Archivio dell'autore: toscano

March Strand – Il cunicolo

March Strand
Il cunicolo
Un uomo sta fermo

davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.
Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.
Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.
Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,
sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.
da “Dormendo con un occhio aperto”

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Jaroslav Seifert – Io volli qui così cantar per voi

 

Jaroslav Seifert
Io volli qui così cantar per voi

 

Io volli qui così cantar per voi,
mentre ora il vento per l’ultima volta
senza il suggeritore ripeteva
la sua nella notte priva di luci.
*
Sulle labbra il tuo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.
Così l’amai, come s’ama una donna
di cui la gonna il nostro corpo avvolge.
*
La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,
e quella che veglia e monta la guardia
*
tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai più s’arresta.
Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Gino Ricceri – Carissima madre

"Carissima madre, ancora mi trovo vivo"

Cesare, detto Gino, Ricceri racconta paura, morti, combattimenti, mamma, famiglia a Porte del Pasubio il 4 luglio 1916

Li 4-7-1916
Carissima Madre
Con molta impressione ti scrivo queste due righe per farti sapere che ancora mi trovo vivo per buona fortuna ed in ottimo stato di salute. Cara Madre vengo ad annunziarti che ieri giorno 3 dopo un gran bombardamento alle ore 11 precise abbiamo iniziato l’avanzata che dopo un breve scambio di fucilate ci anno fatti andare all’assalto non puoi credere in quel momento il mio cuore cosa mi faceva. Dunque andati all’assalto abbiamo fatto diversi prigionieri quattro mitragliatrici ed altro materiale da guerra. Cara Madre non ò potuto fare a meno di non piangere quando ò veduto quei bei giovani che come me si trovano in queste brutte condizioni più inpressione e stata quella nel vedere gran numero di feriti e anche diversi morti dove senza avvedersene a qualcuno passavamo di sopra più lamenti che facevano straziare il cuore nel vedere tante giovani vite così massacrate. Cara Madre mi sono di già visto perso perché ancora non si parla di cambio e nel medesimo tempo sono spesse volte che me la sono cavata a pulito. Come ti annunziavo in una mia antecedente che avevo avuto notizie da Riccardo e che tutto ti dicevo quanto esso mi mandava a dire ed io subito gli risposi ed attendo nuovamente da lui risposta per sapere come si trova più quando tu mi rispondi anche tu fammi sapere notizie in proposito di lui. Cara Madre credi che qua su questi altissimi monti ancora perdura la sete e la fame e per buona fortuna il giorno tre abbiamo potuto mangiare qualche scatoletta dei viveri dagli Austriaci lasciati.
Altro non mi prolungo con la speranza di tornare tra voi salvo o prima o dopo. Cesso di scrivere perché ancora non sono tornato nel mio primiero stato con queste impressioni.
Saluta tutti chi ti domanda di me saluta tanto le sorelle più ricevi i più cari ed affettuosi saluti tuo figlio Gino

Gino Frontali–Una bomba fra due uomini

Una bomba tra due uomini

Gino Frontali racconta bombardamenti, feriti, morti, orrori a Ponte del Pissandolo (BL) il luglio 1915

Il sottotenente medico Gino Frontali descrive un bombardamento e gli effetti che provoca.

Lo scoppio era lacerante come un grido di ferocia sovrumana e dava una certa emozione a carattere viscerale. La ventata di uno di questi scoppi fu sufficiente a gettare a terra Frattari, il mio caporale di sanità mentre discorreva in piedi con me seduto.
Le prime vittime furono due portatori di filo spinato, che trasportavano a spalla il rotolo infilato sopra un paletto. Il proiettile doveva essere scoppiato fra l’uno e l’altro perché aveva asportato la parte posteriore del cranio scucchiaiandone buona parte del cervello a quello che stava davanti e la faccia, un braccio e una gamba a quello che stava  di dietro. Ambidue erano anneriti come da fuligine e agitavano i loro corpi moribondi in un viscidume vermiglio. D’allora in poi il mio lavoro subì delle recrudescenze ad ogni colpo che cadeva in pieno sulla nostra truppa naturalmente priva di ricoveri blindati. Consumavo in poche ore le mie riserve di medicatura e rimanevo un po’ stordito dalle grida dei feriti che s’affollavano impazienti davanti al posto di medicazione. Medicai anche qualche artigliere ferito leggermente da schegge di rimbalzo. Perché il medico degli artiglieri se ne stava a S. Stefano ed arrivava in automobile, chiamato per telefono, invariabilmente quando i suoi feriti erano già medicati.

Franco Fortini – Sonetto dei sette cinesi

Franco Fortini

Sonetto dei sette cinesi

Una volta il poeta di Augsburg ebbe a dire

che alla parete della stanza aveva appeso

l’Uomo del Dubbio, una stampa cinese.

L’immagine chiedeva: come agire?

 *

Ho una foto alla parete. Vent’anni fa

nel mio obiettivo guardarono sette operai cinesi.

Guardano diffidenti o ironici o sospesi.

Sanno che non scrivo per loro. Io

*

so che non sono vissuti per me.

Eppure il loro dubbio qualche volta mi ha chiesto

più candide parole o atti più credibili.

*

A loro chiedo aiuto perché siano visibili

contraddizioni e identità fra noi.

Se un senso esiste, è questo.

