Giovanna Zangrandi – Gli ingrassavo le scarpe

 

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Scarpe rotte
E pur bisogna andar…..
Racconti del premio Prato
1951 – 1954
Giovanna Zangrandi
Gli ingrassavo le scarpe *

 

Premio Letterario Prato 1953.
Racconto vincitore del terzo premio.

 

Autunno del ’44: nell’ultimo paesetto annidato tra le faggete non potevo piú stare. Né io, né altri. Sapevamo d’altronde cosa valevano i nostri tesserini rifatti, riscritti sulle scolorina e le cancellature, e certe fantasiose carte d’identità fornite da compiacenti impiegati dei Municipio.
Adesso l’ultimo rastrellamento massiccio spegneva in convulsioni di raffiche la sua furia, la resistenza degli uomini vivi era crollata, i morti li avevano tirati giú dagli alberi di Domegge e dai piloni di Belluno, la pioggia cadeva sulla fuliggine di case bruciate. Solo dai valichi della Carraia si alzavano ancora fumacchi sinistri dove un meticoloso tenente SS andava a incendiare fienili.
Avevo una gerla, sapevo quanto valeva e l’amavo. Di notte, con passo silenzioso, si cercano le tacche di sentieri di fienaioli e boscaioli; sono piste, sui pendii ertissimi, che solo antichi piedi con secoli di esperienza sanno trovare nelle notti stellate, quando c’è un barlume tra le frasche dei faggi e dei larici; e si cercano con le mani a tastoni quando è più. sicuro. Da soli si deve andare, in silenzio, se non vuoi chiacchiere o segnalazioni. Nel fieno si dorme al caldo.
Allora, in quell’autunno ch’era ormai gelido inverno sconvolto da bufere di neve, tutte le Marmarole furono mie; non vi era piú nessuno da Calalzo fino ad Auronzo, gelo armi e cose che potevano essere preziose, lasciate nei buchi

 

Dagli altopiani si vedevano dossi e catene e valli verdognole ancora, con case lontanissime, forse erano valli del Comelico.
Valicai tutta la catena, una notte, con i miei vecchi sci, facendomi una pista su sentieri scomparsi, riuscii a scovare l’ultimo uomo che forse aveva ancora dentro qualcosa di vivo, uno che dice: « Zitta e dura tu. Tieni bene a mente dov’è nascosta la roba rimasta, e se qualcosa succede vieni a dirmelo. Da sola devi restare. Vai dove vuoi, non qui, io non voglio. E perché… Ma non conta. Ti dico: vedi, io non mollo, farò da solo quel che posso. Lo farò. In tanti anni con la vecchia Iulia, anni di errori e sopra morti, ho capito che tipi erano Garibaldi e Pietro Calvi, quello che la nonna mi raccontava, mi raccontava come passava di qui, e quello che fecero allora: lei la vide la battaglia di Antoia. Lo faremo anche noi, una specie, cosí. Ubbidisci a quello che ti ho detto e va’ via… To’ le devi, prendere, sono solo, cinquecento lire, prendile e comprati quel che trovi da mangiare. E vai ».
Mi fissa in modo strano, quasi mi stritola la mano; si capisce che gli brucia di dire qualcosa; poi fa: « Mi dispiace di cacciarti lassú, è duro, ma non voglio donne nella mia vita. Adesso, dico. Capisci cosa voglio dire? Addio, bestiolina, verrà primavera, sarà finita a primavera, potremo avere anche quello ».
Dagli ultimi fienili minuscoli e miseri si guarda il sole tra le frasche dei larici gialli, il vento scuote nuvole d’oro di morti aghi, cadono senza rumore sul nevaio. Il nevaio è sporco di loro, tutto pieno ne è anche a fondo, vanno nell’acqua di neve disciolta per polenta o minestra, sempre aghi si mangiano.

 

Salirono ancora a rastrellare, vestiti di bianco, con potenti 20 millimetri; i paesani dissero che proprio non volevano gente per i fienili, gran miracolo fu che non avessero bruciati anche questi.
Migrare. Piú in alto e all’adiaccio.
Si trova la Memora, che è una grande roccia inclinata a quasi duemila di quota, non grotta, ma aperta al vento e tuttavia riparata dalla pioggia e dalla neve. Si sentono suonare campane nella sera tranquilla; la grande roccia ne rimanda l’eco di suono lontano.
E suonavano tanto a lungo una sera che credevo fosse venuta la pace. Poi la terra tremava ancora per un bombardamento chissà dove; tremava, oltre le valli e le catene. Non era venuta ancora.

