Anonimo – Coro dei superstiti

Anonimo
Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
*
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
*
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.
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Beppe Clerici e Daisy – Eravamo tre compagni

Beppe Clerici e Daisy

Eravamo tre compagni

*

Eravamo tre compagni

e partimmo un dì soldà

eravamo tre compagni

e partimmo un dì soldà

*

il più vecchio andò in Olanda

in Piemonte l’altro andò

e io che ero giovanetto

mi arruolai con i dragon

*

però prima di partire

noi andammo a salutar

però prima di partire

noi andammo a salutar

*

con un bacio le ragazze

che piangevano per noi

e tra tutte Giuseppina

disperata mi abbracciò

*

su non piangere la bella

fra sett’anni tornerò

su non piangere la bella

fra sett’anni tornerò

*

quando finirà la guerra

nei paesi dove andrò

avrò fatto anche fortuna

e mia sposa ti farò

*

ti farai la tua fortuna

con un colpo di cannon

ti farai la tua fortuna

con un colpo di cannon

*

che ti staccherà la testa

le tue gambe taglierà

ed allor la baionetta

da stampella ti farà

*

loro erano tre compagni

che partirono un dì soldà

loro erano tre compagni

che partirono un dì soldà

*

non tornò dalla Olanda

dal Piemonte non tornò

e lui che era giovinetto

non tornò con i dragon.

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Giuseppe Bartoli – I MORTI ASPETTANO

Giuseppe Bartoli

I MORTI ASPETTANO

Udimmo il tonfo delle rane 
negli alti silenzi dei meriggi 
e il respiro lieve dei cavalli 
nelle estese vele delle notti 
gonfie di lucciole e di fremiti 
Sulle nostre tavole di fieno 
abbiamo mangiato 
lacrime e canti 
fra grappoli di rondini 
in giostra nel cielo 
Udimmo la scure abbattersi 
sui letti deserti dei boschi 
mentre carri di ricordi 
si trascinavano lenti 
Poi arrivò l’alba 
d’una rossa primavera 
con brezze di mandorli avvolte 
nell’immemore pianto della terra 
Tornammo dalle nostre madri 
dopo una lunga notte insonne 
intonando canti senza dolore 
Le culle delle foglie 
che ci furono compagne 
raccolsero il vagito 
della rinata libertà 
e sui crateri di sangue 
– scavati - 
dalla nostra lotta 
mani nude di orfani 
sfidarono il cielo 
Dal buio delle fosse 
vergini di croci 
gli occhi spalancati 
dei partigiani caduti 
si chiuderanno solo 
se la loro speranza 
diventerà la nostra.

Daysi Lumini – Senti bambino come mugghia il vento

Daysi Lumini

Senti bambino come mugghia il vento

e sconquassa le porte

Se il condottiero passa pre le soglie

ci scuote ancor più forte

Prega giungi le mani bimbo mio

Dal rio Cristiano ci protegga Iddio

*

Prega e invoca perchè dorma o mio fanciullo

Per poi di morire

Fatto più grande udrai ovunque il rullo

Che viene a requisire

Segui segui tua madre non del tamburo il grido

Meglio con me che dal nemico ucciso

*

"Lasciami la vita signore soldato e male non mi fare"

"Seguiamo il grande duca che ci è capo, non posso perdonare

Prenda il villano gli averi e le scorte

E pago solo con la fredda morte"

*

Taci bambino quando il duca viene ti tapperà la bocca

Stai quieto finchè al tuo destriero potrai saltare in groppa

Zitto tuo padre un dì ci sfamerà

Quando in aria con più cupo e più rosso in ciel sarà

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Dylan Thomas – Questo pane che spezzo

Dylan Thomas

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.
In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.
Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

