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Testimonianze di superstiti del campo

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Testimonianze di superstiti del campo

Come si viveva, come si moriva alla Risiera? Lo spiegano alcune testimonianze di superstiti, raccolte per la prima volta nel volume “Dallo squadrismo fascista alle stragi della Risiera” pubblicato nel 1974 a cura dell’ANED di Trieste.

 

PINO KARIS di Trieste

«Mi arrestarono gli appartenenti alle «Guardie nere» verso la fine del 1944. Mi condussero direttamente in Risiera, nella cella n. 6. Dopo due o tre giorni mi portarono all’interrogatorio assieme a Ujcic e a Peloza di Mune. Dopo alcuni giorni venni condotto all’interrogatorio al comando delle SS in piazza Oberdan (via Carducci). Là venni interrogato più volte e torturato, quindi mi rinchiusero nel bunker. Da lì fui condotto al Coroneo.

Ero rimasto rinchiuso in Risiera per un mese e mezzo circa. Una sera condussero parecchie persone da un rastrellamento a Servola. Dal Coroneo il 20 aprile trasferirono in Risiera 60 persone; tra queste c’erano anche Enzo Vidali (Brigata Garibaldi) e il commissario di battaglione di questa Brigata che era di Pola e portava la barba. Non ricordo il suo nome. Sua moglie venne da me dopo la liberazione per avere delle informazioni e mi mostrò la lettera che egli le aveva mandato dalla Risiera nelle ultime ore prima di venir bruciato. Vidali era venuto in Risiera a piedi nudi. Mia moglie gli portò poi un paio di scarpe».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic)

 

GIUSEPPE GIANECHETTI di Trieste

«Qui giunto, come prima cosa mi percossero abbondantemente. Il più feroce dei bastonatori era un maresciallo, che al posto della mano aveva un uncino e ci faceva correre attorno alla vasca che serviva per i rifiuti, lavare le gavette e i vasi da notte insieme. Poi fui rinchiuso nelle celle. La mia portava il numero 4. Queste celle erano spesso occupate da 4 persone e provvisoriamente anche da sei. La notte non si poteva dormire, perché una lampadina fortissima era accesa giorno e notte. La sentinella o le sentinelle delle SS molto spesso aprivano le porte, e sempre gridando, e questo per farci vivere in un continuo stato di terrore. Cosicché si può dire che, finché rimasi là dentro, non ebbi pace neanche un minuto».

(Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

Inizio

BRANKA MARICIC di Fiume

«Quando ci portarono in Risiera non sapevamo ancora dove ci trovavamo. Ci misero in uno stanzone. Al piano superiore erano rinchiusi alcuni militari italiani, dei ragazzi giovani. Avevano smosso le tavole del soffitto e ci domandarono di dove fossimo, dicendo di non conoscere il motivo del loro arresto.

Non ricordo se il crematorio fosse già in funzione quando arrivammo in Risiera. Penso che abbiano sistemato le celle e il forno dopo aver razziato per i paesi e aver portato in Risiera prigionieri, merce d’ogni specie e bestiame che avevano prelevato nei villaggi. Quando le SS tornavano dalle loro scorrerie, si potevano udire un gran trambusto e delle grida. Vidi proprio di fronte a me qualcosa che ardeva nel capannone. Notai delle SS che trascinavano per le spalle della gente, che giaceva immobile per terra, nell’interno del capannone dal quale usciva quella luce. Vedendo questo provavo una paura indicibile. Arrivò una SS che mi cacciò in malo modo dalla finestra minacciandomi. Penso che fossero i primi di aprile quando condussero una donna anziana. L’avevano portata in Risiera assieme alla governante. Questa venne rilasciata, mentre lei venne trattenuta. La poverina ci faceva molta pena perché non poteva assolutamente muoversi da sola. Si lamentava a causa dei dolori e ciò fece andare in bestia le SS. L’avvolsero in una coperta e si misero a trascinarla per i gradini dal terzo piano. Gridava in modo atroce. Dicono che morì quando la trascinarono fino al pianterreno. Proveniva da una famiglia triestina stimata e molto ricca. Suo marito era stato ufficiale durante la I Guerra Mondiale ed era stato decorato. Non ricordo come lei si chiamasse.

Un giorno condussero un gruppo di ebrei arrestati a Rab. Erano in prevalenza di Zagabria e tra loro c’era una stupenda greca. Li portarono in un campo di concentramento tedesco, penso ad Auschwitz. Su quel treno si trovava pure un membro della famiglia Grguric di Susak. Quando li condussero in Risiera, li spogliarono di tutto. Spiavamo attraverso le fessure della porta come le SS li perquisivano e cacciavano nelle proprie tasche le monete e gli oggetti d’oro. Quando gli ebrei se ne andarono con il treno si accomiatarono da noi dicendoci: “beati voi che rimanete”. Sapevano dove li stavano portando e che cosa li attendeva.

Doveva essere il 14 maggio quando sentii provenire dal cortile delle urla e degli spari. Venimmo a sapere che avevano fucilato due dei militari che si trovavano al piano superiore».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic)

 

FRANCESCO SIRCELJ da Celje (Jugoslavia)

«ll 12 marzo 1945 circa alle 22,30 venne un SS, chiamò per nome e cominciò ad aprire le celle. Il mio nome era il primo, aprì la cella; seguirono altri quattro. Dalle celle ci condussero in una baracca che stava nel cortile proprio di fronte alle celle stesse. La porta era di fronte al camino. Nella baracca vidi un mucchio di vestiti e di stracci. Ci fu ordinato di spogliarci. Mentre lo facevamo condussero altri sette prigionieri portati da fuori, forse dalle carceri. Tra loro c’era anche una donna di circa 45 anni. Quando fummo spogliati tutti, ci misero in fila cominciando a spingere uno dopo l’altro attraverso la stretta porticina sulla sinistra. All’interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell’ambiente più grande c’era una specie di magazzino, nell’altro, al lato, dove all’esterno si ergeva l’alto camino della fabbrica, si trovava invece il fondo del crematorio.

Le vittime venivano prelevate da un polacco SS, uno dei peggiori nella Risiera. Mi sembrava, quando erano sparite dalla porta, che passassero per una scala. Sentii una voce di donna, lamenti, sospiri, come una specie di mormorio di una persona che venga colpita alla nuca. Dieci vittime erano già passate per quella porta stretta. In quel momento sarei dovuto passare io. Dietro a me c’era anche un triestino, di cui non ricordo il nome, che era stato portato alla Risiera alcuni giorni prima. Doveva avere circa 20 anni. In quel momento però a quella porta apparve improvvisamente Schultz e gridò: “Los, Ios! In bunker”.

Non mi mossi. Ero come insensibile, confuso, impietrito. Mi spinse in modo che insieme al triestino cademmo come due pesi morti. “Los, los”. mi diede un calcio, aprì lo porta e ci sospinse indietro, ciascuno nella propria cella. Forse c’era stato un allarme aereo.

(Testimonianza raccolta da Albin Bubnic).

 

GIOVANNI MILLO di Trieste

«Ho preso tante legnate e tanti pugni sulla faccia che avevo letteralmente rotti tutti i denti. Quando ci portavano qualcosa da mangiare era una brodaglia nera. Non so quanti colpi di moschetto mi sono preso in tutte le parti del corpo. In ogni momento del giorno e della notte ci interrogavano facendoci le domande più strane. Quando siamo usciti, quelli che sono usciti, dopo 40 giorni, pare incredibile ma è la verità, tali erano state le sofferenze fisiche e morali che quando ci siamo trovati fuori non ci conoscevamo più l’un l’altro. Una parte di coloro che sono stati rastrellati in quella circostanza è stata trasportata nei campi di sterminio in Germania. Durante la mia permanenza in Risiera ho potuto vedere per strane combinazioni, che vi erano dentro pure dei bambini e adolescenti da 8 a 15 anni».

(Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

 

GOTTARDO MILANI nato a Cavarzere (Venezia) abitante a Torino

«Ricordo che un giorno, circa dopo tre settimane dalla mia entrata, le SS hanno portato nel cortile con un furgoncino un alto ufficiale – credo colonnello delle SS – comandante generale della Risiera. L’ho riconosciuto perché l’avevo già visto in Risiera e c’era anche lui quando ci avevano proposto di collaborare con loro. Quando l’hanno portato in Risiera, io stavo lavorando nel cortile interno.

Un altro giorno ho visto un camion Fiat pieno di cadaveri, di uomini e donne. Poi ho visto delle SS – dicevano che fosse un ucraino – che nel reparto più piccolo del capannone, dove c’era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri. Un giorno prima che portassero il cadavere del comandante delle SS e prima ancora della divisione in due gruppi, ci hanno chiamati tutti nel cortile e ci hanno fatto assistere alla fucilazione di due nostri compagni. Dicevano che si erano ribellati o risposto male a un sergente delle SS. Uno di questi si chiamava Pairolero ed era da Veneria (presso Torino), e l’altro era di Torino, ma non ricordo il nome. I tedeschi hanno scelto 8 o 10 detenuti del nostro gruppo, li hanno consegnato i fucili ed ordinato di fucilare i due compagni, mentre le SS – con i mitra in mano – stavano da parte».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic)

 

GIOVANNI HAIMI WACHSBERGER di Fiume

«Ho veduto massacrare di botte un povero vecchio che, spazzando il cortile, non aveva messo l’immondizia nel punto esatto ordinatogli da una SS. Durante un bombardamento, mentre i tedeschi si erano rifugiati nei bunker, due prigionieri riuscirono a fuggire dalle celle. Per rappresaglia furono fucilati tutti i loro compagni. Nel giugno del 1944 mi accorsi realmente di ciò che stava succedendo. Le vittime venivano uccise nel garage, la porta di accesso al forno crematorio vero e proprio era mascherata da un mobile di cucina. Una sera vedemmo un camion carico di soldati morti: si intravedevano soltanto le scarpe perché i corpi erano coperti da tendoni. Quando il camion entrò nel garage ci fecero portar dentro la legna che precedentemente avevamo segato. Penso che quei soldati fossero tedeschi. Di notte sentivamo nel cortile un andirivieni di gente che implorava pietà e mandava urla strazianti. Per coprire le urla i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i carni di guardia affinché latrassero.

Eravamo troppo vicini per non renderci conto di ciò che stava succedendo ma non riuscimmo mai a sapere come quei disgraziati venissero uccisi. Il giorno dopo, i loro abiti si trovavano nel magazzino e non erano quasi mai macchiati di sangue. Gli ucraini e i mongoli incaricati delle esecuzioni venivano ubriacati nelle prime ore del pomeriggio, affinché di notte fossero in forma. Anche qualche tedesco partecipava a queste orge. Una notte, dalla mia camerata vennero prelevate cinque persone, che non fecero più ritorno. Una domenica arrivarono due autobus pieni di gente che mi sembrò triestina. Fu ammassata tutta in un antro senza finestre chiamato la cella della morte: nella notte sparirono tutti. Penso si trattasse di ostaggi presi in città durante una retata».

(Testimonianza raccolta da Ricciotti Lazzero).

 

MAJDA RUPENA di Trieste

«La prima domanda che mi rivolsero appena fui messa in cella è stata questa: Come vanno le cose sul fronte? Nessuno pronunciava il proprio nome, avevamo sempre paura che ci fosse qualche spia tra noi. A spiegarmi che cosa succedeva là dentro fu un certo Kabiglio, un negoziante ebreo di origine spagnola, abitante a Mostar. “Guardi il camino, mi disse sottovoce: bruciano la gente”. Ho visto due o tre volte uomini e donne sparire nel locale del forno. Capitava sempre verso le dieci e mezzo o le undici di sera. Per coprire il rumore, spesso le SS mettevano in moto un autocarro o un’automobile o accendevano le radio. Mi ricordo come se fosse adesso: un milite andava a prendere i condannati. Talvolta essi restavano in silenzio, talvolta si mettevano a gridare. Sul selciato lo strascichio dei passi. Le donne portavano sandali, i sandali fanno più rumore delle scarpe. Io mi sono messa ad annotare quel tragico andirivieni. Una notte ho contato i passi di 56 persone che andavano dal cortile fino alla bocca del forno; un’altra notte 73. Poi non sono riuscita più a continuare. Avevo con me in cella mia figlia Sandra. di appena 14 anni. Quando il milite entrava nel camerone, mi coprivo la testa con le mani per non urlare. Sentivo dei tonfi, come un corpo morto che cade su qualcosa di vuoto e poi urla strazianti: “Mamma! Mamma!” in tutte le lingue. La prima notte che entrai in cella ci fu un bombardamento aereo. I prigionieri gridavano: “Giù. Giù bombe. Cadete qui! Almeno potessimo morire subito”. All’alba chiesi a mia figlia: “Di che colore sono i miei capelli?” credevo fossero diventati grigi per lo spavento».

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Bicciotti Lazzero).

 

CRISTINA SLUGA da Villa del Nevoso (Istria)

«Già durante il primo giorno dopo il trasferimento nella stanza al secondo piano, guardavo sul cortile attraverso la finestra. Dovevano essere circa le 19: nel cortile c’erano approssimativamente 20 tra uomini e donne, legati e sotto stretta sorveglianza. A due a due venivano condotti dalle SS al crematorio. Era terribile: sentivo delle grida laceranti e il forte rumore del motore di un camion o un’auto blindata che si trovava nel cortile. Le SS hanno portato velocemente a termine il loro lavoro. I poveretti scomparivano letteralmente per la porta del crematorio. Respiravo appena, il fumo maleodorante mi soffocava. C’era un forte odore di carne bruciata. Quelle ore sono state le più terribili che abbia mai vissuto.

