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Roberto Roversi … poi è arrivato aprile

Roberto Roversi
… poi è arrivato aprile

Uno prendeva il fucile
saliva sulla montagna
e la montagna era lì che aspettava
un altro prendeva il fucile
andava per la pianura
anche la pianura aspettava
e non aveva pietà
nella città era fuoco
terribile rosso il tramonto
il fuoco bruciava le case
e non aveva pietà
giovani cadevano morti
fra l’erba senza colore
pendevano morti dai rami
spezzati come poveri cani
i mesi gli anni passavano
i giorni non davano tregua
un mitra stretto nel pugno
pianura montagna città
poi è arrivato un aprile
sangue di sole e di rose
come un vulcano che esplode
ha gridato libertà
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Anonimo – Pancio

Anonimo
Pancio

Berretto alla spagnola, riccioli fuggenti
Un viso un poco altero, occhi sempre ardenti
Noi ti ricordiamo sempre più:
Pancio, dove sei tu?
*
Piangemmo un dì l’amara tua sorte
Quel tenebroso dì della tua morte
Fu un terribil destino e nulla più
Pancio, cosa fai tu?
*
Sarà per sempre a noi il tuo bel volto
E non lo vedemmo più nemmen da morto
Or non ti avremo più quassù
Pancio, perchè non torni più?
*
La giovinezza tua che il sol cercava
Che libertà e vita un dì sognava
Tace muta ora quaggiù
Pancio, perché non senti più?
*
All’ombra di un cipresso ti nascondi
E al richiamo nostro più non rispondi
E una voce che t’invoca di lassù
Pancio, perché non rispondi più?
*
Ma libertà e vita presto avremo
Perché il nemico nostro fugheremo
A guidarci sarai proprio tu
O nostro amato Pancio di lassù.

Uno che gli fu amico

Primo Levi – Erano cento

 

Primo Levi
Erano cento
Erano cento uomini in arme.
quando il sole sorse nel cielo,
tutti fecero un passo avanti.
Ore passarono, senza suono:
le loro palpebre non battevano.
Quando suonarono le campane,
tutti mossero un passo avanti.
Così passò il giorno e fu sera,
ma quando fiorì in cielo la prima stella,
tutti insieme fecero un passo avanti.
Indietro, via di qui, fantasmi immondi:
Ritornate alla vostra vecchia notte:
ma nessuno rispose, e invece.
tutti in cerchio, fecero un passo avanti.

Aiace – Versi pazzi

Aiace
Versi pazzi

Signori, perdonatemi,
che da sol mi presento;
sono il Garibaldino
che viene a voi vicino;
io sono il Combattente
io sono il partigiano
che va sul monte al piano,
che marcia allegramente
e digiuna sovente.

Ho vissuto per mesi
e mesi e mesi sulla neve
son passato all’estate
non ci siamo mai fermati.

Quante botte abbiam dato
per i monti e vallate!
Ora ci prepariamo
per l’ultima battaglia;
col ferro e la mitraglia
per l’Italia pugniamo.

Siamo pronti a schiacciare
chi vuol ostacolare
la marcia trionfale
di noi Garibaldini.

Gli avanzi di galera
detti camicie nere
ci chiamano banditi
e assassini accaniti
ma quando noi veniamo
tra voi, popolo nostro,
il vostro bel sorriso
ci sembra un paradiso,
ci ripaga gli stenti
fatiche e patimenti.

O popol, tutti uniti
abbattiamo il servaggio
avanti alla riscossa
con la bandiera nostra.

Carlo Greppi – La Resistenza in Toscana

La Resistenza in Toscana

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Alla Resistenza, alla Guerra di Liberazione, vanno assegnati a pieno titolo, non solo i martiri della Divisione Aqui a Cefalonia ed a Corfù (9600 uomini); i superstiti delle Divisioni Venezia e Taurinense che si unirono ai partigiani in Jugoslavia, insieme ai soldati di altre Divisioni; i caduti del Corpo Italiano di Liberazione: 77.456 dell’esercito, 10.984 della marina, 2.669 dell’aeronautica, ma gli oltre 600.000 prigionieri internati nei lager hitleriani del III Reich, che seppero dire NO! alla lusinga di rientrare in Italia a combattere, al soldo ed al servizio dei nazisti, contro i loro fratelli partigiani.

Dunque la Resistenza non è stata quell’esiguo movimento armato, come spesso si vuol far credere, ma quel vasto movimento che ha unito militari, prigionieri, mezzadri e lavoratori, donne,  giovani, nelle città e nelle campagne italiane. Un movimento fatto da milioni di persone, un grande movimento che ribalta il concetto frequentemente attribuito alla Resistenza di “secondo risorgimento”, in quanto, il Risorgimento, fu un moto diretto da piccole elitès cospirative e attuato da piccole bande in armi, mentre la Resistenza vide per la prima volta nella storia d’Italia affacciarsi sul teatro della lotta grandi masse popolari.

Soltanto in Toscana i partigiani combattenti ammontano a 16.604 (di cui 2.089 sono i caduti e 1.251 gli invalidi o mutilati). Molte le Medaglie d’Oro e d’Argento e le decorazioni al Valor Militare. Non è facile estrapolare da questa imponente massa di cifre, i nomi dei partigiani sardi combattenti, dei morti e dei feriti. Ad oggi una ripartizione di questo tipo non è ancora disponibile.

