Giuseppe Ungaretti – Vanità

Giuseppe Ungaretti

Vanità

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

L’uomo
s’è curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un’ombra
cullata
e piano franta
in riflessi insenati
tremanti
di cielo

Vallone il 19 agosto 1917

Wladimiro Settimelli – Quel socialista e irredentista di Cesare Battisti

Quel socialista irredentista di Cesare Battisti

Wladimiro Settimelli

Una fotostoria a cento anni dalla sua scomparsa. Trentino, parlamentare, rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. Durante la guerra viene catturato assieme a Fabio Filzi. Entrambi condannati per tradimento, sono giustiziati per impiccagione

Forse mentre sentiva il laccio del boia Josef Lang che, lentamente, gli stava togliendo la vita, Cesare Battisti avrà intravisto quella macchina fotografica che, senza alcuna pietà, stava riprendendo la sua agonia. L’aveva sicuramente vista prima, quando l’avevano portato giù in mezzo ai picchetti militari. Era in mano – dicono – all’aiutante di Lang e tutti, ufficiali e soldati austriaci, si erano affollati intorno a lui, immobile sulla forca, per farsi riprendere con la faccia sorridente, in quell’ultimo clic. Ne verrà fuori una sequenza terribile, rarissima per l’epoca, che sarà stampata in migliaia di copie poi diffuse in tutto l’impero per far vedere come la giustizia militare austriaca aveva punito un “traditore”, uno che era passato dall’altra parte. Erano le 17 del 12 luglio 1916, cento anni fa e la grande e terribile guerra mondiale era in corso su tutti i fronti con i massacri che tutti conoscono.

Il luogo dell’uccisione di Battisti e di Fabio Filzi era il fossato del Castello del Bonconsiglio a Trento, la città dove l’ex deputato socialista, irredentista e interventista democratico, era nato e aveva svolto la sua attività politica e culturale in difesa degli italiani e per l’unità del Trentino al Regno d’Italia.

Dopo la condanna per “alto tradimento” (era un suddito di Francesco Giuseppe) Battisti, in cella, aveva chiesto di essere fucilato e non impiccato e di essere consegnato nelle braccia del boia nella sua divisa da ufficiale degli alpini. Insomma, voleva essere trattato come un soldato fatto prigioniero e non come una qualunque spia o un traditore sorpreso casualmente in mezzo alle linee militari. Ma non fu accontentato: lo portarono alla forca con un vestitaccio borghese comprato in un grande magazzino, troppo largo e stazzonato. Non solo: appena preso prigioniero lo avevano fatto sfilare nel centro della città, come un trofeo da esibire, in divisa, e sopra ad una carretta, mentre la gente, al lato delle strade, lo insultava e lo copriva di sputi. Una infamia che ancora oggi mette i brividi perché Battisti era un soldato, un vero combattente, catturato nel corso di una azione militare.

Era nato proprio a Trento il 5 febbraio del 1875. Ultimo di otto figli e con un padre commerciante agiato, Cesare, già al liceo, si era sempre espresso a favore dell’Italia e vedeva nella guerra – come dirà più tardi – il completamento del Risorgimento. Era una posizione comune di tanti socialisti e cattolici dell’epoca.

