Archivio mensile:settembre 2013

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht.

Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht.

La storia di Ugo Forno,

l’ultimo caduto della capitale,

proposto ora per una medaglia

di Mario Avagliano

Roma, ponte ferroviario sull’Aniene. Sui binari di ferro sfrecciano come fulmini i treni rossi dell’Alta velocità. Una pista ciclabile s’inoltra nel verde, accanto al fiume. Sembra lontano il 5 giugno del 1944, quando sotto il sole cocente della primavera romana il dodicenne Ugo Forno, gracile ma vivacissimo, con i capelli scuri e gli occhi azzurri, morì per difendere il viadotto dagli ordigni germanici, mettendo in fuga assieme ad altri ragazzi e ad alcuni contadini i sabotatori della Wehrmacht.  In  memoria di quel suo coraggioso gesto la Presidenza della Repubblica ha avviato la procedura per l’attribuzione della medaglia d’oro al valor civile.

La breve vita dell’ultimo resistente romano è stata raccontata da Felice Cipriani nel saggio “Il Ragazzo del Ponte. Ugo Forno eroe dodicenne. Roma 5 Giugno 1944” (edizioni Chillemi), che sarà presentato il 29 maggio alla Provincia di Roma e sarà nelle librerie all’inizio del prossimo mese. Cipriani, completando il lavoro di ricerca realizzato da Cesare De Simone in “Roma Città prigioniera”, ha recuperato la documentazione conservata presso l’Archivio centrale di Stato di Roma, intervistando il fratello Francesco Forno, il compagno di banco Antonino Gargiulo e altri testimoni dell’epoca.

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Ughetto, nato il 27 aprile del 1932 a Roma dai siciliani Enea Angelo Forno,  impiegato dell’intendenza di Finanza, e Maria Vittoria, abitava al civico 15 di via Nemorense ed era studente al secondo anno, sezione B,  della scuola media “Luigi Settembrini”, che ha la sede accanto al liceo classico “Giulio Cesare” di Corso Trieste.  Amava i fumetti, divorava gli albi di Flash Gordon e del Vittorioso e, come tutti i ragazzi della sua età,  durante il Ventennio aveva vestito la divisa dei Figli della Lupa e dei Balilla. Ma la sua famiglia era animata da sentimenti antifascisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il padre Enea era diventato collaboratore del Fronte militare clandestino diretto da Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che tesseva le file della resistenza militare e monarchica ai tedeschi nella capitale.

Quel 5 giugno del 1944, giorno di festeggiamenti a Roma per la liberazione dall’occupazione nazifascista, alle 6,30 del mattino lo studente era già a Piazza Verbano, “Ugo era sereno girava tra le Jeep dei soldati americani, aveva un paio di pantaloncini corti ed una maglietta, con sé non aveva nulla”, ricorda il compagno di banco della scuola elementare. Alle 7,30 Angiolo Bandinelli, che diverrà parlamentare radicale, lo vide  in mezzo a delle persone, tra via Ceresio e via Nemorense, mentre gridava: ”C’è una battaglia, lassù oltre piazza Vescovio! Ci sono i tedeschi, resistono ancora”.

Ughetto si allontanò verso piazza Vescovio, dirigendosi con altri giovani armati di fucili, tra cui il sottotenente paracadutista Giovanni Allegra,  verso lo strapiombo sull’Aniene. Sotto il ponte gli artificieri della Wehrmacht stavano collocando le cariche esplosive.

Si accese uno scontro a fuoco. Ugo e i suoi amici chiesero aiuto ai contadini della casa colonica e assieme spararono in direzione dei tedeschi. I guastatori della Wehrmacht, sorpresi, furono costretti ad abbandonare l’operazione di sabotaggio.

La loro ritirata fu “coperta” da un mortaio che iniziò a lanciare devastanti colpi verso gli italiani. Il primo colpì Francesco Guidi, figlio del proprietario dei terreni della zona (poi morirà in ospedale).

Ughetto, imbracciando il fucile, alto quasi quanto lui, invitò i compagni a sparare verso il punto da dove si vedeva il fumo provocato dal mortaio. Le schegge ed i spezzoni del secondo colpo ferirono ad una coscia Luciano Curzi e troncarono un braccio a Sandro Fornari, entrambi braccianti. Il terzo colpo fu mortale per il ragazzo, che fu preso alla testa e al petto e stramazzò al suolo morente.

A quel punto i tedeschi bruciarono il deposito di carburanti e fuggirono precipitosamente verso la via Salaria. Proprio mentre arrivavano sul posto due carri armati americani e alcuni gappisti comunisti.

Il sottotenente Allegra si chinò su Ugo e gli chiuse le palpebre sugli occhi sbarrati, avvolgendo il suo corpo esamine in una bandiera tricolore stracciata. Nel taschino gli verrà trovato un santino intriso di sangue.

