Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

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Pietro Gori -Inno della canaglia

Pietro Gori

Inno della canaglia

O fratelli di miseria,
o compagni di lavoro
che ai vigliacchi eroi de l’oro
deste il braccio ed il vigor;
o sorelle di fatica,
o compagne di catene
nate ai triboli, a le pene,
e cresciute nel dolor.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Noi la terra fecondiamo
noi versiam sudore e pianto
per ornar di un ricco ammanto
questa infame civiltà.
Le miniere e le officine,
le risaie, il campo, il mare,
ci hanno visto faticare
per l’altrui felicità.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
I padroni ci han rubato
sul salario e su la vita,
ogni gioia ci han rapita,
ogni speme ed ogni ardor.
Le sorelle ci han sedotte
o per fame hanno comprate,
poi nel trivio abbandonate
senza pane e senza onor.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
I signori ci han promesso
eque leggi e mite affetto
ed i preti ci hanno detto
che ci attende un gaudio in ciel.
E frattanto questa terra
di noi poveri è l’inferno,
sol pei ricchi è il gaudio eterno,
de la vita e de l’avel.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Se noi scienza e pan chiedemmo
ci buttaron su la faccia
un insulto e una minaccia
nel negarci scienza e pan.
Se ribelli al duro giogo
obliammo le preghiere,
ci hanno schiuso le galere
e ribelli fummo invan.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Se scendemmo per le vie,
i fratelli a guerra armata
dei fratelli ammutinati
venner le ire ad affrontar.
Mentre i ricchi dai palagi
che per loro abbiam costrutto
senza pietà e senza lutto
ci hanno fatto mitragliar.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Su leviamo il canto e il braccio
contro i vili ed i tiranni;
ribelliamoci agli inganni
d’una ipocrita società.
Oltre i monti ed oltre i mari
i manipoli serriamo,
combattiamo, combattiamo
per la nostra umanità.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Innalziam le nostre insegne,
sventoliamo le bandiere;
le orifiamme rosse e nere
de la balda nova età.
Combattiam per la giustizia
con l’ardor de la speranza,
per l’umana fratellanza,
per l’umana libertà.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.
Combattiam finché un oppresso
sotto il peso della croce
levi a noi la flebil voce
fin che regni un oppressor.
Splenda in alto il sol lucente
de la Idea solenne e pia…
Viva il sol dell’Anarchia,
tutto pace e tutto amor.
Su, moviamo alla battaglia!…
vogliam vincere o morir,
su, marciam, santa canaglia,
e inneggiamo a l’avvenir.

Pietro Gori – primo,maggio

Inno del primo maggio

Pietro Gori

Vieni o Maggio t’aspettan le genti

ti salutano i liberi cuori

dolce Pasqua dei lavoratori

vieni e splendi alla gloria del sol

Squilli un inno di alate speranze

al gran verde che il frutto matura

a la vasta ideal fioritura

in cui freme il lucente avvenir

Disertate o falangi di schiavi

dai cantieri da l’arse officine

via dai campi su da le marine

tregua tregua all’eterno sudor!

Innalziamo le mani incallite

e sian fascio di forze fecondo

noi vogliamo redimere il mondo

dai tiranni de l’ozio e de l’or

Giovinezze dolori ideali

primavere dal fascino arcano

verde maggio del genere umano

date ai petti il coraggio e la fè

Date fiori ai ribelli caduti

collo sguardo rivolto all’aurora

al gagliardo che lotta e lavora

al veggente poeta che muor!