Nel 1893 Cesare si trasferisce a Firenze dove frequenta l’Istituto di studi superiori e conosce Gaetano Salvemini ed Ernesta Bittanti che sposerà nel 1899. Poi, per un breve periodo, è a Torino, ma torna di nuovo nel capoluogo toscano dove entra in contatto con gli ambienti socialisti e si laurea in lettere e scienze sociali con una tesi sul “suo” Trentino. È ormai un geografo esperto e partecipa a molti convegni e scrive sulle pubblicazioni specializzate. Pubblica anche una serie di libri che vengono accolti con notevole successo. Racconta delle valli e dei monti della sua regione, si occupa attivamente di cartografia e di tutta una serie di indagini economiche e sociologiche. Pare avviato alla carriera accademica, con la stima di tanti geografi illustri. Invece, torna a casa e comincia una intensa attività politica. Diventa direttore, sin dal primo numero, del quotidiano socialista trentino “Il popolo” del quale diverrà anche proprietario. Partecipa attivamente alle battaglie degli studenti che chiedono una libera università italiana a Innsbruck. Nel 1911 è candidato socialista a Trento e viene eletto nel parlamento di Vienna e poi deputato del Trentino nella dieta del Tirolo. L’8 agosto del 1914, Battisti rivolge un appello a Vittorio Emanuele III perché l’Italia entri in guerra contro l’Austria. In quel periodo vive a Milano con la moglie e tre figli ed è un periodo di mille ripensamenti e angosce. I socialisti sono contro la guerra “capitalista” ma lui, appunto, è dalla parte dei tanti interventisti democratici. Un giorno, per proteggere un suo comizio, la forza pubblica spara e ammazza due giovani socialisti. Per Battisti è una nuova crisi: “Quei ragazzi – racconta alla moglie – erano due miei compagni e, per colpa mia, sono morti. Che devo fare?”.

Quando l’Italia entra in guerra contro l’Austria, Cesare si presenta al distretto militare di Milano e si arruola come soldato semplice negli alpini. Poco dopo viene promosso sottotenente. Poi diventa tenente e comandante del battaglione “Vicenza”. Sui monti, da esperto geografo, è di grande utilità per lo stato maggiore italiano, ma non piace ai generali: è troppo indipendente e sempre dalla parte della truppa. È anche un ex deputato socialista e questo non lo aiuta. Così Battisti, preferisce la prima linea ed è proprio in prima linea, nel corso della battaglia degli altipiani, che viene catturato dagli austriaci mentre prepara i piani per la riconquista del Monte Corno, un cucuzzolo che, da 1761 metri, domina la Vallarsa e i contrafforti occidentali del Pasubio. Con lui viene preso anche Fabio Filzi, altro irredentista ben conosciuto dalle autorità austriache.

Il processo è istruito immediatamente contro i due “traditori” ed è un processo farsa perché, fin dal giorno prima della sentenza, il boia Josep Lang era già stato fatto arrivare in città. Si farà fotografare, con una assurda bombetta in testa e con un lieve sorriso sulla faccia ripugnante, tenendo sotto di sé, sulla tavola dell’impiccagione, il corpo di Battisti appena ucciso.

La moglie di Battisti (che riceverà una medaglia d’oro alla memoria) nel periodo del primo fascismo, si scontrerà spesso con Mussolini perché il duce voleva fare, del martire socialista, un antesignano della “nuova Patria” e del regime. Ma lei si opporrà comunque.

Wladimiro Settimelli, giornalista, già direttore di Patria Indipendente

 

clip_image002

Impiccagione di Cesare Battisti

Trento

Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Efisio Atzori – Trenta gradi sotto zero

clip_image002

Trenta gradi sotto zero

Efisio Atzori racconta vita in trincea, combattimenti, morti, feriti, assalti a il 24 maggio 1916

I riassunti storici del battaglione Aosta raccontano che “dall’ 11 maggio in poi, l’Aosta concorre con altri battaglioni alpini alle operazioni svolte sui ghiacciai dell’Adamello e dando prova, di ardimento, si afferma sulla cresta del Crozzon del Diavolo; con rapido slancio si impossessa dei passi delle Topete e di Forgarida (q. 3076) ove cattura ricco bottino di armi e munizioni.

Il 17 attacca il costone Belvedere (q. 2421) occupandolo; nei giorni successivi si spinge sul costone di M. Stablel, sul Ciganio e stilla cresta del Crozzon del Diavolo distaccando pattuglie in fondo val di Genova.

Il 22 maggio, sostituito dal Val d’Intelvi , scende a Temú per trasferirsi in Trentino”.

Ecco quei giorni raccontati dall’aspirante ufficiale Efisio Atzori, di Cagliari

Temù 24/5/16

clip_image004

Carissimi.

