Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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Giulio Stocchi – Melma

Giulio Stocchi

Melma

è una parola che deriva dal longobardo
e significa
-leggo sul vocabolario-:
Terra abbondantemente intrisa d’acqua
attaccaticcia
che si trova spesso sul fondo dei fiumi
E in senso figurato:
endemica bruttura morale
Chissà se lo sanno le camicie verdi
che raccolgono in
un’ampolla l’acqua del grande fiume
invocando i longobardi loro avi?

Roberto Ricotti condannato a morte

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Roberto Ricotti

Di anni 22 – meccanico – nato a Milano il 7 giugno 1924 -. Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all’organizzazione militare dei giovani del proprio rione – nell’agosto 1944 è commissario politico della 124^ Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù -. Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù – tradotto nella sede dell’OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore – più volte seviziato -. Processato il 12 gennaio 1945, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 14 gennaio 1945 al campo sportivo Giurati di Milano, con Roberto Giardino ed altri sette partigiani -. Proposto per la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

S. Vittore 13.1.’45

A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore…

Roberto Ricotti Condannato a morte

Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita…! a te io dono gli ultimi miei battiti d’amore… Addio Livia, tuo in eterno…

Roberto

14.1.’45

Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia… Il Comunismo!! Coraggio addio! Roberto Ricotti

14.1.’45

Lascio a tutti i compagni, la mia fede, il mio entusiasmo, il mio incitamento. Roberto Ricotti

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Mario Porzio Vernino (Stalino)

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Mario Porzio Vernino (Stalino)

Di anni 25 – agricoltore – nato a Fara Novarese (Novara) il 6 marzo 1920 -. Sergente Maggiore dell’Esercito Italiano in zona d’occupazione jugoslava, dopo 1’8 settembre ’43 si unisce ai partigiani sotto il comando di Tito con i quali combatte fino al maggio ’44 — Riuscito a rimpatriare, nel luglio 44 raggiunge la VI Divisione Alpina Cana­vesana G.L. in cui milita con il grado di Capitano e l’incarico di ispettore dei campi di lancio -. Sorpreso con quattro compagni, il 14 marzo 1945, nel centro partigiano d’intendenza dell’Argentera di Rivarolo Canavese (Torino), da elementi della Divi­sione « Folgore » – tradotto a Volpiano (Torino) – per tre giorni sottoposto con i com­pagni a continui interrogatori e sevizie -. Fucilato il 22 marzo 1945 contro il muro di cinta del cimitero dell’Argentera di Rivarolo Canavese, da militi della « Folgore », con Alessandro Bianco, Renzo Scognamiglio, Sergio Tamietti e Antonio Ugolini
Carissimi,
il 19 e. m. sono stato catturato da reparti paracadutisti. Oggi 22 marzo sono fucilato. Non pensate a me, perché la mia coscienza è tran­quilla.
Mario

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana
Einaudi Editore 1952

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Mario Luzzi – 11 settembre

Mario Luzzi

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia

sorelle di opulenza

gemelle di dominanza,

cessate di torreggiare

nel lutto e nel compianto

dopo il crollo e la voragine,

dopo lo scempio.

Vi ha una fede sanguinosa

in un attimo

ridotte a niente.

Sia umile e dolente,

non sia furibondo

lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati

in quella frenesia di morte

dell’estremo affronto i sangui,

l’arabo, l’ebreo,

il cristiano, l’indio.

E ora vi richiamerà

qualcuno ai vostri fasti.

Risorgete, risorgete,

non più torri, ma steli,

gigli di preghiera.

Avvenga per desiderio

di pace. Di pace vera.

Mario Luzi

Roberto Roversi Da «Il tedesco imperatore»

Roberto Roversi

Da «Il tedesco imperatore»

Quando venni in Lombardia

ero giovane, allora.

Per strade róse dai fischi dei vapori

il pianto di un ragazzo

migrò libero verso la frontiera:

l’ombra dei montanari saliva verso il cielo

e in tiepidi restaurants i camerieri

scoprivano agli ufficiali

distratti da un occhio adolescente

fragili zuppiere.

Nel rifugio della stazione,

mentre i treni bruciavano

bianchi neri contro le vetrate,

la donna appoggiò i chiari

capelli sul mio zaino.

Terra per eserciti

in fuga verso i monti.

Tremano al lume della luna le giovani foglie.

Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.

In due giorni di cammino

sui laghi volarono,

col balzo delle trote, le speranze.

A Novara, a Novara;

oh a Novara, in un osteria

avvinghiata da caserme bruciate;

un uomo grida sul prato della periferia,

al mattino era morto. Ivrea, Aosta…

su quelle strade marciavo e per i monti

frustrato da tristezza, dai ricordi.

da «Tutto bruciato»

Marco appare. "Il paese bruciato.

Guarda le case, tronchi senza vita,

macerie, polvere.

La forte gioventù morta, fuggita".

Il sole indora la campagna,

cade dai nevai;

odore di un fuoco calmo dentro al vento.

La gente ferma sulla piazza.

M’azzanna il cuore una vespa infuriata.

"I mongoli affamati

dànno alla nostra carne questi morsi.

I tedeschi li armano, li avventano

ubriacandoli; bruciati dalla grappa

cadono urlando sulla strada,

prendono le donne come cani.

Pecore siamo nell’Italia morta".

M’avvio nella valle solcata

da un fiume, con cime fuggenti,

stormire d’alberi,

ruscelli stenti migrano, fra onde

di foglie i castelli persi nelle ombre.

Case incendiate specchiano le nubi;

dentro ai paesi occhi e ossa d’uomini

tendono la mano, pellegrini

vinti da una sciagura.

