Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi

I sedici martiri massacrati sulla piazza di Carpi
La storia di Walter Lusuardi:
si fece fucilare al posto del fratello

Il 16 agosto si celebra l’anniversario della strage di sedici persone, per rappresaglia all’uccisione del console della milizia della Repubblica di Salò, Filiberto Nannini. Egli si era trasferito da Parma a Migliarina, frazione di Carpi e si era stabilito nella villa Segrè, abbandonata dai proprietari di religione ebraica. Dalla zona di Parma, dove il console aveva operato, erano arrivati numerosi rapporti sulle spietate azioni repressive di cui egli era stato responsabile, tra cui molte fucilazioni di partigiani e renitenti alla leva. La mattina del 15 agosto il console era partito in bicicletta per Carpi, come faceva di solito, ma a metà strada venne ucciso forse da un commando dei Gap. Già nel pomeriggio e la mattina seguente, gruppi di fascisti della brigata nera di Carpi e dei paesi vicini avevano rastrellato le frazioni di Migliarina, Rio Saliceto, Fossoli e Carpi per catturare partigiani e antifascisti, già noti ai repubblichini, perché segnalati da fascisti locali. Prudentemente molti di questi partigiani di Migliarina e Budrione quella notte dormirono fuori casa, come Walter Lusuardi, Enzo Neri, Aldo Corsari, Aldebrando Manfredini, Malavasi, Ganassi, Savani e altri giovani che avevano disertato. A Migliarina i fascisti tuttavia riuscirono a catturare una trentina di persone e a raggrupparle sotto la tettoia dell’osteria. Tra i fermati vi erano tutti gli uomini della famiglia di Walter Lusuardi: il padre Primo, il fratello Edmondo, che aveva sei figli, e il nipote Dino, di 15 anni. Il padre ed il nipote vennero lasciati liberi, mentre Edmondo fu fatto salire con altri sul camion, con la minaccia che, se non si fosse presentato suo fratello, avrebbero ucciso lui. Walter, che era nascosto in un rifugio partigiano nella valle di Migliarina, venne informato dell’arresto del fratello e sapendo che volevano proprio lui, non esitò: prese una bicicletta e raggiunse quel maledetto camion; fu portato a Carpi e imprigionato assieme al fratello ed agli altri arrestati. In quei pochi chilometri di strada che separano il rifugio partigiano dall’osteria dove erano i fascisti, Walter venne fermato diverse volte dagli amici e invitato a tornare indietro, ma la risposta fu sempre la stessa: «Non posso, mio fratello ha sei figli da crescere. Loro vogliono me». Nel pomeriggio i familiari degli arrestati, saputo che essi erano stati portati in una villa di fronte alla Caserma dei Carabinieri di Carpi, in viale XXVIII Ottobre (ora viale Odoardo Focherini), vi si recarono per avere notizie dei loro cari, ma poterono sentire solo i lamenti e le urla di dolore. Solo dopo si conobbe a quali torture fossero stati sottoposti: avevano loro strappate le unghie dei piedi e delle mani ed a Walter, in più, avevano fratturato un braccio. Verso sera, i sedici ostaggi, allineati in due file e quasi incapaci di reggersi in piedi per le torture subite, furono condotti in piazza dai componenti di una brigata nera non carpigiana. Furono fatti sdraiare a pancia a terra e uccisi a raffiche di mitra e un colpo alla testa. Dentro, carcerato, era rimasto solo Edmondo; nello stesso istante in cui riecheggiarono gli spari, si aprì la porta della cella e gli si avvicinò il capo della brigata nera di Carpi, che gli accese una sigaretta. Mettendogliela in bocca, gli disse: «Loro ti volevano uccidere, ma io ho mantenuto la promessa, anche perché hai sei figli. Puoi andare sei libero». Uscito, Edmondo si incamminò a piedi verso casa: il suo pensiero era tormentato dal mucchio di cadaveri che aveva visto da lontano, al centro della piazza, tra cui sapeva che doveva esserci quello del fratello Walter, che aveva dato la vita per lui. Nella sua mente dominava il pensiero di quando sarebbe giunto a casa. Il suo passo era lento. C’era il coprifuoco, ma voleva ugualmente arrivare; abbandonò la strada e attraversò i campi, avviandosi verso casa, verso quel disperato annuncio che doveva dare, assieme a un doloroso, ma caldo abbraccio, ai vecchi genitori.