 

Ed era Natale, sotto la grande roccia falcata v’erano ora due ragazzi giovani, arruffati e neri, due braccati come i lupi e ci si erano fatti una tenda, e lassú a duemila, con una coperta per uno, dicevano che era un posto da re. Erano due che si sapevano arrangiare e, per far fuoco senza riverbero, là dove « abitavo » io, avevano intrecciato tanti rami di abete come un vero muro e posto dei sassi come un vero focolare.
E avevamo chiuso dentro, in questo nostro razionale soggiorno, anche un grande faggio con i suoi rami: ci si potevano appendere giacchettini bagnati, gavette, cucchiai e bidoncini, era come un armadio di lusso, come un vero buffet. Mi fecero anche omaggio, perché facevo la cuoca, di una branda di rami legati con giunchi; era piú dura e gibbosa della terra, ma si poteva dire: « è, una branda ».
Cantavano a volte, alla sera con le loro voci intonate e basse, canzoni che nacquero da terra bagnata di sangue, sassaie, boscaglie alpine o africane o caucasiche; fuori si sentiva morire il canto nel tonfo di neve cadente dai rami.
Poi il fuoco si spegne, resto sola. Nel saccopiuma caldo ho intorno la notte delle Marmarole. A volte, viene dentro, tra i rami, il viso di quell’uomo che disse che non voleva donne fino a primavera; vedo brillare nel buio i suoi occhi, come sono, dorati e selvaggi: per essi gli demmo il nome di Tigre.
Talora mi mandavano da lui con gli sci, specie se occorreva guidare qualcuno di là, ma era di solito gente che alla quinta o sesta ora di marcia crollava; una pena doverli tirare in piedi quando, maldestri, cadevano. Solo i due ragazzetti della tenda filavano a passo di fondo; con loro si riusciva ad attraversare le Marmarole prima di notte.
Era anche strano come, in tre, quattro, si riuscisse a tenere i fili come cento. Quei due ragazzi scuri e magri, come scarniti, erano in giro tutte le notti, per ordini ricevuti o per agganciarsi furtivi alla mamma, una incappucciata e nera che veniva fuori di notte, dentro la valle, a portare un poco di latte o di avanzi.
Anch’io avevo una madre adottiva in un paese, una paesanina asciutta quasi mia coetanea; le portai un giorno notizie buone di un figlio che lei credeva impiccato, e fu mia sorella. Vi andavo talora quando fame e sporcizia erano troppe, diceva: « Zitta! Ubbidisci, ecco l’acqua calda, la mia maglia; stanotte lavo la tua e si asciuga; patate ce n’è, prendine, non ho altro ».
Ma di solito restavo da sola sotto la roccia falcata. Nelle notti di scirocco si staccava la slavina dal monte soprastante, passava sul capo con rombo pauroso, si afflosciava a valle. Strappava via un po’ di rami dal baracchino per lo spostamento d’aria, ed era ancora silenzio.

 

Ecco che la sera del 30 dicembre vennero i due della tenda e mangiavano la minestra che cucinavo nel baracchino di rami: ma ci sapevo fare, mettevo dei dadi e anche un poco di sale (non si metteva nella polenta perché non bastava), ci mettevo dei ceci e un osso, quando si aveva, che si bolliva tre volte, e cercavamo di metterlo nuovo alla domenica, per far festa. Avevamo anche un barattolino di grasso, omaggio prezioso del CLN: puzzava alquanto, ma ne mettevo solo un cucchiaio. Veniva una buona minestra e se ne mangiava una gavetta ricolma: dopo, lo stomaco diveniva come una buffa pallottola.
Dunque, quella sera i ragazzi dissero: « C’è questa lettera da portare in Auronzo; ci dovresti andare da sola, noi si ha da fare. E digli buon anno, laggiú ».
« Certamente: deve essere buono il ’45 ».
« Nel ’45 ormai saremo, quando tu ritorni. Ma nel ’45, suoneranno le campane », fece il piú giovane.
« Suoneranno a festa, non come giorni fa, per Natale, accidenti! ».
Perché in quel giorno di Natale loro guardavano disperatamente i loro paesi laggiú, stando qui appollaiati sulla striscia asciutta del « lungomare », dove la roccia protegge due metri di larghezza, come un terrazzo marginato da enormi e aridi rosai selvatici; lo chiamavamo appunto il « lungomare ».
« Bene, andrò domattina a portare la lettera », dissi, e mi addormentai nel saccopiuma.
Si vedevano tra le frasche del casotto occhieggiare stelle lucenti, poi erano come sfavillanti occhi di felino. L’amico che stava di là dalla catena mi parlava, accosciato per terra; cantava come lo avevo sentito una volta, di un maggio di festa e di amore: quando sarà pace e primavera, si potrà pensare anche a noi stessi.
Partii prima dell’alba, a lume di stelle, nella buca sotto il bivacco agganciavo le pelli di foca agli sci. Erano molti gradi sotto zero e le dita restavano incollate agli attacchi.
Poi mi misi ad arrancare in salita e mi scaldai. Arrivai all’altopiano che schiariva: tra nuvole portate dal vento, il sole si levava sui grandi campi nevosi dell’altopiano.

