Raffaele Andreoni (Tarzan) Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

 

Raffaele Andreoni (Tarzan)

Di anni 20 – meccanico – nato a Fiesole (Firenze) il 5 aprile 1924 Partigiano della Brigata Garibaldi 22 bis Vittorio Sinigallia ” operante nella zona di Vallombrosa, Pelago e Consuma (Firenze)- Catturato il 15 aprile 1944 a Secchieta (Firenze). nel corso di un rastrellamento operato da reparti della Legione Autonoma “ Ettore Muti ” – tradotto nella caserma della Fortezza da Basso di Firenze — Processato il 2 maggio 1944 nella Casa del Fascio “ D. Rossi , dal Tribunale Militare Straordinario di Firenze -. Fucilato il 3 maggio 1944 al Poligono di Tiro delle Cascine in Firenze, con Adriano Gozzoli e altri due partigiani.

 

Cari miei,

 

sono le ultime ore della mia vita e le ho dedicate tutte a voi e a Dio. Non piangete so che vi faccio male, tanto male.

Sono ora per mezzo di Padre nella via del Signore che certamente avrà pietà di me non avendola avuta dagli uomini della terra.

Lascio ora la mia vita cosi giovane solo per una mancanza che io non posso tradurla né in bene né in male.

Per la mia famiglia, per la mia Patria, dico però con serenità che ho amata l’una e l’altra con amore più di quegli uomini che oggi mi tolgono la vita….

Saranno anche loro un giorno nelle mie condizioni.

 

Nara, Luisa, Lilia, Dino, Renato, Luciano, Ugo, mamma, babbo,

 

tutti vi ricordo anche nel cielo.

 

Ho assistito alla S. Messa ed ho fatto la S. Comunione…

 

Non ho più parole, non so più scrivere.

 

Salutatemi tanto la S. Annina e non si preoccupi della mia fine, tutti

i conoscenti in special modo Sig. Polidori, Salimbeni, Cellai, ecc…

Dite loro che muoio contento – Un saluto a Franco del Polidori.

 

In fine vi avviso tutti. Se un giorno Ugo tornerà ditegli pure la

verità… potrà anche lui condannarmi, ma forse vendicarmi.

Sono le ultime parole del vostro R… che tanto vi vuol bene.

 

“Fatevi coraggio”

 

Vi ho tutti qui nella mente. Lilia, tu prega per me ed io per voi.

Tanti baci ai piccoli: Ugo, Licia.

 

Tanti baci a voi tutti, addio per sempre

R

 

 

 

 

 

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

 

Einaudi Editore 1952

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Franca Lanzone Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana


 

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

 

Franca Lanzone

Di anni 25 -casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919.

Il 10 ottobre I943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci», svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna.

Arrestata la sera del 21 ottobre I944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere, tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona.
Venne fucilata il 10 novembre I944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

 

Caro Mario,
sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado
alla morte senza rancore delle ore vissute.
Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre
Franca

Cara mamma,
perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita mia non sarà in grado di adempiere.
Ti bacio.
La tua Franca

Albino Albico Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

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È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.
Albino Albico
Di anni 24 – operaio fonditore – nato a Milano il 24 novembre 1919 -. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante -. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano – tradotto nella sede della “Muti” in Via Rovello a Milano – torturato – sommariamente processato -. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.
Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.
Voi siate forti come lo sono io e non disperate.
Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene
.Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana
Einaudi Editore 1952

Giulio Stocchi – L’Eroe

Giulio Stocchi

L’Eroe

Dopo averlo insignito di una medaglia
adesso vogliono dedicare
una via uno slargo una piazza
al povero Quattrocchi caduto nel suo sangue
come una bestia sgozzato
L’amore mercenario c’è ancora chi lo condanna
Ma il valore mercenario quello lo si esalta
Siano monito propongo sulla targa
le ultime parole che pronunciò l’eroe:
Così muore un italiano
Su cause e ragioni di quella vita stroncata
tragga poi ciascuno le sue conclusioni

Rocco Egidio de Bonis – Una scheggia nel piede

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Una scheggia nel piede

Decima battaglia dell’Isonzo

Rocco Egidio De Bonis racconta combattimenti, assalti, bombardamenti, feriti, morti, orrori a monte Ermada (TS) il 5 giugno 1917

Ferito sul Santa Maria nel settembre del 1915, il sottotenente Rocco Egidio De Bonis trascorre un periodo di convalescenza terminato il quale, guarito e promosso tenente, torna al fronte al comando di una compagnia del 69° fanteria, Brigata Ancona. Con il nuovo reggimento trascorrerà molti mesi relativamente tranquilli in trincea in Vallarsa, in Trentino, finché nel giugno del 1917 arriva sul Carso proprio mentre si scatenano le ultime offensive della Decima battaglia dell’Isonzo. De Bonis viene nuovamente ferito

La nottata è trascorsa tranquilla. Il nemico, che era deciso a puntare su Monfalcone, avrà rinunziato a proseguire nella sua grande offensiva.