***
Walter Lusuardi aveva 30 anni, lavorava come bracciante, a giornata. In quei giorni lavorava alla TODT assieme al fratello Edmondo: scavavano fossati anticarro per i tedeschi. Il loro padre, Primo Lusuardi, oltre ad essere stato presidente della Lega braccianti di Migliarina Budrione nei primi anni del Novecento era stato uno dei pochi che sapeva leggere e scrivere. Scriveva sul giornale socialista “Luce”, dove teneva una rubrica che si intitolava “Dalla vanga alla penna”: in essa invitava gli operai, gli uomini, ma specialmente le donne, a frequentare le scuole serali: gli uomini per avere il diritto di voto, perché a quei tempi votava solo chi “sapeva di lettera” e le donne perché avrebbero avuto almeno la soddisfazione di scrivere personalmente le lettere ai mariti, o ai fidanzati lontani, in guerra. Leggeva anche all’osteria ad alta voce, per i suoi amici, i giornali l’Avanti e Luce. Walter, cresciuto in questa famiglia socialista, e quindi antifascista, rientrato dal servizio militare in aeronautica, prima da Palermo, poi da Ferrara, trovò una situazione economica che non era affatto cambiata, anzi era peggiorata: la miseria era tanta, le giornate di lavoro poche e quindi anche i soldi erano pochi; per questo accettò l’ingaggio per andare in Germania a lavorare, per due anni, nei lavori stagionali, di raccolta delle patate. A quei tempi, per i giovani, l’unico divertimento era il ballo e a Migliarina, vi era una grande sala, chiamata “Salone Moderno” in cui, oltre alle serate danzanti, si poteva assistere a serate teatrali. Un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, tra cui Walter, avevano formato una compagnia teatrale ed avevano allestito diverse commedie, come “Il Fornaretto di Venezia”; si esibivano anche cantando romanze delle opere più famose. Walter aveva una bella voce: molte volte, specialmente nelle serate all’osteria, dopo un bicchier di vino, veniva sollecitato a cantare. Le canzoni erano quelle che cantava Beniamino Gigli: “Non ti scordar di me”, “Mamma”, ma non mancavano l’inno socialista “L’Internazionale” o “Bandiera rossa”, ma queste ultime le cantava a bassa voce, mentre intorno si creava un vuoto. Molti dei presenti se ne andavano per paura di essere giudicati socialisti sovversivi; infatti in quel clima, a metà degli Anni Trenta, anche queste cantate erano un affronto per quei fascisti locali che, purtroppo, se ne ricordarono. Solo per questo l’hanno torturato senza pietà, strappandogli le unghie di mani e piedi, rompendogli un braccio davanti al fratello e l’hanno portato in piazza uccidendolo assieme a quindici innocenti. Pochi giorni dopo la liberazione, il Parroco dell’Ospedale di Carpi, che aveva dato la benedizione e ascoltato le ultime volontà dei sedici fucilati, invitò i familiari di Walter ad andare in curia di Carpi per ritirare i documenti del loro caro. Nel portafoglio c’era la foto della fidanzata Ebe Gualdi e un biglietto con scritto l’ultimo pensiero: Un abbraccio a mamma e papà e tutti, un forte abbraccio e baci a Ebe. “Vando”.

