Alfonso Gatto dedicata a Eugenio Curiel

 

Bandiera_animata_Italia_Nazionale_dal_1946
Alfonso Gatto
Dedicata a
Eugenio Curiel

 

 

In un giorno della vita
ho camminato con Giorgio
a capo scoperto nel cielo.
Giorgio era un compagno
Giorgio era il Partito,
maturo come un frutto,
Giorgio era la sua voce
inceppata e sicura,
(i) denti neri (il) tabacco nero
(la) sigaretta arrotolata
un desiderio di svegliare
il mondo coi suoi pensieri.
*
Ho udito Giorgio
ho visto Giorgio
alto come le case
nell’orizzonte del cielo.
*
Come un grande studente
usciva in fretta alle porte
a insegnare la strada
ai giovani compagni.
Compagna anche la morte,
diceva, il sangue è rosso.
*
A maggio lo portammo al cimitero.
Se potevamo camminare
e coprirlo di fiori e di bandiere
era perchè da morto c’indicava
la grande strada della primavera.
Lui che c’indicava
la grande strada della primavera.

Anonimo – Il canto dei partigiani caduti

clip_image002
Poesia di Anonimo
Il canto dei partigiani caduti

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, trascinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
baldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

Egidio Meneghetti – La canzone della «nave»

Egidio Meneghetti
La canzone della «nave»

Questa canzone, sullaria del «Ponte di Bassano », era
cantata alla sera e alla mattina, al primo risveglio, dai detenuti carità,salòche occupavano le celle della cosiddetta « nave ».

Nave, tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
*
Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
*
Fame, torture, scariche,
sibili di staffili,
non ci faranno vili:
viva la libertà!

Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali,
e un popolo d’eguali
nasce alla libertà.

Il maggiore Carità sequestrò a Gino Cerchio questa canzone e s’infuriò per la terza strofa che testimoniava i maltrattamenti e le torture. Minacciò rappresaglie. Il giorno dopo la terza strofa fu cosi sostituita:

Baci, carezze trepide,
nobili cortesie,
non ci faranno spie,
tenero Carità!

Mario Lombardo – Più feroci della Gestapo 1 Parte

 

 

clip_image002

Mario Lombardo

Più feroci della Gestapo

 Prima Parte

 

Le forze di polizia della repubblica, quelle che ben presto saranno co­munemente conosciute come « bande di repres­sione », si costituiscono prima a Roma e a Firen­ze, poi nelle zone dell’ Italia settentrionale che risentono più diretta­mente della occupazione nazista. I compiti sono quelli di affiancare i te­deschi nelle operazioni di pubblica sicurezza, di combattere i partigiani e gli oppositori del fasci­smo. In pratica, anche se non in forma ufficiale, gli è attribuita facoltà di fermare i cittadini « so­spetti », di perquisire, ar­restare, interrogare, tor­turare, condannare a morte ed eseguire le sen­tenze.

Nonostante siano mutati compiti e uniformi, le lo­ro origini possono esse­re fatte risalire alle « squadre di assalto » e a quegli Arditi degli Anni Venti, che avevano con­tribuito alla definitiva af­fermazione del regime nelle città e nelle cam­pagne, sottomettendo gli avversari a colpi di man­ganello, o nel più bene­volo dei casi con dosi a­deguate di olio di ricino. Anche la violenza cui ri­corrono sistematicamen­te è quella che il fasci­smo ha usato in tutte le battaglie politiche e so­ciali, sino a codificarla a livello di metodo abi­tuale.

Suddivise in gruppi più o meno numerosi, ma sempre violenti e feroci, queste bande sono forti di alcune migliaia di uo­mini che nella maggior parte dei casi sono fasci­sti di antica data, « squa­dristi » tenutisi in dispar­te dopo il 25 luglio, e ora tornati alla ribalta perché sicuri della pro­tezione offerta dai tedeschi. Molti sono sempli­cemente disperati pronti a tutto, che pensano di trarre qualche vantaggio dalla posizione e dai mezzi che la nuova uni­forme mette a loro di­sposizione.

Alcuni, una minoranza, provengono da carceri e da penitenziari, e sono delinquenti comuni libe­rati perché entrino come « volontari » nella polizia della R.S.I.

Quali siano gli intenti e le attività di questi uomi­ni, di questa polizia « fa­scista » che opera a fian­co e al di là di quella ufficiale come esponen­te autorizzata del nuo­vo governo « repubblica­no », è presto evidente.

Edmondo Cione, uno storico del periodo fasci­sta, nella sua Storia della Repubblica Sociale Ita­liana scrive che: « Gli i­stinti belluini e predaci, feroci e sadici aperta­mente scatenati nel pe­riodo sfrenato dell’anar­chia han preso in un se­condo tempo a agire a­pertamente insinuandosi nel corpo stesso dello Stato. Alcuni criminali, parecchi indegni, molti disonesti si sono subdo­lamente introdotti nell’ amministrazione gover­nativa che si veniva len­tamente riorganizzando e vi si sono annidati per continuare insidiosamen­te la loro opera nefasta, che in altri tempi dove­vano svolgere per lo me­no apertamente ».

La ferocia legalizzata messa in opera da que­ste forze di polizia è ta­le che spesso anche gli organi ufficiali del gover­no di Mussolini cercano di scindere la propria re­sponsabilità da quella di queste « squadre di azio­ne ». Gli uomini che le compongono sono odia­ti dagli italiani anche più di quanto non siano gli stessi nazisti. E Ferruccio Parri, che ne conosce da vicino i metodi brutali, li definisce « massacratori all’ingrosso », e anche « bande di assassini ».

