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Carlo Greppi – La Resistenza in Toscana

La Resistenza in Toscana

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Alla Resistenza, alla Guerra di Liberazione, vanno assegnati a pieno titolo, non solo i martiri della Divisione Aqui a Cefalonia ed a Corfù (9600 uomini); i superstiti delle Divisioni Venezia e Taurinense che si unirono ai partigiani in Jugoslavia, insieme ai soldati di altre Divisioni; i caduti del Corpo Italiano di Liberazione: 77.456 dell’esercito, 10.984 della marina, 2.669 dell’aeronautica, ma gli oltre 600.000 prigionieri internati nei lager hitleriani del III Reich, che seppero dire NO! alla lusinga di rientrare in Italia a combattere, al soldo ed al servizio dei nazisti, contro i loro fratelli partigiani.

Dunque la Resistenza non è stata quell’esiguo movimento armato, come spesso si vuol far credere, ma quel vasto movimento che ha unito militari, prigionieri, mezzadri e lavoratori, donne,  giovani, nelle città e nelle campagne italiane. Un movimento fatto da milioni di persone, un grande movimento che ribalta il concetto frequentemente attribuito alla Resistenza di “secondo risorgimento”, in quanto, il Risorgimento, fu un moto diretto da piccole elitès cospirative e attuato da piccole bande in armi, mentre la Resistenza vide per la prima volta nella storia d’Italia affacciarsi sul teatro della lotta grandi masse popolari.

Soltanto in Toscana i partigiani combattenti ammontano a 16.604 (di cui 2.089 sono i caduti e 1.251 gli invalidi o mutilati). Molte le Medaglie d’Oro e d’Argento e le decorazioni al Valor Militare. Non è facile estrapolare da questa imponente massa di cifre, i nomi dei partigiani sardi combattenti, dei morti e dei feriti. Ad oggi una ripartizione di questo tipo non è ancora disponibile.

Mancano inoltre pubblicazioni esaustive sull’ampiezza della “Resistenza civile”, sul numero dei toscani internati nei Lager, dei patrioti e dei fiancheggiatori; né esiste una analisi del tempo di appartenenza alle varie Brigate, né sul ruolo delle donne, né biografie aggiornate dei decorati, né mappe dei luoghi delle sepolture, dei campi d’internamento fascisti, per oppositori politici ed ebrei, ecc. ecc. per le undici province toscane ed i quasi trecento comuni della Regione.

E’ perciò impossibile adesso delineare l’entità della presenza e del contributo dato dai

“sardi” alla Resistenza in Toscana, a partire dall’8 settembre 1943 fino alla data della Liberazione (estate 1944 al di quà della Linea Gotica); 27 aprile 1945 per le province di Lucca e di Massa.

Julius Fucik, martire della Resistenza europea, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943, scrive nella sua ultima opera “Scritto sotto la forca”:…vi chiedo una cosa sola se sopravviverete a quest’epoca, non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi…Erano persone con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo tra gli ultimi non era meno grande del primo, il cui nome resterà”.

A queste nobili parole ed a quelle del fregio latino scolpito sul cippo che a Castelnuovo di Val di Cecina ricorda i 77 minatori assassinati dai fascisti italiani della RSI al servizio degli ufficiali nazisti: LOCA SIGNIFICO NOMINA DECLARO VIVENTIUM FUTURORUMQUE PIETATI SACRATA HOS DIGNE COLITO QUOS HOSTIS SEVE NECAVIT (Io indico il luogo e rendo noti i nomi consacrandoli alla pietà dei viventi e dei posteri, tu onora degnamente costoro che il nemico crudelmente uccise), mi sono in parte ispirato nel raccogliere le storie dei partigiani Gallistru, Piredda e Vargiu.

Di altri partigiani sardi in Toscana ho finora reperito vaghe notizie, oltre a quelle pubblicate da Dario Porcheddu,5 i cui nominativi riporto in appendice, di: Enzo Pes, di Cagliari, componente la Formazione “Marcello Garosi”, Giuseppe Furiesi, di Alghero, componente della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, ucciso il 18 maggio 1944; di Giuseppe Porcu, “Amsicora”, di Cagliari e di Adelmo Cerru, “Annibale”, componenti la 1^ Compagnia della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, e Isio Pinna della Brigata “Gramsci”, ucciso a Sassofortino (GR) il 17 giugno 1944 insieme a tre compagni partigiani.

Quindi non ho raccolto elementi significativi per poter affrontare il tema della presenza dei sardi nella Resistenza in Toscana. Ma tuttavia, i tre esempi sui quali mi soffermerò, offrono l’archetipo per moltissime storie.

Come è stato più volte affermato, la spinta principale nel rifiutare l’arruolamento nella RSI e, al contrario, nell’aderire alle formazioni partigiane, si deve ricercare nell’attaccamento ai valori militari, nella necessità di riconquistare l’onore perduto dalla Patria a seguito delle infami aggressioni ai popoli liberi dell’Europa, alla volontà di ridisegnare i destini d’Italia e della Sardegna. Tali motivazioni furono alla base di moltissime vicende individuali, di piccoli e grandi eroismi, come quelli compiuti dai tre partigiani: Alfredo Gallistru, Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Il mio racconto inizia con un cippo seminascosto tra l’erba sulla scarpata di una strada campestre che dal paese di Castelnuovo s’inerpica verso il Monte rivestito dal grande bosco di castagni, che dall’alto dei suoi quasi 900 metri lo sovrasta. Sul cippo la scritta: “A mezzogiorno del 14 giugno 1944 la polizia nazi-fascista fucilava qui tre ignoti partigiani” I tre partigiani erano: Francesco Piredda, Vittorio Vargiu e il loro compagno, il nobile Franco Stucchi-Prinetti. Il  Marchese Gianluca Spinola fu assassinato lo stesso giorno nella cella di sicurezza della Caserma dei carabinieri, probabilmente dal tenente delle SS Emil Block.

Io ho conosciuto i loro nomi quasi vent’anni dopo l’uccisione, nel 1963, allorché il Sindaco di Castelnuovo mi fece eseguire una attenta ricerca su tutti i partigiani uccisi sul territorio comunale, per erigere una stele a loro memoria nel XX° anniversario della Resistenza. I loro nomi assommano a 90 e sono tutti incisi nel marmo posto nel centro del paese. Ma, nonostante aver individuato tutti questi nomi e le cause delle morti, nessuno ha mai pensato di sostituire il vecchio cippo con uno che riportasse i nomi ed i cognomi dei tre partigiani uccisi.

Alla sottovalutazione delle cosiddette “piccole morti” ha contribuito in larga misura l’eccidio dei minatori di Niccioleta che costò la vita ad 83 giovani lavoratori e la deportazione in Germania di 15 loro compagni. Si, perché perché l’eccidio, iniziato il 13 giugno 1944 nel villaggio minerario di Niccioleta (Massa Marittima) con l’uccisione di 6 minatori, il gruppo più politicizzato della Resistenza del villaggio che aveva organizzato turni di guardia armata alla miniera temendo la distruzione degli impianti da parte dei guastatori tedeschi ormai in ritirata, proseguì con la marcia della morte verso Castelnuovo di Val di Cecina, paese ubicato a nord a circa 24 chilometri distanza, di altri 150 minatori, dei quali 77 furono assassinati da militi italiani della RSI comandati da ufficiali tedeschi del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, un battaglione specializzato antiguerriglia, acquartierato in provincia di Arezzo, a Sansepolcro. Erano le ore 19 del 14 giugno 1944. Poche ore prima, a circa trecento metri di distanza, erano stati uccisi, in due luoghi diversi, Piredda, Vargiu, Stucchi Prinetti e il marchese Gianluca Spinola. Oggi  di questo eccidio, grazie agli atti processuali, all’apertura di importanti Archivi in Germania ed a recenti studi storici, sappiamo praticamente tutto. Questo tragico evento è stato uno dei più emblematici d’Italia, anche se dei meno noti, in quanto, benché quasi obliato dalle “celebrazioni” nazionali, ha contribuito a nascondere, fino a far dimenticare, il destino di altre vittime partigiane, le cui vicende, qualitativamente, hanno un valore simbolico forse più alto.

La gente di Castelnuovo di Val di Cecina partecipò con slancio solidale e collettivo all’opera di rimozione degli 81 corpi, sfidando la presenza dei tedeschi e dei fascisti in ritirata, cercando di dare identità e sepoltura ai resti straziati. Ma se l’opera risultò più agevole per i 77 minatori, molti dei quali provvisti di documenti (gli assassini si erano infatti limitati ad asportare dai portafogli e dalle tasche dei minatori solo i pochi denari e qualche oggetto di valore), e, comunque, registrati sugli elenchi della miniera, risultò impossibile il riconoscimento per i quattro partigiani resi irriconoscibili nel corpo e privi di qualsiasi documento.

Perciò sulle quattro tombe fu posto un cartiglio con la scritta “Partigiano ignoto”. Soltanto nel 1947 furono riconosciuti i resti del marchese Spinola e di suo cugino, il nobil uomo Stucchi Prinetti e con loro, da sicure testimonianze, i due compagni sardi, i sottoproletari Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Considerato l’alto rango sociale degli Spinola e degli Stucchi Prinetti, i due corpi furono esumati e traslati nelle rispettive tombe di famiglia: il primo a Quiesa (Lu) ed il secondo al cimitero delle Porte Sante di San Miniato al Colle (Fi). Le poverissime condizioni economiche delle due famiglie dei partigiani sardi non permisero, in quel momento, il trasporto delle salme nei luoghi di origine: Nuoro ed Ulassai. Nonostante le antiche promesse di porre sulle loro tombe una lapide nominativa, ciò, probabilmente, non fu mai eseguito e i due partigiani sardi continuarono a rimanere sepolti sul margine destro del camposanto, proprio sul confine del riquadro contenente le tombe di dodici soldati tedeschi senza nome, caduti in combattimento sul territorio comunale.

A vent’anni dalla fine della guerra, dovendosi ingrandire il cimitero per erigere nuovi colombari, tutte queste sepolture furono esumate ed i resti collocati nell’ossario collettivo. Di Piredda e Vargiu rimasero dunque soltanto i nomi incisi nella stele, posta nel giardino comunale al centro di Castelnuovo. Dei soldati tedeschi ignoti non è invece rimasto nulla, nemmeno la memoria.

Come è noto, in Toscana, ma non solo in Toscana, s’è acceso negli anni a cavallo del XX secolo, un forte dibattito sul cosiddetto “armadio della vergogna”, quell’armadio praticamente inaccessibile, con le ante rivolte contro il muro, nel quale erano custoditi 695 incartamenti sulle “stragi” compiute dai nazi-fascisti in Italia. Finalmente alcuni fascicoli, tra i quali quello riguardante l’uccisione di oltre cinquecento abitanti del piccolo villaggio di Sant’Anna di Stazzema, sono nelle mani dei Procuratori militari che hanno avviato i processi contro i criminali ancora viventi, comminando le prime condanne, in quanto i “crimini” contro l’umanità non cadono mai in prescrizione. Tuttavia poco o nulla vi si trova che riguardi l’eccidio dei minatori di Niccioleta o le uccisioni, senza alcun processo, di altre decine di partigiani, né le sevizie sulle donne, ad esempio contro l’eroina della Resistenza, Norma Parenti, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, né sa qualcosa sulle fucilazioni di Spinola e dei suoi compagni e nemmeno sulla deportazione degli ebrei verso Fossoli ed Auschwitz dal Campo di Concentramento di Roccatederighi (Gr), ubicato proprio a pochi chilometri da Castelnuovo di Val di Cecina.

