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Livia Borsi Rossi – Le donne nella Resistenza

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Livia Borsi Rossi

 

(…) All’8 settembre ero all’ospedale, perché avevo avuto un aborto, non fatto da me, ma casuale. Sento gridare, gridare, gridare. Mi son presa paura, mi sono messa la vestaglia, sono scesa sotto. C’erano dei camion carichi di militari: chi era senza una gamba, chi ferito alla testa. «Assassini! Fino a mezzanotte ci sono stati amici, hanno giocato con noi alle carte », raccontavano questi militari, «poi ci hanno sparato addosso come a delle bestie! » Erano i tedeschi che li avevano assaliti. (…) Ho domandato il permesso di andarmene, perché avevo tre figli, e sono tornata a casa.

 

(…) Un giorno i tedeschi, ubriachi, vanno nel bar li a Teglia, rompono tutto, poi vengono su in casa mia: hanno aperto i cassetti e buttato all’aria di qua e di là le cose che c’erano dentro: cercavano, ma non han trovato niente. E han preso mio marito, l’hanno portato giù dove avevano il Comando e gli han dato tante di quelle botte, tante di quelle botte! C’era sangue dappertutto; io dicevo a mio figlio: «Guarda, è tutto sporco di sangue; vedrai che l’hanno ammazzato papà! » I bambini gridavano. Quella notte non ho dormito in casa: siamo scappati e siamo andati a dormire alla Croce azzurra di Barabino, che era la Pubblica assistenza. Sono andata là e gli ho detto: «I tedeschi hanno preso mio marito, l’hanno picchiato, io non so dov’è, per non stare in casa sono venuta qua». Ci siamo alloggiati li io, Ernesto, la Delina, mia sorella e mio padre, che aveva settantott’anni. (…) L’indomani mattina sono venuta via dalla Croce azzurra, perché avevo anche paura che facessero del male a quei ragazzi dell’Assistenza: avevo la testa sul collo, pensavo a queste cose. Vado dalla bottegaia vicino a casa mia, che mi dice: «Di suo marito io non so niente». Allora mio figlio si fa coraggio ed entra in casa. Trova un biglietto nascosto, con scritto: «Sono all’ospedale».(…) Era tutto rotto, l’avevano massacrato: una costola fracassata, un braccio a pezzi. Venticinque giorni l’han tenuto all’ospedale! Allora ho domandato ai miei compagni del partito cosa dovevo fare. Perché avevo già cominciato a portare delle munizioni. Su un monte vicino a Genova i nostri militari avevano lasciato delle munizioni, e mio figlio Ernesto, che aveva sedici

anni, e mia figlia Delina, che ne aveva quattordici, me le portavano in casa, alla villa Rosa, dove c’erano i tedeschi. Avevano un coraggio da leone. Io rischiavo: da casa mia, passando sotto il naso ai tedeschi, portavo queste munizioni a Teglia in casa di una che si chiamava i Checca, e poi veniva a prenderle suo cognato, che stava a Cornigliano, e andavano a finire nelle mani dei partigiani di città, i gappisti. Buttavano le bombe sui treni, procuravano le armi, facevano colpi di mano, i gappisti: erano in pericolo più degli altri. La prima volta ho portato quaranta chili di balistite, a sacchetti, due per volta, e a casa della Checca c’erano anche la Colomba e la Parma, che erano due donne che stavano in quella scala, ed è stato quando hanno fatto il primo sciopero, nel dicembre del ’43. Un giorno Ernesto mi ha portato un mucchio di caricatori, e io ho portato anche quelli. Mio marito non ha mai saputo niente: lui non sapeva quel che facevo io, e io non sapevo quel che faceva lui; perché anche lui c’era. Io mi domando delle volte come ho fatto ad avere un coraggio simile. Si vede che poi qualcheduno ha fatto un po’ la spia ed è magari per questo che hanno preso mio marito e l’hanno picchiato. Quando ho domandato ai compagni cosa dovevo fare, m’han detto: «Per il momento stai ferma, perché potrebbero pedinarti…»

 

(…)Una sera, ai primi di luglio, ammazzano un repubblichino, che stava poco distante da me. L ‘hanno ammazzato che erano le 8 e tanti, vicino al palazzo di Nasturzio. Io ero andata in galleria a portare la mia bambina più piccola, perché lei ed Ernesto dormivano là: quella era una galleria grande, e la gente ci dormiva anche. Invece la Delina stava a dormire con me: era come me, non aveva paura di niente. Alla mezzanotte arriva la squadra d’azione, e spara di qua, spara di là. Uno che abitava in un palazzo vicino alla villa Rosa ha sentito quel rumore, è andato alla finestra nel sonno, gli hanno sparato, e gli hanno staccato la testa. Un altro era ferito da una bomba e gridava: «Aiuto! aiuto! » ma nessuno si muoveva, perché avevano paura. Tutti gli uomini scappavano dalla parte dietro del palazzo, dove c’era un seminato, per non esser presi. Picchiano alla porta di casa mia e mi cercano. «Sta qua Borsi Livia?» Ho aspettato un po’ per non far vedere che ero sveglia e ho detto: «Sì». «Apra la porta. Siamo le…» Non mi ricordo più cos’han detto. lo ho aperto la porta. Erano repubblichini. «Chi è Borsi Livia? È lei?» «Io». «Si vesta, venga con noi».

 

 

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Lidia Beccaria Rolfi–Donne nella Resistenza 3

Lidia Beccaria Rolfi

(…) Ora la guerra, anche se è lontana, incomincia a piacermi sempre di meno; capisco che è un grosso pericolo per chi va e una grande «fregatura» per chi resta. Ho appena sedici anni, ho ancora tante idee confuse, ma i fatti mi portano a riflettere. (…) Gli entusiasmi patriottardi di tre anni prima sono caduti da tempo: porto la gonna pantaloni della divisa per andare in bicicletta, non partecipo più agli ultimi cortei. Il 10 maggio,a scuola, strappiamo il cartello «Vincere» che è appeso nell’aula e alcuni compagni portano una cravatta rossa e un garofano rosso all’occhiello. (…) Mi diplomo, il 31 maggio, senza gioia. Il 25 luglio lo ricordo ancora adesso come un giorno straordinario. È il giorno in cui scopro la libertà, intesa per ora solo come libertà di parlare. Mi illudo che la caduta di Mussolini voglia anche dire fine della guerra per l’Italia. Le mie reazioni, anche se sono nella direzione giusta, sono soltanto reazioni istintive alla tragedia della guerra, alle sofferenze che vedo attorno a me, alle morti che hanno colpito i soldati al fronte e i civili in città. Non c’è ancora una presa di coscienza sulla realtà della situazione italiana e sul fascismo. Questa presa di coscienza verrà molto più tardi.

L’8 (…) nel pomeriggio, non appena si sparge la notizia dell’armistizio, le strade di accesso alla città diventano teatro di un fuggi fuggi generale: la gente scappa dalla fiera intasando le vie con ogni mezzo di trasporto: birocci, carri, biciclette. La maggior parte però scappa a piedi. Non si sa bene perché scappi: è impaurita dall’ignoto, dai “si dice”, dalle voci che si diffondono e che annunciano l’arrivo imminente delle truppe tedesche. Si è già individuato nel tedesco il nemico di ora, anzi il tedesco ridiventa «il nemico» naturale, quello che la gente comune non ha mai digerito, nemmeno al tempo dell’Asse.

Alla fine di ottobre ricevo la mia prima nomina come insegnante elementare: sono destinata a Torrette di Casteldelfino in valle Varaita. Raggiungo la sede il 16 novembre e la sera stessa, all’albergo dell’ Angelo di Sampeyre, incontro alcuni ebrei fuggiti da Saluzzo, da Torino, e sento parlare del campo di concentramento per ebrei a Borgo San Dalmazzo. La notizia mi sconvolge. Nei quindici giorni successivi conosco alcune persone che avranno un peso determinante nella scelta che farò. Conosco «Medici» (Morbiducci) e «Rubro» (Terrazzani). Incomincio a collaborare con loro.

Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni, spesso ascolto «Medici» parlare, raccontare a noi che siamo più giovani e che lo ascoltiamo increduli, la vera storia della rivoluzione bolscevica, della guerra d’Abissinia, della guerra di Spagna e delle responsabilità del fascismo. Seguo perplessa i suoi discorsi: a volte stento a capire. Le argomentazioni contro i tedeschi mi convincono di più: le ho già sentite sei mesi prima, quando i reduci sono tornati dalla Russia e hanno raccontato.