La prima di queste ban­de, quella che ha data di nascita più antica e anche vita più breve, per­ché viene posta sotto in­chiesta e giudicata dagli stessi fascisti, è la « Guar­dia Armata di Palazzo Braschi », nota anche co­me « Fascio Romano ». A Roma infatti una deci­na di fascisti, accompa­gnati da elementi tede­schi, prende possesso della precedente sede del partito a Palazzo Bra­schi, e ricostituisce la « Federazione dell’Urbe » approfittando della situa­zione confusa venutasi a creare dopo la fuga a Pescara del Re e del suo governo. Pochi giorni dopo, il 16 o 17 settem­bre, gli squadristi, romani eleggono « Commissario Federale dell’Urbe » Gi­no Bardi, che fino al 31 luglio 1943 è stato diret­tore della « Federazione nazionale fascista dei pubblici esercizi ».

Romano, quarantenne, Bardi è uno degli espo­nenti dell’ala più estre­mista e intransigente del regime. Chiama al sua fianco, in posizione di comando, il vec­chio squadrista Gugliel­mo Pollastrini, ex-ufficia­le dei carabinieri, altro elemento estremista cui affida la « Guardia Arma­ta » o squadra di azione. I due dispongono di centoventi elementi, di­visi in dieci squadre che hanno ricevuto il porto d’armi direttamente dal Comando Tedesco della capitale.

Dovrebbero provvedere a normali azioni di poli­zia, e invece si abbando­nano a quelle che i fa­scisti definiscono « ini­ziative controproducenti », operando arresti ar­bitrari e senza alcuna ga­ranzia di legge, sevizian­do gli arrestati durante gli interrogatori cui li sottopongono, seque­strando beni e proprietà, perquisendo e devastan­do negozi, abitazioni pri­vate, magazzini di merci pregiate.

I crimini perpetrati dalla banda, che hanno susci­tato l’immediata ribellio­ne dei romani, non pas­sano inosservati neanche agli occhi delle autorità nazifasciste. Su disposi­zione del generale tede­sco Rainer Stahel, il 25 ottobre 1943 una lettera del Capo della Polizia in­vita Bardi e i suoi uomi­ni a cessare ogni attività, a consegnare coloro che hanno arrestato alle au­torità del carcere di Regina Coeli, nonché a ren­dere ‘conto di quanto di illegale hanno compiuto fino a quel giorno.

La diffida viene rinnova­ta il 2 novembre seguen­te, mentre la « Guardia Armata » continua tran­quillamente a procedere come nel periodo prece­dente. Finalmente la sera del 26 novembre il questore di Roma, protetto da agenti di Pubblica Sicurezza e della P.A.I. (Polizia Afri­ca Italiana), irrompe in corso Vittorio Emanuele, a Palazzo Braschi, arre­stando Bardi e i suoi uo­mini. Nelle celle, che so­no state improvvisate all’ interno dell’edificio, ci sono ventiquattro dete­nuti, che mostrano chia­ramente i segni delle se­vizie che hanno subito.

E nelle cantine, nelle stanze, sono immagazzi­nate grandi quantità di tessuti, armi, generi di abbigliamento e di lusso. I cortili del palazzo sono pieni di automobili, di moto e di biciclette se­questrate in tutta Roma dagli uomini del « Fascio Romano », che portano gli stivali e i calzoni alla cavallerizza, la camicia nera, e una lunga giacca, di tessuto impermeabile, che arriva fin quasi al gi­nocchio.

E inutile dire che l’arre­sto di Gino Bardi e dei suoi complici si risolve in una pura e semplice formalità, perché pochi giorni dopo tutta la ban­da che compone la « Guardia Armata » tor­na libera, anche se le viene impedito di prose­guire le sue imprese.

Solo dopo la Liberazione, nell’estate 1947, Bardi, Pollastrini e altri cin­quantaquattro della ban­da sono sottoposti a pro­cesso regolare. E Bardi sarà condannato a 22 an­ni e 6 mesi di carcere; Pollastrini a 28 anni; Carlo Franquinet, che ha diretto l’ufficio stampa, a 23 anni; Giulio Cesare Milano, capitano di com­plemento dell’artiglieria, a 21 anni; Benito Pollastrini, figlio di Gugliel­mo, a 14 anni e 8 mesi.

 

A molti altri imputati toc­cheranno varie pene de­tentive, a tutti la con­danna al risarcimento dei danni nei confronti delle vittime delle estorsioni, dei furti, delle violenze che il « Fascio Romano » ha compiuto.

Contemporaneamente a quella di Palazzo Braschi a Roma, un’altra banda agisce a Firenze, agli or­dini del milanese Mario Carità, un confidente po­litico della questura che dopo l’8 settembre si è presentato ai tedeschi entrando ai loro ordini come ufficiale di colle­gamento.

In ottobre Carità affida però l’incarico al tenen­te Giovanni Castaldelli (un prete di Bergantino che ha gettato la tonaca per la divisa), e con il grado di maggiore assu­me il comando del « Re­parto Servizi Speciali », dipendente dalla XCII Legione della Milizia.

Gli sgherri di Carità, dopo varie sedi provvisorie, ne trovano una definiti­va nel gennaio 1944, al numero 67 di via Bolognese, che assume presto una trista fama come luogo di torture. Altri uffici della banda sono, sempre in Firenze, presso l’Hotel Excelsior e l’Hotel Savoia. Il maggiore Carità non vive con i suoi uomini in una delle prime razzie effettuate si è impa­dronito di un lussuoso appartamento in via Giu­sti, proprietà di un ebreo fiorentino, e vi si è in­stallato con la famiglia. Passa dall’una all’altra delle sedi del Reparto spostandosi in automo­bile. Segue ogni volta i­tinerari diversi, cambia spesso macchina, a volte usa come copertura un’ autoambulanza. E sem­pre accompagnato da Antonio Corradeschi, sua guardia del corpo e au­tista, e da due militi ar­mati di mitra.

