Vladimiro mi lesse l’inventario della roba che ci avevano lanciato.
Come al solito ci avevano inviato molti pacchi di esplosivo; svariati pacchi di gelatina, di detonatori di tutte le specie, perfino quelli a sintonia,
tubi di dinamite e molto plastico C4, rotoli di miccia detonante e a lenta combustione, scatole di capsule da innesco, bombe a mano che noi chiamavamo
pine per la loro somiglianza, venticinque Sten, sette Bren e molte cassette di munizioni e caricatori per questi tipi di armi.
Trovammo pure pacchi di volantini da lasciare intorno agli accantonamenti tedeschi e molti volantini in italiano che davano istruzioni sui vari
modi di sabotare il nemico e di confezionare bombe incendiarie, fra cui la bomba Molotov.
Questa volta ci mandarono anche diverse scatole di viveri: farine alimentari, spezie, uova in polvere, latte condensato, sigarette e polvere per
disturbare l’odorato dei cani.
In più, diversi indumenti di lana, calzini, pullover e pantaloni.
Qualcuno osservò che non ci avevano mandato neanche un paio di scarpe, al che, il quartetto Nick, Giaguaro, Edo, Leopardo, dichiararono che se li avessimo mandati fuori al tramonto, sarebbero tornati con almeno un paio di stivali tedeschi ciascuno.
Giobbe rispose che nel pomeriggio saremmo andati tutti all’azione, quindi stessero tranquilli a riposarsi!
Quella volta Gino e Giobbe mi obbligarono a mettermi un paio di pantaloni nuovi ed un pullover. “Non puoi rimanere così”, mi disse Gino, “sembri uno spaventapasseri! Ti casca tutto a pezzi.”
Avevano ragione, perciò accettai.
Finalmente arrivammo a quel benedetto mercoledì 14 giugno.
Verso le ore quindici mentre ero a sedere in terra appoggiato ad un grosso albero e sonnecchiavo, Giobbe tutto ripiegato in due, mi raggiunse
dicendomi: “Gianni, avevo detto che come CP, a questa azione andavo io, m’è venuta una colica di fegato, non ce la faccio a stare in piedi, bisogna
che vada tu al posto mio come CP, capisci, non si può mandare Gino da solo.”
“Va bene”, risposi. Presi il samurai, le armi dalla nostra capanna e cominciai ad armarmi. Lella, CP della II Compagnia, mi chiamava scherzosamente
“Armeria Gianni”. Le quindici e trenta erano vicine e così dissi: “Tu Giobbe sdraiati nella capanna, ti faccio mandare il Dr. Ventura con
qualche calmante.”
“Sì, sì grazie”, mi disse, ed entrò a fatica nella capanna Comando.
A tutta la scena aveva assistito Ugo, il quale mi disse, quasi in tono minaccioso: “Gianni, posso venire con te?”
“Ugo, ti vorrei, ti voglio volentieri, però ripensaci, è un’azione pericolosa, è da troppo tempo che si trascina avanti, non lo so più se faremo una sorpresa… capisci, ci devo andare, tu però puoi farne a meno.”
Ugo mi strinse un braccio dicendomi: “Se c’è il pericolo lo affronteremo insieme!”
Alle ore quindici e venti a fianco di Gino e Ugo alla testa del distaccamento di Moro e di Bafforado partimmo per l’azione del 113° Battaglione.
Gruppo di partigiani della Brigata Sinigaglia.
I due distaccamenti rappresentavano la I e la II Compagnia.
Gino era euforico e ogni tanto esclamava ad alta voce: “Ci aspettano al buio di notte e noi li affrontiamo di giorno, alla luce del sole, perché siamo dei partigiani!
“Questo è il nostro cavallo di Troia, arriviamo quando non ci aspettano.
Questo è perché abbiamo i migliori CP del mondo!”
Mi toccò ad intervenire dicendo: “Gino con codesto vocione ti sentono anche a Firenze e qua il cavallo di Troia ce lo fanno loro.”
Si mise a ridere e me la cavai con una sua zampata di affetto su una spalla.
