Archivio mensile:novembre 2017

Giulio Stocchi – Isaia

Giulio Stocchi
Isaia
Isaia fu fatto a pezzi vivo
“con una sega da legno”
come dicono le antiche cronache
per ordine del Re di Israele

Manasse
infastidito dalle invettive del profeta
Tempi fortunati i nostri!
Scrivendo le stesse cose che disse Isaia
si rischia oggi al massimo un’accusa
di antisemitismo
da parte dei complici
e degli stolti

Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi
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Giulio Stocchi – Il Dittatore

Giulio Stocchi
Il Dittatore
Quando il dittatore fu impiccato
dai nemici che un tempo lo ebbero caro
si rivolse all’aguzzino che lo ingiuriava
ammonendolo che a un uomo non si addice
lo scherno contro chi va a morire
Poi invocò Dio e cadde nel nulla
Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Giulio Stocchi – Dopo averlo insignito di una medaglia

Giulio Stocchi

Dopo averlo insignito di una medaglia
adesso vogliono dedicare
una via uno slargo una piazza
al povero Quattrocchi caduto nel suo sangue
come una bestia sgozzato
L’amore mercenario c’è ancora chi lo condanna
Ma il valore mercenario quello lo si esalta
Siano monito propongo sulla targa
le ultime parole che pronunciò l’eroe:
Così muore un italiano
Su cause e ragioni di quella vita stroncata
tragga poi ciascuno le sue conclusioni

Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Liberovic, Antonicelli – Festa d’aprile

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani
Chiara Ferrari
Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,
dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Festa d’aprile è un brano composto da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli sulla base degli stornelli trasmessi da Radio Libertà, emittente clandestina dalla provincia di Biella che fu attiva dall’autunno 1944 all’aprile 1945, gestita da partigiani.
Le trasmissioni comprendevano anche una parte musicale eseguita da una piccola orchestra e da un coro stabili che elaboravano stornelli, utilizzati come intermezzo nella lettura dei bollettini di guerra partigiani, delle notizie su avvenimenti locali e nazionali di rilievo, di lettere e saluti a casa [Cfr. G. Lanotte, Cantalo forte. La Resistenza raccontata dalle canzoni, Nuovi Equilibri Stampa Alternativa, 2006 e G. Vettori, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974,
Per ascoltare
La Canzone
https://youtu.be/VLHQ4GcCcko

Festa d’aprile
È già da qualche tempo che i nostri fascisti/
si fan vedere poco e sempre più tristi,
/hanno capito forse, se non son proprio tonti,
/che sta arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
/per conquistare la pace, per liberare l’Italia;
/scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
/evviva i partigiani! è festa d’Aprile.

Nera camicia nera, che noi abbiam lavata,
/non sei di marca buona, ti sei ritirata;
/si sa, la moda cambia quasi ogni mese,
/ora per il fascista s’addice il borghese.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
Quando un repubblichino omaggia un germano
/alza il braccio destro al saluto romano.
/Ma se per caso incontra partigiani
/per salutare alza entrambe le mani.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
In queste settimane, miei cari tedeschi,
/maturano le nespole persino sui peschi;
/l’amato Duce e il Fuhrer ci davano per morti
/ma noi partigiani siam sempre risorti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
Ma è già da qualche tempo che i nostri fascisti/
si fan vedere spesso, e non certo tristi;
/forse non han capito, e sono proprio tonti,/
che sta per arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

Chiara Ferrari – Col parabello in spalla

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Col parabello in spalla è una canzone derivata dal canto degli alpini Col fucile sulle spalle, cantata soprattutto in Veneto, Liguria e Piemonte.

Si menzionano le bombe scippe, ordigni in uso nella prima guerra mondiale, prodotte dalla SIPPE (Società Italiana Per Prodotti Esplosivi).

Per ascoltare

La Canzone

https://youtu.be/QHgkrZ4emY4

Col parabello in spalla
caricato a palla
sempre bene armato
paura non ho
quando avrò vinto
quando avrò vinto/
col parabello in spalla
caricato a palla
sempre bene armato
paura non ho
quando avrò vinto
ritornerò
.E allora il capobanda
giunta la pattuglia
mi vuol salutare
e poi mi disse
e poi mi disse
e allora il capobanda
giunta la pattuglia
mi strinse la mano
e poi mi disse
«I fascisti son là»
.E a colpi disperati
mezzi massacrati
dalle bombe scippe
i fascisti sparivano
gridando «Ribelli»
gridando «Ribelli»/
e a colpi disperati
mezzi massacrati
dalle bombe scippe
i fascisti sparivano
gridando «Ribelli
abbiate pietà!»