Mancano inoltre pubblicazioni esaustive sull’ampiezza della “Resistenza civile”, sul numero dei toscani internati nei Lager, dei patrioti e dei fiancheggiatori; né esiste una analisi del tempo di appartenenza alle varie Brigate, né sul ruolo delle donne, né biografie aggiornate dei decorati, né mappe dei luoghi delle sepolture, dei campi d’internamento fascisti, per oppositori politici ed ebrei, ecc. ecc. per le undici province toscane ed i quasi trecento comuni della Regione.

E’ perciò impossibile adesso delineare l’entità della presenza e del contributo dato dai

“sardi” alla Resistenza in Toscana, a partire dall’8 settembre 1943 fino alla data della Liberazione (estate 1944 al di quà della Linea Gotica); 27 aprile 1945 per le province di Lucca e di Massa.

Julius Fucik, martire della Resistenza europea, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943, scrive nella sua ultima opera “Scritto sotto la forca”:…vi chiedo una cosa sola se sopravviverete a quest’epoca, non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi…Erano persone con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo tra gli ultimi non era meno grande del primo, il cui nome resterà”.

A queste nobili parole ed a quelle del fregio latino scolpito sul cippo che a Castelnuovo di Val di Cecina ricorda i 77 minatori assassinati dai fascisti italiani della RSI al servizio degli ufficiali nazisti: LOCA SIGNIFICO NOMINA DECLARO VIVENTIUM FUTURORUMQUE PIETATI SACRATA HOS DIGNE COLITO QUOS HOSTIS SEVE NECAVIT (Io indico il luogo e rendo noti i nomi consacrandoli alla pietà dei viventi e dei posteri, tu onora degnamente costoro che il nemico crudelmente uccise), mi sono in parte ispirato nel raccogliere le storie dei partigiani Gallistru, Piredda e Vargiu.

Di altri partigiani sardi in Toscana ho finora reperito vaghe notizie, oltre a quelle pubblicate da Dario Porcheddu,5 i cui nominativi riporto in appendice, di: Enzo Pes, di Cagliari, componente la Formazione “Marcello Garosi”, Giuseppe Furiesi, di Alghero, componente della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, ucciso il 18 maggio 1944; di Giuseppe Porcu, “Amsicora”, di Cagliari e di Adelmo Cerru, “Annibale”, componenti la 1^ Compagnia della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, e Isio Pinna della Brigata “Gramsci”, ucciso a Sassofortino (GR) il 17 giugno 1944 insieme a tre compagni partigiani.

Quindi non ho raccolto elementi significativi per poter affrontare il tema della presenza dei sardi nella Resistenza in Toscana. Ma tuttavia, i tre esempi sui quali mi soffermerò, offrono l’archetipo per moltissime storie.

Come è stato più volte affermato, la spinta principale nel rifiutare l’arruolamento nella RSI e, al contrario, nell’aderire alle formazioni partigiane, si deve ricercare nell’attaccamento ai valori militari, nella necessità di riconquistare l’onore perduto dalla Patria a seguito delle infami aggressioni ai popoli liberi dell’Europa, alla volontà di ridisegnare i destini d’Italia e della Sardegna. Tali motivazioni furono alla base di moltissime vicende individuali, di piccoli e grandi eroismi, come quelli compiuti dai tre partigiani: Alfredo Gallistru, Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Il mio racconto inizia con un cippo seminascosto tra l’erba sulla scarpata di una strada campestre che dal paese di Castelnuovo s’inerpica verso il Monte rivestito dal grande bosco di castagni, che dall’alto dei suoi quasi 900 metri lo sovrasta. Sul cippo la scritta: “A mezzogiorno del 14 giugno 1944 la polizia nazi-fascista fucilava qui tre ignoti partigiani” I tre partigiani erano: Francesco Piredda, Vittorio Vargiu e il loro compagno, il nobile Franco Stucchi-Prinetti. Il  Marchese Gianluca Spinola fu assassinato lo stesso giorno nella cella di sicurezza della Caserma dei carabinieri, probabilmente dal tenente delle SS Emil Block.

Io ho conosciuto i loro nomi quasi vent’anni dopo l’uccisione, nel 1963, allorché il Sindaco di Castelnuovo mi fece eseguire una attenta ricerca su tutti i partigiani uccisi sul territorio comunale, per erigere una stele a loro memoria nel XX° anniversario della Resistenza. I loro nomi assommano a 90 e sono tutti incisi nel marmo posto nel centro del paese. Ma, nonostante aver individuato tutti questi nomi e le cause delle morti, nessuno ha mai pensato di sostituire il vecchio cippo con uno che riportasse i nomi ed i cognomi dei tre partigiani uccisi.

Alla sottovalutazione delle cosiddette “piccole morti” ha contribuito in larga misura l’eccidio dei minatori di Niccioleta che costò la vita ad 83 giovani lavoratori e la deportazione in Germania di 15 loro compagni. Si, perché perché l’eccidio, iniziato il 13 giugno 1944 nel villaggio minerario di Niccioleta (Massa Marittima) con l’uccisione di 6 minatori, il gruppo più politicizzato della Resistenza del villaggio che aveva organizzato turni di guardia armata alla miniera temendo la distruzione degli impianti da parte dei guastatori tedeschi ormai in ritirata, proseguì con la marcia della morte verso Castelnuovo di Val di Cecina, paese ubicato a nord a circa 24 chilometri distanza, di altri 150 minatori, dei quali 77 furono assassinati da militi italiani della RSI comandati da ufficiali tedeschi del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, un battaglione specializzato antiguerriglia, acquartierato in provincia di Arezzo, a Sansepolcro. Erano le ore 19 del 14 giugno 1944. Poche ore prima, a circa trecento metri di distanza, erano stati uccisi, in due luoghi diversi, Piredda, Vargiu, Stucchi Prinetti e il marchese Gianluca Spinola. Oggi  di questo eccidio, grazie agli atti processuali, all’apertura di importanti Archivi in Germania ed a recenti studi storici, sappiamo praticamente tutto. Questo tragico evento è stato uno dei più emblematici d’Italia, anche se dei meno noti, in quanto, benché quasi obliato dalle “celebrazioni” nazionali, ha contribuito a nascondere, fino a far dimenticare, il destino di altre vittime partigiane, le cui vicende, qualitativamente, hanno un valore simbolico forse più alto.