 

Era neve caduta da poco, vergine, resa leggera dal gelo; sembrava un posto da andarci in gita, come si faceva nel tempo felice, prima che venisse questa guerra. Scesi dall’altopiano lungo una troppo breve discesa, liscia e dolce; dopo me la ricordavo come una leggenda, mentre correvo a zig zag nel bosco sottostante, accidentato di rocce, di alberi abbattuti e di discese quasi in parete.
Nel paese che sta laggiú, lungo, nella freddissima valle, al recapito, vi era una ragazza cauta fino al sospetto. Ma io riuscii a vedere l’amico e dissi: « Ecco, Severino, che ti ho portata una lettera ».
« Me l’hai portata? Cosí, come andare dalla signora al piano di sopra a portare un biglietto, bestiolina ». « Di sopra o di sotto? Considera la geografia ».
« Lingua di donna: ma sono veramente due valichi, su e giú, una scala lunghetta vuoi dire ».
« Hanno detto i boria di augurarti buon anno ».
« Capito. Buon anno? Certo deve essere buono, questo; in questo che viene sarà primavera,
hai capito? ».
Si mise a cantare quella sua canzoncina che diceva: « Ci sposeremo a maggio », e mi fissava negli occhi ridendo; quella ragazza sbatté la porta e andò fuori.
,« Eccola », brontolò Severino. « Donne, accidenti! Donne! E nessuno mi ha ingrassato le scarpe ».
Io dissi: « Non si deve girare per i paesi con le scarpe in disordine, si dà nell’occhio; vedi che il filo di ferro, con cui lego le mie perché non si sfascino, lo levo all’entrata del paese e lo tengo in tasca ».
« Sei ridotta maluccio. Te ne devo cercare un paio. Che numero hai? ».
« Il 37. Ma mentre aspetto, le tue posso ingrassarle io. Su, dài qua ».
Ero tanto contenta, addirittura felice, di ingrassargli le scarpe, ed egli mi guardò un poco; aveva il viso stanco e stravolto; mi guardava seduta per terra ingrassare i grossi scarponi.
Dissi: « Sono buone e devi tenerne conto; solo la suola è tutta consumata da una parte. Ma come cammini? ».

 

