Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

Tobino – A Mario Pasi

A Mario Pasi
Questa poesia di Tobino, messa in musica da Hans Werner Henze, è dedicata a Mario Pasi, antifascista, medico e dirigente partigiano, con il nome di battaglia di “Montagna”, delle formazioni operanti nel bellunese. Catturato dalle SS alla fine del 1944, fu torturato e seviziato per quattro mesi e ridotto in fin di vita dal famigerato tenente Georg Karl, comandante della Gestapo di Belluno, ma rifiutò sempre di fornire informazioni. In una sua lettera (pubblicata in
“Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (1943-45)”) scriveva:

“Cari compagni
mandatemi del veleno
non resisto più.
Montagna”

Il 10 marzo 1945 fu portato insieme ad altri nove partigiani sulle colline sopra Belluno. Il Pasi fu fatto trasportare dai suoi stessi compagni perché non camminava nemmeno più, con le gambe fracassate dalla bastonate, una già divorata dalla cancrena.
Furono tutti impiccati in un luogo chiamato Bosco delle Castagne.

Il Pasi era un giovanotto
veniva dalla Romagna,
insieme eravamo giovani,
si camminava muovendo le spalle,
le donne avean per noi debolezza.
Lui lo impiccarono i tedeschi
dopo sevizie che non ho piacere si sappiano,
io ho un cappotto di anni,
ma, o Pasi, sei stato
il più bell’italiano di mezzo secolo.

Anonimo – Pagina delle Muse

pugno
Anonimo
La pagina della … Musa.
Questi dattilografi!?!?!?!

La dattilografia è certo un bel mestiere,
si batte con le dita e si resta a sedere.
Ma qui al Comando Unico, per contentarli tutti,
bisogna far buon viso e pigliar dei farabutti.
*
Qui Monti vuol le linee, i punti un po’ in dentro,
l’oggetto e il protocollo spostati verso il centro.
Qui Miro preferisce la lettera inquadrata,
l’intestazione a manca o un po’ più in su la data.
*
C’è Berel responsabile all’ufficio informazioni
si cura della firma, non dell’intestazione.
Arriva tosto Aldo, ci prega vivamente
di far ben attenzione a non ometter niente.
*
E Febo (perdonate! M’ero dimenticato)
mette sì il soggetto, ma lascia il predicato.
Roberto, calmo e esplicito, munito di pazienza,
è quel che più transige … fa parte all’Intendenza.
*
Ed ecco il singor Guido (inver non canta male)
"necessita urgentissima la spesa decadale".
Gianni Vice Intendente al Comando neo arrivato
omette gli indirizzi pel … desco apparecchiato.
*
Già! Sacchi vuol la copia come l’originale
"Ferma! Metti la data: se no così non vale".
Tamara, rompiscatole, per ripartire il lancio
ti mette sotto a scrivere, ti fa saltare il rancio.
*
Sapete voi la nuova? Anch’io quasi casco:
arriva per l’elenco il Parroco … Don Vasco.
Oh! già voi perdonate (m’ero dimenticato)
abbiamo molti amici anche al … Commissariato.
*
E quando hai cenato e andresti anche a dormire
ecco che un seccatore "due righe, vuoi venire?"
È il caro Albertina che chiede innovazioni
ai gradi stabiliti per gli alti caporioni.
*
L’oggetto, la minuta, il protocollo avente,
è giusto? Sì. Va bene? ti pigli un accidente.
… E tanti e tanti ancora, che col sorriso aperto
ti fanno lavorare e ti fregan di concerto.
*
Le macchine camminano, si fermano i tranvai,
ma in sede di scrittura non ci si ferma mai.
Speriam con tutto il cuore che i tedeschi vadan via
così entrerà in servizio la tipolitografia.
*
Nessuno se ne offenda, ma rida e sia sereno
di quel che qui han scritto Rameris, Mas, Veleno.
Se non son ben scritte, mal non ci giudicate
deh’ non chiediamo molto … un poco di pietate.Tratto da
Poesia clandestina della Resistenza – Antologia dei …

Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

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Soldati appartenenti a un’unità non identificata della Squadra della Morte C frugano tra i beni degli Ebrei massacrati a Babi Yar, una gola nei pressi di Kiev. Unione Sovietica, 29 settembre-1 ottobre 1941.