Le stragi nascoste – Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati

Le stragi nascoste
Quattro casi di ordinaria violenza, insabbiati
(4) Vicenza

La particolare tipologia delle stragi che tra la fine dell’aprile e l’i­nizio del maggio 1945 si accompagnarono all’estrema ritirata dei te­deschi e dei fascisti dalle vallate dell’Italia settentrionale è esemplifi­cata da quanto avvenne a Lonigo (Vicenza) il 26 aprile. Una colonna di carristi tedeschi (Btg. Fallschirmjàger Rgt. 10) catturò cinque per­sone di età compresa tra i 16 e i 25 anni, armate di fucile modello 1891; si trattava di giovani improvvisatisi guerriglieri sull’onda dell’entusiasmo per l’imminente liberazione dell’Italia. Diffusasi la no­tizia della cattura, l’arciprete del luogo e un comandante partigiano si recarono dal maggiore Alfred Grundmann, cui richiesero di ri­sparmiare le vite dei prigionieri, ottenendone ampie rassicurazioni: li si considerava quali ostaggi, trattenuti a garanzia della tranquillità della ritirata. Le cose andarono in modo diverso: «Nonostante il maggiore Grundmann avesse data a mons. Caldana la sua parola di ufficiale che, in ogni caso, non avrebbe fatto fucilare i cinque, questi venivano il giorno successivo trovati uccisi in un fossato di via Ma­rona». Nel dicembre 1945 i carabinieri di Lonigo denunziarono al comando militare alleato e alla questura di Vicenza il maggiore Grundmann, del quale si forni Fidentikit: «statura m 1,78 circa, cor­poratura robusta, colorito roseo pallido, capelli biondi ondulati, età anni 36-38». Nei mesi successivi il maresciallo dei carabinieri rac­colse le dichiarazioni di alcuni testimoni. Ecco la deposizione del partigiano che aveva parlamentato con Grundmann:
Mi disse che i giovani non li lasciava liberi ma li avrebbe trattenuti in ostaggio e nel contempo mi incaricò di far conoscere alla popolazione ch’e­gli avrebbe ordinato rappresaglia contro la cittadinanza qualora questa avesse arrecato dei danni ai soldati tedeschi. Continuò con l’affermare che avrebbe provveduto ad inviare i giovani a Montebello Vicentino, ove aveva sede altro comando germanico, ma assicurò nuovamente che gli stessi non avrebbero subito alcun danno fisico.
Verso le ore 20 dello stesso giorno [26 aprile 1945] i cinque fermati, scor­tati da due soldati tedeschi, partirono a piedi per Montebello Vicentino. Provvidi ad informare il comando della divisione partigiana ed il giorno successivo mi fu fatto sapere che i giovani non risultavano essere giunti a Montebello.
L’indomani fui avvertito che in Via Marona, in un fossato laterale alla strada, si trovava il corpo di cinque giovani fucilati. Erano i cinque partiti da Lonigo, sul conto dei quali era stata data la assicurazione sulla loro incolu­mità. Essi sono: Burattini Pietro, Fasolin Dino, Zigiotto Alberto, Zigiotto An­gelo e certo Mussopapa, siciliano. Presentavano scariche di mitra alla testa ed al petto.
La stessa mattina del rinvenimento dei giovani, il maggiore Grundmann si era allontanato da Lonigo.
La parte conclusiva della verbalizzazione della donna austriaca utilizzata dai tedeschi quale interprete nelle trattative con le autorità locali evidenzia quali fossero le reali intenzioni dell’ufficiale germa­nico, dietro la parvenza rassicurante e le dichiarazioni bonarie:
Prima di allontanarmi ebbi ancora modo di parlare col maggiore Grund­mann, al quale rinnovai preghiera di lasciar liberi i giovani, poiché ritenevo che essi si trovavano chiusi in qualche luogo quali prigionieri. Ottenni sempre dal maggiore le stesse affermazioni ed assicurazioni.
Il Grundmann in compagnia del tenente si allontanò dall’albergo uno o due giorni dopo, di buon mattino. Prima di partire il tenente si rivolse ai 1, suoi due soldati e disse: «Meglio sarà fucilare anche la donna austriaca». Io intesi la proposta, feci una svolta fra i corridoi e mi nascosi in un’abitazione vicina, sino a che i militari non si allontanarono definitivamente.
Non conosco il nome del tenente, né quello dei soldati. Il maggiore Grundmann, a quanto appresi da un soldato, è nativo di un paese della Prussia occidentale o nei pressi di Berlino. Egli parlava bene, con accento berlinese che io conosco bene.
Nel maggio 1946 il maresciallo dei carabinieri di Lonigo concluse le sue indagini, rammaricato che non gli fossero «pervenute richieste di alcun genere, relative all’episodio in questione, da parte di au­torità alleate». Era questa una delle situazioni ricorrenti di impulso iniziale all’individuazione dei responsabili che, forte a livello locale, non trovava riscontri ai livelli superiori. L’Ufficio procedimenti con­tro i criminali di guerra tedeschi stabilì peraltro che «la responsabilità dell’imputato appariva evidente, dato che nella sua qualità di
comandante di battaglione poteva egli soltanto decidere sulla sorte dei 5 partigiani fatti prigionieri, della cui incolumità personale si era, anzi, in un primo tempo fatto garante, come da assicurazione data alle varie personalità che si erano recate da lui per ottenere addirittura il rilascio dei catturati». Si valutò dunque che «dalle prove acquisite agli atti risultano sufficienti elementi di responsabilità a carico dell’imputato, motivi per cui l’istruttoria può ritenersi ultima­ta». Il fascicolo contro il maggiore Grundmann rimase celato per
mezzo secolo nell’inaccessibile sede della Procura generale militare. Riaperte le indagini, nel 1997 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Padova, ritenuto «che la fucilazione di 5 uomini catturati con armi e in atteggiamento ostile alle FFAA germaniche non appare essere atto contrario ai principi di diritto bellico» archiviò il procedimento.
Tratto da
Le stragi nascoste
Di Mimmo Franzinelli
Editore Le Scie Mondadori 2002