Pendono le travi delle case.

"Le donne uccise", dicono, "o scampate

al massacro, spente di paura

giacciono nel buio delle stalle.

Da uscio a uscio per fienili e case

i mongoli cercarono, fra le balle

di paglia, carrette rovesciate;

bruciò il paese, fuggono le donne

rauche disfatte pazze di terrore".

I vigorosi uomini lontani.

Pagarono le donne con la vita

la breve età felice

e i neri capelli.

Tornano adesso i giovani strisciando

lungo le siepi della valle.

da «La piazza è in festa»

Carri armati posano

sotto gli alberi, i negri

ridono, stendono le mani,

la gente nelle vie,

tutte le finestre al sole.

Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti

feroci uomini nuovi.

"E’ finita la guerra", questo

il popolo grida; gli anni si frantumano,

un mondo nuovo affiora ribollendo

dalle schiuma aspra del dolore.

La piazza bianca di calce, bianca nell’aria d’aprile,

tacque; un uomo apparve sul palco,

parlò poche parole aprendo

la nuova storia.

Lucio Dalla – 4 marzo 1943

Lucio Dalla

4 Marzo 1943

Dice che era un bell’uomo e veniva
Veniva dal mare
Parlava un’altra lingua
Però sapeva amare
E quel giorno lui prese a mia madre
Sopra un bel prato
L’ora più dolce prima di essere ammazzato

Così lei restò sola nella stanza
La stanza sul porto
Con l’unico vestito ogni giorno più corto
E benché non sapesse il nome
E neppure il paese
Mi aspettò come un dono d’amore fin dal primo mese

Compiva sedici anni quel giorno la mia mamma
Le strofe di taverna
Le cantò a ninna nanna
E stringendomi al petto che sapeva
Sapeva di mare
Giocava a fare la donna con il bimbo da fasciare

E forse fu per gioco o forse per amore
Che mi volle chiamare come nostro Signore
Della sua breve vita è il ricordo più grosso
È tutto in questo nome
Che io mi porto addosso

E ancora adesso che gioco a carte

E bevo vino
Per la gente del porto
Mi chiamo Gesù bambino

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

(Ad Un Partigiano Caduto – Giuseppe Bartali)

(Ad Un Partigiano Caduto – Giuseppe Bartali)

la strada che conduce

a quei giorni lontani di smeraldo

dove sostammo come creduli ragazzi

a creare coi sogni nelle vene

fantasie di speranze e di parole

fra pugni di “canaglie in armi”

Forse potrei dimenticare il giogo

che mi lega all’arco dei rimpianti

se soltanto le voci dei compagni

tornassero a cantare

come quando la vita dilagava

e tu portavi alla gioia di tutti

il tuo sorriso di fanciullo

e la forza serena dei tuoi occhi

Ma anche se il tempo non ricama

che fili d’ombra sulla memoria

e il tormento di quel assurdo giorno

quando attoniti restammo

davanti alla pietà della tua forca

è pur sempre l’ora della tua lotta

del tuo caldo vento di libertà

immenso come grembi di colombe

in volo fra fiori d’acquadiluna

Tu solo amico adesso

puoi scegliere i ritorni

e dirci ancora

col battito delle tue ali

le bellezze della vita

e le dolci innocenze della morte.

Pietro Gori – Inno dei lavoratori del mare

Pietro Gori

Inno dei lavoratori del mare

 

Lavoratori del mar s’intoni
l’inno che il mare con noi cantò
da che fatiche stenti e cicloni
la nostra errante vita affrontò
quando con baci d’oro ai velieri
l’ultimo raggio di sol morì
e giù tra i gorghi de’ flutti neri
qualcun de’ nostri cadde e sparì.
Su canta, o mare, l’opra e gli eroi
tempeste e calme, gioia e dolor
o mare canta, canta con noi
l’inno di sdegno, l’inno d’amor.
Canto d’aurore di rabbie atroci
sogni e singhiozzi del marinar
raccogli e irradia tutte le voci
che il nembo porta da mare a mar
e soffia dentro le vele forti
che al sole sciolse la nostra fè
e chiama e chiama da tutti i porti
tutta la gente che al mar si die’.
Su canta, o mare, l’opra e gli eroi
tempeste e calme, gioia e dolor
o mare canta, canta con noi
l’inno di sdegno, l’inno d’amor.
Solo una voce da sponda a sponda
sollevi al patto di redenzion
quanti sudano solcando l’onda
per questa al pane sacra tenzon
mentre marosi gonfi di fronde
e irose attardan forze il cammin
noi da la nave scorgiam le prode
dove le genti van col destin.
Su canta, o mare, l’opra e gli eroi
tempeste e calme, gioia e dolor
o mare canta, canta con noi
l’inno di sdegno, l’inno d’amor.
Già da ogni prora che il corso affretta
la evocatrice diana squillò
e all’alba il grido della vendetta
la verde terra già salutò
terra ideale dell’alleanza
tra menti e braccia giustizia e cor
salute o porto de la speranza
che invoca il mesto navigator.
Su canta, o mare, l’opra e gli eroi
tempeste e calme, gioia e dolor
o mare canta, canta con noi
l’inno di sdegno, l’inno d’amor.
Noi sugli abissi tra le nazioni
di fratellanza ponti gettiam
coi nostri corpi su dai pennoni
dell’uomo i nuovi diritti dettiam
ciò che dai mille muscoli spreme
con torchi immani la civiltà
portiam pel mondo gettando il seme
che un dì per tutti germoglierà.
Su canta, o mare, l’opra e gli eroi
tempeste e calme, gioia e dolor
o mare canta, canta con noi
l’inno di sdegno, l’inno d’amor.