L’Opera dei Gappisti Fiorentini III°

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Alessandro Sinigaglia

Alessandro Sinigaglia era figlio di due domestici in una villa di S. Domenico, di proprietà di due ricchi coniugi statunitensi. Il padre, David Sinigaglia, di religione ebraica, svolgeva mansioni di cameriere, portiere etc; la madre, Cynthia Santina White, di razza negra, era nata in una piccola cittadina del Missouri sul Mississipi, Sainte Genevieve, ed era stata condotta in Italia dai suoi padroni. Dalla unione nacque, il 2 febbraio 1902, Alessandro. La sua infanzia ed i primi anni dell’adolescenza dovettero trascorrere solitari, data l’occupazione dei genitori; ma anche gli occasionali contatti coi suoi coetanei non devono essere stati felici, poiché in un primo tempo i caratteri somatici della razza materna, che egli aveva evidentissimi, e in seguito la religione paterna, che, egli non condivideva, dovettero porlo al centro di una attenzione particolarmente viva nella cerchia dei ragazzi della sua età, che, spesso, sono inconsciamente – crudeli. Tutti questi fattori devono avere influito largamente nell’acuire la sensibilità ed il carattere introverso che Alessandro aveva ereditato dal padre, nonché a sviluppare un complesso d’inferiorità, che si manifestò in seguito come spirito d’opposizione e come tendenza autoritaria, che, però, davanti ad opposizioni recise e giustamente motivate, si tramutava in un silenzio scontroso. Tuttavia questa scorza, con la quale Sinigaglia cercava di difendersi, non inaridì la sua gentilezza d’animo e la sua bontà, che tutti coloro che lo conobbero intimamente ricordano fra le sue doti più grandi.
Compiute le scuole elementari, sappiamo che Alessandro fu iscritto a quelle superiori e pare che abbia frequentato un Istituto Nautico, come convittore, non concludendo, però, gli studi. Lasciata la scuola tornò a vivere col padre, che, perduta la prima moglie, aveva posto un annuncio sui giornali trovarne una seconda, che desiderava fosse di religione ebraica. Entrò così in contatto con la-signorina Zaíra Bemporad, con la quale si risposava nell’agosto del 1921, dopo essersi trasferito a Firenze, dove si stabilì in via Ghibellina ed aprì una modesta officina in via de’ Macci, nella quale fabbricava prevalentemente riflettori smaltati per illuminazione elettrica, lavorando con l’aiuto di Alessandro e di un paio di operai.
Probabilmente la decisione di David Sinigaglia di risposarsi non incontrò il favore del figlio, ed è cosa più che comprensibile; ma col passare del tempo pare che questo risentimento verso il padre e la ma~ trigna, che gli erano profondamente affezionati, andasse progressivamente scomparendo (11).

Nel nuovo ambiente, schiettamente popolare, Alessandro ebbe poco tempo per stringere rapporti di amicizia perché, essendo iscritto nelle liste della leva di mare, ben presto dovette partire per fare il soldato. Tuttavia questo periodo dovette essere sufficiente perché egli potesse avere una visione abbastanza chiara della vita sociale e politica di quel tempo. Erano i mesi roventi del 1921-22, quando i fascisti, dopo aver ucciso Lavagnini e stroncato, col concorso della pubblica sicurezza e dell’esercito, la resistenza popolare organizzata, in S. Frediano, al Bandino, a Bagno a Ripoli, si abbandonavano alle vendette personali ed alla intimidazione contro coloro che ancora osteggiavano, apertamente o no, il fascismo. Nel quartiere di S. Croce avevano saccheggiato e distrutto la sede della sezione socialista, posta all’angolo di Via dell’Agnolo con Via Rosina, nel periodo di violenze seguito ai fatti di Lavagnini e del Berta; tutte le sere in gruppi numerosi pattugliavano le strade del centro, bastonando tutti coloro che incontravano e sapevano ostili al fascismo, senza però azzardarsi troppo verso la periferia, dove trovavano ancora un’opposizione vivacissima, tranne quando erano in un numero tale da costituire di per se stesso una sicurezza. La ottusa brutalità, la tronfia prosopopea e la vigliaccheria delle squadre fasciste dovettero urtare la bontà e la modestia di Alessandro, facendolo insorgere, forse anche per spirito di contraddizione, contro il fascismo.