— US Holocaust Memorial Museum

Le Einsatzgruppen (in questo contesto da leggere come “unità mobili di sterminio”) erano vere e proprie Squadre della Morte composte principalmente da SS e da agenti di polizia. Comandate da ufficiali della Polizia di Sicurezza tedesca (Sicherheitspolizei, Sipo) e del Servizio di Sicurezza (Sicherheitsdienst, SD) le Einsatzgruppen avevano tra i loro compiti l’eliminazione di coloro che venivano considerati nemici, sia per motivi politici che razziali, e che si trovavano al di là delle linee di combattimento, nell’Unione Sovietica occupata dai tedeschi.

Tra le vittime vi furono Ebrei, Rom (Zingari), funzionari di Stato e funzionari del Partito Comunista Sovietico. Le Einsatzgruppen assassinarono anche migliaia di pazienti ospitati nelle strutture per disabili fisici e mentali. Molti studiosi sono convinti che lo sterminio sistematico degli Ebrei attuato dalle Einsatzgruppen e dai battaglioni della Polizia d’Ordine (Ordnungspolizei) nell’Unione Sovietica occupata, rappresentò il primo passo verso l’attuazione della “Soluzione Finale”, il programma ideato dai Nazisti per eliminare tutti gli Ebrei europei.

Durante l’invasione dell’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, le Einsatzgruppen si posero al seguito dell’esercito tedesco mentre questi avanzava profondamente nel territorio nemico. Le Einsatzgruppen, spesso usufruendo dell’appoggio della polizia e delle popolazioni locali, portarono a termine numerose operazioni di sterminio di massa. Contrariamente ai metodi adottati successivamente, che prevedevano la deportazione degli Ebrei dalle città o dai ghetti verso i campi di sterminio, le Einsatzgruppen si recavano direttamente nelle comunità ebraiche e attuavano veri e propri massacri.

L’esercito tedesco fornì appoggio logistico alle Einsatzgruppen, inclusi rifornimenti, trasporto, alloggio e, occasionalmente, forza lavoro sotto forma di unità per il trasferimento e la sorveglianza dei prigionieri. In una prima fase, le Einsatzgruppen fucilarono principalmente gli uomini Ebrei. Alla fine dell’estate del 1941, tuttavia, ovunque le Einsatzgruppen si recassero uccidevano uomini, donne e bambini, senza curarsi dell’età o del sesso di appartenenza, seppellendoli poi in fosse comuni. Spesso grazie all’aiuto di informatori e interpreti della popolazione locale, gli Ebrei di una certa zona venivano identificati e portati nei punti di raccolta;da qui, i camion li trasportavano poi ai luoghi dell’esecuzione, dove le fosse comuni erano già state preparate. In alcuni casi, i prigionieri erano costretti a scavare loro stessi le loro future tombe. Dopo aver consegnato ogni oggetto di valore ed essersi spogliati, uomini, donne e bambini venivano fucilati, o in stile militare – in piedi, di fronte alla fossa – oppure già stesi sul fondo, uno accanto all’altro, secondo un sistema che venne ribattezzato in modo irriverente “a scatola di sardine”.

La fucilazione fu il sistema più usato dalle Einsatzgruppen; tuttavia, alla fine dell’estate del 1941, Heinrich Himmler, avendo constatato il peso psicologico che tale sistema di sterminio aveva sui suoi uomini, richiese l’adozione di un modo più “comodo” di perpetrare le uccisioni. Il risultato di tale richiesta fu la creazione delle camere a gas mobili: montate su furgoni per il trasporto merci, e con il sistema di scappamento modificato, esse venivano usate per asfissiare i prigionieri con il monossido di carbonio. Le camere a gas mobili fecero la propria apparizione per la prima volta sul fronte orientale, alla fine dell’autunno del 1941, e furono poi utilizzate, insieme alle fucilazioni, per assassinare Ebrei e altre vittime nella maggior parte delle zone in cui le “Squadre della Morte” operavano.

