Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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Giulio Stocchi A lungo discussero

Giulio Stocchi

A lungo discussero

A lungo discussero il pro e il contro,

lamentando tutti il disordine che era grande,

la minaccia che li sovrastava. E infine, vennero

a una decisione, gli abitanti delle città

Presero ad erigere dovunque strumenti di morte,

e si vide gente mite invocare sangue, e

nelle piazze si levavano i supplizi, e

alla loro paura diedero il nome di giustizia

Dunque, ciò che volevano bandire, la guerra,

impose le sue leggi, il suo passo spietato

Merce divennero, e numeri, nella conta

ormai dilagante che li inghiottiva, lividi

riflessi di uno specchio muto, affondando,

trascinati loro malgrado nel gorgo:

e il resto, puoi chiederlo al vento

Violetta Parra Grazie alla vita




Violetta Parra

Grazie alla vita
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell’alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l’uomo che amo.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l’ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l’abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell’anima di chi sto amando.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto

Trilussa – Natale di guera

 

Trilussa

Natale di guera

Ammalapena che s’è fatto giorno

la prima luce è entrata ne la stalla

e er Bambinello s’è guardando intorno.

*

– che freddo, mamma mia! Chi m’arripara?

che freddo, mamma mia! Chi m’arriscalla?

– Fijo, la legna è diventata rara

e costa troppo cara pe’ compralla…

*

– E l’asinello mio dov’è finito?

– Trasporta la mitraja

sur campo de battaja: è requisito.

– Er bove? – puro quello fu mannato ar macello

*

– Ma li Re Maggi arriveno?

– E’ impossibbile perchè nun c’è la stella che li guida;

la stella nun vô uscì: poco se fida

pe’ paura de quarche diriggibile…

*

– Er Bambinello ha chiesto:

– Indove stanno tutti li campagnoli che l’antr’anno

portaveno la robba ne la grotta?

*

Nun c’è neppuro un sacco de la polenta,

nemmanco una frocella de ricotta…

– Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

tutti ar campo e combatteno.

*

La mano che seminava er grano

e che serviva pe’ vangà la terra

addesso viè addoprata unicamente

per ammazzà la gente…

*

Guarda, laggiù, li lampi de li bombardamenti!

Li senti, Dio ce scampi, li quattrocentoventi

che spaccano li campi?

*

– Ner di’ così la Madre der Signore

s’è stretta er fijo ar core

e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.

*

Una lagrima amara per chi nasce,

una lagrima dòrce per chi more…

Trilussa Il testamento di un albero





Trilussa
Il testamento di un albero
Un Albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
– Lascio i fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
nella bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.
Però vi avviso che sul mio tronco
c’è un ramo che dev’essere ricordato
alla bontà degli uomini e di Dio.
Perché quel ramo, semplice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
il giorno che sostenne un uomo onesto
quando ci si impiccò.

Dylan Thomas – La morte non avrà più dominio

Dylan Thomas

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.

I morti nudi saranno una cosa

Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;

Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,

Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;

Benché impazziscano saranno sani di mente,

Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,

Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;

E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.

Sotto i meandri del mare

Giacendo a lungo non moriranno nel vento;

Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,

Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;

Si spaccherà la fede in quelle mani

E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;

Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;

E la morte non avrà più dominio.


E la morte non avrà più dominio.

Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,

Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;

Dove un fiore spuntò non potrà un fiore

Mai più sfidare i colpi della pioggia;

Ma benché pazzi e morti stecchiti,

Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;

Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;

E la morte non avrà più dominio.

Armando Amprino (Armand0) Lettere di cndannati a morte

 


sacrificio

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”


Armando Amprino (Armando)
Di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925 -. Partigiano della Brigata ” Lullo Mongada “, Divisione Autononia ” Sergio De Vitis “, partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino) -. Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (Contro Guerriglia) di Torino Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.


Dal Carcere, 22 dicembre 1944
Carissimi genitori, parenti e amici tutti,
devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.       
Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.                                
Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito.               Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.
Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. la mia roba, datela ai poveri del paese.  Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.
Vostro figlio Armando
Viva l’Italia! Viva gli Alpini




Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana


Einaudi Editore 1952

Aristide, Nello e Lucano Orsini Lettere condannti a morte

 


 

sacrificio

 

È destino dei popoli che il loro cammino

verso la libertà e la giustizia sociale sia

segnato dal sangue dei suoi martiri,

forse perché questo cammino non sia smarrito,

ma chi muore per una causa giusta, vive sempre

nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Aristide, Nello e Lucano Orsini

Aristide di anni 45 – Commerciante – nato a Orbetello (Grosseto) il 18 febbraio 1899 residente a Lugo di Romagna – Dal 1924 sorvegliato perché militante del Partito Repubblicano ed attivo antifascista – Dopo 1’8 settembre 1943 è membro del C.L.N. della Romagna – raccoglie e smista viveri, indumenti e fondi per le formazioni romagnole – diffonde stampa clandestina.