Dopo 12 giorni passati nei ghiacciai dell’Adamello sono finalmente ritornato giù. La vita che si fa lassù è impossibile descrivervela. Di notte il freddo ha segnato 30° sotto zero, in 4 avanzate a cui ho partecipato con la compagnia ci sono stati una diecina di feriti (morto nessuno) e su 210 circa 60 soldati sono stati inviati all’ospedale con i piedi congelati e gli occhi ammalati, due ufficiali ferito e uno ammalato son pure entrati all’ospedale. Nella compagnia siamo rimasti sani in due (uff.).

Ora voglio dirvi qualche parola in quanto è avvenuto nei giorni che ho fatto all’Adamello. Solo qui ho provato le emozioni della vera guerra di montagna. Molti soldati preferivano il monte Nero.

L’11 corr sono arrivato al Crozzon di Lares (3354) e lì dentro a buche di neve speravo passare i 3 giorni che si doveva restar su (poiché nessun battaglione è rimasto più di tanto) invece son rimasto la bellezza di 12 giorni, mangiando carne in scatola e viveri a seco in genere. La sera del 14 un ordine del comando di battaglione comanda la 1° avanzata. E’ toccato a me ed io ne son contento. Preceduto da 6 uomini vestiti di bianco sono avanzato col mio plotone. Dopo poche fucilate gli austriaci sono scappati ed io ho occupato il passo di Forgarida e quello delle Topete, un’altro plotone di rincalzo mi ha aiutato a tener le posizioni che si estendevano per oltre 2 km. Nel passo di Forgarida (3026) abbiam fatto un enorme bottino (157 fucili, 163 casse con nastri per mitragliatrice 2 riflettori 3 casse bombe, 300 paia di racchette 50 p. ski (ve ne invierò un paio che ho portato qui e che mi conserverete) tutto l’occorrente per un ospedale da campo 2 magazzini viveri, circa 30 sacchi di cartucce, badili picconi ecc) in complesso un valore di oltre 3 milioni. Abbiam contato più di 150 cadaveri austriaci fra i quali un capitano e due ufficiali subalterni.

Il 15 mattina il colonnello il maggiore ed il capitano son venuti ad osservare la nuova posizione e mi ha stretto la mano congratulandosi meco. Il 17 ha operato invece un altro plotone occupando tutto il costone del Belvedere che domina la Val di Genova. Io vi sono andato di giorno a portare rinforzo e gli austriaci mi hanno sparato a shrapnel, uno è scoppiato a 4 metri da me e dal sergente, ma lo scoppio e avvenuto dentro la neve e l’effetto non c’è stato. Ho raccolto un pezzo di bossolo che v’invierò per il museo che farete nella mia stanza.

La sera del 21 ci fu un’altra avanzata e toccò ancora a me. Verso le 2 del mattino del 22 io col mio plotone costeggiando il Crozzon del Diavolo sono sceso giù sino ai pressi della Valle di Lares. Arrivati a circa 150 metri in alto del piccolo posto austriaco facemo fuoco su 15 uomini che occupavano una ridotta sulla quota 2352, gli vedemmo scappare e sparire in mezzo alla nebbia e poi tutti seduti sulla neve gelata in men che non si dica siam scivolati giù in cerca di tagliar loro la ritirata ma per un camminamento coperto son riusciti a fuggire. Occupai la quota avendo per perdita un uomo con i piedi congelati. Il Maggiore è entusiasta della nostra compagnia ed oggi è arrivato al comando un elogio al Batt. fatto dal generale comandante il Corpo d’Armata. Ieri verso le 16 sono arrivato a Temù, dovevamo avere il riposo ma dato che c’è gran bisogno di truppa ci invieranno subito a riposo. Dopo una marcia di 14 ore e 3 notti senza dormire vi lascio immaginare come ho riposato di gusto.

Questa carta con la quale vi scrivo l’ho trovata in una caverna austriaca, ho trovato un libro da messa scritto in polacco, delle immagini e due aldewais (edelweiss, stelle alpine N.d.r.). Sono i primi che ho trovato son stati colti da un austriaco forse già morto, sarà un bel ricordo lo stesso.