Dalla pianura arrivano giorno per giorno notizie di rappresaglie e morti: ho visto Cerreto bruciare un mattino, arrivando da Cuneo. Alla fine di marzo, quando già le formazioni partigiane hanno raggiunto una certa forza e si stanno organizzando, quando in valle ha fatto la sua comparsa «Ezio» e il movimento si sta estendendo con azioni quasi quotidiane in pianura, i tedeschi e i fascisti iniziano il rastrellamento a tappeto della valle. Vedo i primi morti, due soldati meridionali sbandati, uccisi come cani a Venasca, vedo i partigiani fucilati a Melle. «Ezio» mi ordina di andarmene dalla valle che pullula di spie. Torno a casa e rientro, come eravamo intesi, dopo una decina di giorni, quando ormai i tedeschi se ne sono andati e in valle non sono rimasti che pochi presidi della Gnr (Guardia nazionale repubblicana) di Bergamo.

Rientro l’11 sera e trascorro la giornata del 12 passeggiando per la montagna, con la speranza segreta di trovare qualche compagno. Verso le 8, quando è già buio, Gianni Ferrari, un partigiano giovane, lombardo credo, bussa alla mia porta, si ferma una mezz’ora per avere notizie e rifocillarsi, e riprende la marcia per raggiungere la valle Maira; due ore dopo altri quattro partigiani, venuti a conoscenza del mio rientro, mi raggiungono, entrano a mangiare un boccone e ripartono quasi subito anche loro per la valle Maira. Li accompagno per un pezzo, lungo la strada che conosco bene, e rientro nella notte. Il mattino dopo, alle 6, quattro militi della Gnr di stanza a Sampeyre mi svegliano, perquisiscono la mia camera, buttano all’aria tutto, rovistano, urlano, poi mi trasferiscono, a piedi, con le mani legate, all’albergo dell’Angelo dove ha sede il Comando. Mi interrogano per un giorno e una notte, mi torturano, cercano di spaventarmi con minacce di morte, mi fanno sfilare davanti il plotone di esecuzione; il comandante, il tenente Vicentini di Mantova (così mi ha detto di chiamarsi), assume in proprio l’onore e l’onere di picchiare a sangue «un’indegna spia del nemico che collabora con banditi ribelli», poi mi lega a una sedia e il mattino dopo mi fa caricare, legata come un salame, su una camionetta.

Mi portano a Cuneo, prima dal prefetto poi in carcere, e il giorno seguente, per ordine del prefetto, che ne ha dato l’incarico al tenente colonnello Carlo Sciavicco della Gnr, sono consegnata nelle mani della Gestapo che mi trasferisce a Saluzzo nelle carceri giudiziarie. Per gli interrogatori vengo condotta in una villa isolata alla periferia della città: la Gestapo mi interroga per due giorni, poi si disinteressa di me. Rimango in carcere dieci giorni, in una cella enorme con detenute colpevoli di reati comuni, infine mi trasferiscono, il 24 sera, alle carceri Nuove di Torino. Il giorno successivo subisco l’ultimo interrogatorio all’albergo Nazionale di Torino, da parte del capitano Schmidt, firmo un verbale scritto in tedesco e tradotto da un interprete, in cui continuo a negare ogni addebito, mi comunicano che sono condannata a morte, poi mi riportano in cella e non si occupano più di me. Rimango alle Nuove per circa tre mesi. (…)

La notte fra il 25 e il 26 giugno i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute dalle celle e ci accompagnano nella camera adiacente allo studio di suor Giuseppina, la madre superiora. È lei stessa che ci comunica con le lacrime agli occhi che saremo deportate in Germania dove «andremo a lavorare». Ancora nella notte ci caricano su un camion e all’alba ci trasferiscono a Porta Nuova e ci chiudono in un vagone bestiame, agganciato ad altri vagoni strapieni di uomini, giovani quasi tutti, in tuta blu e scarpe bianche da ginnastica, partigiani o rastrellati o segnalati durante lo sciopero del marzo’ 44 e tutti destinati, come lavoratori coatti, all’industria tedesca. Sullo stesso treno, durante una sosta del viaggio, vedo un compagno partigiano della mia valle, Gianni Negro. Cerco stupidamente di attirare la sua attenzione senza rendermi conto del pericolo a cui lo espongo. Mi vede e mi fa un cenno. È l’ultimo saluto di una persona amica.

Viaggiamo per quattro giorni e quattro notti nel vagone chiuso. Ci aprono per i bisogni fisiologici solo a rari intervalli e solo dopo che il treno ha varcato la frontiera del Brennero. Nella stazione di Chemnitz, di notte, subiamo un bombardamento aereo chiuse nel vagone. Il nostro treno non è colpito. Staccano i vagoni degli uomini e proseguiamo sole, sempre in vagone piombato, fino a Berlino; e qui, scortate da SS, ci trasferiamo in metropolitana a un’altra stazione della città. Siamo un piccolo gruppo miserabile di quattordici donne, sporche e stanche, con fagottini di effetti personali e con gli ultimi resti dei viveri che ci ha dato alla partenza suor Giuseppina. Ci accompagnano due SS stanchi come noi, ma non suscitiamo nessun interesse nella folla della metropolitana. I tedeschi sono abituati a questo genere di spettacolo e ci ignorano. Ci caricano su un vagone passeggeri e dal finestrino scorgiamo il paesaggio, dopo giorni di viaggio alla cieca.

Il treno sembra andare verso Nord, passa in una pineta fitta, poi attraversa un paesaggio ondulato e penetra ancora in una pineta. La scarpata rivela un terreno sabbioso, i pini si fanno meno fitti, il paesaggio diventa brullo, desolato, non si vedono case. A una stazione, dopo trenta, quaranta chilometri circa, salgono nello scompartimento delle donne in divisa con un numero e un triangolo a punta (…) A una fermata successiva, in una stazioncina piccola di cui riusciamo a leggere il nome Fürstenberg -, ci fanno scendere e ci ordinano di camminare. Le donne vestite a righe ci precedono. Ci avviamo per una strada che costeggia un lago, la strada è lunga e i bagagli, pur scarsi, pesano. Arriviamo stanche davanti a un muro altissimo, nero, che si estende a perdita d’occhio. Nel muro si apre un portone sormontato da torrette, ci sono tante donne in fila che varcano il portone, mentre soldati SS le contano.

Varchiamo il portone anche noi; i due SS che ci hanno accompagnato tornano indietro dopo aver consegnato a un SS sul portone una cartella: i nostri dossier. Siamo a Ravensbrück. Siamo il primo trasporto di donne italiane che arriva a Ravensbrück. È la sera del 30 giugno del ‘44.

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Bianca Paganini Mori – Donne nella Resistenza

 

 

 

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Le Donne nella Resistenza

n2°

Bianca Paganini Mori

 

(…)Noi ragazzi studiavamo ed eravamo diventati quasi tutti studenti universitari. Per forza di cose, eravamo iscritti alle organizzazioni scolastiche del regime, perché altrimenti non saremmo potuti andare a scuola, però non eravamo attivi seguaci delle teorie fasciste, pur non avendo altre idee politiche: eravamo ancora troppo ragazzi e non potevamo avere, evidentemente, idee politiche. Tuttavia la più completa estraneità che regnava in casa verso il partito fascista era diventata anche nostra, e padre e madre ci avevano insegnato e abituato a pensare in una maniera talmente libera che non potevamo intimamente aderirvi. Scoppiò la guerra e mia madre ci portò, per difenderci dai bombardamenti cui La Spezia era continuamente sottoposta, a San Benedetto.

 

Restare in città era pericoloso anche per un altro motivo: la mia mamma era stata colpita da un terribile male al cuore, un grave scompenso cardiaco. Sicché lassù ci colse 1’8 settembre del 1943. Fu un evento drammatico. Mi ricordo che la sera di quel giorno la piazzola del paese, la strada, erano affollate, e l’annunzio colse un po’ tutti di sorpresa. (…) Mia madre si alzò, andò alla finestre a disse: «Qualcosa sta succedendo». Allora ci alzammo e ci vestimmo tutti, e andammo a vedere: stavano passando file, ininterrotte, di carri armati, di automezzi, di soldati, tedeschi, diretti verso La Spezia.

 

La mattina molto presto io e il secondo dei miei fratelli, Alfredo, partimmo per la città: volevamo sapere che cosa era successo. Arrivati giusto a La Foce, che è un valico che precede La Spezia, cominciammo a vedere tedeschi che, occupato il valico, fermavano le persone in divisa, toglievano le mostrine agli ufficiali, li schiaffeggiavano. A un generale sputarono addirittura in faccia. Ci fermammo, e mio fratello cominciò a dirmi: «Torniamo indietro», e: «Bisogna portar via ‘sta gente». Ormai a La Spezia non si poteva più andare: quelli che arrivavano su dalla città, dicevano che i tedeschi l’avevano occupata, avevano bloccato la stazione e le strade. E allora prendemmo con noi quelli che potevamo prendere e li guidammo attraverso la montagna verso Riomaggiore, che è la stazione proprio alle spalle della nostra montagna, perché potessero prendere il treno.