Le Einsatzgruppen al seguito dell’esercito tedesco in Unione Sovietica erano composte da quattro gruppi operativi, ognuno delle dimensioni di un battaglione. L’ Einsatzgruppe A partì dalla Prussia Orientale e si spinse attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia verso Leningrado (oggi San Pietroburgo). Questa unità massacrò gli Ebrei a Kovno, Riga e Vilna. L’Einsatzgruppe B partì invece da Varsavia, nella Polonia occupata, e attraverso la Bielorussia si spinse verso Smolensk e Minsk, massacrando gli Ebrei a Grodno, Minsk, Brest-Litovsk, Slonim, Gomel e Mogilev, solo per citare alcuni luoghi. L’Einsatzgruppe C cominciò le proprie operazioni da Cracovia, attraversando poi l’Ucraina occidentale e proseguendo verso Kharkov e Rostov sul Don. I suoi uomini operarono massacri a Lvov, Tarnopol, Zolochev, Kremenets, Kharkov, Zhitomir e Kiev. Qui, il sottogruppo 4A delle Einsatzgruppen, nel corso di due intere giornate, portò a termine quello che divenne poi tristemente famoso come “massacro della gola di Babi Yar”, in cui vennero assassinati 33.771 Ebrei di Kiev. Delle quattro unità, la Einsatzgruppe D operò invece nella parte più a sud: questa squadra portò a termine numerosi massacri nella parte meridionale dell’Ucraina e della Crimea, in particolare a Nikolayev, Kherson, Simferopol, Sebastopoli, Feodosiya e nella regione di Krasnodar.

Le Einsatzgruppen ricevettero vasto appoggio dai soldati tedeschi e dagli altri eserciti dell’Asse, così come da collaboratori locali e da altre unità delle SS. I membri delle Einsatzgruppen venivano reclutati tra le SS, le Waffen SS (reparti militari delle SS), nel Sipo e nel SD, tra le forze della Polizia d’Ordine e in altre forze di polizia.

Alla fine della primavera del 1943, le Einsatzgruppen e i battaglioni della Polizia d’Ordine avevano già assassinato più di un milione di Ebrei sovietici e decine di migliaia di commissari politici, partigiani, Rom e persone disabili. Il cosiddetto “sterminio mobile”, in particolare la fucilazione, si dimostrò un metodo inefficiente e psicologicamente pesante per gli uomini coinvolti. Già nel periodo in cui le Einsatzgruppen portavano a termine le loro operazioni, le autorità tedesche cominciarono a pianificare e poi costruire strutture fisse all’interno dei campi di sterminio, per uccidere – tramite gas venefico – del più vasto numero possibile di Ebrei

Tratto da

Enciclopedia dell’Olocausto

Repubblica di Carnia e Friuli Orientale

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Repubblica di Carnia e Friuli Orientale

Con l’armistizio, il Friuli Venezia Giulia entra a far parte della “Zona di operazioni del litorale adriatico”, direttamente amministrata dai tedeschi. Dal marzo 1944 sono attive nell’area della Carnia e del Friuli orientale le formazioni garibaldine, alle quali si affiancano presto le Osoppo. I tentativi di unificazione tra i comandi delle formazioni sono vani, ma talvolta tra Garibaldi e Osoppo si instaura, a livello di brigate, una buona collaborazione, almeno fino all’estate del 1944. In agosto, l’offensiva partigiana porta alla liberazione di vaste aree del territorio – circa 2.500 kmq per 80.000 abitanti di 38 comuni – che vanno a comporre la «più estesa zona liberata dalle formazioni partigiane sul territorio nazionale». Nascono così CLN comunali, CLN di vallata e, l’11 agosto, il CLN carnico, che il mese successivo raggruppa i rappresentanti dei partiti antifascisti e due delegati militari, uno per le Garibaldi e uno per le Osoppo. Il CLN organizza le elezioni delle giunte comunali (agosto-settembre 1944), la lotta al mercato nero, il controllo dei prezzi e un efficace sistema di approvvigionamenti, che riesce a far sopravvivere la zona libera nonostante l’accerchiamento da parte dei nazifascisti. Il 26 settembre 1944 nasce il Comitato zona libera, che ha funzioni di governo provvisorio e dà vita alla Guardia del popolo (polizia municipale), mentre riorganizza il sistema scolastico (con revisione dei libri di testo), delibera in materia fiscale e istituisce il Tribunale del popolo.

Con l’autunno, la situazione interna al movimento partigiano si complica, per il prevalere delle correnti moderate all’interno delle Osoppo e il legame sempre più stretto tra le Garibaldi e la Resistenza iugoslava. Riprende, inoltre, l’offensiva nazista che, dopo una battaglia di quasi tre mesi, ha la meglio sulla zona libera. In Carnia e nelle Prealpi si insediano tra i 20 e i 40.000 cosacchi e caucasici, che hanno combattuto al fianco delle truppe tedesche. Gli occupanti danno vita a una loro “repubblica cosacca”, che reggerà fino alla liberazione (maggio 1945).