La gente di Castelnuovo di Val di Cecina partecipò con slancio solidale e collettivo all’opera di rimozione degli 81 corpi, sfidando la presenza dei tedeschi e dei fascisti in ritirata, cercando di dare identità e sepoltura ai resti straziati. Ma se l’opera risultò più agevole per i 77 minatori, molti dei quali provvisti di documenti (gli assassini si erano infatti limitati ad asportare dai portafogli e dalle tasche dei minatori solo i pochi denari e qualche oggetto di valore), e, comunque, registrati sugli elenchi della miniera, risultò impossibile il riconoscimento per i quattro partigiani resi irriconoscibili nel corpo e privi di qualsiasi documento.

Perciò sulle quattro tombe fu posto un cartiglio con la scritta “Partigiano ignoto”. Soltanto nel 1947 furono riconosciuti i resti del marchese Spinola e di suo cugino, il nobil uomo Stucchi Prinetti e con loro, da sicure testimonianze, i due compagni sardi, i sottoproletari Francesco Piredda e Vittorio Vargiu.

Considerato l’alto rango sociale degli Spinola e degli Stucchi Prinetti, i due corpi furono esumati e traslati nelle rispettive tombe di famiglia: il primo a Quiesa (Lu) ed il secondo al cimitero delle Porte Sante di San Miniato al Colle (Fi). Le poverissime condizioni economiche delle due famiglie dei partigiani sardi non permisero, in quel momento, il trasporto delle salme nei luoghi di origine: Nuoro ed Ulassai. Nonostante le antiche promesse di porre sulle loro tombe una lapide nominativa, ciò, probabilmente, non fu mai eseguito e i due partigiani sardi continuarono a rimanere sepolti sul margine destro del camposanto, proprio sul confine del riquadro contenente le tombe di dodici soldati tedeschi senza nome, caduti in combattimento sul territorio comunale.

A vent’anni dalla fine della guerra, dovendosi ingrandire il cimitero per erigere nuovi colombari, tutte queste sepolture furono esumate ed i resti collocati nell’ossario collettivo. Di Piredda e Vargiu rimasero dunque soltanto i nomi incisi nella stele, posta nel giardino comunale al centro di Castelnuovo. Dei soldati tedeschi ignoti non è invece rimasto nulla, nemmeno la memoria.

Come è noto, in Toscana, ma non solo in Toscana, s’è acceso negli anni a cavallo del XX secolo, un forte dibattito sul cosiddetto “armadio della vergogna”, quell’armadio praticamente inaccessibile, con le ante rivolte contro il muro, nel quale erano custoditi 695 incartamenti sulle “stragi” compiute dai nazi-fascisti in Italia. Finalmente alcuni fascicoli, tra i quali quello riguardante l’uccisione di oltre cinquecento abitanti del piccolo villaggio di Sant’Anna di Stazzema, sono nelle mani dei Procuratori militari che hanno avviato i processi contro i criminali ancora viventi, comminando le prime condanne, in quanto i “crimini” contro l’umanità non cadono mai in prescrizione. Tuttavia poco o nulla vi si trova che riguardi l’eccidio dei minatori di Niccioleta o le uccisioni, senza alcun processo, di altre decine di partigiani, né le sevizie sulle donne, ad esempio contro l’eroina della Resistenza, Norma Parenti, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, né sa qualcosa sulle fucilazioni di Spinola e dei suoi compagni e nemmeno sulla deportazione degli ebrei verso Fossoli ed Auschwitz dal Campo di Concentramento di Roccatederighi (Gr), ubicato proprio a pochi chilometri da Castelnuovo di Val di Cecina.

C’è però da dire che di almeno tre degli eccidi compiuti in Toscana da SS tedesche e militi delle Brigate Nere della RSI, i processi furono celebrati e le condanne emesse. Come siano andati a finire quei processi è intuibile nel clima di “guerra fredda” che si andava instaurando nel mondo e nel rinnovato patto di amicizia tra l’Italia clericale di Mario Scelba e Alcide De Gasperi e la Germania a maggioranza democristiana di Konrad Adenauer. Infatti, anziché perseguire i responsabili nazi-fascisti delle stragi e degli eccidi, si iniziarono i processi (ed ancora oggi non s’è finito!) contro i partigiani. Perciò non dovremo stupirci se alcuni responsabili accertati dell’uccisione degli 83 minatori, condannati a morte, pena condonata a 30 anni di reclusione, in realtà si trovarono in libertà dopo non più di 4 anni di blanda reclusione. Come sia andata a finire al Feldmaresciallo Kesserling, criminale di guerra, è altrettanto noto: è morto in libertà.