Il ponte sull’Aniene (che dal 2010 porta il suo nome, su iniziativa meritoria di Ferrovie dello Stato) era salvo, con le micce degli ordigni ancora penzolanti. Ughetto fu l’ultimo caduto della resistenza nella capitale. Viene in mente un parallelo con un altro dodicenne romano, come osserva Paolo Conti nella breve ma incisiva prefazione del volume, “quel Righetto di Trastevere che, nelle ore più tragiche della gloriosa Repubblica Romana del 1849, rimane dilaniato da una bomba francese che lui stesso tenta di disinnescare  come ha già fatto tante altre volte (bastava spegnere la miccia con uno straccio bagnato). Anche Righetto, come Ughetto, lotta contro un invasore”.

Il 27 aprile scorso l’Anpi ha ricordato Ugo Forno al parco Nemorense, in occasione dell’ottantesimo della sua nascita. È sorto anche un sito web (www.ugoforno.it), a cura di Lorenzo Grassi. Ma solo ora, a 68 anni dai fatti, lo Stato si è deciso a riesaminare la domanda di una medaglia di riconoscimento per il piccolo grande eroe, che era stata richiesta nel dopoguerra dal Comitato di Liberazione Nazionale romano. 

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L’inferno di Slonsk

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L’inferno di Slonsk

Riscoprire l´ex campo di concentramento di Sonnenburg quale luogo internazionale della memoria. Meglio sarebbe parlare dell’inferno di Slonsk.

Poco dopo l’ascesa di Hitler al potere, nell’odierna città polacca di Slonsk (in tedesco Sonnenburg) sul terreno del carcere in disuso venne provvisoriamente allestito un campo di concentramento. Il luogo si presta come pochi altri a rendere evidente il nesso di causalità tra le origini del regime criminale instauratosi il 30 gennaio 1933 e le sue conseguenze. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1945 un’unità delle SS trucidò oltre 700 degli 840 detenuti del carcere di Sonnenburg. Molti di questi erano francesi, belgi, olandesi e lussemburghesi – tra questi ultimi anche 91 cosiddetti Lëtzebuerger Jongen (1).

Questo episodio fu una drastica conclusione del regime di terrore del fascismo tedesco della durata di dodici anni consecutivi.
L’importanza del luogo non si esaurisce tuttavia nel ricordo di queste vittime. Nel campo di concentramento, e in seguito nel carcere di Sonnenburg, furono rinchiusi membri dell’opposizione e della resistenza attivi sul suolo tedesco ma anche provenienti dalla maggior parte dei territori occupati. Tra questi vi erano anche degli italiani (2).

Ricordare il 30 gennaio 1933 ed il 30 gennaio 1945 pone l’accento sulla necessità di resistenza sociale in grado di fronteggiare oggigiorno gli sviluppi delle destre europee. Ricordare le vittime del regime
nazista e delle più recenti aggressioni di stampo razzista e neonazista assume pertanto un significato di cruciale importanza dinanzi alla rinascita di una destra populista e di tendenze nazionaliste, antisemite ed antirom in tutta Europa.
Dal 2009 membri della Vereinigung der Verfolgten des Naziregimes – Bund der Antifaschisten (VVN-BdA) (3) di Berlino partecipano alla commemorazione dell’eccidio del 30 gennaio 1945. Con sentita partecipazione da parte della popolazione la cerimonia annuale si svolge presso il Muzeum Martyrologii ofiar Obozu (4) di Slonsk, in prossimità del monumento per i combattenti e del cimitero dei prigionieri di guerra dove sono sepolte le vittime dell’eccidio.

Per via dei brutali metodi utilizzati, il campo di concentramento di Sonnenburg divenne tristemente conosciuto, tramite i racconti di alcuni prigionieri evasi, con il nome di Folterhölle , l’inferno della tortura; le testimonianze vennero in seguito pubblicate.

Note
1) Giovani lussemburghesi renitenti all’arruolamento coatto.
2) Ottilio Alberti, Olimpios Danieli, Giuseppe Franchini, Canaro de Sandis, Angelo Vetlus, Enzo Miccuici. I nomi si basano sulle trascrizioni originali depositate negli atti. Si veda: Przemys?aw Mnichowski, Obóz koncentracyjny i wi?zienie w Sonnenburgu (S?o?sk) 1933-1945, Warszawa 1982 [Non sono da escludere errori di trascrizione, N.d.T.].
3) Associazione berlinese dei perseguitati del regime nazista – Unione degli antifascisti.
4) Museo della martirologia delle vittime.

http://www.anpi.it/linferno-di-sonsk/

La famiglia Einstein

La famiglia Einstein
di Paolo Chiti, 10-4-2008, Tutti i Diritti Riservati.
Questa storia si svolge nel comune di Rignano sull’Arno (FI).
Era l’estate del 1944 e tedeschi battevano in ritirata per attestarsi sulle rive dell’Arno.