(fonte: M. Puppini, Carnia e Friuli orientale, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, pp. 501-503).

Repubblica dell’Ossola

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Repubblica dell’Ossola

La Repubblica viene istituita, sulla spinta dei successi partigiani dell’estate, il 10 settembre 1944, quando le divisioni autonome Valtoce (comandata dal tenente Alfredo Di Dio) e Valdossola (guidata dal maggiore Dionigi Superti) entrano a Domodossola, appena abbandonata dai tedeschi in base a un accordo con gli stessi partigiani. Oltre agli autonomi, protagonisti dei successi del movimento di liberazione nell’estate del 1944 sono i garibaldini, che tuttavia non condividono l’esito della trattativa tra partigiani e tedeschi: questi ultimi, secondo i comunisti, avrebbero dovuto ritirarsi in Svizzera.

Occupata Domodossola, il comando degli autonomi dà vita a una giunta provvisoria di governo dell’Ossola, ma le sue decisioni non sono sostenute né dal CLNAI di Milano, né dai garibaldini né della popolazione. Nessuno di loro, infatti, è stato interpellato in merito. Ciononostante, la giunta, presieduta dal socialista Ettore Tibaldi e composta da rappresentanti dei partiti antifascisti e del clero, riesce a insediarsi e a dar vita a un suo organo di stampa, il “Bollettino Quotidiano d’Informazione”, diretto dal comunista Umberto Terracini. Viene anche costituito il CLN di Domodossola, e si diffondono i giornali delle diverse formazioni partigiane.

La breve vita della repubblica è funestata da numerose difficoltà, tra le quali i «[…] difficili rapporti con i comandi partigiani di Superti e Di Dio, che tendono a sovrapporsi alla giunta e a discriminare politicamente le sinistre e i garibaldini», e le «non distese relazioni con il Clnai, che accusa il governo ossolano di eccesso di autonomismo». Ciononostante, i risultati conseguiti sono significativi: si pensi all’abolizione del sindacato fascista e alla ricostituzione delle organizzazioni sindacali libere, che avviano subito trattative salariali; si pensi alla regolamentazione del mercato e dei prezzi, alla riorganizzazione del sistema scolastico (con revisione dei libri di testo), alla nomina di commissari per i comuni, alla ripresa della produzione industriale e degli scambi commerciali con la Svizzera (che sostiene la repubblica e la riconosce ufficialmente). Alcuni dei provvedimenti assunti dalla repubblica, grazie alla collaborazione di intellettuali del calibro di Piero Malvestiti, Gianfranco Contini e il già citato Umberto Terracini, saranno d’ispirazione per la redazione della Costituzione italiana.

Il 10 ottobre 1944 si avvia la controffensiva tedesca e fascista. Le forze partigiane, oltre a essere spesso non concordi tra loro, non hanno armi né munizioni a sufficienza, ma cercano comunque di difendersi. Quando la sconfitta è ormai prossima, i partigiani, la giunta e parte della popolazione cercano scampo in Svizzera, mentre una divisione garibaldina e una autonoma rifluiscono nelle valli confinanti, da dove continueranno la lotta. Il 23 ottobre l’esperienza della repubblica dell’Ossola è definitivamente conclusa.

(fonte: M. Giovana, Ossola, repubblica dell’, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, pp. 513-516).

Anonimo – Sutta a chi tucca


Anonimo


Sutta a chi tucca
Sciu pei munti e zu int-ê valli
in mezu a e rucche int-ê buscagge,
an criu de ‘sutta a chi tucca’
i sciurtivan i partigien.
Cun ê bumbe e cun i cutelli
cun-ê pistole e cun i muschetuin
faxeivan rende i cunti
aê spie e ai traditui.
Quand u partigian u sciurtiva
dâ so tana cume in lù
u patriota u giuiva
e u tremava u traditù.
Quand u partigian u caxeva
i cumpagni nu cianzeivan nù
ma tostu i favan caxe
atretanti traditù.
agosto 1944

Ho Chi Minh – Diario dal carcere III°

Ho Chi Minh

Diario dal carcere

Canto al tramonto

Al tramonto del sole,

terminata la ciotola

si sentono da ogni angolo

salire canti e musica.