 

Questo già il 9 settembre. Subito, intanto, durante la stessa mattinata, i soldati che erano nella vallata a 50, a 100 metri da noi, avevano cominciato a scappare: avevano saputo quello che stava succedendo: che i tedeschi caricavano e portavano via su camion i militari, prigionieri. E allora, bisogna che dica la verità, tutte le case del paese si aprirono: chi dava una camicia, chi un paio di scarpe, chi una giacca, chi un paio di calzoni a questi poveri ragazzi; e qualche soldo, anche, per il viaggio. Li si accompagnava per un tratto o gli si insegnava la strada dei boschi, affinché evitassero la strada principale. Cercammo tutti, immediatamente, di aiutarli. Mio fratello Alberto, il maggiore, era tenente degli alpini a Brunico. Il 9 settembre si trovò con l’ordine di bloccare il valico: aveva una mitragliatrice in mano e sei alpini. Pensò: «Da solo non ce la faccio». Vista la mala parata, scappò, come tutti quanti gli altri. Dapprima si unì a un gruppo di alpini e di ufficiali degli alpini nel Trentino. Poi però, sapendo che a casa c’erano quattro ragazzi con la mamma sola, cercò disperatamente di ritornare. Ci impiegò un mese, però ci riuscì. E immediatamente si mise in contatto con altre persone e gruppi di La Spezia che già conoscevamo, per esempio con il colonnello Fontana, non solo per non obbedire alla Repubblica di Salò, ma anche per organizzare una resistenza.

 

Ci si cominciò a organizzare. Pochi, da principio. Mamma non posso dire che fosse felice di questo. Vedeva evidentemente il pericolo, perché non era una sciocca, però non interferì mai in quello che volevano fare i suoi ragazzi, soprattutto il maggiore. Anche perché aveva fiducia.

 

Dirò di più: non solo non si oppose, ma ci seguì. Alfredo, come soldato di sanità, era a Genova: continuava l’Università, frequentando il sesto anno di medicina. Dopo che si furono costituiti i primi nuclei di partigiani, ai primi di gennaio venne via da Genova e si uni anche lui a quei gruppi.(…) Passavano praticamente tutti di li quelli che dovevano andare in montagna, e li venivano accolti. Gli si dava da mangiare, quel poco che avevamo. Alfredo li accompagnava, poi ritornava giù. Noi ragazze si faceva quel che si poteva: gli si preparava da mangiare, li si puliva.

 

Eravamo proprio ragazze, allora. C’era un posto di blocco a La Foce, e un posto di blocco proprio a San Benedetto, e il bello si è che in mezzo a questi posti di blocco noi giravamo impunemente. Bice, per esempio, che era

impiegata a un pastificio di La Spezia, molto spesso la sera arrivava su con un camioncino sul quale c’erano farina e pasta, e faceva passare il posto di blocco, senza che nessuno dicesse niente, al camioncino con quella farina e quella pasta, che poi arrivavano in montagna.

 

Ricordo che una volta io salii su con tre o quattro bombe a mano nella borsa, e la borsa me la portò un repubblichino. «Come pesa ‘sta borsa!» «Sa, ho trovato delle castagne, delle patate! » E me la portò lui, fino a casa. Altre volte scendevamo in città a prendere dei chiodi da mettere nelle strade in cui sarebbero passati gli automezzi dei fascisti e dei tedeschi. Attraverso i posti di blocco noi passavamo impunemente, perché ormai ci conoscevano.

 

Verso marzo, aprile, i nuclei si organizzarono meglio. I miei fratelli facevano parte delle formazioni Giustizia e Libertà della IV zona operativa, a capo della quale era il colonnello Fontana, ma c’erano altre formazioni, come la brigata Garibaldi «Muccini», che operava verso Sarzana. C’era bisogno ormai di persone che sapessero curare i feriti. E Alfredo, studente del sesto anno di medicina, cominciò a fermarsi anche lui in montagna per cercar di predisporre un servizio di assistenza. Alla fine di giugno venne giù perché c’era bisogno di medicinali, e il 2 o il 3 di luglio scese in città: gli avevano promesso che gliene avrebbero dati. Una spiata, non lo sappiamo… Fatto sta che parti da San Benedetto e arrivò in piazza Garibaldi; qui, prima che, (meno male!) entrasse nella farmacia dove era già pronto il pacco per lui, lo arrestarono. La notizia del suo arresto giunse subito su. Mia madre, strano a dirsi, mentre era sempre piuttosto malaticcia con il suo scompenso di cuore avrebbe dovuto condurre una vita molto calma, molto serena -, quel giorno sembrava quasi ritornata alla primitiva energia. Non pianse, non si disperò. Ci disse: «Ragazzi, ripuliamo la casa». In casa non c’era quasi niente di compromettente e pericoloso, perché i miei fratelli non vi lasciavano niente di quel genere, è ovvio. C’era però una divisa della X Mas, perché la sera prima era passato da noi un militare, che prima di andare in montagna si era spogliato della divisa e ce l’aveva lasciata. E allora la divisa, fuori di casa! Poi c’erano dei fucili, ma fucili da caccia, nostri. Però mamma disse: «Sarà meglio portarli via. Chi sa cosa potrebbero pensare, a parte il fatto che sono fucili di valore e magari se li prenderebbero». Infine chiamò mio fratello, il minore, che era proprio un ragazzino -aveva quindici anni -e gli disse: «Figliolo, va’ dove vuoi, ma qua in casa, per lo meno per qualche giorno, non ti far vedere». Prima ancora avevamo avvertito in paese che nessuno si avvicinasse alla nostra casa, perché sarebbe stato pericolosissimo. E poi aspettammo.

 

Passò tutto il giorno, e non successe niente. Intanto durante la giornata poco per volta erano arrivate notizie: che Alfredo era stato portato al Comando delle Brigate nere, di li al Comando delle SS e la sera in prigione. Aspettammo. Mamma aveva detto: «È inutile che noi scappiamo. Siamo tre donne: io ho sessantatré anni, voi siete ragazze -io avevo ventun anni, mia sorella diciotto -: non ci faranno nulla». Andammo a letto, con un’ansia terribile. Verso mezzanotte, cominciammo a sentire, sulla strada che conduceva alla casa, dei passi. «Eccoli! -mia madre disse, -eccoli! Calme! Perché se stiamo calme, se siamo serene, riusciremo a esprimere con maggior chiarezza quello che vogliamo dire, a dare forse l’illusione che qua non c’è mai stato nessun altro che noi». Ma lei poteva essere calma; io, giuro, calma non ero. Bussarono alla porta, mia madre andò ad aprire. C’erano tre repubblichini, uno dei quali era il capo dei repubblichini della zona, un certo Gallo, che fu poi preso prigioniero e fucilato, e insieme con loro cinque SS: tre ufficiali, fra cui un tenente, e due soldati. Cominciarono a chiedere degli uomini. «Uomini non ce n’è». Mia madre ci aveva ordinato di rispondere cosi. «Uno è militare, -spiegò lei, -e non ne ho più saputo niente, l’altro è all’Università a Genova, dove fa il sest’anno di medicina, e il piccolo è da amici». Per cinque ore perquisirono la casa, da cima a fondo. Non trovarono che dei libri, come La storia della rivoluzione russa, Disobbedisco di Giuliotti, la Storia di Cristo di Papini, che presero per libri antifascisti: fra l’altro erano anche perfetti ignoranti.

 

Davanti alla Divina commedia con le figure del Doré chi sa perché dissero: «Che roba! Che schifo!» Da ultimo trovarono lettere indirizzate a mio padre da un amico svizzero, ma lettere scritte da cinque, sei anni, nelle quali non c’era altro che dimostrazioni di affetto, di simpatia, e il racconto di quello che lo scrivente faceva, della sua vita. Non so che cosa credettero: forse le presero come la prova di una specie di contatto con stranieri. Insomma, alle 5 del mattino partimmo, con loro. Devo premettere che i partigiani erano stati avvertiti che Alfredo era stato preso e avevano preparato una specie di…, come posso dire?, di agguato. «Se vengono e portano via le donne, salviamo per lo meno loro». Ma ci presero per donne di malaffare che avessero fatto una passeggiata coi tedeschi e non ci fermarono: ci conoscevano, ma si erano dovuti tenere nascosti, perché la strada era sorvegliata, e, poverini, non ci riconobbero. Per lo meno, questo ci dissero in seguito.

