Archivi categoria: Spagna 1936 – 1939 Poesie

Genevieve Taggard – (USA) Ai veterani della Brigata Abramo Lincoln

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Genevieve Taggard
(USA)
Ai veterani della Brigata Abramo Lincoln

Dite pure di loro
che non conoscevano lo spagnolo
i primi giorni, e nulla dell’arte della guerra
i primi giorni
come sparare, come attaccare, come ritirarsi,
come uccidere, come andare incontro alla morte
i primi giorni.
Dite pure che conservarono l’aria azzurra
brontolando e lamentandosi,
secche parole e volti aspri. Dite pure
ch’erano giovani;
gli sparuti nella trincea, i morti sul pendio d’olivi
tutti giovani. E i magri, i malati e gli sbranati,
ciechi, negli ospedali, tutti giovani.
Dite pure di loro ch’erano giovani, molte cose non le
[conoscevano,
erano uomini come gli altri. Dite tutto; è vero. Dite
[pure ora
che quando il personaggio eminente, l’importante, il
[benestante, il vecchio,
erano occupati a disputare e a vendere,
tradire, tacere nell’omertà, spaccare il capello in quattro,
scrivere brutti articoli, firmare su cattivi giornali,
mandare conti falsi,
corrompere, ricattare,
piagnucolare, opprimere, strangolare, — essi
seppero e agirono
compresero e morirono.

0, se non morirono, tornarono e trovarono una pace
Che non è non è pace. Dite pure di loro
che non sono piú giovani, non hanno più appreso
le furbizie, gli espedienti della pace, di questa pace, i
[trucchi della paura;
e dite pure che ciò che sapevano, tuttora sanno.
E ciò che osarono, osano tuttora.
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Tristan Tzara (Romania) Spagna 1936

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Tristan Tzara
(Romania)
Spagna 1936

giovinezza dei passi nella cenere
il sole svela la tua sordità mattutina
quando il serpente vuole coltivare
le creste tannate di pelle e di latte
nelle lente fonderie di cristallo
*
il grido armato dell’inverno trafigge
la forza virile degli uccelli
*
piangete donne se ne avete cuore
i marinai proteggeranno il vostro pianto
*
ma dietro le linee di ferraglia
una schiarita di candido vino
la cui parola fluida soppesa il ritorno
dei corvi pesanti nelle brocche del mondo
la crudeltà delle funi
recate da mani nutrienti
e l’aria infaticabile inchiodata
alle campane con i trampoli dei morti
alti nel guizzo delle lampade
*
piangete donne se ne avete cuore
proteggeranno le vostre debolezze i marinai
*
c’è un paese attraccato al mare
è l’oro, sospeso alle taverne dì pesci
i sacchi gonfi di morte le arance
fanno scoppiare le strade laterali
i quadranti degli orologi ove il riso
delle donne è carnale e le più pure notti
precipitano nel pozzo dei capelli
il sole a fianco sul bilanciere
delle medaglie
*
ridete donne se ne avete cuore
giocano i marinaia chi muore vince
*
rossa è la terra di questo paese
ma gli uomini son della sostanza del ferro
visto dal vento scelto tra le foglie morte
il loro passato sigillato alle ali
corre per le vie sibila la morte
tra le fessure sciarpe di pioggia
da tutti i flauti da tutti gli sbagli
salgono a gregge i canti
come la morte nel sangue
di chi si è identificato per sempre nella notte
dopo aver ammesso la propria solitudine
*
piangete donne introvabili strade
i marinai con voi piangeranno
*
poiché cadono i lucchetti delle prue
la vita brilla davanti sopra i contrafforti
di pietre calcinate ed è la vita
che increspa le porte coni denti
vicino alle connessure della morte
che giace riconoscendo a fatica
la sua terribile fonte
*
fuggite donne verso sofferenze nuove
i marinai proteggeranno i neonati
*
e la vita che brilla davanti
il suo sguardo lotta con le scie delle foreste
quando il mare passa al largo delle braccia
che lo tengono avvinto come il suo avvenire
fondato nel fosforo l’erba intrecciata
dì dolci incrostazioni la sua luce infantile
la sua lingua mista di radici
ai grumi di ferro materassi materassi
ìl suo dolore stride sul vetro del fiume
cielo frastagliato pieno dì sonnolente amiche
terra battuta mai sottomessa
fervori tra moltitudini antiche e la fraternità
dei miti inappagati degli uomini rogo delle risate di domani