Ad onor del vero non mancavano gli uomini democratici, sia in Italia che in Germania: all’inizio degli anni ’60 la Magistratura di Gottingen riaprì il processo contro alcuni ufficiali nazisti del III Freiwilligen Bataillon “Italien”, accusati di aver commesso crimini in Toscana. Furono chieste informazioni in Italia e in Toscana. Ma dall’Italia non arrivò la benché minima notizia. Il tenente Block, gli ufficiali Deneke e Burger, invitati a deporre fornirono  ripetutamente certificati di medici compiacenti attestanti la loro infermità…sono tutti morti in libertà senza aver mai varcato la soglia di un’aula giudiziaria. Ho potuto personalmente consultare in Archivi tedeschi, da pochi anni aperti ai ricercatori, la documentazione relativa e, purtroppo, questa è la sconcertante verità.

Castelnuovo di Val di Cecina è da oltre sessanta anni noto come un “comune rosso” e fortemente antifascista. Ogni anno, sin dal 1945, celebra, il 14 giugno, il ricordo dei 77 minatori di Niccioleta. Una via del capoluogo è dedicata ai Martiri della Niccioleta. Ma, come è forse inevitabile, il tempo corrompe ogni cosa, anche i ricordi più cari, mitiga le ferite più brucianti. Inoltre, nella celebrazione del 14 giugno si condensa tutto il pathos della popolazione, e dopo la commemorazione ognuno si sente in pace con la propria coscienza. Accadeva anche a me, negli anni in cui ero sindaco del Comune. Mandavo un’auto con i vigili a portare corone di alloro ai cippi degli altri caduti, nulla più. Un vuoto rituale che non si curava nemmeno di togliere le corone, ormai scheletrite, depositate negli anni precedenti!

Ma, nella primavera del 2000, una telefonata dalla Sardegna, da Nuoro, svegliò e turbò la mia coscienza assopita. La famiglia Piredda chiedeva i resti della salma di un congiunto, un partigiano, ucciso a Castelnuovo di Val di Cecina il 14 giugno 1944: Francesco Piredda. Presi tempo, qualche giorno, ricercai i documenti, ispezionai il cimitero, visionai i registri delle sepolture, rimaneva ben poco. Anzi, di visibile non rimaneva niente. Che fare? Fu un colpo di frusta che fece partire la mia ricerca, quella che ha dato i frutti de “La piccola banda di Ariano”, con le biografie di tutti gli eroici protagonisti: Gallistru, Piredda, Vargiu e dei loro numerosi compagni, caduti per un sogno di libertà e di amor patrio.

I fatti sono ormai noti, le ricerche quasi esaurite. Si possono ricapitolare in pochi righi: l’8 settembre 1943 il Marchese Gianluca Spinola, ufficiale della Cavalleria Motorizzata, si trovava a Firenze con i suoi due fidi soldati Piredda, sottotenente e Vargiu, attendente. Allo sbandamento dell’esercito e al subitaneo arrivo a Firenze dell’esercito tedesco, i tre ex militari si rifugiarono presso la fattoria di Selvapiana, in Val di Sieve, ad est di Firenze, dove abitava la famiglia della  moglie di Spinola, i Giuntini-Antinori. Da questa fattoria organizzarono la resistenza, forse mettendosi già in contatto con un ex tenente colonnello della loro Divisione, Vito Finazzo. Presero a compiere incursioni armate, con una autoblinda, lungo la strada aretina, esponendo in tal modo i familiari di Gianluca, tra i quali la moglie Luisa e la piccola figlia Franca, a gravi pericoli. Fu pertanto deciso di nascondere i due sardi, uno alla Tenuta di Ariano, presso Volterra, e l’altro da una famiglia amica nei pressi di S. Casciano Val di Pesa, gli Zerini. Spinola faceva la spola e teneva i collegamenti, avvalendosi della conoscenza diretta di Vito Finazzo entrato a far parte del Comitato Militare Toscano del CLN per il Partito Democratico Cristiano. A Spinola si era infine aggregato suo cugino, renitente alla leva della RSI, Franco Stucchi Prinetti, figlio dei proprietari della Fattoria Badia a Coltibuono, a Gaiole in Chianti.

Ci furono contatti con la XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia” che operava nell’area delle Colline Metallifere Toscane e del Volterrano e rapporti di collaborazione. Inoltre Piredda e Vargiu si recavano di tanto in tanto a Firenze presso il Comando clandestino della Resistenza per prendere e portare informazioni sull’attività delle Bande partigiane e sui movimenti dei soldati tedeschi. All’inizio della ritirata tedesca dal Sud della Toscana il transito sulle strade statali senesi, volterrane e fiorentine si fece intenso. All’inizio di giugno 1944 Spinola ricevette l’ordine di compiere azioni di sabotaggio ai ponti per ritardare la ritirata, onde esporre i soldati tedeschi ad azioni di guerriglia partigiana. Il 12 giugno, al calar della notte, i sei componenti della “piccola banda di Ariano”, agli ordini di Gianluca Spinola, si scontrarono con ingenti forze nemiche. Vi furono molti morti fra i tedeschi, compreso un ufficiale. Ma quattro dei sei partigiani furono catturati7. Interrogati opposero un impenetrabile silenzio. Dopo una simulazione di fucilazione furono rinchiusi nel tetro carcere di Volterra. Qui li confessò il cappellano, canonico Maurizio Cavallini, che, conoscendo la famiglia dello Spinola, registrò l’avvenimento nel suo diario di guerra. Purtroppo nulla poté dire del contenuto della confessione. Nella notte del 13 giugno i quattro prigionieri ed altri tre partigiani volterrani furono trasferiti verso una destinazione sconosciuta. Si trattava in realtà del paese di Castelnuovo di Val di Cecina, ubicato 38 chilometri a sud di Volterra, dove in quelle stesse ore stavano confluendo altri 150 prigionieri, tutti minatori del vicino villaggio di Niccioleta.