Derek Walcott – Tempo verrà

Derek Walcott

Tempo verrà

Tempo verrà in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Renzo Pezzani – Milite Ignoto

 

Renzo Pezzani
Milite Ignoto

 

Fratello senza nome e senza volto,
da una verde trincea t’han dissepolto.
Dormivi un sonno quieto di bambino.
Un colpo aveva distrutto il tuo piastrino.
Eri soltanto un fante della guerra,
muto perchè t’imbavagliò la terra.
Ora dormi in un’urna di granito
sempre di lauro fresco rinverdito.
E le madri che più non han veduto
tornare il figlio come te caduto,
nè sanno dove l’abbiano sepolto,
ti chiamano e rimangono in ascolto
se mai la voce ti donasse Iddio
O mamma il figlio tuo son io!

George Forestier – Oltre il confine

George Forestier
Oltre il confine
Padre e madre:
La France et l’Allemagne
vite e abete
nel mio sangue congiunti.

Attraverso il cuore
brucia il putrido confine
attraverso il cuore
vanno Senna e Reno.

Passo per gli anni
di campi martoriati,
ponti saltati
piangono nel vento.

Chi caccia gli avvoltoi
dalla siepe dei miei sogni ?
Chi chiude le ferite
nella neve innocente?

Io guardo
nelle tempie aperte del cielo.
Assaporo il sale
nelle voci della notte.

Chi toglie ai miei morti
la brina delle spine?
Chi spiana dalla fronte
delle tombe il terrore?

Amatissima terra
padre e madre
perché solo la morte,
forca e nostalgia,
perché solo la morte
vi unirà?

Paolo Ciotti – Le prime cannonate non si dimenticano

Paolo Ciotti

Le prime cannonate non si dimenticano

Paolo Ciotti racconta bombardamenti, battesimo del fuoco a Ghertele (VI) il 30 maggio 1915

La marcia verso il confine italo-austriaco del 116° fanteria termina la notte del 30 maggio: ufficiali e truppa, dopo aver percorso alcuni chilometri, sono a breve distanza dal nemico.

Arriviamo al Ghertele verso le quattro del mattino. La truppa bivacca vicino a Casare Baitle, proprio sotto al Monte Verena, che spara a fuoco accelerato. Avanti a noi l’azione è sostenuta anche questa volta dalla Brigata Ivrea. Noi siamo di rincalzo e attendiamo gli eventi. Ma come dimenticare quegli istanti? Il rombo del cannone, che sentiamo per la prima volta vicino, mette a tutti – e perché nasconderlo? – brividi di terrore addosso.

Ma l’azione purtroppo non riesce. Scendono dalla linea gruppetti di soldati, e allora è un accorrere dei nostri presso di loro per attingere notizie, le quali sono sempre peggiori e fanno supporre che noi dovremo presto sostituire la truppa in linea. Due disertori austriaci transitano lungo la via, e allora altro accorrere di soldati. Passa pure un tenente del 162° con pochi uomini: Dice che è impossibile avanzare perché il nemico reagisce violentemente col fuoco!

Lidia Beccaria Rolfi–Donne nella Resistenza 3

Lidia Beccaria Rolfi

(…) Ora la guerra, anche se è lontana, incomincia a piacermi sempre di meno; capisco che è un grosso pericolo per chi va e una grande «fregatura» per chi resta. Ho appena sedici anni, ho ancora tante idee confuse, ma i fatti mi portano a riflettere. (…) Gli entusiasmi patriottardi di tre anni prima sono caduti da tempo: porto la gonna pantaloni della divisa per andare in bicicletta, non partecipo più agli ultimi cortei. Il 10 maggio,a scuola, strappiamo il cartello «Vincere» che è appeso nell’aula e alcuni compagni portano una cravatta rossa e un garofano rosso all’occhiello. (…) Mi diplomo, il 31 maggio, senza gioia. Il 25 luglio lo ricordo ancora adesso come un giorno straordinario. È il giorno in cui scopro la libertà, intesa per ora solo come libertà di parlare. Mi illudo che la caduta di Mussolini voglia anche dire fine della guerra per l’Italia. Le mie reazioni, anche se sono nella direzione giusta, sono soltanto reazioni istintive alla tragedia della guerra, alle sofferenze che vedo attorno a me, alle morti che hanno colpito i soldati al fronte e i civili in città. Non c’è ancora una presa di coscienza sulla realtà della situazione italiana e sul fascismo. Questa presa di coscienza verrà molto più tardi.