La prigione di Tsing,

oscura e malinconica

si trasforma d’un tratto

in nobile accademia.

*

I ceppi

Come crudeli dèmoni

dalle fauci fameliche

tutte le sere i ceppi

mi afferrano le gambe.

Ingoia il piede destro

la lor gola bestiale

solo il piede sinistro resta

fuori a ballare.

Ho Chi Minh – Diario dal carcere II°

Ho Chi Minh

Diario dal carcere

L’arrivo a Tsing Si

In prigione, gli anziani accolgono

il nuovo venuto.

Nubi d’azzurro

inseguono le nubi

in tempesta.

Passano nubi erranti

nel grembo del cielo.

Un uomo libero resta

solo

in fondo alla cella.

*

Fame

Come pasto una ciotola

di riso rosso, miseria:

senza legumi, né sale,

nè l’acqua in cui bolle.

chi ha del cibo da fuori

può mangiare in prigione;

ma chi non ha nessuno

invoca padre e madre.

I Lager Tedeschi – Borgo San Dalmazzo

Borgo San Dalmazzo

Costituzione: settembre 1943

Chiusura: febbraio 1944
Ubicazione: Borgo San Dalmazzo (Cuneo)

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Oggi non resta più traccia materiale del Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo, presso Cuneo, che funzionò come campo di raccolta di ebrei, italiani e non, tra il 18 settembre 1943 e il 21 novembre dello stesso anno; e poi – sotto controllo repubblichino – dal 9 dicembre al 13 febbraio 1944.

Da questo Lager passarono circa quattrocento persone, delle più diverse nazionalità europee: per molte di esse il campo costituiva il punto di non ritorno di una fuga che durava ormai da cinque anni. Di lì, trecentocinquantadue ebbero come meta finale Auschwitz, cui sopravvissero, secondo le ultime ricerche, non più di dodici persone; due furono avviati a Buchenwald.

Tra questi "nemici del Reich" e della Repubblica di Salò – 148 donne e 201 uomini gli internati nella prima fase di attività del campo, 18 donne e 8 uomini, in prevalenza italiani, per la seconda fase – non mancavano i giovanissimi: 78 non arrivavano ai ventuno anni; sette di loro avevano meno di un anno di età. Ventisei erano gli ultrasessantenni (di cui tre ottantenni).

Gli italiani, tra coloro che subirono la deportazione in campo di sterminio, furono – per le ragioni che si vedranno più avanti – una stretta minoranza (ventitre su 354); gli altri, accomunati dalla persecusione razzista nazifascista, pur con la prevalenza di polacchi (119) e francesi rappresentavano un po’ tutte le nazionalità europee: ungheresi, greci, tedeschi, austriaci, rumeni, russi, croati.

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La caserma nella quale era stato allestito il campo

 

Il campo era collocato in una caserma degli alpini intitolata ai "Principi di Piemonte", a poca distanza dalla stazione ferroviaria e all’imbocco delle valli Gesso e Vermenagna. Oggi solo due epigrafi, a memoria degli eventi che si svolsero in quei mesi, ricordano la detenzione e la partenza dei convogli per Auschwitz, dopo il passaggio in altri campi di transito francesi (Drancy) o italiani (Fossoli e, in due casi, Bolzano).

La storia del campo si suddivide quindi in due periodi distinti, anche se molto ravvicinati nel tempo.

Prima fase: settembre-novembre 1943.

Con l’8 settembre e il disfacimento della IV Armata era venuto meno ogni controllo italiano sui dipartimenti della Francia meridionale occupati dall’esercito nel novembre 1942. La zona italiana, specialmene il nizzardo e le Alpi marittime, aveva accolto tra il 1942 e il 1943, con un sistema chiamato di "residenze forzate" o "assegnate", ma che assicurava una complessiva anche se precaria sicurezza, diverse migliaia di ebrei non francesi rifugiati nella Francia meridionale e braccati dalla feroce persecuzione dei nazisti. Una di queste località di residenza fu il paese di St.-Martin Vésubie, nella vallata omonima, che finì per accogliere oltre mille ebrei di varie nazionalità sopravvissuti in relativa tranquillità fino alla data dell’armistizio.