C’è però da dire che di almeno tre degli eccidi compiuti in Toscana da SS tedesche e militi delle Brigate Nere della RSI, i processi furono celebrati e le condanne emesse. Come siano andati a finire quei processi è intuibile nel clima di “guerra fredda” che si andava instaurando nel mondo e nel rinnovato patto di amicizia tra l’Italia clericale di Mario Scelba e Alcide De Gasperi e la Germania a maggioranza democristiana di Konrad Adenauer. Infatti, anziché perseguire i responsabili nazi-fascisti delle stragi e degli eccidi, si iniziarono i processi (ed ancora oggi non s’è finito!) contro i partigiani. Perciò non dovremo stupirci se alcuni responsabili accertati dell’uccisione degli 83 minatori, condannati a morte, pena condonata a 30 anni di reclusione, in realtà si trovarono in libertà dopo non più di 4 anni di blanda reclusione. Come sia andata a finire al Feldmaresciallo Kesserling, criminale di guerra, è altrettanto noto: è morto in libertà.

Ad onor del vero non mancavano gli uomini democratici, sia in Italia che in Germania: all’inizio degli anni ’60 la Magistratura di Gottingen riaprì il processo contro alcuni ufficiali nazisti del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, accusati di aver commesso crimini in Toscana. Furono chieste informazioni in Italia e in Toscana. Ma dall’Italia non arrivò la benché minima notizia. Il tenente Block, gli ufficiali Deneke e Burger, invitati a deporre fornirono  ripetutamente certificati di medici compiacenti attestanti la loro infermità…sono tutti morti in libertà senza aver mai varcato la soglia di un’aula giudiziaria. Ho potuto personalmente consultare in Archivi tedeschi, da pochi anni aperti ai ricercatori, la documentazione relativa e, purtroppo, questa è la sconcertante verità.

Castelnuovo di Val di Cecina è da oltre sessanta anni noto come un “comune rosso” e fortemente antifascista. Ogni anno, sin dal 1945, celebra, il 14 giugno, il ricordo dei 77 minatori di Niccioleta. Una via del capoluogo è dedicata ai Martiri della Niccioleta. Ma, come è forse inevitabile, il tempo corrompe ogni cosa, anche i ricordi più cari, mitiga le ferite più brucianti. Inoltre, nella celebrazione del 14 giugno si condensa tutto il pathos della popolazione, e dopo la commemorazione ognuno si sente in pace con la propria coscienza. Accadeva anche a me, negli anni in cui ero sindaco del Comune. Mandavo un’auto con i vigili a portare corone di alloro ai cippi degli altri caduti, nulla più. Un vuoto rituale che non si curava nemmeno di togliere le corone, ormai scheletrite, depositate negli anni precedenti!

Ma, nella primavera del 2000, una telefonata dalla Sardegna, da Nuoro, svegliò e turbò la mia coscienza assopita. La famiglia Piredda chiedeva i resti della salma di un congiunto, un partigiano, ucciso a Castelnuovo di Val di Cecina il 14 giugno 1944: Francesco Piredda. Presi tempo, qualche giorno, ricercai i documenti, ispezionai il cimitero, visionai i registri delle sepolture, rimaneva ben poco. Anzi, di visibile non rimaneva niente. Che fare? Fu un colpo di frusta che fece partire la mia ricerca, quella che ha dato i frutti de “La piccola banda di Ariano”, con le biografie di tutti gli eroici protagonisti: Gallistru, Piredda, Vargiu e dei loro numerosi compagni, caduti per un sogno di libertà e di amor patrio.

I fatti sono ormai noti, le ricerche quasi esaurite. Si possono ricapitolare in pochi righi: l’8 settembre 1943 il Marchese Gianluca Spinola, ufficiale della Cavalleria Motorizzata, si trovava a Firenze con i suoi due fidi soldati Piredda, sottotenente e Vargiu, attendente. Allo sbandamento dell’esercito e al subitaneo arrivo a Firenze dell’esercito tedesco, i tre ex militari si rifugiarono presso la fattoria di Selvapiana, in Val di Sieve, ad est di Firenze, dove abitava la famiglia della  moglie di Spinola, i Giuntini-Antinori. Da questa fattoria organizzarono la resistenza, forse mettendosi già in contatto con un ex tenente colonnello della loro Divisione, Vito Finazzo. Presero a compiere incursioni armate, con una autoblinda, lungo la strada aretina, esponendo in tal modo i familiari di Gianluca, tra i quali la moglie Luisa e la piccola figlia Franca, a gravi pericoli. Fu pertanto deciso di nascondere i due sardi, uno alla Tenuta di Ariano, presso Volterra, e l’altro da una famiglia amica nei pressi di S. Casciano Val di Pesa, gli Zerini. Spinola faceva la spola e teneva i collegamenti, avvalendosi della conoscenza diretta di Vito Finazzo entrato a far parte del Comitato Militare Toscano del CLN per il Partito Democratico Cristiano. A Spinola si era infine aggregato suo cugino, renitente alla leva della RSI, Franco Stucchi Prinetti, figlio dei proprietari della Fattoria Badia a Coltibuono, a Gaiole in Chianti.

Ci furono contatti con la XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia” che operava nell’area delle Colline Metallifere Toscane e del Volterrano e rapporti di collaborazione. Inoltre Piredda e Vargiu si recavano di tanto in tanto a Firenze presso il Comando clandestino della Resistenza per prendere e portare informazioni sull’attività delle Bande partigiane e sui movimenti dei soldati tedeschi. All’inizio della ritirata tedesca dal Sud della Toscana il transito sulle strade statali senesi, volterrane e fiorentine si fece intenso. All’inizio di giugno 1944 Spinola ricevette l’ordine di compiere azioni di sabotaggio ai ponti per ritardare la ritirata, onde esporre i soldati tedeschi ad azioni di guerriglia partigiana. Il 12 giugno, al calar della notte, i sei componenti della “piccola banda di Ariano”, agli ordini di Gianluca Spinola, si scontrarono con ingenti forze nemiche. Vi furono molti morti fra i tedeschi, compreso un ufficiale. Ma quattro dei sei partigiani furono catturati7. Interrogati opposero un impenetrabile silenzio. Dopo una simulazione di fucilazione furono rinchiusi nel tetro carcere di Volterra. Qui li confessò il cappellano, canonico Maurizio Cavallini, che, conoscendo la famiglia dello Spinola, registrò l’avvenimento nel suo diario di guerra. Purtroppo nulla poté dire del contenuto della confessione. Nella notte del 13 giugno i quattro prigionieri ed altri tre partigiani volterrani furono trasferiti verso una destinazione sconosciuta. Si trattava in realtà del paese di Castelnuovo di Val di Cecina, ubicato 38 chilometri a sud di Volterra, dove in quelle stesse ore stavano confluendo altri 150 prigionieri, tutti minatori del vicino villaggio di Niccioleta.

Il giorno seguente 81 uomini furono fucilati, 21 deportati e 3 ricondotti nel carcere di Volterra. Adesso è noto il motivo della concentrazione di tutti gli ostaggi a Castelnuovo e di compiere, proprio in questo luogo, l’eccidio. E’ stato infatti rinvenuto negli archivi militari tedeschi un telegramma che parla di 40 soldati germanici uccisi a Castelnuovo e di 800 partigiani in armi che avevano occupato il paese e la via di comunicazione tra il sud e il nord dell’area immediatamente interna alla costa tirrenica della Toscana. Era un falso telegramma, tuttavia da Berlino partì l’ordine al III Freiwilligen Bataillon “Italien”, di stanza a Sansepolcro, di spostarsi immediatamente in questo luogo per annientare i “banditen” e in tal modo dissuadere i partigiani e la popolazione dal compiere atti ostili ai tedeschi in ritirata.

Il 10 giugno 1944, all’alba, Castelnuovo si trovò accerchiato, tutte le case furono perquisite, gli uomini, alcune centinaia, raggruppati in una piazza sotto il tiro delle mitragliatrici. Ma di partigiani veri e propri nemmeno uno! Il giorno 10 giugno fu un giorno denso di avvenimenti che spostarono l’attenzione dei tedeschi verso Monterotondo Marittimo e l’area mineraria del massetano. E proprio a seguito di una battaglia tra tedeschi e partigiani della III Brigata Garibaldi “Banda Camicia Rossa”, cadrà eroicamente, insieme a quattro compagni, il capitano Alfredo Gallistru, nato a Ruinas, in Sardegna, Medaglia d’Argento al valor militare alla memoria. Di tutti i prigionieri di Castelnuovo soltanto quattro furono deportati in Germania, mentre gli altri riuscirono a fuggire nei boschi circostanti il paese data l’esigua sorveglianza armata, poiché i militari si erano spostati a Monterotondo Marittimo distante una quindicina di chilometri.

Ma a Castelnuovo doveva compiersi la vendetta tedesca, perciò il 14 giugno 1944 furono uccisi i minatori rastrellati a Niccioleta ed i partigiani già detenuti nel carcere di Volterra, in tutto 81 uomini. Il tenente Emil Block, comandante le SS del III Freiwilligen Bataillon “Italien” fu poco dopo decorato insieme agli altri ufficiali tedeschi per questa azione. Catturato dagli americani nel Nord Italia, fu brevemente internato a Verona, poi liberato. 7 Si salvarono il fattore di Ariano, Bruno Cappelletti e uno studente universitario, Basilio Aruffo. La popolazione, sfidando i gravi pericoli del momento, trasferì gli 81 morti nel cimitero per l’identificazione e successivamente depose le salme in una fossa comune prima di seppellirle all’esterno, in un campo, dietro il muro sul lato della Cappella. Dopo circa due mesi iniziò il trasferimento delle salme a Massa Marittima ed ai paesi d’origine dei minatori, quasi tutti dell’area grossetana del Monte Amiata. A Castelnuovo rimasero quattro tombe di “partigiani ignoti” e di dodici soldati tedeschi, altrettanto ignoti. Finalmente, nel 1947, accurate indagini portarono all’identificazione dei quattro partigiani: erano, come sappiamo, Gianluca Spinola, Francesco Piredda, Franco Stucchi Prinetti e Vittorio Vargiu. Oggi una lapide posta all’interno del cimitero ricorda con semplici parole il loro coraggioso eroismo.