José Moreno Villa – L’uomo del momento

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José Moreno Villa
L’uomo del momento
scarpe forti, rude coltre,
pistola, fucile; è l’uomo.
Barba irsuta, barba intonsa,
imprecazioni e sputacchi,
gamba salda ed occhio intento,
dormir vestito: è l’uomo.
Si l’uomo del momento.
Solo quest’uomo si vede:
in treni, portici, strade,
la pioggia e al sole,
in mezzo a sedie distrutte
e spenti, morti lampioni,
in mezzo a sudice carte
che la tramontana fuga.
Tutta la città è sua,
e non s’interessa affatto
dove poserà la testa
stanca di notti di veglia.
sembra che non abbia avuto
né greggi, né fatiche,
famiglia che lo curi,
donne per divertirsi. e,
canta, lotta e cade
(perché cadere è umano).
non conosce quasi nulla
(ma quel quasi è umano).
A esser padrone e pari
con tutti gli altri uomini.
Vuole libri, pane, stima,
lavoro, un letto e svaghi
e tutte quelle cose
che crea l’uomo per l’uomo
o che offre la natura
perché l’uomo se ne serva
Sotto la pioggia invernale
E tra i solenni cannoni
Per la città devastata
Lo vedo serio e nobile
Come un germoglio che cerca
La radice. Questo è l’uomo

Emilio Prados – Città assediata

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Emilio Prados
Città assediata

Tra i cannoni mi ritrovo
E tra i cannoni mi muovo:
castelli della ragione
e frontiere del mio sogno:
dove ha inizio il mio cuore
e dove ha fine il vento?…
Non ho polso nelle vene,
ma solo ronzii di tuono;
vortici che m’incalzano
per le ,selve dei miei nervi;
turbe che mi sospingono,
occhi che ardono il mio fuoco,
e folate di vittoria,
inni dì sangue e d’acciaio,
uccelli che m’assaltano,
e m’alzano la fronte al cielo
e incendiano le nuvole
e mi scuotono il suolo.
Eccoli !… Pesanti masse
m’attraversano le vene.
Tutta la fermezza mi sta
barricata nelle ossa.
O compagni del presente,
fantasmi dei miei ricordi,
speranze delle mie mani
e nostalgie dei miei giochi:
sorgete tutti ìn mio aiuto,
ché è. assediata la mia vita
e la verità accerchiata
nel mio petto minacciata!
Presto, su, le barricate,
perché il cuore sta bruciando!
Non lo devono spegnere
sinistri spari di gelo.
Presto, in fretta, sangue mio,
tutto devi sconvolgermi!
Alza tutte le mie armi,
bada che al centro, tremante,
si cela una pioggia di fiamme
che ormai sfugge al mio assedio!
Presto, in armi, sangue mio,
ché già m’invade l’incendio!
Chi oserà minacciarlo,
avrà una brace nel sonno…

Oh, città, città assediata,
città del mio stesso petto:
se ti calcherà il nemico,
mi vedrà soltanto morto!
Castelli della ragione
e frontiere del mio sogno:
la mia città è assediata,
e tra cannoni mi muovo!…

Ma dove cominci, città,
ché non so se sei il mio corpo?

Antonio García Luque (Rafael Albertí) Il moro fuggiasco

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Antonio García Luque
(Rafael Albertí)

Il moro fuggiasco

Mattino di Peguerinos,
con l’Escorial sullo sfondo.
Latra la mitragliatrice.
Escono, simili a tronchi,
in mezzo ai tronchi, gli uomini:
sono spagnoli e mori.
Là in basso San Rafael
li assiste. Escono, torvi,
"regolari" di Larache
mandati contro di noi
da ufficiali del delitto
che si dicono cattolici.
Busta Ben Alí Mohamed,
barba nera, neri occhi,
nero, dai suoi avamposti
tutto cauto si distacca.
E fra l’erba strisciando
dice, rizzandosi a un tratto,
il pugno in alto, tranquillo,
dìnanzi ai fucili, solo:
" lo essere rosso, compagni.
Non tirate: essere rosso."