Ed ora posso dirvi che tutto il ghiacciaio dell’Adamello è conquistato anzi la nostra compagnia in certi punti è entrata in mezzo ai boschi della Val di Genova. Col mio plotone son sceso per 1002 metri in un pezzo di territorio di circa 8 km.

Ho colto altri fiorellini a quota 2352 i primi che ho visto dopo 12 giorni di ghiacciaio. Ho raccolto qualche oggetto austriaco e appena mi verrà conveniente ve li invierò. Conservatemi tutto. Volevo pigliare un fucile ma mentre sono andato giù il Comando di reggimento ha inviato a ritirarli tutti. Ne troverò altri in seguito. Ho preso anche la borraccia ed ora posso portarla perché l’ho presa io. Ho fatto bene a non accettare quella che voleva darmi il Signor Mereu.

Come vedete anche i sardi resistono a 3354 metri dove gran parte dei montanari nati gelano per il gran freddo, io ci resisto benissimo e benché sia stanco (più per il sonno perduto che per altro) mi sento benissimo e in perfetta salute. Oggi ho ricevuto la vostra lettera dove mi dite di aver saputo che io cambio zona e vado all’Adamello. Invece io ci sono già stato 12 giorni e son già giù. E’ abbastanza svelto il nostro  giro di corriere!!!

Agostino Tambuscio – Ho dormito sopra un cadavere

clip_image002

"Ho dormito sopra un cadavere"

Undicesima battaglia dell’Isonzo

Agostino Tambuscio racconta stanchezza, morti, orrori a Altipiano della Bainsizza il agosto 1917

Infuria l’Undicesima battaglia dell’Isonzo, il mitragliere Agostino Tambuscio del 275° fanteria ha marciato tutta la notte ed è arrivato a ridosso della prima linea quando crolla esausto.

Veramente stavolta ci fermiamo. Siamo sfiniti dalla lunga fatica sopportata e non abbiamo ancora visto il nemico, né sparato un solo colpo contro di esso. Durante la notte a sorso, a sorso ho bevuto tutto l’anice che avevo nella borraccia, quell’anice che da più giorni mi aveva regalato l’amico Callegaris.

Spossato, con le membra indolenzite e le gambe che a stento mi reggono mi abbandono al suolo. Ho tanto bisogno di dormire! Ho la sensazione di sentire sotto il corpo un bel morbido giaciglio, parmi essere coricato su un letto di piume; ma la stanchezza e l’oscurità non mi danno il tempo di pensare, né d’osservare su cosa sono coricato. Dormo profondamente le poche ore che rimangono ancora a questa notte tenebrosa. Verso le quattro del mattino sento scuotere il mio corpo, apro gli occhi, ma l’oscurità è ancora completa. È il sergente Rocci che mi chiede se ho ricevuto il caffè. Rispondo negativamente.
– Ma che facevi? tutta la compagnia ha già avuto il caffè. Si sta ora distribuendo l’acqua. – Dormivo. – Ti farò dare allora dare doppia razione d’acqua. – Grazie tante!

Non ho ancora mosso un passo dal luogo in cui mi riposavo. Albeggia. Scorgo alla prima luce incerta di quest’alba una forma umana stesa ai miei piedi. Osservo meglio; mi chino….. orrore…. ho dormito sopra un cadavere austriaco…. le mie mani….. gli abiti….. tutto intriso di sangue umano, del sangue del nemico morto. Con terrore mi allontano dal cadavere……

Ma quì, cadaveri austriaci sono sparsi ovunque. La morte ha svolto un poderoso lavoro.

Tutt’intorno sono le macerie delle case sfaldate dai cannoni; la strada è interamente ostruita da mattoni, pietre, pezzi di muro, calcinacci, legnami d’ogni sorta e d’ogni colore. Tutto dall’orribile forza distruttrice è stato scaraventato in aria e tutto si è rigettato alla rinfusa, come cosa morta, sul terreno ove alloggiava.