Nell’anno 2000, a 56 anni di distanza da quei tragici avvenimenti, ho avuto la fortuna di ritrovare parenti, familiari, amici, conoscenti dei componenti la “Piccola banda di Ariano”, che mi hanno aiutato a ricostruire le scarne biografie e, soprattutto, mi hanno regalato una sincera amicizia. Ormai l’episodio è entrato a pieno titolo nella storia toscana di quel 14 giugno e nelle commemorazioni, particolarmente di quelle solenni del 60° anniversario. A Massa Marittima, io  stesso, con le Autorità cittadine e con il presidente dell’ANPI di Grosseto senatore Torquato Fusi, ho sottolineato i valori della Resistenza che sfidano il tempo e che dovranno essere sempre presenti nell’impegno dell’uomo d’oggi: giustizia, libertà, solidarietà, federalismo europeo, lavoro, pace.

Scrisse in quegli anni lontani il partigiano della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, il giovane Carlo Cassola, allora membro del Partito d’Azione: “…la pace, cioè la vita, non sarà un valore, ma è senza dubbio l’indispensabile supporto di ogni cosa. Se sparissero gli uomini, infatti, che fine farebbero tutti i valori? Cari compagni, noi abbiamo fatto i partigiani e sappiamo cos’è la morte, dovremmo passare il resto della nostra esistenza ad evitare che il mondo sparisca e che i giovani non abbiano un futuro. Salviamo per loro ciò per cui abbiamo combattuto. Restiamo partigiani, ma partigiani per la vita e per la pace”.

pagine tratte dal libro di Carlo Groppi

Se tu vieni quassù tra le rocce…

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Maurizio Orrù – un Partigiano sardo in Continente

Un partigiano sardo in Continente
Maurizio Orrù
La storia di Pinuccio Tinti, di Monserrato in provincia di Cagliari, combattente della Brigata Mameli nel territorio tra il Valdarno e il Casentino
Guai a dimenticare il passato. Le associazioni antifasciste e resistenziali devono scrivere la Storia senza retorica e senza enfasi. È necessario riappropriarsi della Storia contemporanea italiana, dei suoi personaggi e dei fatti che sono entrati prepotentemente nella memoria collettiva. Partendo da questi saldi presupposti è utile e necessario ricordare attraverso la testimonianza di vita vissuta “i percorsi resistenziali” dei tanti uomini e donne che hanno contribuito in maniera significativa e determinante alla nascita della nostra democrazia. Non ci fu in Sardegna l’attività partigiana per ragioni geografiche, ma per ragioni politiche e militari. Nell’isola non ci fu l’esperienza triste e drammatica contro il nazifascismo che imperversava nel Nord Italia. Ma i sardi hanno contribuito attivamente nelle file della Resistenza italiana e all’estero. In ogni brigata partigiana c’era la presenza degli isolani. La presenza dei sardi nella Resistenza è rappresentata soprattutto dai militari che dopo l’otto settembre 1943, o perché sbandati, o perché bloccati per le oggettive difficoltà di trasporto e di comunicazione con l’isola, si trovavano ad alimentare e contribuire alla formazione delle prime bande partigiane. Molti i sardi coinvolti nelle bande partigiane. «I soldati che nel settembre scorso – scrive Giaime Pintor- traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra e di fatiche. Erano un popolo vinto; ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti (…)».
Molti i sardi nelle bande partigiane. A tal proposito, utile e doveroso menzionare la figura di Pinuccio Tinti (Monserrato, 8 settembre 1924, 24 agosto 2015). Facciamo un passo indietro. Pinuccio Tinti proveniva da una ricca e laboriosa famiglia contadina sarda. Anche Pinuccio fin dalla giovane età faceva l’agricoltore. All’età di diciotto anni, dopo le consuete visite mediche partiva come aviere di leva. Eravamo nel gennaio 1943. La prima destinazione militare di Pinuccio fu l’aeroporto militare di Firenze. Il periodo del servizio di leva, trascorreva, come prassi, con guardie armate ed esercitazioni. Firenze veniva bombardata dagli Alleati il 25 settembre 1943. In questa occasione ci furono un numero imprecisato di morti e di feriti.
 
Con l’armistizio avveniva un generale sbandamento, tanto che i militari restavano senza ordini e disposizioni. Questo stato d’animo d’incertezza gravava sull’intera popolazione italiana. Pinuccio Tinti, assieme ad altri commilitoni prendeva la strada delle montagne. Una fortuita coincidenza permise al gruppo dei militari di incontrare un capitano dell’Esercito di nome Rodolfo Chiosi. Questo ristretto gruppo di uomini, comandati dal Capitano Chiosi, costituiva la brigata partigiana Mameli. Col tempo la Brigata raggiungeva il numero di 240 partigiani. I compiti che perseguiva la Brigata Mameli erano molteplici: protezione e tutela della popolazione civile, riparazione dei caseggiati ed altre incombenze militari. Solo in seguito la Brigata Mameli, inquadrata nei “Volontari della Libertà”, riceveva ordini dal CLN che assegnava una precisa zona di operazioni. I vertici della Brigata erano costituiti dal Comando Brigata e dalla squadra Comando “Varo Falli” affidata a Pinuccio Tinti. La zona di competenza della “Mameli” era il vasto territorio tra il Valdarno e il Casentino, ovvero una zona caratterizzata da una imponente presenza partigiana, che il 15 agosto 1944 liberava con il supporto militare di alcuni reparti regolari inglesi il paese di Loro Ciuffenna (Arezzo). Molteplici gli episodi militari di cui furono protagonisti i partigiani della Brigata Mameli e le forze antagoniste nazifasciste. «(…) Cercavamo sempre – spiega Pinuccio Tinti – ove possibile, di non coinvolgere i civili ma, talvolta, in seguito a qualche nostra azione, ci sono state delle rappresaglie e molte persone hanno perso la vita. Bastava un semplice sospetto a scatenare la reazione dei nemici che portavano le vittime davanti a grandi alberi dove le impiccavano. (….) Sono orgoglioso della mia Brigata, perché il primo nucleo è partito, si può dire, dal nostro gruppo di otto sardi: ci siamo dati da fare in tutti i sensi e siamo sempre rimasti uniti (…)» (tratto dall’intervista rilasciata da Pinuccio Tinti in “Storia e Memoria”, Le scuole in Rete, Nuoro, 2003).
Importanti e degni della massima considerazione gli attestati che ebbe Pinuccio Tinti: “Partigiano Combattente” volontario della guerra di Liberazione, decorato con la Croce al merito di guerra e con la Medaglia di Benemerenza per i Volontari della seconda guerra mondiale. Inoltre il 27.12.1984 veniva conferita al partigiano sardo, l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana (su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Pinuccio Tinti rientrava in Sardegna il 26 ottobre 1944 con destinazione Elmas e, in seguito, il campo d’Aviazione di Monserrato; veniva congedato nel giugno del 1947.
Nel tempo, Pinuccio Tinti non ha mai lasciato gli ideali resistenziali, infatti per anni ha ricoperto il prestigioso incarico di Presidente della Federazione degli ex Combattenti e Reduci di Pirri (Ca) e membro del Direttivo Nazionale della stessa organizzazione. Anche l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) della Sardegna conferiva a Pinuccio Tinti la tessera onoraria. «(…) È un “testimone” importante che ci parla di coraggio, di coerenza, che ci racconta la storia di un ragazzo come noi che ha vissuto anni bui, ha avuto paura, ha tremato, ma che ha combattuto per consentirci di vivere in un mondo libero… anche se non proprio giusto con lui e con quanti hanno rischiato la vita o l’hanno persa per costruirlo (…)» (Storia Memoria”, cit.).
Maurizio Orrù, giornalista, Segretario regionale ANPPIA Sardegna

Lido Galletto – Vinca ha pagato col sangue Il suo posto nella storia

Lido Galletto
Vinca ha pagato col sangue
Il suo posto nella storia
 La “marcia della morte” di Walter Reder si inizia il 3 giugno ’44 da Forno di Lucca dove vengono passati per le armi 15 giovani renitenti alla leva; seguono la stessa sorte, sempre nello stesso giorno, 69 ostaggi uccisi sul greto del fiume Frigido. È solo l’inizio. In un crescendo di orrore, il ritiro delle truppe naziste dalla Linea Gotica semina morte: il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema (almeno 560 persone, in prevalenza donne, vecchi e bambini); il 18 agosto a Bardine di San Terenzio (53 civili al mattino e 107 nel pomeriggio, rastrellati in località Valla) e ancora fra il 24 e il 26 agosto Reder con il suo reparto arriva a Vinca. 174 i cittadini inermi trucidati. Il 24 agosto, a Vinca, organizzata dal Comune di Fivizzano, Medaglia d’Argento al V.M., si è ricordato il 60° anniversario dell’eccidio. Alla presenza di molte autorità  tra le quali il Sindaco di Fivizzano Rossetti, il sindaco di Vinca con gli assessori Colonnata, Bassi e Arcangeli e i consiglieri Marcelli e Porcelli, i sindaci di Carrara e Massa e di molti altri comuni lunigianesi – la commemorazione ufficiale è stata tenuta da Fabio Evangelisti presente anche Celso Battaglia, uno dei superstiti dell’efferata strage. Nel testo che segue Lido Galletto, il Comandante “Orti” racconta l’arrivo a Vinca nei giorni successivi alla strage.

 