(Testimonianza raccolta da A. Bubnic; Cristina Sluga fu in Risiera dal 4 settembre alla fine di settembre 1944)

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Renzo Funosi – Testimonianze

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Testimonianze
Renzo Funosi
Mi chiamo Renzo Funosi. Sono nato il 3 di febbraio 1927.
Nell’estate in cui venne Hitler a Firenze non ero in città, ero qui a Peretola, però c’era la radio accesa e io sentivo tutto. Tutti i cittadini erano in pieno entusiasmo. Parlava anche Mussolini. lo ero un ragaz­zino, avevo dodici, tredici anni e stavo ad ascoltare. Sembrava che ci fosse una grande euforia.
Quando ero bambino, ero un balilla Il sabato pomeriggio biso­gnava avere la camicia nera, vestiti da balilla, con il fez, se no pren­devi due labbrate (anche se s’era ragazzini di sei, sette anni) e poi bisognava che te lo mettessi uguale. Poi si diventava avanguardisti per prepararsi a fare la guerra e via dicendo.
Sono entrato a lavorare al Pignone nell’Agosto del ’42. Ero pro­prio con il Maggi*. il Maggi era di Peretola ed era un attivista di par­tito. Ero con lui e anche con Bracci nello stesso reparto, il torpedificio, dove si montavano le torpedini antinave.
Ero quindi un ragazzo ma già proiettato e interessato nella sinistra.
Mi tenevano molto in considerazione. lo ero quello che riportava le notizie, dal fronte russo che sentivo alla radio, al Pignone: "Allora come vanno? L’Armata Rossa come va?" Per questo i compagni mi avevano soprannominato Tymosenko, che era il grande condottie­ro dell’Armata Sovietica. Il Bracci, il Maggi, il Vanni e tanti altri erano già tutti segnalati dai fascisti, come anche io. Siccome però ero un ra­gazzino se c’era da portare notizie e messaggi ai compagni (sempre verbalmente, mai con carta) andavo io.
Nel Marzo del ’43 si organizzò il grande sciopero`. S’andava a con­tattare i dipendenti, che per la stragrande maggioranza erano orien­tati a sinistra. Certamente c’erano anche i fascisti, che ci tenevano d’occhio e oltre tutto facevano la spia. L’ufficio del caporeparto e di altri (certamente tutti fascisti) erano in alto due metri e mezzo, tre metri dal reparto sicché dominavano tutto e vedevano tutto. Ti con­trollavano attimo per attimo.
Ci vollero parecchi giorni per organizzare il grande sciopero. Non mi ricordo la data precisa ma mi ricordo bene che era di Marzo. Fu organizzato in tutta Italia per dare volta al periodo fascista.
Fu all’inizio del pomeriggio, mi ricordo bene, che ci fermammo tutti. Vennero i militari per mandarci via, per buttarci fuori dallo sta­bilimento. Si doveva passare attraverso le mitragliatrici puntate su di noi. Ci frugarono tutti per vedere se s’aveva manifestini e via dicen­do. Però, è chiaro, tutto si faceva verbalmente e dunque uscimmo.
Poi andarono a casa a prendere i compagni più in vista: il Bracci (che fu mandato nei campi di sterminio ad Auschwitz e non tornò più), il Maggi (che si diede alla macchia e poi morì in un confronto di armi).
lo un par di labbrate le presi anche dopo questo fatto qua. Mi dis­sero i fascisti: "Te tu sei un ragazzo, però ricordati che sei tenuto d’oc­chio. La prima cosa che tu fai e anche per te c’è il campo di sterminio.
Di lì fu la volta in Italia al fascismo e da lì poi nacque la Resistenza. Molti andarono alla macchia, chi doveva andare militare andò alla macchia invece di andare alla guerra con i fascisti e i tedeschi e così nacque la Resistenza.
La Resistenza fu un periodo molto travagliato per il nostro paese, questo bisogna dirlo. Anche per noi che eravamo ragazzi il disagio era tremendo. Non c’era da mangiare. lo mi ricordo che al Pignone, per esempio, ci davano 100 grammi di pane per chi lavorava e basta al giorno. Sicché bisognava arrangiarsi. Poi davano un pochina di pasta, un pochino di riso per casa. Comunque la fame era tremenda.
Quando cadde il governo Mussolin , eravamo al cinematografo dal Tazzi, all’aperto. Tutt’a un tratto accendono le luci: "E’ caduto il governo! E’ caduto Mussolini!" Vi fu molto entusiasmo perché si dis­se: "Ora la guerra è finita!" Mi ricordo che la mattina dopo s’era tutti fuori e si fece un corteo. Si partì da Peretola, eravamo tanti, poi in centro a Firenze (sempre a piedi) s’arrivò fino al Galluzzo.
L’8 settembre fu uno sfascio completo. Tutti i militari abbandona­rono le armi e andarono via.
Dopo quattro o cinque giorni i tedeschi occuparono l’Italia. E lì cominciarono le stragi. Se ti vedevano ti mitragliavano, non c’era scher­zi da fare. Fu l’entusiasmo e poi la delusione.
Mi ricordo bene che proprio qui dove c’è ora la Casa del Popolo (allora c’erano tutti campi) lungo la strada tutti ammassati c’erano proiettili di cannone, a centinaia lungo la strada e c’era anche una cassa di bombe a mano. Noi, ragazzi incoscienti, si prese a fatica per darla ai partigiani. Sotto la strada c’erano dei canali, dei fognoni alti circa un metro e venti, un metro e trenta, belli larghi. Si portò sotto questa cassa a forza di strisciarla. Eravamo incoscienti perché se sal­tava una si saltava tutti per aria. Erano centinaia di bombe, non una.
Poi però quelle persone qui di fronte il giorno dopo chiamarono i carabinieri e le fecero portar via. Forse avevano paura che esplodes­se.
Un altro episodio è nel ’42 d’estate. Noi ragazzi si andava a fare il bagno nell’Arno all’Indiano. Si passava per la stazione [delle Cascine], si attraversava i binari. Un giorno si fece per andare su e c’erano le SS e tre vagoni fermi. Si sentiva fare dentro "Aiutoooo! Sete!" Si sen­tiva bambini piangere dentro. Erano gli Ebrei in tre vagoni piombati. C’era il filo spinato sulle feritoie e si vedevano le mani.
Si disse: "Bisogna portare da bere a questa gente." Si andò a pren­dere le bottiglie. Si disse: "Stiamo attenti ai tedeschi, alle SS." Avevano i mitra, ma in un momento di distrazione, un paio di bottiglie gli si passarono. Poi i tedeschi ci videro, cominciarono a spararci con i mitra e si scappò.
Era un caldo terribile. Questi vagoni li tennero 3 o 4 giorni fermi lì. Poi un giorno si ripassò e non c’erano più. Li avevano portati ai campi di sterminio.
Questo è un episodio che mi è rimasto nella mente, la tragedia di questa gente… di questi digraziati…
Saranno quel che saranno gli Ebrei ma io sarò sempre dalla loro parte dopo questo fatto. Chi ha visto queste cose, non può dimenti­care.
lo mi sono ritrovato ad un bombardamento al Pignone nel ’44. Quando suonavano le sirene, dovevamo ripararci in rifugi a triango­lo, dello spessore di più di un metro, che erano stati costruiti a cento, centocinquanta metri dagli stabilimenti. Però noi le più volte si scap­pava nei campi.
Quella volta che gli americani bombardarono, (non so se volevano bombardare il Pignone o la ferrovia) eravamo in una fossa. Una bom­ba mi cascò a cinque, sei metri. Fece una buca di un diametro di una decina di metri. Ci venne la terra addosso ma non ci successe nulla.
Mi ricordo anche che lì c’era un pecoraio che presero in pieno e c’erano decine di pecore sbranate. C’erano anche, sparse per una de­cina, anche cinquanta metri, una serie di monete da 5 lire d’argento che ci piovevano addosso. Avevano fatto due orci pieni che furono presi in pieno e volarono tutti. E’ quasi una barzelletta, ma è la verità!
Arrivammo al ’44 quando l’armata sovietica cominciò a sfondare. Mi ricordo che si sentiva alla radio tutti i giorni che i tedeschi erano accerchiati. Queste cose si sapevano perché si ascoltava Radio Londra se no eravamo all’oscuro.
Arrivarono i giorni dell’emergenza. Gli americani erano di là dall’Ar­no e al Mugnone, al Ponte alle Mosse. Noi di qua eravamo nella zona di nessuno. Brozzi e San Dannino li sfollarono e mandarono tutta la gente a Peretola. Era l’estate dei ’44, avevo 17 anni. Essendo zona di nessuno, nessuno ti dava da mangiare.
Si stette tre o quattro mesi in queste condizioni, non tre giorni.
Ci toccava arrangiarsi, andare nei campi (perché nei campi non c’era nessuno). I tedeschi avevano chiuso la via Pistoiese. Di là da quella, dalla ferrovia all’Arno era zona proibita a tutti. Però, siccome laggiù nei campi c’erano patate, uva e via dicendo, bisognava arran­giarsi. I tedeschi erano sulla ferrovia e ci mitragliavano.
Un pomeriggio, sempre in estate, si passò in una viottola che c’è ancora dove c’è la cabina e che porta alla ferrovia. Eravamo tre o quattro ragazzi. Avanti a me c’era Alvaro De Lilla (la sua cognata abi­ta a Petriolo ed è vecchia oggi). Tutt’a un tratto… bum! I tedeschi, che sapevano che si passava per quella viottola (dove eravamo pas­sati anche la mattina dei giorno stesso), avevano messo una mina an­tiuomo. Lui saltò per aria e io ero subito dietro ma non mi feci nulla. Lui era tutto sbranato, aveva tutte le budella fuori, le gambe tutte mozzate. Avevano fatto l’ospedale (diciamo "ospedale") dalle suore accanto a dove abito io ora. Però non c’avevano nulla, avevano un po’ di spirito e basta. Insomma questo ragazzo, urli, urli, urli, morì dissanguato dopo qualche ora a forza di urlare.
Due o tre giorni dopo, dove c’è l’ambulanza [A.V.S. Fratellanza Po­polare di Peretola] (ora c’è la strada ma prima c’era il fossetto e un cannetino), c’era un vialino stretto; si passò un pomeriggio (io ero il primo di questi ragazzi) e si vide venir fuori un paio di gambe con gli stivali. I tedeschi avevano preso uno, gli fecero fare la buca e poi lo mitragliarono, gli buttarono un paio di pale di terra addosso e rima­se con le gambe fuori. Mi ricordo che al cimitero avevano messo un elmetto e la scritta: "defunto ignoto" perché nessuno ha mai saputo chi fosse questa persona.
Mi ricordo anche, sempre nel44 (ormai la guerra i tedeschi l’aveva­no già persa), un pomeriggio (allora io abitavo in una corte in fondo a via di Peretola) ero nell’orto che dà dalla parte del fosso. Tutt’a un tratto un rumore e vedo centinaia e centinaia di fortezze volanti. Sa­ranno state due, trecento mica una. Oscuravano il cielo. Andavano al Nord a bombardare la Germania. Erano quadrimotori e il rumore era assordante. In Italia ormai non c’era artiglieria, non c’era nulla. Era chiaro che ormai era la fine.
Dopo qualche giorno, mi ricordo, cominciarono a minare il campo d’aviazione, a far saltare per aria gli aerei e i capannoni che erano lì. Poi si andava a prendere i bandoni. I primi giorni d’Agosto sulla casa mia cadde uno shrapne che fece una buca terribile. Sicché si mise i bandoni per coprire il tetto sfondato.
Otellino Bianchi*, che abitava accanto a me, con altri andò di là dell’Arno a chiamare gli americani e ci rimase. Alla fine si decisero, prima arrivarono i Neozelandesi coi carri armati e poi arrivarono gli americani.
Alla fine del ’43, inizio ’44, tutti i ragazzi sotto i 18 anni erano stati mandati via dal Pignone perché il fronte si avvicinava e non volevano responsabilità. Ci richiamarono dopo il passaggio della guerra, ma io sono rientrato nel ’47.
Ero andato, come tanti ragazzi, dagli americani allo stadio dove avevano fatto dei depositi di carburante. Ci davano da mangiare. I tedeschi erano ancora a Fiesole e lo stadio è proprio sotto. C’era un carro armato che ogni poco tirava cannonate, era come tirare ai pas­serotti. Un giorno presero il deposito e io ero dentro. Rimasi dentro tra la benzina incendiata. Dalla vita in giù ero tutto terzo grado. Un militare italiano si levò la giacca e mi avvolse. Sono stato più di tre anni senza camminare! Ne ho visti morire tanti. Quelli bruciati il 90% morivano. lo, nel male, ebbi fortuna.
A Careggi c’erano ancora i tedeschi. Al Giardino dei Semplici ave­vano fatto il cimitero e in una scuola lì vicino avevano fatto l’ospedale ma non avevano medicine. Tutte le mattine il dottore (mi ricordo che si chiamava Bianchi) mi asportava la pelle e metteva le bende sopra e passava l’alcool. Urlavo come un pazzo. Sono stato circa sei mesi in questo ospedale. Poi tornato a casa mi ci vollero altri due anni per camminare.
Un altro episodio quasi da ridere, ma purtroppo è sempre il dramma della guerra. Quando tornai dall’ospedale, non camminavo, ero a letto e avevo il tetto sfondato coperto con i bandoni. Tutte le sere alla stessa ora una talpa mi veniva sul letto: Iiiihh! Iiiihh!" Veniva a salutarmi e poi andava via. Tutte le sere. A raccontarlo vien da ridere.
Il mio babbo era morto nel ’42 per un’ulcera perforante. Avevo due sorelle già sposate. Un cognato era sul fronte balcanico e l’altro era in marina nei sommergibilisti a La Spezia, mi sembra. Una volta che il som­mergibile rientrò alla base, andò in congedo, si diede alla macchia e non tornò. Il giorno che doveva ripresentarsi, il suo sommergibile uscì fuori dalla rada e fu affondato e morirono tutti. Lui fu salvo. Lo presero e lo dovevano fucilare. Lo portarono al tribunale a La Spezia. Il comandante era fiorentino e invece di fucilarlo lo prese con sé come attendente.
La scelta da che parte stare era soggettiva. Non c’era un’organizza­zione capillare. Il fascismo era quello. Poi ognuno di noi si faceva un’idea delle cose. La stragrande maggioranza era contro il fascismo, però non potevi manifestarlo se no c’era il campo di sterminio. Le botte e le lab­brate vanno e vengono ma se ti mandavano via, non tornavi a casa.
Anche oggi, ognuno, dentro di sé, con il suo cervello ragiona e fa le sue scelte. Allora era lo stesso. In un periodo drammatico come quel­lo lì il fascismo era odiato dalla maggioranza degli Italiani… Dall’80 al 90% erano contrari al fascismo.
lo mi ricordo per esempio quell’imbecille di Maccherone che andò nelle brigate nere. Veniva in piazza di Peretola, allora dal Pollastri c’era il bar, e buttava le bombe a mano sul biliardo. "Via tutti! Ora fo come voglio io!" Bisognava tu andassi via, me lo ricordo come ora.
Lui lo faceva pubblicamente e in faccia. Altri erano più pericolosi. C’erano quelli invece che non vedevi ma che controllavano le perso­ne una per una. Una mattina venivano a casa e ti portavano via come fecero al tabaccaio Bruno Cecchi*. Il fatto è che lui le cose le diceva pubblicamente e a quell’epoca non si poteva. Finché s’era ragazzi potevi prendere qualche labbrata ma un uomo di una certa età… Poi i fascisti una mattina andarono a casa, lo portarono via al masso della Gonfolina e l’ammazzarono.
C’erano ricompense per chi faceva la spia. A Campi Bisenzio c’era un gobbo che era una spia dei fascisti. Subito dopo il passaggio della guerra, lo presero, lo misero ad un palo delle luce e gli "raddrizzaro­no" la spina e poi lo buttarono nei Bisenzio di sotto al ponte.
Oggi è un problema. Chi governa sono manovali, Renzi compreso, che fanno solo il gioco del grande padrone. Il potere non ce l’ha Ren­zi, non ce l’ha il governo, ce l’hanno i banchieri, i padroni del vapore. Son loro che decidono le sorti del mondo, i paesi che devono andare in guerra, quelli che non devono andare, quanti devono morire. Sono i padroni del vapore.
Prima c’era un’altra dignità, un’altra morale, oggi non c’è più nulla. E l’hanno voluto per imperare. li grande padronato ci manipola come vuole. Quando si degenera così in modo diffuso, poi direttamente o in­direttamente, ne subiamo tutti ma, diciamo, subiamo e ci adattiamo.
Però io non consiglio nessuno di vedere il futuro che sarà, perché
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io vedo un grande futuro nero per i giovani e per le generazioni a venire. Purtroppo questo mi dispiace.
Che libertà è questa? C’è la libertà di fare quello che tu vuoi però fai quello che voglian loro. Siamo più schiavi di prima!
Un degradare passo, passo, indietro…
Quello che sarà domani non ve lo dico, perché io non ci sarò.
Note
Vittorio Maggi (1903 – 1944), dipendente della Pignone, antifascista e partigiano. Il 15 Agosto 1944 ritornò dalla montagna per riabbracciare la moglie incinta ma fu sorpreso da una pattuglia tedesca a pochi chilometri da casa che lo falciò con una scarica di mitraglia­trice.
Otello Bianchi (1896-1944) macellaio, antifascista condannato nel 1939 a tre anni di confino. Cadde durante la liberazione di Peretola in uno scontro con un nucleo tedesco presso la stazione delle Cascine.
Bruno Cecchi (S. Mauro a Signa 1896 — 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime più volte arrestato e portato a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. Il 30 aprile fu prele­vato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato. Anche al fratello Guido toccò la stessa sorte nei pressi di Cervina.