 

Fummo portate a La Spezia, nelle carceri.(…) Una volta sola ci fecero vedere mio fratello, ed era in condizioni pietose, tanto che mia madre, quando ritornò in cella, si senti molto male. Non lo rivedemmo più. Giunse il 20 luglio, giorno in cui in Germania fu fatto l’attentato a Rider. Mamma, quando lo seppe, diventò come matta. lo dico che quel giorno ci fu in lei proprio una vena di pazzia, perché subito, appena seppe la notizia, chiese alla suora, ma in una maniera perentoria, che non era nel suo carattere, di essere ricevuta dal comandante tedesco. «Voglio essere ricevuta dal comandante tedesco!» E la suora le diceva: «Ma cosa vuole da lui?» « Voglio essere ricevuta!» La suora chiese allora al comandante tedesco se poteva ricevere mia madre, ed egli acconsentì. Stava facendo un interrogatorio. Mia madre dalla porta gli disse: «I miei figli saranno assassini, saranno briganti, saranno indegni di vivere, ma come chiami tu quelli della tua gente che hanno attentato a Rider? Allora non soltanto in Italia ci sono banditi e assassini; ce ne sono anche da te!» La suora, suor Teresina, racconta che il comandante la guardò, si fece tradurre dall’interprete quello che lei aveva detto -e mia madre pretese che fosse ripetuto parola per parola -, poi si alzò, le fece il saluto militare, le tese la mano e le disse: «Mille donne come te e io qua non ci sarei». Da quel giorno non ci tormentarono più: cessarono per noi gli interrogatori. Perché mia madre gli aveva anche detto: «È inutile che tu continui a interrogarmi: io non so niente e anche se sapessi qualcosa, non te lo direi”. Gli dava del tu: “tu dai del tu a me che ho sessantre anni, perché io non posso dare del tu a te che potresti essere mio figlio?”.

 

Bianca Paganini Mori fu incarcerata presso il carcere di La Spezia e successivamente deportata a Ravensbruck.

 

 

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Helen Zago – Le donne nella Resistenza 1°

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Le donne nella resistenza A cura di Hélène Zago

 

La Resistenza rappresenta la fase in cui nascono e si sviluppano le premesse per la nascita della Costituzione e della Repubblica democratica. E per la prima volta le donne partecipano da protagoniste a un momento decisivo della storia italiana. E’ un fatto inedito, che non ha precedenti: la partecipazione femminile non è più di una elite intellettuale e culturale del paese, com’era avvenuto durante il Risorgimento; si tratta invece di un fatto diffuso, realmente di massa.
Le donne svolgono un fondamentale ruolo di organizzazione e di supporto all’azione delle brigate partigiane. Sono loro che raccolgono gli alimenti, le munizioni, le informazioni, svolgono un’essenziale funzione di collegamento tra le brigate partigiane, organizzate in campagna e in montagna, e la città. Un ruolo che forse non è stato adeguatamente riconosciuto. Esse non ricoprirono, esclusi alcuni casi straordinari, la funzione tradizionale di combattenti. Fu questo il motivo per cui non si colse fino in fondo la grande trasformazione che stava vivendo l’Italia grazie all’ingresso nella vita pubblica delle donne.
Nel ricordare la lotta partigiana raramente si parla del ruolo delle donne e del loro contributo alla Resistenza. Anche per questo motivo si parla di “Resistenza taciuta”. Eppure il contributo delle donne fu un contributo molto rilevante, soprattutto nella gestione organizzativa quotidiana. Le donne si occupavano della stampa dei materiali di propaganda, attaccavano i manifesti e distribuivano i volantini, svolgevano funzione di collegamento, curavano il passaggio delle informazioni, trasportavano e raccoglievano armi, munizioni, esplosivi, viveri, indumenti, medicinali, svolgevano funzioni infermieristiche, preparavano i rifugi e i nascondigli per i partigiani.
La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazi-fascismo è, dunque, ampia ed importante, ma difficilmente misurabile e valutabile per il ruolo nascosto e “dietro le quinte” che svolge. La presenza delle donne è costante nella gestione “ai margini” delle operazioni di lotta clandestina dei partigiani; è raramente in primo piano nelle azioni di combattimento (anche se ci sono alcuni casi molto interessanti) ma è un ruolo chiave nella cornice organizzativa della Resistenza. Anche se, alla fine della lotta armata, la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti.
«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino.“’Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”».

 

Anna Maria Bruzzone racconta in un suo testo:
“La specifica oppressione che le donne patiscono si manifestò infatti al loro rientro in patria, e in seguito, in forma particolarmente crudele: spesso esse si videro opporre un muro di disinteresse, di incomprensione, di diffidenza e talora persino di ostilità. A loro specialmente veniva applicata la morale di Renzo, del non mettersi nei tumulti, del non predicare in piazza, in breve del non far politica. Se fossero state a casa, -pensavano e dicevano o lasciavano intendere molti, -non sarebbero state deportate! I guai sono andate a cercarseli! » O, al contrario, sminuendo o cancellando la loro partecipazione alla Resistenza: «Non erano partigiane! Partigiani erano gli uomini che avevano accanto!» E anche, ambiguamente: «Chi sa che cosa avranno passato lassù!» Né si risparmiavano loro umiliazioni che le riportavano nel Lager: si leggano, a questo proposito, i passi in cui vengono descritte le avvilenti visite che molte di esse subirono negli Ospedali militari italiani”.
E’ importante non dimenticare come la dittatura prima e la guerra poi, avessero contributo a creare un punto di rottura nella tradizione della gestione familiare. In particolare, gli eventi bellici avevano rovesciato alcuni normali equilibri familiari e sociali. Con l’avvento del fascismo ogni aspetto della vita venne subordinato allo Stato: il diritto di famiglia, basato sul codice del 1865, si fondava sulla supremazia maschile e negava l’autonomia della donna, che doveva sempre avere “un’autorizzazione del marito”. Con la soppressione dei partiti politici e dell’associazionismo, vennero represse tutte le forme di attivismo femminile; era il 1926 e le uniche organizzazioni riconosciute erano i movimenti femminili fascista e cattolico. Eppure, paradossalmente, è proprio con la guerra che le donne conoscono una nuova libertà. La “scomparsa” dai paesi e dalle città della popolazione maschile giovane, in forza e in età da lavoro, mandata al fronte a combattere contro gli Alleati, aveva in parte costretto le donne ad assumere un ruolo sociale nuovo e a ricoprire la funzione inedita di “capo famiglia”, spesso costringendole a provvederne il mantenimento. Possiamo dire che a partire dalla lotta di Resistenza e dalla Costituzione del 1948, le donne si trasformano in soggetti storicamente visibili.
Alla fine del conflitto si tentò di quantificare e di valutare l’entità della lotta di Liberazione. Veniva riconosciuto “partigiano” chi aveva fatto parte di formazioni regolarmente riconosciute per almeno tre mesi e aveva condotto almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra. Si capisce, dunque, come l’azione femminile difficilmente potesse rientrare in questi parametri. I dati in merito alla partecipazione femminile sono parziali e poco attendibili, ma comunque significativi.
Riportiamo di seguito i dati offerti dall’Associazioni Nazionale dei Partigiani d’Italia:
partigiane: 35.000
patriote: 20.000
gruppi di difesa: 70.000
iscritte arrestate/torturate: 4.653
deportate: 2.750
commissarie di guerra: 512
medaglie d’Oro: 16
medaglie d’argento: 17
fucilate o cadute in combattimento: 2.900

 