«A modo mio cammino. Ti pare davvero, consumata? Ma può essere: perché in Albania mi spezzarono tutt’e due le ossa delle gambe con una raffica e, appena saldate, mi mandarono portaordini sul Don. Nella ritirata andai a piedi e camminavo cosí ».
Ritornò quella ragazza con il mio sacco e disse: « Vi ho messo cavoli e cipolle per la minestra, del sale, dico, del sale buono, non quello rosso da pecore, e anche un fiasco di vino per il Buon Anno ».
« Trovale un posto per dormire », disse Severino. « Non può partire stasera, lo vedi ». E fece per andarsene.
C’era qualcosa che lo rendeva inquieto e cattivo; io non capivo bene;, intuivo forse e mi sentivo importuna.
Dissi: « Grazie della minestra di cavoli; finisco in fretta, non temete, e riparto perché voglio fare avere il vino ai ragazzi per Capodanno. Devo partire subito. Buonasera ». E ingollai quella minestra come se la seggiola scottasse.
Pelli di foca ancora sotto gli sci e su per la salita, una punta dietro l’altra; le vedi avanzare, punta uno, punta due, punta uno, punta due, e si dice che si deve vincere il sonno che lega tutti i muscoli, come un veleno: deve essere complice anche la minestra di cavoli. Punta uno, punta due: spingerle avanti nella pista, diventare una macchina di muscoli in moto, che non pensi piú nulla. Le tiranti del pesante sacco, dopo un poco, affondano nelle spalle e si sistemano, fanno alleanza con le ossa delle clavicole, scordi il peso e sai solo che sei una macchina che forza in salita, una macchina senza pensiero o problemi, che solo deve andare.
Solo le punte degli sci ora si vedono nella incerta luce di luna, in questa forra fredda: dentro la scia di stamane si devono infilare le punte. E quando si arriva al margine dell’altopiano, la luna va dentro e fuori da nuvole in corsa e il vento ha cancellato la scia. Nere nuvole di bufera sfioccano dal Ciastellin e coprono del tutto quello spicchio di luna, poi scendono fosche sul piano, e la nebbia densa viene
radente al Nevaio: non vedi piú nulla, ma non devi perdere l’orientamento. è buio fondo, nebbia come poltiglia, nausea, ma ora la macchina si è messa a pensare per non morire. Alla caséra si deve arrivare.
Poi sul largo altopiano la tormenta fischia e acceca, ti soffoca se inspiri, incautamente. Ohi, l’altopiano non è piú idillico come nel mattino, ma si deve arrivare. E si sente la minestra di cavoli che fa acido, dallo stomaco ti blocca ogni muscolo come una maledizione maligna. Ma ho trovato un muro nel -buio. Come sia stato non so. Era la caséra.
La grande caséra delle pecore ha le porte spaccate e i muri semisepolti nella neve, tutta piena di neve anche dentro, di stalattiti di ghiaccio. Oltre venti gradi sottozero rallegrano l’altopiano; si capisce perché ti gela la bava che cola dal mento.
E in quella sera di capodanno, in attesa dell’anno felice in cui sarebbe venuta primavera, mi feci un appartamento lussuoso nel sottoscala della caséra: avevo una mannaietta e spaccai il recinto dei porcelli: legna e sterco secco che potevano ardere; raccattai ramaglia di lettiere e pezzi di legno, tutto quello che potei trovare, ed era assai poco.
Fuori fischiava il vento, a raffiche violentissime, cariche di neve; tonnellate di neve, sollevate dal vento, battevano contro i muri massicci di quel rudere e li facevano tremare.
« A bruciare adagio durerà tutta notte », pensavo. « Bivaccare bisogna. Che ci sia, giú in fondo alle valli, qualcuno che festeggia davvero questo sanguinoso anno che muore? E a me che importa? ».
Mentre quella ragazza laggiú si è voltata, ho sgraffignato da un tavolo tre patate crude, tre bellissime patate che ora cuociono sotto la cenere, e tiro fuori i piedi dall’intrico di fili di ferro che sono le mie scarpe. I piedi fumano al fuoco, si scaldano, e sono tanto felice perché stavolta sono arrivata in tempo a tirarli fuori prima che gelassero come è successo altre volte. E due volte furono gialli e viola e dovetti strofinarli con la neve tutta la notte.