Giulio Stocchi Se ne stava così triste

Giulio Stocchi

Se ne stava così triste

il gran re

che l’ospite lacero

ne ebbe pietà

e degli inferi scese

gli infiniti gradini…

Ma la favola di Alcesti

può essere oggi

raccontata così:

Se ne stava così lacero l’ospite

che il gran re ne ebbe fastidio

e agli inferi ordinò che fosse condotto

degli infiniti gradini

Giulio Stocchi L’amico mio caro si chiede se “per far guarir l’Italia”

Giulio Stocchi

L’amico mio caro si chiede se “per far guarir l’Italia”

occorra “spaccar la testa ai sciur”

come dice l’antica canzone

La mia risposta è inequivocabilmente: “Sì”

Senza corpi contundenti però

bensì sconfiggendo

le loro vetrine la loro televisione le loro idee

Perché ciò avvenga occorre che “i non sciur”

comincino a pensare

o quantomeno a pensare diversamente

da come “i sciur” hanno loro insegnato

con le loro vetrine la loro televisione le loro idee

Il difficile è appunto

questo

Chiara Ferrari . Lassù sulle colline del Piemonte

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

Lassù sulle colline del Piemonte è la trasformazione della canzonetta Laggiù nel paradiso delle Haway da parte di alcuni studenti partigiani milanesi che ne riprendono la melodia. Esiste anche una versione dei partigiani dell’Appennino Emiliano: Lassù sulle colline di Bologna

Per ascoltare

La canzone

https://youtu.be/A20Di2dBG4Q

Lassù sulle colline del Piemonte

ci stanno i partigiani a guerreggiar

guardando la pianura all’orizzonte

aspettano il momento di calar,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella abbraccerai,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella bacerai.

Lassù in un lontano casolare

la mamma con le mani giunte sta

pregando per il figlio che combatte

per dare all’Italia libertà

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella bacerai,

ma un dì pure tu laggiù ritornerai

la mamma e la bella abbraccerai.

Chiara Ferrari – La su quei monti

Patria Indipendente
Cantavano i partigiani
Chiara Ferrari
Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,
dei loro testi e dei luoghi dove sono nate
Là su quei monti, scritto sull’aria di Là su quei monti c’è un’osteria o Vinassa vinassa, è il canto delle Brigate Giustizia e Libertà attive nella pianura cuneese
Per ascoltare
La Canzone
https://youtu.be/Fa3JFbnx0nU
Là su quei monti fuma la grangia,
dove s’arrangia, dove s’arrangia…
là su quei monti fuma la grangia
dove s’arrangia il partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano
guarda lontano, guarda lontano,
con la certezza che porterà
giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti stanno sparando,
là c’è il comando, là c’è il comando…
là su quei monti stanno sparando,
là c’è il comando dei partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine, crescon vicine…
là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine ai partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti, sotto quei fiori,
stanno i migliori, stanno i migliori…
là su quei monti, sotto quei fiori
/stanno i migliori dei partigian.
Il partigiano, l’arma alla mano…

Trilussa – L’editto

Trilussa

L’editto

Dicheno che una vorta

un Prete nun entrò ner Paradiso

perché trovò ‘st’avviso su la porta:

«D’ordm’e de Dio Padre onnipotente

è permesso l’ingresso solamente

a queli preti ch’hanno messo in pratica

la castità, la carità, l’amore

che predicò Gesù nostro Signore.

Se quarchiduno ha fatto a l’incontrario

sarà mannaro subbito a l’inferno.

Firmato: Er Padre Eterno.

San Pietro, segretario. »

Povero me! So’ fritto!

disse er Prete fra sé — Tra tanti mali

ciamancava l’affare de ‘st’editto!

Chi diavolo sarà che ie l’ha scritto?

Naturarmente, l’anticlericali…

Trilussa – (Er Sorcio de città e er Sorcio de campagna

Trilussa

(Er Sorcio de città e er Sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale

invitò a pranzo un sorcio de campagna.