Pierino Banchelli – Testimonianze

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Pierino Banchelli
Chiacchierata del 23 marzo 2014
"Ciao Pierino, sono venuto a portarti la tessera dell’ANPI". "Bene, entra che si fa due chiacchiere."
"Come stai Pierino?"
"Come si può stare alla mia età, si sentono tutti gli acciacchi, ma quello che più mi da fastidio è la situazione politica che si è venuta a creare in questo paese."
"Cosa vuoi dire?"
"Voglio dirti che abbiamo lottato per un paese diverso da questo… avevamo degli ideali, eravamo contro le ingiustizie, c’era solidarietà, dividevamo tutto in parti uguali; per noi partigiani era una cosa normale, era giusto fare così. Oggi il mondo è pieno di egoismo, ognuno pensa solo ad arraffare, non c’è solidarietà, ci sono pochi ricchi e tanta povertà. Avevamo la volontà di cambiare il paese, renderlo libero dal nazifascismo, più umano. Si pensava ad una società dove i diritti fossero assicurati a tutti, abbiamo combattuto con questa intenzione e la Costituzione, nata dalla Resistenza, era un mezzo; invece mi rendo conto che abbiamo combattuto, ma i diritti sono diventati privilegi. Questo mondo non mi piace per niente!’
"Ma come decidesti di aderire al movimento partigiano?"
"Nel ’44 abitavo a San Martino, ricevetti la chiamata per essere arruolato militare nella Repubblica di Salò come marinaio al porto di Livorno, ma non avevo nessuna intenzione di aderire, dunque io e tanti altri ci buttammo alla macchia. Mi nascosi a Campi, nel quartiere di San Martino, rifugiato presso un contadino che mi dava assistenza. Nella chiesa e nei campi c’erano tante persone rifugiate. Era impossibile, per noi renitenti alla leva, fare qualsiasi lavoro, ma in qualche modo si riusciva a sopravvivere.
In quel periodo ho fatto la staffetta per la Brigata Lanciotto Ballerini.
Ricordo che la gente della zona in cui ero nascosto, fu presa da una infezione alla gola. lo e un mio compagno, andammo, sotto le cannonate, all’ospedale di Prato a cercare le medicine necessarie per queste persone.

Un giorno fui preso dai tedeschi, ma per fortuna dopo poco riuscii a scappare rifugiandomi su un campanile e non mi ritrovarono.
La svolta ci fu nel febbraio del ’45 quando mi arruolai volontario nel Gruppo di Combattimento Cremona.
Il 9 marzo dello stesso anno arrivai in territorio di guerra dove partecipai per cinque mesi alle azioni per liberare l’alta Italia nel 22° Reggimento Fanteria Cremona. Il primo impatto fu sulla linea del Po. Dopo due mesi di combattimento, il Cremona, lanciò una offensiva appoggiata dall’artiglieria che sgominò il nemico, assicurandosi il plauso delle forze alleate del comandante Alexander.
Il 10 aprile 1945, con l’appoggio delle artiglierie italiana e britannica, il Gruppo ebbe ragione della resistenza tedesche, occupate Fusignano e Alfonsina, il 12 aprile raggiunse il Santerno. Nonostante la ferrea difesa tedesca, il fiume venne passato il giorno seguente, mentre i partigiani si attestarono a Taglio di Po.
Da lì si raggiunse Adria e l’avanzata proseguì verso il fiume Adige. Il 29 aprile i Battaglioni del 21° Reggimento occuparono Corbezzole e Codevigo, attestandosi sul Brenta. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il 22° Reggimento raggiunse Mestre, dove fu accolto dalla popolazione entusiasta.
Il 2 Maggio, il 22° Reggimento innalzò il tricolore in piazza S. Marco a Venezia tra le indescrivibili manifestazioni di gioia dei veneziani, commossi e grati per essere stati liberati da soldati italiani, e io c’ero."

Marino Bausi – Testimonianze

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Testimonianze
Marino Bausi
Mi chiamo Bausi Marino. Sono nato a Firenze, all’ospedale di Santa Maria Nova, l’8 gennaio 1920.
Quando avevo 16 anni, fu costruito l’aeroporto di Firenze e istituito un corso per aerei civili e militari. Feci il corso per il brevetto di pilota e andai in Aeronautica. Il mio istruttore era Vasco Magrini, maggiore della milizia. Durò sei mesi. Si cominciò l’istruzione volando su aerei a doppio comando (lui davanti e noi di dietro) con la cloche che si comandava sia io che lui.
Abitavo a Novoli dove c’era una torre bellissima, la Torre degli Agli, che fu buttata giù dai tedeschi. Aveva una corona dove c’era la guardia che controllava tutta la città di Firenze.
Ero impiegato alle officine Galileo . Si facevano lavori per strumenti di bordo di navi e per questo sarei dovuto andare in Marina, ma avendo il brevetto di pilota andai in Aeronautica.
Dopo l’8 Settembre 1943, ci fu lo sbandamento dell’esercito e ci organizzammo come partigiani. Gli antifascisti che avevano fatto la galera e che erano stati condannati dal tribunale speciale, come Ugo Corsi` e altri, dovettero andare in montagna. Volevo andare in montagna anch’io, ma Ugo mi disse: "Se tu vieni anche te chi ci rifornisce di armi, informazioni e vettovagliamenti?"
Così io e altri siamo rimasti giù e si mandava alle formazioni partigiane mitra, moschetti, ecc. lo andavo in montagna ogni venti giorni con mio padre. Salivo su ad Acone, sul Monte Giovi`, sopra Pontassieve. Avevo cartucce di caricatori, rivoltelle e li consegnavo a loro. Un giorno portai su 5/6 moschetti. La formazione partigiana che rifornivamo si chiamava "Faliero PUCCi (che era un martire antifascista).
Mi sarei dovuto presentare alla Repubblica di Salò, ma avevo una licenza particolare perché figuravo come ufficiale di reggimento e potevo entrare e uscire nell’aeroporto. C’era la guardia, io ero in divisa dell’aeronautica, entravo senza e uscivo col moschetto. Salutavo la guardia e andavo a casa. A casa lo smontavo… la canna… il calcio… e lo portavo su in montagna.
Alla Torre degli Agli la notte c’era uno di guardia ma spesso lasciavano all’aperto i moschetti. lo passavo di dietro e portavo via un moschetto.
lo e Ugo Corsi abitavamo accanto a Novoli, eravamo amici. lo so del 1920, lui era del `17’18. Fu condannato dal tribunale speciale a anni, mi pare, di carcere. La mamma di Ugo, la Bruna, stava in quella casetta accanto alla chiesa di Novoli e io la confortavo: "Vedrai, quando finisce il fascismo, Ugo torna libero."
In casa mia, con mio padre e mio fratello Giuliano, si parlava di politica. Mio padre non era fascista iscritto, ma si iscrisse alla milizia volontaria, quelli che portavano i berretti come gli alpini il sabato, se no lo buttavano fuori dal Comune.
Poi ci fu lo sbandamento.
Note
Ugo Corsi nato a Firenze nel 1913, entrò a far parte dell’organizzazione clandestina comunista nel 1937. Arrestato nel marzo del 1942, venne liberato nell’agosto dell’anno successivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza fece parte del distaccamento garibaldino "Faliero Pucci " (Stella Rossa) e poi, come commissario politico, della Brigata d’assalto garibaldina " Sinigaglia " Dopo la Liberazione, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina e proseguì la sua attività politica nel PCI.
41 Faliero Pucci (Firenze 1905, caduto nel Pistoiese il 4 aprile 1944) tassista. Nei primi anni Trenta era entrato nell’organizzazione clandestina comunista di Firenze. Nel 1937 il tassista fiorentino fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale a sette anni di reclusione. Nel settembre del 1943 Pucci fu chiamato a far parte del Comitato militare regionale del Partito comunista e fu tra gli organizzatori del gruppo partigiano "Stella Rossa", che divenne operativo nelle colline a sud di Firenze. Nell’aprile, il militante comunista fu mandato, con un altro antifascista Giulio Bruschi, a compiere un’ispezione presso un gruppo di patrioti nel Pistoiese. Sulla via del ritorno Pucci e il suo compagno incapparono in un posto di blocco repubblichino: nello scontro che seguì, i fascisti ebbero un morto e tre feriti, ma Pucci restò sul terreno e Bruschi fu catturato. Da quel momento, il gruppo "Stella Rossa", riorganizzato, assunse il nome del valoroso tassista.

Testimonianze – Ugo Bencini

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Testimonianze

Ugo Bencini

lo sono Ugo Bencini, nato il 10 Aprile 1924.

Mio padre, Pasquale Bencini, è stato disertore della prima guerra mondiale; diceva che le guerre erano omicidi legalizzati e quando i carabinieri lo presero per arrestarlo fece da pazzo e fu portato al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino in attesa di processo. Siccome poi la guerra fu vinta, anche mio padre venne liberato con l’amnistia generale.

Ho fatto una vita da ragazzaccio, poi ho voluto sapere da mio pa­dre tutto quello che era stata la sua vita. Capii che bisognava essere antifascisti per forza, perché mio padre lo era e aveva avuto anche delle conseguenze per questo. Il fascismo era una dittatura tremenda che uccideva chi era contrario, era un impedimento feroce all’espres­sione delle proprie idee.

Quando andavo a scuola, il sabato era obbligatorio indossare la divisa fascista diversa a seconda dell’età. Delle vicine di casa mi offri­rono la montura da balilla ma io rifiutai di indossarla. Ero un ragazzo ribelle e i fascisti mi controllavano e per questo, qualche anno dopo, fui comandato di controllare, tutti i sabati, i sorvegliati politici di via de’ Serragli: un soldato fascista rimaneva in strada a fumare, io do­vevo accertarmi che i sorvegliati fossero in casa e farli affacciare alla finestra per farsi vedere dal fascista.

Conobbi antifascisti importanti e più grandi di me, anche molti co­munisti e, quando ebbi l’età e il modo, scelsi la via dell’antifascismo e della resistenza e collaborai nel mio piccolo.

Non sono mai stato comunista ma convinto antifascista.