Si pensa: « Lo sai, non devi dormire o ti geli. Cura il fuoco. Lo sai com’è quando si deve bivaccare: è meglio trovare subito un pensiero felice e seguirlo e che sia un filo lungo… Tu vorresti pensare all’uomo a cui ingrassasti le scarpe; vorresti, ma poi è strano: tutte le cose solite della vita e della carne sono infinitamente irreali, impossibili e staccate in questa caséra polare; tutto è gelato e freddo, bloccato… Non si vede niente del domani; aver dentro come nebbia e un dubbio: Severino potrebbe anche dimenticarsi di aver detto: Ci dobbiamo ritrovare noi due a primavera,; può succedere… Io sono quassú, nella caséra delle pecore… ».
E tra le raffiche del vento si sente lontano un suono come di campane. lo, so tuttavia che sull’altopiano non può arrivare il suono di quelle dei paesi; sono altre, queste, tra. la tormenta che fischia; si sentono e hanno un suono che stacca da tutte le cose presenti, che annienta, e parlano, a modo loro, di cose che è bello pensare di poter avere.
Si sentono le campane sull’altopiano. Dopo un poco non si ascoltano, non fanno piú effetto; ma è come vedere un letto con lenzuola cambiate in una baracchetta chiusa al vento, come so, dove so: là, sul valico verde, sotto i dossi della montagna gigante, dove sopra si vede la vedretta crepacciata di azzurro.
Ma, nel mio nido, il vento non passa, e c’è un camino che scalda. Alla sera avrò un mastelletto di acqua calda per lavarmi per bene. Al mattino avrò del caffè vero: si sente il suo aroma là dentro, si dorme tra lenzuola pulite, niente importa piú di bufere e di solitudine, nemmeno di schiaffi sul viso ti importa. Avrò dei libri nella casetta del valico, libri dai sonanti versi, come fiume od oceano, e dalle parole piane e vere. Avrò i fantasmi sanguinanti, umani o ridenti di tutti quelli che incontrai; parlerò e li farò parlare, cammineranno per lunghe vie e case e paesi, cose che si vedono nella baracchetta, come se avesse pareti di vetro aperte sul mondo, nel passato e nel futuro, nella vita di tutti.
E si sentiva un odore come di torta dal forno, di torta che brucia, perché pensavo a una torta di zucca (io so farla assai buona). Ma questa pareva avesse dentro, come, fili di lana riarsi ora dal fuoco. Poi balzai, saltando sul piede scottato, perché era il mio calzino che bruciava; ma io non avevo dormito, quelle cose della baracchetta e della gente che avrei potuto far vivere, io, da sola, cento vite, quelle cose le avevo pensate; solo alla fine, la torta, il calzino, pensiero, sogno e sonno s’erano saldati tra loro.
Fa niente. La baracca non ce l’ho; quel valico, però, e il monte e la vedretta splendente ci sono. La baracca potrei costruirla e vi farei con gran cura una cambusa potente; la riempirei di tanta roba buona da mangiare, di tanta anche per i giorni di bufera. Perché allora, a guerra finita, leveranno le tessere. Vi avrei pasta bianca e farina leggera e riso e olio puro, torchiato da olive. E tanto zucchero, tanto, non piú saccarina come in questo gamellino di vin caldo che ho deciso ora di prelevare dal fiasco (la mia parte, né vorrò piú averla domani). Non voglio mai piú vedere, dopo, compresse di saccarina, mai piú, mai piú, come cose di delitto o di orrore. Avrei burro, biscotti e bianche gallette. Anche qualche barattolo di latte condensato, dolce, che scivoli sulla lingua, come pure marmellata di castagne e non roba che puzza di fumo, di acqua di neve sciolta sul fuoco. Mai piú minestra di ceci. Non farò scorpacciate, no certo, solo cose genuine, solo un poco ogni giorno, gustando il boccone (ora sai quel che vale).