Anche alla villa del Focardo si vivevano giorni di apprensione: l’ingegner Robert Einstein, ebreo e cugino del famoso fisico Albert Einstein, convinto dagli amici si era nascosto nei boschi limitrofi, lasciando alla villa la moglie Cesarina Mazzetti e le due figlie, Anna Maria detta "Cici" e sua sorella Luce.

Il giorno 3 agosto alla villa si attestò un reggimento dell’esercito tedesco. Alla fine di una giornata che li aveva visti mangiare e bere senza sosta, due militari chiesero della famiglia Einstein, si presentarono sette donne: la moglie dell’ingegner Einstein con le due figlie, che all’epoca dei fatti hanno 58, 27 e 18 anni; le due sorelle Mazzetti, nipoti degli Einstein, da tempo ospiti alla villa dopo essere rimaste orfane; oltre ad una signora francese con la figlia, amiche di famiglia.

Chiesti i nomi presero le prime tre portandole in una stanza della villa, venne inscenato una specie di processo dopo il quale la moglie venne portata ai confini del bosco per chiamare il marito, che i tedeschi immaginavano nei dintorni.

L’ingegnere, convinto dai partigiani che si trattava di un tranello, restò nel bosco.

Invece la moglie venne riportata nella villa e dopo poco risuonò il crepitio dei mitra, poi i soldati lasciarono la villa, incendiandola.
Neanche otto ore dopo gli alleati giungevano alla villa.

Robert Einstein dal quel giorno non si riprese più.

Decise di farla finita il 13 luglio dell’anno successivo, giorno dell’anniversario di matrimonio, distrutto dal dolore e deluso perché i responsabili non erano stati trovati, si ritirò nella stessa sala del martirio e ingerendo del veleno si uccise.

Nel 1962 esce il libro autobiografico "Il Cielo Cade" di Lorenza Mazzetti, una delle due nipoti prima citate, che ripercorre i giorni della tragedia.

Da questo libro l’omonimo film del 2000, dei fratelli Andrea e Antonio Frazzi.

Lo scontro alla “Casa del Pastore”

“per dignità, non per odio”
Scontro alla "casa del Pastore"
di Alessandro Bargellini, 29-4-2006, Tutti i Diritti Riservati.
Questa storia si svolge nel comune di Bagno a Ripoli (FI).
La notte tra l’1 ed il 2 agosto 1944 cinque partigiani della XXII/bis Brigata Garibaldi "A. Sinigaglia", agli ordini di "Greco", si recano da un contadino poco lontano da Montisoni per ritirare della farina.

La zona è ancora occupata dai tedeschi ed occorre muoversi con prudenza, inoltre, per essere più agevolati nel trasporto e per correre minor rischio nel caso di un "fermo", hanno lasciato le proprie armi nell’accampamento.

Sulla strada del ritorno, alla casa detta "del Pecoraio" o "del Pastore" nei pressi di Lonchio, la pattuglia è sorpresa da una compagnia tedesca in fase di ripiegamento. Sono circa le 1:00 del 2/8/1944 e si accende una breve sparatoria. Solo tre partigiani riescono a scampare all’agguato: "Greco" (probabilmente da identificarsi in Emilio Morandi) si salva dai colpi grazie al sacco di farina che tiene sulle spalle.
Emilio Martini ("Balena", nato a Greve in Chianti il 15/3/1922, caposquadra, coniugato) cade ucciso colpito al ventre da una raffica sparatagli a bruciapelo e Ivo Lazzeri ("Giannetto", nato a Firenze il 15/8/1920), che chiudeva la fila, viene considerato disperso.
"Greco" raggiunge la base partigiana ed avvisa i compagni dell’accaduto.
Così, sul far del giorno, Angiolo Gracci ("Gracco"), comandante la Brigata, Mario Spinella ("Parabellum") ed altri garibaldini si portano sul luogo per raccogliere il corpo di "Balena". Qui giunti trovano due donne, visibilmente provate, a cui chiedono dove sono i loro compagni. Ma gli viene indicato solamente dove si trova il caduto: in un campo, sotto la scarpata della strada, vicino al proprio sacco di farina.
Dopo aver sostato in raccoglimento dinanzi al compagno ucciso, i partigiani prendono una porta scardinata, vi depongono il cadavere e lo seppelliscono in un vicino boschetto, segnandone la fossa con una croce di legno. Ne hanno prelevato il portafoglio e gli scarponi, preziosissimi, che saranno donati ad un compagno bisognoso: Aldo Fagioli ("Fagiolo"). Poi, a "Gracco" e agli altri non resta che rientrare all’accampamento con il sacco di farina impregnato del sangue di "Balena". Anche Lazzeri, sebbene non si abbiano al momento notizie su di lui, viene considerato caduto.
Il 3/8/1947, nei pressi della villa di Lonchio, in Via Rimaggina, sarà inaugurato un monumento ai caduti partigiani della zona di Fonte Santa, tra cui "Balena" e "Giannetto", eseguito da Osvaldo Fantini e Stelvio Botta.

Il monumento odierno è un recente restauro-rifacimento.