Bisognava essere coraggiosi ma anche prudenti e non esporsi; a Peretola c’era Maccherone, che tutti sapevamo essere fascista e quin­di con lui e i suoi amici non si poteva parlare.

Un giorno mi chiamò don Casabianca, il parroco di Peretola, e mi disse: "Senti Ugo, io ti conosco da tanto tempo e anche se non mi frequenti molto, mi fido di te. Mi ha chiamato un contadino del Mo­trone che mi ha detto che dopo l’8 settembre, quando sembrava che la guerra fosse finita, dal campo di aviazione, molti militari erano passati da casa sua e con l’aiuto delle donne che cucivano, li aveva vestiti in borghese. Ma avevano lasciato delle armi che adesso sono diventate pericolose, perché se i fascisti vengono a saperlo o gli fan­no una visita e le trovano, rischia di essere fucilato senza avere nes­suna colpa."

lo conoscevo Gino Busi che si mostrò favorevole a custodire que­ste armi. Era davvero un uomo coraggioso; una volta, sui lungarni, dopo un diverbio con dei fascisti, offrì il petto e disse: "Se avete il coraggio di uccidere un ardito, provate!"

Tornai da don Casabianca che mi fece vestire come i Fratelli della Misericordia` con una buffa e il cappuccio. Andammo nel Motrone; le armi da portare via erano tre fucili e due pistole. lo dissi: "Le due pistole le posso prendere io e nasconderle nelle tasche, ma i tre fu­cili bisogna che li prenda lei:’ Mi feci dare una corda dal contadino e legai i tre fucili ben stretti addosso al prete sotto la tonaca che a quei tempi i preti ancora indossavano e con sopra il mantello era tut­to ben nascosto. Partimmo e quando arrivammo sulla strada erano quasi le sette, vicino all’ora del coprifuoco. Volevamo fare alla svel­ta ma incontrammo un tedesco. Vedemmo che era un comandante perché aveva i gradi sulla divisa. Ci fermò e Casabianca mi disse di stare zitto e far parlare solo lui. Alla richiesta di chi fossi io e il perché fossi vestito così, il parroco cominciò a fare la storia della Misericordia, che dovevamo essere incappucciati per non essere riconosciuti mentre facevamo le opere di carità, che era una antica istituzione, che erano rimasti solo i vecchi a fare questo servizio, insomma lo ri­empì di discorsi che alla fine il soldato disse: " Sì, sì, va tutto bene, va tutto bene" e ci lasciò andare.

A quei tempi io recitavo in parrocchia e mi venne in mente di na­scondere le armi sotto il palco del teatrino in attesa che il mio amico Busi venisse a portarle via.

Fui arruolato in Aeronautica, poi venne l’8 Settembre e il 10 ero già a casa. Mio fratello era invece sulle Alpi vicino alla Francia e, non veden­dolo tornare, lo davamo già per morto, quando la sera del 27 tornò a casa. Mio padre per la grande gioia si sentì male e il giorno dopo morì.

Mio fratello, che in precedenza era stato avvertito dai fascisti di non farsi rivedere in giro per il paese, venne arrestato mentre lavorava un po’ da muratore. Fu caricato su un camion e portato via ma si salvò but­tandosi giù in via Bolognese. Ma era notte e fu trovato da un gruppo di antifascisti che lo scambiarono per un fascista e volevano fucilarlo. Fu salvato da Del Perugia che lo conosceva bene e garantì per lui.

Nelle corti di Peretola c’erano molte armi nascoste, i fascisti a volte passavano di notte e davano una sventagliata di mitra ma per la pau­ra non entravano.

Mi ricordo che la mattina del 30 Aprile 1944, dei repubblichini, arri­varono in automobile presso l’abitazione di Bruno Cecchi . Bruno era un indomito antifascista, faceva il tabaccaio e non poteva frequentare nessuno perché era diffidato; era sempre solo con il suo cane.

Lo prelevarono sotto gli occhi delle due figlie piccole, Ardelia e Fio­rita, già orfane della mamma; fu portato al Masso della Gonfolina e ucciso barbaramente.

Tempo dopo, suo fratello Guido stava andando a trovare le nipo­tine che erano sole, ma fu preso anche lui dai fascisti: aveva in tasca una rivoltella; fu fucilato a Cercina.

Questo era il fascismo: senza dare spiegazioni torturava, uccideva e terrorizzava la gente.

A Peretola c’erano tanti antifascisti, alcuni li conoscevo come i fra­telli Parenti, e sapevo che c’erano anche delle donne, ma si comuni­cava poco perché ci si poteva danneggiare a vicenda.

Tutti festeggiavamo il 1° Maggio ritrovandoci a Cercina per poi an­dare sul Monte Morello. L’opposizione alla prepotenza del fascismo era così forte che attirava anche la povera gente che provava simpa­tia per chi si ribellava; aveva cominciato a capire…

Per sfuggire alle bombe e ai rastrellamenti, mi nascondevo nel co­siddetto Purgatorio, una corte in via 1° Settembre.

Ricordo che quando arrivarono gli alleati, Firenze era già liberata dai partigiani. lo ero di guardia col fucile in via Baracca vicino al ponte della ferrovia che era crollato per i bombardamenti e a un certo punto vidi arrivare qualcuno e subito mi allarmai.

Era invece un liberatore americano che mi disse: "Amico, amico, fumare, fumare" e mi dette le sigarette. Questo fu il primo contatto.

Ho vissuto anni duri, la ripresa fu lenta e difficile: tornò la libertà ma continuò la miseria.

Ho avuto dei riconoscimenti: un attestato del generale Alexander e il Giglio della Liberazione del Comune di Firenze. Vado nelle scuole a parlare con i ragazzi e spero che i giovani recepiscano il mio mes­saggio perché tutto questo non si ripeta.

Note

Bruno Cecchi (S.Mauro a Signa 1896 – 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime che più volte lo arrestò e lo portò a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. II 30 aprile fu prelevato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato.

Testimonianze – Roberto Misuri

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Testimonianze

Roberto Misuri

Mentre partecipavo allo sminamento dei ponti di Brozzi e in padu­le minati dai tedeschi, al momento di levare il proiettile dalla canna della pistola, partì incidentalmente un colpo che mi troncò di netto il mignolo della mano. Mi recai all’ospedale S. Giovanni di Dio con la fidanzata di allora, adesso mia moglie, raccontando di aver trovato un proiettile mentre falciavo l’erba in un campo. Mi medicarono, mi ingessarono, e mi misero in corsia a letto.

lo mandai a casa la mia fidanzata con i panni e dopo neanche mezz’ora, la sala fu invasa da fascisti in uniforme, gerarchi, capi: era piena. Era successo che avevano fatto un attentato al colonnello In­garamo uccidendolo e facendo altri morti e feriti. Un ferito grave lo misero nel letto accanto al mio.

A questo punto non sapevo più cosa fare perché ero di una clas­se, il ’24, che era fra quelle richiamate alla leva. Decisi di venire via dall’ospedale. Chiamai per telefono uno zio che avvisasse la mia fi­danzata che mi riportasse subito i panni. E così lei fece. Quando arri­vò, andai nel gabinetto, mi rivestii e venni via. Sparii subito perché mi sembrava che se non era alle otto era alle nove, sarei rimasto in una situazione molto critica dati i miei precedenti di antifascista.

A quei tempi l’unico rimedio per le ferite erano i sulfamidici e, non avendone più, decisi di andare in bicicletta a Peretola accompagna­to da una signorina con le fasce della Croce Rossa al braccio, spe­rando di trovarne. Arrivati a Petriolo ci fermò una pattuglia tedesca che stava lavorando al Ponte di Petriolo. Uno cominciò a parlare in tedesco e io, che lo parlavo un po’, gli risposi in tedesco: Io ferito". Ci lasciò passare, ma furono dei momenti…

Dopo la Liberazione, Brozzi era invasa da cumoli di macerie, ve­tri rotti e calcinacci a causa dei bombardamenti. La strada non era transitabile. Fu deciso di spazzare le macerie dal paese e il C.T.L.N. decise che i responsabili del disastro nazionale e di Brozzi, i fascisti, venissero insieme a noi. Loro accettarono. Poi ci furono anche fatti riprovevoli sotto certi punti di vista: a talune repubblichine in segno di protesta fu fatta la rapa. Mi ricordo che tornando da una perlustra­zione col mitra insieme ad una pattuglia, arrivando in Piazza vidi una grande folla vicino alla Casa del Fascio` – ora Casa del Popolo -, e do­mandai quello che era successo. Mi dissero che avevano fatto la rapa ad una donna e che si era rifugiata lì vicino a casa di Cecè. Allora mi recai in questa casa e la invitai a tornarsene a casa perché era molto pericoloso restare lì vista la situazione ancora bollente. Questa donna in lacrime fu riaccompagnata nella sua abitazione. Questi fatti furono lo sfogo delle persone che avevano subito e pagato col proprio san­gue, tutte le atrocità e le malversazioni che avevano fatto i fascisti.

lo ho fatto parte del Corpo Volontari per la Libertà. Fui preso in Ma­rina perché ero soldato di Marina scappato l’8 Settembre. Da lì fui spo­stato a Livorno e poi imbarcato per Napoli, mentre altri amici di Brozzi e di Quaracchi andarono volontari nelle divisioni in montagna sulla Linea Gotica, come il mio carissimo amico Cherubini Luciano che lì vi morì.

Dopo tanti anni, nel raccontare questi fatti, mi sono commosso. Auguro ai nostri figli e a tutti i giovani di non trovarsi più in queste circostanze.

Testimonianze – Renzo Parretti

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Renzo Parretti

"Ognuno ha fatto la sua parte. Le scelte sono conseguenze delle condizioni che si vivono!’

Mi chiamo Parretti Renzo e sono nato il 20 ottobre 1923 nel comu­ne di Brozzi, che comprendeva il borgo di Peretola.

La mia mamma era molto cattolica ed io, di conseguenza, da bam­bino andavo a servire messa.

Mio padre era di sinistra, grande invalido della guerra 1915/18, lavorava alla Galileo.

Non ero per principio antifascista e, quando venne Hitler a Firenze , andai in piazza del Duomo a vederlo; un obbligo, ma eravamo troppo piccoli. Poi nel tempo maturai le nuove convinzioni.

Il borgo era un posto di disperati, la maggior parte disoccupati che passavano il tempo a giocare.

Mi ricordo un tale che in inverno andava all’ospedale San Giovanni di Dio, senza avere nessuna malattia, per ricevere da mangiare e sta­re al caldo. Tanti contrabbandavano, anche coi tedeschi.

lo lavoravo alla Galileo e al momento della leva, nonostante che tutti quelli della fabbrica venissero arruolati in marina, mi mandaro­no con l’annata del 24 a Torino e a Busto Arsizio.

Dopo poco tempo arrivò l’8 settembre, ci fu lo sbando ed io scap­pai alla volta di Firenze.

Una serie di avventure caratterizzò da quel momento la mia esistenza … ero pur sempre in periodo di leva…

Insieme al mio amico Silvano Montino, andammo a lavorare per la Todt a Dicomano, grazie ad un certo "Carrucola" che teneva la contabilità della ditta e che falsificò le nostre carte d’identità.

Si lavorava nei pressi del Muraglione a costruire trincee e, nonostante la giovinezza, le condizioni di lavoro e la scarsa qualità di vitto e alloggio ci fecero maturare l’idea di fuggire.

Trovai dopo, il figlio di un amico del mio babbo, un chimico che lavorava alla Galileo, che mi convinse a fuggire a Buonconvento dove rimasi almeno sette mesi a casa di una sua zia.

Dopo questi mesi, il parroco e il maresciallo ci consigliarono di cambiare aria… e tornammo di nuovo a Peretola.

A Peretola c’era "Maccherone’; un fascista che provava un gran gu­sto nel gettare bombe sui biliardi e urlare sul tranvai slogan e coman­di con in mano un fucile automatico.

I tedeschi si erano sistemati in alcuni locali del mio babbo e avevano collocato qui due cannoni che, non essendoci le case che ci sono ora, po­tevano colpire la sponda sinistra dell’Arno dove erano arrivati gli alleati.

Di sera facevano le ronde con il carro armato tigre che tenevano parcheggiato alle "Sciabbie" (Petriolo).

Una notte i tedeschi presero due ragazze in via Carletti e, dopo averle condotte nel convento delle suore, le violentarono alla pre­senza del babbo.

Un’altra volta bombardarono il "bottegaino", posto di rifornimento benzina situato accanto alle suore, e, tra le macerie, trovò morte la proprietaria.

Accanto al cinema Roma gli avanguardisti avevano un posto dove probabilmente purgavano e torturavano gli oppositori.

La casa del popolo` in via di Peretola, diventò casa dei fascio.

I tedeschi erano sempre all’erta e mi ricordo che una sera, all’arrivo del prete di San Donnino nel cortile delle suore, mentre il suo asinello cominciò a scalpitare e a ragliare, arrivarono all’istante con lampade e pistole generando il panico tra le suore e gli abitanti della zona.

Durante una corsa di cavalli all’ippodromo delle Cascine conobbi un aviatore sardo che mi fece avvicinare alla resistenza e mi mandò a Borgo Pinti dove c’era l’Annigoni. Mi spiegò che bisognava essere non più di quattro persone per gruppo d’azione, gruppi snelli. C’era anche Nereo, il Chiarda, il Casili Gianpiero. Uno dei comandanti era Manfredo, delle SAP

Si pattugliava la zona di via Baracca, soprattutto di notte, ma non feci combattimenti e non arrivai mai ai partigiani di montagna per­ché, dopo la battaglia di Pian d’Albero*, io e Gianpiero aspettammo invano la staffetta che doveva portarci nelle zone d’azione.