Era quasi sera, quando improvvisamente Mario Ricci, preso da uno sgomento incontenibile si era precipitato verso Orti prendendogli le mani per premerle contro il suo petto sudato. Dal suo balbettio confuso, Orti non riusciva a capire. Il rude uomo con gli occhi arrossati, si esprimeva a scatti. Poi cominciò un pianto dirotto e portandosi entrambe le palme delle mani sugli occhi, si inginocchiò a terra sussultando con tutto il corpo. Raccontò che il giorno precedente era stato a Vinca e di quanto aveva visto. Poi trainò Dino sulla Tecchia, dal cui crinale ben si vedeva il calcinoso conglomerato urbano del paese di Vinca adagiato su un pianoro erboso nella valle opposta.
Si vedevano bene i muri delle case che si alzavano verso il cielo senza i tetti. Erano tanti buchi neri di una scacchiera contorta, aggrappata alla montagna, sotto le aride cime delle Alpi Apuane, che la chiudevano in un grande semicerchio. All’alba del giorno successivo Orti accompagnato dall’ Alpino Dante Corona di Gignago, decise di andare a Vinca a constatare la verità di quanto Mario Ricci aveva raccontato.
Discesero a precipizio sui crinali erbosi fino a raggiungere il fondo valle, non lontano di Monzone Alto. Il paese era ancora sul promontorio, chiuso nei muri del suo esistere. Tutte le case erano state bruciate dai nazifascisti il 25 agosto. Mancava alla nave di pietra la criniera. Il campanile che si ergeva alto, con l’arroganza del suo esistere sulla prua, non c’era più. Era stato minato e demolito nel pomeriggio del 25 agosto dai nazifascisti.
Il suo precipitare rovinoso si era abbattuto sulla chiesa e la casa parrocchiale, sbriciolandone le coperture . Poco prima dell’evento il sagrestano Veraldo Baroni era stato ucciso dai nazifascisti poco lontano dalla chiesa, dopo avergli fatto suonare per l’ultima volta le campane. I due uomini si incamminarono sul sentiero che si arrampicava dal fondo valle al paese di Vinca. Quando arrivarono il sole era già alto. Si sentiva un vociare languido, come un sospiro. Arrivò improvviso un tanfo feroce di putrefazione. La gente che incontravano balbuziava. Non parlava, le loro labbra tremavano. Dalle loro bocche uscivano solo sospiri. I loro occhi stravolti guardavano lontano nell’infinito.
Tutti i corpi dei caduti erano stati bruciati sul luogo della loro morte. Erano intrasportabili, per il loro avanzato stato di putrefazione. Cataste di legna coprivano i poveri corpi. La carne disfatta dal fuoco scivolava in piccoli rivi giù per i camminamenti, sulle rampe petrose dentro il borgo, impregnando le pietre di quell’odore insopportabile.
Le case bruciate erano rimaste con le occhiaie delle loro finestre a guardare siIenti il cielo. Lo sgomento era insopportabile. Anche l’Alpino con i suoi occhi fanciulleschi rimase allibito, pallido, immobile contro il muro di una casa semidiroccata. Non aveva più la forza di muoversi e Orti dovette scuoterlo violentemente per rianimarlo.
Poi trovarono uno spazio aperto verso la valle, dove all’ombra di un muro si sdraiarono. I loro abiti erano impregnati di sudore. Il malessere fisico che li aveva investiti si esprimeva nella sudorazione estrema dei loro corpi. Si guardavano senza parlare. Giacquero per un lungo tempo, senza avere la forza di alzarsi. Il tempo non aveva più dimensioni. Poi arrivò la sera. Il sole tramontava oltre la Rocca di Tenerano, dalla quale erano partiti all’alba.
Un sibilo di vento si elevava dalle borre profonde della montagna già immerse nell’ombra della sera, lambiva i muri delle case bruciate, penetrava nei pertugi, si arrampicava sibilando, portando il suo sgomento verso le cime taglienti delle Alpi Apuane.
(1) Mario Ricci, classe 1905, residente a Tenerano di Fivizzano, cavatore e pastore, partigiano della “Orti”. Dopo il rastrellamento delle Brigate Nere e dei soldati delle SS tedeschi, del 16°
Btg. del 13 settembre 1944 a Tenerano, passava il fronte. Nel novembre 1944 a Firenze si arruolava volontario nel Corpo di Liberazione Nazionale.
Nei combattimenti per lo sfondamento della Linea Gotica, il 3 aprile 1945 cadeva sul fronte di Bologna.
(2) Testimonianza scritta da Don Andrea Della Bianchina, Parroco di Monzone, a Mons. Carlo Boiardi, Vescovo della Diocesi di Massa Carrara e Pontremoli nel 1946 a richiesta del medesimo.
(3) Dante Corona, classe 1920, partigiano della “Orti”, si suiciderà con un colpo di fucile il 31 dicembre 1949 nella sua casa a Gignago di Fosdinovo.

Don Libero Raglianti

 

per la libertà
Per la Libertà
Nel nome di Dio
Don Libero Raglianti
Medaglia d’Oro al Merito Civile
Nato a Cenaia (Pisa) il 22 novembre 1914, fucilato a Laiano di Filettole (Pisa) il 29 agosto 1944, sacerdote, Medaglia d’oro al merito civile alla memoria.

 

Dall’agosto 1940 all’agosto 1944, resse in Versilia la pieve di Valdicastello. In quel periodo ebbe più di un’occasione per criticare dal pulpito il regime fascista, ma il sacerdote si distinse soprattutto quando Valdicastello, per l’arrivo del fronte in Versilia, si trovò ad ospitare migliaia di sfollati. Don Libero divenne il fulcro dell’attività di assistenza, che fu troncata quando un rastrellamento investì il paese. I soldati tedeschi, che il giorno prima si erano resi responsabili della strage di Sant’Anna di Stazzema, il 13 agosto invasero Valdicastello e arrestarono una trentina di paesani, tra cui il loro parroco. Il sacerdote fu presto separato dagli altri prigionieri e trasportato alle scuole di Nozzano, sede del Tribunale militare tedesco. Per sedici giorni don Libero fu sottoposto a interrogatori e a torture d’ogni tipo; poi, incapace di tenersi in piedi, col volto sfigurato, fu portato a Laiano e fucilato. Sul suo cadavere fu lasciato un cartello con su scritto: “Bandito che ha attentato alle truppe tedesche”. Dopo la Liberazione, per ricordare don Raglianti, un monumento è stato eretto al Ponte di Ripafratta, a Filettole. Lapidi ricordano il sacerdote, in provincia di Lucca, nella chiesa di Sant’Anna di Stazzema, in quella di Valdicastello Carducci (dove gli è stato anche eretto un monumento). Portano il nome dell’eroico sacerdote vie e piazze a Pisa, a Valdicastello, a Collesalvetti e a Vicarello (LI). A vent’anni dal sacrificio del sacerdote, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha concesso, alla memoria di don Libero Raglianti, la ricompensa al merito civile con questa motivazione: “Esercitò il ministero sacerdotale con rara abnegazione, sempre svolgendo opera generosa ed altruistica per il bene dei suoi parrocchiani. Durante l’occupazione nemica, con umile eroismo, soccorse sfollati, accolse con carità cristiana perseguitati e feriti, si prodigò in innumerevoli iniziative per salvare il suo gregge e alleviarne le sofferenze. Diffidato dall’invasore, volle continuare con sprezzo del pericolo, nella sua opera esemplare; catturato sopportò, con silenzioso coraggio torture e sevizie, affrontando serenamente la morte. Fulgido esempio di amore sacerdotale, spinto fino al sacrificio cosciente della vita”.
Tratto da,
Religiosi nella Resistenza

 

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Don Arturo Paoli

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Per la Libertà
Nel nome di Dio

Don Arturo Paoli
le ioni [Israele]
Medaglia d’Oro al Merito Civile
Nato a Lucca il 30 novembre 1912, teologo della Liberazione,

 

Ordinato sacerdote nel 1940, don Paoli, teologo, ha passato gran parte della sua vita in giro per il mondo. Aveva cominciato nel 1954, quando gli era stato ordinato di prestare servizio sulle navi mercantili, per assistere gli emigranti. Ma il 25 aprile 2006, proveniente dal Brasile, don Arturo era a Roma. Un lungo viaggio, nonostante la venerabile età, per ricevere dalle mani di Carlo Azeglio Ciampi – nello stesso giorno in cui il Presidente della Repubblica ha consegnato la stessa decorazione ai parenti del defunto Gino Bartali – una Medaglia d’oro al merito civile. Dice la motivazione del riconoscimento, andato a don Paoli e ad altri tre sacerdoti lucchesi (don Renzo Tambellini, e gli scomparsi don Guido Staderini e don Sirio Niccolai), per l’impegno nel salvare la vita ai perseguitati dai nazifascisti, in particolare ebrei: "Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò alla costruzione di una struttura clandestina, che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa 800 cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà". Ritirato dalle mani di Ciampi il riconoscimento, don Paoli se ne è tornato a Foz do Iguacu, in Brasile, dove ha fondato nel 1987 l’«Associazione Fraternità e alleanza», per combattere nelle favelas la povertà e la prostituzione minorile. Negli anni, terreno della sua opera sono stati l’Argentina, l’Algeria, il Cile (dove i militari golpisti lo inserirono al secondo posto nella lista degli stranieri più pericolosi), il Venezuela e, appunto, il Brasile. L’opera di don Arturo Paoli – che è tra i numerosi italiani ai quali è stato riconosciuto, dai sopravvissuti alla Shoah, il titolo di «Giusto tra le Nazioni» – non sembra sia stata molto apprezzata dalle massime gerarchie vaticane che, nel dicembre del 2005, gli hanno praticamente impedito di aprire con un discorso la Marcia della pace di Trento.

Tratto da,
Religiosi nella Resistenza

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Testimonianze – Franco Pampaloni II

 

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II

Franco Pampaloni

 

Un pomeriggio dovevamo dare il cambio a due nostri compagni che erano in una postazione avanzata in una lingua di terra in mezzo al lago. Una volta lì, rimasi da solo in quella postazione che aveva, solo tre piccole feritoie a filo d’acqua e mi sentivo inerme e molto vulnerabile di fronte ad un possibile attacco nemico; quelle due ore furono per me le più lunghe e terribili che abbia mai più provato in tutta la durata dell’offensiva.

Quando arrivò il cambio, mi sentii riavere. Finiti gli otto giorni di cambio, lasciammo Chiavica Pedone con la speranza di non tornarci mai più. Andammo in riposo a Bagnacavallo e lì mi ritrovai pieno di pidocchi che i canadesi ci avevano lasciato e dai quali, dopo vari ten­tativi, riuscii a liberarmi.

Dopo un breve riposo tornammo in prima linea a presidiare un avamposto strategico che controllava una strada di estrema impor­tanza, presidiato giorno e notte da una squadra di sei uomini. Una notte arrivò il mio turno, mi ridettero il Thompson, l’arma che odia­vo perché inaffidabile, e ad un certo punto cominciammo a vedere delle ombre di là dalla strada; erano tedeschi che ci attaccarono.

Chiedemmo subito rinforzi che arrivarono. Facemmo una grande risposta di fuoco e riuscimmo a respingere il loro attacco. Durante l’attacco i tedeschi lanciarono dei razzi; in cielo vedemmo delle palle infuocate che venivano verso di noi e seguivamo con lo sguardo le esplosioni a distanza dietro di noi.

La mattina, quando rientrammo al comando, vedemmo i crateri provocati dai razzi che potevano contenere un palazzo: se ci avesse­ro colpito, saremmo diventati polvere. Il capitano e i nostri compagni ci accolsero con applausi e complimenti per aver respinto il nemico.

Dopo alcuni giorni tornammo in riposo vicino a Bagnacavallo in prossimità del fiume Lamone, e io mi beccai, dopo regolare processo al comando di Battaglione, sette giorni di prigione per aver risposto male a una provocazione di un ufficiale; mi liberarono la sera prima dell’offensiva.

La mattina seguente ci schierammo tutti sul fiume Senio e dopo diversi minuti di cannonate preparatorie, facemmo il nostro balzo in avanti non trovando resistenza. Occupammo Alfonsina lasciata già dai tedeschi.

 

La prima vera resistenza la trovammo sul fiume Santerno, dove i tedeschi si erano fortificati solidamente. Noi avevamo in appoggio un carro armato inglese e due aerei della R.A.F. che mitragliavano la zona nemica di continuo, ma non riuscimmo a sfondare in tutta la mattinata di furiosi combattimenti. Fra di noi ci furono anche feriti dovuti a schegge di fuoco-amico inglese, tanto che qualcuno di noi avrebbe voluto tirare col PIAT, un mortaio anticarro inglese, proprio al carro armato.

L’attacco fu rimandato al pomeriggio e mentre il nostro capitano ci dava le disposizioni, vedemmo tre soldati tedeschi con la bandiera bianca venire verso di noi per comunicarci, con nostra grande sor­presa, la resa di tutte le loro forze; avevano l’ordine di resistere solo fino ad una certa ora. Il nostro comandante ne prese atto e passam­mo così il fiume Santerno per continuare l’avanzata.