Antonio Agraz – Remember

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Antonio Agraz
" Remember "

Ricordate era di luglio
n notte estiva era.
le strade, asfaltate
maschiette e nottambuli,
su e giù andavano uomini
con gli abiti da lavoro,
con la febbre negli sguardi,
precipitosi passi.
Dove andavano si tardi
quelli che presto s’alzavano
Ricordate: era di luglio…
e una notte estiva era.
Per la Corredera Baja,
Tudescos e il Desengano,
verso la Via della Luna,
alla sede dei Sindacati,
con violenza di torrente,
camminava il fiume umano.
Armi !, chiedevano, inquieti.
Armi !, chiedevano, irati.
Armi !, per poter schiacciare
quelle canaglie del fascio.
Poiché non gli davano armi,
alla lotta si gettarono,
una parte mezzo nudi,
una parte mezzo scalzi,
e quando spuntò l’aurora
cominciarono l’assalto.
Il Cuartel de la Montana
ai Sindacati s’arrese!
Ricordate. Era di luglio
e una notte estiva era.
Combatterono i liberi
ed i liberi prevalsero.

Antonio Agraz – Guadagnerai il pane…

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Antonio Agraz
Guadagnerai il pane…

" Chi ara la terra, mamma,
quando il tagliente aquilone
punge la carne, mal coperta
d’una camicia di cotone? –
Chi vuoi, figlio, che ari?
All’aratro, l’aratore! "
" Chi semina la terra, mamma,
quando il vento vagabondo
passa intabarrato di nebbia
e cantando accarezza il mondo?
" Chi vuoi che semini, figlio,
la terra? Il seminatore. "
" Chi sarchia i seminati,
quando il getto si sviluppa,
e squarcia col suo verde ago
la zolla che lo avviluppa?
Chi li pulisce dal loglio? "
" Li pulisce il sarchiatore.
" Chi falcia e falcia le messi
sotto il sole demolitore
la terra secca irrorando
con pioggia di buon sudore?
‘Chi le raccoglie in covoni? "
Chi se non il falciatore? "
Chi, sulla trebbia, s’aggira per l’aia?
" Il trebbiatore!
Chi fa del grano farina,
nella mola? "
" Il mugnaio! "
Chi cuoce il pane nel forno
infocato? "
" Il fornaio!
E chi se lo mangia poi?
Taci, figliol Lo so io’

Tristan Tzara – Spagna 1936

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Tristan Tzara
(Romania)
Spagna 1936

giovinezza dei passi nella cenere
il sole svela la tua sordità mattutina
quando il serpente vuole coltivare
le creste tannate di pelle e di latte
nelle lente fonderie di cristallo
*
il grido armato dell’inverno trafigge
la forza virile degli uccelli
*
piangete donne se ne avete cuore
i marinai proteggeranno il vostro pianto
*
ma dietro le linee di ferraglia
una schiarita di candido vino
la cui parola fluida soppesa il ritorno
dei corvi pesanti nelle brocche del mondo
la crudeltà delle funi
recate da mani nutrienti
e l’aria infaticabile inchiodata
alle campane con i trampoli dei morti
alti nel guizzo delle lampade
*
piangete donne se ne avete cuore
proteggeranno le vostre debolezze i marinai
*
c’è un paese attraccato al mare
è l’oro, sospeso alle taverne dì pesci
i sacchi gonfi di morte le arance
fanno scoppiare le strade laterali
i quadranti degli orologi ove il riso
delle donne è carnale e le più pure notti
precipitano nel pozzo dei capelli
il sole a fianco sul bilanciere
delle medaglie
*
ridete donne se ne avete cuore
giocano i marinaia chi muore vince
*
rossa è la terra di questo paese
ma gli uomini son della sostanza del ferro
visto dal vento scelto tra le foglie morte
il loro passato sigillato alle ali
corre per le vie sibila la morte
tra le fessure sciarpe di pioggia
da tutti i flauti da tutti gli sbagli
salgono a gregge i canti
come la morte nel sangue
di chi si è identificato per sempre nella notte
dopo aver ammesso la propria solitudine
*
piangete donne introvabili strade
i marinai con voi piangeranno
*
poiché cadono i lucchetti delle prue
la vita brilla davanti sopra i contrafforti
di pietre calcinate ed è la vita
che increspa le porte coni denti
vicino alle connessure della morte
che giace riconoscendo a fatica
la sua terribile fonte
*
fuggite donne verso sofferenze nuove
i marinai proteggeranno i neonati
*
e la vita che brilla davanti
il suo sguardo lotta con le scie delle foreste
quando il mare passa al largo delle braccia
che lo tengono avvinto come il suo avvenire
fondato nel fosforo l’erba intrecciata
dì dolci incrostazioni la sua luce infantile
la sua lingua mista di radici
ai grumi di ferro materassi materassi
ìl suo dolore stride sul vetro del fiume
cielo frastagliato pieno dì sonnolente amiche
terra battuta mai sottomessa
fervori tra moltitudini antiche e la fraternità
dei miti inappagati degli uomini rogo delle risate di domani