Torvo, pallido, tarchiato – così lo descrive una delle sue vittime – Carità scatena i suoi uomini per Firenze, arresta, tortura, uccide. la banda ha per obiettivo principale le forze della Resistenza che stanno costituendosi ma non trascura gli antifascisti, gli ebrei, i giovani accusati di renitenza alla leva e quelli che hanno abbandonato l’esercito dopo l’armistizio. Forte di circa duecento uomini, la banda prende il nome di Ufficio di polizia Investigativa e al fianco delle SS esaspera la lotta contro i partigiani con atti di sadismo, Poi mentre gli Alleati sfondano la linea difen­siva tedesca, Carità e i suoi uomini abbandona­no Firenze, rapinando 55 milioni alla sede della Banca d’Italia della città, impadronendosi del te­soro della Sinagoga, di quadri strappati a una galleria d’arte, di mobili e preziosi appartenuti a famiglie ebree. E dopo un breve periodo tra­scorso in provincia di Rovigo, raggiungono Padova.

In via San Francesco, a Palazzo Giusti, la banda si ricostituisce, con la de­nominazione questa vol­ta di « Comando Supremo Pubblica Sicurezza e Servizio Segreto in Italia -Reparto Speciale Italia­no » e alle dipendenze del comando delle SS. A Padova riprende a usare i metodi di sempre nella lotta anti-partigiana, sevi­zie, percosse con sbarre di ferro, calci, pugni, tor­ture con la corrente elet­trica, uccisioni brutali.

clip_image004

Il professor Egidio Me­neghetti, capo della Re­sistenza veneta, è cattu­rato e « interrogato ». Ferocemente picchiato riesce tuttavia a soprav­vivere, dipingendo Cari­tà come « un violento, mediocremente intelli­gente, fanatico, avido di denaro, ma consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso ».

Solo l’imminente sconfit­ta dei tedeschi pone fine agli orrori di Palazzo Giusti. Mentre la banda si sfalda, Mario Carità fugge sui monti, abban­donando tutti i suoi complici al loro destino. Verrà poi sorpreso nel sonno all’Alpe di Siusi da due soldati americani, che lo uccidono mentre cerca di afferrare la pi­stola che tiene a portata di mano. Quattro dei suoi accoliti sono giusti­ziati a Padova nell’inver­no 1945, dopo un pro­cesso che vede due con­danne all’ergastolo, due a 30 anni di reclusione, Franca Carità, la prima figlia del maggiore, con­dannata a 16 anni, e Isa, sua sorella, assolta.

Uno dei primi sicari di Carità, l’ex-sottotenente dei granatieri Pietro Koch, dopo aver opera­to a Firenze alle dipendenze del « maggiore », ha creato anch’egli una banda, a cui ha dato il proprio nome. Alto, ele­gante e distaccato, Koch va a Roma, eleggendo a sua sede prima la « Pen­sione Oltremare », poi la « Pensione Jaccarino ». Tortura le sue vittime, prima di ucciderle, segue i tedeschi al Nord, anco­ra a Firenze, poi a Milano, rendendo sinistra­mente famosa la Villa Triste di via Paolo Uc­cello, insanguinata da decine di vittime inno­centi.

Ma le bande di Bardi, di Carità, di Koch, non so­no che una piccola parte di quelle che, negli stes­si giorni, terrorizzano gli italiani. Giorgio Pini e Duilio Susmel, nella loro biografia Mussolini. L’ uomo e l’opera afferma­no: « All’inizio di otto­bre (del 1943), il capo della polizia repubblica­na, Cerutti, fu sostituito a sua domanda col gene­rale Renzo Montagna, al quale si presentò l’arduo compito di unificare le varie polizie e discipli­narne l’azione sovrappo­sta, congestionata, oppri­mente: tale divenuta non senza responsabilità del ministro Buffarini, il qua­le finanziava reparti spe­ciali autonomi, che usa­vano procedure spregiu­dicate e sbrigative. Esi­stevano vari gruppi dai loro capi denominati: Koch, Pollastrini, Pennac­chio, Carità, Finizio, « Colonnello David » De Sanctis, Bernasconi, Fio­rentini, Panfi, taluni ope­ranti in collegamento coi tedeschi. Faceva della polizia anche la Legione Muti: la facevano la Guardia, le Brigate nere, le Federazioni ».

Dal lungo elenco citato, del resto soltanto parzia­le, è evidente l’impossibilità di descrivere le a­zioni, atrocemente egua­li, di tutte le bande. Ma due, la « Muti » e la « Fiorentini » meritano un cenno più ampio per­ché, come suggerisce Luigi Pestalozza, rappre­sentano « i limiti estremi cui è giunto il fascismo, nel dare crisma di lega­lità ad associazioni a de­linquere ».

 

Fine 1 Parte

Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 – Luglio 1974

 

clip_image006

Mario Lombardo – Più feroci della Gestapo

mariocarita

Più feroci della Gestapo

La « Muti » nasce a Mi­lano, con la nomina di Aldo Resega a « Com­missario Federale » del fascismo repubblicano, quando si formano an­che le prime nuove squa­dre di azione. I nomi che portano le squadre sono i soliti, volgari e arrogan­ti, delle antiche « Me ne frego », « Ardisco » « Di­sperata », « Audace ». U­na delle ultime, che si forma al comando del­l’ex-sergente Francesco Colombo, prende il no­me di « Ettore Muti ».

Di statura media, tarchia­to, gli occhi piccoli nel largo viso carnoso, Fran­cesco Colombo è fascista di antica data, ma col suo carattere spregiudi­cato e violento anche con il fascismo ha pas­sato i suoi guai. Fiducia­rio del gruppo rionale « Montegani », insieme a altri camerati era stato sottoposto a indagine amministrativa per le ir­regolarità della loro ge­stione. E nel corso dell’ inchiesta, condotta dalP ispettore federale Garavaglia, era scoppiata una rissa tra inquisiti e inqui­sitore. Garavaglia era ri­masto ucciso, Colombo aveva subito un proces­so che lo aveva ricono­sciuto « innocente » ma gli era costato tuttavia I’ espulsione dal partito.