Jaroslav Seifert – Canzone sulla guerra

Jaroslav Seifert
Canzone sulla guerra

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare così rapidamente
come invecchiano le armi.
*
La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi
*
Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!
*
E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio
*
come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità
*
Ma noi – e questa speranza
Possiamo ancora un attimo
Ancora un breve attimo
Possiamo riflettere

Beppe Chierici e Daysi Lumini – Il condannato a morte

Beppe Chierici e Daysi Lumini

Il condannato a morte

Il consiglio di guerra
su due piedi sentenziò
E ad essere fucilato
ahimè mi condannò
*
Legato e a spintoni
sulla piazza fui portà
Dai miei commilitoni
Il plotone era formà
*
Voi che foste i miei fratelli
Vi hanno fatto diventar
I miei boia ma vi perdono
Non mi fate più aspettar
*
Il mio corpo crivellato
Nella polvere cadrà
Questa lettera al mio amore
Fate avere per pietà
*
Con gran cura e diligenza
Queste righe scrivo a te
Per le strade di Provenza
Ora andrai senza di me
*
L’anello che ti diedi
No non sfoggiarlo più
A un altro amore chiedi
La mia gioventù

http://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=117&lang=it

Mordecai Gebirtig–La nostra citta brucia

La nostra città brucia

Parole: Parole: Mordecai Gebirtig
Musica: Musica: Mordecai Gebirtig
Titolo originale: Titolo originale: Undzer shtetl brent!

Mordecai Gebirtig, nato a Cracovia (Polonia) nel 1877, scriveva poesie e canzoni in Yiddish. Nel 1936 scrisse "Undzer shtetl brent!" dopo un pogrom che aveva avuto luogo nella città polacca di Przytyk. Durante la guerra, la canzone divenne molto popolare nel ghetto di Cracovia e ispirò molti giovani a prendere le armi contro i Nazisti. Oltre a venir cantata in molti altri ghetti e nei campi di concentramento, questa canzone venne anche tradotta in polacco e in molte altre lingue. Gebirtig venne ucciso nel giugno del 1942 durante un rastrellamento nel ghetto di Cracovia.

Oggi, "Undzer shtetl brent!" rimane una delle canzoni commemorative più eseguite.

Traduzione in italiano:

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Venti malvagi, gonfi di rabbia,
rabbia e devastazione, sfacelo e distruzione;
Più forte adesso quelle fiamme selvagge crescono –
Tutto, intorno a noi, adesso brucia!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Presto le lingue di fuoco rabbiose
avranno consumato ogni casa, completamente,
Mentre il vento selvaggio soffia e ulula! –
Tutta la città è in fiamme!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
Oh! Dio non voglia che il momento venga,
Che la nostra città, insieme a noi,
Sia ridotta in cenere e fumo,
Lasciando, quando il massacro sarà terminato
Solo mura carbonizzate e vuote!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
E la nostra salvezza è nelle vostre mani.
Se la vostra città vi è cara
Afferrate i secchi, domate gli incendi!
Fate vedere che sapete farlo!
Non state lì, fratelli, a guardare
Le braccia incrociate e inutili,
Non state lì, fratelli, domate il fuoco! –
Il nostro povero villaggio brucia!

Tratto da

L’Enciclopedia dell’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

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Un bambino, in condizioni di evidente denutrizione, mangia qualcosa in una strada del ghetto di Varsavia. Varsavia, Polonia tra il 1940 e il 1943.

— US Holocaust Memorial Museum, courtesy of Rafael Scharf

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I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute "indesiderabili" o "pericolose" fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla "lotta di razza", sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell’Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini – tra i 5.000 e i 7.000 – eliminati nell’ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell’Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di "sangue puro ariano", gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell’Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate ‘adeguate’ dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti ‘scientifici’, spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a "guadagnarsi" l’opportunità di venire "germanificati". Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli "esperti’ determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere all’Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti – e alcune volte anche da soli – e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.

Tra il 1938 e il 1940, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata ufficiosamente "Trasferimento dei Bambini" (Kindertransport); un’operazione che – dalla Germania e dai territori occupati dai tedeschi – portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In altre occasioni, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia, quasi l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici, a suore e a laici cattolici, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in Belgio, infine, molti sopravvissero nascondendosi in luoghi diversi.

Dopo la resa della Germania nazista, che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale, i profughi e i rifugiati cominciarono a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano a quel punto nei campi profughi, mentre molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti dall’Europa dell’Est, unendosi all’esodo di massa (Brihah) verso le zone occidentali della Germania occupata, e dirigendosi poi verso Yishuv (la zona d’insediamento ebraico in Palestina). Grazie alla Youth Aliyah (Immigrazione Giovanile), a migliaia emigrarono nello Yishuv e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.

Salvatore Quasimodo In questa città

Salvatore Quasimodo

.In questa città

In questa città c’è pure la macchina

che stritola i sogni: con un gettone
vivo, un piccolo disco di dolore
sei subito di là, su questa terra,
ignoto in mezzo ad ombre deliranti
su alghe di fosforo funghi di fumo:
una giostra di mostri
che gira su conchiglie
che si spezzano putride sonando.
E’ in un bar d’angolo laggiù alla svolta
dei platani, qui nella metropoli
o altrove. Su, già scatta la manopola.