Sul delta del Po c’erano tanti canali, fossati, ponticelli da attraversa­re e ogni volta c’era il nemico da affrontare. Mentre eravamo in attesa di passare uno dei diversi rami del delta, da un casolare cominciaro­no a spararci addosso e il nostro capitano chiese e ottenne che sei volontari andassero a vedere: io ero uno di loro.

Ci avvicinammo distanziati l’uno dall’altro, tra erbacce e cespu­gli arrivando silenziosamente al riparo di un fienile. Decidemmo di circondare il casolare uno per lato e due sarebbero entrati. Così fa­cemmo e mentre avanzavo nell’aia notai una buca-rifugio da cui pro­venivano dei rumori. Mi affacciai con cautela, gridai: “SURRENDER” (arrendetevi) e poco dopo apparve un contadino spaventato che te­neva bene in vista un fazzoletto bianco legato ad un rametto. Chiesi se c’erano tedeschi e lui mi indicò il casolare, ma per fortuna erano già scappati.

Continuammo la nostra avanzata con la liberazione di molti paesi come Argenta e Adria, con la popolazione in un tripudio di festeg­giamenti.

L’ultima resistenza nemica all’avanzata la trovammo nei pressi di Cavarzere e fu davvero dura. Proprio mentre stavamo per attraver­sare un ponticello su un canale, ci attaccarono da un casolare con raffiche di fuoco infernale. Ci mettemmo subito al riparo dietro l’ar­gine, ma alcuni avevano già passato il ponte con un fucile mitraglia­tore BREN, mentre il portamunizioni “Zambo” era rimasto indietro con noi. Eravamo come pietrificati da questo fuoco incessante e il nostro compagno sull’altra sponda, rimasto senza munizioni, conti­nuava a gridare: “PORTAMUNIZIONI, PORTAMUNIZIONI’ Ogni grido era per me come una frustata e ad un tratto sentii che qualcuno do­veva muoversi. Una forza strana mi diede il coraggio di alzarmi e sal­tando sull’argine gridai: “Forza ragazzi! Andiamo! Dai Zambo, forza andiamo!” e tutti, con grande fortuna, passammo miracolosamente incolumi. Riuscimmo a sfondare e facemmo anche diversi prigionieri.

Uno di essi, con una borsa a tracolla, stava fuggendo e il nostro capitano ci ordinò di prenderlo vivo per interrogarlo: “Sparategli da­vanti così mentre lui si getta a terra vi avvicinate.” In tre ci lanciammo all’inseguimento e lo catturammo.

Venimmo poi a sapere che un tenente tedesco era rimasto ucciso in un incidente mentre si rifiutava di consegnare la pistola. Il nostro tenente chiamò tutti i presenti, ormai rimasti in pochi visto che il no­stro capitano era andato avanti con il resto della compagnia, e ci or­dinò di concedere l’onore delle armi al soldato nemico: ci mettemmo sull’attenti e presentammo le armi.

Tra i prigionieri uno era ferito, ma non in modo grave. Feci per dar­gli il mio pacchetto di medicazione, ma lui rifiutò facendomi capire che forse serviva più a me che a lui. Vedendo allora che stava divi­dendo con un altro una mezza sigaretta, offrii loro tutto il mio pac­chetto e intravidi nei loro volti un’ espressione di gratitudine mista a sollievo: per loro la guerra era davvero finita.

Lasciati i prigionieri agli addetti a portarli nelle retrovie, ci incam­minammo per raggiungere la nostra compagnia.

Era già scuro, la notte stava calando, quando incrociammo due porta­feriti e il Capitano Giorgi in barella, ferito gravemente, che ci disse: “Ragazzi, tranquilli, domattina sono con voi, andate avanti, andate avanti.”

Furono per noi le sue ultime parole, gli restavano solo due settima­ne di vita. Dopo tante battaglie e atti eroici era stata una delle ultime pallottole sparate dai tedeschi a ferirlo mortalmente.

Raggiungemmo la compagnia già posizionata sull’argine del fiu­me Adige dopo aver sostenuto una battaglia con un nemico ormai avviato alla disfatta grazie anche ai nostri alleati e all’insurrezione ar­mata dei nostri compagni partigiani del nord.

La mattina seguente, dopo tutta una notte in postazione sull’argi­ne del fiume, sotto una pioggia battente e raffiche di proiettili trac­cianti, attraversammo l’Adige su un ponte di corde, pochi per volta perché molto precario, e proseguimmo l’avanzata fino a Piove di Sac­co, vicino a Padova, senza incontrare resistenza: i partigiani del nord erano insorti liberando il resto d’Italia.

Torna il pensiero al nostro Capitano Giorgi, decorato con due me­daglie d’oro, ma ne avrebbe meritate dieci! Una volta un nostro com­pagno era rimasto ferito e intrappolato dentro un campo minato e chiedeva aiuto in modo straziante, ma nessuno voleva rischiare di saltare in aria per aiutarlo. Eccetto il Capitano Giorgi che gli disse: “Stai calmo figliolo, vengo a prenderti.”

Strisciando dentro il campo minato e battendo il terreno con un’asse di legno davanti a sé, riuscì a raggiungerlo, metterselo sulle spalle e rifare il percorso inverso portandolo in salvo. Il giorno seguente i cerca­mine trovarono diverse mine inesplose proprio sul suo percorso!

Mentre eravamo in attesa del congedo, suo padre volle conoscere, quasi uno ad uno, i soldati comandati dal figlio e grande fu la nostra commozione nel vederlo: assomigliava così tanto al nostro capitano!

Il mio pensiero commosso va adesso ai nostri compagni caduti, ai nostri feriti per le loro sofferenze, a tutti patrioti che hanno lasciato la loro vita sotto le torture nazifasciste sacrificandosi per un ideale che dobbiamo costantemente difendere: la LIBERIA’ !

 

 

 

 

Note

Luigi Giorgi (Carrara, 7 settembre 1913 – Ferrara, 7 maggio 1945) fu l’unico combattente di tutta la guerra di liberazione italiana ad essere stato insignito di due medaglie d’oro al valor militare oltre alla Stella d’Argento americana conferita “per eccezionali atti di valore.

Fu gravemente ferito pochi giorni prima della fine della guerra, tra il 26 e il 27 aprile, in

località Croce di Cavarzere. Morì due settimane dopo, il 7 maggio 1945.

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Testimonianze – Franco Pampaloni 1

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I

Franco Pampaloni

Quando cominciai a conoscere la Resistenza, ero un ragazzo di poco più di 15 anni.

Oggi ho quasi 90 anni e, se mi sento di parlare, è perché vedo tutte le cose per cui noi lottavamo in pericolo. Volevamo un paese migliore, liberandoci dalla dittatura ossessiva che terrorizzava tutti quelli che non erano fascisti.

Provengo da una famiglia antifascista. Mio padre era socialista, ma non aveva nessuna tessera di partito, come non l’ho avuta mai nemme­no io; lui mi diceva:’ La mia tessera sta qui, nel cuore.”

Nella scuola a quei tempi eravamo indottrinati dal regime fascista. Tutto quello che riguardava il fascismo ci veniva inculcato continua­mente e rappresentava proprio la materia fondamentale per andare avanti nella scuola. La cultura fascista aveva un peso enorme e, an­che se a malincuore, dovevamo studiarla, mentre il babbo mi diceva: Io sono socialista perché mi piace l’uguaglianza, mi piace la solida­rietà, la fraternità fra tutti. Ci dovremmo volere tutti bene, ognuno di noi dovrebbe aiutare il prossimo, se è nelle condizioni di farlo e non essere egoisti. Vorrei che la ricchezza del mondo fosse distribuita in maniera più equa per tutti quanti:’

Queste parole da ragazzino cominciavano a colpirmi e quindi, pur facendo a scuola tutto quello che ci dicevano, io sinceramente non ci credevo tanto. Pur non essendo un secchione, a me piaceva molto studiare un po’ tutto, e per questo i miei insegnanti mi vedevano di buon occhio. Così un giorno mi ritrovai nel mezzo di una cerimonia che io non sapevo nemmeno esistesse; ci fecero presentare in divisa da balilla e, in presenza di tutte le altre classi, fui chiamato a fare un passo in avanti e mi fu appuntata la Croce al merito dell’Opera Na­zionale Balilla e un gallone da caposquadra. A quel punto diventai un capo, cosa che io odiavo.

Quando me la misero addosso mi sentii male, e non perché avessi paura di presentarmi da mio padre, lui non mi ha mai messo le mani addosso, cercava sempre il dialogo. Diceva: “Bisogna vedere oggi le condizioni come stanno; siccome sono nato povero, vedo che questa povertà non si riesce a superarla perché il fascismo ci costringe o a essere fascisti o a fare tutti i mestieri più umili.”

lo mi sentivo molto a disagio quando c’erano da fare le adunate e mettere in riga tutti i ragazzi. lo non lo accettavo e mi mettevo in fila con loro. Non volevo comandare, non ho mai comandato in assoluto. Per questo fui chiamato da un gerarca del paese che mi disse: “EHI TE GRADUATO, COME TI PERMETTI DI RIFIUTARE GLI ORDINI” Rimasi male perché vedevo che questo alzava le mani e allora gli dissi che io non me la sentivo di comandare, non ero adatto, trovai delle scuse banali per giustificarmi.

Il sabato, detto sabato fascista, dovevamo andare alla casa del fa­scio in quanto c’era un istruttore che obbligava alcuni di noi ad impa­rare l’uso delle armi. Mi ricordo all’epoca le armi che noi studiavamo erano il moschetto e la bomba a mano balilla. Cosi passavamo dei sabati con le istruzioni quasi militaresche che a me sono anche ser­vite poi.

Arrivai a una rottura definitiva con il fascismo nel 1939, quando Hitler e Mussolini si allearono. Conoscevo la storia della Prima Guerra Mondiale e pensavo che noi italiani eravamo nemici dei tedeschi fino al giorno prima e adesso stringevamo il “Patto d’Acciaio” proprio con coloro che erano sempre stati in guerra con tutti; era una situazione che non mi piaceva.

Durante la guerra viaggiavo col tram per andare a studiare e lavo­rare a Firenze; la gente, compreso me, cominciava a lamentarsi del regime, del razionamento dei viveri con la tessera, o a fare conside­razioni sulla guerra, ma c’era subito qualche fascista arrogante che ti diceva: “Tu come ti chiami, dove abiti, dammi nome e cognome.” Ci sentivamo terrorizzati; il fascismo era terrore.

Un altro episodio che mi colpì molto, fu quando i fascisti passarono per la strada con i camion e, per fabbricare armi, segarono cancellate e ringhiere, comprese quelle bellissime e artistiche in ferro battuto.

Mussolini, quando vide che le forze tedesche stavano prendendo il predominio assoluto in Europa, decise di intervenire in Francia per partecipare alla spartizione con gli alleati tedeschi; cosa anche que­sta che mi dispiacque perché i francesi noi li consideravamo sempre degli amici. Andavamo contro un paese che anche proteggeva tanti antifascisti rifugiati; era da vigliacchi.