La Guardia Rossa

La Guardia Rossa

Quello che avanza è uno strano soldato
vien dall’ Oriente e non monta destrier
le man callose ed il volto abbronzato
è il più glorioso di tutti i guerrier.
Non ha pennacchi e galloni dorati
ma sul berretto scolpito e nel cuor
porta la falce e il martello incrociati
son gli emblemi del lavor
viva il lavor.
Passa la guardia rossa
che marcia alla riscossa
e schiude dalla fossa
la schiava umanità.
Giacque vilmente la plebe in catene
sotto il tallone del ricco padron
dopo millenni di strazi e di pene
l’asino alfine si cangia in leon.
Sbrana furente il succhion coronato
spoglia il nababbo dell’or che rubò
dando per fame il lavoro forzato
a chi mai non lavorò
viva il lavor.
Passa la guardia rossa
che marcia alla riscossa
e schiude dalla fossa
la schiava umanità.
Accoglie sotto la rossa bandiera
tutte  le folle di noi lavorator
rimbomba il passo dell’immensa schiera
sopra la tomba d’un mondo che muor.
Tentano invano risorgere i morti
tanto che vale lottar col destin
marciano al sole più ardenti e più forti
son le armate di Lenin
viva Lenin.
Passa la guardia rossa
che marcia alla riscossa
e scava già la fossa
al pazzo criminal.
Mentre la notte la plebe riposa
nella campagna e nell’ampie città
non più la turba la tema paurosa
del suo vampiro che la dissanguerà.
Ché sempre veglia devota e tremenda
la guardia rossa per la sua libertà
la borghesia cancrenosa ed orrenda
mai più risorgerà
risorgerà.
Perché la guardia rossa
già le scavò la fossa
nell’epica riscossa
salvò l’umanità..

Edgar Lee Masters – La collina

Edgar Lee Masters

La collina

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,

l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,

uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,

la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?

Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,

una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,

e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,

e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è quel vecchio suonatore Jones

che giocò con la vita per tutti i novant’anni,fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

Sylvia Plath – Papà

Sylvia Plath

Papà

Non servi, non servi più,

O nera scarpa, tu

In cui trent’anni ho vissuto

Come un piede, grama e bianca,

Trattenendo fiato e starnuto.

Papà, ammazzarti avrei dovuto.

Ma sei morto prima che io

Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,

Statua orrenda dal grigio alluce

Grosso come una foca di Frisco

E un capo nell’Atlantico estroso

Al largo di Nauset laggiù

Dove da verde diventa blu.

Un tempo io pregavo per riaverti.

Ach, du.

In tedesco, in un paese

Di Polonia al suolo spianato

Da guerre, guerre, guerre.

Ma il paese ha un nome molto usato.

Un amico mio polacco

Mi dice che ce n’è un sacco.

Così non ho mai saputo

Dov’eri passato o cresciuto.

Mai parlarti ho potuto.

Mi s’incollava la lingua al palato.

Mi s’incollava a un filo spinato.

Ich, ich, ich, ich,

Non riuscivo a dir di più di così.

Per me ogni tedesco era te.

E quell’idioma osceno

Era un treno, un treno che

Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.

A Dachau, Auschwitz, Belsen.

Da ebrea mi mettevo a parlare,

E lo sono proprio, magari.

Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna

Non son molto pure o sincere.

Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi

E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi

Qualcosa di ebreo potrei avere.

Ho avuto sempre terrore di te,

Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.

E il tuo baffo ben curato

E l’occhio ariano d’un bel blu.

Uomo-panzer, panzer, O tu –

Non un Dio ma svastica nera

Che nessun cielo ci trapela.

Ogni donna adora un fascista,

La scarpa in faccia, il brutale

Cuore di un bruto a te uguale

Tu stai alla lavagna, papà,

Nella foto che ho di te,

Biforcuto nel mento anziché

Nel piede, ma diavolo sempre,

Sempre uomo nero che

Con un morso il cuore mi fende.

Avevo dieci anni che seppellirono te.

A venti cercai di morire

E tornare, tornare a te.

Anche le ossa mi potevano servire.

Ma mi tirarono via dal sacco,

Mi rincollarono i pezzetti.

E il da farsi così io seppi.

Fabbricai un modello di te,

Uomo in nero dall’aria Meinkampf,

E con il gusto di torchiare.

E io che dicevo sì, sì.

Papà, eccomi al finale.