Vedrai che bel locale,

vedrai come se magna…

je disse er Sorcio ricco. – Sentirai!

Antro che le caciotte de montagna!

Pasticci dórci, gnocchi,

timballi fatti apposta,

un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –

L’istessa sera, er Sorcio de campagna,

ner traversà le sale

intravidde una trappola anniscosta:

Collega, – disse – cominciamo male:

nun ce sarà pericolo che poi…?

Macché, nun c’è paura:

j’arispose l’amico – qui da noi

ce l’hanno messe pe’ cojonatura.

In campagna, capisco, nun se scappa,

ché se piji un pochetto de farina

ciai la tajola pronta che t’acchiappa;

ma qui, si rubbi, nun avrai rimproveri:

le trappole so’ fatte pe’ li micchi:

ce vanno drento li sorcetti poveri,

mica ce vanno li sorcetti ricchi!

Trilussa – Er congresso de li cavalli

Trilussa

Er congresso de li cavalli

Un giorno li Cavalli,

stufi de fa’ er Servizzio,

tennero un gran comizzio de protesta.

Prima parlò er Cavallo d’un caretto:

Compagni! Si ve séte messi in testa

de mijorà la classe,

bisogna arivortasse a li padroni.

Finora semo stati troppo boni

sotto le stanghe de la borghesia!

Famo un complotto! Questo qui è er momento

d’arubbaje la mano e fasse sotto!

Morte ar cocchiere! Evviva l’anarchia! –

Colleghi, annate piano: –

strillò un polledro giovane

d’un principe romano –

ché se scoppiasse la rivoluzzione

io resterebbe in mezzo a un vicoletto

perché m’ammazzerebbero er padrone.

Sarà mejo, piuttosto,

de presentà un proggetto ne la quale…-

Odia micchi, gras tibbi, è naturale!

disse un morello che da ventun’anno

stracinava el landò d’un cardinale. –

Ma se ce fusse un po’ de religgione

e Sant’Antonio nostro c’esaudisse…-

L’Omo, che intese, disse: – Va benone!

Fintanto che ‘sti poveri Cavalli

vanno così d’accordo

io faccio er sordo e seguito a frustalli!

27 Gennaio 1945 Giornata della Memoria Olocausto

 

 

Dachau

«Io, superstite di Dachau Ho giurato di raccontare l’orrore dei morti viventi»

Parla Parete, ex finanziere scampato allo sterminio

«Un inferno tra puzza di carne bruciata e suicidi»

27 gennaio 2011

GIORNATA DELLA MEMORIA OLOCAUSTO

«Il ginocchio nudo di una donna, fino a 20 anni, non l’avevo mai visto: le ragazze si coprivano con le gonne lunghe e le calze nere di cotone. La prima volta che l’ho visto è stato nel campo di concentramento di Dachau quando le Ss ci hanno fatto spogliare tutti insieme: uomini, donne e bambini. Eravamo appena arrivati dopo un viaggio di tre giorni e tre notti ammassati in carri bestiame». Ermando Parete, 88 anni, è un ex finanziere scampato all’orrore nazista: «Ho il dovere di parlare, l’ho giurato», dice nel giorno della Memoria. La sua testimonianza di sopravvissuto è affidata anche a un video su Youtube.

Ermando Parete è riuscito a resistere ai nazisti: nella sua casa di Pescara custodisce gli attestati dei presidenti della Repubblica, a cominciare da un documento di Sandro Pertini, controfirmato dal ministro dell’Interno Giovanni Spadolini. Parete, ricorda il primo giorno a Dachau?

«Dopo un rastrellamento a Udine, siamo stati buttati in carri bestiame e ci sono voluti tre giorni e tre notti per arrivare a Dachau: sempre in piedi, ammassati come animali. Non sapevamo dove stavamo andando: nessuno sapeva niente. Quando siamo arrivati, ci hanno fatto scendere dal treno e abbiamo sentito un odore forte di carne bruciata: pensavamo che i tedeschi stessero facendo la carne arrosto. Poi, abbiamo capito che era carne umana: non era odore, quella era puzza. C’erano sette forni crematori, accesi 24 ore al giorno. È incredibile quello che è successo dopo: ci hanno radunato in uno stanzone e ci hanno costretto a spogliarci tutti insieme, uomini, donne e bambini. Tutti nudi: vedere intere famiglie senza vestiti è stato indecente. Lì ho visto per la prima volta il ginocchio nudo di una donna: prima le donne portavano le gonne lunghe e indossavano calze nere di cotone. Il nylon non esisteva: è arrivato negli anni Cinquanta con gli americani».