Che mai importerebbe se fuori batte il vento? Riempirei la legnaia in autunno, ci so ben fare nel bosco. Se fosse sereno, vedrei fino ai crinali lontani, fino alle catene dello spartiacque e del confine; vedrei la grande valle verde, cosparsa di paesi felici, la strada che corre grigia, la strada che io conosco ogni metro, la strada, l’asfalto, e si vedono dell’asfalto, alla curva tra Lozzo e Domegge, sotto il mammellone di prato ch’è tutto un rigoglio, macchie piccole e una chiazza grumosa che non si è ancora asciugata. Nessuno ha osato di venirlo a lavare; i copertoni delle biciclette hanno inciso il sangue: di Sandro deve essere questo. La lingua si attacca al palato; è come se anche la mia bocca fosse piena di sangue, come quella di Sandro, steso e rigido sul, pancone che non sapevi fosse nella casera, duro e gelato. Non sapevo che fosse qui dentro, e come mai si trova qui dentro?
Sussulto e mi voglio svegliare. In questa notte che non passa mai raziono quest’ultima legna: un coperchio di cassetta, il manico della scopa, l’assicella sulla quale sedevo, ogni legno, ogni sterco combustibile è finito.
Le raffiche battono ancora contro i muri, un poco meno forti. Ci si deve gettar fuori, di corsa: a star fermi è come morire. Ma ora la minestra di cavoli ha trovato la via, le tre patate arrostite le han fatto scorta; questo stomaco protesta, vuoto e si torce. Stai buono, mio bello (ma fastidioso, prepotente, senza nessuna creanza), ora ti servo. Con il coltello faccio un buco in uno dei cavoli, è gelato anche dentro, ma si mastica meglio e, quando s’è finito di frantumar cristalli di ghiaccio, si scalda la polpa pian piano tra lingua e palato.
Chiudo i boccaporti, il cappuccio, le manopole, aggancio gli sci con le manopole o ci rimetto pezzi interi di pelle, Cammina, Anna, piccola Anna, cammina. Una raffica ti investe e ti sbatte sotto il sacco; fa presto, tirati fuori, non lasciarti vincere dalla stanchezza del sonno; lo sai che succede? Impara a curvarti alle raffiche, e tra una e l’altra si vede l’altopiano che fu morbido e idillico in mattina, ridotto ora come un oceano di cavalloni pietrificati. una banchisa contorta.
Bisogna balzare con gli sci da queste creste di dune. Poi, dietro la costa del monte, le raffiche battono pilideboli; per infiniti falsipiani si va, per discese e salite, sciogliendo il cavolo nella bocca impastata di fumo di fuoco, facendo raspa dove picchia in discesa, dignitosissima raspa a cavalluccio dei bastoni.
Si arriva alla roccia del «lungomare», sottovento, quasi caldo nel sole di mezzogiorno.
« Buon anno; ecco il vino, la mia parte l’ho presa. Ma vi pare? Non ne voglio bere piú; solo un sorso, se proprio insistete che si brindi all’anno che viene ».
Poi se ne andarono e mi cacciai nel saccopiuma, mi svegliai ch’era il 2 gennaio e si sentivano le campane della sera, quelle solite dei paesi della grande valle, le solite dell’Avemaria. Oh, cosa speravi mai che suonassero?
Prima che venisse maggio vidi ancora due volte Severino. La prima volta arrivò al salottino di ramaglia; doveva avere in vista qualche lancio, ed entrò in quel buco e si guardò attorno. « Bene, ben messo il localino; ma credevate di poterci restare? Ho saputo ieri che è segnalato questo posto; sono venuto a dirvelo. Filate, stasera stessa ».
Uno dei ragazzi ingoiava amaro, ma l’altro disse: « Fileremo. Se si deve partire, cucina quella pasta che resta. cucinala, Anna, tu ci sai fare ».
« Vedremo », brontolò con me Severino. « E tu, bestiolina, ecco qui: ti ho portata la carta falsa, ben fatta e autentica’.’ Ora puoi andare nel mondo: mi fai comodo laggiú, e sarà anche una vita piú da donna, ti pare? ».
Quella pasta era riuscita assai buona e c’era anche il ragú con la carne, perché io avevo tritato un cosciotto rimasto, di una bestia che avevamo mangiato.
Severino chiese: « Che bestia sarebbe? ».
« Un agnellino che si è rotta una gamba… », provò a dire un ragazzo; ma l’altro lo interruppe deciso:
« Che storie! A lui si dice. è un gatto di Grea che abbiamo epurato: era del Segretario del Fascio e lo trattava a ciccina ».
« Si sente, è un buon ragú ».