Non si è potuto stabilire se Sinigaglia sia entrato a far parte del Partito gli Comunista prima di partire soldato; comunque il servizio militare gli permise di arricchire le sue esperienze circa i metodi ed i frutti del fascismo, facendolo soggiornare in città diverse e facendolo partecipare, con l’unità della marina militare su cui era imbarcato — un sommergibile — all’atto di forza contro Corfù, voluto da Mussolini per costringere la Grecia ad accettare l’ultimatum inviatole a seguito dell’eccidio della missione Tellini.
Dopo il congedo Alessandro tornò a Firenze e riprese a lavorare col padre nell’officina di via de’ Macci. In questo periodo entrò in contatto con Gino Verni, col quale strinse una salda amicizia, che doveva mantenere viva per tutta la sua vita. Entrambi facevano parte di un nucleo della gioventù comunista, che si era costituito in S. Croce e partecipavano regolarmente alle attività di partito. A poco a poco Alessandro entrò sempre più nell’organizzazione, tanto che ad un certo momento fu posto a capo del gruppo di S. Croce; malgrado ciò non cessò di assumere posizioni estremiste nel corso delle riunioni, che venivano fatte in aperta campagna, mimetizzandosi nelle comitive delle gite organizzate dall’Università Popolare.
Nel 1924 scoppiò un dissidio fra il comitato dirigente del P.C. fiorentino e i dirigenti dei gruppi di Monticelli-Legnaia, che’ minacciarono di unirsi ai bordighiani e Alessandro si schierò coi dissidenti, ponendosi contro il direttivo fiorentino. La frattura fu evitata grazie all’intervento di Giuseppe Dozza e così Sinigaglia, dopo lunghe discussioni con Romeo Baracchi, allora dirigente della. gioventù comunista fiorentina, rientrò nel partito, cominciando’ una, intensa attività, che tenne, però, sempre nascosta ai familiari.
Nel 1926 il direttivo fiorentino del P.C. fu arrestato, ma ciò indusse Alessandro ad impegnarsi ancor più profondamente nell’attività politica, che condusse assieme ai superstiti dell’ondata di arresti: Torniai, Castellani, Ernesto Mori, per ricostruire le fila del partito in città (12).
Agli inizi del 1928 Sinigaglia fu avvertito che la Questura si preparava a fare una retata e per sfuggirvi si recò a Milano col Gino Verni, trovando alloggio presso un cugino di quest’ultimo, che li pose in contatto con alcuni comunisti milanesi. Durante il loro soggiorno a Milano, trascorso tra mille difficoltà causa la precarietà dei mezzi a disposizione, sia di Alessandro che del Verni, nonché dei loro ospiti, poterono partecipare ad una riunione nel corso della quale una deputazione operaia che si era recata in URSS, tenne una relazione su quanto aveva avuto modo di vedere. Il Verni ricorda che la riunione fu piuttosto tempestosa, perché a quei tempi, Stalin non era veduto troppo di buon occhio dai comunisti italiani e la deputazione, partita antistalinista,, era tornata convinta ed entusiasmata dai progressi compiuti dall’Unione Sovietica sotto la direzione staliniana.
Dopo un paio di settimane, avendo saputo da casa che niente di nuovo si era verificato e che nessuno li aveva cercati, Sinigaglia ed il Verni decisero di tornare a Firenze, ma pochi giorni dopo il loro arrivo la polizia effettuò improvvisamente una serie di arresti, tra cui quello del Verni. Ancor prima di recarsi a prelevare quest’ultimo, gli agenti erano andati a cercare Sinigaglia a casa e lo avevano incontrato per le scale. Non conoscendolo, domandarono proprio a lui dove abitasse Alessandro Sinigaglia e questi, con grande presenza di spirito, indicò prontamente il piano superiore, poi, mentre gli agenti, ingannati dalla falsa indicazione, salivano le scale, Alessandro riuscì ad eclissarsi e si recò a casa di un compagno, avvisandolo di quanto accadeva perché questi provvedesse a dare l’allarme. Poi si rifugiò presso un compagno di Ponte a Ema, donde si mosse qualche giorno dopo per intraprendere il lungo giro, che doveva portarlo nell’Unione Sovietica (13).