Torna alla ribalta nel set­tembre 1943, e in breve raccoglie circa duecento uomini, tra « fascisti di provata onestà e di sicu­ra fede » e giovani dete­nuti del riformatorio di Vittuone. Chiama la squadra con il nome di Ettore Muti, alla cui li­nea politica aveva aderi­to, la veste con una di­visa composta di panta­loni lunghi fermati alla caviglia all’altezza degli scarponcini, giacca im­permeabile di foggia te­desca, basco nero con il contrassegno metallico « M » sul davanti.

Con funzioni di coman­do e di responsabilità, fin dai primi giorni del­la nuova formazione, Co­lombo, che si è nominato colonnello e per sé ha scelto una divisa com­pletamente nera, decora­ta dei nastrini di nume­rose campagne, chiama Alceste Porcelli, Ampe­lio Spadoni, Pasquale Lardella « conte di Tole­do », Mario Ronchi, Mi­chele Della Vedova.

I milanesi sono ben pre­sto terrorizzati dalla si­stematica crudeltà adot­tata dai « mutini », come vengono chiamati gli uo­mini di Colombo, e im­parano a odiarli.

Gli stessi fascisti li con­siderano una macchia da cancellare quanto più in fretta ‘è possibile, e Aldo Resega tenta di sciogliere la squadra, affermando che non intende più tol­lerare «ladri e criminali» nel fascismo milanese.

Colombo ha una reazio­ne furiosa, secondo il suo carattere, minaccia sfra­celli, accusa Resega di essere un « molle ». La “Muti” riesce a passare indenne la bufera, non solo, ma allarga le sue fi­le e nel marzo 1944 cam­bia denominazione, di­ventando « Battaglione di forze armate di polizia Ettore Muti » e poco do­po si aggrega un altro battaglione « esterno », dislocato in Piemonte. Alla fine di marzo, Mus­solini in persona eleva il battaglione al rango di «Legione Autonoma Mo­bile Ettore Muti », met­tendola alle dirette di­pendenze del ministero degli Interni, e renden­dola «autonoma » nei confronti delle autorità di Milano.

Le funzioni della « legio­ne » dovrebbero avere prevalente carattere mi­litare, e a Milano limitarsi ai servizi di ordine pub­blico e su richiesta delle competenti autorità. In realtà la « Muti » tende a sostituire gli organi del­la polizia istituzionale, aiutata dai tedeschi che tengono alcune unità

«legionarie » a disposi­zione del generale Tens­feld, residente a Monza, per operazioni di rastrel­lamento in Piemonte e in Lombardia.

La « Muti » ha il coman­do in via Rovello 2, la «Caserma Salinas » in via Tivoli (le attuali scuo­le Schiapparelli) coman­data dal maggiore Pa­squale Cardella.

Proprio il maggiore Car­della, che ama fregiarsi del titolo di « conte di Toledo », e al quale nel febbraio 1945 si attribui­scono 82 omicidi, stringe i rapporti con Theo Sae­vecke, capitano delle SS tedesche che dalla sede milanese dell’Hotel Regina dirige le deportazioni di ebrei e antifascisti ita­liani verso i campi di ster­minio nazisti.

Le attività della « Muti » sono molteplici; esegue rastrellamenti fuori pro­vincia, uccidendo civili, compiendo rappresaglie, incendiando e depredan­do. (il tenente Mario Ronchi, poco prima del­la fine della guerra, si vantava di aver ucciso 210 persone). Non tra­lascia neanche la repres­sione politica: gli arre­stati sono trasportati in via Rovello, sede dell’Uf­ficio Politico diretto da Alceste Porcelli e sotto­posti a interrogatori disu­mani.

Gli strumenti di tortura usati con maggiore fre­quenza sono sacchetti di sabbia, nerbi di bue, scu­disci e bastoni a forma di clava, e per ridurre i pri­gionieri a uno stato di e­strema tensione i

« muti­ni » ricorrono spesso a fucilazioni simulate, spin­gendo le vittime contro un muro davanti a un plotone di esecuzione che poi scarica in aria i suoi colpi.

Quando i prigionieri so­no uccisi, il loro corpo è abbandonato in aperta campagna, mentre si co­munica che sono stati ri­messi in libertà.

Infine sono ancora gli uo­mini della « legione Au­tonoma Ettore Muti », che continua a espletare le sue funzioni fin quasi alla Liberazione, che provvedono a formare il plotone di esecuzione per la strage dei quindici martiri in piazzale Loreto. E come la « Muti », che semina il terrore a Mila­no e nella provincia, la « Fiorentini » percorre l’Oltrepò pavese, con gli stessi obiettivi.

La formazione, denomi­nata « Secondo Battaglio­ne Italiano di Polizia », o anche Sicherheit Abtei­lung (battaglione di sicu­rezza), si costituisce agli ordini del tenente colon­nello Alberto Guido Alfieri, è di stanza a Broni, in provincia di Pavia e con il compito di mante­nere la sicurezza (da cui il nome) nella zone limi­trofe, combattendo le formazioni partigiane.

Nelle proprie file ha mol­ti toscani, sbandati dopo l’armistizio, che trovano comoda la copertura of­ferta dal « Battaglione », e contro le formazioni dell’esercito di Liberazio­ne impegna pochissimi scontri. Indossando divi­se eterogenee, spesso in borghese, ma portando al braccio sinistro un bracciale giallo contras­segnato dalla svastica, gli uomini della Sicherheit preferiscono rivolgere la loro furia contro la popo­lazione civile, rastrellan­do presunti componenti del movimento di Resi­stenza, partecipando in­sieme ai tedeschi a nu­merosi eccidi, provve­dendo a formare i plo­toni di esecuzione che fucilano i « traditori ».

Alla morte del col. Alfie­ri, ucciso per errore da­gli stessi fascisti che a Pietragavina hanno aper­to il fuoco contro i pro­pri compagni scambian­doli per un gruppo di partigiani, è Felice Fio­rentini ad assumere il co­mando della banda.