Alle ore diciassette, in silenzio, muovendo come gatti, con tante frasche addosso, eravamo davanti, dietro e ai fianchi del 113° Battaglione.
Moro neutralizzò subito due sentinelle tedesche, legandole e mettendole provvisoriamente dentro una specie di cassa per poi portarli come prigionieri al nostro campo.
I due sergenti del Battaglione con i quali da tempo ci mantenevamo in contatto, ci dissero che tutti ci aspettavano per essere finalmente liberi.
Una nostra mitraglia pesante fu piazzata sulla strada per impedire che i tedeschi arrivassero a portare aiuto a chi non lo voleva.
 
Altri posti di blocco furono fatti con postazioni di Bren, che con il loro fuoco battevano tutte le strade anche campestri che portavano fino a lì.
La linea telefonica venne tagliata. Sempre nella linea esterna del Battaglione, intorno ad un tavolino, in maniche di camicia, furono trovati tre soldati tedeschi che giocavano a carte, furono catturati e, insieme agli altri due prigionieri catturati dal Moro, furono mandati al nostro comando.
Piano piano e in silenzio arrivammo quasi a toccare le tende dove c’erano quei giovani che stavano attendendoci, minuto per minuto col cuore sospeso.
Ogni partigiano sapeva qual era il suo compito. Ogni CM e CP di squadra e di distaccamento aveva con i suoi uomini un compito assegnato.
Il Battaglione era tutto attendato, compresi gli ufficiali, poi c’era in muratura la cabina telefonica che venne da noi bloccata, prima ancora di
attaccare il Battaglione. Sempre in muratura la sede del Comando con gli uffici e la cassaforte con i documenti segreti.
In un batter d’occhio gli uomini della Sinigaglia scomparvero in più direzioni, con le armi in posizione di sparo.
Ero fiero dei miei compagni.
Marco con la sua squadra, con a fianco i sovietici Nikita ed Ivan avanzò al centro piombando sulle cucine e i magazzini.
Allora Gino dette il segnale d’attacco e tutti, non più silenziosi fummo dentro l’ingranaggio del Battaglione.
Le mitraglie che dovevano sparare su di noi furono neutralizzate. Marco, legato un grosso canapo ad un cavallo da tiro, buttò giù tutte le tende tra un vocio festoso dei soldati che si vedevano liberare.
Avanzando ancora al centro, Marco ed i suoi compagni, raggiunsero la villetta del Comando dove trovarono dieci ufficiali che furono fatti prigionieri.
Del maggiore tedesco nessuna traccia. Un maggiore tra i dieci ufficiali c’era, ma era italiano.
L’azione, come avevamo concordato, dato il pericolo delle batterie tedesche (cinque di cinque cannoni ciascuna), doveva svolgersi in cinque
minuti, ma in quattro minuti avevamo fatto già cinquecentocinquanta prigionieri, una settantina aveva preferito tentare di tornare alle proprie case, altrimenti sarebbero stati seicentoventi.
I soldati e i sottufficiali volontariamente nostri prigionieri completarono il disfacimento delle tende, le arrotolarono e cominciarono a caricarle
sulle carrette tirate da cavalli.
Ciccio e Bafforado con un gruppo di partigiani saliti fin dall’inizio alla sinistra del poggiolo che guarda l’accampamento, sorpresero un gruppo di soldati italiani comandati da due ufficiali che con una mitragliatrice pesante Fiat avevano il compito di impedire l’accesso all’accampamento e di sventare ogni possibile attacco da parte delle forze partigiane.
Mentre i soldati si arresero con gioia, i due ufficiali tentarono di opporre resistenza, però il deciso contegno di Ciccio e Bafforado li costrinse alla resa.
Tre sottufficiali tedeschi di quelli che stavano vicino alla villetta del Comando, credendo fosse giunto il momento buono, tentarono la fuga, ma alcune raffiche di Sten li stesero a terra per sempre.
Un altro sottufficiale tedesco che era riuscito a fuggire e a raggiungere una postazione di mitragliatrici antiaeree, fu inseguito da Moro e freddato sul posto.