La val Vésubie è collegata al Cuneese da due valichi alpini, percorsi all’epoca da strade militari che seguivano tracciati ben più antichi (vie del sale, strade di caccia reali): il colle delle Finestre e il colle Ciriegia, a oltre 2400 metri di altitudine. Per questi valichi, a partire dal 13 settembre, un migliaio di ebrei di St.-Martin cercò la salvezza, anche nella convinzione che l’armistizio facesse dell’Italia un territorio sicuro. Interi gruppi familiari, per un totale stimato intorno alle mille persone, raggiunsero così la valle Gesso e si riversarono sui paesi (Entraque, Valdieri) circostanti Borgo San Dalmazzo. L’esodo fu reso anche più drammatico dal fatto che si trovavano tra i profughi anziani e bambini, e comunque persone non abituate a percorsi di montagna. D’altronde chi era rimasto a St.-Martin fu prelevato dai nazisti al loro arrivo e immediatamente deportato.

Negli stessi giorni i nazisti occupavano Cuneo (12 settembre) e piccoli gruppi di antifascisti davano vita ai primi nuclei partigiani. Il 18 settembre un bando del comando SS intimava agli "stranieri…nel territorio di Borgo San Dalmazzo e dei comuni vicini" di presentarsi al "Comando Germanico in Borgo San Dalmazzo, Caserma degli alpini". Trecentoquarantanove persone, soprattutto ebrei polacchi, francesi e tedeschi (ma anche austriaci, romeni, ungheresi e greci) si presentarono spontaneamente o vennero rastrellate e rinchiuse nei locali della caserma, mentre gli altri cercavano rifugio, in modo capillare, presso la popolazione delle valli; alcuni si unirono alle bande partigiane. Agli "stranieri" internati nel campo si aggiunsero per breve tempo gli ebrei di Cuneo, arrestati il 28 settembre ma poi rilasciati (non è chiaro per quale ragione) il 9 novembre.

Per due mesi gli internati della caserma vissero in un regime di segregazione priva del livello di violenza che caratterizzò altri centri analoghi. Un minimo di assistenza si ebbe grazie all’intermediazione di autorità locali e fu permessa la visita del vicerabbino di Torino. Anche le poche fughe riuscite non ebbero eccessive ripercussioni sulla condizione dei prigionieri. I malati ottennero l’autorizzazione al trasferimento negli ospedali di Borgo e – per i casi gravi – di Cuneo.

All’esterno del campo sorse una organizzazione sia per l’assistenza agli internati, sia per aiutare le centinaia di fuggiaschi dispersi nel territorio. Questi ultimi furono accolti da singole famiglie di valligiani o furono messi in contatto con una rete di soccorso che andava da Genova fino a Milano e alla frontiera svizzera, e che si valeva principalmente della collaborazione del clero locale. Parroci e viceparroci dei Comuni montani svolsero un capillare lavoro di assistenza e di collegamento coi gruppi partigiani e con la "resistenza civile" (ricorderemo, oltre a don Raimondo Viale, il "prete giusto" reso noto dal libro omonimo di Nuto Revelli, il viceparroco di Valdieri, don Francesco Brondello, recentemente riconosciuto "Giusto tra le Nazioni" con una cerimonia svoltasi il 2 settembre 2004 nella sinagoga di Cuneo). Molti ebrei poterono così espatriare o spostarsi, grazie a documenti falsi, verso l’Italia Centrale: alcuni vennero nuovamente arrestati e deportati. Altri restarono in clandestinità nel territorio, per lunghi mesi spostandosi di valle in valle, spesso incontrando l’arresto o la morte; altri si unirono alle bande partigiane.

Per gli internati "stranieri" della caserma la sorte era comunque segnata. Il 21 novembre 1943, su ordine dell’Ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza, furono condotti alla stazione; di qui, caricati su carri merci, avviati verso Drancy, via Savona-Nizza. Il loro numero (328 sui 349 ingressi) era diminuito da alcuni casi di fuga, da morti per malattia e dal fatto che i ricoverati all’ospedale di Cuneo vennero risparmiati (riusciranno a nascondersi con la complicità del personale). Diversa sorte toccò ai quarantuno malati ricoverati all’ospedale di Borgo, caricati sui vagoni insieme agli altri.

La maggior parte del gruppo partì poi da Drancy per Auschwitz meno di un mese dopo, il 7 dicembre; gli altri avrebbero seguito lo stesso destino nei trasporti del 17 dicembre e del 27 gennaio. La ricerca di Liliana Picciotto ha identificato 328 nominativi; se rimangono alcuni casi incerti, gli altri non deportati (rispetto ai 349 internati registrati in ingresso al campo) erano riusciti a salvarsi, con la fuga o in altre circostanze (si è già detto dei ricoverati all’ospedale di Cuneo). Non più di dieci persone arriveranno a vedere la liberazione.