Nell’agosto del 1944 ero in strada a festeggiare Firenze liberata e anche nella nostra zona, in settembre i tedeschi furono cacciati. Ho vivo il ricordo del mio babbo che finalmente si riprendeva i locali oc­cupati dal comando tedesco.

Era difficile fare delle considerazioni "politiche".

Era coi fascisti e coi tedeschi che bisognava chiudere, chiudere il libro… mandarli via era la speranza.

A Italia liberata, la crisi si continuava a sentire anche alla Galileo, per cui andai a lavorare nell’Iran dello Scià e di Soraja, sul Mar Caspio e nel Libano.

Il Presidente della Repubblica in seguito mi onorò del diploma di "Patriota".

Oggi vivo nei luoghi della mia infanzia, dei miei ricordi e della mia maturazione.

Note

II 20 giugno 1944 in località Pian d’Albero, vicino a Figline Valdarno, si consumò uno degli episodi più drammatici della resistenza nel territorio provinciale fiorentino. In seguito ad un rastrellamento, i tedeschi scoprirono che il casolare della famiglia Cavicchi faceva da centro di raccolta per i giovani che volevano entrare nelle fila partigiane. Varie squadre del­la brigata partigiana "Sinigaglia" tentarono a più riprese di spezzare l’assedio e delle circa cinquanta reclute oltre metà riuscirono a fuggire. Venti partigiani furono uccisi e furono fatti prigionieri ventuno persone, fra le quali anche Aronne Cavicchi di quattordici anni ed il nonno Giuseppe. Portati più a valle, in località Sant’Andrea, furono impiccati, tranne due che riuscirono a fuggire.

Testimonianze Leandro Agresti I

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Testimonianze  Leandro Agresti

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Mi chiamo Agresti Leandro. Il mio nome di battaglia è Marco. Sono stato uno dei primi partigiani a salire a Monte Morello. Il 10 mattina s’era già alla Fonte dei Seppi, alla Cappella di Ceppeto.

Ho fatto il partigiano perché mio padre era dal 1921 iscritto al Par­tito Comunista Italiano. Però mio padre, prima di essere un comuni­sta, si dichiarava anarchico. Un bel giorno a tavola il mio babbo mi spiegò, da giovane che ero ancora, cosa voleva dire l’anarchia. Disse: "Vedi, il concetto dell’anarchia è uno tra i migliori che si possa rag­giungere, sarebbe il non plus ultra della vita sociale, però è un’utopia perché non si può raggiungere in una società borghese come siamo, non ci sarà mai la possibilità."

A questo punto mio padre mi fece un piccolo esempio per farmi capire cosa voleva dire anarchia, mi disse: "Vedi, qui abbiamo un bar, ci sono bottiglie e bicchieri. L’anarchia vuol dir questo: uno prende da bere e se lo versa. Se costa 30 centesimi, li mette nella cassa. Questo è il sistema anarchico, ma quando mai succede in uno stato borghe­se come il nostro? E’ irraggiungibile. E’ un’utopia. Ecco perché son diventato comunista."

Mio babbo mi spiegò a quei tempi che anche il comunismo era impossibile in una nazione sola. Bisogna che sia per lo meno a carat­tere europeo perché in una sola nazione prima o poi il comunismo fallisce per la pressione del capitalismo mondiale. Così è successo in Unione Sovietica.

Il mio babbo faceva il calzolaio a Barberino di Mugello. Un bel giorno, nella località dove oggi c’è il circuito della Ferrari, fu aggredito e bastonato ben bene. li cavallo, animale intelligente, lo riportò mezzo morto a Barberino. Dopo poco tempo il mio babbo cominciò a perdere la vista, gli venne il distacco di retina e rimase cieco fino al 1931 quando il professor Bardelli gli fece riacquistare un po’ di vista. Ma il fascismo è stato ancora peggio. Oltre all’aggressione, quando si era a Firenze, ogni qualvolta che veniva qualcuno di importante, o il Re o Mussolini, venivano a prendere quest’uomo che non ci vedeva quasi più.

Il mio babbo continuava a fare il calzolaio e mi insegnò il mestie­re finché nel ’38 entrai a lavorare alle officine meccaniche Cipriani & Baccani.

lo ho visto la persecuzione che i fascisti hanno fatto alla mia fa­miglia, i pianti della mia mamma. Per me il fascismo è stato subire queste angherie.

Mio zio, fratello del mio babbo, era anche lui calzolaio, aveva la bottega in via Filippo Corridori e faceva propaganda antifascista. Na­scondeva bigliettini di propaganda dentro le scarpe e le distribuiva. Un giorno nel ’41 venne una squadra di fascisti in bottega e lo arre­starono.

Mio zio mi fece un cenno e io presi questi bigliettini, li misi in tasca senza farmi vedere e scappai. Mi dettero dietro fino a Piazza Dalma­zia. Accanto alla bottega di mio zio c’era un parrucchiere e, passando, gli detti i bigliettini. Lui li prese e li buttò sotto i capelli. Lui non era "individuato" e quindi non gli chiesero niente. In quel mentre, venne Zebra, un ragazzo che aveva un tic: diceva "Porca luce" e loro capiro­no "Porco Duce". Era venuto per chiedere di accendere una sigaretta e presero anche lui, povero disgraziato.

Mi ripresero in Piazza Dalmazia, mi chiesero perché ero scappato e cosa avevo fatto. Dissi che avevo avuto solo paura. Mi ammanet­tarono insieme a Zebra che, con le convulsioni della sua mano, mi spezzava il braccio. Ci portarono tutti alla caserma dei Carabinieri in Borgo Ognissanti. Tutti dicevano: "Liberatelo questo ragazzo se no gli spezza il braccio, non dice porco Duce ma porca luce sentitelo bene!" Un maresciallo si mise ad ascoltarlo bene e disse: "Ragazzi, liberatelo! Non dice porco Duce, dice porco luce. Toglietegli le manette!"

A questo punto mi levarono le manette ma nonostante questo mi portarono alle Murate. Eravamo alla fine del ’41 o inizio del ’42 (esat­tamente non mi ricordo). Mio zio fu processato e condannato a ven­tidue anni di galera. Circa un anno dopo, quando cadde Mussolini, si aprirono le galere e mio zio tornò a casa come tutti gli altri detenuti politici, da Palazzeschi a gli altri (oiììl),ì(jiìi che erano in galera.

Quando ero nì(jazzo alla ( ipriani & Km ( mi entrai a far parte del famoso "Soccorso Rosso". Si andava a chiedere i soldi a determina­te persone che si sapeva per portarli alle famiglie dei nostri compa­gni che erano in galera. Fra questi che dirigevano questa squadra di Soccorso Rosso, uno si chiamava Azzurri e uno era il Gonnelli. Lui mi ha insegnato a fare il comunista e a stare attento, a come evitare la persecuzione dei fascisti, la tattica per quando si andava a fare le scritte sui muri, si scriveva W STALIN, W LENIN, M MUSSOLINI, OPERAI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, W L’ARMATA ROSSA. Erano queste le iscrizioni che si faceva sui muri. La mattina presto, quando si smonta­va dal turno di notte, si andava a prendere la roba e si faceva queste iscrizioni. S’è rischiato la vita anche allora!

Quando nelle scuole mi chiedono: "Come facevate a comunicare tra di voi?" rispondo che a quei tempi c’era il passaparola, io dico a te, te dici a lei, e si arrivava a raggiungere chilometri di strada.

Tant’è vero che, quando ci giunse la comunicazione che l’8 settem­bre’ calavano i tedeschi giù dalla Futa e facevano razzie, noi la matti­na si sapeva già tutto. Il Comitato di Liberazione allora non c’era, ma c’erano le cellule clandestine del Partito Comunista alle quali io ero agganciato. Molti si vergognano a dirla questa parola, ma fu grazie a loro, grazie all’organizzazione clandestina del Partito Comunista che è nata la Resistenza.

Queste cellule si riunirono per decidere cosa fare. lo, Valerio Ca­sonati e Libero Mannelli*, tutti figlioli di comunisti, grazie a questo siamo diventati partigiani. Mannelli era figlio di un grande comunista che nascondeva le armi e ci ha aiutato in montagna; era fornaio e ci ha mandato in montagna quello che ha potuto di pane. Se non ci fosse stata questa organizzazione dietro di noi e le grandi donne che, non solo ci hanno assistito ma hanno rischiato la vita, non saremmo diventati partigiani.

Il 10 settembre 1943 salimmo a Monte Morello.

Inizialmente non s’era partigiani, s’era gente alla macchia, s’era banditi.

La mattina all’alba del 14 ottobre 1943, una grande donna (qual­cuno la chiama una contadina, ma io non ho mai voluto chiamar­la così, per me è stata una grande donna), venne su a Ceppeto sul Monte Morello tutta trafelata e ci disse: "Fate svegliare questi ragazzi! Stanno venendo i fascisti su da Pratolino!". Non capivamo come po­tessero venir su da Pratolino visto che non c’erano strade né viottoli né simili, ma lei ci assicurò: %o, no, c’è una stradellina dove passano le greggi, vengono su di lì e passano sopra la cappella." C’era uno di noi che aveva un po’ di esperienza militare e disse: "Ragazzi, io darei un consiglio, si va su a vedere che fanno e si decide al momento op­portuno." Si salì su e si vide a distanza di trecento quattrocento metri una motoretta con una mitragliatrice sopra che saliva piano piano. Questo sottotenente, che era di Colonnati, fece: "Ragazzi, ricordia­moci che abbiamo poche munizioni e le nostre armi possono colpire al massimo a cento, centoventi metri." Ad un certo punto: "Ragazzi, ci vengono in bocca! Tutti fermi!"

S’era una quindicina non di più e ci si appostò in terra. La paura era tanta, dal culo non ci passava uno spillo.

Questi venivano sempre più vicino, saranno stati a centocinquanta metri, poi a cento metri, a ottanta metri, finché non erano a settanta metri non disse "Fuoco!". "Quando dico fuoco" ci aveva detto, "fate fuoco e ci si ritira tutti insieme sempre a culo indietro, senza alzarsi." Ci aveva insegnato la tattica come avanzare e come retrocedere ma sempre senza alzarsi. Noi si obbedì all’esperienza di uno che aveva fatto la guerra.

Successe che il Checcucci* non obbedì a queste cose. S’alzò e cominciò a sparargli dietro. Aveva fatto sette, otto anni di galera e quando vide che questi scappavano, voleva andargli dietro, ma loro avevano la mitragliatrice e spararono. La mitragliatrice "spazza" e fu preso in pieno. Se lui si fosse abbassato forse non sarebbe morto. Non gli voglio fare una colpa. Era un partigiano e gli darei la meda­glia d’oro però è andata così.

Noi non si sapeva cosa s’era fatto. S’abbandonò la Cappella di Cep­peto e s’andò giù in Pescina da un contadino. Non ci ha dato più noia nessuno perché si era sparsa la voce che a Monte Morello c’erano duecento, trecento partigiani. Una volta dissi: "Potete dire anche duemila, ma più di quaranta non ci s’era!" Quando si arrivava a cin­quanta partigiani, si mandavano in Monte Giovi.

lo ho avuto anche 1’onore" di conoscere Carità’.

Quando mi chiamarono a fare il militare con la classe del 1923 (io ero del 1924, un anno prima) mi mandarono a La Spezia. Mi tennero otto, nove giorni ma non c’erano vestiti da metterci.

Allora fu deciso di farci una licenza "In attesa di nuovo richiamo." Con quella licenza potevo viaggiare tranquillo, non ero un renitente alla leva né un ribelle, e mi adoperarono per fare determinate cose, portare messaggi, ecc. Un giorno, uno del quartiere, mi denunciò. Mi presero e mi portarono da Carità. lo ero tranquillo perché ave­vo il mio foglio in tasca. Mentre s’era per la strada a braccetto, non mi toccò nessuno. Appena dentro la porta, due bamboccioni (erano avanguardisti, li chiamavano così, non me ne intendo di queste ge­rarchie) mi lasciarono andare due calci qui dietro. lo mi incazzai. In quel mentre scesero due sergenti maggiori della milizia, il Marini e il Vairetti, che stavano nel mio condominio. Mi fecero: "Agresti, che hai fatto? Fermi voi!’ dissero ai due, "Ci si pensa noi." Mi chiesero di quel foglio… io avevo sparso la voce. "Sì, io ho la licenza." "Lasciala a noi. Via!" Mi mandarono via con fare spiccio.

Mi portano da Carità e loro: "Guardi, questo ragazzo… si stava in­sieme… Si è sempre visto… il su’ babbo…" Dissero qualcosa tra loro come se sapessero che per loro andava male. Perché dico questo? Perché, quando dopo furono arrestati, mi richiamarono per testimo­niare a loro favore. lo confermai che mi avevano difeso.

Però Carità prese questo foglio e lo strappò. "Questo non va più bene." lo mi dissi: ‘I che fo?" Presi e venni via.

Stando attento, andai al Comitato di Liberazione Nazionale’ e chie­si cosa potevo fare. Mi dissero: "Meglio un comunista vivo, che uno morto. Va via. Facci sapere tramite il tu’ babbo in do’ tu sei. Se avre­mo bisogno (e senz’altro ne avremo bisogno), ti ricercheremo noi."

Mi arruolai quindi nella Repubblica di Salò’ e mi mandarono diret­tamente alla caserma in via San Bartolomeo a La Spezia. Là c’erano i vestiti, ma non c’erano i cappelli. C’erano dei cappelli da sommer­gibilista e ci misero quelli. Ma io non so nemmeno come è fatto un sommergibile! Ecco, questo era l’esercito della Repubblica di Salò.

Dopo quattro giorni mi mandarono a Monte Moro dove c’erano dei cannoni a difesa del porto. C’era un certo Serra, sergente mag­giore della marina. Dopo dieci, quindici di giorni, venne una figliola, una bella figliola, che cercava un fiorentino, un certo Agresti Leandro.