Ingegnere sulla cinquan­tina, Fiorentini è stato di­rettore della ferrovia pri­vata Voghera-Varzi, e non si è mai mostrato troppo esaltato dal fasci­smo. Il comando, il po­tere che gli sono confe­riti dai tedeschi, lo trasformano completa­mente. Lascia mano li­bera al capitano Pier Al­berto Pastorelli, si ubria­ca, autorizza e tollera so­prusi e massacri.

Il « Battaglione » segue in pratica solo gli ordini di Pastorelli, e costui è mandatario di molteplici crimini, autore di violen­ze e sevizie, protagoni­sta dell’eccidio di sei par­tigiani a Pozzo Groppo, il 31 gennaio 1945. Fio­rentini, che ha dato il proprio nome alla banda, ai primi di aprile è cat­turato da un gruppo di partigiani. Rinchiuso in una gabbia, il comandan­te del « Secondo Batta­glione di Polizia » è tra­sportato sui luoghi che hanno visto le gesta cru­ente dei suoi uomini, tra scene selvagge e tenta­tivi di linciaggio da par­te della popolazione che intende vendicare su di lui gli oltraggi subiti.

Poi, condannato a morte dal Tribunale del Popolo di Varzi, Fiorentini è fu­cilato alle Piane di Varzi da un plotone della Bri­gata « Capettini ».

La sua è la sorte comune a molti protagonisti delle azioni repressive delle bande. Il colonnello Co­lombo della « Muti » e i suoi aiutanti De Stefani e Cardella finiscono an­ch’essi davanti a un tri­bunale popolare e fucila­ti sul posto. Il capitano Pastorelli, e i suoi camerati della Si­cherheit Luigi Michelini, Arturo Baccanini, Renato Bertoluzzi, sono fucilati contro il muro del cimi­tero di Voghera, dopo che un regolare processo conclusosi il 27 settem­bre 1945 li ha condanna­ti alla pena di morte.

Altri componenti delle bande sono raccolti in campi di concentramen­to, poi tradotti nelle car­ceri giudiziarie, sottopo­sti a processo, condan­nati. Molti riescono a fuggire, e a nascondere le proprie colpe, ma il processo alla Muti, che nel 1947 conclude uffi­cialmente la storia delle bande fasciste, « non si ferma » per citare ancora le parole di Ferruccio Parri « alla condanna mo­rale e legale di una ban­da di assassini. Esso risa­le per inscindibili con­nessioni alle origini del­la parabola fascista, e conduce alla negazione senza transigenza e sen­za ritorno di questa furie-sta esperienza italiana ».

Mario Lombardo

Fine

Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 – Luglio 1974

Buona Pasqua 2017

image

Raffaello Uboldi – Vigliacchi perché li uccidete? 1°Parte

clip_image002

Firenze 22 Marzo 1944 Campo di Marte

Raffaello Uboldi

Vigliacchi perché li uccidete?

1°Parte

Uccisioni, vendette, processi; e qualche as­soluzione. La vita dell’I­talia occupata, nella pri­mavera del 1944, è di continuo sconvolta da notizie, e avvenimenti, che per lo più si colora­no di sangue, e dei quali non è sempre facile sco­prire il filo logico.

Il 24 maggio, alla perife­ria di Parma, vengono fucilati i due ammira­gli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, dopo un processo che è du­rato appena un giorno, quello del 22, in una sa­la della Corte d’Appello pavesata di bandiere tri­colori. Sull’ingresso è sta­to affisso un cartello: « Tribunale Speciale per la difesa dello Stato ». Nella sentenza di con­danna non vengono tac­ciati di tradimento, quan­to piuttosto di aver leso gli interessi del Paese, co­sa che del resto evita loro soltanto la fucilazione nella schiena. e non la morte.

Tra le cose che non si capiscono bene, è perché i due ammiragli siano sta­ti accoppiati davanti ai giudici, visto che Cam­pioni e Mascherpa, nell’ Egeo, si sono comportati in modo diverso l’uno dall’altro. Ma la chiave per comprendere il de­stino dei due ammiragli è politica; così come un particolare significato po­litico ha avuto un altro fatto che ha colpito la coscienza pubblica poco più di un mese avanti, il 15 aprile, ovvero l’ucci­sione, ad opera dei GAP fiorentini, di Giovanni Gentile, presidente della ricostituita Accademia d’ Italia, e uno dei massimi teorici del fascismo ita­liano ed europeo. Quan­to all’altro processo di quei giorni a Parma, con­tro l’ultimo segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, con la sen­tenza assolutoria che ne è uscita, è del tutto ano­malo rispetto alla ferocia del tempo: per capirlo bi­sogna forse tener conto dell’interesse di Mussoli­ni a che si faccia silenzio su alcune verità che lo riguardano.

Parma è la cornice dei due processi; Firenze quella della morte di Gentile. 1 gappisti stu­diano accuratamente gli orari del filosofo, e il 15 aprile, alle 13,30, aspetta­no che arrivi da Firenze in automobile, a Villa Montaldo, presso il Sal­viatino, dove egli dimora con la famiglia. L’auto si ferma. Mentre il guardia­no apre il cancello, quat­tro gappisti (tre, secondo altre fonti), tra cui Bruno Fanciullacci e Antonio Ignesti, si avvicinano te­nendo dei libri sotto il braccio, come studenti. Gentile, pensando che vogliano salutarlo, apre il finestrino, e quelli gli sparano addosso, eclis­sandosi poi in bicicletta. L’autista volta subito la macchina, e si dirige a tutta velocità all’ospedale di Careggi. Ma ogni ten­tativo di salvare Gentile si rivela inutile, le pallot­tole lo hanno colpito in pieno petto, e una al cuore. Tra i primi a ve­dere il filosofo in quello stato è Gaetano, uno dei figli, che presta servizio in ospedale, nel reparto chirurgico, con Valdoni. Accorre anche Benedet­to, un altro figlio, che di­rige la casa editrice Sansoni. Fuori dal cancello della villa rimangono dei vetri infranti per terra, e dei bossoli di pistola.