Le mitraglie furono messe fuori uso. Stecca, che insieme ad un suo compagno di squadra era alla postazione del Bren che controllava la strada che veniva da Incisa, vide venire verso di noi una camionetta con quattro tedeschi a bordo; quindi aprì il fuoco.
La camionetta si fermò e un paio di tedeschi furono gravemente colpiti.
Un altro partigiano, nel frattempo, passando tra il grano e la vegetazione che fiancheggia la strada, arrivato all’altezza della camionetta, aprì il fuoco con il suo Sten, colpendo in pieno il tedesco che stava a fianco dell’autista.
Quest’ultimo leggermente ferito, riuscì a girare la camionetta e a portare via il suo carico di morti e feriti.
Purtroppo l’allarme era ormai dato. Intanto tutti i soldati, sottufficiali e ufficiali furono incolonnati e portati via come se fossero nostri prigionieri.
Diciotto cavalli con relative carrette furono a loro volta incolonnati.
Sulle carrette, oltre ai teli da tenda con relativi picchetti, furono caricati venti fucili modello ’91, quindici pistole Beretta, cinque fucili Mauser, due machine–pistol e due cassette di munizioni calibro 6.5, una cassa di bombe OTO, settanta coperte da campo, centoventi gavette e altrettanti gavettini, centotrenta borracce, sessanta cappotti, quattro marmitte da campo, un centinaio di scatole di burro e margarina, molte decine di kg di pane, due mitragliatrici Breda 37, una mitragliatrice Fiat e venti pale.
Purtroppo le armi erano poche perché come ho detto, specie i reparti del Genio venivano tenuti quasi disarmati, li rifornivano solo di arnesi per
lavorare.
Ci incamminammo sulla via del ritorno al campo, con quella grossa colonna di soldati e carrette militari, scortati in testa, sui fianchi e in retroguardia dai partigiani.
Sulla via del ritorno, un reparto tedesco ci seguì per un buon tratto di strada, perché Vipera non contento di avere bloccato la cabina telefonica,
volle recuperare anche il filo del telefono che andava (lui non lo capì) fino al reparto della contraerea tedesca; così lui, seguendo il filo, arrivò all’altezza della sentinella tedesca, che stava a mezza costa del colle, e questa gli sparò senza colpirlo.
Vipera tranquillo rispose al fuoco e uccise la sentinella, poi si mise a sedere si tolse i suoi scarponi sfondati e si mise gli stivaloni del tedesco.
La sparatoria tra il tedesco e Vipera dette  l’allarme ed ecco che un reparto tedesco ci seguì a distanza.
Non ho capito ancora perché non ci spararono con le mitraglie ed i cannoni della Flak. Questo proprio non me lo so spiegare.
Ad un certo punto con Gino, Ugo ed un gruppo di partigiani, il reparto di Lella e Bastiano, ci fermammo a mezza costa, facendo andare avanti tutti gli altri, per attaccare di sorpresa quel reparto tedesco che ci inseguiva, ma questo, prima di giungere alla nostra altezza, tornò indietro urlando forte grosse bestemmie.
Noi raggiungemmo la nostra grossa e lunga colonna.
In una breve sosta Gino, Ugo ed io parlammo ai genieri, specificando loro, che chi desiderava fare ritorno alle proprie case, poteva farlo liberamente,
chi invece avesse desiderato far parte della Brigata partigiana avrebbe dovuto imporsi tutti i sacrifici, i pericoli e le rinunzie che quella dura vita comportava.
Gran parte dei soldati e dei sottufficiali preferì far ritorno alle proprie famiglie, oppure avvicinarsi a queste, gli altri, un’ottantina fra soldati e sottufficiali, che prima di allora non avevano avuto la possibilità di farlo, aderirono con entusiasmo alla formazione partigiana per combattere insieme
ai garibaldini, per l’indipendenza nazionale, la libertà per tutti i popoli oppressi, per la democrazia.
Gli ufficiali italiani, ovviamente disarmati, furono rilasciati liberi, dopo esser stati diffidati a non ripresentarsi più alle autorità nazifasciste.
Due di essi chiesero ed ottennero di rimanere con noi.