Mi si affiancò chiedendomi: "Ho bisogno di parlarle, è lei Agresti Leandro, il figliolo di Magnino?" Mi chiesi come faceva a sapere il no­mignolo del mio babbo. Il mio babbo mi aveva insegnato di stare molto attento e di essere sicuro prima di parlare. Lei fece: "Senta, io la vedo titubante e allora le dico una cosa. Lei, quando aveva dieci anni, andava a cavallo con il suo babbo in Polcanto e in Faltona? E si fermava in un ristorante? E gli piaceva tanto il tonno condito con olio e aceto?" Allora dissi: "Comitato di Liberazione Nazionale?" "SU’ Ecco, la prova che mi fece parlare fu quella del mio babbo perché nessuno poteva sapere che io andavo a cavallo con il mio babbo in Polcanto e Faltona e che ci si fermava sempre in quella piccola trattoria, si legava il cavallo e si faceva lo spuntino.

Mi portarono da un calzolaio che faceva anche lui parte del Comi­tato di Liberazione Nazionale. Li trovai altri due marinai, un certo Pe­tacco e un certo Bonino: Petacco doveva essere della zona e Bonino invece era di Torino. Ci dissero: "Si ha bisogno di voi." "Per fare che cosa?" "Vanno fatti fuori i cannoni di Monte Moro, non vi preoccupa­te, voi dovete solo far passare una squadra dell’Ansaldo e ci pensano loro a fare il sabotaggio."

Un giorno si decise di essere tutti e tre insieme ma con noi c’era il maresciallo tedesco che comandava la zona. Si ubriacò: una grappa, un whisky, una grappa, un whisky, cascò come un tegolo. Si fece­ro passare questi e dopo una mezz’oretta, ripassarono: "Questi non sparan più. Ciao!" Noi non ci si accorse di nulla.

Dopo tre giorni, si accorsero che questi cannoni non sparavano e fecero l’indagine. Poi il Serra ci disse: "Se conoscete quelli che erano di guardia il tal giorno… (ci fece cenno di svignarsela)… perché se li pigliano li ammazzano subito." Così si tornò tutti e tre al Comitato di Liberazione Nazionale. Bonino, Petacco e me ci volevano portare sul Monte Moro, allora dissi: Io vorrei ritornare a Firenze." Uno del CLN disse: "Abbiamo una cellula clandestina alle ferrovie, sentiamo loro come si può fare." E mi misero a dormire nel retrobottega del calzolaio.

La mattina si presentarono due e mi dissero: "Noi ti si può portare anche a Firenze, però bisogna che tu venga vestito così." Mi porta­rono un vestito del Battaglione San Marco della X MAS, io mi sentii morire. Però volevo tornare a Firenze e mi dissi: "tentiamo!" Anche lì la paura… non ci passava uno spillo! Era peggio di stare con un fucile in un combattimento. Stare lì senza sapere se potevi incontrare quello che ti chiedeva chi eri e che facevi.

Passai da un ferroviere ad un altro finché trovai quello che mi por­tò a Rifredi. Questo era un muso che faceva paura. Quando si arrivò fece: Rifrediiii! Ciao camerata!" E mi fece il saluto fascista strizzando­mi l’occhio.

Sapevo, tramite il mio babbo, che Valerio Casonati era diventato un gappista. Mi disse: "Non ti terrai di molto questa divisa addosso, eh?" "Guarda, Valerio," gli dissi, "io so chi tu sei, ma te non tu sai chi sono io. lo so che tu fai parte della GAP "Della GAP? Chi te lo ha detto?" "Chi me l’ha detto, non ti preoccupare. Tu sai che i’ mi’ babbo fa parte della clandestinità, i’ mi’ zio, lo stesso." Erano delle cellule clandestine e sapevano tutto.

Andai al Comitato di Liberazione e mi proposero un’azione per eliminare due fascisti. no," dissi, "per piacere. lo con questa divisa addosso non voglio morire."

Valerio, insieme al Pratesi;’ mi riportarono quindi in montagna (con quella divisa addosso bisognava essere accompagnati). Arrivai in montagna. Allora c’era il comandante Marino" che sostituiva il fratello Morando` e che era un po’ ambiziosetto. I ragazzi mi fecero: "Fermati lì, si va su noi." Andarono su e avvisarono che sarebbe ve­nuto su uno vestito da battaglione San Marco (ecco il motivo del mio nome di battaglia). Quando arrivai su, Marino sortì fuori esuberante: "Ora ti si fa il processo." Casonati tirò fuori la pistola: "Te non fai il pro­cesso a nessuno." Il Pratesi lo stesso: "Chi siamo noi? Le staffette uf­ficiali del Comitato di Liberazione Nazionale." Valerio disse a Marino: "Quello che ha fatto lui… te la saresti fatta addosso." Poi ci si salutò e ci si abbracciò. Mi levai subito la divisa ma lasciai i pantaloni perché non avevo altro da mettermi.

A Monte Morello si era tre brigate: una guidata da Lanciotto` che stava a Morello giù, poi c’era il gruppo di Folgore", di cui facevo par­te anch’io, e poi il gruppo di Marino che fece l’attacco al treno e ci fu un mezzo macello.

Tra maggio e giugno si fecero le capanne tra la seconda e terza punta e di lì si partiva a fare le azioni; finché non si ebbe il famoso attacco agli Scollini.

C’era la guardia anche sulla prima punta e di lì si vide che stavano per fucilare la gente ai Seppi. Dagli Scollini, dove morirono questi ragazzi, ai Seppi ci sono più di ottocento metri, non è una bischerata in un bosco. Questi ragazzi venivano giù tranquilli con i fucili a tra­colla e con la sicura che di solito non si levava finché non si arrivava all’obiettivo e si faceva l’accerchiamento. Ma questi poveri ragazzi, non se l’aspettavano. Erano già piazzate due mitragliatrici e quando arrivarono, tutti in colonna, li presero d’infilata, una raffica di mitra­glia e morirono tutti. Si salvò solo Saltamacchie, uno dei fratelli Fiorelli*.

Il combattimento subito successivo fu vinto da noi. Avevano mandato da Monte Giovi` una squadra di sessanta uomini armati di Sten e ne avevano portati anche a noi con le munizioni. Sicché s’era in condizioni di affrontare una battaglia. Barbarossa` mi fece: Marchi­no, di dove si passa?", "Tutto dritto e poi li pigli alle spalle!" Lui salì e li prese alle spalle; successe una carneficina e scapparono tutti. Da allora su Monte Morello non s’è più visto un’anima.

Note

Libero Mannelli detto "Zingaro; partigiano della brigata Bruno Fanciullacci, fucilato in loca­lità Fontebuona il 2/8/1944. Nel dopoguerra fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Ancora oggi un piccolo cippo in sua memoria è situato nel punto dove è stato ucciso.

Cappella di Ceppeto, Monte Morello (Sesto Fiorentino).

Giovanni Checcucci, nato a Firenze il 26 novembre 1906, manovale al Pignone. Comu­nista attivo, nel 1939 era stato condannato dal Tribunale speciale a sei anni di reclusione. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla Resistenza organizzando le prime formazioni par­tigiane. È stato il primo caduto della Resistenza fiorentina (a Ceppeto di Sesto Fiorentino il 14 ottobre 1943).

Mario Carità (Milano, 1904 – Castelrotto, 1945) militare italiano, aderì alla Repubblica So­ciale Italiana e guidò un manipolo di squadristi denominato "Reparto di servizi speciali" (RSS), più noto come Banda Carità. Poi guidò l’Ufficio Politico Investigativo (UPI) della Guar­dia Nazionale Repubblicana di Firenze e in seguito di Padova. Feroce e spietato persecutore, torturatore e aguzzino di antifascisti, resistenti ed ebrei.

Guglielmo Pratesi, ferroviere, partigiano delle SAP delle Officine Ferroviarie di Porta al Prato. Nome di battaglia "Veleno".

Marino Cosi.

Morando Cosi

Lanciotto Ballerini, nato a Campi Bisenzio (Firenze) nel 1911, sergente maggiore di Fan­teria, Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria. Caduto in combattimento sui Monti della Calvana (Firenze) il 3 gennaio 1944.

Fonte dei Seppi e sella degli Scollini, due località sul Monte Morello.

Egizio Fiorelli caduto nella battaglia della Fonte dei Seppi e Silio Fiorelli "Saltamacchie" unico scampato di questa battaglia.

Bruno Alinori, detto Barbarossa.

Fine prima parte

Testimonianze – Leandro Agresti II

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Leandro Agresti

II

Appena loro si ritirarono, noi si pensò ai nostri ragazzi: si avvolsero in delle coperte e si intendeva seppellirli. Ma il terreno era tutto sasso e anche col piccone non si riusciva a scavare, finché un contadino ci indicò un prativo e si seppellirono lì. Dopo due mesi, perché succes­se subito la liberazione, li recuperarono quasi tutti interi e li portaro­no a Sesto. Questa è la storia di Monte Morello.

Nessuno sa che Lanciotto fu il primo vero comandante di Monte Morello e ci insegnò la guerra mordi-e-fuggi, di stare in guardia, di insegnare alle staffette quando venivano su che non passassero per i sentieri ma dentro il bosco per non farsi vedere dalla famosa cicogna. Tra queste staffette c’erano anche le mie sorelle. Non ci si rendeva conto.

Molte cose ce l’ha insegnate il Checcucci. La prima canzone che si cantò ce la insegnò lui: "… dai monti ai piani, lottano i partigian1.." quella canzone è nata su Monte Morello nella cappella di Ceppeto. Invece quella famosa canzone che canta sempre Silvano Sarti: "Per voi bambine belle della via, per voi future spose del domani…" la in­ventò Carlo Cau, soprannominato il poeta, nella cappella di Ceppeto.

Il Checcucci ci raccontava della galera che aveva passato. Era mol­to provato da questa esperienza. Per questo, quando vide i fascisti scappare, si alzò: per la voglia di combattere.

Dopo questo combattimento, Lanciotto venne su e prese il co­mando insieme a Folgore. Lanciotto mi aveva messo di guardia alla Fonte dei Seppi per controllare sia il versante del Vecciolino, sia quel­lo della Castellina. "Tu c’hai gli occhi boni e vedi sia di qua che di la, mi disse. "Mi raccomando! Stai bene attento!"

Ogni due ore si faceva il cambio mentre lui girava per tutte le sen­tinelle che aveva appostato. Ad un certo punto sentii dietro rompere uno stecco e levai la sicura: "Fermo! Sono Lanciotto." Mi disse: "Vedi, se ero un nemico ti avevo già fatto fuori. Quando siamo nei boschi, bisogna guardarsi da tutte le parti, non dico sempre, ma ogni tanto bisogna guardarsi anche dietro le spalle." Gli chiesi: "Ma quella sen­tinella lassù allora a che serve?" "Vuoi che spari per far scoprire dove siamo? Non può sparare lui. Spara in caso di attacco ma altrimenti no." Da vecchio sottufficiale che aveva fatto la guerra, aveva una certa esperienza. Fu una brontolata amichevole, poi mi dette una pacca sulla spalla e andò via.

Si aveva poco tempo per parlare e molto da camminare, fare e di­sfare. Vi racconto anche questo episodio: nessuno lo sa ma Fabiani* un giorno ci raggiunse sulla seconda punta. Fu Biondetti, grande cor­ridore di automobile, quello che portò su Fabiani con la Cinquecento.

Fu quando il comandante Marino volle sapere se c’era qualcuno vicino al Partito Comunista. Eravamo una quindicina. Ci disse che do­vevamo sacrificarci e andare sempre prima degli altri per dare l’esem­pio. E difatti fu così. Quando successe della battaglia della Fonte dei Seppi, Gambalesta, che era ufficialmente il comandante della brigata Fanciullacci, ordinò alla prima squadra di pronto intervento di anda­re giù per primi ed erano quasi tutti "iscritti" al Partito Comunista, o meglio, allora non c’era "iscrizione", era tutti figlioli di appartenenti al Partito Comunista. Oggi nessuno vuole sentire rammentare il Partito Comunista ma invece sarebbe bene parlarne perché ha avuto tanti morti.

Le donne sono state eccezionali. Hanno rischiato la pelle per portar­ci un boccone da mangiare su in montagna. Tante volte, poiché il pane era duro, venivano le lacrime agli occhi anche a loro. "Non vi preoccu­pate, si ammorbidisce noi" rispondevamo. Si metteva un po’di sale e un po’ d’acqua sopra, qualche volta si aveva qualche goccia d’olio.

Si è patita molto la fame. Si è mangiato di tutto: vitalbe, luppoli, cicerbite, asparagi, radicchio. Tante volte non s’aveva nemmeno l’ac­qua per lavarli. A volte si trovava le ciliegie o le corbezzole. Quando si trovavano era una manna, però se ne poteva mangiare una o due, il resto bisognava portarlo in brigata.

Un contadino ci dette un paniere di ciliegie, si portarono in bri­gata, si contarono e ne toccò dodici per uno. Di una formettina di formaggio s’è fatto anche trenta spicchi. Quella era la possibilità che c’era, s’era tutti uguali, ma Lanciotto era sempre l’ultimo a mangiare. Un bestione com’era, ma anche lui si arrangiava così.

C’era anche un grande ragazzo che non viene mai rammentato, Ugo Corsi`. Era quello che trasportava molta gente su Monte Morel­lo e ha fatto chilometri e chilometri per portare la gente da Monte Morello a Monte Giovi. Era facile raggiungere Monte Giovi, s’attra­versava la Bolognese, la Faentina, poi le Quattro Strade, le Salaiole, il Cischio e poi Monte Giovi. I partigiani non avevano sentieri, per noi il bosco era un sentiero unico.