Dopo la deportazione del 21 novembre il Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo, rimasto vuoto, cessò temporaneamente la sua attività.

Seconda fase: dicembre 1943-febbraio 1944.

Nel giro di pochi giorni dalla chiusura del campo a gestione tedesca, la Questura di Cuneo, in applicazione dell’ordinanza di polizia n. 5 della RSI (a firma Buffarini Guidi), destinò la caserma al concentramento degli ebrei della provincia; le prime due internate, provenienti da Saluzzo, risultano rinchiuse il 4 dicembre 1943. Mentre gli ebrei di Cuneo e Mondovì riuscirono a mettersi in salvo, la comunità di Saluzzo (cui si erano aggiunti alcuni rifugiati da Torino) fu pesantemente colpita; singole persone, che vivevano in clandestinità, furono via via arrestate. Ventisei persone, in maggioranza donne, furono così internate nella caserma, sorvegliata e diretta da italiani.Anche questo gruppo, di cui si possiede l’elenco, non è omogene tre "stranieri" vengono probabilmente dal gruppo di St.-Martin Vésubie; due di loro sono padre e figlia (nata nel 1930). La più giovane ha 17 anni; i sessantenni sono tre. Il 13 gennaio 1944 la Questura di Cuneo dispose che i ventisei internati, 18 donne e 8 uomini, fossero "tradotti straordinariamente al campo di concentramento di Carpi (Modena)", ossia a Fossoli. Le autorità italiane rispondevano così alle direttive dei nazisti, che, volendo raggiungere in tempi stretti un numero di prigionieri sufficiente a organizzare un trasporto ad Auschwitz, avevano sollecitato l’invio di internati. Il convoglio che partì da Fossoli il 22 febbraio trasportava così, oltre a Primo Levi, anche 23 dei 26 internati di Borgo (5 uomini e 18 donne). Di essi risultano immatricolate sei persone (quattro uomini e due donne).

Con questo trasporto venne a chiudersi definitivamente il campo di Borgo San Dalmazzo.

Un epilogo

Tragico ma emblematico epilogo, che si può scegliere per concludere l’intera vicenda, fu la sorte di sei ebrei arrestati fra il marzo e l’aprile 1945 tra Cervasca e Demonte e rinchiusi nel carcere di Cune due austriaci, due polacchi, un francese e un lussemburghese, giunti da St.-Martin quindici mesi prima. "Consegnati ai militi della B[rigata] N[era] il 25.4.1945", come riporta il registro delle carceri, vennero fucilati dai repubblichini presso il viadotto Soleri lo stesso giorno, quando ormai le forze partigiane preparavano la liberazione della città: "L’ultimo eccidio di ebrei sul territorio liberato d’Europa, perpetrato da fascisti italiani".

(Lucio Monaco)

Bibliografia essenziale

Per la vicenda nel suo insieme:
A. Cavaglion, Nella notte straniera. Gli ebrei di St.-Martin Vésubie, Cuneo, L’Arciere, 1981, 1991.
Giuseppe Mayda, Ebrei sotto Salò.La persecuzione antisemita 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 1978.

Per l’organizzazione del campo e dei trasporti e le schede sui singoli nominativi:
Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 2002

Molte vicende biografiche sono intensamente ricostruite in:
Adriana Muncinelli, Even. Pietruzza della memoria. Ebrei 1938-1945, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1994.

Voci enciclopediche:
E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (curr.), Dizionario della Resistenza, II. Luoghi, formazioni, protagonisti, Torino, Einaudi, 2001, s.v."Ebrei nella Resistenza".
W. Laqueur, A. Cavaglion (curr.), Dizionario dell’Olocausto, Tortino, Einaudi, 2004, s.v. "Borgo San Dalmazzo".

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

I Lager tedeschi – Bolzano

Bolzano

Costituzione: 1944
Ubicazione: Nei pressi di Bolzano, lungo la via Resia.