Per lei Dachau è stato l’apice dell’orrore. Prima del 1944 cosa le è successo?

«L’armistizio dell’8 settembre 1943 l’abbiamo saputo quattro giorni dopo da un prete slavo: non c’erano i telefonini. Mi sono arruolato a 20 anni nella guardia di finanza e sono stato mandato a combattere in Jugoslavia. Dopo l’armistizio, mi sono unito ai partigiani per tornare in Abruzzo ma a Cimadolmo (Treviso) sono stato catturato e tenuto in una cella buia nei sotterranei del carcere di Udine. Da Udine, la partenza del viaggio verso l’orrore di Dachau. A Dachau sono stati deportati 10.362 italiani. Di questi 9.958 sono stati fucilati e bruciati nei forni crematori. I sopravvissuti sono stati 404 e tra questi ci sono anch’io».

Dopo l’arrivo a Dachau cosa è accaduto?

«Dopo lo spettacolo indecente dei corpi nudi, i tedeschi ci hanno diviso: gli uomini da una parte e le donne dall’altra. I bambini? Li hanno strappati dalle loro madri e quelle che hanno provato a tenerli legati a loro sono state uccise a pistolettate. In queste condizioni, siamo rimasti seminudi per giorni fino a quando ci hanno consegnato un pigiama. La nostra divisa: una casacca zebrata. Poi ci hanno preso i documenti e li hanno bruciati».

Ha perso il suo nome ed è diventato un numero?

«Io ero l’uomo numero 142.192, me l’hanno scritto su un braccio. Un marchio che una volta tornato a casa ho deciso di rimuovere. Ma a Dachau non si perdeva solo il nome: i tedeschi creavano dei morti viventi senza lasciare niente al caso. Lo sfinimento dei lavori forzati, la paura di andare ancora vivi nelle bocche dei forni crematori, l’arroganza dei kapò, l’ombra inquietante delle belve Ss: tutto ciò che rende l’uomo un semplice numero da aggiungere o da sottrarre al tabellone della morte. Ci sputavano in faccia: non capivamo i numeri gridati in tedesco dai soldati e se la prendevano con noi. Poi, sono cominciati i lavori forzati: io ero addetto ad aggiustare la ferrovia, togliere le campate di ferro danneggiate dalle bombe e mettere quelle nuove. Lavoravamo con gli zoccoli di legno ai piedi, anche con la neve e chi scivolava e non si rialzava veniva ucciso a bruciapelo: si ammazzava una persona per niente e non ho mai capito perché. Per noi italiani era peggio: eravamo considerati “It”, italiani traditori».

Le giornate erano tutte uguali e terribili?

«Sveglia tutti i giorni alle 4 e mangiavamo della brodaglia con le mani, una volta la mattina e un’altra la sera. La prendevamo direttamente dai bidoni della nafta: tutto quello che riuscivi a prendere con le mani, lo mettevi in bocca. Durante i lavori forzati, mangiavo l’erba che cresceva lungo i binari: era lattiginosa. Però, dovevo farlo di nascosto altrimenti mi avrebbero ucciso. Ai megafoni i tedeschi dicevano: “Non uscirete vivi da qui, passerete dai forni crematori”, “Nessuno di voi riuscirà a liberarsi”. Gli italiani della provincia di Bolzano ci traducevano le voci. Così molti si andavano ad ammazzare gettandosi sul filo spinato con l’alta tensione: non ce la facevano più. Altri si infornavano vivi. Non ho mai capito perché quando una persona non ce la faceva più a stare in piedi veniva picchiata a morte: ma a che serviva? Una volta, durante i lavori forzati, eravano tutti incatenati e la persona accanto a me è scivolata e non si rialzava: gli hanno sparato. Mi ricordo che la materia organica del suo corpo mi è finita addosso».

Lei è stato sottoposto a esperimenti scientifici?

«Sono entrato in una camera e ho visto una persona, non so se viva o morta. Non si poteva neanche chiedere. Mi hanno immerso in una vasca con ghiaccio. Era un test per verificare fino a che temperatura il corpo può resistere. Quando mi sono svegliato ero nudo, per terra, e non ce la facevo neanche a rivestirmi. Ero ghiacciato. In quel momento ho detto basta: mi vado a menare pure io».