Monte Morello è stata l’officina dei partigiani toscani. Molti dei partigiani che erano con me in Secchieta, sul Pratomagno, sul Monte Giovi, li ho ritrovati in tutte le parti della Toscana. Tutti ragazzi che erano passati di lì, come Timo`, Vasco Palazzeschi, che poi erano andati a finire in Pratomagno con la brigata Caiani*.

Il 31 luglio da Maiano ci eravamo attestati al Vincolo (così si chia­mava allora) tra la cappella di Ceppeto e la Fonte dei Seppi.

II primo agosto si ricevette l’ordine di venire giù quindici- venti per volta e si doveva passare dalle fogne dell’ospedale. Quando mi dis­sero di passare dalle fogne, dissi a Gambalesta : Io faccio la strada che ho sempre fatto dieci, venti volte, non so quante volte, chi vuole, venga con me." Ecco perché mi sono trovato con il grado di sergente maggiore.

La prima notte si dormì nel rifugio di Piazza Leopoldo, dai rifugi a casa mia c’erano cento metri. Si passava la Superpila e la Manetti & Roberts. Il Casonati Valerio stava invece prima di me al numero 4.

II novanta per cento della popolazione era con noi e se non fosse stato così, non si sarebbe fatto quello che si è fatto. Mi ricordo quelle che noi chiamavamo "frappappine", quelle che studiavano per infer­miere a Careggi. Quando si entrò in Firenze qualcuna ci avrà visto ma nessuna parlò e si raggiunse tranquillamente il rifugio in Piazza Leopoldo.

II due Agosto ero dunque a casa e mi buttai sul letto. Era tanto che non ci dormivo! La mattina, saranno state le otto, mi svegliò il mio babbo e mi fece: "Leandro! C’è due che hanno minacciato di portar via tutti questi ragazzi…"

C’erano due fascisti, un uomo e una donna, la Bitto e il Lavorini che volevano prendere l’acqua. Le donne si ribellavano perché avevano solo due, tre ore di tempo prima che sparassero. I franchi tiratori in­fatti sparavano dalla Manetti & Roberts e avevano già ammazzati sei, sette, donne, bambini e vecchi (uomini in giro non ce n’erano più). Queste si ribellarono e i due minacciarono di far portar via i ragazzini che aiutavano a tirare su l’acqua, dodici, tredici anni, quattordici il massimo. Mi affacciai e vidi che uno aveva un fucile di precisione e doveva essere un cecchino` così chiesi:

"Babbo, ma dove stanno?"

"Al villino del Linari, quello in cantonata."

"Senti, fra un quarto d’ora, venti minuti, manda la Pierina e l’Eda (le mie sorelle, una del ’20 e una del ’21) giù a prendere l’acqua."

Noi quattro ci si nascose nel giardino del villino. I due entrarono con l’acqua, puntammo loro contro quattro Sten, aprimmo la porta e si buttarono dentro.

Dopo sette giorni, il Comitato di Liberazione ci ordinò di ammaz­zarli, io e Valerio si disse: "Noi non s’ammazzano." "Ma il Comitato di Liberazione gli ha fatto il processo e ha deciso di ammazzarli." Allora presero due della GAP, tra cui uno al quale avevano trucidato il fratel­lo in Pratomagno, che li ammazzarono.

Non sapevano dove buttarli, in mezzo di strada avrebbe provoca­to dure rappresaglie. In realtà, eliminato quello della Manetti & Ro­berts, di franchi tiratori non ce n’erano più, il rione era in mano a noi.

Furono buttati nelle fosse biologiche. Successivamente in quella casa c’è stata la prima sezione del Partito Comunista di Rifredi. Il mio babbo, da intelligente vecchio comunista, andò dal segretario e gli disse che sotto c’erano due cadaveri e consigliò loro di buttare due secchi di calce. Non lo fecero. Dopo venticinque anni, pulirono le fos­se biologiche e ritrovarono le ossa.

Al processo, il Comitato di Liberazione Nazionale si è assunto la responsabilità dell’uccisione come fatto di guerra.

II 2 agosto quindi si catturò questi franchi tiratori e si misero nel vil­lino ad angolo. Dopo un paio di giorni si sentì saltare i ponti sull’Arno. L’unico che non era saltato era il Ponte di Mezzo perché lì c’era una squadra di giovani, comandata da un nostro compagno, ora morto, il Nannarelli, che era del ’31 e quindi avrà avuto tredici anni.

Fu uno dei primi ragazzi che ha fatto la staffetta a Monte Morello. Una volta portò su un mitra con un caricatore solo. Gli chiesero: Per­ché hai portato un caricatore solo?" "Madonna!" e ripartì in tromba e andò a prendere gli altri caricatori. Rischiò la vita due volte. Aveva tredici anni. I suoi genitori e i suoi zii erano vecchi comunisti.

L’8 agosto si raggiunse Gracco` al Casone dei Ferrovieri*, ove c’era il comando di tutto.

Ero fidanzato con una figliola. Quando l’8 settembre andai a tro­varla e le dissi che andavo in montagna, lei mi rispose: "Che vai a fare carbone?" No, io vado in montagna per questo… questo … e que­sto… ci siamo consigliati con il mi’ babbo e vo in montagna perché con i tedeschi e i fascisti non ci voglio andare." e non la rividi più.

Quella mattina, il 9 o 10 agosto, mentre parlavo con Gracco della perlustrazione fatta alla Villa Demidoff`, arrivò una donna che mi abbracciò e mi baciò. In quel mentre passò il suo babbo e la bron­tolò. Lei fece: "Babbo, è dodici mesi che non vedo il mio fidanzato!" "Fidanzatoooo??" "Senta, sor Gino, io son sincero, io non sapevo nem­meno più di esser fidanzato perché non ho avuto il tempo di pensare alla fidanzata." E lui: "Si dovrà parlare un po’ io e lei." "Sì certo! Ora però finisco di parlare coi tedeschi e coi fascisti e dopo verrò a parlare anche con lei."

La domenica successiva al 7 settembre (quando ci disarmarono) andai a parlargli a casa.

Tanti non sanno che la divisione Potente si chiamava Arno. Nel Co­mitato di Liberazione Nazionale ci fu una discussione tra le varie cor­renti che non volevano si parlasse di Garibaldi. Ad un certo momento fu deciso di mettere "divisione Amo" perché riguardava tutta la To­scana proprio come l’Arno che dalla fonte del Falterona gira tutta la Toscana. E’ stata divisione Arno fino al 12 di agosto. Quel giorno si ri­unirono tutti i comandanti delle varie brigate e fu deciso di cambiare "divisione Amo" con "divisione Potente Aligi Barducci" *

Il 12 agosto, quando si riunirono tutte le brigate e si dettero i gradi, vo­levano darmi il grado di tenente ma io dissi che preferivo che lo dessero a Libero Mannelli che era morto. Lui salvò la nostra brigata: fu trucidato ma non parlò. Se avesse parlato ci avrebbero ammazzati mezzi.

In questo cartello che vi ho fatto vedere siamo 110 persone, tutti mescolati tra GAP, SAP e partigiani di montagna, che si è liberato Firenze. Dal 2 agosto, quando si catturò i due franchi tiratori, al 12 agosto, abbiamo liberato Rifredi. Non c’era nessun altro e fino al 30, 31 agosto non si vide un alleato. Quando arrivarono, fecero una volata fino a Sesto.

Tornato a casa, un giorno si sentì l’intervento di Togliatti` che invi­tava i partigiani di Firenze a continuare la guerra nel nuovo esercito per la liberazione del Nord. Ero con il mio babbo e gli feci: "Babbo, hai sentito cosa ha detto Togliatti?", "Ho sentito, ho sentito." "Che tu pensi?", "Se avevo gli occhi boni, partivo io." "Ho bell’e capito, babbo. Va bene, riparto io. Però alla mia fidanzata e alla mamma racconta qualche barzelletta te perché io non ce n’ho più da raccontare."

Ci portarono a Gaiole in Chianti dove c’era la divisione Friuli che stava partendo per Fano. Da Fano si raggiunse Brisighella: Casonati lo misero nel 35° artiglieria con un cannone da 88, a me fecero fare una prova e mi misero su una mitragliera da 40 mm a quattro bocche del peso di 27/28 quintali e trainata da un cingolato. A Natale s’era già sul fronte.

S’era sempre in allarme perché bisognava difenderci dagli aeropla­ni e sparare nelle feritoie dei fortini. Nella nostra mitragliera c’era una pallottola tracciante, una perforante e una dirompente. Se eri capace di buttare la dirompente dentro il fortino, chi c’era dentro moriva. Quando si fece l’attacco, i primi a sfondare i fortini si fu noi. Poi partì la fanteria all’attacco, baionetta in canna. Si sfondò il fronte e in tre giorni si arrivò a Bologna ma si dovette stare duecentosettantasette giorni in posizione. Quota 92 fu riconquistata da noi sei o sette vol­te. Ogni volta che arrivavano gli americani, si sentiva combattere e poi scappavano subito. Allora si disse: "E no! Ogni volta si ha feriti e morti… ora ci si sta noi A Villa Zacchìa c’è una lapide dove è scritto: "Caparbiamente insistendo i fanti della divisione Friuli permisero alla V e all’V111 Armata di avanzare."

I nostri fanti, quella quota lì, non la lasciarono più.

Sul Senio fu fermato un Tigre" da una batteria nostra a forza di sparargli nei cingoli. A un carrarmato se rompi il cingolo è fermo. Il capitano faceva: "Ragazzi! Dai sul quel cingolo!" Ma ci fecero fuori due batterie. A noi non ci presero perché si fece in tempo a spostarsi.

I tedeschi ci individuavano e ci colpivano con i mortai con precisione, ma noi ci si spostava da un punto ad un altro.

Noi s’è avuto tante soddisfazioni, abbracci e baci dalle donne, feste da ballo.

A forza di camminare si finì a Massa Lombarda, sotto Paganella. Un giorno si dovette andare sulla Paganella perché c’erano dei tedeschi che si erano buttati alla macchia. Ci chiamarono per la nostra espe­rienza di guerriglia e infatti si fece 100/150 prigionieri: arrivammo loro addosso e non se ne accorsero nemmeno.

Era venuto da noi, da qualche tempo, un ufficiale, mi pare un te­nente colonnello. La mattina ci si svegliava tardi e questo ci fece: "Poltroni, cosa fate? Levatevi! Via!". A un certo punto uno di noi buttò una bomba Balilla dietro a una finestra. Lui protestò con una frase infelice: 1 miei soldati in Ispagna…!" Venne il generale Scattini, che per noi era come un babbo, e gli raccontammo dell’uscita infelice del tenente colonnello. li generale lo richiamò e gli disse: "Hanno fatto la guerra: hanno diritto al riposo. Calma! E poi che ha detto? I suoi soldati in Ispagna? Bene! La si rimanda con il suoi soldati!"

Il generale Scattini, quando sentiva il profumo del sugo che si face­va noi con le scatolette, veniva subito a mangiare con noi.

Le nostre speranze erano di tornare a casa, ma ci congedarono a settembre, ottobre! Noi s’era firmato per la fine della guerra e la guerra era finita ad aprile. Alla fine, in quindici giorni, a scaglioni ci mandarono via.

Tornai a casa e mi riassunsero alla Cipriani & Baccani dove ho lavo­rato per altri dieci anni. Poi la ditta fallì ed entrai all’ATAF.

Dopo la liberazione si era preso l’impegno di andare a recuperare tutti i nostri caduti. Fui tirato a sorte insieme ad altri due e si andò sulle montagne pistoiesi a recuperare due salme. Si misero su un camioncino come sempre si faceva, ma questo si ruppe. C’era poco da fare: il camioncino si lasciò dal meccanico e si prese il treno con le salme avvolte nella carta gialla e legate alla meglio. Ci sedemmo nello scompartimento insieme a tre donne. Dopo un po’ queste, che guardavano gli involti che avevamo sulle ginocchia, ci dissero: Met­teteli su, stanno meglio." no… non importa…" Ad un certo punto mi fecero: "Che c’avete oro lì dentro?" "Guardi, oro no, però c’è del­le cose preziose…" Insomma, la curiosità è femmina e finirono per aprirli. Videro le croci e corsero a dirlo al capotreno. Venne il capotre­no e gli spiegai cosa era successo. "Ci penso io, state calmi." E attaccò un foglio con scritto "RISERVATO". Così si arrivò a Firenze tranquilli e non ci ruppe le scatole nessuno.

Insomma, Mario Fabiani, primo sindaco di Firenze, è stato coman­dante delle brigate Garibaldi.

Prima di venire a liberare Firenze, si facevano grandi progetti ma lui disse: "Calma! Ci vorranno diversi anni e forse dovremo passarne anche delle brutte." E difatti fu così. Anche io ho avuto due denunce, di cui una per omicidio. Per fortuna quando spiccarono il mandato di cattura ero in viaggio di nozze e quello mi ha salvato dall’andare in galera, se no sarei stato qualche anno in galera come quel calciatore del Livorno che si fece qualche anno di galera per processo indiziario e poi si scusarono con lui.

A me fecero un processo indiziario accusandomi di aver ammazza­to uno, sparandogli un colpo alla nuca. Mi difesero Filastò e Pacchi, due grossi avvocati di Firenze. Mi dissero di presentarmi da loro al mio ritorno che ci avrebbero pensato loro a portarmi in questura. Dal ’48 (anno in cui mi sono sposato) al ’50 sono stato sotto processo.

Filastò mi aveva istruito: "Quando ti faranno il confronto all’ame­ricana, ti metteranno insieme ad altri cinque o sei individui. Quan­do entrano i testimoni tu mettiti subito in un posto diverso." Infatti, quando entrò il primo e gli chiesero: "Lei riconosce Agresti Leandro?", "E’ il primo." "Ma è sicuro lei?", "Sì è il primo." Non ero il primo!!