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Dal luglio 1944, resosi insicuro il campo di concentramento di Fossoli, nei pressi di Carpi (Modena), le deportazioni continuarono dal nuovo campo di Gries -Bolzano. Progettato per 1.500 prigionieri su di un’area di due ettari, con un blocco esclusivamente femminile e 10 baracche per gli uomini, fu successivamente ampliato e raggiunse una capienza massima di circa 4.000 prigionieri. Poté contare sui Lager satellite di Bressanone, Merano, Sarentino, Campo Tures,Certosa di Val Senales, Colle Isarco, Moso in val Passiria e Vipiteno.

Il campo era gestito dalle SS di Verona, comandato dal tenente Titho e dal maresciallo Haage che già avevano svolto gli stessi incarichi a Fossoli. Alle loro dipendenze una guarnigione di tedeschi, sudtirolesi ed ucraini (questi ultimi, giovanissimi, tristemente ricordati per il loro sadismo). Furono internati a Gries soprattutto prigionieri politici, partigiani (o familiari di partigiani presi in ostaggio), ebrei, zingari e prigionieri alleati. Tra le donne molte le militanti antifasciste, le ebree, le zingare, le slave e le mogli, le sorelle, le figlie di perseguitati antifascisti. Infine i bambini, provenienti da famiglie ebree, zingare e slave già deportate per motivi razziali.

Pessime le condizioni di vita, massacranti i tempi di lavoro, numerosi i casi di tortura ed assassinio. Il numero di matricola più alto assegnato in questo campo è stato 11.115 (cfr la fondamentale ricerca di Luciano Happacher), ma numerosi deportati – a cominciare dagli ebrei – non ricevettero un numero di matricola. Nel suo studio sul campo pubblicato nel giugno 2004 (Uomini, donne e Bambini nel lager di Bolzano), Dario Venegoni documenta i nome e le generalità di 7.809 deportati, e ipotizza che il numero complessivo dei deportati in questo campo si sia aggirato attorno alle 9.500 unità. Numerosi furono i trasporti che tra l’estate 1944 e il febbraio 1945 partirono per Ravensbrück, Flossenbürg, Dachau, Auschwitz, e per Mauthausen. portando migliaia di deportati che non fecero più ritorno. Sulla base del lavoro di ricerca di italo Tibaldi, Dario Venegoni ha documentato i nomi di 3.405 deportati verso i campi del Reich,  e di 2.050 uomini, donne e bambini che da quel viaggio non hanno fatto ritorno.

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Nel campo fu attivissima una organizzazione di resistenza, in stretto contatto con una struttura di appoggio esterna. Decine di persone, dentro e fuori del campo, furono impegnate in una pericolosissima attività di assistenza ai deportati, con particolare attenzione a coloro che venivano inseriti nei trasporti verso i campi di sterminio. Tra di esse vanno ricordate senza dubbio Ferdinando Visco Gilardi e la moglie Mariuccia, Ada Buffulini, Laura Conti, Franca Turra, Armando Sacchetta, Carlo Venegoni, Gigi Cinelli, Renato Serra, e un gruppo di sacerdoti deportati, tra i quali Andrea Gaggero e Daniele Longhi. Alcune centinaia di deportati ricevettero in questo modo notizie dalla famiglia, viveri, vestiario e denaro, e alcuni furono aiutati a portare a termine con successo dei tentativi di evasione. Molti tra coloro che si impegnarono in questa coraggiosa opera di assistenza e di organizzazione pagarono con l’arresto, l’isolamento e anche con le torture il proprio impegno.

Il 12 settembre 1944, prelevati alle 4 del mattino, 23 giovani italiani furono condotti alle Caserme Mignon e assassinati a colpi di pistola. Altri morirono sotto le sevizie degli aguzzini, e in particolare di una coppia di giovanissimi ucraini. Uno di questi, Michael Seifert, rintracciato in Canada, nel 2000 è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale Militare di Verona per i crimini commessi nel Lager e nel 2008 è stato estradato in Italia. A Gries morirono diverse decine di persone: deportati politici, ebrei e prigionieri di guerra alleati.

Tra il 29 e il 30 aprile 1945 la quasi totalità degli internati ricevette un regolare permesso firmato dal comandante del campo. Molti furono accompagnati, a scaglioni, ad alcuni chilometri dalla città e rilasciati. Tra la fine di aprile e i primi di maggio 1945 i deportati vennero progressivamente liberati e il Lager chiuso, mentre le SS si davano alla fuga, non prima di avere distrutto praticamente tutti i documenti del campo, cancellando così la gran parte delle prove dei loro misfatti.

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

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