Nello, nipote di Aristide, di anni 30 – impiegato – nato a Lugo di Romagna – (Ravenna) il 25 giugno 1914 -. Repubblicano ed attivo antifascista – dopo l’8 settembre ’43 è Partigiano a Bobbio Pellice (Torino) – rientrato a Lugo tiene il collegamento fra la città e le formazioni partigiane del circondario trasporta rifornimenti’ ed armi.

Luciano, figlio di Aristide, di anni 22 laureando in Medicina – nato a Lugo di Romagna 14 4 luglio 1922 -. Dopo 1’8 settembre ’43 partecipa alla redazione di giornali clandestini – è membro del Comitato Organizzativo dei giovani repubblicani romagnoli

Arrestati il 22 agosto 1944 da militi delle Brigate Nere, Aristide e Luciano nella Villa S. Martino di Lugo, Nello in una strada di Lugo – tradotti nella Casa del Fascio di Lugo, poi nelle carceri di Ravenna quali ostaggi. Il giorno 22 agosto, in seguito al ferimento, pare accidentale, di due soldati tedeschi, undici ostaggi vengono prelevati dalle carceri di Ravenna e consegnati ai tedeschi  -. Sei di essi vengono fucilati al Camerlone di Ravenna – i rimanenti cinque vengono impiccati a Savarna (Ravenna), l’uno dopo l’altro alla medesima betulla, nel seguente ordine: Ivo Calderoni – Giuseppe Fiammenghi – Nello Orsini – Aristide Orsini – Luciano Orsini.


(Messaggi scritti su di un unico foglio, affidato ad un compagno di prigionia. e rinvenuto sulla salma di questi, fucilato quale ostaggio alla Camerlona).

Addio Renza, addio: ti ho chiesto un giorno la promessa che tu non ti cristallizzerai in un ricordo se fosse successo quello che sta ora per succedere. Ricordati solo di me per i tuoi figlioli. Addio.

Addio, mamma, addio a tutti

Luciano


Mamma adorata,

muoio sereno e tu cerca di essere forte e stare con Lucia. Ti bacio e a te l’ultimo mio pensiero.

Bacia Gilda e Bruna

Nello


Addio cari tutti, mamma, Emma, Fulvia, Renza e tutti miei cari. Baci

Aristide


(Scritto su di un biglietto ritrovato nel portafoglio di Nello Orsini).

I Tedeschi per ordine dei Fascisti mi anno impiccato. Baci addio mamma.


 


 


Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana


Einaudi Editore 1952

Nelly Sachs Coro dei superstiti

 

27 GENNAIO

Nelly Sachs
Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.

Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –

Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Soluzione finale

 27 GENNAIO
Soluzione Finale: sintesi
 
Ebrei provenienti dal ghetto di Lodz vengono caricati sui treni per essere deportati nel campo di sterminio di Chelmno. Lodz, Polonia, tra il 1942 e il 1944.
— National Museum of American Jewish History, Philadelphia