L’8 (…) nel pomeriggio, non appena si sparge la notizia dell’armistizio, le strade di accesso alla città diventano teatro di un fuggi fuggi generale: la gente scappa dalla fiera intasando le vie con ogni mezzo di trasporto: birocci, carri, biciclette. La maggior parte però scappa a piedi. Non si sa bene perché scappi: è impaurita dall’ignoto, dai “si dice”, dalle voci che si diffondono e che annunciano l’arrivo imminente delle truppe tedesche. Si è già individuato nel tedesco il nemico di ora, anzi il tedesco ridiventa «il nemico» naturale, quello che la gente comune non ha mai digerito, nemmeno al tempo dell’Asse.

Alla fine di ottobre ricevo la mia prima nomina come insegnante elementare: sono destinata a Torrette di Casteldelfino in valle Varaita. Raggiungo la sede il 16 novembre e la sera stessa, all’albergo dell’ Angelo di Sampeyre, incontro alcuni ebrei fuggiti da Saluzzo, da Torino, e sento parlare del campo di concentramento per ebrei a Borgo San Dalmazzo. La notizia mi sconvolge. Nei quindici giorni successivi conosco alcune persone che avranno un peso determinante nella scelta che farò. Conosco «Medici» (Morbiducci) e «Rubro» (Terrazzani). Incomincio a collaborare con loro.

Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni, spesso ascolto «Medici» parlare, raccontare a noi che siamo più giovani e che lo ascoltiamo increduli, la vera storia della rivoluzione bolscevica, della guerra d’Abissinia, della guerra di Spagna e delle responsabilità del fascismo. Seguo perplessa i suoi discorsi: a volte stento a capire. Le argomentazioni contro i tedeschi mi convincono di più: le ho già sentite sei mesi prima, quando i reduci sono tornati dalla Russia e hanno raccontato.

Dalla pianura arrivano giorno per giorno notizie di rappresaglie e morti: ho visto Cerreto bruciare un mattino, arrivando da Cuneo. Alla fine di marzo, quando già le formazioni partigiane hanno raggiunto una certa forza e si stanno organizzando, quando in valle ha fatto la sua comparsa «Ezio» e il movimento si sta estendendo con azioni quasi quotidiane in pianura, i tedeschi e i fascisti iniziano il rastrellamento a tappeto della valle. Vedo i primi morti, due soldati meridionali sbandati, uccisi come cani a Venasca, vedo i partigiani fucilati a Melle. «Ezio» mi ordina di andarmene dalla valle che pullula di spie. Torno a casa e rientro, come eravamo intesi, dopo una decina di giorni, quando ormai i tedeschi se ne sono andati e in valle non sono rimasti che pochi presidi della Gnr (Guardia nazionale repubblicana) di Bergamo.

Rientro l’11 sera e trascorro la giornata del 12 passeggiando per la montagna, con la speranza segreta di trovare qualche compagno. Verso le 8, quando è già buio, Gianni Ferrari, un partigiano giovane, lombardo credo, bussa alla mia porta, si ferma una mezz’ora per avere notizie e rifocillarsi, e riprende la marcia per raggiungere la valle Maira; due ore dopo altri quattro partigiani, venuti a conoscenza del mio rientro, mi raggiungono, entrano a mangiare un boccone e ripartono quasi subito anche loro per la valle Maira. Li accompagno per un pezzo, lungo la strada che conosco bene, e rientro nella notte. Il mattino dopo, alle 6, quattro militi della Gnr di stanza a Sampeyre mi svegliano, perquisiscono la mia camera, buttano all’aria tutto, rovistano, urlano, poi mi trasferiscono, a piedi, con le mani legate, all’albergo dell’Angelo dove ha sede il Comando. Mi interrogano per un giorno e una notte, mi torturano, cercano di spaventarmi con minacce di morte, mi fanno sfilare davanti il plotone di esecuzione; il comandante, il tenente Vicentini di Mantova (così mi ha detto di chiamarsi), assume in proprio l’onore e l’onere di picchiare a sangue «un’indegna spia del nemico che collabora con banditi ribelli», poi mi lega a una sedia e il mattino dopo mi fa caricare, legata come un salame, su una camionetta.