Venne un altro ragazzo e disse: "Agresti Leandro è lui ma non è quello che ci fermò in Piazza Signoria." E anche lui testimoniò a favore mio. Entrò poi una signorina ma non sapeva indicare chi fosse

Agresti Leandro e il giudice la mandò via. Su tre nessuno mi aveva riconosciuto. Era un processo indiziario. Quando mi mandarono a casa, nella sentenza non c’era scritto "assoluzione" e io mi arrabbiai, ma Filastò mi disse: "Questo vuol dire che non c’era motivo di farti un processo."

Noi si lottava perché l’Italia avesse finalmente la sua libertà, i suoi diritti del lavoro, una società migliore, non una banda di ladri. Biso­gna essere sinceri: anche fra noi abbiamo avuto dei disonesti. L’A.N.P.I. cosa chiede? Onestà e moralità. Non si chiede tante cose ma queste si vogliono.

Note

Mario Fabiani (Empoli, 1912 — Firenze, 1974) fu politico italiano, antifascista, dirigente di primo piano della Resistenza in Toscana, dal 1946 al 1951 primo sindaco eletto di Firenze dopo la guerra, presidente della provincia di Firenze dal 1951 al 1962 e senatore del PCI

dal 1963 al 1974

Ugo Corsi nato a Firenze nel 1913, entrò a far parte dell’organizzazione clandestina co­munista nel 1937. Arrestato nel marzo del 1942, venne liberato nell’agosto dell’anno suc­cessivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza fece parte del distaccamento garibaldino "Faliero Pucci " (Stella Rossa) e poi, come commissario politico, della Brigata d’assalto garibaldina " Sinigaglia ". Dopo la Liberazione, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina e proseguì la sua attività politica nel PCI.

Danilo Guidotti detto Timo.

Vasco Palazzeschi nato il 24 novembre 1912. Entrato a far parte del PCc11 nel 1935. Nel 1942 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a 14 anni di carcere. Uscito dal carce­re di Fossano nell’agosto 1943, partecipò al movimento partigiano, prima a Pian dei Cerri, a Scandicci e a S. Casciano, poi come staffetta d’informazione e commissario politico di distaccamento sul Monte Giovi e sul Pratomagno. Infine fu commissario politico della Bri­gata "I-anciotto".

24 Da Silvano Caiani, partigiano della Lanciotto, nato a San Frediano. Durante una perlu­strazione nel Casentino, per salvare i compagni, uscì dal suo riparo e si buttò in mezzo di strada ed aprì il fuoco. Uccise tre tedeschi che si trovavano su un auto, ma rimase a terra anche lui ucciso dai mitra dei due tedeschi superstiti.

Loder Pirro detto Gambalesta, comandante della Brigata Fanciullacci.

Tiratore scelto o franco tiratore. Nel Luglio del 1944 i fascisti fuggirono da Firenze la­sciando un gruppo di franchi tiratori, per lo più giovanissimi o donne, appostati nelle case o sui tetti con il compito di seminare il terrore sparando a qualunque essere animato che

si aggirasse per le strade.

Angiolo Gracci, nome di battaglia Gracco (Livorno, lo agosto 1920 – Firenze, 9 marzo 2004), partigiano e politico italiano, comandante della Brigata "Vittorio Sinigaglia" Per i suoi meriti fu decorato con la medaglia d’argento ai valor militare.

Edificio che occupa l’isolato tra Via Mercadante, Via Rinuccini, Via Petrella e Via Ponchielli a Firenze, formato da alloggi destinati alle famiglie dei ferrovieri. Importante sede della 30 Resistenza nel quartiere San Jacopino – Piazza Puccini a Firenze.

29 Villa San Donato o Villa Demidoff era una sontuosa villa appartenuta alla famiglia Demi­doff, tra le più belle ville ottocentesche di Firenze, situata nella periferia Ovest della città e pesantemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale.

30 Aligi Barducci "Potente" nato a Firenze il 10 maggio 1913 e morto a Greve in Chianti il 9 agosto 1944, fu militare e partigiano italiano. Protagonista di numerose azioni tra cui la liberazione di Firenze nell’agosto del 1944, fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

31 Le Squadre di azione patriottica (SAP) erano gruppi di combattimento partigiano nella Resistenza italiana. Formate nell’estate 1944 come formazioni di circa 15-20 uomini cia­scuna, per espandere la partecipazione popolare alla lotta. Svolsero azioni di sabotaggio, fiancheggiando GAP e Brigate partigiane. 31

Testimonianze – Franco Pampaloni II

 

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II

Franco Pampaloni

 

Un pomeriggio dovevamo dare il cambio a due nostri compagni che erano in una postazione avanzata in una lingua di terra in mezzo al lago. Una volta lì, rimasi da solo in quella postazione che aveva, solo tre piccole feritoie a filo d’acqua e mi sentivo inerme e molto vulnerabile di fronte ad un possibile attacco nemico; quelle due ore furono per me le più lunghe e terribili che abbia mai più provato in tutta la durata dell’offensiva.

Quando arrivò il cambio, mi sentii riavere. Finiti gli otto giorni di cambio, lasciammo Chiavica Pedone con la speranza di non tornarci mai più. Andammo in riposo a Bagnacavallo e lì mi ritrovai pieno di pidocchi che i canadesi ci avevano lasciato e dai quali, dopo vari ten­tativi, riuscii a liberarmi.

Dopo un breve riposo tornammo in prima linea a presidiare un avamposto strategico che controllava una strada di estrema impor­tanza, presidiato giorno e notte da una squadra di sei uomini. Una notte arrivò il mio turno, mi ridettero il Thompson, l’arma che odia­vo perché inaffidabile, e ad un certo punto cominciammo a vedere delle ombre di là dalla strada; erano tedeschi che ci attaccarono.

Chiedemmo subito rinforzi che arrivarono. Facemmo una grande risposta di fuoco e riuscimmo a respingere il loro attacco. Durante l’attacco i tedeschi lanciarono dei razzi; in cielo vedemmo delle palle infuocate che venivano verso di noi e seguivamo con lo sguardo le esplosioni a distanza dietro di noi.

La mattina, quando rientrammo al comando, vedemmo i crateri provocati dai razzi che potevano contenere un palazzo: se ci avesse­ro colpito, saremmo diventati polvere. Il capitano e i nostri compagni ci accolsero con applausi e complimenti per aver respinto il nemico.

Dopo alcuni giorni tornammo in riposo vicino a Bagnacavallo in prossimità del fiume Lamone, e io mi beccai, dopo regolare processo al comando di Battaglione, sette giorni di prigione per aver risposto male a una provocazione di un ufficiale; mi liberarono la sera prima dell’offensiva.

La mattina seguente ci schierammo tutti sul fiume Senio e dopo diversi minuti di cannonate preparatorie, facemmo il nostro balzo in avanti non trovando resistenza. Occupammo Alfonsina lasciata già dai tedeschi.

 

La prima vera resistenza la trovammo sul fiume Santerno, dove i tedeschi si erano fortificati solidamente. Noi avevamo in appoggio un carro armato inglese e due aerei della R.A.F. che mitragliavano la zona nemica di continuo, ma non riuscimmo a sfondare in tutta la mattinata di furiosi combattimenti. Fra di noi ci furono anche feriti dovuti a schegge di fuoco-amico inglese, tanto che qualcuno di noi avrebbe voluto tirare col PIAT, un mortaio anticarro inglese, proprio al carro armato.

L’attacco fu rimandato al pomeriggio e mentre il nostro capitano ci dava le disposizioni, vedemmo tre soldati tedeschi con la bandiera bianca venire verso di noi per comunicarci, con nostra grande sor­presa, la resa di tutte le loro forze; avevano l’ordine di resistere solo fino ad una certa ora. Il nostro comandante ne prese atto e passam­mo così il fiume Santerno per continuare l’avanzata.

Sul delta del Po c’erano tanti canali, fossati, ponticelli da attraversa­re e ogni volta c’era il nemico da affrontare. Mentre eravamo in attesa di passare uno dei diversi rami del delta, da un casolare cominciaro­no a spararci addosso e il nostro capitano chiese e ottenne che sei volontari andassero a vedere: io ero uno di loro.

Ci avvicinammo distanziati l’uno dall’altro, tra erbacce e cespu­gli arrivando silenziosamente al riparo di un fienile. Decidemmo di circondare il casolare uno per lato e due sarebbero entrati. Così fa­cemmo e mentre avanzavo nell’aia notai una buca-rifugio da cui pro­venivano dei rumori. Mi affacciai con cautela, gridai: “SURRENDER” (arrendetevi) e poco dopo apparve un contadino spaventato che te­neva bene in vista un fazzoletto bianco legato ad un rametto. Chiesi se c’erano tedeschi e lui mi indicò il casolare, ma per fortuna erano già scappati.

Continuammo la nostra avanzata con la liberazione di molti paesi come Argenta e Adria, con la popolazione in un tripudio di festeg­giamenti.

L’ultima resistenza nemica all’avanzata la trovammo nei pressi di Cavarzere e fu davvero dura. Proprio mentre stavamo per attraver­sare un ponticello su un canale, ci attaccarono da un casolare con raffiche di fuoco infernale. Ci mettemmo subito al riparo dietro l’ar­gine, ma alcuni avevano già passato il ponte con un fucile mitraglia­tore BREN, mentre il portamunizioni “Zambo” era rimasto indietro con noi. Eravamo come pietrificati da questo fuoco incessante e il nostro compagno sull’altra sponda, rimasto senza munizioni, conti­nuava a gridare: “PORTAMUNIZIONI, PORTAMUNIZIONI’ Ogni grido era per me come una frustata e ad un tratto sentii che qualcuno do­veva muoversi. Una forza strana mi diede il coraggio di alzarmi e sal­tando sull’argine gridai: “Forza ragazzi! Andiamo! Dai Zambo, forza andiamo!” e tutti, con grande fortuna, passammo miracolosamente incolumi. Riuscimmo a sfondare e facemmo anche diversi prigionieri.

Uno di essi, con una borsa a tracolla, stava fuggendo e il nostro capitano ci ordinò di prenderlo vivo per interrogarlo: “Sparategli da­vanti così mentre lui si getta a terra vi avvicinate.” In tre ci lanciammo all’inseguimento e lo catturammo.

Venimmo poi a sapere che un tenente tedesco era rimasto ucciso in un incidente mentre si rifiutava di consegnare la pistola. Il nostro tenente chiamò tutti i presenti, ormai rimasti in pochi visto che il no­stro capitano era andato avanti con il resto della compagnia, e ci or­dinò di concedere l’onore delle armi al soldato nemico: ci mettemmo sull’attenti e presentammo le armi.

Tra i prigionieri uno era ferito, ma non in modo grave. Feci per dar­gli il mio pacchetto di medicazione, ma lui rifiutò facendomi capire che forse serviva più a me che a lui. Vedendo allora che stava divi­dendo con un altro una mezza sigaretta, offrii loro tutto il mio pac­chetto e intravidi nei loro volti un’ espressione di gratitudine mista a sollievo: per loro la guerra era davvero finita.

Lasciati i prigionieri agli addetti a portarli nelle retrovie, ci incam­minammo per raggiungere la nostra compagnia.

Era già scuro, la notte stava calando, quando incrociammo due porta­feriti e il Capitano Giorgi in barella, ferito gravemente, che ci disse: “Ragazzi, tranquilli, domattina sono con voi, andate avanti, andate avanti.”

Furono per noi le sue ultime parole, gli restavano solo due settima­ne di vita. Dopo tante battaglie e atti eroici era stata una delle ultime pallottole sparate dai tedeschi a ferirlo mortalmente.

Raggiungemmo la compagnia già posizionata sull’argine del fiu­me Adige dopo aver sostenuto una battaglia con un nemico ormai avviato alla disfatta grazie anche ai nostri alleati e all’insurrezione ar­mata dei nostri compagni partigiani del nord.

La mattina seguente, dopo tutta una notte in postazione sull’argi­ne del fiume, sotto una pioggia battente e raffiche di proiettili trac­cianti, attraversammo l’Adige su un ponte di corde, pochi per volta perché molto precario, e proseguimmo l’avanzata fino a Piove di Sac­co, vicino a Padova, senza incontrare resistenza: i partigiani del nord erano insorti liberando il resto d’Italia.

Torna il pensiero al nostro Capitano Giorgi, decorato con due me­daglie d’oro, ma ne avrebbe meritate dieci! Una volta un nostro com­pagno era rimasto ferito e intrappolato dentro un campo minato e chiedeva aiuto in modo straziante, ma nessuno voleva rischiare di saltare in aria per aiutarlo. Eccetto il Capitano Giorgi che gli disse: “Stai calmo figliolo, vengo a prenderti.”

Strisciando dentro il campo minato e battendo il terreno con un’asse di legno davanti a sé, riuscì a raggiungerlo, metterselo sulle spalle e rifare il percorso inverso portandolo in salvo. Il giorno seguente i cerca­mine trovarono diverse mine inesplose proprio sul suo percorso!

Mentre eravamo in attesa del congedo, suo padre volle conoscere, quasi uno ad uno, i soldati comandati dal figlio e grande fu la nostra commozione nel vederlo: assomigliava così tanto al nostro capitano!

Il mio pensiero commosso va adesso ai nostri compagni caduti, ai nostri feriti per le loro sofferenze, a tutti patrioti che hanno lasciato la loro vita sotto le torture nazifasciste sacrificandosi per un ideale che dobbiamo costantemente difendere: la LIBERIA’ !

 

 

 

 

Note

Luigi Giorgi (Carrara, 7 settembre 1913 – Ferrara, 7 maggio 1945) fu l’unico combattente di tutta la guerra di liberazione italiana ad essere stato insignito di due medaglie d’oro al valor militare oltre alla Stella d’Argento americana conferita “per eccezionali atti di valore.

Fu gravemente ferito pochi giorni prima della fine della guerra, tra il 26 e il 27 aprile, in

località Croce di Cavarzere. Morì due settimane dopo, il 7 maggio 1945.

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