Traggo e Ringrazio

L’Espresso e Finegil editoriale con

l’Archivio diaristico nazionale

di Pieve Santo Stefano
LA GRANDE GUERRA 1914-1918
I diari raccontano

Alena Synkova – Ottavio Profeta–Poesie

Alena Synkova

sogna orizzonti di pace, pur  sapendo di dover morire, lasciandoci questi versi:

“Vorrei andare sola
dove c’è altra gente migliore
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno uccide”

***
Ottavio Profeta.
“Se la mia voce morirà
sulla croce di pietra cittadina
portatela sulla cima del mio monte
che s’alza nel vento
e si corica nella nebbia
Se la mia voce morirà
nella mia pianura
cercatela nel canneto
nella conchiglie del mare
e nell’acqua del fiume
Se la mia voce morirà
ridatemela viva
fra gli alberi del bosco
dove ogni sera
canta un usignolo”

Sebastiano Favare – Banda Carità

Le armi della fratellanza di Sebastiano Favare

Fui arrestato ai primi di gennaio del 1945 e più tardi condotto a Palazzo Giusti con l’imputazione di essere un organizzatore di bande partigiane e perciò un sovversivo pericoloso. Vi stetti fino al 16 marzo, quando fui trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Posso dire che a Palazzo Giusti constatai subito che il morale dei prigionieri era altissimo, pieno di fede e di .speranza. Credo che non vi siano parole adeguate e sufficienti per descrivere la brutalità del mostro Carità e dei suoi sbirri. Desidero citare, a questo proposito, qualche fatto e descrivere la cella dove vivevo assieme ai miei compagni. Verso la fine di febbraio venne rinchiuso a Palazzo Giusti don Luigi, parroco di Nove. Fu subito ridotto in condizioni strazianti (come del resto era la sorte di tutti i reclusi); .alla fine fu relegato in una piccola cella di isolamento al piano superiore, proprio di fronte alla nostra. Questo vero sacerdote rimase senza nutrimento per quasi quattro giorni (tutte le novità ci venivano portate dai cari nostri compagni Campagnolo e Rossi, che giornalmente distribuivano la minestra ed il pane). Allora noi decidemmo all’umanità che don Luigi non doveva essere lasciato morir di fame, come voleva Carità. Perciò la mattina seguente, essendo di. guardia un nostro piano un agente, padre di una decina di figli, e si vantava di essere più umano dei suoi colleghi, riuscimmo naturalmente dietro ricompensa, a farci aprire la cella di don Luigi e a soccorrerlo. L’agente era quello stesso che giornalmente ci procurava, facendoselo pagate profumatamente, il «Gazzettino », dandoci così la possibilità di avere sempre le ultime notizie, anche se di marca fascista. Nostro compagno di cella era il professor Nicoletti, molto esperto in geografia. Egli disegnò in una parete, quella ricoperta dai nostri pastrani, uno schema geografico dei vari teatri di guerra; e cosi con le notizie riportate dal «Gazzettino,. e con la vasta cultura del Nicoletti sapevamo che gli avvenimenti precipitavano ovunque e che la resa dei conti si avvicinava inesorabile. Naturalmente tutto questo serviva a rialzare, se ve ne fosse stato bisogno, sempre più. il nostro morale.