Anonimo – Il Sopravvissuto

Anonimo
Il Sopravvissuto

Uscì il sangue dalle ferite sporche
di terra e di ferro arrugginito.
Sangue rosso, nero, denso e opaco.
Si guardò intorno alla ricerca
di qualcuno, ma vicino c’era solo morte.
Morte che era volata sopra ognuno,
rapendo giovani, donne , vecchi.
Morte arrivata all’ improvviso
nascosta dentro una piccola scatola,
posta accanto a quel mercato,
per fare male e dolore più intenso.
Vide il suo braccio a dieci metri
da lui, come fosse di un altro,
e la sua gamba poco distante.
Capì che non sarebbe morto, ma che
l’angoscia non l’avrebbe più abbandonato.
La sua anima volò via da lui per sempre
non volendo raccontare ad altri
cosa era successo al suo corpo.

Chiara Ferrari – 8 settembre

 

Patria Indipendente

 

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Canzone dell’otto settembre, canto ricavato sull’aria di una più antica ballata diffusa in tutto l’Appennino, Un bel giorno andando in Francia. Registrato da Roberto Leydi sull’Appennino modenese (Casola, frazione di Montefiorino) e da Cesare Bermani in Abruzzo, può essere considerato un canto di prigionia. Ma anche se riproduce il lamento in prima persona di un soldato, ritrae di riflesso la condizione dei civili.

Per ascoltare

La Canzone

https://youtu.be/fKunTv-h0lI

 

L’otto settembre fu la data,

l’armistizio fu firmato

mi credevo congedato

e alla mamma ritornai.

Al giorno dopo fu fallito

quel bel sogno lusinghiero,

mi hanno fatto prigioniero

e in Germania mi mandar.

Lunghi son quei tristi giorni

di tristezza e patimenti.

Siam rivati a tanti stenti

che in Italia tornerò.

Il sacrificio per una saggia libertà di Enrico Parnigotto

Il sacrificio per una saggia libertà di Enrico Parnigotto

Perseguitato in quel tempo per le mie idee antifasciste, ero allora pedinato dai nazifascisti. Dapprima non me ne ero accorto, ma in seguito me ne resi purtroppo conto. Ero alla macchia anche perché non avevo obbedito al reclutamento di lavoro dell’allora impresa Todt. Avevo abbandonato i miei impegni di lavoro con la scuola e saltuariamente andavo a trovare la mamma, spostandomi in bicicletta dalla zona di Bassano che era il mio nuovo rifugio. Una notte dei primi d’aprile del ’45 una squadra di militi suonò alla mia abitazione. Apri mia madre, dopo aver a lungo tergiversato con loro sul cancello, mentre io scappavo dalla parte del giardino retrostante. Sapevano che ero in casa, i dinieghi di mia madre minacciata con il mitra a nulla valsero. Alla fine ella mi chiamò e mio malgrado dovetti arrendermi. Mi malmenarono e perquisirono la casa, poi con il mitra puntato alla schiena mi condussero a Palazzo Giusti. Erano passati pochi giorni dall’uccisione del professor Todesco, mio carissimo amico e compagno di lotta; pensavo di star facendo la sua stessa fine. Giunto a Palazzo Giusti, attesi mezz’ora nel salone. L’arresto era stato effettuato da Lotto, Cecchi e altri tre di cui non conobbi il nome; erano tutti armati di mitra e pistole. Nella sala dov’ero in attesa sentii nel frattempo alcune grida che più tardi seppi essere di un povero giovane sottoposto alla tortura della macchinetta elettrica. L’interrogatorio, iniziato da Lotto, fu poi continuato da Squilloni, un pezzo d’uomo grande, villano e sempre ubriaco, dal tenente Tecca e altri. Lotto cominciò a picchiarmi quando mi senti negare le accuse fattemi; Squilloni continuò l’opera e alla fine intervenne anche Tecca: l’interrogatorio prosegui fino alle sei e mezzo del mattino e mi venne pure applicata la macchinetta. Due fili molto lunghi mi vennero avvolti attorno ai polsi, dopo alcuni secondi Lotto ordinò di aprire, ne segui un urlo lancinante. Ancora prima immaginavo che la scossa sarebbe stata tremenda e mi ero proposto di non gridare. Ma il dolore era talmente repentino e agiva in modo tale sui nervi da rendere impossibile il controllo e l’urlo sgorgava istintivo e feroce dagli angoli più profondi della nostra sensibilità, come per una liberazione dal tormento. Nel frattempo continuavano le domande insistenti e i pugni. Volevano sapere i nomi dei miei amici, la relazione che avevo con gli esponenti del Comitato di Liberazione e con noti antifascisti della città; volevano la confessione di aver picchiato uno squadrista 1’8 settembre, di aver fatto disegni di propaganda e di aver svolto attività antifascista nella scuola. Dopo questo lungo e brutale interrogatorio, durante il quale non un’ammissione o un nome usci dalla mia bocca, mi buttarono nella cameretta del secondo piano con gli occhi tumefatti e ridotto uno straccio. Benevoli e affettuosi, i compagni della soffitta mi si fecero incontro cercando di alleviare il mio dolore; mi lavarono la faccia e mi diedero dei corroboranti. Ricordo come ora il buon don Luigi Panarotto, l’Avossa, il compagno Faccio, don Giovanni Apolloni e altri. Vi rimasi sino alla fine della guerra e ne uscimmo tutti nei giorni della Liberazione. Ricordi tristi, ma il sacrificio rimarrà per noi e per i nostri figli come espressione di forza e tremore