Alcune di loro, provenienti da famiglie di tradizione antifascista, vennero coinvolte ancor prima dell’Armistizio dell’8 settembre 1943. L’ingresso delle donne nel movimento clandestino viene fatto risalire ad un significativo episodio del 1941. A Parma, il 16 ottobre 1941, scoppiò una violenta rivolta in seguito alla diminuzione giornaliera della razione individuale di pane, ulteriormente ridotta a 150 grammi, sebbene Mussolini, che aveva visitato la città pochi giorni prima, avesse promesso di non abbassare le razioni alimentari: le donne assaltarono un furgone della Barilla che trasportava un carico di pane. Appena sparsa la notizia, altre donne uscirono dalle fabbriche e formarono dei cortei spontanei in molte vie della città; furono le più politicizzate ad organizzare le operaie e le massaie. Le donne manifestarono numerosissime e molte di loro furono arrestate. Era soprattutto il peggioramento delle condizioni di vita a spingerle ad agire per porre fine alla guerra e alla fame. La protesta venne chiamata “sciopero del pane” e rappresentò un momento importante nella cronologia di sviluppo del movimento clandestino di Liberazione: per la prima volta le donne rischiarono il posto di lavoro e l’incarcerazione, scendendo in piazza.
A partire da quel momento sempre più donne entreranno tra le file della Resistenza: il coinvolgimento di un amico, di un fratello, di una madre nell’organizzazione partigiana, le spinse ad agire attivamente nella Resistenza civile come nella lotta armata. Anche per questo lo “sciopero del pane” viene comunemente considerato l’atto di ingresso delle donne nel movimento antifascista.
Il problema dell’alimentazione era, come in ogni guerra, una delle piaghe più drammatiche. E’ noto come fossero le donne coloro che avevano il compito di recuperare gli alimenti.
La presenza femminile era particolarmente alta nei Gruppi di Azione Partigiana (GAP) e nelle Squadre d’Azione Partigiana (SAP). Inoltre le donne organizzavano scioperi ed agitazioni di carattere femminile, come le grandi manifestazioni che si svolsero a Torino in seguito alla morte delle sorelle Arduino. Essenziale era, poi, la loro funzione di collegamento: le “messaggere” erano quelle che superavano le linee tedesche per portare i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento. Un’altra iniziativa importante prevalentemente gestita da donne fu il “Soccorso rosso”, una specie di organizzazione di mutua assistenza, con la funzione di reperire viveri o denaro per le famiglie dei militanti in difficoltà. Uno dei gruppi propulsori della partecipazione femminile si sviluppò a Milano, dove si formò dopo l’Armistizio un gruppo molto attivo di donne combattenti. Ben presto, ad un piccolo nucleo si aggiunsero donne di ogni grado della scala sociale e di ogni credo politico, che portarono ben presto alla nascita di Gruppi Operativi che svolsero una lotta senza tregua per la conquista dei diritti politici e civili per le donne.
Anche tra le pareti domestiche spesso le donne organizzarono dei veri propri laboratori, per preparare gli indumenti ai partigiani, per raccogliere le armi e le munizioni, per raccogliere e ridistribuire gli alimenti ai partigiani o alle loro famiglie. Per la prima volta nella storia, e con una netta cesura con il passato, la partecipazione alla guerra si caratterizza come un’assunzione di responsabilità e di un ruolo autonomo.
Il Comitato Nazionale dei Gruppi di Difesa nel giugno del 1944 invia una relazione al Comando di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia sull’opera dei gruppi di difesa. Il comunicato è in merito alla costituzione dei Gruppi di Difesa:
«All’appello hanno risposto le donne italiane delle fabbriche e delle case, delle città e delle campagne riunendosi e lottando. I Gruppi sono sorti e si sono sviluppati nei grandi come nei piccoli centri. A Milano, nelle fabbriche, si contano ventiquattro Gruppi con circa 2000 aderenti; un eguale numero esiste a Torino e a Genova: essi contano 3300 affiliate. Parecchie centinaia di aderenti si contano in Emilia e in Toscana, nelle Marche e nel Veneto. Sono sorti Gruppi di contadine, di intellettuali, di massaie, nelle case e nelle scuole; la loro azione viene coordinata dai Comitati femminili di città e di villaggio, regionali e provinciali, attorno alle direttive indicate dal Comitato Nazionale».

 

In tutta quella parte dell’Italia che era rimasta sotto il dominio tedesco, furono costituite formazioni militari femminili di Volontarie della Libertà, «formate da donne energiche e audaci, decise a partecipare attivamente alle operazioni di guerra».
Le donne che facevano parte di questi nuclei organizzavano atti di sabotaggio nelle fabbriche, con l’obiettivo di bloccare la produzione (in larga parte destinata alla Germania). Inoltre, supportando le brigate partigiane, organizzando le interruzioni delle vie di comunicazione e l’occupazione dei depositi alimentari e approntavano squadre di infermiere e posti di pronto soccorso. Le donne erano una figura essenziale nel recupero degli “sbandati”.
Una figura simbolo della resistenza al femminile e in particolare della Resistenza veneta, è Tina Anselmi. Nata a Castelfranco Veneto nel 1927, decise giovanissima di schierarsi contro il regime, quando, a Bassano, vide un gruppo di giovani partigiani impiccati:
“Dopo l’8 settembre, in seguito alla firma dell’armistizio, i tedeschi conclusero che noi avevamo tradito l’alleanza ed allora si sviluppò con più ferocia e determinazione la loro rappresaglia. Noi vedevamo passare per i nostri paesi i carri bestiame pieni di giovani dei nostri paesi rastrellati, portati in prigione e poi impiccati o fucilati nei viali. Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi, c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo. La dottrina fascista diceva, nel primo articolo, che lo Stato è fonte di eticità, niente è sopra lo Stato, niente è contro lo Stato, niente è al di là dello Stato; dunque questo articolo giustificava quello che avveniva e le rappresaglie che erano consumate”.
“Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. “Ricordo sempre un treno, uno dei tanti treni che passava sempre per la stazione del mio paese con tutti i carri piombati, dentro c’erano ragazzi che gridavano, avevano bisogno di acqua, avevano bisogno di cibo, facevano passare per le fessure dei carri bestiame biglietti con gli indirizzi delle loro famiglie perché le avvisassimo”.
Tina Anselmi divenne staffetta della Brigata Autonoma “C.Battisti” e del Comando regionale del Corpo Volontari della Libertà.
Madri Italiane!

 

I tedeschi e i fascisti vogliono arruolare i vostri figli per mandarli al fronte, per mandarli in Russia a combattere con i tedeschi, a compiere opera criminale a tradimento. NON LASCIATE RAPIRE I VOSTRI FIGLI! Molto facilmente non li rivedreste più, perché i nazifascisti e quanti servono sotto le loro insegne saranno certamente schiacciati dagli eserciti vittoriosi delle Nazioni Alleate. NON DATE AI TEDESCHI I VOSTRI FIGLI! Incitateli invece a raggiungere i Patrioti, le gloriose Brigate d’assalto Garibaldi: compiranno così, opera onorata e patriottica, concorrendo a ridare al nostro popolo a alla nostra Patria, libertà e indipendenza.

 

I gruppi di difesa della donna E per l’assistenza ai combattenti della libertà

 

Manifestino rivolto alle madri

 

Tratto da

 

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza

David Maria Turoldo (Resistenza)

David Maria Turoldo
(Resistenza)

Era aperta solo al tuo occhio
quella Notte oscura:
e dunque perché non li uccidesti
avanti che uccidessero?
*
I grandi deliravano
In parate e uniformi
E noi non capivamo.
*
Aquile e svàstiche
e canti di morte
salmi e canti e benedizioni
di reggimenti col teschio
sui berretti neri
sulle camice nere
sui gagliardetti neri..
*
E discorsi fin o all’urlo
accanito delle folle d’Europa,
della saggia e civilissima
e cristiana Europa.
*
Così abbiamo tutti cantato
almeno una volta
i canti della morte.
*
L’inizio è sempre uguale:
"Nostra è la Ragione"! E poi,
l’esaltazione degli eroi.
*
Poi le medaglie
e le corone e i monumenti
e i momenti del silenzio
all’Altare della Patria.
*
Dio, cosa costano gli eroi!

Roberto Roversi … poi è arrivato aprile

Roberto Roversi
… poi è arrivato aprile

Uno prendeva il fucile
saliva sulla montagna
e la montagna era lì che aspettava
un altro prendeva il fucile
andava per la pianura
anche la pianura aspettava
e non aveva pietà
nella città era fuoco
terribile rosso il tramonto
il fuoco bruciava le case
e non aveva pietà
giovani cadevano morti
fra l’erba senza colore
pendevano morti dai rami
spezzati come poveri cani
i mesi gli anni passavano
i giorni non davano tregua
un mitra stretto nel pugno
pianura montagna città
poi è arrivato un aprile
sangue di sole e di rose
come un vulcano che esplode
ha gridato libertà

Anonimo – Pancio

Anonimo
Pancio

Berretto alla spagnola, riccioli fuggenti
Un viso un poco altero, occhi sempre ardenti
Noi ti ricordiamo sempre più:
Pancio, dove sei tu?
*
Piangemmo un dì l’amara tua sorte
Quel tenebroso dì della tua morte
Fu un terribil destino e nulla più
Pancio, cosa fai tu?
*
Sarà per sempre a noi il tuo bel volto
E non lo vedemmo più nemmen da morto
Or non ti avremo più quassù
Pancio, perchè non torni più?
*
La giovinezza tua che il sol cercava
Che libertà e vita un dì sognava
Tace muta ora quaggiù
Pancio, perché non senti più?
*
All’ombra di un cipresso ti nascondi
E al richiamo nostro più non rispondi
E una voce che t’invoca di lassù
Pancio, perché non rispondi più?
*
Ma libertà e vita presto avremo
Perché il nemico nostro fugheremo
A guidarci sarai proprio tu
O nostro amato Pancio di lassù.