In quel luogo fummo raggiunti da Giobbe semisdraiato su una treggia, che volle aggiungere sue appropriate argomentazioni.
Il grosso bottino e i prigionieri tedeschi che avevamo fatto portare fin lì (a mezza strada dall’accampamento) vennero scortati dai partigiani e dalle giovani reclute.
Marco sul carretto di testa mi gridò: “O Gianni ricordati di me,  eh, domani…”
Lo guardai sorridendo. Marco aveva bisogno di un paio di scarponi,
poiché aveva i propri ridotti male e aveva già adocchiato un tedesco che portava un paio di stivali della sua misura.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, aveva gli scarponi.
Il ritorno al campo fu così una vera festa: diciotto carrette militari tirate da cavalli in fila indiana facevano una grossa impressione, così pure ottanta giovani reclute.
Il bottino poi apparve enorme. L’azione era riuscita benissimo. Il battaglione del Genio che riparava i binari della ferrovia colpiti dai bombardamenti era stato sciolto, non esisteva più.
Da parte nostra non avevamo avuto nessuna perdita e nessun ferito.
Poche ore dopo il nostro ritorno al campo, Vladimiro, instancabile come sempre, aveva già fatto l’inventario della roba conquistata fra cui i
diciotto cavalli che il VCP Nonno, con entusiasmo giovanile, volle vedere uno per uno minuziosamente.
L’esame fu di suo gradimento, perché sputando con forza com’era
sua abitudine, disse forte fra sé e sé, con una strana luce negli occhi: “Porco mondo, che bestie! Mi verrebbe una voglia di fare una bella galoppata,
come quando ero giovane…”, e riprese immediatamente il suo aspetto serio poiché si era accorto, che dei giovani partigiani, lo stavano osservando con aria molto maliziosa.
Quella notte riposai male perché ero andato a dormire con il pensiero di come potevo risolvere il problema dei diciotto cavalli.
Erano utili nella nostra formazione, ma bisognava curarli e mantenerli bene.
Ci voleva una persona che se ne intendesse e li seguisse con cura.
Poi andava organizzato un rifornimento di mangime, il fieno ad esempio, la biada e cose del genere.
Al mattino chi mi tolse da quelle preoccupazioni, fu il CP di distaccamento Saturno, il quale mi sottolineò il fatto che il russo Jufren quando
si tornava al campo con quella colonna di cavalli, visto che quello bianco scalciava e non voleva più andare avanti, gli parlò in un orecchio e gli accarezzò la pancia; subito il cavallo tornò tranquillo.
Porca miseria, chiamiamo Jufren e il suo CP Ivan.
Arrivati il vecchio Jufren e Ivan, spiegai la cosa ad Ivan che tradusse in russo ciò che a nome della brigata volevo. Ivan mi disse che il vecchio Jufren accettava con piacere perché aveva passato una vita fra i cavalli, pertanto chiese il permesso per fare un recinto coperto con i teli da tenda. Chiese inoltre il permesso di avere l’aiuto dei due russi che erano sempre con lui e come doveva fare per il fieno; per quanto riguarda il cavallo bianco lo aveva già purgato con erba colta da lui all’alba.
Ringraziai Jufren dicendo che tutto quanto aveva chiesto era stato accettato.
Per quanto riguardava il mangime lo avremmo fatto trovare dallo Zio e da Giulio che conoscevano tutta la zona.
Quando Ivan ebbe terminato la traduzione, Jufren venne avanti e abbracciò in una stretta forte Saturno e me.
“Ma quanti anni ha?”, mi domandò Saturno. “Lo sa solo lui”, risposi, “una volta mi ha detto settant’anni, un’altra volta settantasei.”
In quella giornata di mercoledì 14 giugno, mentre noi con i distaccamenti della I e II Compagnia, liberammo il 113° Battaglione, la nostra III
Compagnia fece saltare tre tralicci della linea elettrica industriale Terni–Castelnuovo dei Sabbioni.
Questa azione, svolta con perizia e oculatezza politica, provocò per molti giorni la sospensione di ogni attività alla “Società Mineraria Valdarno”.