Poi tutte le tribolazioni, bombardamenti, distruzioni, la fame, i lut­ti, si vedevano le persone che sembravano quasi degli zombi. Non si vedeva più una faccia sorridente. Si vedevano solo i fascisti che aumentavano la loro boria e questo mi dava il voltastomaco.

Arrivò poi il 25 Luglio e fu ovunque una grande festa perché pen­savamo che fosse finito tutto, ma il discorso di Badoglio che diceva che la guerra continuava, ci gelò tutti.

Arrivò poi l’8 Settembre con lo scioglimento dell’esercito e a quel punto molti uomini, soldati e non, si diedero alla macchia; da questi gruppi, in un primo momento disorganizzati, sarebbe nata la resi­stenza armata.

Un giorno, mentre aspettavo il tram in piazza Nazario Sauro, passò una compagnia di repubblichini armati. lo parlavo con una ragazzi­na e non feci il saluto romano dovuto; mi arrivò uno sganassone tra capo e collo da un fascista alle mie spalle al grido: “NON HAI SALU­TATO QUESTI EROI CHE VANNO A DIFENDERE LA PATRIA AD ANZIO!” Ruzzolai sulle pietre e mi fratturai un polso; a quel punto dissi BASTA!

Per caso sentii dire che nei dintorni dell’Impruneta c’erano dei partigiani ed ebbi modo di contattarli. Le mie prime azioni da parti­giano, data la giovane età, le facevo inconsapevolmente. Mi davano delle commissioni come andare in un posto invece che in un altro, portare quello invece di quell’altro, dire quello invece di quell’altro, facevo quello che mi chiedevano; erano messaggi in codice.

Poi arrivò il fronte tedesco molto vicino all’Impruneta, c’erano una infinità di tedeschi e la popolazione fu costretta a sfollare in campa­gna per i bombardamenti e mitragliamenti alleati sulla via Cassia e dintorni. Molte persone, compresa la mia famiglia, trovarono riparo in una fattoria che aveva un sotterraneo e annessa una chiesa con una cupola molto visibile e segnata sulle carte.

Questa fattoria era molto vicino al comando tedesco che era in un’altra fattoria a Baruffi. Mi avvicinai così al comando partigiano che era composto da un maggiore e un tenente dell’esercito in incognito.

I pattugliamenti tedeschi erano continui, ma il maggiore non vole­va fare azioni che potessero poi scatenare rappresaglie ai danni dei tantissimi sfollati, così facevamo molti atti di sabotaggio alle linee di comunicazione tedesche; c’erano sempre fili tagliati qua e là.

Sotto la chiesa della fattoria, nella cripta, era stata ricavata una stal­la per nascondere le bestie dei contadini e tutti i giorni qualcuno do­veva andare a governarle. Un giorno toccò a mio padre che mi disse di aspettarlo fuori e nascondermi, perché spesso passavano pattu­glie tedesche. Venne scoperto e cominciai a sentire parlare tedesco e mio padre che cercava di giustificare la situazione. Poi sentii un colpo di pistola -avevano ammazzato un maiale- seguito da un silenzio as­soluto. Ero disperato. Pensavo avessero ammazzato mio padre. Corsi e cominciai a bussare in modo ossessivo alla porta e poco dopo uscì un tedesco che mi puntò la pistola alla testa, paralizzandomi. Sen­nonché sentii la voce di mio padre che diceva al tedesco: No, no è mio figlio, lasciatelo fare.” Piano piano la situazione si calmò e nel sentire la voce di mio padre provai una grande gioia. Ancora oggi questo fatto ha lasciato un segno dentro di me.

Una sera, all’ormai prossimo passaggio del fronte, eravamo tutti nel rifugio e la gente si era portata con sé i beni più preziosi: qualche cate­nina d’oro, qualche braccialetto, qualche monile o orologio. Arrivarono i tedeschi e rapinarono tutti quanti. Il nostro maggiore si infervorò e a stento i presenti riuscirono a non fargli prendere la pistola.

La mattina seguente il maggiore, insieme al tenente e alle altre persone, decise di andare al comando tedesco a denunciare il fat­to. Scelsero per il compito una bella ragazza di Ponte a Ema e lei mi disse: “Guarda che io da sola non ci vado mica, vieni anche te.” La accompagnai e arrivammo in una villa con un grande piazzale pieno di soldati dove c’era il comando tedesco. A tale vista le dissi: “E’ inu­tile che venga anch’io, ti aspetto qui.” Mi misi ad aspettarla, quando mi accorsi che in un gruppo di tedeschi ce n’era uno che mi fissava in modo intenso. Forse voleva catturarmi, ma non potevo scappare: per fortuna quel soldato fu chiamato, ed io piano piano mi allontanai camminando per un po’all’indietro e poi corsi a nascondermi.

La sera ero al rifugio quando arrivò la mia amica scendendo le scale di corsa vociando in modo molto allarmato: “Franco, Franco, ti sta cercando un tedesco!” Mi nascosi subito sotto una panca e delle donne, compresa mia madre, si sedettero sopra con le loro sottane che mi coprivano. Ero lì che non fiatavo nemmeno, quando arrivò il tedesco con in mano una lanterna che andava su e giù. Vedevo e sentivo i suoi scarponi chiodati e il cuore mi si fermava. Non mi vide e se ne andò.

Molti degli uomini requisiti per scortare il bestiame razziato, non tornarono più a casa. La mia salvezza la devo a questa ragazza. Nei giorni successivi dovemmo scendere a Firenze con la nostra brigata e io non rividi più colei che mi salvò la vita.

La mia Resistenza armata cominciò quando il comandante mi chiamò e, mettendomi la fascia tricolore del C.T.L.N. al braccio, mi disse: “Tu vieni a Firenze con me”, ed io risposi: “Va bene.” Scendemmo a Firenze, entrammo a Porta Romana insieme alla Sinigaglia` e parte­cipammo alla Liberazione di Firenze.

Le azioni più importanti alle quali ho partecipato e che mi fecero provare grandi emozioni, furono quando oltrepassammo il Mugno­ne ed entrammo in Via dello Statuto e Piazza Dalmazia; la gente si precipitava per strada con gli occhi felici che da tanto tempo non vedevamo, gente che gioiva, si abbracciava, erano arrivati i liberatori.

lo provavo una gioia immensa perché nello stesso momento in cui io davo la libertà agli altri la davo anche a me stesso.

Poi cominciarono i guai con i franchi tiratori, nemici micidiali per­ché subdoli. Sentivi sparare e vedevi qualcuno che cadeva a terra e non ti sapevi raccapezzare da che parte venissero i colpi. Poi piano piano superammo anche questo problema e a quel punto Firenze era davvero liberata ed era una gioia immensa.

Un fatto che limitò questa gioia fu quando, dopo la liberazione, alla Fortezza da Basso, dovemmo consegnare le armi. Fu un giorno triste perché mi sentii umiliato, ma lo dovemmo fare. Ma il fazzolet­to rosso al collo con scritto Giustizia e Libertà`, (noi facevamo parte di Giustizia e Libertà e come riferimento politico avevamo Ferruccio Parri dei Partito d’Azione , ce lo tenemmo, ma arrivati al Ponte del­la Vittoria ci fermarono dei soldati americani che ci fecero salire sul loro camion e dopo averci perquisito ci strapparono i fazzoletti dal collo e ci ributtarono giù dal camion. Noi avevamo addosso anche delle pistole, ma a loro interessavano i fazzoletti rossi: non li soppor­tavano e ne avevano già tanti altri sul camion.

Ritornammo a casa: il nostro dovere lo avevamo fatto. Passarono al­cuni giorni e ripensando a tutto quanto, mi sembrava che il lavoro non fosse terminato. Avevamo lasciato il lavoro a mezzo. Parlai con un mio amico e gli dissi: “Senti, abbiamo liberato Firenze, ma c’è ancora una guerra in corso, cosa facciamo? Stanno già organizzando i gruppi di combattimento: Friuli, Folgore, Legnano, Cremona; io mi arruolo.”

“Se lo fai te mi arruolo anch’io” rispose. Riuscimmo a portare con noi altri quattro ragazzi.

Al Distretto per la visita medica, io presentai i documenti e l’uf­ficiale medico mi disse: No, te non puoi essere arruolato, non hai compiuto 17 anni!’ Allora dissi ai ragazzi: “Mi dispiace, torno a casa.” Gli altri uniti dissero: “Se non vieni te, non si parte nessuno.”

Qualcuno mi prese i documenti e poco dopo tornò con evidenti falsificazioni della mia data di nascita. L’ufficiale medico chiuse un oc­chio, anzi tutti e due, e passò anche me.

Il giorno della partenza in Piazza S. Spirito con camion e bandiere, eravamo in tanti. Partimmo e poco dopo ci fermammo sul Lungarno della Zecca per prendere altri volontari. La nostra destinazione era Cesano, al Lago di Bracciano, dove avemmo il primo addestramento.

A Cesano il nostro arrivo non fu tanto gradito perché lì c’erano i vecchi soldati badogliani che, appena videro le nostre bandiere rosse, ci accolsero con una violenta sassaiola. Non fu una bella accoglienza, pazienza. Ci misero in uno stanzone con delle balle al posto delle fi­nestre e, visto che era inverno, faceva un grande freddo. Per dormire avevamo un pagliericcio in terra e una coperta. Il nostro periodo di addestramento lo passammo in queste condizioni. Alcuni miei amici la sera andavano in un paese vicino, Anguillara, dove facevano a caz­zotti regolarmente con quelli che la pensavano diversamente.

Arrivò il giorno della partenza e con la tradotta” ci mettemmo qualche giorno per arrivare a Ravenna. Lì c’erano dei camion per por­tarci a Porto Corsivi dove fummo accolti in una bella tendopoli degli inglesi molto organizzata. Ci dettero il vestiario, il corredo, l’equipag­giamento dei soldati inglesi con la differenza, a noi della Cremona, del tricolore cucito sulla manica sinistra con una spiga nel mezzo.

Li facemmo l’ultimo periodo di addestramento con le armi e la mattina presto era anche molto bello perché vedevamo sorgere il sole; provenendo da Cesano che era uno schifo, ci pareva di stare in un albergo a cinque stelle.

Dopo alcuni giorni arrivò il sergente e ci disse: “Domani partiamo per il fronte.” Nella tenda eravamo dodici e la sera, prima di dormire, si fece baccano visto che all’indomani si andava alla guerra e forse a morire. La mattina io mi svegliai, guardai intorno e vidi solo altri quattro o cinque compagni: gli altri erano spariti. Per me fu un colpo micidiale, noi rimasti ci guardammo e rimanemmo tutti molto sor­presi. Questo abbandono vigliacco ci rimase a tutti sulla groppa. Poi ci portarono il caffè e per la prima volta dentro c’era anche del brandy. Dopo ci portarono le munizioni, il pacchetto di medicazione, la retina da mettere sull’elmetto e tutto il resto del corredo. Il pomerig­gio facemmo l’adunata, salimmo armati ed equipaggiati sui camion e si partì.