Non si saprà mai con esattezza chi erano gli al­tri uomini (o l’altro uo­mo) che stavano con

Fan­ciullacci e con Ignesti. E del resto la responsabili­tà di aver esploso i col­pi che hanno raggiunto Gentile verrà attribuita al solo Fanciullacci, che arrestato una prima vol­ta dai fascisti, liberato con un colpo di mano l’8 maggio, di nuovo ar­restato il 15 luglio, e tor­turato, si getta ammanet­tato dalla finestra della « villa Triste » di via Bo­lognese, e muore dopo un giorno di agonia, per un colpo che gli è stato sparato contro, e per la frattura alla base cranica riportata nella caduta. Se­gnala a Mussolini uno dei notiziari riservati della Guardia Nazionale Re­pubblicana: « I funerali di Giovanni Gentile si so­no svolti in una atmosfe­ra di raccoglimento. La popolazione vi ha parte­cipato in massa, mante­nendo però un atteggia­mento del tutto riserva­to ». Un successivo bol­lettino smentisce il pri­mo: « Ai funerali di Gen­tile scarso concorso di cittadinanza. Forze di ser­vizio 720 ».

C’è molta cautela nel compianto fascista attor­no a quella morte. La ra­dio del 15 tace la notizia, se ne danno rapidi cenni l’indomani. Tace, o qua­si, la Nuova Antologia, la rivista di cui Gentile aveva assunto la dire­zione; sì che i suoi ami­ci all’Accademia d’Italia (Ardengo Soffici, Enrico Sacchetti, e così via) do­vranno ricorrere a un’al­tra rivista, Italia e civiltà, per sfogarsi. Per conosce­re il cordoglio di Musso­lini bisognerà attendere l’uscita della Corrispon­denza repubblicana. Si associa al cordoglio mus­soliniano il rettore dell’ Università Cattolica, pa­dre Agostino Gemelli.

Può darsi che i fascisti temano l’effetto terrori­stico di quella morte, la paura che ne deriverà agli incerti; ma c’è anche chi avanza l’ipotesi che il filosofo sia stato ucciso dagli sgherri del maggio­re Carità, il torturatore fascista che imperversa a Firenze con tali atrocità che Gentile, sdegnato, ha

minacciato di denunciar­lo a Mussolini.

Quanto agli antifascisti, appaiono divisi sul giudi­zio da darsi di quella ese­cuzione. « Bella impresa uccidere un povero vec­chio », dice Ottone Rosai, il pittore, nella cui casa Fanciullacci trova rifugio. C’è una deplorazione di Benedetto Croce. Prima Tristano Codignola, e poi il partito d’Azione fioren­tino, condannano la mor­te di Giovanni Gentile.

Codignola il 30 aprile, sul giornale clandestino del partito, La Libertà, scrive un articolo in cui, dopo aver ricordato « le re­sponsabilità pesanti e i­nescusabili del filosofo per avere avallato, con I’ autorità della sua solida personalità di uomo di cultura, la triste collana di violenze, di persecu­zioni, di inettitudine che recarono alla rovina l’Ita­lia », ne deduce tuttavia che « non può sfuggire a nessuno l’odiosità o simile attentato contro una personalità alla quale il Paese intero avrebbe dovuto chiedere conto del suo operato, nella forma più alta e solenne », ovvero di fronte ad un regolare Tribunale

Sulla scia di Codignola il partito d’Azione fiorentino aggiunge, con un suo documento:

« D’altra parte Giovanni Gentile non aveva commesso quei delitti per cui sono venire emesse condanne popolari che sicuramente colpiscono giusto. Non era una né un delatore. Ha sempre tentato di aiutare individualmente quanti antifascisti ha potuto di qualsiasi partito essi fossero. »

I comunisti, pur precisando che l’uccisione Gentile non è stata decisa dal partito, reagiscono rivendicando la responsabilità di quel gesto difendendo l’operato dei GAP. « Se noi », rispondono a Codignola con un articolo su Azione Comunista dell’11 maggio « non avessimo conosciuto Gentile, vi assicuriamo che sarebbe bastata la lettura dei vostro articolo per approvare incondizionatamente l’azione giustiziera compiuta dai patrioti fiorentini ».

Anche Antonio Banfi approva quella morte; e così Franco Venturi, a nome degli azionisti piemontesi. In pratica, sono due opposte mentalità che si rivelano. Gli uni guardano alle qualità in­tellettuali di Gentile, e ai suoi interventi spiccio­li per salvare questo o quell’antifascista; gli altri. vedono in lui l’uomo che ha posto la propria cul­tura al servizio di una dubbia ideologia, prima quella fascista nazionale e adesso quella fascista repubblicana, e che lan­cia ambigui appelli alla pacificazione fra -italiani attorno alla figura di Mussolini proprio nel momento in cui la rabbia avversaria si abbatte con maggiore rigore sul Pae­se.

Firenze, pochi giorni pri­ma, il 22 marzo, al Cam­po di Marte, ha visto lo spettacolo orribile della fucilazione pubblica di cinque giovani, Attilio Raddi, Guido Targetti, Ottorino Quiti, Adriano Santoni e Leandro Coro­na, colpevoli soltanto di non essersi presentati al­la chiamata di leva della repubblica di Salò. I cin­que sono stati uccisi da­vanti alle reclute, e ad altri giovani in attesa di processo, per creare sgo­mento in chiunque dubi­tasse della possibilità di ripresa del fascismo.

Il Targetti, il Raddi e il Santoni sono morti subi­to, dopo la prima raffica. Non così il Quiti e il Co­rona che hanno conti­nuato a dimenarsi, chiamando: « Mamma, mam­ma! ». Allora si è avvici­nato il comandante del plotone d’esecuzione, ca­pitano Ceccaroni, che ha scaricato loro addosso sei colpi di rivoltella. Ma il Quiti non è morto an­cora, ed ha continuato a gridare, buttando sangue. E a questo punto è stato il maggiore Carità ad in­tervenire, e a dare il col­po di grazia.