 

Dopo, Severino venne a sedere con noi sul « lungomare », e aveva portato sigarette ai ragazzi, che prima fumavano le foglie dei faggi. Qui, sul « lungomare », la neve veniva a morire contro i rosai selvatici: ve n’era rimasta sui rami a far fronde di gelo.
,«Vi eravate trovato un bel posto, protetto dalle intemperie, ma forse hanno visto il fumo e ora è finita; guai a bruciare roba verde o bagnata ».
Sono pieni di spine quei bacchetti? Ehi, Anna!
«Ma fioriranno; tenete duro, ragazzi, verrà primavera. Ci hanno rovinato tutta la giovinezza, ma se ne può avere ancora un pochino. Ci rifaremo la vita bella ». Ci aveva afferrati tutti per le spalle e ci scrollava.
E dopo siamo sciamati dal « lungomare », per diverse vie.
Ed è aprile, la pianura è fiorita e verde. Da Padova si vede nel cielo chiaro la striscia bianca delle Alpi e si dice ai pedali, alle gambe, che devono arrivare, che i copertoni tengano nelle toppe, che le camere d’aria non scollino i loro mosaici di mastice autarchico, nel cielo schiarito dalle bufere vi è quella striscetta dentata e sospesa, ferma: sono le mie Alpi, e stasera devo passare di là.
Mi dico: « Pedala e cerca un filo di pensiero per non ossessionarti con la strada da fare, dannati rettifili di pianura! Là i fiumi saranno gonfi di acque disciolte, vi è stata bufera tardiva di neve, e forse a quest’ora nelle mie valli rombano le slavine. Ed essi non sanno, Severino non sa, e mi vedrà arrivare con le coordinate del lancio; quattro giorni solo di tempo ci sono, bestie a non mandargliele prima!… Arriverò. Anche se mi portassero via la bicicletta che custodisce la lettera nel telaio sotto la sella, in ogni caso le coordinate le so a memoria, gradi e minuti, e la forma dei fuochi. Ecco che ora gli Alleati ci aiutano un poco. Lasciateci fare, lo sappiamo che sapore ha la libertà. Al nostri padri piaceva, a quei nonni che nel 1848 scaricavano sassaie con Calvi alla testa di eserciti potenti e impauriti. è, bianca e bella e naviga nei cieli sereni, la libertà; assomiglia alla cresta lontana, che ora è piú chiara, e si distinguono le cime: anche la libertà si avvicina cosí ».
Quanta gioia dànno a Quero le montagne che stringono, come se abbracciassero la valle, e me, piccola, dentro la valle. Poi sono pareti di forra profonda e finalmente la stretta di Termine, la Tovanella: non ricordo, quasi che un giorno è passato e che ho mangiato, soltanto mele renette.
Al bivio di Pieve la piccola mamma bruna insiste: « Ma férmati. Non ce la fai prima del coprifuoco. Domattina… ».
« No, no, devo andare ».
Viene fuori suo figlio, che ora è nascosto in paese, un tipo duro, devoto aiutante di Severino, e mi guarda. « Anna, non dar retta alle donne; se è cosa importante (e non, dirmi cosa, non voglio), se devi, tu vai. Dàlle quel latte, mamma, lei può berlo in fretta senza perdere tempo. Severino ti aspetta in Auronzo. Su, Anna, cammina! ».
Ce l’ho fatta: si vedevano nella forra gli occhi di Severino ridenti e felici perché io gli avrei dato quella lettera con fauste notizie; tutto era andato bene finora e qui ero in casa mia, dentro forre e montagne; mi sentivo protetta e come rinnovata e correvo incontro a quegli occhi, la bicicletta riusciva ad andare.
Treponti era rotto, la teleferica ferma, vi erano due travi gettate sulla forra profonda perché cominciavano a fare una passerella, erano ancora solo due travi. Bene: ti ricordi, Anna, in palestra, quando eri al ginnasio? Quella professoressa di ginnastica (antipatica) che scandiva: « Uno, due, tre, quattro. Ragazze, petto in fuori, con grazia. Tolgo un punto a chi cade dall’asse ». Questa dannata bicicletta sulla spalla, che dovrebbe far la parte dell’ombrellino dell’equilibrista. Le gambe, indurite da quasi trecento chilometri, tremano: non di paura, perché sono assolutamente incosciente. Lo so che c’è il fiule ottanta metri là sotto; è in piena e si sente: un pochino peggio che se ti levassero un punto in palestra.
In mezzo al fiume il rombo si sentiva piú forte e stordiva. Allora ho detto: « Guai se cado. La lettera gli deve arrivare. Mi trascinerò a cavalluccio della trave, non si sa mai. Tanto, è scuro; nessuno mi vede ».
Era una casetta al margine del paese. Vi era un grande paesano baffuto, e Severino, dalla gioia mi scrollò forte. Non sentivo nemmeno stanchezza; e Severino volle che mangiassi io tutta la pasta; urlava che lui aveva mangiato fin troppo. Parti subito, in babbucce, a organizzarsi per quel lancio.
Il vecchio paesano è venuto con una coperta e un materassino, lo ha messo vicino al focolare e ha detto: « Vi ci potete accomodare? ».
« Ma certo; è magnifico ». Il vecchio riordina, mette a posto questo e quello, prende su le scarpe di Severino (quanto sono mal ridotte!).
« La moglie si dimenticò di ingrassarle », dice quell’uomo.
« Datemi il grasso; intanto che scarico i muscoli e mi preparo a dormire, vorrei ungere queste scarpe, se avete il grasso ».
« Ma si, non c’è altro che grasso da scarpe; per cucinare ci manca, ma non quello delle scarpe; i tedeschi ne lasciano scatolotti dovunque ».
« E guarda come le ha ancora consumate sul lato ».
« Eh, Sevi, Sevi. È come mio figlio. Non vedi come mette giú il piede? Ne deve aver avuto del male. E metterlo proprio portaordini, gran bestie!… ».
All’alba ho dovuto partire, senza vederlo. Credo che sia stato contento di aver trovato le scarpe in ordine e ha capito che sono stata io. Forse capirà anche perché gliele ho ingrassate.
Poi verrà primavera anche qui in alto. Si sente ormai nell’aria, la nostra primavera di libertà. è tanto che si aspetta ora si sente che viene, è vicina, ma quasi non si riesce a immaginare bene come sarà. O forse nemmeno si osa pensare a queste cose. E bisogna andare in fretta, in questi ultimi giorni, a gara con i fiumi, che sono gonfie rombano nelle forre.