Il giorno seguente 81 uomini furono fucilati, 21 deportati e 3 ricondotti nel carcere di Volterra. Adesso è noto il motivo della concentrazione di tutti gli ostaggi a Castelnuovo e di compiere, proprio in questo luogo, l’eccidio. E’ stato infatti rinvenuto negli archivi militari tedeschi un telegramma che parla di 40 soldati germanici uccisi a Castelnuovo e di 800 partigiani in armi che avevano occupato il paese e la via di comunicazione tra il sud e il nord dell’area immediatamente interna alla costa tirrenica della Toscana. Era un falso telegramma, tuttavia da Berlino partì l’ordine al III Freiwilligen Bataillon “Italien”, di stanza a Sansepolcro, di spostarsi immediatamente in questo luogo per annientare i “banditen” e in tal modo dissuadere i partigiani e la popolazione dal compiere atti ostili ai tedeschi in ritirata.

Il 10 giugno 1944, all’alba, Castelnuovo si trovò accerchiato, tutte le case furono perquisite, gli uomini, alcune centinaia, raggruppati in una piazza sotto il tiro delle mitragliatrici. Ma di partigiani veri e propri nemmeno uno! Il giorno 10 giugno fu un giorno denso di avvenimenti che spostarono l’attenzione dei tedeschi verso Monterotondo Marittimo e l’area mineraria del massetano. E proprio a seguito di una battaglia tra tedeschi e partigiani della III Brigata Garibaldi “Banda Camicia Rossa”, cadrà eroicamente, insieme a quattro compagni, il capitano Alfredo Gallistru, nato a Ruinas, in Sardegna, Medaglia d’Argento al valor militare alla memoria. Di tutti i prigionieri di Castelnuovo soltanto quattro furono deportati in Germania, mentre gli altri riuscirono a fuggire nei boschi circostanti il paese data l’esigua sorveglianza armata, poiché i militari si erano spostati a Monterotondo Marittimo distante una quindicina di chilometri.

Ma a Castelnuovo doveva compiersi la vendetta tedesca, perciò il 14 giugno 1944 furono uccisi i minatori rastrellati a Niccioleta ed i partigiani già detenuti nel carcere di Volterra, in tutto 81 uomini. Il tenente Emil Block, comandante le SS del III Freiwilligen Bataillon “Italien” fu poco dopo decorato insieme agli altri ufficiali tedeschi per questa azione. Catturato dagli americani nel Nord Italia, fu brevemente internato a Verona, poi liberato. 7 Si salvarono il fattore di Ariano, Bruno Cappelletti e uno studente universitario, Basilio Aruffo. La popolazione, sfidando i gravi pericoli del momento, trasferì gli 81 morti nel cimitero per l’identificazione e successivamente depose le salme in una fossa comune prima di seppellirle all’esterno, in un campo, dietro il muro sul lato della Cappella. Dopo circa due mesi iniziò il trasferimento delle salme a Massa Marittima ed ai paesi d’origine dei minatori, quasi tutti dell’area grossetana del Monte Amiata. A Castelnuovo rimasero quattro tombe di “partigiani ignoti” e di dodici soldati tedeschi, altrettanto ignoti. Finalmente, nel 1947, accurate indagini portarono all’identificazione dei quattro partigiani: erano, come sappiamo, Gianluca Spinola, Francesco Piredda, Franco Stucchi Prinetti e Vittorio Vargiu. Oggi una lapide posta all’interno del cimitero ricorda con semplici parole il loro coraggioso eroismo.

Nell’anno 2000, a 56 anni di distanza da quei tragici avvenimenti, ho avuto la fortuna di ritrovare parenti, familiari, amici, conoscenti dei componenti la “Piccola banda di Ariano”, che mi hanno aiutato a ricostruire le scarne biografie e, soprattutto, mi hanno regalato una sincera amicizia. Ormai l’episodio è entrato a pieno titolo nella storia toscana di quel 14 giugno e nelle commemorazioni, particolarmente di quelle solenni del 60° anniversario. A Massa Marittima, io  stesso, con le Autorità cittadine e con il presidente dell’ANPI di Grosseto senatore Torquato Fusi, ho sottolineato i valori della Resistenza che sfidano il tempo e che dovranno essere sempre presenti nell’impegno dell’uomo d’oggi: giustizia, libertà, solidarietà, federalismo europeo, lavoro, pace.

Scrisse in quegli anni lontani il partigiano della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, il giovane Carlo Cassola, allora membro del Partito d’Azione: “…la pace, cioè la vita, non sarà un valore, ma è senza dubbio l’indispensabile supporto di ogni cosa. Se sparissero gli uomini, infatti, che fine farebbero tutti i valori? Cari compagni, noi abbiamo fatto i partigiani e sappiamo cos’è la morte, dovremmo passare il resto della nostra esistenza ad evitare che il mondo sparisca e che i giovani non abbiano un futuro. Salviamo per loro ciò per cui abbiamo combattuto. Restiamo partigiani, ma partigiani per la vita e per la pace”.

pagine tratte dal libro di Carlo Groppi

Se tu vieni quassù tra le rocce…

Pier Paolo Pasolini–La Resistenza e la sua luce

Pier Paolo Pasolini

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La resistenza e la sua luce

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Giovanni Pesce – Spie, carnefici e giustizieri (2)

Giovanni Pesce

Spie, carnefici e giustizieri (2)

Il giorno seguente Sandra suona alla porta di via Telesio e viene fatta entrare nel salotto, con le finestre protette da solide inferriate, dove, qualche minuto dopo, entra un individuo alto e robusto scrutandola dietro le spesse lenti; l’uomo l’accompagna nel suo studio e dopo averla fatta accomodare in una grande poltrona di pelle, si siede, a sua volta, dietro la scrivania.