Uno che gli fu amico

Primo Levi – Erano cento

 

Primo Levi
Erano cento
Erano cento uomini in arme.
quando il sole sorse nel cielo,
tutti fecero un passo avanti.
Ore passarono, senza suono:
le loro palpebre non battevano.
Quando suonarono le campane,
tutti mossero un passo avanti.
Così passò il giorno e fu sera,
ma quando fiorì in cielo la prima stella,
tutti insieme fecero un passo avanti.
Indietro, via di qui, fantasmi immondi:
Ritornate alla vostra vecchia notte:
ma nessuno rispose, e invece.
tutti in cerchio, fecero un passo avanti.

Aiace – Versi pazzi

Aiace
Versi pazzi

Signori, perdonatemi,
che da sol mi presento;
sono il Garibaldino
che viene a voi vicino;
io sono il Combattente
io sono il partigiano
che va sul monte al piano,
che marcia allegramente
e digiuna sovente.

Ho vissuto per mesi
e mesi e mesi sulla neve
son passato all’estate
non ci siamo mai fermati.

Quante botte abbiam dato
per i monti e vallate!
Ora ci prepariamo
per l’ultima battaglia;
col ferro e la mitraglia
per l’Italia pugniamo.

Siamo pronti a schiacciare
chi vuol ostacolare
la marcia trionfale
di noi Garibaldini.

Gli avanzi di galera
detti camicie nere
ci chiamano banditi
e assassini accaniti
ma quando noi veniamo
tra voi, popolo nostro,
il vostro bel sorriso
ci sembra un paradiso,
ci ripaga gli stenti
fatiche e patimenti.

O popol, tutti uniti
abbattiamo il servaggio
avanti alla riscossa
con la bandiera nostra.

Carlo Greppi – La Resistenza in Toscana

La Resistenza in Toscana

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Alla Resistenza, alla Guerra di Liberazione, vanno assegnati a pieno titolo, non solo i martiri della Divisione Aqui a Cefalonia ed a Corfù (9600 uomini); i superstiti delle Divisioni Venezia e Taurinense che si unirono ai partigiani in Jugoslavia, insieme ai soldati di altre Divisioni; i caduti del Corpo Italiano di Liberazione: 77.456 dell’esercito, 10.984 della marina, 2.669 dell’aeronautica, ma gli oltre 600.000 prigionieri internati nei lager hitleriani del III Reich, che seppero dire NO! alla lusinga di rientrare in Italia a combattere, al soldo ed al servizio dei nazisti, contro i loro fratelli partigiani.

Dunque la Resistenza non è stata quell’esiguo movimento armato, come spesso si vuol far credere, ma quel vasto movimento che ha unito militari, prigionieri, mezzadri e lavoratori, donne,  giovani, nelle città e nelle campagne italiane. Un movimento fatto da milioni di persone, un grande movimento che ribalta il concetto frequentemente attribuito alla Resistenza di “secondo risorgimento”, in quanto, il Risorgimento, fu un moto diretto da piccole elitès cospirative e attuato da piccole bande in armi, mentre la Resistenza vide per la prima volta nella storia d’Italia affacciarsi sul teatro della lotta grandi masse popolari.

Soltanto in Toscana i partigiani combattenti ammontano a 16.604 (di cui 2.089 sono i caduti e 1.251 gli invalidi o mutilati). Molte le Medaglie d’Oro e d’Argento e le decorazioni al Valor Militare. Non è facile estrapolare da questa imponente massa di cifre, i nomi dei partigiani sardi combattenti, dei morti e dei feriti. Ad oggi una ripartizione di questo tipo non è ancora disponibile.

Mancano inoltre pubblicazioni esaustive sull’ampiezza della “Resistenza civile”, sul numero dei toscani internati nei Lager, dei patrioti e dei fiancheggiatori; né esiste una analisi del tempo di appartenenza alle varie Brigate, né sul ruolo delle donne, né biografie aggiornate dei decorati, né mappe dei luoghi delle sepolture, dei campi d’internamento fascisti, per oppositori politici ed ebrei, ecc. ecc. per le undici province toscane ed i quasi trecento comuni della Regione.

E’ perciò impossibile adesso delineare l’entità della presenza e del contributo dato dai

“sardi” alla Resistenza in Toscana, a partire dall’8 settembre 1943 fino alla data della Liberazione (estate 1944 al di quà della Linea Gotica); 27 aprile 1945 per le province di Lucca e di Massa.

Julius Fucik, martire della Resistenza europea, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943, scrive nella sua ultima opera “Scritto sotto la forca”:…vi chiedo una cosa sola se sopravviverete a quest’epoca, non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi…Erano persone con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo tra gli ultimi non era meno grande del primo, il cui nome resterà”.

A queste nobili parole ed a quelle del fregio latino scolpito sul cippo che a Castelnuovo di Val di Cecina ricorda i 77 minatori assassinati dai fascisti italiani della RSI al servizio degli ufficiali nazisti: LOCA SIGNIFICO NOMINA DECLARO VIVENTIUM FUTURORUMQUE PIETATI SACRATA HOS DIGNE COLITO QUOS HOSTIS SEVE NECAVIT (Io indico il luogo e rendo noti i nomi consacrandoli alla pietà dei viventi e dei posteri, tu onora degnamente costoro che il nemico crudelmente uccise), mi sono in parte ispirato nel raccogliere le storie dei partigiani Gallistru, Piredda e Vargiu.

Di altri partigiani sardi in Toscana ho finora reperito vaghe notizie, oltre a quelle pubblicate da Dario Porcheddu,5 i cui nominativi riporto in appendice, di: Enzo Pes, di Cagliari, componente la Formazione “Marcello Garosi”, Giuseppe Furiesi, di Alghero, componente della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, ucciso il 18 maggio 1944; di Giuseppe Porcu, “Amsicora”, di Cagliari e di Adelmo Cerru, “Annibale”, componenti la 1^ Compagnia della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, e Isio Pinna della Brigata “Gramsci”, ucciso a Sassofortino (GR) il 17 giugno 1944 insieme a tre compagni partigiani.

Quindi non ho raccolto elementi significativi per poter affrontare il tema della presenza dei sardi nella Resistenza in Toscana. Ma tuttavia, i tre esempi sui quali mi soffermerò, offrono l’archetipo per moltissime storie.

Come è stato più volte affermato, la spinta principale nel rifiutare l’arruolamento nella RSI e, al contrario, nell’aderire alle formazioni partigiane, si deve ricercare nell’attaccamento ai valori militari, nella necessità di riconquistare l’onore perduto dalla Patria a seguito delle infami aggressioni ai popoli liberi dell’Europa, alla volontà di ridisegnare i destini d’Italia e della Sardegna. Tali motivazioni furono alla base di moltissime vicende individuali, di piccoli e grandi eroismi, come quelli compiuti dai tre partigiani: Alfredo Gallistru, Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Il mio racconto inizia con un cippo seminascosto tra l’erba sulla scarpata di una strada campestre che dal paese di Castelnuovo s’inerpica verso il Monte rivestito dal grande bosco di castagni, che dall’alto dei suoi quasi 900 metri lo sovrasta. Sul cippo la scritta: “A mezzogiorno del 14 giugno 1944 la polizia nazi-fascista fucilava qui tre ignoti partigiani” I tre partigiani erano: Francesco Piredda, Vittorio Vargiu e il loro compagno, il nobile Franco Stucchi-Prinetti. Il  Marchese Gianluca Spinola fu assassinato lo stesso giorno nella cella di sicurezza della Caserma dei carabinieri, probabilmente dal tenente delle SS Emil Block.

Io ho conosciuto i loro nomi quasi vent’anni dopo l’uccisione, nel 1963, allorché il Sindaco di Castelnuovo mi fece eseguire una attenta ricerca su tutti i partigiani uccisi sul territorio comunale, per erigere una stele a loro memoria nel XX° anniversario della Resistenza. I loro nomi assommano a 90 e sono tutti incisi nel marmo posto nel centro del paese. Ma, nonostante aver individuato tutti questi nomi e le cause delle morti, nessuno ha mai pensato di sostituire il vecchio cippo con uno che riportasse i nomi ed i cognomi dei tre partigiani uccisi.