Fra i personaggi celebri che davano lustro al movimento antifascista e per noi preziosi consigli, vi era anche Egidio Meneghetti. Ai primi di marzo egli fu chiamato dal maggiore Carità che gli fece un discorso improntato di patriottismo; gli disse che riconosceva in lui un’ispirazione politica che era italiana e abbastanza giusta, ma che non ammetteva però la ribellione armata degli antifascisti. Meneghetti rispose che la dittatura e la violenza fascista dovevano essere combattute e annientate in tutti i modi ~ restaurare in Italia la pace e la giustizia. A queste nobili parole Carità non rispose, ma cercò di persuaderlo che ambedue agivano per il bene della patria e fece il gesto di tendere la mano, in segno di pace, verso Meneghetti. A questo punto il Professore scattò in piedi indignato, dicendo: «Maggiore, quella mano mi offende! Guardia, mi riporti in cella ». Altro nostro compagno di cella era l’avvocato Ettore Gallo. Anch’egli fu chiamato ai primi di marzo per un interrogatorio. Fra gli sgherri che facevano degna corona a Carità, c’era anche un maresciallo tedesco. L’interrogatorio ebbe inizio, come sempre, con parolacce minacce e accuse. Gallo negò ogni addebito e aggiunse di non essere d’accordo con la politica fascista imperniata sulla violenza. Quegli energumeni si scagliarono tutti, compreso il tedesco, sulla vittima menando calci e pugni. A un tratto Gallo si ribellò e sferrò un poderoso pugno in pieno viso al maresciallo tedesco, facendogli un occhio nero. A questo punto, come per incanto, il tafferuglio cessò, troncando l’interrogatorio e le sevizie. L’avvocato rientrò nella cella molto serio e pallidissimo. A noi, che stavamo attoniti a guardarlo, disse queste precise parole: «Miei cari amici, non so come andrò a finire. Ho commesso un gravissimo reato: mi sono ribellato e ho picchiato con energia il maresciallo tedesco provocandogli un occhio nero. Forse, amici miei, verranno questa notte stessa a prelevarmi per farla finita per sempre ».

Nell’ultima decade di febbraio, verso la mezzanotte, sentimmo aprirsi la porta della nostra cella: apparve sulla soglia un uomo sulla trentina, con la camicia e il pullover a brandelli, la faccia gonfia e insanguinata, un vero «ecce homo ». Dopo le nostre domande (Chi sei? perché sei qui? chi ti ha arrestato? quando, dove?) – era il professor Amleto Sartori – ci chiese se qualcuno di noi sarebbe stato fucilato all’alba. lo rassicurammo; ma egli disse calmo: «Voi dite che nessuno verrà fucilato per il momento; però anche se ciò si verificasse, ci vuol pazienza. Saremo uno di meno ». lo capii e risposi: «Sta certo, ne rimangono vivi ancora molti . Egli rise: « D’accordo!

Per riempire le lunghe ore, per distogliere i nostri pensieri dalla preoccupazione della nostra sorte e per aumentate la nostra cultura, i vari professori che si trovavano nella nostra cella ci davano al pomeriggio un’ora di lezione della materia di loro competenza. Il professar Nicoletti ci illustrava la storia e la geografia, il professor Sartori la storia dell’arte, il dottor Miraglia la medicina, l’avvocato Gallo ci metteva al corrente delle leggi allora in vigore, don Giovanni Apolloni ci dava lezioni di matematica e di religione, il professar Zamboni ci spiegava i vari sistemi filosofici dalle antiche civiltà fino ai giorni nostri, io illustravo i più famosi ricami a mano nei vari stili per l’arredamento della casa. Il più seguito però era il professar Ponti, insigne letterato veneto. Dico «veneto » perché Ponti, grande ammiratore di Dante, di cui conosceva le opere alla perfezione, citava la Divina Commedia in dialetto chioggioto affinché potessimo afferrare più facilmente il senso dei versi. Assicuro che noi tutti lo ascoltavamo con grande entusiasmo, avvinti da un’oratoria e da una mimica che ci facevano passare qualsiasi umore triste.