Ha pensato di uccidersi?

«Mi sono messo a camminare con quegli stracci in mano e pensavo solo a come farla finita: se gettarmi sul filo spinato o andare verso i forni crematori. Poi, ho ripensato a mio padre, a una lite quando non mi voleva mandare a fare il soldato perché diceva che così sarei andato a morire. Ho riflettuto e mi sono detto: ma perché mi devo uccidere, morirò quando devo morire. E ho rinunciato: la gente buttata per terra mi chiedeva di resistere per raccontare tutto».

Lei si è trovato davanti a un plotone di esecuzione. Cosa ha pensato quando stavano per fucilarla?

«Erano le sei di sera del 29 aprile 1945 quando mi hanno portato alla fucilazione. Sentivo le scosse da tutte le parti del corpo e le sento ancora oggi: pensavo se avrei sentito dolore, chissà dove mi avrebbero colpito, se in fronte o al petto, se sarei morto subito oppure no. C’era anche lo scolatoio del sangue: quante volte ho dovuto pulire il sangue ghiacciato. Invece, non è arrivato nemmeno un colpo. Poi ecco una camionetta con i soldati americani. Io sono scappato e mi sono nascosto: avevo paura che, dalle torrette, i tedeschi avrebbero aperto il fuoco con i mitra. Invece, non è partito neanche un proiettile: i tedeschi si sono arresi e si sono lasciati uccidere. A terra c’erano cataste di cadaveri: un piazzale di morti e vivi, tutti insieme».

Ha pensato a un fatto miracoloso?

«Il 30 aprile è arrivato il cardinale Montini, il futuro papa Paolo VI, che ci disse che per noi italiani non c’era possibilità di rimpatrio e che dovevamo restare a Dachau ad aspettare. Fu Montini a mandare un telegramma alla mia famiglia ad Abbateggio per informare che ero ancora vivo: quel telegramma lo conservo ancora».

Decise di tornare a casa a piedi?

«Il primo maggio mi misi in cammino senza sapere quale direzione prendere. Un cammino di 37 giorni e 36 notti dormendo appoggiato agli alberi. Al confine gli americani mi diedero pane, cioccolata, gomme da masticare. Poi in Italia, più niente: nessuno ha voluto aiutarmi, la gente ti cacciava via. Mi ricordo che quando sono arrivato a Pescara, era giugno: ho visto il mare ma non c’era nessuno sulla spiaggia. Mi mancava solo una notte di cammino, sembrava incredibile: mi sono addormentato e mi sono svegliato bruciato dal sole. Quando sono arrivato ad Abbateggio pesavo 29 chili e settecento grammi: avevo i capelli tagliati a metà, la barba lunga, le unghie tagliate con i denti. Mi hanno fatto anche delle foto in quello stato ma mia madre le ha bruciate perché erano orrende: oggi vorrei riaverle, pagherei chissà quanto per mostrarle ai giovani. Appena tornato, non mi diedero da mangiare: due medici mi dissero che se avessi mangiato sarei morto. Misero un paio d’uova nell’alcol e, quando il guscio si sciolse, mi fecero bere quel liquido».

E il giorno dopo si è riposato?

«Il giorno dopo, da Abbateggio, mi sono rimesso in cammino: mia madre aveva fatto un voto e così sono andato con lei, a piedi, al santuario del Volto Santo di Manoppello. Nel 1985 sono

tornato a Dachau con mia moglie Assunta, da poco scomparsa, e con mio figlio Donato».

Da allora lei racconta l’orrore. Perché?

«L’ho giurato ai miei amici di Dachau: mi dicevano “tu sei giovane, devi resistere. Salvati e racconta a tutti l’inferno di qui dentro”. E così faccio: è una missione, il dovere della memoria. Quando vado nelle scuole, i ragazzi quasi si arrabbiano con i professori: mi dicono che studiano Giulio Cesare ma che non sanno quasi niente di quello è successo durante la Seconda guerra mondiale. È commovente parlare con i ragazzi e abbracciarli».

L’orrore non l’ha abbandonata, vero?

«Sono passati più di sessanta anni ma devo dormire con una luce accesa e, a volte, anche un aereo che sfreccia nel cielo mi fa svegliare di soprassalto e pensare che qualcuno mi voglia sparare

Ringrazio “Il Centro Pescara”