Alla sottovalutazione delle cosiddette “piccole morti” ha contribuito in larga misura l’eccidio dei minatori di Niccioleta che costò la vita ad 83 giovani lavoratori e la deportazione in Germania di 15 loro compagni. Si, perché perché l’eccidio, iniziato il 13 giugno 1944 nel villaggio minerario di Niccioleta (Massa Marittima) con l’uccisione di 6 minatori, il gruppo più politicizzato della Resistenza del villaggio che aveva organizzato turni di guardia armata alla miniera temendo la distruzione degli impianti da parte dei guastatori tedeschi ormai in ritirata, proseguì con la marcia della morte verso Castelnuovo di Val di Cecina, paese ubicato a nord a circa 24 chilometri distanza, di altri 150 minatori, dei quali 77 furono assassinati da militi italiani della RSI comandati da ufficiali tedeschi del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, un battaglione specializzato antiguerriglia, acquartierato in provincia di Arezzo, a Sansepolcro. Erano le ore 19 del 14 giugno 1944. Poche ore prima, a circa trecento metri di distanza, erano stati uccisi, in due luoghi diversi, Piredda, Vargiu, Stucchi Prinetti e il marchese Gianluca Spinola. Oggi  di questo eccidio, grazie agli atti processuali, all’apertura di importanti Archivi in Germania ed a recenti studi storici, sappiamo praticamente tutto. Questo tragico evento è stato uno dei più emblematici d’Italia, anche se dei meno noti, in quanto, benché quasi obliato dalle “celebrazioni” nazionali, ha contribuito a nascondere, fino a far dimenticare, il destino di altre vittime partigiane, le cui vicende, qualitativamente, hanno un valore simbolico forse più alto.

La gente di Castelnuovo di Val di Cecina partecipò con slancio solidale e collettivo all’opera di rimozione degli 81 corpi, sfidando la presenza dei tedeschi e dei fascisti in ritirata, cercando di dare identità e sepoltura ai resti straziati. Ma se l’opera risultò più agevole per i 77 minatori, molti dei quali provvisti di documenti (gli assassini si erano infatti limitati ad asportare dai portafogli e dalle tasche dei minatori solo i pochi denari e qualche oggetto di valore), e, comunque, registrati sugli elenchi della miniera, risultò impossibile il riconoscimento per i quattro partigiani resi irriconoscibili nel corpo e privi di qualsiasi documento.

Perciò sulle quattro tombe fu posto un cartiglio con la scritta “Partigiano ignoto”. Soltanto nel 1947 furono riconosciuti i resti del marchese Spinola e di suo cugino, il nobil uomo Stucchi Prinetti e con loro, da sicure testimonianze, i due compagni sardi, i sottoproletari Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Considerato l’alto rango sociale degli Spinola e degli Stucchi Prinetti, i due corpi furono esumati e traslati nelle rispettive tombe di famiglia: il primo a Quiesa (Lu) ed il secondo al cimitero delle Porte Sante di San Miniato al Colle (Fi). Le poverissime condizioni economiche delle due famiglie dei partigiani sardi non permisero, in quel momento, il trasporto delle salme nei luoghi di origine: Nuoro ed Ulassai. Nonostante le antiche promesse di porre sulle loro tombe una lapide nominativa, ciò, probabilmente, non fu mai eseguito e i due partigiani sardi continuarono a rimanere sepolti sul margine destro del camposanto, proprio sul confine del riquadro contenente le tombe di dodici soldati tedeschi senza nome, caduti in combattimento sul territorio comunale.

A vent’anni dalla fine della guerra, dovendosi ingrandire il cimitero per erigere nuovi colombari, tutte queste sepolture furono esumate ed i resti collocati nell’ossario collettivo. Di Piredda e Vargiu rimasero dunque soltanto i nomi incisi nella stele, posta nel giardino comunale al centro di Castelnuovo. Dei soldati tedeschi ignoti non è invece rimasto nulla, nemmeno la memoria.

Come è noto, in Toscana, ma non solo in Toscana, s’è acceso negli anni a cavallo del XX secolo, un forte dibattito sul cosiddetto “armadio della vergogna”, quell’armadio praticamente inaccessibile, con le ante rivolte contro il muro, nel quale erano custoditi 695 incartamenti sulle “stragi” compiute dai nazi-fascisti in Italia. Finalmente alcuni fascicoli, tra i quali quello riguardante l’uccisione di oltre cinquecento abitanti del piccolo villaggio di Sant’Anna di Stazzema, sono nelle mani dei Procuratori militari che hanno avviato i processi contro i criminali ancora viventi, comminando le prime condanne, in quanto i “crimini” contro l’umanità non cadono mai in prescrizione. Tuttavia poco o nulla vi si trova che riguardi l’eccidio dei minatori di Niccioleta o le uccisioni, senza alcun processo, di altre decine di partigiani, né le sevizie sulle donne, ad esempio contro l’eroina della Resistenza, Norma Parenti, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, né sa qualcosa sulle fucilazioni di Spinola e dei suoi compagni e nemmeno sulla deportazione degli ebrei verso Fossoli ed Auschwitz dal Campo di Concentramento di Roccatederighi (Gr), ubicato proprio a pochi chilometri da Castelnuovo di Val di Cecina.

C’è però da dire che di almeno tre degli eccidi compiuti in Toscana da SS tedesche e militi delle Brigate Nere della RSI, i processi furono celebrati e le condanne emesse. Come siano andati a finire quei processi è intuibile nel clima di “guerra fredda” che si andava instaurando nel mondo e nel rinnovato patto di amicizia tra l’Italia clericale di Mario Scelba e Alcide De Gasperi e la Germania a maggioranza democristiana di Konrad Adenauer. Infatti, anziché perseguire i responsabili nazi-fascisti delle stragi e degli eccidi, si iniziarono i processi (ed ancora oggi non s’è finito!) contro i partigiani. Perciò non dovremo stupirci se alcuni responsabili accertati dell’uccisione degli 83 minatori, condannati a morte, pena condonata a 30 anni di reclusione, in realtà si trovarono in libertà dopo non più di 4 anni di blanda reclusione. Come sia andata a finire al Feldmaresciallo Kesserling, criminale di guerra, è altrettanto noto: è morto in libertà.

Ad onor del vero non mancavano gli uomini democratici, sia in Italia che in Germania: all’inizio degli anni ’60 la Magistratura di Gottingen riaprì il processo contro alcuni ufficiali nazisti del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, accusati di aver commesso crimini in Toscana. Furono chieste informazioni in Italia e in Toscana. Ma dall’Italia non arrivò la benché minima notizia. Il tenente Block, gli ufficiali Deneke e Burger, invitati a deporre fornirono  ripetutamente certificati di medici compiacenti attestanti la loro infermità…sono tutti morti in libertà senza aver mai varcato la soglia di un’aula giudiziaria. Ho potuto personalmente consultare in Archivi tedeschi, da pochi anni aperti ai ricercatori, la documentazione relativa e, purtroppo, questa è la sconcertante verità.

Castelnuovo di Val di Cecina è da oltre sessanta anni noto come un “comune rosso” e fortemente antifascista. Ogni anno, sin dal 1945, celebra, il 14 giugno, il ricordo dei 77 minatori di Niccioleta. Una via del capoluogo è dedicata ai Martiri della Niccioleta. Ma, come è forse inevitabile, il tempo corrompe ogni cosa, anche i ricordi più cari, mitiga le ferite più brucianti. Inoltre, nella celebrazione del 14 giugno si condensa tutto il pathos della popolazione, e dopo la commemorazione ognuno si sente in pace con la propria coscienza. Accadeva anche a me, negli anni in cui ero sindaco del Comune. Mandavo un’auto con i vigili a portare corone di alloro ai cippi degli altri caduti, nulla più. Un vuoto rituale che non si curava nemmeno di togliere le corone, ormai scheletrite, depositate negli anni precedenti!

Ma, nella primavera del 2000, una telefonata dalla Sardegna, da Nuoro, svegliò e turbò la mia coscienza assopita. La famiglia Piredda chiedeva i resti della salma di un congiunto, un partigiano, ucciso a Castelnuovo di Val di Cecina il 14 giugno 1944: Francesco Piredda. Presi tempo, qualche giorno, ricercai i documenti, ispezionai il cimitero, visionai i registri delle sepolture, rimaneva ben poco. Anzi, di visibile non rimaneva niente. Che fare? Fu un colpo di frusta che fece partire la mia ricerca, quella che ha dato i frutti de “La piccola banda di Ariano”, con le biografie di tutti gli eroici protagonisti: Gallistru, Piredda, Vargiu e dei loro numerosi compagni, caduti per un sogno di libertà e di amor patrio.