Durante il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Bolzano, il professor Meneghetti e io fummo dirottati alla sede delle SS di Verona. lo per l’ennesimo interrogatorio condito di pugni e calci, Meneghetti per una revisione dei verbali e, credo, per uno scambio di prigionieri. Ci siamo poi rivisti nel campo di Bolzano, su lui mai potrei parlare, salvo qualche bigliettino, giacché Meneghetti era stato destinato al reparto dei pericolosissimi ,., guardato a vista dalla guardia permanente. Quando uscivamo al mattino per la cosiddetta ora di aria », giravamo intorno al suo box come tanti pianeti intorno al sole, senza mai voltarci indietro. Sapevo che era in condizioni di salute molto precarie, anche perché il vitto dei « pericolosissimi era proporzionalmente scarso. Approfittavo di questa passeggiata mattutina e pur sapendo che era proibito avvicinarsi e tanto più fermarsi intorno al suo box, facevo ruzzolare per terra qualche mela che mi ero procurata con immensa difficoltà, studiando il momento preciso in cui la guardia girava l’angolo. Meneghetti, con una mimica tutta sua, raccoglieva rapidamente quanto gli avevo gettato. Dopo una ventina di giorni, forse vedendo che gli avvenimenti bellici incalzavano inesorabilmente, gli aguzzini destinarono Meneghetti come medico all’infermeria del campo. Pochi giorni prima della nostra liberazione, il professore mi chiamò per informarmi che stavano entrando nel nostro campo i banditi della banda Carità. Si afferro alla mia cintola, quindi montò sulle mie spalle: per vedere meglio chi fossero e disse: «Caro Favaro, vedo distintamente le loro facce; vedo Linari, Gonelli, Trentanove e molti altri. Quando scese a terra, la sua faccia irradiava di gioia come non mai. Il giorno seguente la figlia maggiore di Carità, Franca, si presentò all’infermeria di Meneghetti lamentandosi per dolori a un dente. Egli le chiese se ricordava chi fosse: e, alla sua risposta negativa, la apostrofò in termini piuttosto brutali, dicendole di andar a farsi estrarre il dente da uno dei tanti macellai del campo.

Nei limiti delle mie possibilità di memoria _ e di stile ho voluto anch’io ricordare il periodo più intenso della mia vita, quando l’antifascismo in armi era teso a dare democrazia, libertà, giustizia e fratellanza al nostro popolo.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Giuseppe Bartoli LA MÖRT ED CURBERA

Giuseppe Bartoli

LA MÖRT ED CURBERA                LA MORTE DI CORBARA

I s’arbuteva coma spig’d grân            Si rovesciavano come spighe di grano
cun del biastèm che pareva preghir    
con delle bestemmie che sembravano preghiere
e vers e’ zêl                                      
e verso il cielo
pal’d s-cióp spudedi fra i dént           
palle di schioppo sputate tra i denti
l’andeva e’nom’d Maria e chietar sént  
andava il nome di Maria e degli altri santi
E prèm a caschê e fo Curbera           
Il primo a cadere fu Corbari
e par la bòta                                     
e per il tonfo
o tremê la tëra e o fo sobit sera         
tremò la terra e fu subito sera
A lé stuglé, ribèl senza pio’ él            
Lì disteso, ribelle senza più ali
u raspeva da e’ mêl                           
raspava dal male
cun cla manaza grânda e cuntadéna   
con quella manaccia grande e contadina
……. bôna l’era la tëra ………..           
……………… buona era la terra
grasa e féna …………….                     
grassa e fine
Raspa Curbera, raspa stvò truvé       
Raspa Corbari, raspa se vuoi trovare
l’eteran cunzem dla libartê:                
l’eterno concime della libertà:
e’ sangue rumagnöl                           
il sangue romagnolo
cla imbariaghê ogni côr                     
che ha ubriacato ogni cuore
Strèca, strèca la tëra                         
Stringi, stringi la terra
l’è sèmpar cl’udôr                             
è sempre quel profumo
l’è sèmpar l’amôr dla stesa mâma      
è sempre l’amore della stessa mamma
cut fa da lët pövar fiol’d Rumâgna     
che ti fa da letto povero figlio di Romagna
Strèca ed elza la tësta, so canàja!      
Stringi ed alza la testa, su “canaglia”!
L’as drèza la camisa sanguneda         
Si alza la camicia insanguinata
la pê ôn lôm a Mérz, lôm’d premavera   
sembra un lume a marzo, lume di primavera
l’è bèl finì e’ su dé par na bangera      
è bello finire la vita per una bandiera
E cvànd che la prema sfója’d sôl        
E quando la prima sfoglia di sole
la spôrbia d’ôr tota la campagna         
spolvera d’oro tutta la campagna
e’partigiân e mör                               
il partigiano muore
Bsén a lô ôn pòpul’d cuntadén           
Vicino a lui un popolo di contadini
o prega e o biastèma a tësta basa       
prega e bestemmia a testa bassa
Sôra a lô na bânda d’asasén              
Sopra di lui una banda d’assassini
la rid cun la vargôgna in faza              
ride con la vergogna in faccia
E’ sôl c’nas e dà vita a la brèza         
Il sole che nasce da vita alla brezza
nud coma Crèst, inciudê tna trèza      
nudo come Cristo inchiodato in una treggia
e pasa per l’amiga campâgna             
passa per l’amica campagna
l’ultum re dla muntâgna                      
l’ultimo re della montagna
Brigant dla libartê e preputént            
Brigante della libertà e prepotente
ma s-cét com l’è s-cét la su zént        
ma schietto come è schietta la sua gente
s-cét coma i nost dê pasê bsén el stël 
schietto come i nostri giorni passati vicini alle stelle
fra e’ piânt’d mâma e cvèl de parabël 
tra il pianto di mamma e quello del parabello