Abbiamo riposato un po’ raccolti nelle mantelline, fra i morti austro-ungheresi ed italiani.
All’alba mi reco al Comando del III° Battaglione per invocare il cambio per i miei soldati, che hanno combattuto senza tregua per molte ore, fino all’esaurimento. Il campo della lotta è di uno squallore indescrivibile. La simulacro di sentiero, tutto sconvolto, che conduce al ponte di Duino, è coperto di cadaveri, tanto che non resta spazio per camminare, senza calpestarli. Sono i morti del 69° Fanteria, caduti in fila; stanno come se attendessero l’ordine di sollevarsi per avanzare, ma non si rialzeranno mai più! Fra loro è il …. Tenente Carmelo Gullà che ha le braccia rigide e strette intorno al collo dell’attendente. Questi trasportava al posto di medicazione il superiore che aveva un femore sfracellato, ma una raffica di mitragliatrice li ha entrambi fulminati. Chi lo avrebbe mai predetto, quand’erano sperduti per il mondo che sarebbero caduti abbracciati e con il loro sangue avrebbero bagnata e fatta santa la stessa zolla? Qual orrido spettacolo! Vi sono ancora feriti che chiedono aiuto. La via dolorosa, che può chiamarsi via della morte, ha termine oltre il Debeli Vrh.

Al comando apprendo la morte dell’aiutante maggiore in I a, capitano Pelosi e del tenente Donzelli e mi riferiscono che gli ufficiali feriti sono numerosi. Mi si promette il cambio. Sorbo un bicchiere di cognac ritorno fra i miei fanti.

Nella tregua squallida della mattinata  li guardo questo uomini: sono disfatti dalla stanchezza, dal sonno e di due nottate perdute, dal fuoco continuo e da una giornata di attacchi e contrattacchi. Hanno sguardi febbricitanti, volti pieni di dolore e spaventati, come se si fossero svegliati da un sogno di fantasmi paurosi e sotto l’impressione di un incubo.

L’artiglieria nemica alle 9 ripiglia il fuoco. I nostri rispondono con tiri di controbatteria. Verso le 10 una scheggia di granata mi colpisce al piede destro. Mi medico alla meglio e mi faccio trasportare al posto di medicazione, che è situato nei meandri del ponte di Duino. Nell’interno, che è tutto un labirinto di cunicoli e piccoli corridoi, sono sistemati posti di soccorso di altri reggimenti. Il medico mi presta la sua opera meritoria alla pallida luce di una candela. Egli è il consolatore di tutti, colui che, in zona defilata, al riparo di una roccia , in una caverna, ha il potere di mitigare il male e molte volte allontanare la morte. Missione magnifica, piena di umanità e di amore! Al fianco gli siede il cappellano. Anch’egli nei tristi momenti è il confortatore pietoso; il credente ferito viene animato; il candidato alla morte trova un aiuto nell’intraprendere l’eterno e doloroso viaggio.

Tento di farmi medicare sollecitamente, perché, in quest’ambiente di aria greve e mefitica, mi sento soffocare. Nel continuo viavai di feriti sento gridare, imprecare, chiedere aiuto; fra tanti supplicati ed eretici è uno spettacolo tragico; è una scena infernale con urli e carni maciullate.

E’ un frastuono di voci in tutti i dialetti d’Italia; è un focolaio di piaghe doloranti che ricevono le prime medicature, come la manna celeste, per uscire, poi, da questa specie di laboratorio con le membra e la testa fasciate; e le bende bianchissime hanno un risalto visibile sulle divise e sulle facce terrose. Molti muoiono qui. Quelli che abbisognano di urgenti operazioni, vengono trasportati agli ospedaletti da campo, anche di giorno; i meno gravi e  i leggieri aspettano le ore notturne. Molti feriti alle gambe sono seduti per terra, con le spalle poggiate al muro viscido. Un morto, con un largo squarcio nel petto, ha reclinato il campo, come il Nazareno sulla croce.