Alcune reclute sono sve­nute. Si è udita anche u­na voce: « Vigliacchi, perché li uccidete? ». La scena sembra invece a­ver soddisfatto gli espo­nenti del fascismo fioren­tino. La sera il maggiore Guido Loranti ha chiesto ai suoi soldati: « Beh, ra­gazzi, vi è piaciuto il cinematografo di stamattina? ». Di fronte a tanto cinismo, i GAP fiorentini si rifiuteranno di distin­guere, nella rappresaglia, tra il fascista qualsiasi e il fascista di cultura.

Fine 1 Parte

Tratto da Storia Illustrata

La repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 del luglio 1974

clip_image004

Raffaello Uboldi – Vigliacchi perché li uccidete? 2 Parte

clip_image001

Raffaello Uboldi

Vigliacchi perché li uccidete?

2° Parte

Il processo a Scorza si tiene, come si è detto, a Parma quello stesso me­se di aprile. Come segre­tario del partito naziona­le fascista Carlo Scorza, il 25 luglio, assieme a Galbiati, comandante della milizia, ricopriva u­na carica tale da render­lo il vero difensore del regime. Ma per quanto abbia votato contro l’or­dine del giorno Grandi, e abbia incitato Mussoli­ni a un gesto di forza contro i suoi avversari, personalmente non ha fatto altro per salvare il fascismo e il suo capo anzi è il responsabile primo dell’ordine di non muoversi inviato ai federali. Sennonché Galbiati non viene nemmeno arrestato, anche se, nonostante i suoi tentativi di autodifesa dopo il Settembre 1943, in memoriali inviati a Mussolini non riceverà più incarichi nella nuova repubblica.

Quanto a Scorza viene arrestato e processato ma in questo caso è il duce che intervien personalmente, come testimonia Rahn, perché sial assolto. Secondo Rahn Mussolini è « favorevole a Scorza », e lo stima « è onesto ».

E chiaro continua Rahn, in un rapporto a Berlino, Mussolini « ha voluto l’assoluzione di Scorza l’ha anche influenzata. Per attendere la fine la del processo, e il verdetto il capo dei fascismo giunge fino al punto di rinviare un suo incontro con Hitler, che doveva servire a un esame delle esperienze dei primi mesi di governo. Non è che le ragioni dell’atteggiamento di Mussolini verso Scorza siano del tutto chiare; specie da parte dell’uomo che per altro verso non ha esitato a gettare la testa di Ciano allo squadrismo e nella storia. Ma forse non è errato supporre che Scor­za, nelle ore successive alla riunione del Gran Consiglio, sia stato inca­ricato di una qualche in­gegnosa soluzione da parte di Mussolini, ma­gari di mendicare l’aiuto della monarchia. Meglio lasciar perdere, dunque, non rivangare troppo il passato…

Il processo agli ammira­gli avrà tutt’altra dimen­sione, e conclusione. Ini­go Campioni, governato­re del Dodecaneso, è I’ uomo che l’8 settembre 1943 ha ceduto l’isola di Rodi, con una guarnigio­ne italiana di ben 34.000 uomini, agli appena 7000 tedeschi della divisione « Rhodos », di cui molti austriaci della territoria­le: un fatto davvero in­credibile.

Agli inizi Campioni ha cercato di resistere, sep­pure in modo disorgani­co, senza troppa convin­zione. Poi, la mattina dell’11 settembre, il co­mandante delle forze te­desche dell’isola, Klee­man, gli lancia un ulti­matum: se entro un’ora gli italiani non si arren­deranno senza condizio­ni, gli Stukas, già pronti, partiranno da Creta per effettuare un bombarda­mento indiscriminato su Rodi. Si saprà più avanti che si tratta di un bluff. Ma Campioni cade nel tranello, i nervi gli cedo­no; e firma la resa, men­tre i suoi soldati lo cir­condano tra insulti e fi­schi, chiamandolo « tra­ditore », « fascista » e « filo-tedesco ». Il capi­tano d’artiglieria Carlo Ragni, che si è appena guadagnato una meda­glia d’argento per aver distrutto una batteria ne­mica, allorché vede i parlamentari italiani ri­tornare dal comando te­desco inalberando ban­diera bianca sul cofano delle automobili, estrae la pistola e spara contro la macchina dell’ammi­raglio.

Caduta Rodi, la lotta continua nelle isole vici­ne, sotto la guida dell’ ammiraglio Luigi Ma­scherpa, comandante mi­litare dell’isola di Lero. Quando gli è stato comu­nicato che la guarnigio­ne di Rodi aveva deciso di arrendersi, Mascherpa ha avuto una smorfia di dubbio, e ci sono voluti parecchi telegrammi ci­frati, mandatigli dal di­rettore delle poste di Ro­di, Dante Zarli, per con­vincerlo della realtà. Al­lora il dubbio ha lascia­to il posto alla preoccupazione. Mascherpa si è subito reso conto che i tedeschi, neutralizzata I’ isola maggiore, potranno spostare tutto il peso del­l’attacco contro le isole minori dell’Egeo. La so­la speranza di tenere Le­ro, ha concluso Mascher­pa, sta in un massiccio intervento alleato.

Gli Alleati tuttavia, im­pegnati duramente su al­tri fronti di guerra, non potranno inviare a Lero altro che un`modesto contingente di truppe britanniche, al comando del generale di brigata Tilney. La resistenza in queste condizioni diven­ta un punto d’onore, sen­za una vera speranza di successo. E Mascherpa, per ciò che lo riguarda, difende Lero fino al 16 novembre del 1943. Il 15 i tedeschi, che sono sbar­cati in forze nell’isola, con paracadutisti e gua­statori, gli inviano come parlamentare un ufficiale italiano fatto prigioniero, il capitano di fanteria Chiggìni, promettendo­gli salva la vita se si ar­rende prima degli ingle­si. L’ammiraglio italiano rifiuta. Si arrenderà sol­tanto il giorno dopo, al­lorché le forze di Tilney sono state sopraffatte per prime.