Sandra, mostrandosi molto imbarazzata, gli fa pressappoco questo discorso: "Mi manda mio padre per un consiglio. Si tratta di mia sorella di 19 anni, fidanzata ad un ufficiale degli alpini. La ragazza aspetta un bambino. Ha scritto al comando del reparto per far ottenere al fidanzato una breve licenza matrimoniale prima della nascita del piccolo, ma intanto purtroppo l’ufficiale è caduto in combattimento sul fronte greco."

"Ora mia sorella," aggiunge Sandra, "dopo la nascita del bambino è ossessionata dall’idea che debba portare il nome del suo eroico padre; conserva le lettere che le ha scritto e dalle quali traspare l’impazienza di sposarla per amore suo e del loro piccolo."

La spia osserva Sandra con insistenza, si toglie gli occhiali, li pulisce con calma, li rimette e chiede bruscamente: "perché è venuta da me? Chi le ha dato il mio indirizzo? "

Sandra, che aveva previsto la domanda, risponde con sicurezza:°

"Mi ha mandata mio padre, consigliato da un amico medico."

De Martino non fa altre domande; scorre gli appunti del colloquio e dice a Sandra: "Mi faccia avere le lettere del fidanzato di sua sorella e dica a suo padre, la prossima volta, di venire di persona. Forse un giorno suo nipote porterà il nome del padre, eroico combattente. Chi è caduto per la patria ha tutti i diritti alla nostra riconoscenza."

Sandra si alza. L’uomo, mostrandosi galante l’accompagna in anticamera per farle intendere che il favore è grande e che l’avrebbe rivista volentieri. Ora conosciamo la faccia dell’individuo, ma la sua esecuzione presenta molti rischi. Li affrontiamo.

Mercoledì, l’ settembre 1944; due gappisti si appostano all’inizio e alla fine di via Telesio. Pochi minuti prima dell’arrivo della macchina di De Martino, giungo a braccetto di Sandra. Camminiamo piano, chiacchierando come due fidanzati. Compare da via Ariosto una grossa automobile. Sandra riconosce l’uomo attraverso i cristalli. Do il segnale. I due gappisti si incamminano sul marciapiede l’uno verso l’altro, per incontrarsi davanti al portone numero 8, nel momento stesso in cui si sarebbe arrestata l’automobile con la spia a bordo.

Abbiamo calcolato esattamente i tempi e non è la prima volta che eseguiamo una simile manovra. De Martino scende dall’auto, accompagnato dalla scorta, fa tre passi sul marciapiede e cade colpito da tre colpi di pistola. La scorta, sorpresa, non reagisce immediatamente. Quando spara contro i gappisti in corsa, è troppo tardi.

Il 5 settembre appare sui giornali il comunicato del capo della Provincia. "A decorrere dal 4 settembre è fatto divieto a tutti i ciclisti di transitare in gruppi. Ai posti di blocco presso le barriere daziarie, i ciclisti devono scendere, dal veicolo almeno dieci metri prima e risalirvi dieci metri dopo."

Nel pomeriggio, in corso Sempione, incontro Azzini. Cammina lentamente. Non gli lascio il tempo di dirmi ciao. "Da dove vieni? "

"Mi ha bloccato, un rastrellamento."

"Un rastrellamento?"

"Stamattina non c’eri in via Ponzio dove è morto un compagno e Antonio è stato gravemente ferito! "

Azzini abbassa il capo. Non ribatte, ma il suo volto esprime confusione, amarezza, dolore. "Alla Ponzio, l’azione è fallita. I gappisti hanno reagito, ma purtroppo Romeo Conti è morto. Questo, è quanto. E ora parliamo d’altro. C’è qualcosa da fare?"

Da alcuni giorni matura l’idea di un colpo alla Stazione Centrale di Milano in un locale adibito a posto di ristoro per fascisti e tedeschi, dove si mesce perfino birra. Mi sono già recato con Sandra nel locale, di difficile accesso per coloro che non sono in uniforme, ma non per un gappista travestito. Il tecnico ha preparato il materiale impiegando matite esplosive a scoppio ritardato, invece della solita miccia facilmente identificabile dalle tracce di fumo. Il laboratorio dista dalla stazione circa dieci minuti di strada. Azzini mi ascolta. Risponde: "D’accordo." E aggiunge: "Tu credi forse che io abbia paura! No, non ho paura, ma…"

"Non ci possono essere ma."

Ci saranno rappresaglie, vittime…" "Rappresaglie? Sì, e sempre più feroci. Per questo dobbiamo tenergli costantemente le mani in gola."

Mi guarda negli occhi. "Ho capito," dice.

In quel momento sono io a tacere. Le domande di Azzini ce le siamo poste tutti, mille volte, davanti ai caduti, davanti agli uccisi, agli innocenti sacrificati. Sono una prova di onestà, di lealtà verso i cento e cento compagni che sono già morti, e verso quelli che lottano con l’arma in pugno in ogni angolo d’Italia.

È lui a scuotermi. "Quando ci troviamo? Dove?

Ci troviamo in via Copernico, non lontana dal laboratorio del tecnico.` E’con noi Narva che accompagnerà Azzini. Prima dell’appuntamento mi reco, in laboratorio dove per la prima volta riceviamo matite esplosive in luogo della miccia e mi isso lo zaino, sulle spalle. Quando arrivo in via Copernico, Azzini, in uniforme fascista,, mi attende. Gli passo lo zaino. Ci incamminiamo in gruppo verso la stazione.