I tedeschi che erano lì a controllare la produzione pretendendo che fosse sempre più alta, di fronte a quella sospensione di lavoro per l’azione fatta dai partigiani avevano la bava alla bocca e urlavano come cani.
Sempre quel mercoledì 14 giugno, un distaccamento della IV Compagnia presso Arone attaccò un camion tedesco: i cinque nazisti si arresero e vennero catturati, il camion venne dato alle fiamme. I cinque prigionieri sotto scorta vennero portati al Comando di Brigata.
Quella mattina di giovedì 15 giugno, al Comando di Brigata, avevamo da interrogare i prigionieri tedeschi, sia quelli che avevamo catturato nell’azione del 113° Battaglione, che quelli inviatici dalla nostra III e IV Compagnia.
Interprete Giovanni, CM dei sovietici.
I soldati tedeschi quando non erano prigionieri, non parlavano come esseri umani, ma gridavano sempre in modo innaturale, sempre come ossessi.
Velocemente, altezzosamente, forte, in tono di comando.
In questo si assomigliavano tutti, come tanti automi, ai quali era stato inserito un uguale nastro magnetico, inciso da un isterico pazzo furioso.
Anche nel parlare, il nazismo, aveva tolto loro ogni aspetto umano.
Quella mattina incominciammo gli interrogatori dei prigionieri, con quello più basso di statura, tozzo, la giacca strappata, lasciava intravedere un petto villoso.
Guardava tutti di sottecchi, poi quando Giovanni gli chiese in tedesco a che reparto apparteneva, dove venivano nascosti i camion durante il giorno, dove erano nascosti i depositi di benzina, scattò come un ossesso e in tedesco rispose che lui non rispondeva a dei banditi.
Gridò con quanto fiato aveva in gola che la facessimo finita, tanto l’esercito tedesco ci avrebbe sterminati tutti come pidocchi. Il Führer e la
Germania nazista avrebbero dominato il mondo per sempre!
Giovanni con calma tradusse tutto. Dissi a Giovanni: “Digli che il CP ha detto che se aggiunge una parola in più agli insulti fin qui fatti, lo fuciliamo subito e lo mettiamo con gli altri cento conquistatori del mondo che abbiamo fucilato in questi ultimi due mesi.”
Quel fetente, che non aveva mai detto una parola in italiano, conosceva alla perfezione la nostra lingua, perché mi guardò bianco in volto e poi, scattando sull’attenti, dichiarò forte in italiano: “Non sono un nazista, non potete fucilarmi.” “Perché?”, risposi io, “lo proibisce il Führer?” “No,
la legge di guerra, la Convenzione di Ginevra, II Comma. Non sono volontario, sono richiamato, ho la mamma, la moglie e due piccoli figli.”
“Allora”, disse Giobbe, “segna sulla carta topografica dove tenete nascoste le colonne di camion che di giorno tenete fermi e di notte fate
viaggiare; dove nascondete i fusti di carburante per i vostri carri armati.”
Rimase fermo un istante, poi chinandosi sulla carta topografica che
Giovanni aveva steso in terra, cominciò a parlare e indicare dei luoghi che noi conoscevamo e quindi era chiaro che mentiva. Un’occhiata a un partigiano che in piedi seguiva l’interrogatorio, questi con fare tranquillo si allontanò di pochi metri ed inviò varie staffette a controllare quei luoghi.
Dopo di lui continuammo gli altri interrogatori, fatti da parte nostra con calma, serenità e con tutte le forme della più ampia legalità.
Cercavamo di capire la loro rudimentale psicologia, se in loro era rimasta qualche briciola di umanità, se ce n’era almeno uno da salvare.
Uno tutto d’un tratto ci disse: “Ci hanno detto che voi torturate i prigionieri e poi li castrate.” Questi era un sottufficiale appena catturato e non aveva fatto a tempo a strapparsi tutti i nastrini delle campagne di guerra e i nastrini delle decorazioni, che lo indicavano come un veterano pluridecorato.
Era stato catturato la mattina presto dalla IV Compagnia che ce lo aveva inviato sotto scorta.
Per colpirlo nel vivo Gracco, Gino, Giobbe e Nonno gli domandarono se non si sentiva colpito nel suo orgoglio militare ad uccidere donne e bambini.