La scomparsa di Alessandro, avvenuta improvvisamente e senza alcuna spiegazione, destò viva apprensione nei familiari, che ignoravano la sua attività politica; inoltre la continua, pressante presenza della polizia, che non riusciva a spiegarsi la sparizione di Alessandro e l’ignoranza dei genitori circa il suo lavoro clandestino, contribuì enormemente ad aumentare la preoccupazione e il timore di- questi ultimi, tanto che Davide Sinigaglia, non reggendo più alla tensione nervosa, tentò di suicidarsi e fu salvato all’ultimo istante dall’intervento della moglie (14).
Giunto nell’Unione Sovietica, dopo un lungo e avventuroso viaggio, Alessandro era inviato in Crimea perché potesse rimettersi dai gravi disagi sopportati durante le sue peregrinazioni; poi trovava lavoro in una fabbrica nei dintorni di Mosca e, nello stesso tempo, frequentava una scuola, che il governo sovietico aveva aperto per gli emigrati. Durante il suo soggiorno a Mosca egli sposava una professoressa di matematica, che pare fosse di origine asiatica, dalla quale ebbe due figli. Purtroppo, malgrado le ricerche fatte, non è stato possibile non solo rintracciare la moglie di Alessandro, ma neanche conoscerne il nome.
Da Mosca Sinigaglia scrisse varie volte, assieme alla moglie, ai genitori ed anche al Verni, il quale ricorda ancora come in una di queste lettere Alessandro gli raccontasse che nell’officina dove lavorava i torni erano muniti di sedili per gli operai. Di tali lettere non è stato possibile trovare traccia, perché quelle scritte ai genitori sono andate smarrite durante la guerra e quelle scritte al Verni furono da questi distrutte perché troppo compromettenti e per lui e per altri.
Ma il soggiorno a Mosca non fu troppo lungo, perché all’incirca nel 1935 Sinigaglia era inviato dal P.C. in Svizzera, dove entrava a far parte dell’apparato, segreto del partito, svolgendovi delicati compiti, volti, in prevalenza a facilitare i contatti fra la rete comunista clandestina in Italia, e la direzione all’estero del partito. Tuttavia la vita tranquilla che Alessandro doveva condurre per non dare nell’occhio alla polizia elvetica ed allo spionaggio fascista, non era adatta a lui ed egli la sopportava malvolentieri, secondo quanto Romeo Baracchi ebbe ad apprendere dai compagni di prigionia che avevano avuto occasione di entrare in contatto con Sinigaglia.
Così, quando scoppiò la guerra di Spagna, Alessandro. fu tra i’ primi ad accorrervi per combattervi con l’esercito repubblicano. Su questo periodo della sua attività, getta luce la seguente dichiarazione rilasciataci da Mazzini Chiesa di Livorno (15), suo compagno d’armi nella Marina Repubblicana Spagnola:

Incontrai per la prima volta Sinigaglia a Albacete (Spagna), nel mese di novembre del 1936; era giunto dalla Russia, con altri volontari, fra i quali Barontini e Picelli. Di carattere mite e buono, riscosse l’affetto di tutti quanti ebbero occasione di avvicinarlo.
Su richiesta della Marina Repubblicana Spagnola, con altri volontari di varie nazionalità, fu scelto per essere inviato come tecnico silurista alla base navale di Cartagena. Nella marina fu imbarcato con il grado di Sottotenente di Vascello a bordo dell’incrociatore Mendes Nufiez.
Era molto apprezzato per le sue qualità di tecnico, svolse mansioni delicate, sia nel campo militare che politico; aveva imparato alla perfezione la lingua spagnola oltre a quella francese e russa. Per queste sue doti, fu nominato ufficiale di collegamento, quale interprete fra un gruppo di ufficiali superiori russi e lo Stato Maggiore spagnolo. Con questa mansione prese parte alla elaborazione di tutti i piani dí battaglia e partecipò a tutte le missioni che la flotta repubblicana ebbe incarico di compiere: bombardamenti dal mare di postazioni militari nemiche, protezione dei convogli che trasportavano materiali militari provenienti dalla Russia, ecc.