I fatti sono ormai noti, le ricerche quasi esaurite. Si possono ricapitolare in pochi righi: l’8 settembre 1943 il Marchese Gianluca Spinola, ufficiale della Cavalleria Motorizzata, si trovava a Firenze con i suoi due fidi soldati Piredda, sottotenente e Vargiu, attendente. Allo sbandamento dell’esercito e al subitaneo arrivo a Firenze dell’esercito tedesco, i tre ex militari si rifugiarono presso la fattoria di Selvapiana, in Val di Sieve, ad est di Firenze, dove abitava la famiglia della  moglie di Spinola, i Giuntini-Antinori. Da questa fattoria organizzarono la resistenza, forse mettendosi già in contatto con un ex tenente colonnello della loro Divisione, Vito Finazzo. Presero a compiere incursioni armate, con una autoblinda, lungo la strada aretina, esponendo in tal modo i familiari di Gianluca, tra i quali la moglie Luisa e la piccola figlia Franca, a gravi pericoli. Fu pertanto deciso di nascondere i due sardi, uno alla Tenuta di Ariano, presso Volterra, e l’altro da una famiglia amica nei pressi di S. Casciano Val di Pesa, gli Zerini. Spinola faceva la spola e teneva i collegamenti, avvalendosi della conoscenza diretta di Vito Finazzo entrato a far parte del Comitato Militare Toscano del CLN per il Partito Democratico Cristiano. A Spinola si era infine aggregato suo cugino, renitente alla leva della RSI, Franco Stucchi Prinetti, figlio dei proprietari della Fattoria Badia a Coltibuono, a Gaiole in Chianti.

Ci furono contatti con la XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia” che operava nell’area delle Colline Metallifere Toscane e del Volterrano e rapporti di collaborazione. Inoltre Piredda e Vargiu si recavano di tanto in tanto a Firenze presso il Comando clandestino della Resistenza per prendere e portare informazioni sull’attività delle Bande partigiane e sui movimenti dei soldati tedeschi. All’inizio della ritirata tedesca dal Sud della Toscana il transito sulle strade statali senesi, volterrane e fiorentine si fece intenso. All’inizio di giugno 1944 Spinola ricevette l’ordine di compiere azioni di sabotaggio ai ponti per ritardare la ritirata, onde esporre i soldati tedeschi ad azioni di guerriglia partigiana. Il 12 giugno, al calar della notte, i sei componenti della “piccola banda di Ariano”, agli ordini di Gianluca Spinola, si scontrarono con ingenti forze nemiche. Vi furono molti morti fra i tedeschi, compreso un ufficiale. Ma quattro dei sei partigiani furono catturati7. Interrogati opposero un impenetrabile silenzio. Dopo una simulazione di fucilazione furono rinchiusi nel tetro carcere di Volterra. Qui li confessò il cappellano, canonico Maurizio Cavallini, che, conoscendo la famiglia dello Spinola, registrò l’avvenimento nel suo diario di guerra. Purtroppo nulla poté dire del contenuto della confessione. Nella notte del 13 giugno i quattro prigionieri ed altri tre partigiani volterrani furono trasferiti verso una destinazione sconosciuta. Si trattava in realtà del paese di Castelnuovo di Val di Cecina, ubicato 38 chilometri a sud di Volterra, dove in quelle stesse ore stavano confluendo altri 150 prigionieri, tutti minatori del vicino villaggio di Niccioleta.

Il giorno seguente 81 uomini furono fucilati, 21 deportati e 3 ricondotti nel carcere di Volterra. Adesso è noto il motivo della concentrazione di tutti gli ostaggi a Castelnuovo e di compiere, proprio in questo luogo, l’eccidio. E’ stato infatti rinvenuto negli archivi militari tedeschi un telegramma che parla di 40 soldati germanici uccisi a Castelnuovo e di 800 partigiani in armi che avevano occupato il paese e la via di comunicazione tra il sud e il nord dell’area immediatamente interna alla costa tirrenica della Toscana. Era un falso telegramma, tuttavia da Berlino partì l’ordine al III Freiwilligen Bataillon “Italien”, di stanza a Sansepolcro, di spostarsi immediatamente in questo luogo per annientare i “banditen” e in tal modo dissuadere i partigiani e la popolazione dal compiere atti ostili ai tedeschi in ritirata.

Il 10 giugno 1944, all’alba, Castelnuovo si trovò accerchiato, tutte le case furono perquisite, gli uomini, alcune centinaia, raggruppati in una piazza sotto il tiro delle mitragliatrici. Ma di partigiani veri e propri nemmeno uno! Il giorno 10 giugno fu un giorno denso di avvenimenti che spostarono l’attenzione dei tedeschi verso Monterotondo Marittimo e l’area mineraria del massetano. E proprio a seguito di una battaglia tra tedeschi e partigiani della III Brigata Garibaldi “Banda Camicia Rossa”, cadrà eroicamente, insieme a quattro compagni, il capitano Alfredo Gallistru, nato a Ruinas, in Sardegna, Medaglia d’Argento al valor militare alla memoria. Di tutti i prigionieri di Castelnuovo soltanto quattro furono deportati in Germania, mentre gli altri riuscirono a fuggire nei boschi circostanti il paese data l’esigua sorveglianza armata, poiché i militari si erano spostati a Monterotondo Marittimo distante una quindicina di chilometri.

Ma a Castelnuovo doveva compiersi la vendetta tedesca, perciò il 14 giugno 1944 furono uccisi i minatori rastrellati a Niccioleta ed i partigiani già detenuti nel carcere di Volterra, in tutto 81 uomini. Il tenente Emil Block, comandante le SS del III Freiwilligen Bataillon “Italien” fu poco dopo decorato insieme agli altri ufficiali tedeschi per questa azione. Catturato dagli americani nel Nord Italia, fu brevemente internato a Verona, poi liberato. 7 Si salvarono il fattore di Ariano, Bruno Cappelletti e uno studente universitario, Basilio Aruffo. La popolazione, sfidando i gravi pericoli del momento, trasferì gli 81 morti nel cimitero per l’identificazione e successivamente depose le salme in una fossa comune prima di seppellirle all’esterno, in un campo, dietro il muro sul lato della Cappella. Dopo circa due mesi iniziò il trasferimento delle salme a Massa Marittima ed ai paesi d’origine dei minatori, quasi tutti dell’area grossetana del Monte Amiata. A Castelnuovo rimasero quattro tombe di “partigiani ignoti” e di dodici soldati tedeschi, altrettanto ignoti. Finalmente, nel 1947, accurate indagini portarono all’identificazione dei quattro partigiani: erano, come sappiamo, Gianluca Spinola, Francesco Piredda, Franco Stucchi Prinetti e Vittorio Vargiu. Oggi una lapide posta all’interno del cimitero ricorda con semplici parole il loro coraggioso eroismo.

Nell’anno 2000, a 56 anni di distanza da quei tragici avvenimenti, ho avuto la fortuna di ritrovare parenti, familiari, amici, conoscenti dei componenti la “Piccola banda di Ariano”, che mi hanno aiutato a ricostruire le scarne biografie e, soprattutto, mi hanno regalato una sincera amicizia. Ormai l’episodio è entrato a pieno titolo nella storia toscana di quel 14 giugno e nelle commemorazioni, particolarmente di quelle solenni del 60° anniversario. A Massa Marittima, io  stesso, con le Autorità cittadine e con il presidente dell’ANPI di Grosseto senatore Torquato Fusi, ho sottolineato i valori della Resistenza che sfidano il tempo e che dovranno essere sempre presenti nell’impegno dell’uomo d’oggi: giustizia, libertà, solidarietà, federalismo europeo, lavoro, pace.

Scrisse in quegli anni lontani il partigiano della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, il giovane Carlo Cassola, allora membro del Partito d’Azione: “…la pace, cioè la vita, non sarà un valore, ma è senza dubbio l’indispensabile supporto di ogni cosa. Se sparissero gli uomini, infatti, che fine farebbero tutti i valori? Cari compagni, noi abbiamo fatto i partigiani e sappiamo cos’è la morte, dovremmo passare il resto della nostra esistenza ad evitare che il mondo sparisca e che i giovani non abbiano un futuro. Salviamo per loro ciò per cui abbiamo combattuto. Restiamo partigiani, ma partigiani per la vita e per la pace”.

pagine tratte dal libro di Carlo Groppi

Se tu vieni quassù tra le rocce…