Giulio, il tecnico, ci lascia ai piedi della scalinata. Narva prosegue sola, precedendo Azzini. Anch’io gli stringo la mano e mi allontano.

Azzini sale gli scalini un po’ curvo sotto il peso dello zaino, diretto al posto di ristoro in cima alla scalinata. Prima di allontanarmi rimango qualche minuto seguendolo con lo sguardo, mentre con la sigaretta fra le labbra, sale calmo, sicuro. Raggiungo Sandra, incaricata di sorvegliare all’esterno l’andirivieni dei passeggeri.

Quando Azzini arriva al posto di ristoro lo trova pieno di tedeschi e di fascisti: alcuni sostano all’esterno del locale, seduti sul parapetto delle scale. Poco discosto, tre bambini stanno rincorrendosi, giocando. Azzini entra nel locale, si toglie lo zaino, lo posa per terra

in un angolo. Caldo soffocante e tanta gente che parla forte e che ride. Azzini si asciuga il sudore che gli cola sulla fronte, guarda l’orologio. È tempo di allontanarsi.

Ma mentre esce rivede i tre bambini che si rincorrono ridendo, inconsci, felici. Si avvicina ad essi, li prende per mano e li conduce via.

Di fronte alla farmacia della stazione, Sandra segue l’azione per potermi subito riferire. In quell’istante, mentre Azzini si allontana con i tre bambini, la bomba scoppia con dieci minuti di anticipo sul tempo stabilito lanciando un volo di schegge attorno a lui. Azzini sorpreso guarda l’orologio e rabbrividisce.

I tedeschi, seduti su un parapetto della scala, sono gettati in terra dallo scoppio. Altri fuggono. Dal posto di ristoro escono spesse nubi di fumo nero. Due o tre militari feriti compaiono sulla porta del locale urlando di dolore. Azzini è ormai fuori con i tre bambini. La gente che in quell’ora affolla la stazione, si passa le voci più strane. "È scoppiata una bomba nello zaino di un tedesco." «E saltato un treno carico di esplosivo."

Molti accusano i tedeschi di incuria nel trasporto del materiale esplosivo. I tedeschi gridano: "Partigiani! Banditi! "

Arrivano i rinforzi, circondano la stazione, fanno allontanare la gente, mentre i morti e i feriti vengono trasportati fuori.

Camion armati bloccano l’entrata della stazione, arrestando chiunque si trovi a passare. Sandra fa appena in tempo a fuggire. Io, dal caffè dove mi trovo in attesa, sento l’esplosione e mi accorgo che la bomba è scoppiata molto prima del tempo stabilito. Calcolo febbrilmente il tempo: dieci minuti per arrivare sul posto, due o tre per depositare lo zaino e uscire. Anche se lo scoppio è avvenuto dopo diciotto minuti anziché dopo trenta, Azzini avrebbe avuto il tempo di allontanarsi, a meno che non si sia fermato per non farsi notare.

Poco dopo arriva Sandra, ma neppure lei sa dirmi se Azzini sia uscito, o meno dal posto di ristoro. Ha sostato davanti ad una edicola i primi dieci minuti e non ha tenuto d’occhio il posto di ristoro. La incarico di recarsi, il mattino dopo, a casa di Azzini per chiedere notizie.

Ma dentro di me si fa strada una di quelle idee assurde che attraversano la mente nei momenti in cui ci si abbandona all’ansia, al turbamento. Temo che Azzini possa pensare che io l’abbia mandato deliberatamente alla morte per punirlo della sua mancata partecipazione allo scontro della piscina in via Ponzio.assurdo, ma ho fretta di vederlo, di parlargli, di eliminare ogni dubbio. Non è necessario. Mi viene incontro nel pomeriggio tutto allegro.

La stampa fascista divulga poi la falsa notizia di bambini uccisi: il locale di ristoro diviene una infermeria!

L’arma segreta a cui i nazifascisti ricorrono come risorsa estrema è la menzogna e la calunnia.

Trascorrono tre giorni. Il meccanismo poliziesco dei fascisti si è mosso invano; ma la fatalità vuole che Azzini venga catturato dagli sgherri della "Muti" come renitente alla leva.

Arrestato, viene condotto nella caserma di via Rovello. Lo spogliano. Lo stesso, comandante della marmaglia della "Muti," Colombo, svolge l’interrogatorio.

"Sei un partigiano? Parla! Sei un bandito? Parla, vigliacco!

Azzini non parla. Il ragazzo è diventato uomo, un partigiano.

Torturato per sette giorni, di giorno e di notte. Resiste agli insulti; alle sevizie, lui oppone il silenzio. In pieno giorno riesce a fuggire dalla porta centrale per cui è entrato prigioniero, sicura preda della morte,

Quattro partigiani: Albino Abico, Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio del Sale, già gappisti e poi organizzati nelle S.A.P., vengono fucilati il 28 agosto 1944 contro il muro della casa di via Tibaldí 26 a Milano.

Albino Abico cosí scriveva ai suoi familiari prima di morire "Carissimi mamma, papà, fratello, sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi ‘domani’ perché tutti riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non disperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene."