Stephen Spender – Ragum ultima ratio

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Stephen Spender
( Inghilterra)
Regum ultima ratio

I fucili scandiscono l’ultima ragione del denaro
in lettere di piombo sulla collina in primavera.
Ma il ragazzo che giace morto sotto gli ulivi
era troppo giovane, troppo insulso
per esser degno d’uno sguardo del loro occhio importante.
Quello era un bersaglio più adatto ad un bacio.
*
Quand’era vivo le alte sirene delle fabbriche non lo
[chiamavano,
né le porte di cristallo dei ristoranti giravano per
[invitarlo ad entrare;
e il suo nome non era mai comparso sui giornali.
Intorno ai morti, con l’oro sprofondato come in un pozzo,
il mondo conservava un muro tradizionale,
e intanto la sua vita scivolava via, intangibile come
[il suono.
*
Oh, con troppa leggerezza si strappò il berretto
un giorno che la brezza strappava petali dagli alberi.
Il muro sfiorito germogliò di fucili;
la rabbia della mitragliatrice falciò le erbe;
bandiere e foglie caddero dalle mani e dai rami;
il berretto di lana imputridí fra le ortiche.
*
Giudicate la sua vita, che non aveva valore,
in termini d’impiego, di registri d’albergo, d’archivi di
[notizie.
Giudicate voi: solo un proiettile su diecimila uccide
[un uomo.
Chiedetevi allora: era giustificata tanta spesa
per la morte d’un essere cosi giovane e insulso,
disteso sotto gli ulivi, oh mondo, oh morte?

Nicolas Guillen – Una canzone in coro

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Nicolás Guillén
(Cuba)
Una canzone in coro

Tutti noi la strada conosciamo;
già sono puliti i fucili;
e sono pronte le nostre, braccia:
avanti, marciamo!
*
Non importa alla fine morire,
perché morire non è gran cosa;
brutto è l’esser libero e in catene,
brutto è l’esser libero e schiavo!
*
C’è chi muore sul proprio letto,
per dodici mesi agonizzando,
e altri che muoiono cantando
con dieci palle dentro il petto!
*
I uttì noi la strada conosciamo;
già sono puliti i fucili;
e sono all’erta le nostre braccia:
avanti, marciamo!
*
Cosi dobbiamo marciare,
severamente marciare, avvolti nel giorno
che nasce. Le nostre rozze scarpe, risuonando,
diranno al tremulo bosco: " é il futuro che passa!
Ci perderemo in lontananza… Scomparirà la oscura massa
di uomini, ma all’orizzonte, ancora
come in sogno, si udrà la nostra compatta voce che vibra:
*
… La strada conosciamo..
… Puliti i fucili…
… E sono all’erta le nostre braccia…
FI la canzone allegra navigherà come una nube sulla
[rossa lontananza!