(1) Silvio Corbari, medaglia d’oro della Resistenza.

Giuseppe Bartoli – I MORTI ASPETTANO

Giuseppe Bartoli

I MORTI ASPETTANO

Udimmo il tonfo delle rane 
negli alti silenzi dei meriggi 
e il respiro lieve dei cavalli 
nelle estese vele delle notti 
gonfie di lucciole e di fremiti 
Sulle nostre tavole di fieno 
abbiamo mangiato 
lacrime e canti 
fra grappoli di rondini 
in giostra nel cielo 
Udimmo la scure abbattersi 
sui letti deserti dei boschi 
mentre carri di ricordi 
si trascinavano lenti 
Poi arrivò l’alba 
d’una rossa primavera 
con brezze di mandorli avvolte 
nell’immemore pianto della terra 
Tornammo dalle nostre madri 
dopo una lunga notte insonne 
intonando canti senza dolore 
Le culle delle foglie 
che ci furono compagne 
raccolsero il vagito 
della rinata libertà 
e sui crateri di sangue 
– scavati - 
dalla nostra lotta 
mani nude di orfani 
sfidarono il cielo 
Dal buio delle fosse 
vergini di croci 
gli occhi spalancati 
dei partigiani caduti 
si chiuderanno solo 
se la loro speranza 
diventerà la nostra.

Giuseppe Bartoli – DISCORSI D’ALLORA

Giuseppe Bartoli

DISCORSI D’ALLORA

Parlavamo di noi 
quando la sera maturava 
la stanchezza del giorno 
e le contadine velate di nero 
raccontavano al cielo 
i guasti della pioggia 
del vento e della guerra 
Parlavamo di noi 
all’acqua vergine di fonte 
mescolando al grattare del mitra 
la ragione di crederci uomini 
e il diritto di lasciare 
alle bestie da soma 
il vanto pesante del basto 
Parlavamo d’idee 
mescolando bestemmie 
ai rosari di pietra 
per lasciare lontano l’inverno 
che marciva nei solchi 
e la fame 
che uccideva le ultime favole 
negli occhi dei bambini 
Parlavamo di noi 
cercando nei boschi la vita 
e nei sentieri di piombo 
le nostre radici di uomo 
Parlavamo di noi 
quando albe di fuoco 
scoprivano i nostri fantasmi 
già stanchi al primo mattino 
già vecchi a soli vent’anni 
Parlavamo del nostro domani 
davanti alla salma nuda 
d’un compagno caduto 
e ad un ventre di terra 
– che ingoiava - 
le noste tenere radici 
lasciandoci in bocca 
la voglia rabbiosa 
d’un tempo migliore 
in cui ancora sperare