Tratto da

“Senza tregua”

La guerra dei Gap di Giovanni Pesce

Edizioni Feltrinelli 1967

La Resistenza dei militari italiani a Spalato

La Resistenza dei militari italiani a Spalato

A Spalato gli uomini della Divisione Bergamo fecero causa comune con i partigiani jugoslavi. La città venne difesa per giorni dagli attacchi delle colonne motorizzate della divisione SS Prinz Eugen, che per passare dovette attendere il rinforzo della 114^ Divisione tedesca. Nel frattempo però alcune unità della nostra Marina poterono salpare alla volta dell’Italia portando in salvo interi reparti con tutto il loro armamento. E mentre i tedeschi facevano intervenire anche la loro aviazione, dalla città i partigiani iugoslavi andavano evacuando un’enorme quantità di materiale bellico col quale armarono poi migliaia di nuove reclute del Maresciallo Tito.
I bombardamenti di rappresaglia provocarono centinaia di vittime negli accampamenti dei militari italiani. Quando la situazione divenne insostenibile, i superstiti uscirono dalla città per raggiungere i partigiani.
Una volta occupata Spalato, il comando della divisione SS Prinz Eugen istituì un tribunale speciale per giudicare gli ufficiali della Divisione Bergamo che avevano collaborato con i partigiani di Tito. Il verdetto fu spietato: il 1° ottobre nei pressi della città vennero fucilati tre generali e 47 ufficiali.
Oggi le loro salme sono accolte a Venezia nel tempio votivo dedicato ai caduti delle due guerre mondiali.

La Resistenza dei militari italiani a Montenegro

La Resistenza dei militari italiani a Montenegro

L’8 settembre 1943 in Montenegro era dislocato il XIV Corpo d’armata composto da quattro Divisioni: Emilia, Taurinense, Venezia e Ferrara. Di queste solo la Ferrara decise di non opporsi ai tedeschi, mentre le altre tre continuarono a combattere subendo gravi perdite. La Emilia si sacrificò nelle difesa di Cattaro, dove ebbe 597 caduti e 963 feriti prima di doversi arrendere il 16 settembre. La Venezia, comandata dal generale Giovan Battista Oxilia, e i resti della Taurinense entrarono invece a far parte, già dal 10 ottobre, del II korpus dell’Epli, l’Esercito Popolare di Liberazione iugoslavo, e per tre mesi parteciparono a diverse operazioni belliche subendo gravi perdite.
Il 2 dicembre 1943 venne quindi decisa la costituzione di una sola grande unità, la Divisione italiana partigiana Garibaldi, divisa in tre brigate, che combatté sino al febbraio 1945. Il suo ciclo operativo in Iugoslavia si concluse nel marzo di quell’anno, quando i superstiti si imbarcarono a Dubrovnik per tornare in Italia.
I rimpatriati furono 3800, tutti armati; erano partiti in 20.000. Di essi 3800 erano rientrati precedentemente per ferite o malattie; 4600 tornarono dalla prigionia; 7200 furono considerati dispersi. Le perdite complessive furono di circa 10.000 uomini. Le decorazioni militari furono: 13 medaglie d’oro, 88 medaglie d’argento, 1351 medaglie di bronzo, 713 croci di guerra. Gli iugoslavi decorarono la I, la II e la III Brigata della Garibaldi con l’Ordine per i meriti verso il popolo, con la Stella d’oro e con l’Ordine della fratellanza ed unità con Corona d’oro. La Garibaldi aveva meritato inoltre due solenni encomi del Comando supremo di Tito

La Resistenza dei militari italiani a Dubrovnik

La Resistenza dei militari italiani a Dubrovnik

L’8 settembre 1943 a Dubrovnik (Ragusa) stazionava un forte presidio della Divisione Marche che si oppose all’avanzata della divisione SS Prinz Eugen, che puntava all’occupazione del porto. Il 10 settembre i tedeschi riuscirono a entrare in città, mentre gli italiani stavano nei fortini situati sulle alture circostanti. Nella notte del 12 settembre i tedeschi fecero prigioniero il generale Giuseppe Amico, comandante della piazza, e chiesero il disarmo del presidio. Indignati per l’arresto proditorio del loro generale, i soldati si mossero dalle caserme per avviare furiosi combattimenti lungo i camminamenti della città fortificata. Lo stesso vicecomandante della divisione Prinz Eugen venne ferito in quegli scontri. Non ci fu purtroppo la sperata insurrezione della popolazione e la resistenza italiana venne alla fine sopraffatta. Il generale Amico, nuovamente catturato, fu portato fuori città e ucciso a tradimento da un sicario dei tedeschi. La città ha dedicato una via ai soldati italiani che combatterono per la sua liberazione.

La Resistenza dei militari italiani a Belgrado

I superstiti della difesa di Spalato continuarono a combattere e nacquero così prima il Battaglione Garibaldi, subito accolto nelle fila della I Brigata proletaria iugoslava, e poi il Battaglione Matteotti, costituito grazie al moltiplicarsi dei militari che avevamo scelto di combattere i tedeschi. Per ben tre volte i due battaglioni Garibaldi e Matteotti, le maggiori formazioni italiane in Bosnia, rischiarono di essere annientati dalle offensive tedesche a largo raggio e di lunga durata e tuttavia ressero alle più dure prove meritando l’elogio di Tito e frequenti citazioni nei bollettini di Radio Londra. I due battaglioni parteciparono anche alla conquista di Belgrado, città alla cui tenuta i tedeschi attribuivano un’enorme importanza morale e strategica. La sede del Teatro Nazionale della città fu liberata il 19 ottobre dal Battaglione Garibaldi, dopo tre giorni di violenti scontri con i tedeschi. A Belgrado venne decisa anche la costituzione della Brigata d’assalto Italia, grazie alla fusione dei due battaglioni Garibaldi e Matteotti con altri tre composti da centinaia di italiani liberati dalla prigionia; una brigata forte di 4.000 uomini che nel maggio 1945 ritornò in patria con il nome di Divisione Italia.