Quale membro del Partito Comunista svolse una intensa attività politica fra gli equipaggi, riorganizzando nuovi quadri, creando una organizzazione efficiente ed attiva, divenendone uno dei maggiori dirigenti, stimato ed apprezzato da tutti.
Quando la Spagna fu divisa in due, alla marina da guerra fu assegnato il compito di mantenere le comunicazioni fra le due parti; la cosa era resa dífficile perché il nemico aveva minato le vie di accesso ai nostri porti. Allo Stato Maggiore si pose il problema di trovare dei tecnici capaci per il dragaggio ed il disinnesco delle mine alfine di renderle inoffensive e permettere la navigazione più sicura. Pure in questa circostanza fu scelto Sinigaglia; in diverse occasioni aveva dimostrato di essere il più preparato tecnicamente alla materia.
Fu inviato a Barcellona ove assunse il comando di un gruppo di tecnici « sminatorí »; oltre a dirigere le operazioni di sminamento, fu istruttore prezioso perché conosceva a perfezione tutti i particolari delle nuove armi micidiali, ed in particolare delle mine tedesche.
Svolse questo nuovo compito con perizia e coraggio; molte volte con il rischio della propria vita, disinnescò alcune mine a lui sconosciute, per conoscerne il funzionamento alfine di renderle inoffensive, meritandosi gli elogi dei suoi superiori.
Come tutti i volontari, per intervenuti accordi internazionali dovette lasciare il servizio attivo, pur continuando la sua opera di esperto fino a che un lembo dí terra rimase in mano al governo della Repubblica.
Rividi per l’ultima volta Sinigaglia in territorio francese e precisamente nel campo di concentramento di Argelés-sur-Mèr i primi mesi del 1939; da quell’epoca non ebbi più notizie di lui.
Al mio rientro in Italia, maggio 1945, appresi la triste notizia che era stato assassinato dagli sgherri fascisti.

Al momento della vittoria franchista Alessandro passò in Francia, dove fu internato nel campo di Argelés-sur-Mèr, che era stato destinato ai profughi dalla Spagna. Le condizioni di vita in tale campo erano oltremodo difficoltose: si parla di decine di migliaia di internati privi della più elementare assistenza. Da qui Alessandro, assieme a Dino Saccenti, col quale doveva condividere le responsabilità del comando militare « Garibaldi » fiorentino durante la Resistenza, fu trasferito al campo,di Gurs, dove fu sorpreso dalla guerra; dopo l’occupazione tedesca fu inviato al campo del Vernet. Qui fu prelevato, assieme a Saccenti ed altri
comunisti italiani, dalla polizia francese che provvide a riconsegnarli alle autorità italiane. Trasportati ciascuno nella loro città, furono sottoposti al giudizio della Commissione di Confino: Sinigaglia e Saccenti furono condannati a 5 anni di confino ed inviati all’isola di Ventotene, ove si trovavano parecchi altri comunisti> tra cui Scoccimarro e Secchia, oltre a molti esponenti di altre correnti politiche (16).
A Ventotene, per sbarcare un po’ alla meglio il lunario, Alessandro iniziò una attività che potremmo definire artigianale: infatti pare che si dedicasse alla riparazione di penne stilografiche, alla fabbricazione di pantofole di panno e cose simili. Il materiale necessario a questa attività gli veniva inviato dalla matrigna, sebbene questa non godesse di floride condizioni economiche; con lei era rimasto in contatto anche dopo la morte del padre (17).,
Tale situazione• si prolungò fino al 25 Luglio, confortata di quando in quando dalle notizie delle sconfitte fasciste, che facevano presagire prossimo il crollo del regime e suscitavano speranze, destinate a dissolversi presto.
Caduto Mussolini, Alessandro, come tutti gli altri detenuti e confinati politici, sperò di esser subito rimesso in libertà, ma lo aspettava un’amara delusione: Mussolini era stato liquidato, ma le classi dirigenti non volevano che fossero liberati i « sovversivi » più decisi, temendo che questi riuscissero ad impadronirsi del potere, facendo leva sul diffuso malcontento popolare. La liberazione per i confinati comunisti di Ventotene doveva giungere, come abbiamo detto, solo nella seconda quindicina dell’agosto 1943.

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