-Mauthausen
I Nazisti usarono spesso termini eufemistici per celare la vera natura dei loro crimini. Ad esempio, utilizzarono l’espressione “Soluzione Finale” per indicare il piano per l’annientamento della popolazione ebraica. Non è noto il momento esatto in cui i leader della Germania Nazista decisero, in via definitiva, di mettere in atto la “Soluzione Finale”. Il genocidio e la distruzione di massa degli Ebrei rappresentarono il culmine di un decennio caratterizzato da misure discriminatorie sempre più dure.
Con Adolf Hitler al potere, la persecuzione e la segregazione degli Ebrei fu messa in atto in diverse fasi. Dopo l’ascesa al potere del Partito Nazista in Germania, nel 1933, il razzismo “di stato” produsse la legislazione anti-ebraica, aggravata dal boicottaggio economico e dalla violenza scatenata durante il pogrom della cosiddetta Notte dei Cristalli (Kristallnacht). Tutto ciò mirava ad isolare in modo sistematico gli Ebrei dal resto della società e a costringerli a lasciare il paese.
Dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania, nel 1939 – invasione che segnò l’inizio della Seconda Guerra Mondiale – le politiche anti-ebraiche vennero intensificate, fino a comprendere l’incarcerazione prima, e l’assassinio, poi, della popolazione ebraica europea. I Nazisti, in un primo momento, costituirono i Ghetti (quartieri concepiti per isolare e controllare gli Ebrei) nel Governatorato Generale (il territorio nella parte centrale della Polonia retto da un governo composto da civili tedeschi) e nel Warthegau (un’area della Polonia occidentale annessa alla Germania). Ebrei polacchi e dell’Europa orientale furono deportati nei Ghetti, dove furono costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento e di malnutrizione.
Nel giugno 1941, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei Tedeschi, le SS, insieme ad unità speciali di polizia (vere e proprie squadre mobili addette allo sterminio) cominciarono ad attuare operazioni di eliminazione di massa di intere comunità ebraiche. Nell’autunno del 1941, le SS e la polizia introdussero l’uso di camere a gas mobili, montate su autocarri. Questi veicoli blindati venivano utilizzati per uccidere coloro che si trovavano rinchiusi all’interno: il sistema di scappamento, infatti, era stato modificato in modo da pompare monossido di carbonio dentro spazi sigillati realizzati all’interno degli autocarri. Alle camere a gas mobili si aggiunsero le numerose fucilazioni di massa attuate nello stesso periodo.
Quattro settimane dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, il 17 luglio 1941, Hitler conferì al comandante delle SS, Heinrich Himmler, l’incarico di garantire la sicurezza nelle zone occupate dell’Unione Sovietica. Hitler diede a Himmler ampio margine di manovra, al fine di eliminare fisicamente qualunque minaccia portata al dominio totale tedesco. Due settimane dopo, il 31 luglio 1941, il leader nazista Hermann Goering autorizzò il generale delle SS Reinhard Heydrich ad iniziare i preparativi per la messa in atto della “completa soluzione del problema ebraico”.
Nell’autunno del 1941, il comandante delle SS Heinrich Himmler assegnò al generale tedesco Odilo Globocnik (capo delle SS e della polizia del Distretto di Lublino) l’incarico di attuare il progetto di eliminazione sistematica degli Ebrei residenti nel Governatorato Generale. Il nome in codice dato a tale piano fu Operazione Reinhard, dal nome di battesimo di Heydrich, il quale venne successivamente assassinato da partigiani cecoslovacchi, nel maggio del 1942. Tre centri di sterminio, creati esclusivamente per l’eliminazione di massa, vennero costruiti in Polonia, nell’ambito dell’Operazione Reinhard: Belzec, Sobibor e Treblinka.
Il campo di Majdanek fu utilizzato, in alcune occasioni, come centro per l’eliminazione degli Ebrei residenti nel Governatorato Generale. In esso furono realizzate camere a gas dove le SS uccisero decine di migliaia di Ebrei, principalmente prigionieri precedentemente assegnati ai lavori forzati e divenuti ormai troppo deboli per continuare a lavorare. Nel centro di sterminio di Chelmno, circa 30 chilometri a nord ovest di Lodz, le SS e le forze di polizia usarono le camere a gas mobili per assassinare almeno 152.000 persone, di cui la maggior parte erano Ebrei, ma alcune migliaia appartenevano alla popolazione Rom (Zingari). Nella primavera del 1942, Himmler stabilì che anche Auschwitz II (Auschwitz-Birkenau) venisse usato come campo di sterminio; qui, le SS assassinarono approssimativamente un milione di Ebrei provenienti da diverse nazioni europee.
Le SS tedesche e le unità di polizia uccisero quasi 2.700.000 Ebrei nei campi di sterminio, tramite asfissia con gas velenoso o tramite fucilazione. Complessivamente, è evidente come la “Soluzione Finale” prevedesse l’eliminazione di tutti gli Ebrei europei con il gas, la fucilazione, o altri mezzi. Circa sei milioni di Ebrei, uomini, donne e bambini, vennero uccisi nell’Olocausto, cioè i due terzi degli Ebrei che vivevano in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale.
 

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

Zanus Zachenburg Infanzia miserabile




27 GENNAIO


Zanus Zachenburg
Infanzia miserabile



Infanzia miserabile, catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove l’infanzia dolcemente riposa
nelle piccole aiuole di un parco
laggiù, in quella casa, qualcosa si è spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:
laggiù, nei giardini o nei fiori
o sul seno materno,
dove io sono nato per piangere…
Alla luce di una candela m’addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno.



Zanus Zachenburg 1929.19. luglio – Auschwitz 1943. 18. dicembre