Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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Ricordi personali di Toscano

Ospedale di Careggi 4 Agosto 1944

Mi si permetta di ricordare

Un pezzo importante della mia vita

All’inizio di agosto la linea del fronte passa attraverso Firenze, i partigiani scendono dalle montagne e convergono sulla città, alleati e tedeschi si fronteggiano in riva all’Arno. La popolazione si prepara alla battaglia di Firenze.

L’autore è testimone diretto di quell’esperienza e della vita della zona di Firenze vicina all’Ospedale di Careggi di quegli anni.

"“Il 4 o 5 agosto 1944 i tedeschi fecero sfollare e racchiudere dentro l’ospedale di Careggi tutti gli abitanti della zona. Con barroccini portammo materasse o altro e ci adattammo nelle corsie nei padiglioni di Careggi, laddove le cliniche erano vuote.”"

"“In quell’area avevano trovato rifugio anche dei partigiani che stavano chiusi nella clinica che noi si chiamava "Il Lazzeretto". Grande fu l’aiuto che il personale, dottori ed infermieri dettero a tutti ricoverando perfino nel reparto tubercolotici dei partigiani, credo della Brigata Fanciullacci, per coprirli usavano uno stratagemma.”"

"“I partigiani e gli altri uomini validi mettevano in bocca della polvere d’uovo e tossendo sputavano delle patacche gialle, in questo modo i tedeschi scansavano quel reparto da come ne erano terrorizzati.”"

"“Per venticinque giorni abbiamo vissuto sotto l’arbitrio e la dominazione tedesca e sotto l’incubo dei cannoneggiamenti di chi non si sa.”"

"“In questi bombardamenti a casaccio morirono sfollati e malati, morì anche la compagna Primetta Bartolini, staffetta partigiana. Per sostenerci fummo costretti a mangiare granturco in chicchi, tralci di vite, erba dei giardini. Ma quando li trovammo facemmo grande festa agli animali da laboratorio: fra i quali i polli, i conigli e le cavie del reparto sperimentazione dell’ospedale.”"

"“In particolare ricordo il maiale: a detta di mio padre macellaio era di una grossezza spaventosa, fu ucciso e lo mangiammo in tanti. E in tanti il giorno dopo si affollavano nei locali di decenza e prati vari.”"

"“Dopo l’insurrezione di Firenze, l’11 di agosto, e l’avvicinamento del fronte le persone che avevano trovato rifugio nell’ospedale cominciarono a scappare per la fogna. La via di fuga era un po’ scomoda: 1500 metri nelle fogne dall’interno dell’Ospedale fino a Piazza Dalmazia.”"

"“Fu tirata una corda e si cominciò l’esodo. Qualcuno vide e fece la spia, i tedeschi minarono le fogne per impedire la fuga dall’ospedale, ferirono e catturarono due sfollati, li curarono e poi li fucilarono alla presenza dei familiari.”"

"“Il 27 agosto i tedeschi mi presero ma mi fu possibile fuggire: grazie ad una carica di mortaio che ferì i rastrellatori e il mio amico Mario. Lui, che era di costituzione più robusta della mia, venne ripreso da un tedesco ferito che gli montò a cavalcioni e si fece portare al comando situato in una delle ville signorili sopra Careggi. Mario tornò a casa nel luglio 1945.”"

"“Poi la mattina del 31 agosto arrivarono i partigiani della 3° Rosselli. Liberarono e rastrellarono il complesso ospedaliero tra lacrime di gioia, saluti, urla: come erano belli!”"

"“Oddio, il primo che vidi non era certo un bel "Ribelle della Montagna", piccolo e secco, scuro al di fuori dei canoni dell’immaginazione popolare. Seppi dopo che era un calabrese che aveva fatto tutta la trafila in montagna dall’8 settembre in poi e che aveva posato l’occhio su una bella "Luger" che avevo alla cintola dei pantaloni.”"

"“Arrivarono anche dei compagni conosciuti e mi senti meglio, il calabrese mi guardò con l’occhio meno cupido e tutto fu risolto.”"

"“La vita riprese e si ritornò nelle case, si facevano grandi progetti.”"

"“Intanto i tedeschi avevano fatto saltare delle abitazioni, in particolare il casamento in angolo tra Via delle Panche e Via Michelazzi, e nascosto sotto le macerie delle mine. Erano dappertutto: nei campi, dietro le porte, sotto i letti, sugli alberi. Le "mine" divennero il terrore delle genti.”"

"“Tante furono individuate e segnalate secondo le istruzioni ricevute dal Gen. Alexander, segnalate con un cartello "MINEN" e ci prendemmo le prime critiche per la strana dizione italiana.”"

"“Il 1° settembre di sera ci fu uno scontro con una pattuglia di guastatori tedeschi, uno fu preso prigioniero. Ma non fu possibile consegnarlo agli alleati perché fece un tentativo di fuga.”"

"“Fu stabilito di organizzare per il 3 settembre una festa per i partigiani e ci demmo da fare. Con Nino andammo a caccia di bevande. In una casa vinicola trovammo una vasca di marsala, ma trovammo anche una diecina di soldati inglesi che bevevano usando il tipico elmetto a scodella, dopo un poco erano sufficientemente ubriachi per farsi portar via un revolver a tamburo che avrebbe fatto invidia ad un cowboy, e una piccola damigiana di marsala.”"

"“Ritornammo verso la casa del popolo, si doveva passare sulle macerie, all’andata un anziano era scivolato, la mina non era scoppiata e gli "esperti" che ci sono sempre in ogni momento dissero che erano finte. Ma Nino mi disse "dammi la damigiana la porto io, tu vai avanti". io ubbidii. Avevo appena passato le macerie quando fui investito da uno spostamento d’aria e sassi che mi scaraventò a 5 metri più in là.”"

"“Mi alzai stordito e dolorante, mi girai e Nino non c’era più; era stato squartato e buttato a venti-venticinque metri sulle macerie, il busto senza gambe, la testa mezza staccata: come un automa cominciai a raccogliere i pezzi, piangevo e tremavo, la gente guardava come sbigottita.”"

"“Poi vennero i Fratelli della Misericordia di Rifredi e mi portarono via, mi dissero dopo che avevo raccolto quasi tutto quanto era possibile.”"

"“La madre di Nino non resse al dolore del secondo figlio morto in guerra e morì poco dopo.”"

"“A Primetta Bartolini venne dedicata una cellula femminile della Sezione delle Panche del PCI, a Vinicio Bagaglini (Nino) una cellula maschile.”"

Nota

L’autore desidera dedicare queste sue memorie ai tre caduti partigiani della zona di Firenze detta "Le Panche": Primetta Bartolini, Vinicio Bagaglini e Carlo Carmonini, quest’ultimo caduto a Montorsoli e segnalato sulla lapide come Carlo Cremonini.

Pancino

 

Inizieremo con questo racconto “Pancino”, una serie di vita vissuta , libro scritto da Orazio Barbieri, edito da Feltrinelli e controllato dai diretti interessati che sono Donne e Uomini che hanno visto la morte in faccia sia che fossero partigiani, cittadini normali, religiose, o semplici passanti che si sono trovati sulla strada dei criminali nazifascisti.

Spero sia una buona lettura che susciti dei ricordi accettabili in coloro che come me quell’epoca l’hanno vissuta e soprattutto ai giovani perchè sappiano guardare al nostro tempo con l’occhio più benevolo

Toscano

 

 

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I sopravvissuti

 

(aprile 1944)

Rigoletto Buccioni, detto Pancino, fece il falegname, il mar­mista e l’operaio in una fabbrica di birra prima di essere chia­mato alle armi, nel 1942, e di essere inviato sul fronte di Cas­sino, dove gli alleati avanzavano lentamente ma inesorabilmen­te. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 raggiunse Firenze e qui prese contatto con le forze della Resistenza. A Firenze si era costituito il C.T.L.N. e i partiti che vi aderivano operavano per dirigere alla macchia i soldati sbandati, gli operai e i contadini piú coscienti della necessità di opporsi al nazifascismo. Anche Pancino subí l’influenza decisiva di Gíulio Bruschi, un vecchio militante comunista infaticabile organizzatore di bande armate. Prima con la Carducci e poi con la Lanciotto Pancino affrontò i primi scontri, compreso l’attacco che portò all’occupa­zione di Vicchio del Mugello e di Lattaia, nel marzo del 1944. Successivamente la formazione cui egli apparteneva, dislocata sul Falterona, affrontò lunghe marce per sfuggire ai tedeschi e, at­traverso le montagne, toccò Villore, Ortacci e, infine, Castagno Campigna, dove i partigiani intendevano riorganizzarsi e rifor­nirsi di cibi prima di trasferirsi sul versante adriatico.

Fu a questo punto, ai primi di aprile, che la formazione venne accerchiata da reparti tedeschi. In quella zona transitava la di­visione corazzata Hermann Goering e da cinque giorni i soldati tedeschi avanzavano stringendo il cerchio verso la cima, a Capo d’Arno. Il fronte di Cassino era fermo e la Goering, era desti­nata a un breve periodo di riposo a Bologna, ma il comando tedesco aveva deciso di impiegare alcuni reparti per rastrellare il Falterona.

 

Il 10 aprile il cerchio si strinse. Il comando partigia­no composto da Brunetto, Fibbi e Ceccuti, decise un’ audace sortita per rompere il cerchio, fra l’alta Sieve e il Mugello.

I tedeschi avevano battuto la zona anche con l’artiglieria ed ora si facevano sotto con molti uomini dotati di armi automatiche. La zona era propizia alla guerriglia il terreno molto mosso, la vegetazione varia, con castagni, abetine e arbusti; la popolazione era amica, ma non si poteva attendere passivamente. I coman­danti partigiani avevano dato precise disposizioni agli uomini. Il piano per la sortita era stato deciso rapida­mente, ma minuziosamente. Erano uomini pratici, co­raggiosi, ma non temerari. Una pacata saggezza guida­va sempre le loro azioni.

La guerra è la guerra, ma gli uomini sono uomini. Bisognava colpire i tedeschi, infliggere loro grosse per­dite per accelerare la loro sconfitta, ma nessuno dimenticava mai che non si potevano mandare uomini delle formazioni partigiane allo sbaraglio, o rischiare un ac­cerchiamento per resistere fino alla fine. Né si potevano ignorare le conseguenze che ogni loro azione avrebbe comportato per la popolazione.

Sei squadre di 12 uomini ciascuna partirono all’attacco per rompere l’accerchiamento. Tre di queste squa­dre dovevano costituire la punta avanzata sul falsopiano, Avanzarono per alcune centinaia di metri con fucili c mitragliatori, il punto stabilito, un punto chiave per il passaggio delle forze e per dominare le posizioni avversarie. Immediatamente i tedeschi sfer­rarono una violenta offensiva. Una rapida e violenta battaglia si scatenò. Tutti i punti erano battuti dalle armi automatiche tedesche. Le piante erano falciate e tutto il terreno sconvolto. Le 3 squadre di punta fu­rono rapidamente disperse. Malgrado il coraggio dei ra­gazzi la posizione fu perduta.

Altre 3 squadre di rincalzo intervennero, ma le for­ze tedesche erano di gran lunga superiori per arma­mento e addestramento. Il Ceccuti comprese subito che 1a situazione era insostenibile a causa del volume di fuo­co dei tedeschi. Ordinò alle varie squadre di rompere l’accerchiamento in ordine sparso affinché gli uomini potessero salvarsi, con l’intesa di ritrovarsi sul monte Giovi. La capacità d’improvvisazione, lo spirito di adat­tamento, l’assenza di schemi fissi e di ordini di resisistere ad ogni costo erano tipiche caratteristiche delle formazioni partigiane.

Pancino cra alla testa di una squadra composta soltanto di 12 uomini, benché tre fossero morti al Pian delli Alari. Li avevano sostituiti tre contadini scampati all’attacco compiuto dai tedeschi al paesino di Castagno al quale avevano appiccato il fuoco. Per questo si erano aggregati ai partigiani. tre contadini, forse an­siosi di vedere cosa era accaduto al loro paese, sostennero l’opportunità di passare, nella fuga, da Castagno. 1 tre uomini, seguiti da altri due partigiani presero la strada per Castagno staccandosi rapidamente dal gruppo. Gli altri uomini appartenenti alla squadra proseguirono attraverso l’abetina costantemente falciata dalla artiglieria e dalle mitragliatrici tedesche in modo tale da raderla per snidare i partigiani eventualmente appostati.

In un momento di pausa del fuoco i sette uomini an­nidati nell’abetina tentarono la sortita saltando su una radura, verso una gola riparata da un folto faggeto. I partigiani, armati di due mitra, due sten e un breda sálirono svelti come caprioli, ma i tedeschi, circa settanta in quel punto, non si lasciarono sorprendere e iniziarono una sparatoria rabbiosa per finire i partigiani.

Ciò malgrado, nessuno dei sette fu colpito. I partigia­ni si raccolsero subito e risposero prontamente al fuoco per quindici minuti circa tennero testa all’attacco, ma le forze tedesche erano preponderanti e decise a sterminare il piccolo nucleo partigiano. Un tedesco si trovava su una piccola altura e di lassú gettava bombe a mano sulla posizione partigiana, la quale ormai non aveva più spazio per muoversi: i partigiani furono costretti ad arrendersi. Nello spazio di pochi minuti essi vissero tutta la drammaticità di quell’atto. L’odio profondo contro í nazisti, la decisione di continuare la lotta, la fierezza partigiana, la fedeltà ai compagni caduti, l’orgoglio della Lanciotto sembravano ora estinguersi nell’umiliazione della resa e nell’abbandono delle armi. In un attimo due tedeschi si staccarono dal grosso gruppo per catturare le armi e i partigiani stessi. Era un mo­mento bruciante e i partigiani non sapevano nascondere il loro dispetto.

Non erano soldati di un esercito che si arrendevano a soldati di un altro esercito. La causa dell’esercito parti­giano era una causa che riguardava anche personalmen­te ogni uomo, ogni contadino e operaio, pensava Pan­cino. Era dunque come se si arrendessero ad un nemico personale. Era il 13 aprile; i partigiani non sapevano l’ora, ma il sole cominciava a calare e sembrava signi­ficare il tramonto di un’impresa, di un bel sogno du­rante il quale gli uomini erano stati protagonisti di una grande e nobile avventura. C’era tutt’intorno una visi­bilità chiara, un cielo terso, e sulle falde dei monti e sugli abeti si scorgevano ancora strati bianchi di neve.

I partigiani, mani in alto, furono disposti in fila in­diana, fiancheggiati da due tedeschi armati di maschinen­pistole. Il grosso seguiva in fondo. I tedeschi erano gla­ciali, impenetrabili, attenti, come ad un lavoro preciso e consueto. Ai partigiani fu imposto di camminare. In ognuno di essi una folla di pensieri e di previsioni si addensava nell’animo. Pancino era il piú tranquillo, for­se il meno cosciente. Il suo impeto, il suo ottimismo non lc, avevano abbandonato neanche in quelle circostanze.

Dopo duecento metri di cammino arrivarono in una radura pianeggiante. Malgrado la giornata solatia l’aria era fresca, l’erba tenera e gli alberi di un verde tenue. Intimato l’alt, sopraggiunse il nucleo di circa 70 tedeschi. Ai partigiani fù imposto di sfilare lentamente davanti ad essi. Tale operazione serviva a controllare chi possedeva orologi ed altri oggetti di valore che ve­nivano regolarmente sottratti. Le mani dei tedeschi si protraevano scarne ed avide a carpire quelle poche co­se. In alcuni partigiani già era balenato il pensiero di andare incontro all’esecuzione. Ognuno aveva però tetenuto per se il triste pensiero con dignità e riserbo. Solo in quel momento si scambiarono alcune idee.

 

Pancino ricorda: “Uno dei fratelli Papini, il piú giovane esclamò `La mamma non si rivede.’ ‘Ma che sei bischero? Gli risposi io. Non avevo mai pensato a questa attualità e neanche in quel frangente ci pensavo. era quello il primo contatto fisico che avevo coi tedeschi, e neanche sapevo quali erano le loro gesta in Italia e nel mondo.

“Credevo di trovarmi davanti a soldati e sapevo che i prigionieri non si sopprimono. Non avevamo compiuto attentati. Le nostre erano state piccole azioni di guerra Non c’era dunque neanche il pretesto della rappresaglia, pensai. Ero convinto che semmai ci avreb­bero portati in Germania, a lavorare per la Todt,* un’ organizzazione per la quale si faceva tanta propaganda anche a Firenze.

“Ma la previsione enunciata tanto spontaneamente e pateticamente dal Papini non impressionò i partigiani. Forse essi stessi ci avevano già pensato e vi si erano preparati, o forse prevalse il desiderio di mostrare, di fronte ai tedeschi, un atteggiamento fiero e dignitoso; nelle poche parole che ci scambiammo nessun segno di paura e di debolezza. Anch’io cominciai, in quei ra­pidi momenti, a pensare a quell’eventualità, ma probabilmente mi trovavo in uno stato di prostrazione, per cui non ebbi né paura, né esplosioni di odio.

“Ormai tutto mi sembrò fatale. Eravamo soltanto noi,7 uomini,quasi ragazzi, disarmati, davanti a 70 tedeschi armati. Testimoni di questa vicenda erano gli abeti che per tanti mesi ci avevano aiutati, ora immo­bili testimoni di un’altra vicenda. Testimoni erano anche i monti, che ora ci separano dai compagni. I tedeschi ci sospinsero avanti. Volevano mettere alcuni metri fra noi e loro. Tutto era chiaro, ormai. Non fu pronunciata la sentenza, ma era implicita nei gesti e nel mutismo fin troppo eloquente. Ed era da noi scon­tata. Quando fummo alla distanza di circa 10 metri un tedesco, un tipo asciutto che sembrava di legno, im­bracciò la maschinen-pistole e cominciò a sparare sven­tagliando, cercando di colpirci tutti.

“Mi trovavo in testa alla piccola fila, dalla parte op­posta a quella del primo colpito dalla raffica. Feci in tempo a vedere uscire il fuoco dalla canna dell’arma prima di essere colpito a mia volta. Il primo partigia­no colpito era stato mirato al petto. L’arma del tede­sco, che da solo voleva finirci tutti, compi una traiet­toria, si spostò da sinistra a destra. Ma nel compiere questo spostamento l’arma si era leggermente abbassata. Cosí mentre aveva mirato al petto del primo della fila, gli uomini che successivamente colpiva erano centrati in parti sempre piú basse del corpo; alcuni furono colpiti al basso torace, altri all’intestino, alcuni nelle parti basse e nei genitali. lo lui colpito alle cosce e alle gambe.

“L’urto che mi dettero i proietilli fu violento. Mi sen­tii abbattere, falciare. Per questo caddi subito, prima di altri compagni colpiti mortalmente. Fu un attimo, ma intenso. Prima di cadere alcuni compagni si portarono le mani al petto o al ventre, barcollarono, alcuni grida­rono. Incredibile la sensazione che provai. Come un gran caldo, una grande concentrazione di pensiero, sen­za contorni netti, ma precisi nei fatti salienti. Se il pensiero potesse scattare tante foto quante sono le immagini che si susseguono si tratterebbe di centinaia in pochi secondi, tanto la mente rimane veloce e lu­cida. Dopo i colpi subiti invece subentrarono il trauma e violenti sussulti del sangue. Non era dolore, ma bru­ciore..Sembrava che aumentasse la temperatura. Forse sicuramente aumentò. Mi parve ad un tratto che si arrestasse la circolazione. Poi mi sembrò che si invertisse. Poi un gran bollore dentro. Ero caduto supino. Non so come e perchè, ma mi sentii cadere addosso i corpi di alcuni compagni. Forse perché si contorcevano. Alcuni ufficiali tedeschi si avvicinarono alla nostra catasta di corpi inanimati e sanguinanti. Scaricarono i caricatori delle pistole. Ognuno voleva degnarsi di un colpo. Ride­vano, sghignazzavano, ci schernivano, emettevano parole con duri suoni gutturali.

“Ebbi presto la sensazione di non essere colpito mortalmente. Perciò pensai di sopravvivere. Restai im­mobile. Questo atteggiamento lo tenni senza sforzo. Mi sembrava naturale essere immobile, morto. Avevo il capo appoggiato al mio braccio sinistro, ma di sotto po­tevo intravedere i tedeschi. Vedevo i piedi, che erano piú in basso del mio volto, vedevo parte degli stivali che mi sembravano immensi. Mi parevano gambe di gi­ganti o di mostri. Il mio pensiero era ai confini del de­lirio. Ciò nonostante udivo i colpi secchi delle pistole che colpivano i corpi dei miei compagni, a varia distanza di tempo. Due colpi furono sparati anche su di me. Sulla parte sinistra del torace. Sentii un forte bruciore attra­verso il corpo, poi ancora un gran bollore nel sangue. Non mi parve di aver fatto uno sforzo. Era una passività e un’immobilità naturale.

I tedeschi ebbero la convinzione di averci fatti fuori i tutti, di essersi sbarazzati dei prigionieri. Provavo strane sensazioni. Capivo e poi perdevo coscienza. Non sentivo ddolore, non soffrivo moralmente; intuivo e poi vagavo nell’irreale. Il mio pensiero, la mia coscienza non vole­vano né la morte né sopravvivere. Non volevo nulla.

Tutto intorno silenzio. I tedeschi si erano allontanati Soltanto qualche gemito mi stimolava a pensare compresi i un momento di lucidità – ora presente ora assente, come la luce — che dovevo muovermi, fare qualcosa. Ancora supino pensai, chissà perché, che i miei compagni sarebbero stati allineati cosí come erano in piedi. Invece poi vidi che erano accatastati, ma anche quando qualche momento di lucidità o di intuizione so­pravveniva non trovavo la forza di fare qualcosa. La prostrazione, la debolezza fisica dovute anche alle fatiche e ai digiuni rendevano piú difficile la ripresa. Lo sta­to di passività prevaleva. Non avevo speranze, non sen­tivo affetti. Neanche la causa partigiana mi stimolava. Un senso di fatale passività mi inchiodava lí, accanto aí corpi dei miei compagni, come se quello dovesse essere per sempre il mio posto. Ma forse l’immobilità facilitò il recupero delle forze. Ad un certo momento, istintivamente, mi mossi per uscire da quel groviglio di carne calda, da quell’intriso di sangue. Nessuna rifles­sione, nessun calcolo di mosse. Tutto fu istintivo, spon­taneo, meccanico.

“Incominciai a muovere la testa ed intorno vidi il cumulo disordinato di corpi, quasi in cerchio; alcuni su­pini, altri riversi. Uno era seduto appoggiato ad un ceppo d’albero, con gli occhi aperti. Mi alzai, lo scossi e lo invitai ad alzarsi, ma il corpo cadde traverso. Ero intriso di sangue dei miei compagni. Anche dalle mie ferite sgorgava sangue. Colava giú dal corpo alle gambe fino nelle scarpe. I piedi vi guazzavano dentro. Quan­do incominciai a camminare sentivo i piedi sciaguattare nelle scarpe alte. Forse la posizione eretta facilitava la fuoriuscita del sangue. Mi resi conto allora che tutti i mici compagni erano morti. Fui sgomento. La psicosi della morte di tutti i compagni mi prese e non mi sem­brava possibile che la sorte mia potesse essere diversa dalla loro. Sgomento e rassegnato ricaddi accanto agli altri corpi.

” Mi sentivo staccato dal mondo. Non pensavo a nessuno. Ero in attesa della morte. Incominciava ad imbrunire. Le ombre avanzavano. Distinguevo soltanto le macc­hie di neve che spiccavano fra l’oscurità. Sopravvenne il freddo a causa del calar del sole e anche per la perdita di sangue. Fui percorso da un brivido. Ma forse fu questo nuovo stato fisico del corpo a richiamarmi alla coscienza e alla riflessione. Incominciai di nuovo a pensare alla vita, a riattaccarmi alla vita e ai miei cari. Cominciai a capire che la morte non era fa­tale, inevitabile, ma poteva sopravvenire per assideramento. Mi rialzai. Le ombre incominciavano ad offu­scare il mucchio dei morti dei quali non distinguevo piú le fisionomie.

“Le forze sembravano ritornare, forse stimolate da un piú cosciente spirito di conservazione. Un forte desiderio di fuggire da quel luogo mi sospinse. Mi bar­camenai, vagai sostenendomi ora agli alberi e ora ai cespugli. Mi incamminai giú per la vallata verso il po­dere Sassoli che tre giorni prima avevamo conosciuto risalendo il monte incalzati dai tedeschi. Per quattro ore vagai percorrendo qualche chilometro, nel buio.

“Arrivato dal contadino bussai alla porta di casa. 1 contadini in quella zona erano impauriti per ciò che era avvenuto nei giorni precedenti. Difatti anche quelli che abitavano in quella casa esitarono ad aprire. Fui io stesso ad aprire spingendo la porta. Vedendomi in quel­lo stato i contadini ebbero una terribile paura. Le donne ed i bambini si ritrassero. Soltanto gli uomini mi dis­sero di entrare in casa. Era una casa modesta. L’ingres­so era in cucina. A fianco c’era il grande focolare come in tutte le case dei contadini toscani. Vinta la prima esi­tazione dovuta al brutto effetto che io dovevo fare e alla paura di essere sorpresi dai tedeschi, mi offrirono del pane e una tazza di caffè e latte. Un uomo con le mani grosse ed i polsi villosi mi affettò il pane. Io gli offrii una sigaretta che era rimasta nella tasca della giacca militare che indossavo, intrisa di sangue.

Dopo questo primo aiuto i contadini mi rifugiarono nel fienile. Non era prudente restare in casa. La gente sapeva delle rappresaglie feroci che facevano i tedeschi. trascorsi la notte in un sonno profondo, fra il fieno.

Al mattino il contadino per ritrovarmi dovette rimuovere il fieno col forcone e quando mi scorse esclamò: ‘Sei ancora vivo?’ Sembrava quasi deluso.

“Di buon’ora vollero allontanarmi anche di li. Con una treggia, poiché non mi tenevo in piedi, fui traspor­tato in una grotta della montagna, distante circa un chilometro da casa. Lí rimasi solo, con pochi alimenti, abbandonato, senza aiuto. Di lí passavano gruppi di te­deschi che tornavano da altre azioni: avevano un aspet­to truce e minaccioso. Anche senza vederli si sarebbe potuto distinguerli dal rumore dei passi degli scarponi e dai suoni gutturali, quasi metallici delle parole. Provai un senso di odio e di rivolta, una profonda mortifica­zione a restare nascosto, inerme, pensando che quegli uomini erano gli autori della strage dei miei compagni. Ma nulla potevo fare, se non cercare di salvarmi e tor­nare ancora alla lotta.

“Soltanto dopo tre giorni, data la presenza dei tede­schi, i contadini poterono inviarmi qualche aiuto. Ero all’estremo quando una contadina mi portò due fiaschi di latte. Le ferite miglioravano, cicatrizzavano e le forze mi tornarono. Dopo un giorno di splendido sole cadde una intensa pioggia, finché penetrò anche nella grotta costringendomi a lasciare quel rifugio.”

 

Pancino riprese cosí la sua peregrinazione. Purtroppo era difficile trovare altri rifugi amici. I contadini aveva­no paura delle rappresaglie. Da una catasta di legna prese due rami e ne fece due grucce per trascinarsi, giú verso il piano. Trovò un gregge di pecore e si imbrancò con esse, lasciandosi guidare dal loro cammino. Provò, un senso di pace, un piacere inebriante. Da altri contadini ebbe altri aiuti. Trascorse diversi giorni, finchè trovò i compagni della brigata Lanciotto. Tornò in formazione e riprese la lotta per la liberazione di Firenze

 

 

 

 

Note

*L’Organizzatione Todt, sorta nel 1933 con lo scopo di combattere la disoccupazione durante la guerra venne affidata la costruzione di fortificazioni militari Potè così disporre di milioni di operai in gran patte reclutati nei paesi occupati dai nazisti e fra i prigionieri di guerra. [N.d.R.]

 

 

 

 

Tratto da “I sopravvissuti”

di Orazio Barbieri

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ed Feltrinelli 1972

 

 

Ugo Corsi

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I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

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UGO CORSI

Ugo Corsi è nato a Firenze nel 1913. Entrato a far parte dell’organizzazione clandestina comunista nel 1937, viene arrestato nel marzo del 1942 e liberato nell’agosto dell’anno successivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza è stato trai primi a dar vita al distaccamento garibaldino «Faliero Pucci » (Stella Rossa), poi ha ricoperto la carica di commissario politico della Brigata d’assalto garibaldina « Sinigaglia », che ha contribuito a fondare e a organizzare. Per l’attività partigiana è stato decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina. Dopo la Liberazione, ha proseguito la sua attività politica nel PCI e ha inoltre ricoperto cariche direttive nell’ANPI. Attualmente è membro del Comitato Esecutivo della stessa associazione, e fa parte del comitato nazionale dell’ANPPIA.

 

 

 

Nel settembre 1943 Giuseppe Rossi era il responsabile del sindacato degli edili a Firenze. Era una copertura per poter lavorare e per avere un posto dove avvicinare tutti i compagni.

La sera dell’8 settembre noi eravamo ai sindacati; eravamo io, il Bertini, Otello Berti, Enzo Gandi, nella stanza di Rossi e lui non c’era. Tornò dopo cinque minuti e disse: Ragazzi, è scoppiata la pace! — proprio queste parole. La pace per noi non è solamente gioia, è la guerra contro i tedeschi. Quindi ognuno di noi deve mantenere l’illegalità, mantenere i contatti con il partito e pensare dove potersi sistemare. — Noi decidemmo che il contatto con il partito l’avrebbe tenuto Bertini da una parte e il Gandi da un’altra, io sarei andato ad abitare da una mia zia sopra Sesto, il Gianni da una parte, il Berti da un’altra, però il Bertini sapeva i nostri indirizzi e ci avrebbe fatto chiamare al momento opportuno.

La sera del 10 settembre tornai a casa; c’era una gran confusione da tutte le parti, io presi e andai con la mamma (mia sorella era già sposata) da questa zia vedova di un operaio della Richard-Ginori sopra Querceto e li sono stato fino al 20-22 settembre.

Venivo spesso a Firenze perché tramite mia sorella il Bertini mi mandava a chiamare; a volte avevamo degli appuntamenti nel cimitero di Sesto, a Quinto, e mi spiegava i contatti, etc… Fino a che la sera del 25-26 settembre mi dice di scendere giù perché dopo due o tre giorni avremmo dovuto partire; la destinazione non la conoscevo, anzi mi disse di dire alla mamma e a tutti i miei parenti che andavo a stare in una villa dove ci sarebbero stati un sacco di soldi, di persone, dove si sarebbe stati bene. Però capivo che lo dovevo dire agli altri questo. Che non era vero. Sono rimasto a Firenze due o tre giorni fino a che la sera del 3 ottobre siamo partiti. Avevamo appuntamento alle due in piazza Duomo, lato Misericordia, e, con il tramvai di Settignano siamo andati là in casa di un parente del Bertini dove ci siamo ritrovati in 9-10 persone. Lì, quando è arrivato il Gandi, si è conosciuta la destinazione, che era monte Giovi; non so chi decise la destinazione, non credo il partito. Anzi sul partito di allora bisognerebbe fare un discorso magari un po’ più approfondito, perché noi si dice il partito e si pensa alle federazioni. Il partito allora era Beppe Bassi, il Tagliaferri, Giotto Censimenti, Pucci Faliero, il Bruschi, il Borghesi. Ma era un partito che non aveva sede, che non si riuniva; facevamo delle piccole riunioni in qua e in là, in una casa o in un’altra. Poi era un partito che non aveva certo esperienza per fare la guerra partigiana e quindi anche le direttive che venivano erano direttive così, bisogna prenderle per quelle che erano, non era un partito con tanto di segretari.

Un partito fatto di uomini inesperti, molti usciti dalla galera, alcuni come il Saccenti, come il Sinigaglia erano già rientrati a Firenze, ma erano 20 anni che mancavano dalla città e non sapevano nulla. Probabilmente non l’avevano mai saputo cos’era il Mugello, quali erano le condizioni geografiche, non sapevano nulla di tutto questo.Allora il Gandi dice che bisogna andare a monte Giovi. Perché lì, dice, ci sono duemila soldati fra italiani e stranieri che sono armatissimi; noi andiamo lì e li mettiamo in condizione di agire, poi c’è un campo d’aviazione bell’e sistemato, tutti i giorni atterrano gli aerei che vengono dal sud e di lì piano piano si parte e si va via.

Fra i nove o dieci che dovevano partire, sei erano usciti di galera. C’ero io, il Gandi, il Bertini, Gianni Ungherelli, poi Italo Mercatelli, il Pevere e altri due o tre che non ricordo.

Ad ogni modo noi, ci si mise a discutere se era bene. C’è da tenere presente che noi non eravamo arrivati a monte Giovi, noi pensavamo ancora che lì ci fossero queste duemila persone e ci si mise a discutere se era bene che noi si andasse lì per portare via tutta questa roba oppure se non era meglio che si rimanesse sul monte Giovi a costituire una base e cominciare una guerra. Dopo un’ora di discussione o anche più, prevalse la tesi che dovevamo andare a monte Giovi e organizzare la guerra partigiana.

Ma di guerra partigiana noi non avevamo una conoscenza nemmeno teorica; ne avevamo sentito parlare da qualche slavo che era in carcere con noi ma anche questi erano molto restii a parlare della loro guerra partigiana anche perché avevano una posizione processuale che li faceva ritenere come accusati ingiustamente, quindi loro erano negativi e dei compagni di carcere erano molto restii a fidarsi.

La strada per andare a monte Giovi era molto lunga perché non è che si prendesse la strada maestra, si attraversavano tutti i piccoli poggi. Ci si mise due giorni e mezzo, camminando di notte perché avevamo molta paura. Paura di noi stessi perché non c’era nessuno, però noi credevamo di trovare chissà chi e in preda al timore di incontrare qualcuno scansavamo tutto.

Arrivammo a monte Giovi la sera del 5 ottobre e ci fermammo sul muricciolo della casa del contadino Loni che è in Sitriano. Noi non c’eravamo ancora resi conto del perché quando la gente ci vedeva scappava via e si faceva il vuoto intorno a noi. In questa casa di contadino invece si fece avanti il capoccia, un uomo che avrà avuto allora 75-80 anni e ci domandò chi eravamo. Il Gandi, che ci aveva portato a monte Giovi dato che da giovane andava a caccia lì e conosceva un certo Ballotta, chiese informazioni per rintracciarlo e Ballotta venne dopo una mezz’ora. Noi dicemmo che eravamo dei detenuti politici. Ballotta prese il Gandi a braccetto e andò via, noi si rimase seduti in quest’aia; andò a trovare quello che in paese contava ed era Aurelio Piani. Questo Piani venne da noi, capì molte cose, noi gli domandammo se era vera questa situazione dei duemila soldati, lui ci disse che non era vero nulla e disse: « Ora voi avrete fame, sarete stanchi e vi porto da mangiare ».

Prese un paniere, fece un giro tra i contadini e ci portò pane, noci e fichi secchi, un paio di fiaschi di vino e ci portò a dormire nella capanna di un contadino chiamato Grossi.

Dormimmo nel fienile, la mattina dopo venne lì e ci disse come era la situazione e ci spiegò anche il perché contadini facevano il vuoto intorno a noi: c’erano circa duecento, non duemila, prigionieri alleati. Prigionieri inglesi, americani, francesi, sudafricani, che il conte Spalletti aveva alloggiato su al Tamburino e questi prigionieri facevano dei lavori nei campi delle due fattorie. L’8 settembre, alla pace, i contadini e le persone di Acone, questi braccianti, questi calzolai e abitanti di Acone, fecero festa con questi duecento alleati e li liberarono dal campo sistemandoli un po’ in tutte le case di contadini.

Quindi in tutte le case dei contadini della zona, c’erano due, tre, a volte anche cinque prigionieri inglesi e americani. Non solo, ma ci dissero anche che c’era un lavoro fatto attraverso il partito d’azione, per far passare le linee a questi prigionieri alleati perché nessuno di questi aveva intenzione di sparare contro i tedeschi, non volevano perdere la loro caratteristica di prigionieri di guerra e cercavano la strada per ritornare alla libertà. Lì, mi disse, che a capo di questo comitato c’era il prete, don Brogi, che era in contatto con questo partito d’azione.

Allora noi, una volta venuti a conoscenza di tutte queste cose, si disse: « Qui la situazione non è quella per la quale eravamo partiti » però si capì che c’era la disponibilità di tutta la popolazione. Tanto è vero che in quei due o tre giorni in cui si fecero queste riflessioni e discussioni, si capiva e si vedeva da tutte le parti — una volta saputo chi eravamo — che la gente veniva a trovarci anche se noi non si era richiesto.

Allora, capendo che c’era questa disponibilità, si decise di rimandare giù a Firenze il Bertini e il Pevere e il Gandi per riferire al partito le condizioni. Li c’era la possibilità, non di organizzare duemila soldati che non c’erano, non di far cambiare idea a questi prigionieri inglesi e americani perché non ne volevano sapere, ma se si riteneva necessario, di organizzare una base partigiana.

Andarono a Firenze, stettero tre giorni, poi ritornarono su e ci dissero di rimanere sul posto. In quel momento, cominciammo il lavoro organizzativo.

Forse la nostra fortuna, a differenza di altre formazioni partigiane, è che noi non decidemmo subito di passare all’azione. Premetto che noi avevamo solamente tre moschetti, due pistole e cinque o sei bombe a mano balilla, quindi il nostro armamento era molto misero.Però avevamo due indirizzi dove poter procurarsi le armi subito: uno era al Ponte a Mensola, un deposito di armi che avevano recuperato 1’8 settembre, e uno lì a Pontassieve.

Prendemmo contatto tramite il PCI con il partito d’azione: venivano su Max Boris, il Fallaci, Bongianni di Borgo S. Lorenzo, il capitano Ghisdulic, che poi divenne il capitano della divisione Potente perché passò con noi. Prendemmo dei contatti, però il nostro lavoro iniziale era quello di organizzare la popolazione, di far capire quello che eravamo a fare lì. Dovevamo con la nostra azione cercare di coinvolgere il più possibile la popolazione nella guerra partigiana.

Fu lì che conobbi J. Busoní per esempio, che era sfollato con tutta la famiglia ad Acone e Busoni in quel periodo lo abbiamo adoperato per scrivere perché era l’unico che aveva la macchina da scrivere. Scrivevamo dei píccoli manifestini ricopiati poi a ciclostile per mandarli ai contadini, per far capire l’importanza della guerra di liberazione.

Una volta organizzata un po’ la popolazione facciamo la prima azione che è quella di prendere le armi al Ponte a Mensola. Gianni, Gandi, Bertini, partono con tre muli e con i conducenti del mulo, perché se ci davano i muli soltanto non saremmo arrivati a Firenze perché nessuno di noi aveva mai guidato un mulo. Al ritorno si imbattono in una pattuglia tedesca, loro sparano e la pattuglia tedesca scappa e loro tornano su a monte Giovi.

Nello stesso tempo avevamo contatto con Montemaggi che stava a Pontassieve e con R. Mattacchioni, un altro del comitato che si chiamava allora antifascista o interpartito di Pontassieve, non mi ricordo. Lui ci dice che aveva sotterrato due mitragliatrici nel cimitero di Pontassieve, in una tomba del cimitero insieme ad altre munizioni. Anche lì si parte, sempre con questi muli e questi conducenti, si va giù e si recuperano le armi.

Questo era verso la fine di ottobre, però noi non ersi varco pronti per attaccare, per fare un’azione, perché anche se il nostro armamento era migliorato era ancora poco e poi forse non eravamo maturi nemmeno noi.

Noi pensammo di non far vedere a tutti che passavamo armati e organizzammo una rete d’informazione fra i contadini. Bastava che un fascista dalla Rufina o dal ponte di Colonnole o da altre parti si avvicinasse per venire su, che noi eravamo subito avvisati.

Per le armi decidemmo di tenere le pistole che si potevano nascondere, invece le armi più pesanti le nascondemmo in una buca, in una grotta che conoscevano solo gli scalpellini, e lì le murammo ma bastava dare una botta per poterle prendere. Le tenemmo lì fino a fine anno. Tutto questo periodo che va dalla fine di ottobre, i due mesi di novembre e dicembre sono mesi di preparazione. Sono anche mesi in cui da Firenze non ci arrivavano disposizioni precise.

Come organizzazione interna avevamo creato il comandante e il commissario politico, sembrava quasi fossimo una formazione perché dal punto di vista burocratico eravamo a posto. Il comandante era Dante Caverni e il commissario ero io, poi c’era il vice-commissario che era Gianni, poi gli elementi che facevano il lavoro di massa e che erano il Gandi e il Bertini e che avevano una grande facilità di convincimento. Loro entravano in una casa e dopo due minuti gli avrebbero dato tutto.

Noi abbiamo questo tran-tran fino ai primi dell’anno. Con lo sbarco degli alleati ad Anzio ci fu una ventata nel paese e in montagna cominciarono ad affluire delle persone. Da undici-dodici che eravamo arrivammo a una quarantini4, e non solo: quelli che venivano su arrivavano anche con delle armi quindi ai primi di febbraio noi eravamo in condizioni di passare veramente all’azione. Dipendeva solo da noi. Fu allora che si scelse l’obbiettivo Vicchio e facemmo tutte le indagini per come fare. Era la punizione del maresciallo dei carabinieri: noi dovevamo solo far fuori questo maresciallo Luca Randazzo che era un fascista nel vero senso, un repubblichino. Era un maresciallo che diventò sottotenente proprio perché aderì alla repubblica e portava in Vicchio dei fascisti, faceva una serie di vessazioni continue, di rastrellamenti, etc…

Quando stavamo per passare all’azione viene su dal partito l’ordine di fermarsi, e viene su anche Ciro Fabbroni mandato dal partito per prendere contatti diretti con elementi del partito d’azione perché lì nel mese di febbraio sarebbe avvenuto un lancio di armi che poi sarebbe stato diviso fra noi e quelli del partito d’azione. Sicché dovemmo sospendere tutto perché la zona doveva rimanere tranquilla e non si doveva fare nessuna azione.

Allora aspettammo, e la sera mi pare del 16 o del 17 di febbraio — non mi ricordo bene — avvenne il lancio. In questi quindici giorni in cui avevamo aspettato avevamo conosciuto la parola d’ordine che per noi era « L’Arno scorre a Firenze » che era il messaggio di attesa. Poi c’era « Le foglie volano » che era il messaggio affermativo, voleva dire che in quella nottata si sarebbe fatto tutto. Ci accordammo col partito d’Azione.

Io andavo tutti i giorni in paese perché gli unici che avevano la radio erano Busoni e il prete per sentire i messaggi. Una volta sentiti questi messaggi si tornò su, quelli del partito d’azione cercarono di fare un po’ i furbi come avremmo fatto anche noi probabilmente; non ci dissero che c’era il lancio ma noi avevamo sentito la parola d’ordine, poi sentimmo l’aereo che cominciò a girare. Avevamo dato delle coordinate così: un triangolo grande che faceva Pontassieve, Borgo S. Lorenzo, Polcanto, poi uno più stretto e così via per arrivare al prato della capanna che allora era chiamato « La capanna di Scandelaia » ma noi la chiamavamo « La capannina degli slavi » perché dentro c’erano tre ufficiali slavi prigionieri.

Su questo prato accesero poi i fuochi e cominciammo a vedere i paracaduti che calavano, riuscimmo ad arrivare prima di loro sul campo di lancio, riuscimmo a recuperare parecchia roba, poi di comune accordo venne diviso. Il lancio era formato da trenta fusti di un quintale; c’erano, circa un centinaio di mitra, poi c’erano mi pare 30 mitragliatrici Brent quelle vicino ai fucili, mitragliatori più grandi tipo il nostro Fiat, c’era poi una grossa quantità di esplosivo, parecchie pallottole e poi c’era parecchio caffè sigarette e, calzini. Tutta questa roba dentro questi bidoni, questi contenitori, era rincalzata fra calzini, maglie altra altra roba che stava sopra che poi serviva anche per vestirsi.

Recuperata la roba con una serie di discussioni riusciamo a dividerla perché ognuno di noi cercava di fare la parte del leone, a noi toccarono 48 mitra, a loro 52. Di questi 48 mitra, 16 li mandammo a Firenze e 32 rimasero alla formazione.

Va tenuto presente che in tutto questo periodo la formazione cresceva continuamente, crescevano anche gli uomini che avevano una certa esperienza. Il nostro era anche un lavoro di organizzazione di tutti questi gruppi di sbandati. Noi li avevamo incorporati, avevamo creato una formazione e, subito dopo il lancio, arrivammo ad essere 80-82 con 60 persone armate di tutto punto.

Da tenere presente che nel lancio, oltre a quello che ho detto, c’erano anche un centinaio di bombe a mano, quelle bombe che chiamavamo « le pine »: quindi eravamo in condizione di passare all’attacco.

Per dire il grado di organizzazione che avevamo, da monte Gioví partivano una volta alla settimana dei carri che portavano giù il carbone, le fascine, perché allora per scaldarsi e per far da mangiare ci voleva il carbone. Attraverso questi carbonai mandammo a Firenze i mitra, le munizioni e anche il plastico.

Se noi vogliamo dare valore anche alla nostra organizzazione, alla nostra capacità, credo che bisogna mettere in risalto quello che hanno fatto i contadini. Vale a dire che noi li non saremmo vissuti nemmeno un giorno senza loro appoggio, se non ci avessero insegnato ad accendere il fuoco perché non è solo il darci la roba, ma insegnarci a farla. Noi vivevamo in quei boschi, facevamo da mangiare bevevamo, perché ci avevano insegnato loro. Ci avevano insegnato dove trovare l’acqua, ci avevano detto che quando c’è quella piccola spaccatura in qualche posto ci doveva essere l’acqua, la sorgente, e bastava scendere da quella parte e lì si sarebbe trovato l’acqua senz’altro.

Questa è la differenza fra noi e le altre formati per esempio quelle del partito d’azione, che non avevano permanenza continua in montagna appunto perché avevano imparato e non avevano avuto l’appoggio che avevamo avuto noi per poter vivere.

Arriviamo fino alla fine di febbraio, avevamo gia in ponte questa grossa azione di Vicchio la quale naturalmente cominciava a diventare più grande anche perché a Vicchio sapevano cosa si pensava e di conseguenza non erano più cinque carabinieri, ma c’erano dieci militi fascisti dentro la caserma dei carabinieri e c’era una caserma dentro la scuola di Vicchio dove c’erano una trentina di fascisti. Sicché l’azione di Vicchio diventava un’azione grossa.

D’altra parte ci viene da Firenze l’ordine di attaccare proprio Vicchio, di fare un’azione grossa, di occuparlo, di non limitarsi solo a giustiziare un fascista come era stato fatto a Borgo S. Lorenzo. Doveva essere una grossa azione perché bisognava portare via da Firenze delle forze, perché a Firenze si stavano organizzando gli scioperi e bisognava concentrare sul Mugello parecchie forze. Allora ci invitano, sempre tramite il partito, a prendere accordi con la formazione Checcucci che era a Gattaia sopra a Vicchio. Tramite sempre il compagno Fabbroni abbiamo un incontro: da una parte io, il Berti e Dante Caverni, dall’altra parte viene Passerini, Bernini Brunetto e Ceccuti Olinto che erano il commissario, il capo di stato maggiore e il comandante della formazione Checcucci di Gattaia.

Decidiamo così l’attacco per il 6 marzo, si decidono in questa riunione anche le modalità dell’attacco. Avevamo già fatto delle ricognizioni sul posto e dicemmo: — Te attacchi la caserma della milizia in Piazza Giotto dove c’è la scuola, noi attacchiamo la stazione, facciamo i blocchi per la strada che viene da Dicomano sulla strada che viene da Borgo S. Lorenzo, la stazione delle ferrovie, la stazione delle poste e telegrafi, e la stazione dei carabinieri —. Poi decidemmo anche le staffette, le parole d’ordine per incontrarsi, l’ora dell’attacco perché eravamo ai primi di marzo.

lo, Brunetto, Berti e Cecco ci si doveva trovare accanto di monumento in Piazza Giotto. Parlando così sembra che fossimo degli esperti invece non era vero, tanto è vero che credevamo di arrivare lì e di sorprenderli tutti. Invece li cose andarono in modo diverso, noi eravamo un po’ faciloni » anche perché avevamo avuto delle esperienze raccontate non fatte. Per esempio Guidotti Danilo (Timo) che aveva attaccato la caserma dei carabinieri di Polcanto, lui aveva estratto la pistola, loro avevano alzato le braccia e basta

Era successo anche a Lazio dai carabinieri tli Dicomano che erano stati disarmati, ma c’era stato probabilmente un accordo oppure non avevano volontà di combattere contro questi ragazzi tanto è vero che molti passarono poi dalla nostra parte.

Quindi arrivammo a Vicchio credendo di sorprenderli. Arrivammo giù e la sorpresa fu questa, che appena ci videro arrivare, un po’ anche loro presi dalla paura, cominciarono a sparare.

Quello che fu la cosa più importante in questa battaglia, non è solo la vittoria, ma soprattutto il fatto che nessuno scappò quando cominciarono a sparare. L’80% dei nostri compagni, tutti noi praticamente, era-la prima volta che sparavamo, e nessuno scappò. L’attacco alla ferrovia fu facilissimo. La nostra pattuglia, formata da 5 partigiani, sorpresero i due militi di servizio. Uno di questi cercò di sparare prima ma venne freddato subito e l’altro alzò le manie venne fatto prigioniero.

Sul blocco stradale non arrivò nessuno né dall’una né dall’altra parte, mentre alla stazione dei carabinieri cominciarono a sparare. Lì rimasero feriti quattro partigiani, uno era il Mercatelli Italo che era stato in carcere con me a Fossano e che era uno dei primi che era partito e rimase ferito proprio dalle schegge di una bomba a mano.

Rimase ferito uno della Rufina e altri due compagni. Poi, il maresciallo dei carabinieri che era quello che li teneva ad un certo punto riuscì a scappare da dentro perché non lo trovammo. Sarà scappato attraverso i tetti questo eroe che rastrellava i contadini e i carabinieri, e i militi che erano lì dentro, non avendo più questa guida e anche per l’effetto straordinario delle bombe, che oltre a spezzare quello che c’era nel raggio di trenta metri, facevano un rumore d’inferno, si arresero.

I carabinieri vennero spogliati, tolta la divisa, portate via tutte le armi e rinchiusi nella guardina mentre i militi che erano di guardia vennero portati su con noi. Gli mettemmo tutte le cassette di munizioni sulle spalle, poi piano piano li avviammo verso monte Giovi.

Li nostra formazione aveva raggiunto un po’ tutti gli obbiettivi ed era quindi lecito cercare di « smammare » perché poteva arrivare un treno di fascisti o poteva succedere qualsiasi cosa, ma la formazione di Brunetto, la Checcucci, non aveva ancora finito con la caserma della milizia.

I fascisti erano scesi nel sottosuolo e si erano chiusi con la botola, pensando che prima o poi sarebbero andati via e loro avrebbero potuto uscire. Erano 19 o 20 lì dentro, e noi naturalmente arrivammo tutti sul posto. Premetto che alla discesa su Vicchio il comandante Dante Caverní che era stato fino ad allora comandante e che aveva preso parte all’elaborazione del piano, alla vigilia dell’azione disse che si sentiva male e non venne. Perciò venne allontanato e si fece immediatamente comandante il Berti. E proprio il Berti lasciai alla caserma, e tornai su per organizzare i partigiani e portarli verso monte Giovi. Lascio al Berti le nostre due staffette, Passerini e Pipone, che erano due partigiani di Vicchio che conoscevano le strade.

Berti ebbe un’idea, chiamiamola « geniale ». Lui cominciò a battere con una mazza sulla botola dicendo « Arrendetevi se no noi mettiamo delle mine e facciamo saltare tutto ». Loro cercarono di mercanteggiare e dissero « Noi ci arrendiamo se ci salvate la vita »; al che il comandante della Checcucci, Brunetto, disse che andava bene. I militi allora uscirono fuori tutti a mani alzate, vennero incolonnati e presi dalla Checcucci e così verso mezzanotte, l’attacco era iniziato alle otto, noi abbandonammo il paese per ritornare alle nostre formazioni. Portammo con noi i quattro militi che avevamo preso nella caserma mentre i quattro partigiani feriti li lasciammo nella canonica di S. Martino di Vicchio dal prete Donativi a mezza strada fra Vícchio e il Tamburino. I prigionieri li lasciammo nella capannina di Scandelaia pensando di interrogarli giorno dopo. Appena arrivato, io parto subito alla ricerca di un medico per i ragazzi rimasti feriti e scendo ad Acone alla villa Renzetti dove abitava un medico, mi pare capitano medico chirurgo, che era scappato l’8 settembre e stava lì in casa sua.

Lo prelevai verso le 4 del mattino, gli dissi quello che volevo e lui venne volentieri, si mise gli scarponi, portò con sé un cane, e tutte le volte che abbiamo avuto bisogno lui è sempre venuto.

Questa fu l’azione su Vicchio, e fu questa azione che fece di noi dei partigiani.

Da persone che avevano organizzato prima il partito con quelle forme che ormai sono note, noi diventammo degli organizzatori militari con tutti` i limiti e con tutta la inesperienza che avevamo. La gente ci chiamava le stelle rosse, perché l’unica cosa che ci era rimasta di rosso era una stella che portavamo sul cappello, erano le stellette della marina, stellette di stoffa che le donne di Acone ci avevano tinte e cucite, e così ci prendemmo quel nome, per quanto noi ci si volesse chiamare Faliero Pucci in onore del compagno che era morto nel pistoiese.

La formazione dunque aveva ormai 100 persone tutte armate dopo l’azione di Vicchio. Il partito ci disse però di spostarci perché monte Giovi era ormai una base organizzata e la nostra presenza rischiava di rovinare tutto il lavoro fatto nei tre mesi, se noi fossimo rimasti lì la nostra presenza che era ormai conosciuta, avrebbe prima o dopo provocato un grosso rastrellamento che avrebbe messo in forse tutto.

L’ordine ci fu comunicato attraverso il nostro compagno che faceva da spola sue giù; era il compagno Pevere Giovanni che aveva il contatto con il partito e che scendeva giù tutte le settimane a Firenze dove stava due giorni. Questo perché era il compagno meno conosciuto perché fino all’8 settembre era stato militare, poi era un ragioniere alla Cassa di Risparmio, era orfano di guerra, quindi era copertissimo, era rimasto fuori dall’arresto di tutto il nostro gruppo. Era una persona di grossa fiducia e nello stesso tempo aveva delle grosse coperture e quindi era l’unico che potesse andare. Non ho mai saputo con precisione con chi avesse contatto a Firenze, ma l’unica volta che mi ha portato a Firenze, ho avuto contatto con Gaiani il quale era in contatto diretto con il partito.

Verso il 25 marzo ci si spostò verso il Falterona e naturalmente in tutto questo periodo viene fatto tanto altro lavoro.

Quando noi dovevamo andare via i contadini non furono d’accordo, forse qualcuno avrà avuto anche paura, ma dopo l’attacco su Vicchio, si sentivano anche protetti da noi. C’era stato tutto un lavoro fatto contro la consegna della roba agli ammassi, io firmavo tutti i buoni di requisizione. Naturalmente queste erano requisizioni fittizie perché la parte del contadino non l’abbiamo mai toccata e anche la parte del padrone se non ne avevamo bisogno, si distingueva da padrone a padrone, non secondo le idee ma secondo le possibilità, da una fattoria al proprietario solo di un piccolo fondo.

Poi c’è una cosa che è rimasta, forse l’unica. I contadini quando facevano l’olio o altro facevano tre parti: questa è nostra, questa del padrone, questa dei partigiani e cioè accantonavano. In tutte le case dei contadini noi avevamo olio, farina, grano, fagioli, patate, che era la parte che loro deliberatamente ci destinavano. Quando dicevano partigiani, non erano i partigiani di G.L. o di altre formazioni che si fossero presentati, ma erano i partigiani della Stella Rossa.

Quindi noi non abbiamo mai dovuto pensare agli approvvigionameni a monte Giovi e non solo, loro avevano stabilito i turni per chi ci macinava il grano, chi ci faceva il pane, chi ci dava il latte, chi il formaggio, dove dovevamo andare a prendere le patate, venivano i contadini e ci dicevano tutto quello che dovevamo fare. Queste decisioni erano il frutto del lavoro che noi avevamo iniziato ad ottobre, questa rete, questo lavoro di coinvolgimento nella guerra di liberazione delle forze locali dei contadini.

Forse a monte Giovi avevamo avuto una grossa fortuna, che i contadini erano disponibili a questo lavoro, ma devo dire che un po’ di merito è anche nostro. La composizione sociale del nostro gruppo dei primi era prevalentemente operaia, c’era un vetraio che era il Gandi, tre argentieri io il Bertini e il Pieraccioli, un impiegato Giannini e due militari che non avevano una professione ben definita per quanto fossero operai anche loro.

La formazione si ingrossava con gli abitanti di paesi di Borgo S. Lorenzo, Vicchio, Dicomano, qualcuno della Rufina e qualcuno di Pontassieve, ma erano tutti operai, contadini, qualche bracciante, solamente uno studente di Sagginale. Per il resto, persone che avessero fatto di più della quinta elementare mi pare ce ne fosse uno o due nella formazione: fino a che non fummo circa ottanta la composizione sociale era questa.

Noi avevamo una maniera di reclutare nella zona, in più veniva da Firenze qualcuno inviato dal partito tramite questo Pevere e questi in genere erano operai o della Galileo o del Pignone o qualcuno giovane della zona del Ponte alle Mosse perché era quella la zona dove venivano reclutati elementi da mandare nella nostra formazione. Ma la composizione sociale non è mai variata, si può dire fino n tutto il Falterona, fino alla fine di aprile. Solo con l’apporto della formazione del Ferri che veniva da Vaiano abbiamo avuto anche degli intellettuali: uno era Aristo Ciruzzi, poi c’era Fantoni uno dei ceramisti, architetto, poi c’era Zeffirelli il regista che allora si chiamava Stoppa e basta, e anche un altro intellettuale. Rimasero con noi solo una decina di giorni perché arrivarono ai primi di aprile, incapparono tutti nel rastrellamento del Falterona e loro ritornarono giù a Firenze.

Quando partimmo da monte Giovi per avvicinarsi al Falterona, era perché il Falterona era più isolato, era più difendibile secondo il partito di Firenze, e poi volevano concentrare tutte le formazioni in una unica e grande.

Dovevamo prendere accordi con le formazioni della Romagna per creare un grosso comando. Probabilmente quello che stava riuscendo a fare Armando nella zona di Montefiorino dovevamo farlo noi dalle parti delle Alpi della Luna, il passo della Calla, etc…

Quindi il tentativo di avvicinarsi a queste formazioni aveva anche come obiettivo questo lavoro, non solo quello di togliere le formazioni da punti vulnerabili e meno difendibili ma creare un grosso centro di formazione.

In realtà i fascisti stavano preparando le basi per rastrellare perché c’è da tenere conto che quella zona, forse noi l’abbiamo capito dopo, interessava noi ma interessava anche i tedeschi perché c’era la linea gotica.

Noi non sapevamo che i tedeschi volevano organizzare la linea gotica, e quindi tendevano a liberarla, non solo dai partigiani, ma anche da tutto il resto. Infatti noi vedevamo un continuo afflusso di forze tedesche specie dalla parte di Arezzo, di Stia che andava su verso il passo della Calla.

Prima che il rastrellamento iniziasse, noi, sempre su ordine del partito, cerchiamo di arrivare in Romagna per prendere accordi con i comandanti di Faenza, Forlì, etc. Con loro ci dovevamo trovare il 9 aprile a Ritracoli che sono tre case passato il passo della Calla, dato che lì vicino c’era anche il campo di lancio delle formazioni della Romagna.

Noi partiamo la sera perché dobbiamo camminare tutta la notte attraverso la foresta di Campígna e la mattina all’alba siamo in vista del Passo della Calla.

Siamo fermi alla casa cantoniera, quando da Stia — da lì si vede la strada che da Stia porta al Passo della Calla — notiamo un continuo andirivieni di carri armati tedeschi. Mandiamo una pattuglia e si vede che il Passo della Calla era ormai sbarrato, occupato, e allora piano piano si indietreggia.

Appena si ritorna da questa spedizione e si mettono al corrente le altre formazioni che è impossibile arrivare in Romagna, loro ci dicono che hanno ucciso due ufficiali delle SS e che gli hanno preso, oltre alle armi, due carte topografiche.

Esamíniamo, le carte topografiche di quella zona, vediamo che è segnata la direttrice di un rastrellamento che la divisione Hermann Góring, il quale era in riposo a Stia, avrebbe iniziato la mattina seguente.

Cominciammo naturalmente a pensare sul da farsi, eravamo in tutto 135 persone armate abbastanza bene ma avevamo al massimo tre ore di fuoco, avevamo dei muli, le possibilità di vivere ma se venivamo attaccati non potevamo resistere più di tre ore.

Decidiamo di fare tesoro di queste carte topografiche, di queste direttrici di marcia, e si inizia la manovra di ripiegamento.

Durante tale manovra camminammo cinque o sei giorni — noi si camminava di notte riposandoci di giorno mentre i tedeschi camminavano di giorno e stavano fermi la notte — girando intorno a parecchi paesini da S. Leolino, Bucigna, Vierle, Pian dei Fossi, Pian della Marcora.

A Pian della Marcona attraversiamo la Consuma e la notte fra il 15 e il 16 si va verso Monte Mignaio, da lì a Secchieta e da Secchieta usciamo fuori dal rastrellamento.

Per fortuna non avevamo perso nemmeno un uomo, avevamo dovuto sotterrare in alcuni punti le mitragliatrici pesanti che non potevamo portare, avevamo regalato i muli a dei contadini perché ci davano noia, però c’era un fatto, Alcune pattuglie che avevamo mandato a vedere, forse per difficoltà a rientrare, non erano rientrate, forse i tedeschi facevano paura.

Insomma la nostra formazione, da 95, escluse le altre formazioni aggregate, si era ridotta a 40 unità. Alcuni mancavano perché avevano avuto difficoltà oggettive, altri perché questo rastrellamento aveva fatto veramente paura. C’era da aver paura, perché erano 3.000 i tedeschi che ci attaccavano da quella parte, e i tedeschi sapevano fare i rastrellamenti. Non erano come i 50 repubblichini, che non ci facevano nessuna paura, i tedeschi si sdraiavano per terra, strisciavano come serpi e poi proteggevano la persona che attaccava.

Per esempio arrivavano su un crinale dove piazzavano due mitragliatrici e iniziavano a sparare battendo il crinale davanti; nello stesso tempo loro, i tedeschi, strisciavano a terra e arrivavano fino a quel punto. Quando arrivavano lì iniziavano a sparare loro con le armi automatiche portatili mentre salivano quelli dietro. Così era continuamente, e via via quello che trovavano era distrutto e incendiato: quindi non era facile non aver paura; se qualcuno andava via non dobbiamo dargli del fifone o altro.

Poi c’era un’altra cosa che creava apprensione.

Fino ad allora la nostra formazione aveva avuto tutte vittorie, le cose che avevamo previsto di fare le avevamo fatte, non un passo falso, quindi c’era anche una fiducia esagerata verso di noi, verso i comandanti. Quella era la prima volta che loro ci vedevano preoccupati, non sapevamo che pesci pigliare, anche se sono convinto che noi si fece del nostro meglio non perdendo nessuno, però questa figura del commissario capacissimo che capiva tutto fu molto ridimensionata.

Questo nostro comandante che è costretto a sotterrare le mitragliatrici, che si oppone al fatto che uno rimanga lì a sparare, perdeva di credibilità. Quella credibilità che fino allora ci aveva messo al di sopra di tutti; tornammo ad essere degli uomini comuni che la sconfitta ridimensiona.

E poi voglio evidenziare anche un’altra cosa, il senso di colpa per il fatto che ci furono 220, 230 persone che morirono fra i civili anche se noi dicemmo a queste persone, a questi contadini, di scappare.

Sicché anche vedere queste stragi fece il suo effetto. Ora sappiamo che i tedeschi erano lì, non solo per fare il rastrellamento, ma anche per pulire una zona dove i tedeschi volevano organizzare quella linea gotica che poi organizzarono. Ma questi giovani di 20 anni che erano con noi, vedere queste cose! E allora ecco perché la nostra formazione da 90 persone diventa di 40.

Il 16 aprile, quando noi riusciamo dopo questa lunga rincorsa dei tedeschi ad attraversare la Consuma lì al Pian della Marcora e scendere al Monte Mignaio, senza che ce ne accorgessimo eravamo già fuori dalla zona rastrellata dai tedeschi e dai fascisti.

Ci si attesta su di un piccolo poggio di fronte a Monte Mignaio, era mattina verso le 5 e ancora non aveva fatto giorno. Ci si riunisce fra il Ferri, io, Gianni, insomma i capi della formazione, e si decide che bisognava stabilire chi andava a cercare un po’ di roba da mangiare perché avevamo finito tutte le riserve.

lo e Ciapetti Viscardo, che era un po’ l’intendente della formazione, partiamo per andare verso Prato a cercare qualcosa da mangiare. Dopo una mezz’ora di cammino sentimmo sparare. Rimanemmo sorpresi perché varcando la Consuma, ritenevamo di avere distanziato i tedeschi. Si seppe dopo, si seppe la sera che una formazione comandata dal tenente Volpi che noi conoscevamo perché era di Gavinana, la mattina del 16 aprile, in Secchieta, mentre noi attraversavamo la Consuma per sganciarsi dal rastrellamento, era stata attaccata dai fascisti. Ma questo lo sapemmo dopo.

Fu in quel momento che la formazione si scisse, temendo di non essersi sganciata dal rastrellamento. Il Ferri riprese i suoi uomini, quelli che rimanevano, e partì mentre quelli rimasti si sganciarono subito da questo poggio e si incamminarono verso Bagni di Cetica, Cetica e Pratomagno. Quando io e il Ciapetti ritornammo, non trovammo più nessano; solo una donna ci disse di non andare lassù perché`, diceva, a Monte Mignaio alto c’erano i fascisti. Questi fascisti erano quelli che tornavano dall’azione di Secchieta, e io e il Ciapetti eravamo distanti 200 metri da loro.

Ci dissero che i partigiani che erano lassù avevano preso la strada di Pratomagno. Noi camminammo tutto il giorno e la sera raggiungemmo i nostri compagni che erano vicini al Crocione di Pratomagno. Dormimmo due o tre ore nella neve, scendemmo giù verso la Rocca Ricciarda e lì, stanchi, cominciammo a fare i conti della nostra formazione. Nel giro di quindici giorni, da 145-150, eravamo ridotti a 40 persone.

Rimanemmo fermi alla Rocca Ricciarda per una settimana fino a quando non decidemmo di mandare il nostro compagno a Firenze per prendere contatto con l’organizzazione. Il nostro compagno arriva a Firenze e trova un terreno già predisposto contro di noi perché tutte le persone che, in modo o in un altro erano andate via dalla formazione, arrivati a Firenze avevano detto che non esistevamo più, che quelli che come loro avevano avuto fortuna erano scappati e andati a Firenze, gli altri erano tutti morti. Quindi ci piangevano tutti, e il Pevere dovette faticare molto per dimostrare che non eravamo morti.

Raccontò tutto quello che era successo ma già era uscito, specie sulla stampa del partito d’azione, il fatto che eravamo tutti morti. In effetti morti ce ne erano stati tanti sul Falterona, ma non erano della formazione Faliero Pucci. Erano magari i morti della Checcucci, i morti delle formazioni romagnole che erano state agganciate durante il rastrellamento, e soprattutto i morti erano quelli della popolazione di Vallucciole, della zona, i quali vennero fucilati dai tedeschi.

Ma noi non avevamo avuto nemmeno un ferito. Allora il partito, la Divisione Garibaldi, ci danno la disposizione di scendere verso Figline esattamente a Campo Vamperti a Castelfranco di Sopra, e da lì abbiamo di nuovo il contatto diretto con il partito. Viene su Rocchi Umberto insieme a Segré e a Barneschi Pasquale, che erano tre staffette del comando regionale delle Brigate Garibaldi, e ci dicono di stare ancora fermi lì e poi avrebbero trovato il modo di farci attraversare l’Arno e di mandarci a rinforzare una formazione sulle pendici di Monte Scalari.

Dopo nemmeno due o tre giorni torna su il Rocchi, questa volta accompagnato da un certo Sommazzi Ivo detto « il nano » che era il capo delle squadre d’azione di Figline Valdarno e insieme a lui c’era un certo Merciai Azelio che poi divenne anche sindaco di Figline dopo la liberazione. Con loro stabilimmo data e modalità per attraversare l’Arno; noi rimanemmo un po’ sorpresi perché credevamo di attraversare il fiume dove c’era meno acqua, al guado, mentre il Sommazzi ci disse che potevamo attraversare il ponte perché lui era d’accordo con i tedeschi.

Eravamo un po’ dubbiosi su questo accordo con i tedeschi di guardia sul ponte, comunque la sera verso le dieci viene il Sommazzi e ci dice che è l’ora di passare. Noi da Castelfranco di Sopra scendiamo verso Figline, arriviamo sul ponte e lui ci dice di aspettare un minuto. Noi eravamo tutti in fila, con le armi, e per le strade dei campi non avevamo incontrato nessuno. Lui va avanti, si sente un tonfo, poi:

— Via, alla svelta!

Lui era andato lì, aveva acceso una sigaretta a questo tedesco, lo aveva pugnalato e buttato in Arno.

Noi attraversiamo di volata il ponte, capiamo allora ciò che era successo e anche quale era la natura dell’accordo fra i « senza paura » di Figline e i tedeschi, e si continua a camminare fino a che i tedeschi ci rincorrono perché scatta l’allarme. Sentiamo che ci inseguono e si cammina tutta la notte arrivando la mattina a Badia Montescalari dove si conosce Gino Garavaglia e altre persone della sua vecchia formazione detto « il gruppo fantasma ». Ci portano su di un poggio sopra Badia Montescalari, mangiamo un pasto regolare per la prima volta dopo quindici giorni. Anche questo giorno fu doloroso per noi, tre nostri ragazzi, forse i più giovani e anche i più spigliati e i più eroici Adriano Gozzoli, lo Zuppa e il Lella, si fermarono in paese. Forse dall’euforia di avere scampato tanti pericoli, si levarono le scarpe per lavarsi i piedi in un trogolo dove le donne lavavano i panni. La disgrazia fu che in quel momento passò il maresciallo dei carabinieri di Sira da che prese prigioniero il Gozzoli che venne portato a Firenze e fucilato in Fortezza dopo 5 o 6 giorni.

Si può dire che quello fu il primo morto che noi avemmo, fu una morte dolorosa perché nella formazione c’erano anche i suoi parenti, i suoi cognati come il Farulli, e poi questo ci prese in un periodo di impotenza perché se questo fatto fosse successo dieci giorni prima, forse noi avremmo avuto la forza di liberare questo ragazzo prima che lo portassero a Firenze.

Camminando nella notte successiva, andammo a finire verso S. Donato in Poggio per ritrovare un’altra formazione nostra, quella di Giminiani. Una volta arrivati lì dovevamo definire la nostra faccenda perché noi non eravamo più nulla, eravamo solo un gruppo che non sapeva più definirsi. Fu in quell’occasione che scesi a Firenze per la prima volta da quando ero salito. A Firenze ebbi dei contatti, era il 2 o il 3 maggio del ’44; mi ricordo perché il giorno prima c’era stato il bombardamento.

Arrivai nella zona di Gavinana, venni alloggiato in casa di un compagno di Via del Paradiso e la mattina dopo mi presentano il Pallanti Gino il quale mi fa avere un colloquio con Censimenti Giotto che era ancora a Firenze. Il Censimenti mi porta dal responsabile della delegazione toscana, cioè il Comaschi che poi seppi essere il Gaiani Luigi. Il Gaiani sapeva già che avevamo sotterrato delle armi sulla Consuma, e mi disse che bisognava ritornare a recuperare queste armi.

Dai suoi discorsi capii che nei nostri confronti non c’era più fiducia di prima: eravamo gli uomini che avevano subito una disfatta e, anche se eravamo vivi, non rappresentavamo più quello che rappresentavamo il mese prima. Forse anche perché nel momento in cui noi eravamo rincorsi dai tedeschi, altri che per fortuna erano fuori avevano cercato di consolidare le loro organizzazioni come Potente sul Monte Giovi che era stato fermato in tempo; Potente e Bruschi non solo poterono continuare a consolidare la propria organizzazione, ma poterono anche recuperare tutti quelli che venivano via dal Falterona. A noi comunque dissero che se volevamo potevamo fonderci con il gruppo del « fantasma », altrimenti dovevamo riattraversare l’Arno, ritornare su Pratomagno e di lì andare verso le Alpi della Luna, verso la Romagna, le Marche.

Io ritorno su e si comincia a parlare di queste cose, la fiducia reciproca era sparita per tante altre ragioni, i nostri nervi erano a fior di pelle, eravamo diventati magrissimi, e nella zona dove ci trovavamo non potevamo rimanere. Ritorniamo verso Badia Montescalari e qui si trova una novità: in quei due o tre giorni erano arrivati dei compagni da Firenze fra cui Danilo Dolfi, il Boltrini Libero che poi si chiamò Ciccio, Fiorello che poi diventò anche sindaco di S. Croce sull’Arno, insomma in quella zona la delegazione toscana stava cercando di raggruppare uomini per riorganizzare una formazione facendo pernio, visto che noi non eravamo disponibili, sulla formazione di Gino Garavaglia e altri.

Quando arrivammo lì ci fu una grossa decisione da prendere, discutemmo, e decidemmo di rompersi. La parte più grossa sarebbe andata via, io sarei rimasto lì perché, dato che andavo troppo d’accordo con quelli di Firenze, ero diventato la pietra dello scandalo. Secondo loro quelli di Firenze non capivano nulla, secondo me bisognava dargli fiducia. Ad ogni modo ci si divide, loro fanno un tentativo di andare via: erano circa una ventina e in testa c’era il vecchio comandante, Berti Otello e il Gianni, ma mentre cercavano di riattraversare l’Arno vennero presi in una mezza imboscata e dovettero tornare. Nel frattempo noi eravamo già un gruppo di una cinquantina dato che una ventina erano del gruppo vecchio del « fantasma » ed erano arrivati altri 15 o 20 di Gavinana. Eravamo quindi cresciuti, avevamo già costituito il comando ed avevamo già dato il nome alla formazione: Brigata Sinigaglía. Il comandante era il Caravaglia che era il comandante del « fantasma », e il commissario politico era Danilo Dolfi, Giobbe, vice-commissario Gianni, vice-comandante il Berti Otello, capo di stato maggiore il Donati Luciano che era un vecchio partigiano.

Siamo ai primi di giugno e io ero in attesa di andare via perché ero stato nominato vice-commissario politico della formazione Caiani, però rimasi lì come semplice partigiano fino al 20 di luglio, circa un mese e mezzo ».

In questo periodo la formazione cresce, si comincia ad organizzarla secondo i sistemi vecchi, a distaccamenti, per esempio Badia Montescalari, Casa a Monte, Casa Mora, Pian d’albero e altri.

La Casa al Monte era un po’ più alta e lì c’era il comando di divisione e un distaccamento a disposizione del comando, poi c’erano le staffette che da questa Casa al Monte andavano a tutti i piccoli distaccamenti. In quei giorni si era poi intensificato in maniera notevole il lavoro politico di modo che noi avevamo avuto dei rapporti con Incisa, Figline, Greve.

Prendemmo anche contatto con il 113° battaglione del genio che era ad Incisa e prendemmo la decisione di far disertare tutti gli italiani di questo battaglione, che erano tutti d’accordo mentre i tedeschi no. Combinammo quindi un’azione per il 12 giugno, riusciamo ad andare vicino alla zona isolando i tedeschi, si spara sui tedeschi e circa 600 persone disertano e vengono in montagna. Portano quelle poche armi che hanno e tutta la roba. Parecchi, quasi 300, si avviano verso la propria casa e circa un centinaio rimangono con noi; la nostra formazione al 14 di giugno è sulle 350-400 persone perché dalla città continuano a venire.

C’è da considerare che gli ultimi di maggio c’era stato il bando Graziani che aveva spinto i giovani a venire su. In quel periodo, fra il 10 e il 15 giugno, vennero su anche Gracco il chimico, Spinella, Fumo: loro erano stati liberati dal carcere poco tempo prima mentre Gracco veniva dalla guardia di finanza dove aveva disertato. Questa è la situazione che abbiamo verso il 16 di giugno che si protrae fino al 20. Bisogna spiegare, per capire la battaglia di Grand’Albero come era la formazione; grosso modo era rimasta sempre, la stessa vale a dire con le stesse strutture, la stessa vita interna, anche se l’ora politica veniva divisa dalla riunione del collettivo.

Mi spiego, il collettivo era quello fatto da tutti i compagni e si riuniva solo una volta ogni tanto, quando c’erano delle novità o delle cose grosse per dare un indirizzo a tutta la formazione: era il partito che si riuniva. L’ora politica invece veniva fatta tutti i giorni dal commissario o di brigata, o di compagnia o di distaccamento, tutti i giorni ci doveva essere un’ora in cui quello parlava delle cose attuali, generalmente di cose che venivano da Firenze e che poi erano ritrasmesse.

Grosso modo la formazione, anche se era raddoppiata come numero, era rimasta questa, l’organizzazione interna era la stessa, il mangiare era lo stesso. Il mangiare lì si faceva da tre contadini che erano quello della Casa al Monte, quello della Casa Mora e quello di Pian d’Albero. Noi facevamo le nostre requisizioni dai contadini e si portava la roba in queste case, il pane andavano a farlo i nostri partigiani; per esempio c’era uno di Vercelli, uno che si chiamava Garibaldi che era della Romola, ed erano loro che andavano nella casa del contadino con la nostra farina a fare il pane. Il pane veniva poi portato su con la treggia che ci davano i contadini, o i contadini stessi della zona lavoravano insieme a noi per dividerlo, per portarlo ai vari distaccamenti. Molto spesso erano gli stessi partigiani dei distaccamenti che andavano sul posto a prenderselo. Per quanto riguarda la carne veniva cucinata sul posto, ogni singolo distaccamento se la cucinava da solo, magari si comprava una mucca o un vitello da un contadino, si macellava. Poi magari il vitello lo pagavano la metà e per l’altra metà facevamo il buono al contadino.

In sostanza, la parte dei contadini la lasciavamo sempre a loro e l’altra parte si requisiva.

Per quanto riguarda le azioni, quando si divenne tanti, bisognava mandare fuori delle pattuglie sempre in movimento perché era anche più pericoloso, e venne istituita una cosa che si chiamava la caccia libera. Mandavamo fuori la sera delle pattuglie che dovevano stare fuori 4 ore, e loro non erano vincolate a nessun tipo di azione, dovevano improvvisare.Se gli capitava di trovarsi davanti un camion tedesco dovevano attaccare se gli sembrava il caso, insomma avevano autonomia di poter attaccare, era una « caccia libera ». In quel periodo avevamo sette o otto pattuglie tutte le notti che giravano per tutta la zona, scendendo verso Figline, verso Greve, Incisa, Rignano, che facevano non solo il controllo per vedere i mezzi che passavano, ma potevano anche attaccare.

La sera del 19 giugno pioveva e vennero su da Gavinana una quarantina di ragazzi che ci avevano mandati per fare i partigiani; pioveva fortissimo quindi non si potevano portare alla formazione e si portarono alla capanna di Grand’albero. Durante la notte, una nostra pattuglia della caccia libera, incrocia una camionetta tedesca, mi pare fosse una 1100 mimetica, con sopra tre ufficiali. Naturalmente ammazzano i tre ufficiali e prendono la camionetta. L’errore forse — non si saprà mai se l’errore grosso fu questo —è che loro pensarono di non bruciare la camionetta, ci montarono sopra, e per la strada arrivarono fino a Grand’Albero.

Al comando di questi tedeschi che erano alla Palagina, sulla strada di S. Andrea, vale a dire la strada che da Figlíne porta a Greve, non videro tornare né la macchina né gli ufficiali. I tedeschi si misero a cercare, e vedendo le impronte delle ruote della macchina, arrivarono la mattina verso le 5 di fronte alla casa di Grand’Albero. Ammazzarono la sentinella che era lì, l’allarme venne dato dal Balena che era sul tetto, cominciarono a sparare. Dei 50 che erano su nella capanna alcuni riuscirono a scappare, gli altri furono uccisi sul posto, e 20 furono presi e portati giù.

Solo 19 perché uno ce lo rimandarono in mutande dicendoci che, se noi gli riconsegnavamo gli ufficiali tedeschi, loro avrebbero liberato tutti i partigiani. Gli ufficiali erano morti ormai, e allora i partigiani vennero impiccati: fra loro tre della famiglia Cavicchi, il vecchio Norberto di 78 anni, uno dei figlioli Capoccia Giuseppe, e il ragazzo piccino, Aronne.

Dopo questo fatto da 400 ci riducemmo a 140, perché bisognava considerare che molti di questi ragazzi erano lì da poco, da quindici giorni, alcuni anche da tre giorni, e queste cose fanno impressione. Rimasero i vecchi partigiani, rimasero anche parecchi giovani, però diminuimmo.

La formazione fu divisa in due compagnie, e si continuò. Nella notte, per salvare la formazione, si esce dalla zona facendo un gran giro, per dare l’illusione ai partigiani di uscire da quel cerchio di fuoco. Dopo tre giorni ritornammo nella zona, e praticamente si riorganizzò la compagnia. Riprendemmo in quel periodo contatto con due compagnie, una di Gaville Meleto e l’altra di Castelnuovo dei Sabbioni, la Chiatti e la Castellani che vennero incorporate nella nuova formazione diventando la III e la IV compagnia. Questa è la forza con cui più o meno la Senigallia arriva fino al 7 luglio.

Il 7 luglio c’è la formazione del comando divisione. Il comando divisione viene formato dal comandante della Lanciotto che diventa comandante di divisione cioè Potente, il commissario della Sinigaglia che era Giobbe che diventa commissario della divisione Potente, il comandante della Sinigaglia diventa vice-comandante cioè il Garavaglia, e il vice-commissario della Lanciotto diventa il vice-commissario.

Verso il 20 luglio io, per ordine di Potente, dovetti passare alla Lanciotto con l’incarico di commissario della IV compagnia. Non ero entusiasta di venire via, ma una volta arrivato alla Lanciotto mi trovai subito bene anche perché erano tutti ragazzi.

La IV compagnia era forse una delle migliori della Lanciotto, erano quasi tutti di Sesto e si conoscevano, erano vecchi partigiani alcuni dei quali venivano senz’altro dalla formazione di Lanciotto Ballerini. Gente che aveva fatto anche la prima battaglia di Valibona, che erano stati dall’altra parte di Vicchio con Brunetto, sicché era una formazione ben organizzata e anche ben armata perché aveva ricevuto dei lanci su Pratomagno.

Devo dire anche una cosa, quando io arrivai alla formazione venni ricevuto in pompa magna perché ad aspettarmi c’erano Potente e il Bruschi, e forse perché sapevano dei miei trascorsi.

Ebbi allora una bella impressione — io non ero abituato a certi personaggi —, Potente mi stupì perché non era stato in carcere, aveva sempre fatto il militare e nello stesso tempo, sentendolo parlare, mi sembrava davvero un compagno. Non solo, ma mi accorsi che aveva una qualità: era curioso, una curiosità eccezionale. Lo vidi, mi portò lui alla IV compagnia e mi presentò a tutti i compagni.

All’inizio ci fu una certa diffidenza verso di me che poi passò nel giro di un paio di giorni e quindi si potette veramente lavorare bene insieme. Potente l’ho rivisto solo la sera del 30 luglio quando venne a portarci l’ordine di scendere a Firenze.

Partimmo la sera del 31 luglio verso le dieci, attraversammo l’Arno con tutta la compagnia, camminando lungo la ferrovia che da Pontassieve porta a Firenze.

Era di notte. I nemici non ci vedevano perché sapevamo anche camminare, strisciare quando era il momento, Anche andare gattoni, tanto è vero che per fare pochi chilometri ci mettemmo circa quattro ore e mezzo: era un cammino molto lento e parecchio guardingo.

Arriviamo sulla strada ed entriamo dentro la scuola « Giovanni da Verrazzano » a Capodímondo. Naturalmente credevamo che tutto fosse predisposto, invece per entrare dovemmo rompere il vetro di una finestra ed andammo subito nel sottosuolo lasciando di sopra le sentinelle. Erano circa le tre ed aspettavamo che facesse giorno. Noi non avevamo nulla e quindi andammo a cercare l’acqua. La mattina verso le dieci ci portarono qualcosa da mangiare perché eravamo 220 persone affamate, la III e la IV compagnia più il capo di stato maggiore della brigata che era il Mongolo e il commissario della brigata che era il Bruschi, e il vice-comandante Lazio.

Prima delle dieci viene ad aprire la scuola il custode perché forse, con il fracasso che avevamo fatto la notte, lo avevano avvertito. Lui vede solo una decina di persone —era insieme alla moglie — quelle che erano sopra. Noi non lo volevamo mandare via, poi mandammo via la moglie e poi lui. La sera, verso le 4 o le 5, quest’uomo torna e ci porta un chilo di pere che ci dividemmo fra tutti, mangiammo una pera in tre. Ci disse però che non potevamo stare lì.

Attraverso i muri dei villini, colpiti dai bombardamenti, arrivammo verso quell’officina che si chiamava allora « Tipografia Rinascimento del Libro ». Lì c’era spazio, c’era un grande cortile con un pozzo al centro, e ci si sistemò lì.

Il tempo passava, verso il 5 (noi salivamo sempre sul tetto per vedere) arrivarono la mattina presto i resti della brigata Caiani che erano stati attaccati ai Tre Pini. Loro si erano divisi, una parte aveva attraversato l’Arno ed era andata verso Rovezzano con Tarzan, e una ventina con il Brunetto vennero recuperati e portati da noi a ingrossare le file: diventammo così 250.

Nello stesso tempo arrivò a fare permanenza, dopo che saltarono i ponti, ad aspettare il momento dell’insurrezione ed anche a darci disposizioni precise, il delegato toscano della brigata Garibaldi che era Francesco Leone, e che a Firenze aveva il nome di battaglia di Gastone. Lui stette tre o quattro giorni, ci dette alcune indicazioni di carattere politico, e insieme facemmo il piano di quello che avremmo fatto appena usciti fuori.

Abbiamo ricevuto la visita del Montelatici, di Beppe Rossi, insomma tutti i capi di Firenze venivano lì in quei momenti. Avemmo l’incarico di occupare il Comune, la casa del fascio, la stazione e la Fortezza, e la tipografia de « La Nazione »: questi erano gli incarichi avuti per il momento dell’insurrezione.

La mattina dell’11 agosto — il suono della Martinella lassù non lo sentivamo — dopo un quarto d’ora, mezz’ora, vediamo arrivare Beppe Rossi che dice:

— È l’ora!

Noi usciamo fuori, però la popolazione era già nella strada, aveva sentito della Liberazione. Noi, fra due ali di pubblico, arriviamo in Via dell’Agnolo, dove allora c’era il circolo Dante Rossi, e lì ci fu il primo comizio perché era pieno di gente e noi buttammo il Mongolo sulla terrazza del Dante Rossi e lui disse quattro parole. Da lì poi scendiamo fino al Palazzo Vecchio, lo occupiamo, e lì verso le 7 della mattina sappiamo della morte di Potente.

Mi ricordo, che ci si schierò davanti alla scalinata e Gastone commemorò Potente. Mandammo poi il distaccamento di Corsinovi subito al casone ferrovieri, metà della compagnia venne mandata alla Fortezza e si fermarono alla caserma della Guardia di Finanza in via Faenza, tutta la III compagnia rimase con noi per occupare la stazione.

Alla stazione però c’erano i tedeschi, e lì iniziano i combattimenti per la Liberazione di Firenze. Questo è lo schieramento che si ebbe quel giorno: tutta la Sinigaglia con la I e la II compagnia della Lanciotto era oltrarno, di qua c’erano le squadre di azione cittadine e due compagnie della Lanciotto più una compagnia della III Rosselli.

I combattimenti si svolsero dentro la stazione, alla Fortezza, al Casone Ferrovieri, dentro la Manifattura Tabacchi che era terra dei tedeschi, alle Cascine che era terra di nessuno, praticamente. I combattimenti continuarono, spostandosi verso il nord della città, per tutto agosto.

Aldo Fagioli

 

Aldo Fagioli è nato a Firenze nel 1929, dove ha lavorato come rappresentante di commercio. Giovanissimo, dal settembre 1943, all’età di 14 anni, ha partecipato alla Resistenza fiorentina. Fra l’ottobre e il dicembre del 1943 operò come partigiano nelle formazioni distaccate sulle- colline fiorentine, quindi nel 1944 entrò a far parte dei GAP di Firenze e nell’ottobre dello stesso anno si dette alla macchia, entrando nella Brigata Garibaldi « Sinigaglia ». A 16 anni, nel 1945, si arruolò come soldato volontario nei Gruppi di Combattimento del nuovo esercito italiano con la divisione « Cremona ». È stato comandante di distaccamento e a 15 anni gli venne riconosciuto il grado di tenente. Decorato della stella garibaldina nel 1947, della medaglia di bronzo al V.M. nel 1948 e di due croci al merito di guerra, dopo la Liberazione ha partecipato alla vita politica militando nelle file del PCI e assumendo vari incarichi.

E’ anche l’autore di un bel libro sulla Resistenza “Partigiano a 15 anni”

Edizioni Alfa Firenze

Questi giorni descritti provengono dal libro fuori commercio intitolato

“I compagni di Firenze” Memorie della Resistenza

Edizioni dell’Istituto Gramsci Toscano

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Partigiani della Divisione Garibaldina “Potente”

(Aldo Fagioli è indicato dalla freccia)

Nella Piazza S. Marco, la mattina dell’11 settembre, non vi erano più di una cinquantina di persone, sparse in gruppetti di sette o otto. Si vedeva e si capiva che alcuni erano ufficiali dell’esercito in borghese; io mi unii ad un gruppo che sostava appoggiato alla loggia dell’Accademia. Tutti facevano un gran parlare ma non c’era connessione tra un’ intervento e l’altro. Improvvisamente, saranno state le 9,20 arrivarono, nel silenzio più assoluto, due camionette tedesche, del tipo anfibio. Si fermarono davanti al Comando di Corpo d’Armata e ne scesero circa dodici uomini, i quali, immediatamente, si posero in posizione, piazzando due fucili mitragliatori, uno sull’angolo di via degli Arazzieri ed uno sull’angolo con via Cavour. Il traffico non fù fermato ma in poco tempo si spense da solo. Passati dieci minuti arrivarono due macchine civili, dalle quali scesero alcuni ufficiali tedeschi che entrarono nel portone del comando. Nella piazza diventavamo sempre di meno. In quel gruppetto dove io mi trovavo, e che per la verità era il più lontano dai tedeschi, essendo dalla parte opposta, si incominciò ad avanzare le più varie supposizioni. Ricordo che un anziano signore, sicuramente un combattente della Grande Guerra, avanzò l’ipotesi che un così piccolo gruppo di soldati non poteva che essere venuto a chiedere un permesso per attraversare la Futa o per utilizzare la ferrovia. Certo nessuno, assistendo alla scena, con dodici soldati sdraiati per terra, ed una cittadinanza indifferente che si limitava ad attraversare la strada per non passargli troppo vicino, avrebbe potuto pensare che erano lì per imporre la resa di una città, una città che aveva offerto alla storia tanti esempi di fierezza e d’insubordinazione verso lo straniero, ma era proprio così. Arrivò da via Ricasoli, in bicicletta, un sergente dei paracadutisti; qualcuno gli fece cenno di fermarsi, ed egli si unì a noi, fu subissato di domande circa cosa stavano facendo, quali ordini avevano, quanti erano. Dopo aver ascoltato gli incitamenti a fare qualcosa resistere ai tedeschi e ad organizzarsi, il paracadutista disse seccamente: « Mah! Io in caserma non ci torno ». Inforcata la bicicletta si allontanò verso i viali. lo non sapevo cosa fare. Era evidente che adesso l’eventuale dimostrazione non si sarebbe fatta, e dopo aver ancora atteso, tornai in San Frediano.Comunicai al Fallaci e a quanti incontrai che erano arrivati i tedeschi. Il Fallaci mi disse di tornare la sera che forse ci sarebbero stati dei manifestini da distribuire.

Con il pensiero fisso al problema di mio fratello militare a Bolzano, rientrai a casa. E nel pomeriggio andai con mio padre a parlare con il Cecconi per conoscere le difficoltà che vi erano per tentare di raggiungere mio fratello a Bolzano. Constatata l’impossibilità di partire per Bolzano mio padre tornò in San Frediano e io andai a trovare Luciano in via della Pergola. Attesi che giungesse l’ora di chiusura del negozio e lo informai che il Fallaci voleva vederci. Il nostro trasferimento da via della Pergola a San Frediano avvenne attraverso una città irriconoscibile, in cui la maggioranza dei negozi del centro era chiusa, dopo il fermo per l’ora di pranzo molti non avevano neppure riaperto. Sulla città era calata una cappa di piombo. Pochissimi i passanti, in via Tornabuoni vedemmo un camion militare con sopra alcuni soldati tedeschi ed un giovane fascista di via Pisana, lui vide noi e noi vedemmo lui. Luciano esclamò: « a quello bisogna subito tirargli il collo »

Quando arrivammo al ponte alla Carraia qualcosa d portò in un mondo che non ci era abituale. Avevamo sentito parlare di guerra, di bombardamenti, di battaglie, avevamo visto tanti documentari cinematografici, ma mai ci eravamo trovati di fronte un carrarmato tedesco. Adesso invece era lì, ad indicare che la guerra ci aveva raggiunti. Restammo muti per un certo tempo e appena sul lungarno Soderini, come se il trovarsi nel nostro rione, nel nostro ambiente, ci avesse dato coraggio, ci dicemmo: « bello sarebbe farlo saltare in aria ». Ci appoggiammo alla spalletta vicino al Terrazzino e fantasticammo progetti al riguardo. Avevamo recuperato armi ma non esplosivi; avevamo delle

bombe a mano, ma erano le « balilla », buone solo a far rumore. E poi come potevamo arrivare fino al carrarmato? Vi erano sopra dei soldati armati di mitra ed uno di essi percorreva il ponte in tutta la sua lunghezza in un continuo andare e venire. « Certo — disse Luciano — se l’avessimo saputo che i carri arrivavano così vicino, ci saremmo potuti organizzare », Con il pensiero di cosa fare arrivammo dal Fallaci. Il Fallaci era li ma i volantini non erano stati portati. Una rabbia e un senso di impotenza ci avevano preso. Poi a me vennero in mente le scritte sui muri dei giorni della caduta di Mussolini. Fu un’idea che Luciano condivise subito. « Però — aggiunsi — con che cosa scriviamo? ». « Ma con la brace — replicò Luciano — e deve essere anche di quella grossa perché le scritte si devono vedere bene ». Il primo carbonaio non aveva brace grossa e pertanto andammo dal « Pípíno ». Pípíno, mentre ci dava la brace ci guardava accigliato e poi disse: « non mi sembra che faccia tanto freddo da dover accendere i braceri, non ne combinerete mica un’altra delle vostre, mettendomi ancora nei guai? ».. Evidentemente il suo pensiero era andato a qualche anno prima quando, io e altri ragazzi, compreso suo figlio, ci eravamo armati di palline di carbone, non ricordo come si chiamasse quel carbone industriale fatto A forma di palla, delle dimensioni di una pallina da ping-pong che se veniva sbattuto con forza in terra si polverízzava formando una nuvola nera, e trovammo un gran divertimento nel gettarle in tutti ìnegozi del rione. Creammo un pandemonio e appena i vari esercenti si coalizzarono ci rincorsero dietro fino al Prato dello Strozzino e per alcuni giorni dovemmo stare alla larga da San Frediano, Trattandosi di carbone e data la presenza del figlio di Pipino, non potendosi sfogare con noi, che ormai eravamo uccelli di bosco, avevano creduto giusto rifarsela con Pipino, il quale ebbe un bel da fare a convincere i negozianti arrabbiati che lui non c’entrava. Si sfogò a sua volta legnando di santa ragíone il figlio che divenne il nostro « martire ». Ci recammo in fretta a casa per la cena e ci ritrovammo subito dopo. Non era ancora buio, ma in previsione che fosse difficile attraversare il ponte, andammo subito verso il centro, e aspettammo sulle panchine di Piazza S. M. Novella che si facesse notte. La città era assolutamente deserta, i pochi viaggiatori che arrivavano alla stazione venivano informati dell’arrivo dei tedeschi e dirottati verso via dell’Albero, da dove proseguivano per strade secondarie. Passavano camion e camionette con soldati tedeschi a bordo,

Avevamo con noi un sacchetto con alcuni chili di brace e iniziammo l’opera: per prime facemmo via Panzani, piazza S. M. Maggiore e via dei Pecorí, e qui perdemmo molto tempo, perché era la strada dove passavano tutti i tram, e pertanto la più movimentata o, se vogliamo, la meno deserta. Continuammo per piazza dell’Olio e di lì in via Cerretani. Poi in via dei Pescioni, ero io che facevo da guida in quanto, come fattorino, ero ogni giorno in quelle zona che è sede di banche, della posta e dei telefoni. Fortunatamente era una notte molto buia e il completo oscuramento della città, sempre osservato con scrupolo, ma quella sera più del solito per non attirare l’attenzione dei tedeschi, ci rese più facile il lavoro che ci eravamo prefissi. Si trattava di scrivere con lettere di circa 20 centimetri perché volevamo che si leggessero bene e pertanto impiegammo molto tempo. Lasciavamo il sacchetto in un angolino di qualche saracinesca e, facendo finta di parlare tra noi, uno dei due scriveva sul muro, appena sentivamo dei rumori smettevamo di scrivere, e cominciavamo a discutere di sport. Fu quindi la volta di Piazza della Repubblica, la piazza che a Firenze era stata il centro politico per tanti anni, i famosi bar della piazza erano chiusi e andammo a scrivere vicino ad essi, ma non vi era molto spazio, perché le vetrinette e i cartelli pubblicitari occupavano i muri e dovemmo limitarci a scrivere a piccole lettere. Il desiderio di scrivere a grossi caratterí lo sfogammo nella parte dei loggiati. Come i fiorentini di quei tempi ricorderanno, i loggiati di Piazza della Repubblica erano stati chiusi con un grosso muro che doveva servire, in caso di bombardamento aereo, da paraschegge. Quei muri offrirono le superfici per enormi scritte: « ABBASSO I TEDESCHI »; « MORTE A HITLER »; « VIVA LA LIBERTA »; « VIVA L’ITALIA ». Finita con un certo orgoglio quella parte della piazza, avemmo un contrattempo: sapendo che da tutta la città ogni mattina i fattorini di ogni ditta importante venivano a ritirare la posta presso le caselle postali, suggerii di scrivere anche in via Pellicceria, sia sul solito paraschegge dei loggíati che proseguivano fino a Via Porta Rossa, sia all’interno; vicino all’ingresso principale del palazzo della posta. Dopo aver finito la parte esterna entrammo sotto la galleria. Qui il nostro sangue si raggelò e per la prima volta provammo una sensazione di sgomento e di paura. Il nostro sguardo spaziò su un intero plotone di tedeschi che erano abbivaccati con la testa appoggiata a quel muro, sulla cui parete esterna avevamo, appena un minuto prima, scritto morte a Hitler e ai tedeschi. Ci guardarono in faccia, e facendo gesti come ad indicare che non si poteva passare, girammo i tacchi, sotto lo sguardo assonnato di una sentinella appoggiata al portone semichiuso: « Mi raccomando — mi disse Luciano — cerca sempre di avere delle belle idee come questa, e ci ritroveremo appesi ad un albero ».

Passato il primo momento di paura, ci rendemmo conto che eravamo ancora in grado di scherzare. Avevamo superato bene la prova, potevamo continuare. E così facemmo, dopo aver coperto i muri di Piazza Strozzi ci venne voglia di scrivere sulla strada. Il tratto di Via Strozzi e di Via della Vigna Nuova era asfaltato a mattonelline, come il Lungarno Soderini sul quale eravamo abituati, da ragazzi, a disegnare con il gesso le piste per giocare al giro d’Italia, e sapevamo che ci si poteva scrivere agevolmente. Ci mettemmo all’opera, favoriti anche dal fatto che erano già le 23 o le 24. Ancora non erano stati affissi i manifesti che stabilivano il coprifuoco, ma passavano ugualmente solo delle motociclette e delle macchine tedesche che, con la città sprofondata nel più assoluto silenzio, sentivamo da molto lontano con tutto il tempo per rialzarci e nasconderci, per poi riprendere immediatamente dopo la frase.

Così, di scritta in scritta, sempre a grossi caratteri, raggiungemmo il ponte alla Carraia. Sul ponte c’era il carro armato con alcuni soldati tedeschi appoggiati. Era all’inizio del ponte, sulla parte destra, e noi decidemmo di dividerci, passando uno dalla parte dei tedeschi, e l’altro dalla parte opposta. Io, che conoscevo qualche parola di tedesco avendolo studiato alle scuole serali, per due anni, passai dalla parte del carro armato e Luciano, con in mano il sacchetto, ormai quasi vuoto, della brace, dalla parte opposta, pronto a gettarlo, se vedeva che mi fermavano, in Arno. Passammo senza alcun problema salvo qualcosa che i tedeschi mormorarono tra loro e che io non capii. Il fatto che fossimo due ragazzi, con i pantaloni corti, sicuramente influì sul disinteresse verso di noi dimostrato dai tedeschi sia alle poste che sul ponte alla Carraia.

Avevo attraversato il ponte e imboccato il lungarno diretto ad una fonte per togliermi la sete, ma Luciano mi bloccò: « Calma, non abbiamo mica finito il lavoro. Chi ti detto di lavarti le mani? Una scritta qui sul ponte ci vuole ». « Ma ci sono i tedeschi ed una sentinella che va avanti e indietro ». « Bene — replicò Luciano — anche noi adremo avanti e indietro ». Iniziammo l’opera ed a caratteri di almeno 40 centimetri scrivemmo: « MORTE AI TE DESCHI ». Per compilare la scritta dovemmo aspettare volte che la sentinella si allontanasse dall’inizio del ponte: Eravamo particolarmente soddisfatti di quella scritta tutti coloro che uscivano da S. Frediano avrebbero nota Eravamo sfiniti per la stanchezza esasperata dallo stato tensione che ci aveva accompagnato per tutte quelle ore. Avevamo appena bevuto alla fonte che, fatti pochi Da incontrammo il bianchissimo muro della Croce Rossa I liana, sulle cui facciate erano dipinte due enormi croci rosse per indicare agli aeroplani nemici, in caso di bombardamento, che vi era un ospedale. Luciano sulla parte sinistra ed io sulla parte destra del portone centrale, scrivemmo un grosso slogan, ed io, forse per la fretta, o forse perché fummo più volte interrotti dal movimento che si verificava s l’altra sponda, scrissi: « viva la libertà » con l’apostrofo Forse ero partito per scrivere viva l’Italia. Almeno questa fu la mia giustificazione il giorno dopo. Scrivemmo anche sulle tre facciate disponibili di Piazza Cestello.

Entrati in Borgo S. Frediano, prima di dividerci, ci abbracciammo forte, così come succedeva quando uno marcava un bel goal durante le partite di calcio che disputavamo in piazza. Eravamo veramente stati bravi. I tedeschi avevano ricevuto un primo avviso. Era stato il primo segno tangibile del movimento di opposizione all’invasore tedesco che Firenze avrebbe sviluppato per undici mesi.

* * *

Aldo Fagioli in un ritratto del Pittore

Ottone Rosai

( … ) Siamo nello studio di Rosai quando Bruno Fanciullacci rientra dall’appuntamento con Cesare Massai. Sono circa le 19. « Ragazzi, mangiamo un boccone e dopo via di corsa perché stasera dobbiamo fare un lavoretto. Ci troviamo a Rífredi, al solito posto, dopo le 21. Fate attenzione a non farvi notare quando entrate in casa ». Ci ritroviamo nel nostro rifugio di via Mercati, manca Tebaldo Cambi e vi è in sua vece il compagno Antonio Ignesti del gruppo «A». Ignesti prende la parola e ci spiega brevemente che dal Comando Militare del C.T.L.N. ci hanno ordinato di uccidere una spia dei fascisti. L’azione è abbastanza semplice, ma dato che la persona è molto scaltra sarebbe impossibile raggiungere il suo appartamento in borghese e pertanto ci recheremo là vestiti da fascisti.

Iniziamo a vestirci. Io da milite, Luciano da sergente e Antonio da tenente. Bruno verrà in borghese portando sotto l’impermeabile il mitragliatore Sten. La spia avrebbe dovuto trovarsi in casa solo o al massimo con la moglie.

Raggiungiamo la casa dello spione, posta in via Pagnini al 4, relativamente vicina al nostro rifugio. L’appartamento era al piano terra, a sinistra. Avevamo concordato di far finta di giungere in quello stabile all’inseguimento di un « ipotetico » bandito che ci aveva sparato contro. Una volta raggiunto lo stabile Bruno sarebbe rimasto sul portone. Luciano e Antonio sarebbero entrati nell’appartamenio mentre io sarei rimasto sulla porta del medesimo. Inutile aggiungere che malgrado fossimo armati, io e Luciano, con i fucili mitragliatori Beretta, avremmo fatto fuoco solo con le nostre pistole che avevamo nella tasca del cappotto.

Le cose si svolsero come previsto e gridando: « prendetelo, prendetelo! » entrammo nello stabile e bussammo violentemente alla porta della spia. La porta ci fu aperta da due giovani che si qualificarono per ufficiali della milizia fascista. Il piano previsto in base alle informazioni che avevamo avuto andò all’aria. Dovemmo intervenire con la massima celerità ed aprimmo il fuoco contro i due che erano rimasti nell’ingresso e contro il nostro obbiettivo che si trovava già a riposare nella sua camera da letto. Mentre i due non riuscirono ad usare le loro pistole, l’altro, messo in allarme dagli spari, uscì dalla camera sparando e prendendo Luciano ad un braccio. Fu a sua volta raggiunto dai colpi sparati da Luciano e da Antonio. Afferrai il mitra di Luciano mentre Antonio lo sorreggeva da sotto un’ascella tutti e tre uscimmo dal portone dello stabile proprio mentre Bruno ingiungeva, con il mitra spianato, a due persone che erano sopraggiunte, di allontanarsi.

Malgrado l’oscurità lo sganciamento si presentava difficoltoso. Avremmo dovuto sparare un solo colpo, al massimo due, ed era nata invece una sparatoria che aveva sveglia tutto il rione. Come sempre, quando eravamo vestiti fascisti, correvamo il rischio di essere attaccati da due parti, dai fascisti che si fossero messi al nostro inseguimento, da qualche partigiano che poteva scambiarci per dei veri fascisti.

Raggiunta Via Vittorio entrammo nei campi. A Luciano avevamo subito chiesto se riusciva a muovere la mano. Ci riusciva, anche se con notevole dolore. Stava perdendo sangue ma per fortuna aveva la camiciola, la camicia, la giacca ed il paltò che facevano da tampone assorbendo la quasi totalità del sangue. La pallottola aveva colpito solo il muscolo del braccio, senza ledere grosse arterie od ossa.

Eravamo dei combattenti tanto poveri da non possedere neppure una lampadina tascabile e pertanto rientrare al rifugio attraverso i campi ci costò alcuni capitomboli, dato che non riuscivamo a vedere i numerosi avvallamenti del terreno. Per permettere a Luciano di riposarsi raggiungemmo via M. Mercati lentamente. Mentre eravamo appoggiati ad un muretto sentimmo i passi di una persona che si avvicinava. Decidemmo di stare immobili e di lasciarla passare sicuri che, data l’oscurità, non ci avrebbe visto. Attendevamo che ci sorpassasse quando costui, che evidente. mente aveva intravisto le nostre figure, accese una potente lampada tascabile che illuminò tutto il gruppo. Prese un notevole spavento per due ragioni. Prima perché vide che eravamo fascisti e poi perché si rese conto che eravamo anche coloro che abitavano l’appartamento vicino al suo. Chiese se doveva farci luce per raggiungere la strada che scorreva lungo il muretto. Dicemmo che non era necessarío e quello riprese il cammino. Avevamo tutti visto che era uno che ci conosceva. Era un ferroviere e vestiva sempre in divisa, come quella sera. Decidemmo che era necessario ucciderlo. Poi qualcuno di noi disse « ma è un ferroviere, è un proletario e noi non facciamo la guerra ai ferrovieri ». Un altro rispose, mentre gli camminavo dietro, « però ci sono anche i ferrovieri fascisti, quelli che non lo erano sono stati tutti buttati fuori dalle ferrovie ». Malgrado che stessimo ritornando da un’azione che ci aveva visto sparare contro un uomo e suo figlio uccidendo anche una terza persona, non eravamo privi di sentimenti e decidemmo di lasciar correre considerando che se era un fascista avrebbe appreso che noi eravamo dei falsi fascisti solo al mattino di poi, mentre se era dei nostri o neutrale non avrebbe fatto parola. Ci preoccupammo di seguirlo fino alla sua abitazione e mentre noi raggiungemmo il nostro rifugio per toglierci le montare da fascisti Bruno rimase a fare la guardia alla porta del pericoloso testimone.

Antonio dormiva in un altro appartamento, vicino a via M. Mercati e ci assicurò che la mattina avrebbe messo in movimentto il Partito per accertarsi delle idee del ferroviere. Noi di contro, mentre era certo che non avremmo dormito, ci ripromettemmo di lasciare l’appartamento ap- pena possibile. Alla ferita di Luciano si erano attaccati i vestiti e per spogliarlo fu necessario togliere le croste che si erano formate provocandogli ulteriori dolori. Più le ore passavano, più la ferita gli doleva. Non avevamo in casa niente, neppure lo spirito, e tanto meno qualcosa per alleviare il dolore. Riuscimmo, a scherzare su due cose: prima su come era stato possibile a quel proiettile non colpire le ossa; in effetti Luciano era magrissimo e a guardare le sua braccia sembrava che fossero formate di sole ossa, seconda sul fatto che avremmo dovuto fare un corso affrettato di medicina in quanto, da alcuni giorni, avevamo fatto un patto tra tutti i GAP. In caso di ferímento, di qualcuno di noi i suoi compagni avrebbero dovuto finirlo, se la ferita era tale da non poterlo trasportare. Era un patto molto duro, ma erano dure anche le condizioni in cui ci trovavamo ad operare. D’altra parte sapevamo che in caso di nostra cattura durante un’azione ci aspettava la morte preceduta da chi sà quali atroci torture. « Sai — dicevo a Luciano — quando ti ho visto ferito ho pensato che tu fossi in fin di vita e che pertanto avrei dovuto spararti un bel colpo in testa ». Al che Luciano, continuando lo scherzo, aggiungeva: « sì, va bene, però se ci dovessimo trovare nel caso, accertati prima se hai gli occhiali, perché senza non vedi neppure un prete in un pagliaio, figurati se vedi se un ferito è più o meno grave ».

Passammo la notte senza dormire. Il pensiero andava alla sera prima, a quella casa, ai suoi abitanti. A quella donna che mi era caduta ai piedi, solo svenuta perché a lei non avevamo sparato dopo aver emesso un urlo di terrore. Al mattino, parlando dell’azione, convenimmo che in avvenire ci saremmo fidati molto poco degli obbiettivi preparati da altri. Di buon mattino lasciammo l’appartamento. Io e Luciano diretti al rifugio di via della Chiesa e Bruno alla ricerca di un medico per Luciano.

Tutte le volte che entravamo nel nostro rifugio in via della Chiesa subivamo la stessa impressione, quella di entrare in un carcere. L’appartamento al n. 30 faceva parte di una vecchia e robusta costruzione ed aveva la caratteristica di avere tutte le stanze, sia quelle su via della Chiesa sia quelle sui due cortili interni, con delle grosse finestre alle quali erano state collocate, evidentemente da un proprietario timoroso, delle robuste inferriate (attualmente una delle due finestre che datino sulla strada è stata sostituita con un arco dal quale si accede al laboratorio di un artigiano del ferro). Praticamente come rifugio di partigiani clandestini era una trappola. Più volte ci eravamo chiesti come uscire da quella casa in caso di un attacco fascista, concludendo sempre che sarebbe stato quasi impossibile. Tenevamo comunque sempre tre o quattro dei nostri « bussolottí » pensando di far saltare, eventualmente, uno del muri che sulla parte interna davano sui cortili; sempre se ne avessimo avuto il tempo. Vi era anche qualcosa di positivo: primo, che era in una zona non soggetta ai bom bardamenti aerei, il che ci permetteva di rimanere nascosti durante gli allarmi; secondo, che essendo le nostre finestre sulla popolosa via della Chiesa, dove si affacciavano sia le botteghe degli artigiani sia i portoni con le « donne di San Frediano » a sedere sulla porta, intente a fare lavori in paglia o di ricamo, bastava tenere la finestra socchiusa e durante il giorno sapevamo, attraverso le conversazioni che si intrecciavano tra un gruppetto ed un altro, tutto quello che succedeva nella lunga strada. Praticamente, di giorno, avevamo chi faceva buona guardia per noi, infatti, appena qualche fascista entrava nella strada, i commenti arrivavano immediatamente ai nostri orecchi. La mattina passava con molta lentezza; Luciano per il dolore procuratogli dalla ferita non aveva dormito durante la notte, riuscì ad appisolarsi, mentre io diventavo sempre più nervoso constatando che le ore passavano e Bruno non arrivava. Arrivammo così alle prime ore del pomeriggio, senza aver mangiato niente perché in casa non avevamo nulla. Luciano tentennava la testa e dopo tanto sbottò in una esclamazione: « ma che razza di organizzazione è la nostra se un ferito deve aspettare 16 ore senza essere curato! Ma se la mia ferita fosse stata più grave sarei morto dissanguato da un pezzo ». Non potei che rispondergli che anch’io la pensavo come lui e che la conclusione non poteva essere che una: i gappisti facevano paura ai fascisti ma anche agli antifascisti, cra evidente, ed in seguito ne avemmo la precisa conferma, che stare vicino a noi era troppo pericoloso. Essere arrestati i nostra compagnia voleva dire la tortura e la morte sicura ed infatti, salvo qualche raro caso, non avemmo mai contatti con le altre organizzazioni della lotta clandestina.

Eravamo sicuramente arrabbiati quando arrivò Bruno. La famiglia di Bruno abitava nella strada accanto, in via S. Maria, e pertanto lui non veniva mai in quella zona. Capi la ragione del nostro malumore e da quel buon politico che era riuscì a rivoltare la frittata affermando che noi avevamo la solidarietà di tutto il movimento clandestino e che il fatto del nostro perpetuo isolamento era un preciso indirizzo del Partito il quale intendeva mantenere i nostri gruppi fuori dal pericolo di infiltrazioni nemiche. Sì, come parole erano belle, ma avevano le gambe corte. Infatti, Luciano, mentre addentava uno dei panini che Bruno ci aveva portato, chiese: « allora questo medico quando arriva? ». « Beh, vedi — rispose Bruno — per il momento non può visitarti però mi hanno dato questa puntura che tu dovrai fare quando sarai digiuno, e in un secondo tempo ti visiterà un medico. Dove ti faranno la puntura sanno anche fasciare i feriti e ti faranno una buona fasciatura ». Quella che aveva l’avevamo ricavata da un lenzuolo, nemmeno tanto pulito.

Vedi caso l’infermiera dove Luciano andò la sera era la moglie del « Marinaro » uno di noi, uno del gruppo di San Donato.

* * *

(…) Era il 20 giugno, verso le 16 dovevamo incontrare, io e Luciano, un compagno al ponte a S. Niccolò. Ci recammo all’appuntamento ed esaurito il breve colloquio, a cavallo delle nostre biciclette nuove, prendemmo il lungarno della Zecca diretti verso piazza S. Firenze. Pedalavamo lentamente parlando del più e del meno quando, da dietro il Torrione, spuntano davanti a noi tre militi fascisti, armati di fucile mitragliatore. Non eravamo armati, e non potemmo che tirare i freni e chiedere loro cosa volevano. Tirammo un sospiro di sollievo quando ci rendemmo conto che non eravamo noi l’obbiettivo dei fascisti, ma le nostre biciclette. In nome della repubblica di Salò essi requisivano le nostre biciclette rilasciandoci regolare ricevuta. Abbozzammo una qualche protesta ma fummo felici di essere invitati ad « allontanarci ». Con questi foglietti in mano, più divertiti che arrabbiati, ci avviammo, a piedi, verso piazza S. Firenze. Luciano ripeteva: « Mah! si vede che adesso in guerra anziché i cannoni servono le biciclette ».

Arrivammo nella piazza S. Firenze. Da alcuni giorni avevamo l’abitudine, cosa che io e Luciano non approvavamo, di riunirci a gruppi di due, tutti in una piazza. La piazza cambiava ma, praticamente i luoghi erano sempre i soliti: piazza Beccaria, piazza S. Firenze, piazza D’Azeglio, piazza S. Maria Novella, piazza S. Croce ed altre. Ad ogni riunione Chianesi parlava con due elementi di ogni gruppo e pertanto, essendo in quel periodo i gruppi circa dieci, nella piazza ci trovavamo sempre in una ventina di gappisti. Io e Luciano, anche perché ricoprivamo, dopo Chianesi, il grado più alto nella gerarchia dei gappisti fiorentini in attività in quel periodo, conoscevamo altri membri della nostra organizzazione ma non tutti. Quando arrivammo nella piazza vi si trovavano già i gappisti Giordano e Lucianone. Erano con le loro biciclette nuove fiammanti. Decidiamo, cosa che non avevamo mai fatto prima di quel giorno, di avvicinarli per mostrare loro le ricevute che i fascisti ci avevano rilasciato dopo averci requisito le biciclette. Il nostro arrivare nella piazza e l’avvicinare altri due giovani dando loro un foglio da leggere scatenò il meccanismo della trappola che i fascisti ci avevano teso in quella piazza. Da dietro l’edicola del giornale spuntarono un capitano ed un tenente della milizia fascista che avevano accanto a loro due persone in borghese. La loro azione di avvicinamento fu brusca ed uno di noi quattro la notò. Gli altri girarono lo sguardo spaziando per la piazza ed incontrarono diecine di militi; su tutti gli angoli delle strade che conducono alla piazza, si tratta di ben sette strade, vi era una pattuglia di militi. Eravamo circondati. I quattro fascisti ebbero dell’esitazione; i fatti successivi dimostrarono che avevano paura delle nostre armi, che per la verità non avevamo. La loro esitazione permise a noi quattro di spostarci, lentamente, senza scomporsi, verso l’angolo con via dei Gondi. Evidentemente le pattuglie che sorvegliavano gli accessi alla piazza avevano l’ordine di non intervenire senza un preciso comando da parte dei due ufficiali fascisti, e pertanto, quando Giordano e Lucianone saltarono sulle loro biciclette, con una rapidità da campioni del pedale, non intervenirono ed i nostri due compagni si allontanarono verso piazza Signoria. Io e Luciano, continuando a far finta di leggere assieme un articolo del giornale fascista che io avevo in mano, e che avevo aperto appena ci eravamo resi conto dell’agguato (il giornale aperto era un segnale dei GAP per indicare che c’erano i fascisti e che pertanto non dovevamo essere avvicinati e dovevano essere presi tutti gli accorgimenti del caso), lentamente ci spostammo verso l’angolo con via Condotta. Anziché parlare dell’articolo del giornale, come poteva apparire a chi ci stava osservando, io e Luciano esaminammo la situazione decidendo che a tenere il giornale aperto, perché quella era l’unica possibilità che avevamo di salvare gli altri compagni, sarei rimasto io, mentre Luciano avrebbe tentato di scappare attraverso via Condotta, una strada stretta e molto frequentata. Sulla decisione che sarei rimasto io influì prima di tutto che il giornale l’avevo tolto di tasca io ed il passarlo ad un altro poteva svelare il nostro segreto, poi la mia solita « giovane età », nonché il fatto, come avevo fatto osservare a Luciano, che i miei genitori « avevano altri figli ».

Una volta sull’angolo di via Condotta, Luciano, con un guizzo degno di un’anguilla, infilò la tortuosa strada e scomparve per una stradina laterale. Rimanevo lì solo, con quel giornale completamente spiegato, facendo finta di divertirmi leggendo un articolo che riempiva le pagine centrali, era un articolo che avevo già letto prima perché m’interessava,faceva parte di una serie di racconti di un noto sportivo fiorentino, del quale anche io ero tifoso. Peccato che l’articolo avesse per cappello « la camicia nera… racconta ». Mi portai nuovamente verso il centro della piazza, volevo che il mio giornale fosse visto da tutti i GAP che arrivavano.

Il mio pensiero era da ben altre parti, come documenti ero in regola, avevo la famosa carta d’identità rilasciatami dall’Ufficio Anagrafe distaccato presso la sede del fascio di San Frediano con tanto di bel timbro che attestava che ero nato nel 1929; inoltre, per quanto riguardava il documento di lavoro, avevo con me quella famosa cartolina « bianca » con la quale l’Ufficio del Lavoro mi invitava a presentarmi il 29 giugno, nove giorni dopo, per essere inviato al « lavoro volontario in Germania ». Avevo però anche, custodita nella tasca posteriore dei pantaloni, una carta d’identità del Comune di Pontassieve che, oltre a recare la mia fotografia in divisa da fascista, mi qualificava per Mario Pani, nato nel 1925, e giù altri dati falsi che conoscevo a memoria. Proprio quel giorno avrei dovuto consegnarla a Chianesi che l’avrebbe completata con gli altri timbri necessari e custodita fino al lunedì successivo, giorno concordato per tentare la liberazione della Tosca e delle altre detenute politiche.

Il mio stato d’animo il lettore lo comprenderà benissimo senza che sia necessario l’aiuto dei miei ricordi. Avevo il problema di quei documenti falsi e pensavo a come liberarmene. Erano passati circa quindici minuti. Io ero invecchiato di almeno due anni. Avevo però un carattere meraviglioso e riuscivo a controllarmi. Uno dei due borghesi avvicinò due tedeschi che stavano passando. Parlò con quei soldati. Ebbi l’impressione che egli fosse un loro superiore. I soldati tedeschi mi avvicinarono, mi chiesero i documenti. Quando avevo già estratto il portafoglio e mi accingevo a porgere la carta d’identità si avvicinarono anche i quattro fascisti, i due borghesi e i due ufficiali, il più anziano ringraziò i tedeschi usando la loro lingua e quelli si allontanarono. « Ah! Tu sei Aldo — sentenziò il borghese più anziano — bene, bene », e mi fece cenno di precederli verso il portone del Consorzio Agrario, sito in quella piazza al numero 3. Una volta nell’atrio del portone ordìnarono al portiere di lasciare la guardiola ed iniziarono un lungo interrogatorio che si protrasse per oltre due ore. Mi chiesero se ero armato, evidentemente dovevano essere a conoscenza del fatto che in Borgo Pinti e in via del Gelsomino, alla richiesta di esibire i documenti, i gappisti avevano estratto le loro pistole e forse per questa ragione mi avevano fatto fermare dai due soldati tedeschi. Risposi che mi meravigliava una simile domanda a me che ero un ragazzo. « La data che hai sulla carta d’identità è falsa — replicò il mio interlocutore — sarai del ’25 ». « Come falsa? Me l’ha fatta il Sig. Comparine, l’impiegato comunale presso la sede del fascio, figuriamoci se poteva sbagliare, mi ha visto nascere ». « Cosa hai consegnato a quei due andati via in bicicletta? ». « Come consegnato? — replicai — gli ho fatto solo vedere questa ricevuta » e mostrai la ricevuta che mi avevano fatto per il sequestro della bicicletta. « No, il biglietto che gli hai mostrato era un altro ». « No era proprio questo — incalzai con vigore — non ne ho altri ». Mentre il borghese anziano e i due ufficiali m’interrogavano l’altro stava sul portone a sorvegliare la piazza. « Chi erano quei due con la bicicletta? ». « Ma, chi sono non lo sò, li conosco di vista perché anche loro lavoravano alla Todd ». « Ah sì, e quello che è arrivato a piedi con te? ». « Beh, quello era un compagno di sventura, quando ci hanno requisito le biciclette eravamo una diecina e c’era anche lui. Dato che è di San Frediano ci siamo avviati assieme a piedi, lui andava a prendere il tram, io ero qui ad aspettare una figliola che lavora in piazza S. Croce e abita anche lei in S. Frediano ». « Come si chiama quel sanfredianino? » incalza il vecchio fascista. « Ma, come si chiama non lo sò, sapete in San Frediano ci conosciamo tutti di vista, e quello io non l’ho mai frequentato ». Più parlavano, più s’innervosivano. Le domande furono tante. « Quanti soldi hai in tasca? », mi chiesero. Era una domanda imbarazzante ma ritenni di dire la verità. « Ho con me 650 lire ». « Ah — s’infuria il fascista — un ragazzino! E tu saresti un ragazzino che va in giro con ben 650 lire ». « Sì, è vero che per me sono tante, ma dovete sapere che io ho uno zio a Milano, che non ha figli, mi fa spesso dei regali, la settimana scorsa sono andato a trovarlo per dirgli che andavo a lavorare in Germania e mi ha dato mille lire per comprarmi qualcosa da vestire ». « Che treno hai preso per andare a Milano? » « Non sono andato in treno, ma con un mio amico che fà camionista ». « Guarda, guarda — m’interrompe il fascist sempre più arrabbiato — e da quali città sei passato? » A quei tempi, pur conoscendo la geografia imparata a scuola, non ero certamente in grado di nominare le città che un camion avrebbe attraversato per andare da Firenze Milano. Mi salvai in extremis, « sapete, a causa dei bombardamenti abbiamo fatto la strada di notte, sia all’andata che al ritorno. Io sono solo andato dal mio amico al Ponte Rosso, lavora dal Brandini, sono montato sul camion ed egli mi ha portato fino da mio zio. La sera dopo è passato a riprendermi ». « Cosa fà tuo zio, e dove lavora? » mi chiedono. « Ma, mio zio è maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana ». « Allora è uno dei nostri » esclama il capitano fascista, ma il vecchio borghese incalza: « di quale legione è? ». « Non lo so — replico — è comandante della Stazione dei Carabinieri di Mandello del Lario, sa, dove c’è la fabbrica delle motociclette Guzzi ». « Senti, senti, è un carabiniere quello che tu chiami maresciallo della guardia repubblicana ». « Certo che lo chiamo così, non si chiama così adesso? ». « Vedo che leggi un giornale fascista, ma tu non sei iscritto al fascio ». « Io non m’intendo di politica, sto acquistando questo giornale per gli articoli del nostro campione nazionale del quale sono tifosissimo ». Io ero sfinito ma anche loro erano stanchi e infuriatissimi. Trovavo una risposta a ogni loro domanda, ostentavo una tranquillità che ai medesimi deve essere apparsa disarmante. Arriva un sottufficiale che parla con il capitano, pur facendo finta di non ascoltare, capisco che quello fà presente che la truppa spiegata nella piazza è stanca e deve rientrare in caserma per il rancio. Dal mio orologio, nuovo, che ho al polso vedo che sono le 18,15. E’ un’ora che mi tormentano con le loro domande. Il vecchio fascista, che ha seguito la conversazione, dice che la truppa può rientrare, aggiungendo « rimaniamo noi ad aspettare gli altri pesciolini, uno lo abbiamo già agguantato ». Anche il quarto fascista, l’altro in borghese, si unisce a noi. E’ il più velenoso. Io mi sento comunque sollevato dal colloquio che ho appena ascoltato,

* * *

Ne approfitto per dedurre che nessun altro gappista è caduto nella trappola, mi viene un brivido di terrore al pensiero di cosa sarebbe successo se quei fascisti a caccia di biciclette non mi avessero, fermato e rilasciato quella ricevuta, se il desíderio, di mostrarla a Lucianone e Giordano non ci avesse spinti ad infrangere le regole in uso nei nostri quotidiani appuntamenti, con la fortunata coincidenza di far scattare, anzitempo, la trappola che ci avevano teso. Pensando a ciò mi dimentico che nella trappola, se pur come volontario, ci sono o rimasto io. Il fascista che si è unito all’interrogatorio, è di ben altra pasta. Inizia subito affermando che io fino a quel momento ho raccontato solo un sacco di bugie. « Tu credi di essere tanto furbo — prosegue — credi di essere furbo anche il tuo comandante, « i’ babbo », tu io conosci bene, e anche Rocco faceva il furbo ma hanno vuotato il sacco. Se loro non ci avessero raccontato tutto non saremmo stati qui ad aspettarvi ». Non sono in grado di giudicare come avrò reagito quando ho sentito pronunciare da quel fascista i nomi « Babbo » e « Rocco »; ma penso di aver perso, almeno momentaneamente, la parola. fortunatamente era il fascista che continuava a parlare, più che a parlare ad urlare, « sai il tuo amico Rocco, con il coltello a serramanico che aveva in tasca gli abbiamo tagliato le palle ». Rocco aveva veramente, da buon meridionale, un coltello a serramaníco in tasca. « Te lo dico io chi sei te continuava il fascista — te tu sei quello che chiamano Aldo » e quello che era con te lo chiamano il « Topo ». Siete dei traditori che per soldi andate in giro a sparare contro le camice nere che sono i migliori figli d’Italia. Ma -adesso avete finito, vi abbiamo presi e quelli che non abbiamo presi stasera ci aiuterai te a trovarli ». Fa una piccola pausa.

Ne approfitto per aprir bocca. « Vedo che voi avete parlato di persone che io non conosco, non so chi siano. In quanto a sparare io non ho mai sparato in vita mia. Non ho mai neppure toccato un’arma. Mi fanno paura soltanto d vederle anche da lontano ».

« Tu non li conosci, ti rínfresco la memoria io, Rocco gli sta in via del Castello d’Alta Fronte. E ‘basso, magro, con un bel naso. Il « Babbo » gli stà più in là, è basso anche lui, però tarchiato con quella testa piena di patate tutta rasata, porta gli occhiali anche lui lui, ma i suoi sono grossi e neri. Quel bischero, un’ bastava d’essere già stato in carcere due anni fa, gli ha voluto continuare a rompere i coglioni ai fascisti. Ora si di spera, dice che ha famiglia e ha messo ni’ sacco anche te » « Allora ti vuoi decidere a dirci chi erano quei due con i quali hai parlato, dove abitano, chi sono gli altri delinquenti come te? ».

Mentre parlava io mi ero fatta la convinzione che Chianesi e Rocco fossero veramente in mano dei fascisti anche se non credevo che proprio loro avessero dato notizie del luogo e dell’ora dell’appuntamento. Comunque, era quasi chiaro che ero giunto anch’io alla fine del viaggio nei GAP. Questo nuovo fascista, in compenso, faceva, poche domande. Parlava sempre lui. Sapeva tutto lui. In, una pausa riuscii a dire: « Bè, io sono qui, di tutte codeste cose non ne sò niente, mettetemi a confronto con codesti signori, vedrete che non mi conoscono ». « Signori, quelli — replicano i fascisti — delinquenti sono; delinquenti come te ». Si mettono a parlare tra sè i due borghesi. Ascolto, perché loro vogliono farsi sentire, si dicono che anche se hanno acciuffato soltanto me è chiaro che tra noi GAP ci conosciamo, né è prova il fatto che io ho avvicinato quei due in bicicletta. Domani faranno cantare me e altri verranno acciuffati, ormai hanno gli, anelli di una catena che si sta smagliando. Io ho riferito solo le domande e le risposte delle quali mi ricordo bene, ma in quelle due ore, tanto durò l’interrogatorio, i due fascisti avevano fatto un quadro preciso della nostra organizzazione, avevano nominato quasi tutte le piazze che: frequentavamo noi. Si erano soffermati sulle caratteristi-, che di altri gappisti e le loro informazioni corrispondevano ad alcuni nuovi gappisti che mi venivano in mente via via che essi li rammentavano e che io conoscevo solo di vista. Sia io che Luciano avevamo sempre evitato di conoscere più di quanto era strettamente necessario ma i nuovi arrivati, anche per quell’aria di prossima liberazione che si sentiva in giro, si comportavano in maniera diversa. Non si diventa cospiratori in alcuni giorni e non lo si diventa mai se non si ha il carattere necessario.

Con un ordine secco, il fascista più vecchio, si rivolse al capitano invitandolo ad accompagnarmi alla caserma Cavari, in via della Scala, perché mi tenessero a disposizione, a sua disposizione. Mentre escono dal portone il fascista più giovane urla « delinquente » e sputa verso di me.

Nell’ultima parte dell’interrogatorio i due ufficiali erano rimasti muti. Vedo che hanno dei pensieri. « Andiamo », con un cenno della testa escono dal portone, il tenente mi tiene per una mano. Dopo aver fatto alcuni passi, in via Condotta, sento che lascia la sua presa. Andiamo avanti in silenzio. Sono cosciente di essere perduto ma mi preoccupo ugualmente di disfarmi della carta d’identità falsa che ho in tasca. Penso di aspettare ancora un poco e adesso che ho le mani libere le metto dietro la schiena. Ho una giacca con gli spacchi sui fianchi, spero di farcela a sfilare dalla tasca i documenti falsi e a lasciarli cadere in terra augurandomi che nessuno mi veda, sarebbe ben ironico essere raggiunto da un passante che cortesemente mi apostrofasse, « vede signore ha perso i suoi documenti ».

Parla il capitano: « Non stare nel mezzo, vieni dalla mia parte ». Mi sposto sul lato destro, ho già notato che hanno entrambi la pistola in una fondina di quelle con il bottone automatico, sono le più veloci ad aprirsi. Dovrò comunque tentare di scappare. Se mi andrà male morirò, se sarò ferito dovranno per forza portarmi in Ospedale. Eviterò comunque le torture. Mi basta far passare una diecina di giorni. Tanti quanti sono necessari perché arrivino gli alleati. Ma forse arriveranno anche prima, so per certo che sono alle porte di Siena. Questa che stiamo attraversando non è una zona per tentare la fuga, è piena di fascisti, da qualche giorno il centro della città è solo per loro, si godono Firenze per gli ultimi giorni. Adesso hanno inventato un nuovo divertimento, tagliando le cravatte a tutti i passanti che incontrano, a quei pochi che non possono dimostrare di essere fascisti e che sono costretti ad avventurarsi in centro. Sì, adesso recarsi nel centro della città, per un uomo, è veramente un’avventura pericolosa. Il capitano comincia a parlare: « Hai un bel dire Aldo, che tu non sei un ribelle ma quei due ti conoscono benissimo. Ormai vi conoscono tutti ». Parlava in maniera distaccata come se lui non fosse un fascista come gli altri due. Prosegue dicendomi che lui e il tenente erano ufficiali dell’escicito, che le loro famiglie erano nella zona dove ci sono gli americani, che erano stati costretti ad aderire al fascismo per dovere di Patria, che avevano creduto che il fascismo repubblicano fosse diverso. Che non approvavano più certi metodi, e le torture, e le fucilazioni. Io li ascoltavo in silenzio. Ero convinto che quelli fossero solo discorsi per farmi dire quello che non volevo dire. Che avevano bisogno di una mia contraddizione. Continuavo a pensare a dove avrei tentato la fuga. Il posto migliore era all’incrocio tra via della Spada e via del Moro, ci sono tante stradine strette e pochi passanti. Ho ormai abbandonato l’idea di disfarmi dei documenti falsi, debbo scappare. Con la fuga firmo la mia condanna se l’impresa non mi riesce. Non sono in pensiero per la mia famiglia, sono sicuro che Luciano li avrà già avvertiti, con il tempo che è passato saranno già in salvo.

Abbiamo iniziato adesso via Strozzi. Il capitano si ferma: « Aldo — mi dice fissandomi negli occhi — noi adesso ti lasciamo andare. Noi stasera non rientriamo in caserma. Ci nascondiamo e aspettiamo l’arrivo degli americani, è solo questione di pochi giorni. Noi ti facciamo un grosso servigio, se avremo bisogno di te siamo sicuri che ci restituirai il favore ». Continuiamo a camminare, adesso stanno parlando tra loro di valigie, di abiti e di oggetti personali. Io sono rimasto muto; penso però che le loro parole sono solo un tranello e tento di mettermi al riparo. « Io vi ringrazio di tutto cuore per il fatto che non mi portiate in caserma, anche per mia madre che poveretta soffre di cuore — ormai avevo imparato il ritornello — e se non mi vede ritornare avrà sicuramente un attacco, ma con la stessa franchezza che avete usato voi debbo ripetervi che io non sono affatto un ribelle, che non conosco quelle persone che hanno nominato gli altri due signori ». Siamo sull’angolo di via Tornabuoni con via della Spada. Si fermano, pronunciano le parole che aspettavo con trepidazione: « Aldo puoi andare, noi andiamo di qua » e accennano verso piazza Antinori. Sussurro « Grazie, grazie tante », attraverso la strada, credo di sognare, non può finire così bene. Allora dicevano la verità, mi vogliono salvare. Mi ‘sento chiamare. Mi fermo. Non mi giro subito, penso che era troppo bello per essere vero. Mi raggiungono, uno dei due mi porge un biglietto da visita: « Questo sono io, lui si chiama… e con una matita aggiunge il cognome dell’altro, quanto a te sappiamo benissimo chi sei ».

* * *

 A questo punto il Partito consiglia e ordina a Aldo di andare in montagna fra le sicure braccia dei Partigiani della Brigata “Sinigaglia” nasce così il compagno “Fagiolo”

(Ad Un Partigiano Caduto – Giuseppe Bartali)

(Ad Un Partigiano Caduto – Giuseppe Bartali)
la strada che conduce
a quei giorni lontani di smeraldo
dove sostammo come creduli ragazzi
a creare coi sogni nelle vene
fantasie di speranze e di parole
fra pugni di “canaglie in armi”
Forse potrei dimenticare il giogo
che mi lega all’arco dei rimpianti
se soltanto le voci dei compagni
tornassero a cantare
come quando la vita dilagava
e tu portavi alla gioia di tutti
il tuo sorriso di fanciullo
e la forza serena dei tuoi occhi
Ma anche se il tempo non ricama
che fili d’ombra sulla memoria
e il tormento di quel assurdo giorno
quando attoniti restammo
davanti alla pietà della tua forca
è pur sempre l’ora della tua lotta
del tuo caldo vento di libertà
immenso come grembi di colombe
in volo fra fiori d’acquadiluna
Tu solo amico adesso
puoi scegliere i ritorni
e dirci ancora
col battito delle tue ali
le bellezze della vita
e le dolci innocenze della morte.

Giulio Stocchi–Tutto à perduto fuor che l’onore

Tutto è perduto fuorché l’onore

gridò re Francesco ritto

in mezzo ai cadaveri dei soldati

morti per il suo onore

Ad essi non restò che la pietà dei corvi

che neppure oggi viene negata

ai morti delle guerre

in cui tutto si guadagna fuorché l’ono

Giulio Stocchi – Sei musulmano?

Giulio Stocchi

Sei musulmano?

e senza attendere la risposta dell’albanese

che lavora a giornata nei boschi sui monti

continua: Non importa

per me può essere una matita

per te un portacenere per lui un accendino

Non importa il nome di Dio

Certo qualcosa c’è…

Ma la religione per me vuol dire

non farti del male

anche perché il male ti si è già attaccato addosso

che ti tocca lavorare

Poi tace cava un pacchetto gualcito

e gli offre una sigaretta

 

Giulio Stocchi – La semina del raccolto

Giulio Stocchi

La semina del raccolto

Coloro che furono

vivi

che amarono

che sognarono

che dubitarono

a braccia larghe

giacciono

sulla terra

con gli occhi

fissi al cielo

La voce che grida

pace

si perde nel silenzio

e solo le risponde

un vento

Sulle macerie

delle città di coloro

che furono

vivi

che sognarono

che amarono

che dubitarono

traccia i suoi enigmi

il fumo

E si leggono

nella semina

gli indizi

del raccolto

Mariano Rossi – Disposti a dare tutto

Disposti a dare tutto di Mariano Rossi

Eravamo nel lontano ottobre 1944 ed ormai i partigiani avevano perso la speranza che gli alleati riuscissero a sfondare la linea gotica prima dell’inverno. Le nostre previsioni erano state deluse in tutti i sensi, in quanto, se il freddo, i lanci più diradati, l’assottigliarsi di molte formazioni, potevano influire sul movimento della Resistenza, d’altro canto i nazifascisti, ben al corrente di questa situazione, cominciavano ad uscire con una certa baldanza dalle loro munite tane per commettere indiscriminati arresti (oggi si chiamerebbero «sequestri di persone », effettuati da gente che si autonominava «capo» o «capitano» o « maggiore » – tipo Carità – arruolando avanzi di galera o ragazzi di 14-15 anni, cui tutto era lecito), perquisizioni arbitrarie, furti, maltrattamenti e tutte quelle soperchierie che rasentavano la follia. Fu necessario allora nutrire sospetto su tutti, e quindi necessariamente controllare qualsiasi movimento avversario. In quel periodo la fortuna venne un po’ dalla nostra parte, dandoci la possibilità di entrare nella compagnia dei telefoni, la Telve, sotto le spoglie di telefonisti. Con questo mezzo il nostro servizio di informazioni raggiunse l’acme in quanto, se tutte le telefonate dei cittadini erano sotto il controllo della Questura, noi a nostra volta controllavamo tutte quelle della Questura, della Prefettura, delle Brigate nere, delle SS italiane e tedesche, e delle varie bande fasciste. Fu appunto sotto questa assidua sorveglianza che riuscimmo a captare le insistenti telefonate da Bergantino di un certo «maggiore Carità» al comandante delle Brigate nere di Vicenza, perché venisse trovato un alloggio (possibilmente. una villa) alla periferia della città,

Da queste telefonate venimmo a conoscenza di molti particolari. Erano con Carità (ex radiotecnico), il capitano Bacoccoli (ex impiegato di banca), il tenente Usai (ex guardia di finanza), il tenente Squilloni (ex detenuto per reati comuni), il tenente Castaldelli (cappellano spretato) e una banda raccogliticcia con molti ex detenuti e ragazzi giovanissimi. Il maggiore Carità asseriva di essere riuscito a «ritirarsi» da Firenze (non a fuggire, perché in questo caso avrebbero passato per le armi lui e tutta la sua gang). Ascoltammo tanti altri particolari raccapriccianti (forse più. o meno veritieri) da far accapponare la pelle. Il dialogo telefonico si svolgeva in genere tra Carità ed il comandante delle Brigate nere di Vicenza o qualche suo fedelissimo. Quando finalmente si riuscì a sapere che l’alloggio era stato trovato (Villa Piccoli a Bertesina) e che era stato fissato il giorno per lo spostamento della banda, ci si mise subito in contatto con Fraccon e con l’ingegner Prandina affinché con la trasmittente di quest’ultimo gli alleati venissero avvisati di prendere i provvedimenti aerei adeguati. A nulla valsero le nostre preghiere e le nostre insistenze: l’ingegner Prandina sosteneva che la notizia poteva non essere sicura, che potevamo aver capito male, che avvisare del fatto gli alleati voleva dire radere al suolo una villa veneta. Noi cercammo di contrapporre che le vite umane che la banda Carità pretendeva potevano ben valere anche una villa patrizia; ma le nostre argomentazioni non approdarono a nulla. Passarono alcuni giorni, forse qualche settimana, e una mattina, mentre stavamo appostati in un seminterrato, vedemmo passare proprio l’ingegner Prandina e Torquato Fraccon arrestati dai militi della SS e condotti verso il comando di via S. Marcello, ove un tempo aveva lo studio un noto avvocato vicentino. In questa sede i due prigionieri non si fermarono molto, in quanto dopo breve tempo furono condotti in via Fratelli Albanese ove aveva sede il distaccamento della banda Carità (Usai, Squilloni e Bacoccoli), e di qui, dopo una ventina di giorni, furono spediti a Mauthausen ove immolarono la loro vita per un’Italia libera e democratica.

Con questi arresti la filiale di Vicenza della banda Carità aveva inferto un duro colpo al movimento partigiano della zona, in quanto a mezzo di Prandina si poteva essere in continuo contatto con le forze alleate; tuttavia l’organizzazione, i comandi militari e il CLN provinciale potevano continuare egualmente la loro attività, sia pure usando maggiori precauzioni. Gli atti di sabotaggio continuavano, specie sui binari della linea Vicenza-Treviso, unico tronco che poteva in qualche modo arrivare in Austria; il Brennero era inutilizzabile come ferrovia e come strada. L’attività in montagna, seppur diminuita di molto, continuava a dar noie e a tener impegnato un certo numero di nazifascisti. A questo punto i comandanti della succursale di Vicenza della banda Carità, Usai, Bacoccoli e Squilloni, organizzarono un’azione in grande stile non priva di una certa astuzia. Fecero arrestare delle mezze figure o prelevarono dalle carceri di S. Biagio degli pseudo-partigiani finiti nelle mani della polizia per traffici illeciti (mercato nero) o per qualche sporadico contatto con i partigiani; promettendo loro la libertà riuscirono ad ottenere qualche notizia che non avevano ricavato da Prandina e da Fraccon. Se poi alcune notizie ottenute erano inventate, Usai e la sua banda non andavano molto a sottilizzare; il loro scopo era di arrestare. Questa operazione condusse all’arresto di parecchie persone, tra le quali i principali personaggi della Resistenza vicentina, sicché uno alla volta ci trovammo quasi tutti nella famigerata Villa Triste di via Fratelli Albanese. Di li riuscimmo a far uscire qualche messaggio per mettere in guardia gli esponenti ancora in libertà, soprattutto quelli della OC; ma essi rimasero al loro posto; in breve tempo ce li vedemmo comparire in stato d’arresto in via Fratelli Albanese o a Palazzo Giusti di Padova.

In un giorno del lontano 1944, all’imbrunire, quando le prime brume di un autunno precoce facevano cadere sulle vie deserte poche foglie morte che ancora indugiavano sugli stecchiti rami, stavo appollaiato quasi di fronte al comando delle SS, in una stanzetta semi interrata, per indagare su ogni piccola mossa dell’avversario.

Da una porticciola esterna un timido battito mi fece capire che doveva esserci qualche persona amica. Senza prendere le opportune precauzioni, sussurrai: «Spingi un po’ e vieni pure avanti ». Mi si presentò uno di quegli pseudo-partigiani prelevati dalla banda Carità nelle carceri di S. Biagio: era uno studente. Questo traditore piagnucoloso mi chiese soldi del CLN per poter aiutare la madre di «Lupo)} (un partigiano che io sapevo che si sarebbe fatto uccidere piuttosto che chiedere un aiuto), gravemente ammalata. Sapevo che «Lupo» in quel momento doveva essere sui binati della linea Vicenza-Treviso per un’azione di sabotaggio; compresi d’intuito il tradimento e gli risposi che non sapevo cosa fosse il CLN e tanto meno chi era « Lupo ». Mi rigirai per infilare la porta di sicurezza, che sboccava in un’altra strada, ma non ne ebbi il tempo, perché una masnada di SS e brigate nere entrò con i mitra puntati, strappò al traditore le 100 lire che teneva in mano e che confessò di aver ricevuto da me per aiutate la mamma di un partigiano che egli aveva conosciuto in carcere. Li per li mi preoccupai relativamente, giacché vedevo molte possibilità per difendermi dall’accusa; ciò che invece mi preoccupava era la sede cui ero destinato. Passammo per il ponte Pusterla e capii allora che la sede era il comando delle Brigate nere. Li giunto, mi imbattei in un compagno di scuola; il feroce manigoldo, battendomi sulla spalla, mi assicurò che non c’era nulla a mio riguardo e certamente doveva trattarsi di un errore. In questa sede rimasi un paio di giorni, sottoposto a continui interrogatori da parte del comandante delle Brigate nere e di Berenzi, l’allora direttore del giornale « Popolo vicentino ». Capii benissimo che questi interrogatori non potevano approdare a nulla, in quanto, nonostante i ceffoni e le scatolette di carne che mi giungevano in testa da tutte le parti, « confessai» solo notizie di capi partigiani che ben sapevo al sicuro o con il maquis in Val d’Aosta o sul Pasubio, zona che per i nazifascisti era tabu. Fu deciso allora di mandarmi in Questura; ma strada facendo incontrai nuovamente quel vecchio compagno di scuola che, ripetendo i complimenti di due giorni prima, mi consegnò alle SS della banda Carità. Prelevarono anche la mia fidanzata e la mia futura suocera, portando la prima in via Fratelli Albanese, mentre la seconda fu fatta attendere in un bar assicurandola che dopo breve tempo le avrebbero rimandato la figlia. La figlia ritornò a casa dopo oltre un mese e mezzo. Non fui interrogato subito, ma solo dopo due o tre giorni, quando la compagnia di prigionieri cominciava ad ingrossarsi. Il mio interrogatorio fu tenuto da Usai e Squilloni con l’accompagnamento di qualche ceffone. Interrogarono la mia fidanzata, che fortunatamente poco sapeva dei miei raggiri. Mi rinterrogarono a lungo minacciandomi di morte, di campo di concentramento, ecc. Dal canto mio cercavo di parlare molto, prevenendo ed anticipando le loro domande. Finché per ultimo non dissero: « Penserà il maggiore a farti dire la verità! » Mi cacciarono in una cantina, dove trovai un po’ di caldo, essendoci la caldaia del termo, e quattro amici: il ragionier Rizzati, l’avvocato Gallo, il grande invalido di Russia Renni Da Rio e l’autista Magrin, che più volte mi aveva trasportato armi e munizioni col suo camion. Quest’ultimo, di corporatura molto robusta (oltre due metri d’altezza e 130 kg di peso), non ricevette alcuna « pressione» e dopo una settimana fu rilasciato. Rimanemmo in questa cantina per qualche tempo, finché un bel mattino ci trasferirono in una villa accanto ave trovammo il grosso della compagnia; tra i molti, Faccio, i fratelli Campagnolo, « Cavallo» ed alcune staffette. Fu assegnata una stanza per noi quattro, e di tanto in tanto venivamo chiamati per interrogatori, confronti, chiarimenti di contraddizioni riscontrate durante gli interrogatori, ecc. Il più tormentato per questi confronti, ricordo, era l’avvocato Gallo, in quanto nella perquisizione fatta nella sua casa a Lonigo, per un puro e fortuito caso avevano trovato delle carte compromettenti nascoste in una poltrona. I giorni intanto passavano monotoni e si sentiva avvicinarsi il giorno del trasferimento a Padova. La rete di informazioni era ormai ben stabilita, per cui conoscemmo anche il giorno di partenza per Palazzo Giusti. Ovviamente si pensò subito a Renni Da Rin che, con il torace ed un braccio ingessati, non poteva correre il rischio di una nuova avventura. Si decise cosi di rompergli l’ingessatura per farlo ricoverare in ospedale. Venne il momento dell’operazione. Ci provammo tutti e tre, ma l’ingessatura era ben fatta; alla fine venne occasionalmente toccato un punto più debole degli altri e l’ingessatura in parte si ruppe e in parte s’incrinò: il braccio fratturato rimase penzoloni provocando, con le costole fratturate, dei dolori lancinanti. Chiamammo subito gli sgherri, raccontando loro di una caduta dal tavolo e questi, per non prendersi ulteriori responsabilità soprattutto verso la cittadinanza, portarono il Da Rin all’ospedale, naturalmente piantonandolo. Per noi fu un sollievo, soprattutto quando, dopo pochi giorni, ci fecero salire su alcune macchine e all’imbrunire ci condussero nel famoso Palazzo Giusti, graditi ospiti del radiotecnico Carità.

Arrivammo alla sera. Entrammo in un bell’androne, ci fecero scendere dalle macchine, e quindi salimmo un signorile scalone fino ad un’anticamera ove trovammo altri prigionieri. Nessuno parlava, nessuno riconosceva i compagni. Bisognava solo attendere in piedi non si sa cosa. Finalmente, saranno state forse le ventidue, vedemmo arrivare altri due prigionieri che portavano un pentolone, seguiti da un losco individuo che a sua volta portava a tracolla una catena cui erano appese molte chiavi. Ci distribuirono una razione piuttosto scarsa di pasta (i « tubi.). Verso le due di notte ci fu aperto uno studio che dava su questa anticamera, e ci fu concesso di entrare per passarvi la notte. Accovacciati l’uno vicino all’altro accanto a una stufetta elettrica, riuscimmo ad addormentarci alla meno peggio. Dopo quattro o cinque ore ci svegliarono e ci passarono tutti indistintamente nel salone. Qui rimanemmo per qualche settimana. Di questo periodo non voglio qui ricordare i momenti tragici e feroci degli interrogatori. Preferisco annotare qualche allegro episodio. In precedenza eravamo riusciti ad avvisare i due esponenti della DC, il professar Nicoletti e l’avvocato Rumor, che la banda Carità era sulle loro tracce. Senonché, una sera vedemmo arrivare sorridente, in pelliccia e con la borsa d’avvocato piena di ogni ben di dio (salami, pane abbrustolito, formaggio ed altre cibarie), l’avv. Rumor. Non si era ancora acclimatato, quando ci chiese se avevamo già desinato.

Con Giordano Campagnolo, seduto vicino a noi, gli rispondemmo di si, consigliandolo di fare uno spuntino con le sue provviste. Rinfrancato, apri la borsa nella penombra e poté rifocillarsi. Poi si addormentò, avvolto per bene nella calda pelliccia, avendo come cuscino la famosa borsa. Ma verso le due di notte venne il solito sgherro e portò Rumor all’interrogatorio. Naturalmente ci svegliammo anche noi (Campagnolo, Gallo ed io), ci guardammo in faccia, osservammo la porta che inghiottiva l’avvocato Rumor e senza tanti indugi ci buttammo sulla borsa della provvidenza: non rimasero briciole. Verso le cinque, quando Rumor uscì barcollando dallo studio di Carità con un occhio tumefatto e attivò al suo posto, noi apparentemente dormienti, si sdraiò come un morto rimettendo la borsa a far da cuscino. Vedemmo che per un po’ non riusciva a trovar pace, ma poi si addormentò. Quando finalmente si accorse che le provviste erano scomparse, si girò di scatto verso l’avvocato Gallo e disse imprecando che credeva di trovarsi solo tra prigionieri politici e non anche tra ladri. Gallo stette al giuoco allontanando da noi ogni sospetto. Rumor imprecò ancora un poco e poi cominciò a raccontare la sua avventura con Carita.

Passarono dei giorni e alcuni prigionieri, i più pericolosi, furono gentilmente buttati nella ( nave ) con il professor Meneghetti – e tra questi Gallo, Follieri, Giordano Campagnolo e me – nella più infame cella di tutto il palazzo, lunga quattro metri, larga due, divisa in due parti da una parete di legno dove c’era un microfono che registrava le nostre conversazioni. lo credo che la parola più decente registrata dal nastro fosse quella di Cambronne. Ovviamente, la cella divisa in due aveva murata la finestra che dava sul cortile. La respirazione quindi, col passare delle ore, si faceva sempre pili difficoltosa.

Gonelli, il famoso carceriere che avevamo visto la prima sera accompagnare i distributori del rancio, altro non era se non un volgare borseggiatore uscito dalle carceri toscane. Al posto del professar Geremia, per la distribuzione del rancio, un bel giorno scelse me e l’amico Giordano Campagnolo.

Quella fu una vera pacchia, perché ci fu possibile comunicare con tutti i prigionieri, sia con quelli rinchiusi nelle celle adiacenti alle stalle, come eravamo noi, sia con quelli rinchiusi nelle soffitte, i meno pericolosi, sia con quelli dell’infermeria, dove erano ricoverati spesso i prigionieri dopo l’interrogatorio. Il nostro sistema di distribuzione del rancio piacque a Gonelli e gli ispirò fiducia, tanto che un bel giorno ci diede l’incarico assieme a Boscardin di vuotare le cantine di Palazzo Giusti, dove il carbone era stato quasi sommerso da acqua di fogna. Ma anche questo lavoro fini e Gonelli escogitò altri modi per farci lavorare. Cominciò col farci scavare nel giardino una buca larga l x 1 m e profonda due metri. Ci chiedevamo cosa potesse servire e lo capimmo ben presto: Gonelli ci mostrò che le buche dove tutti i prigionieri facevano le proprie necessità fisiologiche erano colme e quindi bisognava vuotarle mettendo il contenuto nella buca scavata in giardino. Cominciammo cos( il nostro puzzolente lavoro che aveva l’unico vantaggio di lasciare più aria per respirare ai due prigionieri che rimanevano in cella. Un giorno, il freddo intenso impediva il diffondersi del fetore; gli amici delle soffitte i « meno pericolosi », vennero nel giardino a prendere aria, e protestarono perché a noi, a Campagnolo e a me, era concesso· lavorare all’aria aperta. Uno dei più accesi era l’avvocato Rumor. Il nostro guardiano pensò bene allora di invitare l’avvocato ad aiutarci; egli di corsa si staccò dal gruppo e corse verso di me, mi strappò quasi la secchia per far vedere la sua buona volontà. Ma, e fu un attimo, una frazione di secondo, guardò le mie braccia, la secchia, emise un suono imprecisato, e disse: «E no, osti! sta qua la xe merda!» E annusandosi le mani, rientrò nella schiera dei « meno pericolosi ». Questo lavoro, cioè calarsi in qualche modo nella fogna, riempire le secchie e vuotarle nella buca scavata in giardino, durava da qualche settimana; un bel giorno, essendo arrivati quasi all’orlo della buca, chiedemmo a Gonelli: «E come la chiudiamo? » Al che ci rispose in perfetto toscanaccio: ., E la terra perché l’avete scavata? Quella serve appunto per coprire tutto, imbecilli! – e dopo una pausa – … e avete anche studiato! ».

Ossequienti, tappammo con un po’ di terra, quella poca che poteva essere assorbita dal liquame, lo strato mancante. A questo punto speravo di avere la rivincita con Gonelli e gli chiesi con un sorriso mezzo idiota e mezzo burlesco: «E della terra rimasta cosa ne facciamo? )lo Mi aspettavo una risposta imbarazzante. Invece lui: «Povero cretino, si fa un’altra buca e si rimette dentro! » Questo giochetto durò fino alla fine di gennaio; poi finalmente si accorsero che la fogna era ripulita per bene e la terra era una grande massa. Perciò ci fecero costruire una specie di rifugio antiaereo e con questo utilizzammo tutta la terra.

A metà marzo fui chiamato da Carità nel suo studio. Pensavo di dover affrontare un interrogatorio, in quanto dal mio arrivo non ero ancora mai stato chiamato. Carità mi mise davanti quattro fogli di carta uso bollo dattiloscritti e mi ingiunse di firmare. Ovviamente presi i fogli in mano e cominciai a leggere. Credo di non aver finito la prima riga, che mi sentii arrivare un calcio nel sedere e finii con la testa sulla pancia di Carità. Il calcio era di Trentanove, un ragazzo che si faceva chiamare tenente. Questi mi impose di firmare, in quanto, se non lo avessi fatto, non ci sarebbe stata nessuna speranza di salvezza per me. Firmai senza discutere. Da quel giorno passai in una cella con Gallo, Follied, Cerchio e Faccio, e non mi fu più possibile uscire. Spero un giorno di poter raccontare con maggiori particolari, ricordando le ansie e il coraggio di tutti, per ricostruire quel grande periodo trascorso da veri partigiani, disposti a dare tutto, anche la vita, per un ideale di patria libera e democratica.

Enrico Parnigotto – Il sacrificio per una saggia Libertà

Il sacrificio per una saggia libertà di Enrico Parnigotto

Perseguitato in quel tempo per le mie idee antifasciste, ero allora pedinato dai nazifascisti. Dapprima non me ne ero accorto, ma in seguito me ne resi purtroppo conto. Ero alla macchia anche perché non avevo obbedito al reclutamento di lavoro dell’allora impresa Todt. Avevo abbandonato i miei impegni di lavoro con la scuola e saltuariamente andavo a trovare la mamma, spostandomi in bicicletta dalla zona di Bassano che era il mio nuovo rifugio. Una notte dei primi d’aprile del ’45 una squadra di militi suonò alla mia abitazione. Apri mia madre, dopo aver a lungo tergiversato con loro sul cancello, mentre io scappavo dalla parte del giardino retrostante. Sapevano che ero in casa, i dinieghi di mia madre minacciata con il mitra a nulla valsero. Alla fine ella mi chiamò e mio malgrado dovetti arrendermi. Mi malmenarono e perquisirono la casa, poi con il mitra puntato alla schiena mi condussero a Palazzo Giusti. Erano passati pochi giorni dall’uccisione del professar Todesco, mio carissimo amico e compagno di lotta; pensavo di star facendo la sua stessa fine. Giunto a Palazzo Giusti, attesi mezz’ora nel salone. L’arresto era stato effettuato da Lotto, Cecchi e altri tre di cui non conobbi il nome; erano tutti armati di mitra e pistole. Nella sala dov’ero in attesa sentii nel frattempo alcune grida che più tardi seppi essere di un povero giovane sottoposto alla tortura della macchinetta elettrica. L’interrogatorio, iniziato da Lotto, fu poi continuato da Squilloni, un pezzo d’uomo grande, villano e sempre ubriaco, dal tenente Tecca e altri. Lotto cominciò a picchiarmi quando mi senti negare le accuse fattemi; Squilloni continuò l’opera e alla fine intervenne anche Tecca: l’interrogatorio prosegui fino alle sei e mezzo del mattino e mi venne pure applicata la macchinetta. Due fili molto lunghi mi vennero avvolti attorno ai polsi, dopo alcuni secondi Lotto ordinò di aprire, ne segui un urlo lancinante. Ancora prima immaginavo che la scossa sarebbe stata tremenda e mi ero proposto di non gridare. Ma il dolore era talmente repentino e agiva in modo tale sui nervi da rendere impossibile il controllo e l’urlo sgorgava istintivo e feroce dagli angoli più profondi della nostra sensibilità, come per una liberazione dal tormento. Nel frattempo continuavano le domande insistenti ei pugni. Volevano sapere i nomi dei miei amici, la relazione che avevo con gli esponenti del Comitato di Liberazione e con noti antifascisti della città; volevano la confessione di aver picchiato uno squadrista l’8 settembre, di aver fatto disegni di propaganda e di aver svolto attività antifascista nella scuola. Dopo questo lungo e brutale interrogatorio, durante il quale non un’ammissione o un nome usci dalla mia bocca, mi buttarono nella cameretta del secondo piano con gli occhi tumefatti e ridotto uno straccio. Benevoli e affettuosi, i compagni della soffitta mi si fecero incontro cercando di alleviare il mio dolore; mi lavarono la faccia e mi diedero dei corroboranti. Ricordo come ora il buon don Luigi Panarotto, l’Avossa, il compagno Faccio, don Giovanni Apolloni e altri. U rimasi sino alla fine della guerra e ne uscimmo tutti nei giorni della Liberazione. Ricordi tristi, ma il sacrificio rimarrà per noi e per i nostri figli come espressione di speranza in una saggia libertà e in una maggiore comprensione tra le genti.

 

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