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Izet Sara – Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Izet Sara

Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Stasera ameremo per loro.

Erano 28.

Erano cinquemila e 28,

erano più di quanto amore fosse mai stato in una poesia.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Noi, che sui binari di un’epoca abbiamo sofferto la solitudi­ne

di tutti i Robinson del mondo,

noi, che siamo sopravvissuti ai carri armati senza mai uccidere,

piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

E non chiedere se potevano tornare.

Non chiedere se potevano ritornare mentre per l’ultima vol­ta, rosso

come il comunismo, si spegneva l’orizzonte dei loro desideri.

Attraverso i loro anni puri, trafitto e retto,

è trascorso il futuro dell’amore.

Non c’erano stati segreti sull’erba schiacciata.

Non c’erano stati segreti sulla camicia sbottonata.

Non c’erano stati segreti sulla mano spossata col giglio colto.

C’era la notte, c’era il filo spinato, c’era il cielo

visto per l’ultima volta, c’erano i treni

che tornavano vuoti, c’erano

i treni e i papaveri,

quei tristi papaveri di un’estate

militare, c’era grande senso

di ispirazione, ricordando il loro sangue.

E su Kalemegdan, su Nevskij Prospekt,

sui Viali del sud e sulle Rive degli Addii,

sulle Piazze dei Fiori e sui Ponti di Mirabeau,

belle anche quando non amano

aspettavano tante Anne, Zoe, Jeannette.

Aspettavano che tornassero i soldati.

E se non fossero tornati, le loro spalle bianche e

non acca­rezzate avrebbero dato ai ragazzi.

Non sono tornati.

Sui loro occhi spenti sono passati i carri armati.

Sui loro occhi fucilati.

Sulla loro Marsigliese non cantata.

Sulle loro illusioni crivellate.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Non luoghi d’appuntamento d’amore ma sepolcri.

Piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

Anonimo – Il lamento del Partigiano

Anonimo

Il lamento del Partigiano

I tedeschi erano a casa mia

Dice rassegnati

Ma non ce l’ho fatta

E ho preso il fucile

Un vecchio in un solaio

Ci ha nascosto per una notte.

I tedeschi l’hanno preso

È morto senza sofferenze

Nessuno mi ha chiesto

Da dove vengo e dove vado.

E voi che lo sapete

Cancellate il mio passaggio

Ancora ieri eravamo in tre

Resto solo io

E giro in tende

Nella prigione delle frontiere.

Il vento passa sulle tombe,

la libertà ritornerà

Ci si dimenticherà di noi

E rientreremo nell’ombra