 

Fango. Fango di pianura, poi ancora alberi e salite del vallone del Piave. Pietre miliari, passate, passate! 27,7, 26,7, 25,7. Tagliare i tornanti con la vecchia bicicletta sulle spalle, per le mulattiere sassose, giocare con le forze del peso in discesa, curve radenti, che i copertoni tengano, ancora un poco, e cosí le toppe. Sotto i ponti dei torrenti, quante toppe incollate con quel povero viscere di gomma in acqua e vedere dove dà bollitine.
Sole rosso tra nebbie di pianura, sui monti vorrei arrivare. Finirà. Sono giorni in cui si deve andare, andare, e non c’è tempo di chiacchiere. Ecco che si è sentito l’aereo, picchiare nella notte, tre giorni ha tardato, gran bestie! Ma ora sgancia. Pietre miliari, passate, passate!
La piccola mamma bruna dice: « Dormi qui, lo sai che è casa tua ».
Lei affonda stanca nel sonno, la sento respirare qui a fianco nel lettone pulito, tutto il giorno ha lavorato a seminare. Si è seminato contenti quest’anno, in questa primavera.
Nel lettone pulito mi stendo e attendo il sonno che stasera tarda un poco. Dalla finestrella aperta viene odore di terra e di erba. E proprio primavera.
Senti rumori nella notte? Si ritirano ormai, vanno oltre le giogaie. Si sente il fiumicello qui sotto che fruscia appena a lato della casa della mia amica: è il Rusecco. Lo sapete voi, Panzer massicci che ora passate sull’ignoto ponticello del Rusecco? Lo sapete? Cinque secoli fa, lí sotto, vi fu grande poltiglia di sangue dei vostri. Quei montanari che vi sgominarono là non sapevano di sicuro chi precisamente fosse l’Imperatore Massimiliano e la gente di Cambrai e il Papa; non sapevano gran che: combattevano, uccidevano gli invasori sulle sponde dei loro fiumi.
Fruscia nella notte il Rusecco, sotto la grigia casa di sasso. Di solito non si pensano queste cose, non si ha tempo, ma nella notte insonne a volte affiorano e ci si accorge che si è dormito da mesi sul piccolo Rusecco.
Prima non ci si era pensato. Ma si capisce ora, a un tratto, perché uno che sia ancor oggi come quelli che si batterono a Rusecco abbia negli occhi lo stesso fuoco che vuole libertà: uno come Severino.
E ci vedremo in questo maggio che viene (quest’altra settimana mi pare cominci a esser maggio), torneremo esseri umani, che possono cantare e amare.

 

« Occorrono 60 chili di plastica da ferro, per domani notte », dice uno che è venuto dal Comando di Divisione. « Tu, Anna, e tu, Nerina, dovete andare in Auronzo: loro ne hanno. Andate da Severino e fatevela dare… Certo: mettetevi a posto, pitturatevi la faccia, due valigine perbene come borsaneriste puttanelle, ehilà! Eccovi i soldi della corriera ».
Là in Auronzo ci sono ancora i tedeschi, per tutta la valle ce ne sono. Nerina è una ragazza ridente, alta e forte.
L’autista della corriera, che è fratello della mia amica, fa finta di non conoscerci, ma guida sugli spini stamane. Poveretto: si tiene sempre un cuscino giallo sotto il sedere, ma stamane lo ha pieno di spini. A cima Gogna, a parte, ci sussurra disperato: « Ma voi due dovete proprio ritornare con la mia corriera? .
• Si, Gusto, con la tua ».
• E le valigie riempite, Gesú! Io che ho famiglia! ».
• Zitto, Gustino. Non vedi come siamo elegantine stamane? Ti daremo un bacetto all’arrivo ».
« Gesú! ».
Ecco che siamo arrivate. Gustino stasera avrà il suo coprisedile come un letto di fachiro, tutto irto di chiodi.
Si è allegre, noi due, perché è primavera e Severino, Severino mi darà la plastica, e stringerò la sua grande mano.
Siamo arrivate e cerchiamo di camminare bene, con i tacchi. Ma la gente ha gli occhi spaventati perché c’è stata una scaramuccia. Siamo arrivate proprio in piazza, e portano via un morto. è uno dei nostri, ma non sanno chi è; uno che ha affrontato i tedeschi, e gli hanno sparato. I gendarmi lo fanno menar via avvolto in una coperta, con le armi puntate sui portatori perché non guardino chi è. Poi lo fanno gettare nella stalla e vi mettono davanti le mine.
Interroghiamo febbrilmente uno degli uomini che lo hanno portato e dice: « Ma non si poteva vedere chi è. Non si poteva. Era un tipo grande e pesante. Si vedevano solo le scarpe: erano scarpe da sciatore tutte consumate da una parte ».
Ha detto cosí. Aspettavamo, e la testa rombava. A darci quella plastica non è venuto nessuno.
In una casa sono entrata e ho gettato nel fuoco la lettera che dovevo dare a Severino. Quella cosa che cantava dentro s’è spenta.
E’ buio e silenzio. Ho lasciato Nerina da sua zia. Anna, cammina, tu. Dovrebbe essere ancora giorno, ma è solo buio.
I faggi sulla Memora avranno messo le foglie, i rosai del « lungomare » fioriranno. Ma sono lontani, io non vi arriverò mai piú.
Nel bosco è buio, c’è questo odore acuto di resina, solo di resina. I piedi camminano. Sempre si sente questo odore. I piedi camminano.

 

Edizioni Avanti!
1955

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