Il capitano medico mi visita, mi riscontra una profonda lesione al tallone del piede destro. Procede ad un’accurata disinfezione, mi benda e mi affida ai portaferiti, con l’incarico di trasportarmi fuori dell’officina di Vulcano. Vengo collocato a ridosso del ponte in attesa delle ombre della sera

Traggo e Ringrazio

L’Espresso e Finegil editoriale con

l’Archivio diaristico nazionale

di Pieve Santo Stefano
LA GRANDE GUERRA 1914-1918
I diari raccontano

Giulio Stocchi – Isaia

Giulio Stocchi
Isaia
Isaia fu fatto a pezzi vivo
“con una sega da legno”
come dicono le antiche cronache
per ordine del Re di Israele

Manasse
infastidito dalle invettive del profeta
Tempi fortunati i nostri!
Scrivendo le stesse cose che disse Isaia
si rischia oggi al massimo un’accusa
di antisemitismo
da parte dei complici
e degli stolti

Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Giulio Stocchi – Il Dittatore

Giulio Stocchi
Il Dittatore
Quando il dittatore fu impiccato
dai nemici che un tempo lo ebbero caro
si rivolse all’aguzzino che lo ingiuriava
ammonendolo che a un uomo non si addice
lo scherno contro chi va a morire
Poi invocò Dio e cadde nel nulla
Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Giulio Stocchi – Dopo averlo insignito di una medaglia

Giulio Stocchi

Dopo averlo insignito di una medaglia
adesso vogliono dedicare
una via uno slargo una piazza
al povero Quattrocchi caduto nel suo sangue
come una bestia sgozzato
L’amore mercenario c’è ancora chi lo condanna
Ma il valore mercenario quello lo si esalta
Siano monito propongo sulla targa
le ultime parole che pronunciò l’eroe:
Così muore un italiano
Su cause e ragioni di quella vita stroncata
tragga poi ciascuno le sue conclusioni

Tratto da
Quadri di un’esposizione
Giulio Stocchi

Liberovic, Antonicelli – Festa d’aprile

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani
Chiara Ferrari
Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,
dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Festa d’aprile è un brano composto da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli sulla base degli stornelli trasmessi da Radio Libertà, emittente clandestina dalla provincia di Biella che fu attiva dall’autunno 1944 all’aprile 1945, gestita da partigiani.
Le trasmissioni comprendevano anche una parte musicale eseguita da una piccola orchestra e da un coro stabili che elaboravano stornelli, utilizzati come intermezzo nella lettura dei bollettini di guerra partigiani, delle notizie su avvenimenti locali e nazionali di rilievo, di lettere e saluti a casa [Cfr. G. Lanotte, Cantalo forte. La Resistenza raccontata dalle canzoni, Nuovi Equilibri Stampa Alternativa, 2006 e G. Vettori, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974,
Per ascoltare
La Canzone
https://youtu.be/VLHQ4GcCcko

Festa d’aprile
È già da qualche tempo che i nostri fascisti/
si fan vedere poco e sempre più tristi,
/hanno capito forse, se non son proprio tonti,
/che sta arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
/per conquistare la pace, per liberare l’Italia;
/scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
/evviva i partigiani! è festa d’Aprile.

Nera camicia nera, che noi abbiam lavata,
/non sei di marca buona, ti sei ritirata;
/si sa, la moda cambia quasi ogni mese,
/ora per il fascista s’addice il borghese.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
Quando un repubblichino omaggia un germano
/alza il braccio destro al saluto romano.
/Ma se per caso incontra partigiani
/per salutare alza entrambe le mani.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
In queste settimane, miei cari tedeschi,
/maturano le nespole persino sui peschi;
/l’amato Duce e il Fuhrer ci davano per morti
/ma noi partigiani siam sempre risorti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…
Ma è già da qualche tempo che i nostri fascisti/
si fan vedere spesso, e non certo tristi;
/forse non han capito, e sono proprio tonti,/
che sta per arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

Chiara Ferrari – Col parabello in spalla

Patria Indipendente

Cantavano i partigiani

Chiara Ferrari

Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza,

dei loro testi e dei luoghi dove sono nate

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Col parabello in spalla è una canzone derivata dal canto degli alpini Col fucile sulle spalle, cantata soprattutto in Veneto, Liguria e Piemonte.

Si menzionano le bombe scippe, ordigni in uso nella prima guerra mondiale, prodotte dalla SIPPE (Società Italiana Per Prodotti Esplosivi).

Per ascoltare

La Canzone

https://youtu.be/QHgkrZ4emY4

Col parabello in spalla
caricato a palla
sempre bene armato
paura non ho
quando avrò vinto
quando avrò vinto/
col parabello in spalla
caricato a palla
sempre bene armato
paura non ho
quando avrò vinto
ritornerò
.E allora il capobanda
giunta la pattuglia
mi vuol salutare
e poi mi disse
e poi mi disse
e allora il capobanda
giunta la pattuglia
mi strinse la mano
e poi mi disse
«I fascisti son là»
.E a colpi disperati
mezzi massacrati
dalle bombe scippe
i fascisti sparivano
gridando «Ribelli»
gridando «Ribelli»/
e a colpi disperati
mezzi massacrati
dalle bombe scippe
i fascisti sparivano
gridando «Ribelli
abbiate pietà!»