Anche Mascherpa du­rante la prigionia mostra sintomi di esitazione, dà a vedere di essere even­tualmente disposto a mettersi al servizio dei tedeschi. Rimane comunque il fatto che Lero ha dato prova di polso e di coraggio; e in questa chiave ha davvero no­ciuto ai tedeschi, e di conseguenza al fascismo, laddove Campioni, sem­mai, potrebbe venire ac­cusato del contrario, o al massimo, anche dal punto di vista di Musso­lini, di colpe più lievi. E allora non si capirebbe la decisione dì portarli assieme davanti ai giudi­ci, se non si tenesse con­to che come là morte di Ciano è stata la vendet­ta regalata al partito, il processo ai due ammira­gli è la vendetta riserva­ta a quella parte degli ufficiali dell’esercito che si sono schierati con la repubblica e Mussolini.

Anche per questo si so­no scelti due ufficiali di marina, l’arma « non fa­scista », quella che ha svolto nei confronti del regime una sua opposi­zione, che in più di una occasione si è attirata addosso l’odio del parti­to, e che l’8 settembre, a stragrande maggioranza, ha compiuto il proprio dovere, obbedendo agli ordini, e consegnando le navi agli Alleati.

Il dibattito al Tribunale di Parma corre via di fretta, imputati e avvocati difensori parlano tra I’ evidente disinteresse dei giudici che nemmeno si curano, come sarebbe lo­ro dovere, di richiamare all’ordine la folla che ru­moreggia, o che si ab­bandona a chiacchiere che disturbano l’anda­mento del processo. D’ altra parte tutti si rendo­no conto, imputati com­presi, che la sentenza è già firmata, che per i due ammiragli non c’è spe­ranza di salvezza. E la sentenza conferma, il pomeriggio stesso dei 22, le previsioni: Campioni e Mascherpa vengono condannati a morte, due vittime di più sulla strada del fascismo di Salò.

Un minimo di formalità – in ogni caso – va rispettato fino in fondo; due ammiragli presentano la domanda di grazia; trascorrendo nell’attesa la notte dei 22 e la giornata del 23.

La sera del 23 il primo a essere avvisato che domanda è stata respinta è il cappellano delle carceri di Parma, don Paolo De Vincentiis, di propria autorità decide di lasciarli riposare pace ancora qualche ora Alle 2,30 va a svegliar e i due, appena lo vedo no, capiscono subito di cosa si tratta. « Dunque ci siamo », dice calmo Mascherpa. Gli ammira gli domandano a don Paolo se possono indossare la divisa. Questi passa la richiesta al direttore delle carceri. ” la risposta è negativa dovranno vestirsi in abiti borghesi. Mascherpa chiede di poter almeno vedere un’ultima volta h moglie, che si trova in un albergo della città. E anche questa domanda si scontra con un no. La so­la cosa che i due otten­gono è che non si met­tano loro le manette. Le ultime ore le trascor­rono scrivendo lettere a parenti. Poco prima delle 5 vengono chiamati, E fatti salire su un auto­mezzo che con una scor­ta di carabinieri, percor­rendo le vie di una città ancora immersa nel son­no, si dirige verso il luo­go dell’esecuzione. Ma­scherpa continua a ram­maricarsi che non gli ab­biano fatto vedere la mo­glie. Campioni tace, le sguardo fisso nel vuoto. Al poligono di tiro sono pronte per loro due se­die. Ma gli ammiragli ri­fiutano, preferiscono re­stare in piedi. La scarica li coglie al petto, fred­dandoli all’istante. Toc­cherà ancora a don Pao­lo di comporli in due modeste casse, che ven­gono subito portate a cimitero.

Raffaello Uboldi

Tratto da

Storia Illustrata

Arnoldo Mondadori Editore

Luglio 1974

· clip_image003

I soldati della palude

I soldati della Palude
Canto di riferimento: Die moorsoldaten [I soldati della palude]

Fin dove lo sguardo può giungere
non si vede che brughiera e palude
non un uccello canta qui attorno
soltanto qualche quercia povera e spoglia
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!
*
In questa brughiera deserta
sorge il lager abbandonato
dove noi lontani dalla libertà
siamo ammassati dietro ai reticolati
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!
*
La mattina andiamo in colonna
nella palude dove lavoriamo
Scaviamo nella calura del sole
e parlare di casa non ha senso
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!

Canto di Buchenwald

Canto di Buchenwald
Canto di riferimento: Buchenwald-Lied

All’alba, ma prima che il sole si levi,
le colonne vanno verso le fatiche della giornata
avanzando nel primo mattino.
E il bosco è nero e il cielo è rosso
e noi portiamo nella bisaccia un tozzo di pane
e nel cuore, nel cuore gli affanni.
*
O Buchenwald, non potrò mai dimenticarti,
perché sei il mio destino.
Solo chi può lasciarti è in grado di sapere
quanto meravigliosa sia la libertà!
O Buchenwald, non ci lamentiamo e non piangiamo:
quale che sia il nostro futuro
vogliamo comunque dire sì alla vita,
poiché verrà il giorno
in cui saremo liberi.
*
La notte è tanto corta ed il giorno tanto lungo,
ma risuona un canto che in patria si cantava:
così il nostro coraggio non viene meno.
Tieni il passo, compagno, e non perderti d’animo,
noi portiamo la volontà di vivere nel sangue
e nel cuore, nel cuore la fede!
*
O Buchenwald…

Il nostro sangue è caldo e la ragazza lontana,
ed il vento canta sommesso ed io le voglio tanto bene:
se mi restasse fedele!
Le pietre sono dure ma il nostro passo è fermo,
e portiamo con noi picconi e vanghe
e nel cuore, nel cuore l’amore!
*
O Buchenwald…