Lui di botto rispose che non si vergognava, ma se ne vantava perché erano Ebrei. Lo interruppe Giobbe dicendogli che avevano distrutto interi
paesi, avevano ucciso donne, vecchi, bambini e i parroci e lì non c’erano ebrei. “Erano comunisti, nemici di tutta l’umanità”, rispose in tedesco.
L’ultimo tedesco che quella mattina interrogammo, sembrava un uomo della nostra nobiltà, fine nei gesti, educato, parlava un italiano perfetto.
Era vestito da soldato semplice, ma tutto in lui denotava l’ufficiale elevato della Wehrmacht.
Avevamo notato che appena si era messo una sigaretta in bocca, tre prigionieri più vicini avevano fatto a gara per accenderla.
Appena iniziammo ad interrogarlo, rispose francamente, come se parlasse di cose distanti, distaccate da lui, che non aveva nessun libretto
personale e pur dicendo di averlo smarrito, fece intendere che lo aveva distrutto.
Non chiese pietà, non disse niente. Finito l’interrogatorio, salutò scattando sull’attenti, e tornando sui suoi passi rivolgendosi a me disse:
“Siete un CP vero? In Russia ce n’erano tanti di CP ottimi combattenti!
Dove avete ricevuto la vostra istruzione militare, a Mosca vero?”
“No, da voi, studiando i vostri difetti e le vostre lacune.”
“Volete scherzare, ci avete battuto per abilità signori, complimenti!”
Così quella mattina tutti i tedeschi fatti prigionieri e interrogati furono fucilati, dopo avergli tolto giacca, pantaloni e stivali, che servivano a noi.
Li mettemmo nel loro cimitero, lì vicino al campo, in fosse personali. I becchini erano due: Marcello e Picche, i quali dicevano sempre che, più fosse facevano, meno guai avrebbe avuto il popolo!
L’eco delle vittoriose azioni partigiane del giugno 1944, intensificò l’afflusso di nuovi volontari che venivano accompagnati alle basi partigiane
da staffette della Delegazione delle brigate d’Assalto Garibaldi o da staffette del CTLN (Comitato Toscano di Liberazione Nazionale), di contro a tutto ciò, era più che naturale aspettarsi che anche il Comando nazista avrebbe preso le sue misure, per liberarsi di quei “ribelli”, che lo colpivano nelle vie più delicate del suo apparato militare.
Non si deve dimenticare, ad esempio, che dopo l’azione fatta il 9 giugno, dalla nostra IV Compagnia che portò alla cattura nei pressi di Meleto dell’auto del Quartier Generale della divisione Hermann Goering, piena di importantissimi segreti militari e di una stazione radiofonica in piena efficienza, sui quotidiani del giorno dopo, e con manifesti murali, il “Comando
germanico” comunicò che era stata posta una taglia di 500.000 lire da pagarsi a chi farà catturare qualche partigiano o farà rintracciare l’auto.
Da 1000 lire e un chilo di sale, eravamo saliti a mezzo milione di quei tempi, che era una grossissima cifra.
Questo ci faceva capire che il “Quartier Generale tedesco”, era esasperato e quindi sarebbe ricorso ad ogni mezzo per farcela pagare!
Berto ed io nel Comando di Brigata chiedemmo a Gino e Giobbe di rafforzare e raddoppiare tutti i servizi di sentinella specie a Pian d’Albero dove nel fienile c’erano quei giovani disarmati, in attesa che fossero finite le capanne ed essere armati via via con le armi che noi strappavamo al nemico.
Fare pattuglie diurne e notturne; controllare ancora una volta uno per uno i volontari che da Firenze ed altre località ci avevano inviato, perché
anche fra loro poteva nascondersi una spia, bramosa della grande posta messa in gioco di mezzo milione di lire.
Gino e Giobbe concordarono con le nostre proposte e s’incamminarono sotto un diluvio d’acqua per andare a Pian d’Albero.
Purtroppo al loro ritorno all’accampamento non poterono portare nessuno perché le nostre capanne erano piene all’inverosimile.
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