Tagliati i fili del nero telefono

Le voci più non ci possono miagolare.

Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi –

Il vampiro che diceva essere te

E un anno il mio sangue bevé,

Anzi sette, se tu

Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.

Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.

Mai i paesani ti hanno amato.

Ballano e pestano su di te.

Che eri tu l’hanno sempre capito.

Papà, carogna, ho finito.

Giulio Stocchi – Melma

Giulio Stocchi

Melma

è una parola che deriva dal longobardo
e significa
-leggo sul vocabolario-:
Terra abbondantemente intrisa d’acqua
attaccaticcia
che si trova spesso sul fondo dei fiumi
E in senso figurato:
endemica bruttura morale
Chissà se lo sanno le camicie verdi
che raccolgono in
un’ampolla l’acqua del grande fiume
invocando i longobardi loro avi?

Roberto Ricotti condannato a morte

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Roberto Ricotti

Di anni 22 – meccanico – nato a Milano il 7 giugno 1924 -. Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all’organizzazione militare dei giovani del proprio rione – nell’agosto 1944 è commissario politico della 124^ Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù -. Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù – tradotto nella sede dell’OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore – più volte seviziato -. Processato il 12 gennaio 1945, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 14 gennaio 1945 al campo sportivo Giurati di Milano, con Roberto Giardino ed altri sette partigiani -. Proposto per la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

S. Vittore 13.1.’45

A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore…

Roberto Ricotti Condannato a morte

Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita…! a te io dono gli ultimi miei battiti d’amore… Addio Livia, tuo in eterno…

Roberto

14.1.’45

Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia… Il Comunismo!! Coraggio addio! Roberto Ricotti

14.1.’45

Lascio a tutti i compagni, la mia fede, il mio entusiasmo, il mio incitamento. Roberto Ricotti

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Mario Porzio Vernino (Stalino)

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Mario Porzio Vernino (Stalino)

Di anni 25 – agricoltore – nato a Fara Novarese (Novara) il 6 marzo 1920 -. Sergente Maggiore dell’Esercito Italiano in zona d’occupazione jugoslava, dopo 1’8 settembre ’43 si unisce ai partigiani sotto il comando di Tito con i quali combatte fino al maggio ’44 — Riuscito a rimpatriare, nel luglio 44 raggiunge la VI Divisione Alpina Cana­vesana G.L. in cui milita con il grado di Capitano e l’incarico di ispettore dei campi di lancio -. Sorpreso con quattro compagni, il 14 marzo 1945, nel centro partigiano d’intendenza dell’Argentera di Rivarolo Canavese (Torino), da elementi della Divi­sione « Folgore » – tradotto a Volpiano (Torino) – per tre giorni sottoposto con i com­pagni a continui interrogatori e sevizie -. Fucilato il 22 marzo 1945 contro il muro di cinta del cimitero dell’Argentera di Rivarolo Canavese, da militi della « Folgore », con Alessandro Bianco, Renzo Scognamiglio, Sergio Tamietti e Antonio Ugolini
Carissimi,
il 19 e. m. sono stato catturato da reparti paracadutisti. Oggi 22 marzo sono fucilato. Non pensate a me, perché la mia coscienza è tran­quilla.
Mario

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana
Einaudi Editore 1952

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Mario Luzzi – 11 settembre

Mario Luzzi

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia

sorelle di opulenza

gemelle di dominanza,

cessate di torreggiare

nel lutto e nel compianto

dopo il crollo e la voragine,

dopo lo scempio.

Vi ha una fede sanguinosa

in un attimo

ridotte a niente.

Sia umile e dolente,

non sia furibondo

lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati

in quella frenesia di morte

dell’estremo affronto i sangui,

l’arabo, l’ebreo,

il cristiano, l’indio.

E ora vi richiamerà

qualcuno ai vostri fasti.

Risorgete, risorgete,

non più torri, ma steli,

gigli di preghiera.

Avvenga per desiderio

di pace. Di pace vera.

Mario Luzi