Ad un certo punto i camion, entrando in una strada sterrata, ral­lentarono per non fare polvere ed essere individuati dai tedeschi che avrebbero colpito con i mortai. Ci scaricarono sul Reno sulla fascia adriatica vicino all’VIII Armata Inglese.

Per andare in un avamposto nella Valle di Comacchio, c’era da at­traversare il Reno e andare nella terra dove eravamo isolati. Andava­mo a dare il cambio ai soldati canadesi. Ogni otto giorni si davano i cambi; alcuni barchini dei partigiani che erano dall’altra parte in un distaccamento della brigata Gordini, facevano questo servizio e ci portarono nella sponda Nord del Reno. Mentre eravamo nel mezzo del fiume cominciarono ad arrivare colpi di mortaio tedeschi. I par­tigiani ci tranquillizzarono dicendo che a quell’ora tutte le sere era solito questo lancio di mortai.

Arrivammo sull’altra sponda che era già notte e chiedemmo la di­rezione giusta per andare a rilevare questo plotone di canadesi. Ci incamminammo con l’argine del Reno a destra e tutta la valle di Co­macchio a sinistra.

Quando arrivammo, i canadesi fecero fagotto e se ne andarono beati. Prendemmo posto, io e altri due compagni, in una buca scava­ta sull’argine del fiume: dormivamo vestiti con le gambe fuori perché non ci entravano. Faceva molto freddo ma la gioventù ce lo faceva sopportare.

La mattina al risveglio, la valle di Comacchio con in fondo la cittadi­na, si presentò in tutta la sua immensità. Noi ci trovavamo a Chiavica Pedone e davanti erano le postazioni tedesche. Il tenente ci racco­mandò di non mettere la testa fuori dall’argine perché i cecchini te­deschi ci avrebbero fatti secchi.

segue……

Note

Alessandro Sinigaglia (Firenze 1902, 13 febbraio 1944) meccanico, medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Aderì al movimento comunista clandestino, fu esule in Fran­cia e poi in Unione Sovietica e partecipò alla guerra civile spagnola. Nel 1940, l’antifascista italiano (che era riparato in Francia con i reduci delle Brigate Internazionali), fu arrestato dalla polizia francese e consegnato alle autorità fasciste. Confinato a Ventotene, Sinigaglia riottenne la libertà nell’agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini. Dopo l’8 settembre 1943, tornò in Toscana e, col nome di battaglia di “Vittorio”, comandò una delle prime formazioni gappiste a Firenze. Pochi mesi dopo, caduto in una imboscata dei repubblichini della Banda Carità, fu ucciso sulla porta di una trattoria in via Pandolfini.

Mario Cordini. Ravenna, 28 Gennaio 191 l – Forlì, 14 Gennaio 1944. In suo onore fu inti­tolata la 28A Brigata Garibaldi, comandata prima da Alberto Bardi e poi da Arrigo Boldrini Bulow”.

Testimonianze – Aurelio Vichi "Giorgio" –

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Aurelio Vichi “Giorgio”

Trascrizione da testo autografo.

(nessuno può smentire perché questa storia è quella vera)

Questa è la storia di Aurelio e di tanti altri della mia età, più giovani e più anziani. lo vengo da famiglia contadina. Nato a Vespignano, Vicchio, il 3-6-1922. A quei tempi dominavano i fattori. Tante famiglie le rende­vano schiave. Nel 1938 mio padre trovò il podere a Firenze. Lì era molto meglio, si produceva ortaggi. Il mi’ babbo diceva, qui i conti gli fo io al padrone. 1 soldi non mancavano.

Nel 1942 la mia classe fu chiamata alle armi. Fui assegnato alla arti­glieria contraerea, poi mandato a Livorno. Si faceva scorta convogli per la Corsica. Nel 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia. La disfatta di Stalin­grado fu l’inizio della fine. il duce, dopo lo sbarco in Sicilia, fece un ro­boante discorso. Disse: sono entrati verticali, se ne andranno orizzontali (tutti morti).

Venne il 25 luglio . Lui fu arrestato. Lo sapemmo la notte. Ci fu un’esplosione di gioia di noi soldati e anche gli ufficiali. Ci mandarono a fare l’ordine pubblico. Nel comunicato il maresciallo d’Italia Pietro Bado­glio disse: ognuno rimanga al suo posto.

Venne l’8 Settembre`. l’armistizio. Però Badoglio, maresciallo fellone, e il re traditore non rimasero al suo posto. Con tutto lo stato maggiore dell’esercito scapparono a Pescara dove gli attendeva una nave che gli portò a Brindisi. Loro si misero al sicuro e il Tedesco calò in massa in Ita­lia. il nostro esercito sparì come la nebbia quando arriva il sole. (Inizia la resistenza).

Come tanti anche io tornai a casa. Però settecentomila nostri soldati vennero presi da tedeschi e mandati in Germania, nei campi di concen­tramento e che molti non tornarono. lo a casa lavoravo nei campi con la mia famiglia e allora incominciano a ricercarci.

Un giorno a fine novembre 1943 ero a potare la vite. Passano due ca­rabinieri, mi domandarono: dove sta Vichi Aurelio. Gli dissi là al numero quattro (a loro non gli importava niente di me). Alla mamma gli dissero che mi fossi presentato da loro.

La seconda volta quando tornarono c’era anche il babbo. Lo consi­gliarono che mi presentassi perché sarebbero venuti i fascisti. Fu allora che decisi di andare in montagna con i ribelli, così si chiamavano allora.

Si formò un gruppo sopra Lattaia (Vicchio) che si ingrandiva. Arrivò Brunetto, esperto di guerriglia. Era scappato dalla Iugoslavia. Là colla­borava con i partigiani di Tito`. Venne Dino Saccenti`. commissario politico. La formazione ebbe un nome (Brigata Checcucci) un’antifa­scista fucilato a Ceppeto.

Era già febbraio, inverno terribile con tanta neve e freddo. Facemmo la prima azione contro i tedeschi a Osteria Nova, sulla strada che da For­lì arriva a Firenze. Avevamo informazioni precise. La notte bloccammo tre camion tedeschi. Portavano generi alimentari al fronte. Scesero dai camion con le mani alzate, si disarmarono e caricammo sui muli (che ci avevano dato i boscaioli) tutto quel che si poteva. La colonna dei muli partì. Una decina di noi rimanemmo lì per quasi un’ora. Poi gli dicemmo di andarsene (ci ringraziarono).

Il sei marzo occupammo Vicchio la sera di buio e catturammo il presidio fascista. Erano una ventina. Alla stazione ci cascò un morto di loro (perché voleva sparare invece di arrendersi). Quell’azione fu un diversivo, il giorno dopo le brigate nere di Firenze vennero tutte in Mugello, e a Firenze, Empo­li, Prato e altre zone industriali ci fu un grande sciopero. I fascisti catturaro­no molti operai, attivisti e sindacalisti. Gli spedirono nei vagoni piombati nei campi di sterminio in Germania, che ne ritornarono pochi.

Il dodici marzo era domenica. Fecero il rastrellamento su in montagna ma si riuscì a salvarci tutti. Andammo verso Palazzuolo sul Senio. poi dopo essersi riuniti quasi tutti (qualcuno se ne era andato via) partimmo per la zona Falterona.

Il 22 marzo i fascisti si vendicarono fucilando al Campo Marte quei cinque giovani che non avevano niente a che fare con l’azione che si fece a Vicchio. Noi a loro non gli facemmo niente. Gli mandammo via ai primi d’aprile.

Ai primi d’aprile arrivammo in zona Falterona, e dopo qualche giorno fummo accerchiati le nostre Brigate Toscane e quelle Romagnole.

Ci furono grandi scontri con perdite da ambo le parti. La nostra Brigata ripiegò verso il Muraglione’. Sette nostri compagni furono catturali dalle SS tedesche e fucilati sul posto. In loro non c’era niente di umano (eravamo combattenti anche noi).

Poi divisi in piccoli gruppi stazionammo per circa un mese in svariate, zone. Poi venne l’ordine di partire per il Casentino per congiungersi con i gruppi di POTENTE che erano in zona Pratomagno. Impiegammo molti giorni perché i tedeschi erano dappertutto.

Quando arrivammo a Cetica* iniziò il rastrellamento che durò diversi giorni. Ci furono morti fra i nostri ma anche fra loro.

Dovemmo di nuovo fuggire, di notte sennò ci avrebbero presi tutti. lo e altri cinque compagni, quando fece giorno ci trovammo a nord del­la Consuma tagliati fuori dai nostri. Arrivò una donna. Ci vide: eravamo mezzi sfiniti. Tornò a casa e ci portò due pani e un fiasco di vino, che ci si sfamò. Rimanemmo fermi tutto il giorno nel bosco sennò ci avrebbero visti. In tre nottate si arrivò a Villore. Lì conoscevo uno che aveva un figlio partigiano. Andò dal maresciallo tedesco della TO.D. e ci fece fare il documento di smobilitazione come operai della T.O.D.

Venimmo a Vicchio. Uno dei compagni era di Piombino, venne con me in treno a Firenze. Stette due giorni a casa mia. Poi se ne andò. Ci siamo rivisti molte volte.

Appena arrivati a casa, la mamma mi disse: Aurelio, come sei ridotto! Ero meno sette chili. Gli risposi. ho riportato il telaio. La fece i macchero­ni, ne mangiai una scodella piena.

Dovetti stare tre giorni al buio, perché mi girava la testa da impazzire (fame oggi fame domani) il mio stomaco si era ridotto male. Poi mi ri­presi.

Venne da me il Perini Elio e mi chiese di entrare nelle SAPI squadre d’azione patriottiche di S.Bartolo a Cintola.

Il quattro agosto salvammo i pozzi di Mantignano . Facemmo pri­gionieri i genieri tedeschi e gli consegnammo agli inglesi e restammo tre giorni a presidiarli. E dopo tornai nel campo.

Una cosa voglio dire: quel periodo ha riportato l’Italia con onore nella comunità dei popoli liberi. Altra cosa: noi resistenti abbiamo un motto: Nessuno dimentichi. Può RIPETERSI.

Note

Aligi Barducci, nome di battaglia “Potente” Nato a Firenze il 10 maggio 1913 e morto a Greve in Chianti il 9 agosto 1944, fu militare e partigiano italiano. Protagonista di numerose azioni tra cui la liberazione di Firenze nell’agosto del 1944, fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

Località in provincia di Arezzo, sul Pratomagno dove, il 29 Giugno 1944, si svolse una battaglia tra truppe tedesche e repubblicane e una compagnia della brigata Lanciotto. Ri­cevuti rinforzi, i partigiani riuscirono a fermare ed infine a respingere i nazifascisti, salvando parte del paese ed il mulino. Rimasero uccisi dodici partigiani e undici civili, mentre tra gli aggressori morirono cinquantacinque soldati.