Mi portano a Cuneo, prima dal prefetto poi in carcere, e il giorno seguente, per ordine del prefetto, che ne ha dato l’incarico al tenente colonnello Carlo Sciavicco della Gnr, sono consegnata nelle mani della Gestapo che mi trasferisce a Saluzzo nelle carceri giudiziarie. Per gli interrogatori vengo condotta in una villa isolata alla periferia della città: la Gestapo mi interroga per due giorni, poi si disinteressa di me. Rimango in carcere dieci giorni, in una cella enorme con detenute colpevoli di reati comuni, infine mi trasferiscono, il 24 sera, alle carceri Nuove di Torino. Il giorno successivo subisco l’ultimo interrogatorio all’albergo Nazionale di Torino, da parte del capitano Schmidt, firmo un verbale scritto in tedesco e tradotto da un interprete, in cui continuo a negare ogni addebito, mi comunicano che sono condannata a morte, poi mi riportano in cella e non si occupano più di me. Rimango alle Nuove per circa tre mesi. (…)

La notte fra il 25 e il 26 giugno i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute dalle celle e ci accompagnano nella camera adiacente allo studio di suor Giuseppina, la madre superiora. È lei stessa che ci comunica con le lacrime agli occhi che saremo deportate in Germania dove «andremo a lavorare». Ancora nella notte ci caricano su un camion e all’alba ci trasferiscono a Porta Nuova e ci chiudono in un vagone bestiame, agganciato ad altri vagoni strapieni di uomini, giovani quasi tutti, in tuta blu e scarpe bianche da ginnastica, partigiani o rastrellati o segnalati durante lo sciopero del marzo’ 44 e tutti destinati, come lavoratori coatti, all’industria tedesca. Sullo stesso treno, durante una sosta del viaggio, vedo un compagno partigiano della mia valle, Gianni Negro. Cerco stupidamente di attirare la sua attenzione senza rendermi conto del pericolo a cui lo espongo. Mi vede e mi fa un cenno. È l’ultimo saluto di una persona amica.

Viaggiamo per quattro giorni e quattro notti nel vagone chiuso. Ci aprono per i bisogni fisiologici solo a rari intervalli e solo dopo che il treno ha varcato la frontiera del Brennero. Nella stazione di Chemnitz, di notte, subiamo un bombardamento aereo chiuse nel vagone. Il nostro treno non è colpito. Staccano i vagoni degli uomini e proseguiamo sole, sempre in vagone piombato, fino a Berlino; e qui, scortate da SS, ci trasferiamo in metropolitana a un’altra stazione della città. Siamo un piccolo gruppo miserabile di quattordici donne, sporche e stanche, con fagottini di effetti personali e con gli ultimi resti dei viveri che ci ha dato alla partenza suor Giuseppina. Ci accompagnano due SS stanchi come noi, ma non suscitiamo nessun interesse nella folla della metropolitana. I tedeschi sono abituati a questo genere di spettacolo e ci ignorano. Ci caricano su un vagone passeggeri e dal finestrino scorgiamo il paesaggio, dopo giorni di viaggio alla cieca.

Il treno sembra andare verso Nord, passa in una pineta fitta, poi attraversa un paesaggio ondulato e penetra ancora in una pineta. La scarpata rivela un terreno sabbioso, i pini si fanno meno fitti, il paesaggio diventa brullo, desolato, non si vedono case. A una stazione, dopo trenta, quaranta chilometri circa, salgono nello scompartimento delle donne in divisa con un numero e un triangolo a punta (…) A una fermata successiva, in una stazioncina piccola di cui riusciamo a leggere il nome Fürstenberg -, ci fanno scendere e ci ordinano di camminare. Le donne vestite a righe ci precedono. Ci avviamo per una strada che costeggia un lago, la strada è lunga e i bagagli, pur scarsi, pesano. Arriviamo stanche davanti a un muro altissimo, nero, che si estende a perdita d’occhio. Nel muro si apre un portone sormontato da torrette, ci sono tante donne in fila che varcano il portone, mentre soldati SS le contano.

Varchiamo il portone anche noi; i due SS che ci hanno accompagnato tornano indietro dopo aver consegnato a un SS sul portone una cartella: i nostri dossier. Siamo a Ravensbrück. Siamo il primo trasporto di donne italiane che arriva a Ravensbrück. È la sera del 30 giugno del ‘44.

Tratto da

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza