Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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Adorno Bongianni – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

 

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ornÈ destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”
Adorno Borgianni
Di anni 19 – contadino – nato a Chiusdino (Siena) il 1° aprile 1924 – Chiamato alle armi il 25 febbraio 1944, si dà alla macchia – si unisce a un distaccamento della Divisione d’assalto Garibaldi « Spartaco Lavagnini » operante nella zona di Siena — Catturato all’alba dell’11 marzo 1944, con altri 15 che saranno tutti fucilati, nel corso di un rastrellamento condotto in Comune di Monticiano da militi della G.N.R. di Siena -percosso – tradotto a Monticiano, poi nella casermetta di Siena -. Processato il 13 marzo 1944, nella Caserma di Santa Chiara, dal Tribunale Militare Straordinario di Siena
Fucilato alle ore 17,30del 13 marzo 1944 nella Caserma Lamarmora di Siena, con Primo Simi.

Carissima famiglia,

io mi trovo condannato con la mia pena di morte ormai il mio de­stino è questo fatevi tanto e tanto coraggio ormai è cosí e vi saluto tutti i miei genitori e mio o fratello e sorella e parenti di farvi tanto e tanto coraggio.

Vostro figlio

Adorno

Aggiungo il mio termine che ho fatto una Santa Comunione. Vostro figlio

Adorno

E vorrei la grazia di essere seppellito al mio paese con un bellissimo trasporto.

Vostro figlio

Adorno Borgianni

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

 

Einaudi Editore 1952

Giuseppe Gioacchino Belli – Accusí và er monno

Giuseppe Gioacchino Belli
Accusí và er monno

Quanto sei bbono a stattene a ppijjà 1

perché er monno vô ccurre 2 pe l’ingiù:
che tte ne frega 3 a tté? llassel’annà:
tanto che speri? aritirallo sù?

Che tte preme la ggente che vvierà, 4

quanno a bbon conto sei crepato tu?
Oh ttira, fijjo mio, tira a ccampà,
e a ste cazzate 5 nun penzacce 6 ppiù.

Ma ppiú de Ggesucristo che ssudò

’na camiscia de sangue pe vvedé
de sarvà ttutti; eppoi che ne cacciò?

Pe cchi vvò vvive 7 l’anni de Novè

ciò 8 un zegreto sicuro, e tte lo dò:
lo ssciroppetto der dottor Me ne… 9

Roma, 14 novembre 1831 – Der medemo

1 Startene a pigliar pena. 2 Correre. 3 Che te ne cale. 4 Verrà. 5 Sciocchezze. 6 Non pensarci. 7 Vuol vivere. 8 Ci ho: ho. 9 Me ne buggero: non me ne incarico.

Anonimo – Versi del “Lof”

Versi del “LOFF”

Quando sento eia eia alalà mi me scapi de cagà
e al grido "A noi! A Noi!" mi s’infiamman l’emoroid
Il
Quell’ometto di Predappio
senza tanti complimenti
a noi tutti ha messo il cappio
ma ci vuole ínfin contenti.
Che se Dio c’ha una giustizia
gli regali l’itterizia:
lo trasformi in un cinese
e lo mandi a quel paese!
III
Dalla camicia bianca
alla camicia nera
figli di una vacca stanca
uomini di "ruderi" (pattumiera)
i vostri musi duri
verranno spiaccicati contro i muri.
IV
Mussolini testa pelata
dell’Italia poveretta
tu hai fatto una frittata:
che ti venga la caghetta!
V
Quel faccione sul balcone
che di nome fa Benito
che vuol dire Benedetto
quel faccione sul balcone
bene sia maledetto.

Giuseppe Ungaretti – San Martino del Carso

Giuseppe Ungaretti

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Beppe Clerici e Daysi Lumini – Torna da una guerra un soldato

Beppe Clerici e Daysi Lumini

Torna da una guerra un soldato

Torna da in guerra un soldato oggidì
Torna da in guerra un soldato oggidì
È senza scarpe e malvestì
Dove vieni soldato oggidì

Signora torno dalla guerra oggidì
Signora torno dalla guerra oggidì
Portate un po’ di quel buon vi
Per il soldato che ritorna oggidì

E quel soldà si mette a bere oggidì
E quel soldà si mette a bere oggidì
Si mette a bere e a cantar
E la ostessa sospirar oggidì

Ditemi un po’ o bella ostessa oggidì
Ditemi un po’ o bella ostessa oggidì
A farvi sospira cos’è?
È forse il vino dato a me oggidì

Non è quel vino a darmi pena oggidì
Non è quel vino a darmi pena oggidì
Ma il mio marito che è partì
E voi gli somigliare tanto oggidì

Ditemi un po’ o bella ostessa oggidì
Ditemi un po’ o bella ostessa oggidì
Da lui aveste tre figliol
E son ben quattro a dirvi mamma oggidì

False notizie ho avuto fino a oggidì
False notizie ho avuto fino a oggidì
Che era morto il mio marì
E in moglie a un altro mi ritrovo oggidì

Il vino in lacrime si cambia oggidì
Il vino in lacrime si cambia oggidì
Vuota il bicchiere bel solda
Non dice grazie e se ne va

http://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=117&lang=it

Achille Barillatti (Gilberto della Valle)Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”
Achille Barilatti (Gilberto della Valle)
DI anni 22 – studente in Scienze Economiche e Commerciali – nato a Macerata il 16 settembre 1921 -. Tenente di Complemento di Artiglieria, dopo 1’8 settembre ’43 raggiunge Ventignano sulle alture maceratesi, dove nei successivi mesi si vanno organizzando formazioni partigiane – dal « Gruppo Patrioti Nicolò » è designato comandante del distaccamento di Montalto -. Catturato all’alba del 22 marzo 1944, nel corso di un rastrellamento effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto – mentre 26 dei suoi sono fucilati immediatamente sul posto e 5 vengono salvati grazie al suo intervento, egli viene trasportato a Muccia (Macerata) ed interrogato da un ufficiale tedesco ed uno fascista -. Fucilato senza processo alle ore 18,25 del 23 marzo 1944, contro la cinta del cimitero di Muccia -. Medaglia d’10ro al V.M.
Mamma adorata,
quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio,-ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l’ITALIA LIBERA! Achille
Dita adorata,
la fine che prevedevo è arrivata. Muoio ammazzato per la mia Pa­tria. Addio Dita non dimenticarmi mai e ricorda che tanto ti ho amata.
Vai da mia Madre a Passo di Treia appena potrai, tale il mio ultimo desiderio.
Muoio da forte onestamente come ho vissuto. Addio Dita, addio gnau mio
AchilleI
Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza ItalianaEinaudi Editore 1952

Beppe Clerici e Daysi Lumini – Perchè quei cannoni?

Beppe Clerici e Daysi Lumini

Perchè quei cannoni?

"Perché, perché quei cannoni che fanno tanto rumore?
Perché, perché quei cannoni?"
"Per fare la guerra bambino!"

"Perché, perché quelle guerre così numerose?
Perché, perché quelle guerre"
"Per far marciare le officine!"

"Perché, perché quelle officine che non servono a niente?
Perché, perché quelle officine?"
"Per dar lavoro alla gente"

"Perché, perché quel lavoro, duro e faticoso?
Perché, perché quel lavoro?"
"Per guadagnare danaro!"

"Perché, perché quel danaro è così importante?
Perché, perché quel danaro"
"Per comperare i cannoni!"

"Perché, perché quei cannoni che ci costan tanto?
Perché, perché quei cannoni?"
"Per fare la guerra, bambino!

http://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=117&lang=it

Giulio Stocchi “Alla mano sinistra ravvolse la lunga chioma bianca

Giulio Stocchi

“Alla mano sinistra ravvolse la lunga chioma bianca
e con la destra gli spinse nel fianco fino all’elsa la lucida spada.
Questa fu la fine di Priamo”
che Neottolemo uccise “davanti all’altare divino”
dove il vecchio re si raccolse in preghiera
“curvo sopra il sangue del figlio”
L’epoca nostra è indubbiamente più gentile:
chi prega non viene almeno per il momento
trafitto
ma multato come avviene
davanti alla Moschea
per le strade di questa misera città
che si chiama Milano

Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Livia Borsi Rossi – Le donne nella Resistenza

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Livia Borsi Rossi

 

(…) All’8 settembre ero all’ospedale, perché avevo avuto un aborto, non fatto da me, ma casuale. Sento gridare, gridare, gridare. Mi son presa paura, mi sono messa la vestaglia, sono scesa sotto. C’erano dei camion carichi di militari: chi era senza una gamba, chi ferito alla testa. «Assassini! Fino a mezzanotte ci sono stati amici, hanno giocato con noi alle carte », raccontavano questi militari, «poi ci hanno sparato addosso come a delle bestie! » Erano i tedeschi che li avevano assaliti. (…) Ho domandato il permesso di andarmene, perché avevo tre figli, e sono tornata a casa.

 

(…) Un giorno i tedeschi, ubriachi, vanno nel bar li a Teglia, rompono tutto, poi vengono su in casa mia: hanno aperto i cassetti e buttato all’aria di qua e di là le cose che c’erano dentro: cercavano, ma non han trovato niente. E han preso mio marito, l’hanno portato giù dove avevano il Comando e gli han dato tante di quelle botte, tante di quelle botte! C’era sangue dappertutto; io dicevo a mio figlio: «Guarda, è tutto sporco di sangue; vedrai che l’hanno ammazzato papà! » I bambini gridavano. Quella notte non ho dormito in casa: siamo scappati e siamo andati a dormire alla Croce azzurra di Barabino, che era la Pubblica assistenza. Sono andata là e gli ho detto: «I tedeschi hanno preso mio marito, l’hanno picchiato, io non so dov’è, per non stare in casa sono venuta qua». Ci siamo alloggiati li io, Ernesto, la Delina, mia sorella e mio padre, che aveva settantott’anni. (…) L’indomani mattina sono venuta via dalla Croce azzurra, perché avevo anche paura che facessero del male a quei ragazzi dell’Assistenza: avevo la testa sul collo, pensavo a queste cose. Vado dalla bottegaia vicino a casa mia, che mi dice: «Di suo marito io non so niente». Allora mio figlio si fa coraggio ed entra in casa. Trova un biglietto nascosto, con scritto: «Sono all’ospedale».(…) Era tutto rotto, l’avevano massacrato: una costola fracassata, un braccio a pezzi. Venticinque giorni l’han tenuto all’ospedale! Allora ho domandato ai miei compagni del partito cosa dovevo fare. Perché avevo già cominciato a portare delle munizioni. Su un monte vicino a Genova i nostri militari avevano lasciato delle munizioni, e mio figlio Ernesto, che aveva sedici

anni, e mia figlia Delina, che ne aveva quattordici, me le portavano in casa, alla villa Rosa, dove c’erano i tedeschi. Avevano un coraggio da leone. Io rischiavo: da casa mia, passando sotto il naso ai tedeschi, portavo queste munizioni a Teglia in casa di una che si chiamava i Checca, e poi veniva a prenderle suo cognato, che stava a Cornigliano, e andavano a finire nelle mani dei partigiani di città, i gappisti. Buttavano le bombe sui treni, procuravano le armi, facevano colpi di mano, i gappisti: erano in pericolo più degli altri. La prima volta ho portato quaranta chili di balistite, a sacchetti, due per volta, e a casa della Checca c’erano anche la Colomba e la Parma, che erano due donne che stavano in quella scala, ed è stato quando hanno fatto il primo sciopero, nel dicembre del ’43. Un giorno Ernesto mi ha portato un mucchio di caricatori, e io ho portato anche quelli. Mio marito non ha mai saputo niente: lui non sapeva quel che facevo io, e io non sapevo quel che faceva lui; perché anche lui c’era. Io mi domando delle volte come ho fatto ad avere un coraggio simile. Si vede che poi qualcheduno ha fatto un po’ la spia ed è magari per questo che hanno preso mio marito e l’hanno picchiato. Quando ho domandato ai compagni cosa dovevo fare, m’han detto: «Per il momento stai ferma, perché potrebbero pedinarti…»

 

(…)Una sera, ai primi di luglio, ammazzano un repubblichino, che stava poco distante da me. L ‘hanno ammazzato che erano le 8 e tanti, vicino al palazzo di Nasturzio. Io ero andata in galleria a portare la mia bambina più piccola, perché lei ed Ernesto dormivano là: quella era una galleria grande, e la gente ci dormiva anche. Invece la Delina stava a dormire con me: era come me, non aveva paura di niente. Alla mezzanotte arriva la squadra d’azione, e spara di qua, spara di là. Uno che abitava in un palazzo vicino alla villa Rosa ha sentito quel rumore, è andato alla finestra nel sonno, gli hanno sparato, e gli hanno staccato la testa. Un altro era ferito da una bomba e gridava: «Aiuto! aiuto! » ma nessuno si muoveva, perché avevano paura. Tutti gli uomini scappavano dalla parte dietro del palazzo, dove c’era un seminato, per non esser presi. Picchiano alla porta di casa mia e mi cercano. «Sta qua Borsi Livia?» Ho aspettato un po’ per non far vedere che ero sveglia e ho detto: «Sì». «Apra la porta. Siamo le…» Non mi ricordo più cos’han detto. lo ho aperto la porta. Erano repubblichini. «Chi è Borsi Livia? È lei?» «Io». «Si vesta, venga con noi».

 

 

Tratto da

 

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza

Chiara Ferrari – Partigiano ha cento penne

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Il partigiano o Il bersagliere ha cento penne è un adattamento di una canzoni militare, alpina, da parte di partigiani che ne hanno fatto una canzone di lotta per la Liberazione. Questo motivo nasce dai partigiani operanti sulle montagne liguri nel 1944, ma lo si ritrova in tutte le regioni dove avvenne la Resistenza. In questo canto si afferma la superiorità del partigiano sugli altri soldati, quelli regolari, che non hanno scelto quella vita: il partigiano è povero, non ha penne sul berretto, ma combatte per la libertà

Per ascoltare

La canzone

https://youtu.be/SBSN9rHE_Ak

Il bersagliere ha cento penne

e l’alpino ne ha una sola

il partigiano ne ha nessuna

e sta sui monti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve,

la bufera dell’inverno,

ma se venisse anche l’inferno

il partigiano riman lassù.

Quando viene la notte scura

tutti dormono alla pieve,

ma camminando sopra la neve

il partigiano scende in azion.

Quando poi ferito cade

non piangetelo dentro al cuore,

perché se libero un uomo muore

che cosa importa di morir.