4 Agosto 1944 gli uomini delle SAP di San Bartolo, Mantignano e Ugnano (a Sud Ovest di Firenze) attaccarono e misero in fuga le pattuglie tedesche che stavano minando il ponte sulla Greve e l’acquedotto di Mantignano. Tuttavia sei partigiani morirono nel di­sinnescare le mine che erano state installate.

Testimonianze – Alfio Tabani –

 

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Alfio Tabani

Sono nato a San Gimignano nel 1924.

 

Mi ricordo che una volta ero in un corteo con il quale il fascismo festeggiava l’occupazione di Adua. Avrò avuto circa dieci anni e poiché ero stanco di questo lungo corteo, venni via. Venne un uffi­ciale della milizia e mi dette degli scapaccioni, calci, ecc. Il mio bab­bo, un metro e ottanta, grosso, forte, venne a saperlo. Lo dovettero reggere i suoi amici perché voleva andare a trovare questo ufficiale. E loro: “Per carità, Beppe, non fare stupidaggini!”

Mio padre era socialista e una sera, uscendo da un’assemblea, tro­vò in agguato tre squadristi. Il mio babbo correva, ma lo raggiunsero: cazzotto-cazzotto, terra-terra, li buttò giù tutti e tre.

A diciassette anni feci il concorso per le ferrovie ed entrai come ope­raio.

L’8 settembre 1943 mi trovavo in trasferta all’officina riparazioni carri ferroviari di Gorizia. Cominciai a vedere passare dei treni merci diretti verso il Nord con sopra tutti i soldati italiani. Da ogni treno che passava si sentiva cantare Mamma. Questa cosa mi allarmò molto e mi dissi: “Ma qui che si fa?”

Chiesi di tornare subito a Firenze e, durante il viaggio, tutto quello che avevo di vestiti, pantaloni, ecc. li detti a questi poveri soldati. Se li avessero visti vestiti da militari, li avrebbero fatti scendere e caricati su un treno per la Germania.

Tornato a Firenze sentivo che dovevo fare qualcosa. Con un mio compagno di lavoro, Sergio Donati, dell’officina rialzo, mi mandaro­no a Campo di Marte per fare la manutenzione ai treni per il traspor­to di materiale che i tedeschi si portavano via. Con Sergio, quindi, ci si mise d’accordo per fare dei sabotaggi. Si stava molto attenti a non farsi vedere, anche se c’era un tedesco soltanto che girava. Con il nostro “trattamento” dopo trenta/quaranta chilometri il treno si sa­rebbe fermato.

Ai primi di maggio mi procurai un infortunio con uno scalpello, perché sapevo che portavano anche diversi ferrovieri in Germania e così tornai a San Gimignano.

In paese sapevo che c’era una “certa organizzazione”. Soprattut­to venni a conoscenza dell’eccidio di Montemaggio*. Erano venti partigiani, che stavano trasferendosi in un posto più sicuro, e furono fucilati in diciannove, su venti. Cinque di loro erano ragazzi del mio paese che conoscevo bene.

Dopo la fucilazione noi partigiani e gappisti ci organizzarono me­glio, ci smistarono in piccoli gruppi. Facevo parte della brigata Spar­taco Lavagnini *. Un’azione importante fu la liberazione di settanta­due detenuti dalle carceri di San Gimignano.

I contadini furono veramente eccezionali nell’aiutarci. Mi ricordo quando mi capitò di essere ferito lì alla macchia. Venne un dottore di Siena che mi disse mentre mi medicava: “Mordi forte il polso.” Mi portarono quindi a letto a casa di un contadino. Bisognava essere così gentili e buoni per farlo… perché si rischiava molto.

Ad un tratto vennero le SS. Sentii parlare tedesco. lo stavo in pen­siero, partigiano… ferito… in questa casa… Due tedeschi vennero in camera dove ero io: “Documento! Documento!” Indicai la sedia dove avevo appoggiato i pantaloni. Per fortuna sull’aia scappò il figlio di un contadino e un Tedesco cominciò a sparare dalla finestra della stanza dove ero io mentre l’altro prese le scale anche lui sparando.

 

106 II 28 marzo 1944 un distaccamento di una ventina di partigiani della Val d’Elsa, tra i quali cinque ragazzi di San Gimignano, era rifugiato in una vecchia casa diroccata, detta del Giub­bileo. La mattina all’alba si trovarono circondati da una numerosa e ben armata brigata fa­scista. I partigiani combatterono fino all’ultimo proiettile poi tacquero, sbigottiti. Nel cortile i fascisti gridarono: “Arrendetevi! Vi facciamo salva la vita.” I partigiani uscirono ma furono fucilati in diciannove.

107 Spartaco Lavagnini (1889 – Firenze, 27 Febbraio 1921) militante socialista, sindacalista, ucciso dagli squadristi fascisti come ritorsione per un attentato anarchico. A Spartaco La­vagnini, storicamente uomo simbolo per gli antifascisti, durante la Resistenza fu intitolata una brigata d’assalto Garibaldi che operava nel Senese.

 

Anche giù nell’aia cominciarono a sparare. Così mi dimenticarono!

Tra i prigionieri gappisti che i tedeschi avevano fatto nella zona c’era anche il mio fratello più piccolo, Renzo. Avvisarono il mio babbo che venne da me e mi disse: “Alfio, e Renzino dov’è?” Era più piccolo due anni di me. Gli dissi: 1 tedeschi lo hanno portato a lavorare.” “A lavorare??” mi disse e mi prese sulle spalle. “Andiamo! Almeno uno si salva!” disse. Si stava così in pena! Si diceva: “Quelli ce l’ammaz­zano!” Invece arrivò all’improvviso, con la motocicletta, un ufficiale austriaco che fece ai tedeschi: “Via! Via! Via!” E mandarono via anche i prigionieri. Così si salvò anche Renzo.

Dopo la liberazione di San Gimignano e della Toscana, sentii l’ap­pello di Togliatti alla radio che invitava i partigiani toscani ad arruo­larsi nei Corpi Volontari per la liberazione del Nord Italia`.

Mi arruolai nel battaglione Cremona per andare a liberare i nostri connazionali. La differenza nostra, rispetto ai fascisti, era che non si trattava di volontà di vendetta. Non era questione di avere o no pau­ra, era una cosa così naturale andare a difendere l’Italia del Nord per­ché sentivamo di avere la possibilità di far finire la guerra anche solo tre giorni prima. E questa era la cosa bella.

L’8 gennaio si partì da San Gimignano. La prima tappa fu al centro di addestramento a Cesano di Roma dove eravamo alloggiati in un camerone senza porte e senza finestre. Non ci portavano neanche da mangiare.

S’andò una quindicina di noi al Ministero a Roma. Parlai io a nome di tutti: “Noi siamo venuti volontari nel corpo di liberazione per liberare i nostri connazionali, noi si vuole andare al fronte!”

Dopo un paio di settimane finalmente ci inviarono al fronte nella zona di Ravenna dove i tedeschi erano arroccati lungo la linea del Senio.

Un episodio divertente che ricordo fu la visita ai reparti dei volon­tari del Luogotenente del Regno di Italia, Umberto di Savoia. Poiché tra loro vi erano molti ex partigiani, il nostro comandante, un bravo ragazzo, parlò con il colonnello italiano (o maggiore, non ricordo) e gli disse: “Guardi, che non si canti l’inno dei Savoia II colonnello però dette ugualmente il segnale di inizio dell’inno.

C’era anche un inglese. Quando cominciò la musica, noi si cantò: “Già trema la Casa Savoia macchiata di fango e di sangue, si svegli il popolo che langue …”. Mi ricordo, poiché io avevo una voce quasi baritonale che si sentiva bene, il tenente che gridava: “Tabani! Tabani!”

Una volta ci fecero piazzare tutti intorno ad un casolare. lo mi misi a giacere sotto un albero. La maschera antigas sulla fronte, il mo­schetto al fianco. Cominciò il cannoneggiamento dei mortai. I tede­schi erano a duecentocinquanta metri, vicinissimi. Il tenente (quello che mi fermò per il canto) mi chiamò: “Tabani! Tabani!” io mi mossi e chiesi: “Che c’è?” Quando si dice la fortuna delle persone! Quan­do uno deve essere fortunato! Un colpo di mortaio cadde proprio sull’albero accanto a me. La maschera antigas era scheggiata, tutte le frasche mi erano venute addosso, era partito il legno che fasciava il metallo del moschetto, ma io, là sotto, non avevo neanche un graffio. Pensai subito alla mia mamma.

All’alba del 10 aprile 1945 vi fu l’avanzata decisiva grazie alla quale cacciammo i tedeschi e liberammo la cittadina di Alfonsina.

La popolazione locale, che aspettava gli alleati, fu ancora più felice scoprendo di essere liberata da connazionali. Si marciava lungo quel territorio e donne e uomini ci sentivano parlare ed esclamavano: “Tostani! Toscani!”

A fine Aprile arrivammo a liberare Venezia. Quando vidi i tedeschi prigionieri, mi colpì quanto erano giovani, dei ragazzini! Pensai: Ma guarda quel mascalzone di HitIer’

Un giorno un maligno di destra fece un discorso critico sui parti­giani. Gli dissi: “Vedi, te che parli in codesta maniera, tanti dei tuoi fascistelli li abbiamo salvati noi perché se non si faceva quello che si è fatto, sai la guerra quanto durava?” E lui rimase zitto.

Vinicio Biagini

La Loro vita per la nostra Libertà

Vinicio Biagini

Nato a Pisa 14 luglio 1927 e qui caduto, ucciso dai nazisti, il 24 luglio 1944.

Vinicio Biagini, operaio panificatore, comunista, a sedici anni entra nella Resistenza armata all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio ’43. Milita nei GAP cittadini, portando a termine con successo numerose azioni di guerra e ottenendo il grado di sottufficiale.

Il 23 luglio 1944, a causa di una delazione, è colto sul fatto insieme a un amico e compagno d’armi, il Partigiano “Sardo”, operaio alle poste e studente, mentre trasportano un carico di armi sottratte ai fascisti.

Catturati in via delle Sette Volte, sono condotti al Comando tedesco situato nel Collegio Puteano, in piazza dei Cavalieri, e sottoposti a tortura. Non avendo rivelato alcunché ai nazisti, vengono rinchiusi in una cella di sicurezza posta all’ingresso che conduceva al rifugio antiaereo nei sotterranei della Torre dell’Orologio e, il mattino successivo, fatti bersaglio del lancio di granate da parte di tedeschi e fascisti.

Un cane accompagnava, di solito, i patrioti nelle loro missioni: due giorni dopo, ferito a un orecchio da un colpo d’arma da fuoco, si ripresentò stremato a casa di Vinicio. In maniera inequivocabile guidò la madre sul luogo dell’eccidio, ma i parenti non poterono rendersi conto dell’accaduto poiché gli aguzzini avevano murato tutti gli accessi all’edificio.

I corpi straziati furono rinvenuti dagli alleati il 3 settembre ’44, ricomposti nelle camere mortuarie allestite nella Venerabile Arciconfraternita di Misericordia e in seguito, senza riconoscimento, sepolti in un punto imprecisato del cimitero di Pisa.